**TEST**
Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

 

Juliette è la Primavera

Post n°3306 pubblicato il 05 Aprile 2020 da namy0000
 

…“Soprattutto ai tempi del coronavirus. Se nella Parigi multitasking delle “mille e più” cose da fare si corre sempre e comunque, quando inserisco le chiavi nella serratura  della porta ho l’impressione di entrare in un altro spazio temporale la rapidità dei gesti rallenta, la velocità dei passi si adatta alla lentezza della camminata d Juliette, la celerità della parola si accorda al suo orecchio dal tenue udito. Eppure, Juliette è la Primavera. Nel salone che dà sul Boulevard, le pietre, i colori, i dipinti, i soprammobili, tutto respira di spiritualità e testimonia la vita di questa donna: l’arte, i suoi viaggi, il suo cammino interiore. E quando vi ho messo piede la prima volta sono stata come investita da un’aura di luce e quiete: un’isola di pace al secondo piano di un bȃtiment parigino. Eppure Juliette ha sofferto molto nella sua vita. E molto soffre ancora. Non parla della sua famiglia e quando vi accenna la voce si fa preoccupata, la fronte si corruga. Ma non si lascia andare. E per sopravvivere riveste la parola di una sottile e piacevole malinconia che richiama i bei momenti del passato. Juliette è la Primavera. È una donna di una forza d’animo eccezionale, saggia, determinata, che da tutta una vita lavora sul suo Io più profondo: qui suis-je? Mi ripete spesso che ciò che conta nella vita è trovare un asse in sé, un asse per tenere, un asse che si piega ma non si spezza, un asse capace di far fronte alla vita. Mi ricorda che è pericoloso vivere di sogni, si rischia di farsi molto male. E il sorriso le diviene di colpo triste. Lei a sognare deve essersi fatta parecchio male. Mi incoraggia nei momenti di difficoltà, mi invita ad avere fiducia in me stessa. A rimanere salda in me, a prendere una direzione e perseguirla. Quando dunque l’emergenza coronavirus arriva infine anche a Parigi, il mio primo pensiero va a lei. Juliette non esce quasi mai, e nel suo appartamento è al sicuro. Il suo maggior rischio consiste nell’ospitare me. Io ho continuato a prendere la metro, a recarmi alla scuola e al lavoro fino allo scorso sabato. Sono dunque il principale vettore di virus per lei. Ho condiviso con lei questa mia inquietudine e per precauzione abbiamo smesso di darci il bacio del buongiorno e della buona notte. Cerco sempre di conservare un minimo di distanza per proteggerla. Io sono giovane, abbastanza in buona salute e rischio meno, ma lei? Domenica durante la colazione le ho posto per l’ennesima volta la domanda: ‹‹Non hai paura di contrarre il virus a causa mia?››. Mi guarda negli occhi con il suo sguardo limpido come un cielo di primavera, trasparente e sincero e mi risponde che non è per nulla preoccupata, che ci sono cose che non dipendono da noi ma da qualcuno che è al di sopra di noi e che il virus appartiene all’ordine della cose naturali: ‹‹Va bene che colpisca soprattutto gli anziani anziché i giovani. È la natura››. Juliette è la Primavera e io sono in quarantena con lei – Eleonora F.” (FC n. 14 del 5 aprile 2020).

 
 
 

Storie di generosità

Post n°3305 pubblicato il 04 Aprile 2020 da namy0000
 

2020, FC n. 13 del 29 marzo. CORONAVIRUS

Storie di generosità in corsia

Li abbiamo visti con i volti segnati per l’uso protratto delle mascherine; stramazzati di stanchezza sul computer; in lacrime  per aver toccato troppa sofferenza tutta in una sola volta.

Eppure nessuno si tira indietro nelle corsie dei reparti Covid-19, sulle ambulanze, nelle sale operative del 118, nonostante siano saltati i turni, le mascherine non siano adeguate, i pazienti ricoverati siano sempre di più, la guerra al virus ancor più pericolosa.

Molti li hanno definiti eroi. Loro, gli infermieri, ringraziano, ma si schermiscono: ‹‹Gli eroi non siamo noi. Gli eroi sono loro, che hanno un fratello, una madre o un figlio ricoverati e non hanno nessuna notizia da giorni. Gli eroi sono loro che sono in quarantena, che dopo sei ore di attesa per un’autombulanza, alle mie scuse per il ritardo, ci rispondono di non preoccuparci e che capiscono quanto sia difficile il nostro lavoro. Gli eroi sono loro che devono decidere se portare i loro anziani a morire in ospedale o farli morire a casa senza uno straccio di assistenza. Mai una lamentela. Mai una parola fuori posto. Tanta dignità, rispetto e civiltà. Sono loro che ci danno la forza››, così inizia il post sul profilo Facebook di Paolo B., 47 anni, di Vigevano, infermiere specializzato, da 15 anni a Soreu “Pianura” che gestisce il 118 delle cinque provincie lombarde a sud di Milano. ‹‹Tantissime cose non funzionano e rendono tutto più difficile. Ma non è il momento della polemica perché loro, i pazienti, si meritano la parte migliore di noi››, aggiunge.

‹‹Sì, è una guerra. Non saprei definirla altrimenti››, esordisce Paolo M., napoletano, 33 anni, infermiere alla Terapia intensiva dell’Ospedale Maggiore di Cremona: ‹‹Siamo stremati da turni allucinanti di 12 ore per garantire i riposi ai colleghi; due di loro sono state contagiate e sono in quarantena. Dagli otto posti letto iniziali in rianimazione, ora ne abbiamo trenta››. Anche la moglie di Paolo è infermiera e in questi giorni sta dando una mano al Pronto Soccorso. ‹‹Inizialmente – riprende – nessuno aveva compreso la gravità della cosa. La paura? C’è, non posso nasconderlo, ma siamo formati per sopportarrla. Quello che non riesci a farti scivolare addosso sono i pazienti che muoiono da soli, senza un caro che possa stare loro vicino. Appunto, è come morire al fronte››.

Sulla paura ‹‹che ci porta alla sera a casa››, riflette anche Rossano M., 60 anni, veneziano, infermiere presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale dell’Angelo di Mestre, ‹‹è cresciuta poco alla volta, impercettibilmente. La Cina sembrava così lontana. Poi è arrivato il 24 febbraio: 48 operatori in quarantena solo al Pronto Soccorso. Questo nemico invisibile non ti infetta soltanto: muta i gesti, cambia le relazioni e i comportamenti di noi operatori. C’è un silenzio irreale che irrompe negli spazi usualmente pieni di voci. Quanta umanità ho visto in questi giorni che fatica a respirare, che non può parlare, che vorrebbe cercare aiuto, ma l’urlo resta soffocato in gola. E noi, che li portiamo ai reparti in barella, non abbiamo che le solite frasi di conforto: poca cosa per i loro sguardi impauriti››.

Ma di prime linee in quest guerra ce n’è più d’una. Cerca di spiegarlo Lucia C., dirigente infermieristica dell’Areu (Azienda regionale dell’Emergenza Urgenza della Regione Lombardia): ‹‹È una situazione inimmaginabile, difficilissima da reggere, soprattutto sul fronte della sala operativa. Siamo in totale emergenza: una volta presi i pazienti in ambulanza sempre più spesso non sappiamo dove ricoverarli. I Pronto Soccorso vicini ci implorano di non portarne più perché saturi all’inverosimile. E senza più ossigeno. E allora, via, si dirotta fuori regione. E si cerca di tenerne a casa il più possibile. Ma fino a quando? Mi creda: è uno sforzo inumano››. ‹‹Nonostante tutto, però››, rassicura B., ‹‹noi non molliamo. Ma ognuno faccia la sua parte: dovete stare a casa. Lo scriva chiaro, per favore››.

 
 
 

Non fate come le lumache

“Non fate come le lumache che lasciano dietro di sé soltanto un po’ di bava; basta una leggera pioggerellina e tutto viene cancellato” (papa Giovanni Paolo II)

 
 
 

In realtà

Post n°3303 pubblicato il 03 Aprile 2020 da namy0000
 

"In realtà, pochi, pochissimi miglioreranno la propria vita dopo questa pandemia. Ogni pagliaccio tornerà al suo circo così come ogni ragno tornerà al proprio orrido buco - Raven"

 
 
 

Catena di sostegno

Post n°3302 pubblicato il 03 Aprile 2020 da namy0000
 

2020, Avvenire 2 aprile. ISOLAMENTO PER CORONAVIRUS. «Alle persone autistiche – spiegasuor Veronica – sono venuti meno i riferimenti abituali e anche i contatti con tutte le solite persone al di fuori dei familiari. Un mese di cambiamenti e limitazioni è già stato pesante, il secondo si annuncia ancor più impegnativo». Ma nel caso dell’autismo, come per tutti i disabili, «ho visto attivarsi una catena di sostegno generoso di straordinaria bellezza, persone che stanno tirando fuori il meglio, volontari, vicini, ragazzi, e tanti sacerdoti con un cuore e una fantasia che commuovono e incoraggiano. Ne usciremo migliori, proprio grazie a tutto quello che silenziosamente si sta mobilitando accanto ai più fragili».

 

2020, Umberto Folena, Avvenire 2 aprile.

Che cosa sono per il poeta il metro e la rima? Dei vincoli, dei limiti. Sono un carcere in cui volentieri il poeta si rinchiude per meglio sprigionare la creatività. Per questo a nessuno dovrebbe essere permesso di scrivere 'versi liberi' se prima non sia misurato con i 'versi incatenati'. Solo nei vincoli del pentagramma il musicista crea. Altrimenti emette rumori, non melodie.

Così noi siamo oggi. Chiusi nel perimetro delle nostre abitazioni, limitati nei movimenti; e soprattutto con quella colossale palla al piede che è la paura. I nostri limiti e la nostra paura rischiano di diventare il nostro pensiero unico. Non pensiamo ad altro, non parliamo né scriviamo di altro. Basta ascoltare le rare parole scambiate tra vicini da una finestra all’altra, da un balcone all’altro, per i più fortunati da un giardino all’altro. Basta visitare i social network. Basta ascoltare un telegiornale. Quello lì, il morbo famelico che come Voldemort non dovremmo nominare mai, ci sta succhiando l’anima pezzetto per pezzetto. Esiste solo lui ed è logico, in fondo, che così sia. Perché ha ucciso troppi di noi. Troppi, e tutti ci sono vicini anche se sconosciuti. Ma non sta soltanto uccidendo i corpi; sta anche conquistando i nostri pensieri. E non va bene. È sbagliato. Con i dovuti distinguo e le enormi differenze, ci diciamo che è come stare in guerra. È bello pensare che i nostri nonni e bisnonni, che la ben più tragica esperienza della guerra reale l’hanno fatta davvero, ogni tanto si mettessero a ballare. A suonare e cantare. A giocare a pallone o a carte. A dipingere e a disegnare. A raccontarsi storie, tantissime storie e fiabe, perché il segreto racchiuso nelle fiabe è di infondere coraggio: ai bambini e pure agli adulti che non si siano dimenticati di avere uno spirito bambino dentro di sé e l’abbiano alimentato.

È bello immaginare che sentissero, i nostri vecchi, il bisogno di non farsi rubare dalla guerra non solo il corpo ma anche l’anima. Come poeti, è bello pensare che avessero la sapienza di sfruttare i limiti imposti dalla guerra per creare, inventare, produrre comunque cose belle. E se la libertà fisica era in gran parte negata, scoprivano una libertà che niente e nessuno poteva negargli, la libertà della fantasia, del sogno, della creatività. La guerra c’era, incombente e assordante. La guerra affamava e terrorizzava. Eppure non poteva né doveva essere il pensiero fisso. Non bisognava permetterglielo, altrimenti avrebbe vinto lei e la pace avrebbe perso. Infatti molti di loro, nelle cantine e nelle galere, pensavano al futuro; e il futuro non li colse impreparati. Tutti eroi o tutti accoppati, scrisse un soldato su un muro nei pressi del Piave un secolo fa.

Oggi dovremmo scrivere: tutti poeti o tutti accoppati, magari vivi di fuori, ma ammazzati dentro dal clima plumbeo, dal pensiero fisso, dalla paura che ci svuota. Parliamo anche di altro, pensiamo anche ad altro. I canti ai balconi purtroppo hanno qualche limite di troppo. Consentono agli sguaiati di continuare a imporsi sugli altri. Offrono spazi eccessivi al protagonismo dei narcisi. Probabilmente non sempre rispettano i morti. Ma nelle nostre case possiamo, silenziosamente e delicatamente, dare spazio al sogno. Possiamo, anzi dobbiamo pensare al dopo, affinché la luce in fondo al tunnel, che oggi appena intravediamo con la speranza che non sia un miraggio, non ci abbagli cogliendoci impreparati. Pensiamo, sogniamo a come potremo essere migliori. La crisi fa emergere il meglio e il peggio. Fa diventare più duri ed egoisti i cattivi e più generosi e miti i buoni. Rivela tutta la verità su chi siamo. Così accadrà all’Italia: prevarranno gli uni o gli altri? Per questo i buoni devono farsi trovare pronti. E lo saranno soltanto se ora, in catene, avranno composto la propria poesia.

 
 
 
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