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Un mondo nuovo

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Cuore d'aquila e ali di passeroaquila

Post n°3056 pubblicato il 17 Giugno 2019 da namy0000
 

Cuore d'aquila e ali di passero. Essere cristiani è scegliere i poveri

Maurizio Patriciello, Avvenire, domenica 16 giugno 2019

Questo è il terribile e contraddittorio mistero dell’uomo: avere un cuore di aquila e ali di passero». E noi con questo mistero, così ben descritto da Ignacio Larranaga, dobbiamo fare i conti ogni giorno. Il cuore di aquila ci fa superare i confini dello spazio e del tempo, ci fa osare l’impensabile, ci proietta nel futuro. Le ali di passero, al contrario, ci fanno pavidi, timorosi dell’ignoto, ci invitano a rimanere nel nido. L’arte del cristiano sta nel mettere insieme l’aquila e il passero. Fantasia, quindi, sogni a occhi aperti, vette alte da raggiungere, desiderio d’infinito, sete di aria fresca, solitudine ad alta quota, vertigini, ma anche prudenza, umiltà, coscienza dei propri limiti. Francesco in modo meraviglioso, continua a indicarci la via da percorrere. Ottimo esegeta dell’uomo, dell’animo, della fede, del patrimonio affidatogli, il Papa non si stanca di tirare fuori tesori antichi e sempre nuovi. E continua a orientare la nostra attenzione sui poveri.

A noi, cristiani del terzo millennio, come a ogni altro uomo e ogni altra donna in questa società malata di individualismo e perfettismo, la cosa, spesso, pesa. I poveri disturbano i nostri sogni, i nostri progetti, sono ingombranti, non poche volte sgradevoli, mettono in crisi le nostre certezze, fanno persino paura. Diciamolo: pregare, andare a Messa la domenica, investire su un certo stile di vita, fare ogni tanto l’elemosina, tutto sommato, non ci disturba troppo. Ma perché rovinarsi la vita con una fraternità vissuta per davvero con i poveri, gli immigrati, i nomadi, gli "scartati" della società? Perché avvertire il muto rimprovero di questi fratelli lasciati indietro quando sprechiamo il superfluo a loro tanto necessario? Perché non ascoltare chi prova a rassicurarci, e osa spiegarci che l’«ordine» giusto sarebbe quello chiudere la porta in faccia, girare la testa, cacciare, escludere, rimuovere… Perché impegnarsi perché la legge sia legge per tutti, salda e buona, ma sia per l’uomo e non per sé stessa? Semplicemente perché così ha voluto Gesù.

Certo, possiamo – e dobbiamo – chiederci il motivo per cui il "Dio con noi" ha fatto questa scelta. La risposta la troviamo sin dalla prima pagina del Vangelo. Lui, il Verbo, senza il quale «niente è stato fatto di tutto ciò che esiste», ha voluto farsi uomo come noi. Umiltà? Piccolezza? Follia di un Dio? Condivisione. Comunione. Accoglienza piena della nostra condizione. Chi ama sente il bisogno di fondersi con la persona amata. Come ogni amante, anche Dio desidera essere riamato. Qui, e da qui, si snocciola la nostra vita morale e anche il nostro impegno civile.

Ma come amare adeguatamente Colui che ci ha dato tutto? Accettando senza resistere, senza orgoglio e senza timore, che anche se piccola, limitata, insufficiente, la risposta di ognuno di noi è da Lui accolta e apprezzata. Come quando un neonato fa un sorriso al suo papà. Dio è innamorato dell’uomo. Di tutti gli uomini. Anche, e soprattutto, di quelli che noi volentieri metteremmo da parte. Se li ama Lui, dovere della Chiesa e nostro è sforzarci di accoglierli, aiutarli, amarli. Promuoverli. Se li ha serviti Lui, la sua sposa non può che imitarlo. Sempre. Anche quando non viene compresa, anche quando il servizio che rende loro è ritenuto da tanti, inopportuno e addirittura dannoso e persino scandaloso. Servire, senza complessi, senza timidezze, senza orgogli di nessun tipo. Servire con libertà, per amore, nella verità. Non abbiamo niente di cui vantarci, perché tutto abbiamo ricevuto in dono. Siamo 'costretti' ad agire così. Pur volendo, non potremmo fare diversamente.

Un po’ come respirare. Anche se attraversi una palude maleodorante tu non puoi non farlo. Siamo stai sedotti. «Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me». E poi dobbiamo imparare a riposare. «Venite in disparte con me e riposatevi un po’», è l’invito che il Maestro rivolge ai suoi. Certo, perché il cristiano deve convincersi che non è onnipotente e non è infallibile. E che la Chiesa non è 'sua'. Immerso nella Verità, di questa Verità egli è servo non è padrone. Deve convincersi che «se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori». Che la Provvidenza, in modo misterioso ma vero, fa germogliare il deserto.

Deve avere addirittura il coraggio di camminare sulle acque, non perché il mare ha rinunciato a ingoiare chi si azzarda a farlo, ma perché il Signore, sul quale i cristiani - se cristiani sono per davvero - si stanno giocando la vita, glielo ha comandato. La fede non è solo l’elenco delle verità in cui crediamo. La fede è credere che Colui del quale ci siamo innamorati è più grande delle nostre povere, piccoli ali. La fede è mantenere viva la speranza anche quando sembra che sia del tutto inutile. La fede è proclamare davanti a una bara: «Io credo, risorgerò ».

La fede è singhiozzare a dirotto sul corpo martoriato dell’Amore crocifisso, ben sapendo che tra poche ore, vittorioso, lascerà il sepolcro. La fede è agire bene e per il bene, qui e ora. E se Gesù ritiene fatta a lui ogni carezza fatta ai suoi figli più poveri, vuol dire che la sua Chiesa, ognuno di noi che ne è parte, dai poveri mai potrà distogliere sguardo e soccorso.

 
 
 

Preparare i ragazzi

Post n°3055 pubblicato il 17 Giugno 2019 da namy0000
 

Preparare i vostri ragazzi all’ingresso nel lavoro e nella società è un impegno che parte da lontano.

Sono gli stessi esperti che ci dicono quali sono le caratteristiche che, indipendentemente dalla formazione che un ragazzo riceve a scuola, vanno coltivate in vista del futuro. Soprattutto se si pensa che non sappiamo ancora quali saranno le posizioni lavorative più importanti tra 10 o 20 anni, quando i vostri figli saranno nel pieno della loro vita professionale. Per questo non si tratta solo di avere le competenze specifiche che si ottengono con lo studio, ma di essere in possesso di alcune qualità trasversali, che riguardano cioè qualsiasi posizione lavorativa. Per esempio, una certa autonomia negli impegni, la precisione e l’attenzione ai dettagli, la capacità di lavorare in gruppo e di mantenere buone relazioni con le persone, oppure la resistenza allo stress, cioè la capacità di “tenere duro”, reagendo ai momenti di tensione senza scaricare sugli altri le proprie responsabilità. Sono solo alcune delle cosiddette soft skills, cioè competenze non specifiche, contrapposte alle conoscenze più tecniche e specialistiche, che si possono trovare elencate in diversi siti internet. Spesso sono queste abilità che possono convincere un datore di lavoro ad assumere un giovane che dimostri di possederne. Nessuno è perfetto, ovviamente, e non tutti possono esercitare queste competenze di personalità in modo completo e al massimo grado.

Tuttavia, vale la pena di rifletterci. Uno strumento utile è il Rapporto Giovani 2019 curato da Alessandro Rosina per l’Istituto Toniolo, pubblicato ai primi di maggio dall’editore il Mulino. Tra i diversi contributi di carattere sociologico, sono particolarmente interessanti quelli sui Neet (ragazzi dai 18 anni in su che non sono impegnati né nel lavoro né in attività di formazione). In uno di questi, si segnala che per uscire da questa condizione di inattività risulta utile svolgere opere di volontariato, che consentono ai ragazzi di sviluppare le soft skills di cui si è parlato, e di inserirsi in reti sociali più ampie, utili per riprendere lo studio o trovare un lavoro. Non va dimenticato poi che l’impegno nel volontariato, così come le esperienze di animazione in oratorio o di capo nello scoutismo, sono tenuti in buona considerazione dai professionisti chiamati a vagliare i curricola per entrare nel mondo del lavoro. (Fabrizio Fantoni, Psicologo e psicoterapeuta, FC n. 23 del 9 giugno 2019).

 
 
 

Anch'io

Post n°3054 pubblicato il 16 Giugno 2019 da namy0000
 

«Anch'io ho attraversato il mare in gommone». Storia di un ragazzo albanese

Eltjon Bida oggi, cittadino italiano, ha 41 anni e ha pubblicato la sua vicenda. L'Italia non è razzista, ma sono aumentate le persone arrabbiate

Anche lui ha attraversato il mare su un gommone. Venti anni fa, dall’Albania all’Italia. «È molto triste – dice pensando ai migranti che ogni giorno attraversano il Mediterraneo – Perché se anche per loro, come lo è stato per me, l’unica alternativa per salvarsi è venire in Italia non è giusto che non li accolgano»… Eltjon Bida quando aveva 17 anni, (esattamente nel febbraio 1995), ancora minorenne, è salito anche lui su un gommone della speranza… Lui era partito dall’Albania. Da una terra in ginocchio e senza speranza. Aveva un calcolo renale e si doveva operare. Suo padre ha racimolato tutto quello che è riuscito per pagare il viaggio agli scafisti: un milione e duecentomila lire per raggiungere un Paese dove avrebbe potuto operarsi e magari costruirsi un futuro diverso. Eltjon racconta la sua storia di vita, da migrante irregolare a cittadino italiano, oggi sposato e padre di due figli, nel libro appena uscito "C’era una volta un clandestino" (edizioni PubMe). Una biografia che racconta di un viaggio ancora oggi drammaticamente attuale. «Ricordo ancora quella notte – racconta – avevo tantissima paura. Era già la seconda volta che tentavo di raggiungere l’Italia. La prima con un traghetto e documenti falsi, ottenuti in Albania. Ma ad Otranto mi hanno rimandato indietro».

Eltjon e suo padre non si sono persi d’animo. Lui voleva assolutamente raggiungere l’Italia per operare quel terribile calcolo al rene che gli provocava dolori lancinanti e che in Albania, venti anni fa lo avrebbero fatto ma, col rischio, si diceva, che avrebbero potuto espiantare l’organo sano per poi rivenderlo al mercato nero.

«L’unica alternativa a quel punto era raggiungere l’Italia su un gommone – prosegue – e così ho fatto. Eravamo in 26 c’erano anche alcune donne con bambini che sono state fatte sedere nel mezzo. Io e tutti gli altri eravamo sul bordo del gommone. Stretti uno accanto all’altro»… «In quel periodo al telegiornale, in Albania, si raccontava di naufragi nell’Adriatico. Avevo molta paura ma dovevo raggiungere l’Italia»… «Sul gommone morivo di paura e quando siamo arrivati, sani e salvi, ricordo di aver provato una felicità immensa». Da lì in poi la vita di Eltjon è tutta in discesa. Prima a Pescara, da un conoscente e poi a Milano, da senzatetto, in fila alla mensa della Caritas. Oggi è una vita da scrittore in attesa di un posto fisso, dopo il mancato rinnovo di un contratto in un grand hotel milanese. Ma non demorde e sa già che prima o poi troverà un posto fisso. «In Italia ho sempre trovato le porte aperte – confida – Oggi forse, rispetto a vent’anni fa ci sono solo alcune persone un po’ più arrabbiate. Ma non posso certo dire che l’Italia è razzista». (Avvenire 15 giugno 2019)

 
 
 

Tra litigi e violenza

Post n°3053 pubblicato il 14 Giugno 2019 da namy0000
 

Nicola è cresciuto senza respirare affetto, tra litigi e violenza. Da bambino ha subito diversi abusi e violenze venendo ricoverato all’ospedale più di dieci volte. Affidato alla nonna, che gli fa da mamma e papà, inizia a usare le droghe a 12 anni, diventando il classico punkbbestia con la cresta, pieno di piercing. ‹‹Elemosinavo amore, perché era quello che cercavo››. Per vie traverse conosce Nuovi Orizzonti, capendo di essere arrivato a casa, grazie a un abbraccio della responsabile che gli fa sperimentare, per la prima volta, un amore vero e profondo. Inizia il suo cammino nella sede a Medjugorje: ‹‹Per me è un po’ un percorso terapeutico con Maria; recupero il contatto con la mia parte femminile, perché le donne le usavo per far loro del male››. Dopo qualche anno, ritornato in Italia, nel giorno del suo compleanno, esprime a Dio un desiderio, forse con strafottenza: ‹‹Se è vero che ci sei, ti chiedo una famiglia dove si possa respirare il calore dell’amore››. E proprio in quel giorno, la persona che gli ha preparato la torta entra nel suo cuore. Sposa Cinzia. Nicola è a Nuovi Orizzonti da oltre 15 anni e Dio ha realizzato il suo sogno: è padre di due figli, e gestisce una Cooperativa dove guida tanti ragazzi che come lui hanno affrontato il problema della tossicodipendenza (Davide Banzato, FC n. 23 del 9 giugno 2019)

 
 
 

Bambina di strada

Post n°3052 pubblicato il 13 Giugno 2019 da namy0000
 

Liliam A., menina de rua, bambina di strada fin dall’età di 6 anni, in una favela di Recife, Nordest del Brasile. Alle spalle, una madre che l’abbandona, un padre sempre in giro per lavoro, i nonni e gli zii che non si curano di lei, nemmeno quando sparisce per giorni interi senza farsi viva. Così, per Liliam, sola e allo sbando, diventa normale “vivere” l’anima nera della sua città, cadendo nei meandri della droga, della prostituzione, dello squallido mercato del turismo sessuale.

Rapita, si ritrova in una “casa degli orrori”, dove bambine e bambini anche piccolissimi vengono tenuti segregati, seviziati con disumana ferocia, ridotti a schiavi sessuali di uomini crudeli e perversi. Molte bambine, dopo abusi di inaudita brutalità, muoiono.

Liliam riesce a fuggire. Sequestrata di nuovo, si ritrova intrappolata nel traffico delle minori per sfruttamento sessuale e viene spedita in Europa, mentre altre bambine vengono destinate al traffico degli organi. Approdata in Germania, incontra l‘amore, tra enormi difficoltà e sofferenze riesce a riprendere in mano la sua vita e ricominciare.

Ma è in Italia, a Torino, che Liliam corona il suo sogno: voltare pagina e diventare una brava realizzatrice di torte, proprio come Isabela, la pasticcera di Recife che anni prima l’aveva aiutata, donandole fiducia e affetto.

Oggi, Liliam, 38 anni, è sposata, ha 5 figli (dai 25 ai 9 anni), è un’affermata cake designer e tiene corsi di pasticceria artistica. Nel 2013 ha vinto il Moneygram award, il Premio  per l’imprenditoria giovanile straniera in Italia.

Ha raccontato la sua storia, dall’inferno della schiavitù sessuale al riscatto, in un libro, I girasoli di Liliam (Fefè editore), scritto da Teresa Giulia Canone, 63 anni, dottoressa in Psicologia. ‹‹Liliam desiderava che la sua sofferenza non rimanesse vana››, spiega la Canone, ‹‹che diventasse un messaggio positivo e di speranza per le persone. Diceva sempre se ce l’ho fatta io, possono farcela anche gli altri››. Si tratta di un libro molto duro… La denuncia di un fenomeno diffuso in Brasile e in tanti paesi del mondo…

Ripercorrere il suo vissuto, dice Liliam, ‹‹è stata una grande sofferenza: raccontare significa rivivere, ma per me è stata anche una liberazione. Per tanti anni ho provato un profondo senso di colpa, come se quello che mi era accaduto fosse stato causato da me. Ma più raccontavo, più capivo che dovevo lasciar scorrere via tutto››.

La scoperta di Cristo ha permesso a Liliam di perdonare se stessa e coloro che le hanno fatto del male. ‹‹Sono devota a santa Rita da Cascia, e affidarmi alla preghiera mi dona conforto e mi dà la forza per aiutare gli altri››. in Brasile ‹‹ho rivisto mia madre a Rio, sono tornata nella favela di Recife, ma ci sono entrata a piedi nudi, come quando me ne sono andata da bambina››. Ora sta lavorando per creare una ong in Brasile per aiutare le donne in difficoltà. ‹‹Ho ancora tante cose da realizzare, ma oggi sono felice, perché sono libera›› (FC n. 23 del 9 giugno 2019).

 
 
 
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