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Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

 

Parroco

Post n°3592 pubblicato il 12 Maggio 2021 da namy0000
 

2021, Avvenire 11 maggio

Caivano. Patriciello: i miei ex ragazzi diventati i boss del quartiere

Maxi-operazione antidroga in una delle più grandi piazze di spaccio d’Europa: 49 fermati. Il parroco: li rivedo bambini all'oratorio, quante volte ho detto "salviamoli"

Maxiblitz antidroga in una delle piazze di spaccio più grandi d’Europa, quella di Caivano, in provincia di Napoli. Ieri mattina i carabinieri del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna, coordinati dalla Dda, hanno infatti inflitto un duro colpo al traffico di stupefacenti. In poche centinaia di metri, difesi da porte blindate e cancelli per eludere i controlli delle forze dell’ordine, sono stati individuati e monitorati ben 14 «punti vendita» in cui veniva smerciato lo stupefacente a «clienti» provenienti da tutta la regione: 49 le misure cautelari notificate ad altrettante persone ritenute vicine al clan «Sautto-Ciccarelli», gravemente indiziate, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, reati aggravati dal metodo e dalle finalità mafiose. (Redazione Interni)

Notte tra domenica e lunedì scorsi. Al "Parco Verde" in Caivano, ancora una volta, non si dorme, almeno a una cinquantina di persone vengono messe le manette ai polsi. "La piazza di spaccio più grande d’Europa", come viene definito il quartiere dove sono parroco, viene messa a soqquadro. Lunedì, vengono resi noti i nomi degli arrestati; la maggior parte di essi sono giovani, alcuni giovanissimi. Dietro quei nomi per me ci sono volti, storie conosciuti. Li rivedo piccini nel giorno del loro battesimo, o ragazzini vestiti di bianco per la Prima Comunione. Rivedo i volti – ora distratti, ora seriamente preoccupati – dei loro genitori durante gli incontri; le raccomandazioni che ad essi furono dette, ripetute, gridate: «Salviamo i nostri bambini, la trappola già è pronta per scattare; mettiamoci insieme; nessuno gli vuol bene più di voi».

Li rivedo ai campi estivi, allegri, festosi, chiassosi, ma anche attenti nei momenti di preghiera e di catechesi. Davanti agli occhi, mi si materializza quello fatto a Nusco, nella casa dei Padri Carmelitani. I ragazzi erano ormai cresciuti e io sapevo con certezza che per tanti di loro quella sarebbe stata l’ultima occasione. Accadeva così ogni anno. Decisi di essere esplicito fino a farmi male, parlai con loro con grande serietà e onestà. Ripercorremmo insieme gli anni passati, ricordammo i ragazzi uccisi, quelli in carcere, quelli rimasti prigionieri della droga. Conoscevo le loro storie, le loro famiglie, tante delle quali ingolfate nello spaccio. Sapevo che erano chiamati a decidere. È difficile ammettere che i propri genitori sono dei malavitosi. Li spronavamo, gli animatori ed io, a parlare, a chiedere, ad essere onesti con se stessi. I ragazzi tacevano. Come era facilmente prevedibile alcuni di loro poco dopo scomparvero per iniziare la "carriera maledetta", poi finirono in carcere, qualcuno al camposanto.

Anche chi delinque, manda volentieri i figli in chiesa, all’oratorio, ai campi estivi. L’esempio che gli danno a casa, però, è pessimo. Troppi sono gli introiti derivanti dal traffico della droga, troppe le comodità, i lussi che quel denaro consente. Tutto viene messo in conto, anche il carcere, e finanche la propria morte o quella di un familiare. Quante volte mi sono sentito dire: «Sono i rischi del mestiere, padre... in fondo, nessun lavoro è sicuro». Perché "loro" come ogni altra persona perbene "lavorano". Un lavoro redditizio, calcolando che i capi possono portarsi a casa fino a centomila euro al mese. Guadagni da capogiro. Vite da nababbi. Il denaro che ti arriva in tasca con tanta facilità ti spinge a consumarlo con altrettanta facilità. Spese folli, inutili.

Intanto i bambini crescono, vedono, imparano. I modelli da imitare non mancano. Sono i giovani abbronzati e palestrati, con barbe lunghe, tatuaggi e abiti firmati. Cavalcano moto potentissime. Sfidano la legge e chi la rappresenta. Non hanno paura di niente e di nessuno. Vivono in case popolari trasformate in regge. Il quartiere è nelle loro mani. Il commercio della droga va a gonfie vele. I clienti non mancano, al contrario, aumentano di anno in anno. Per mesi, a volte per anni, sembra che lo Stato nei loro confronti abbia alzato bandiera bianca. Chi parla, denuncia, si ostina a richiamare all’ordine è un traditore, un miserabile e prima o poi la pagherà. Gli renderanno la vita impossibile. Carabinieri e poliziotti sono degli infami. Fino al giorno, in genere una notte, quando all’improvviso scatta la trappola.

Leggo i nomi degli arrestati e mi viene il magone. Sono gli stessi nomi che trascrissi nei registri dei battesimi, delle cresime, dei matrimoni. Momenti di cui conservo le foto. I nomi dei ragazzi che ho visto piangere ai funerali dei loro cari, tanti dei quali morti ammazzati sotto i nostri occhi. Quanti ricordi. Che strane, contraddittorie sensazioni.

Alle forze dell’ordine, oggi, va la nostra gratitudine. Ai cittadini la soddisfazione di saperli in galera. Al "loro" parroco, invece, restano l’amarezza, il dolore, i sensi di colpa per non essere stato capace di fare di più e meglio. Per non essere riuscito a liberare tanti suoi ragazzini dalla schiavitù della malavita organizzata. Dal loro parroco, anche attraverso questo scritto, ancora una volta, parte l’invito a cambiare strada. A credere che, nonostante tutto, la speranza in una vita nuova può ancora e sempre germogliare.

Parroco

 
 
 

Coloro che non si vogliono vaccinare

Post n°3591 pubblicato il 11 Maggio 2021 da namy0000
 

Coloro che non si vogliono vaccinare sono dei profittatori non dei furbi, come gli evasori fiscali, godono dell'immunità raggiunta per la vaccinazione degli altri. 

 
 
 

Governare il futuro

2021, HuffPost 7 maggio

Governare il futuro. Tre mosse per difendere i bambini dalla pedofilia onlinePuntata n.38 del podcast curato da Guido Scorza. Oggi si parla di come tutelare i più piccoli da uno dei crimini più ignobili

Ieri si è celebrata la giornata nazionale per la lotta alla pedofilia, uno dei crimini più ignobili che affligge la nostra società non certo da ieri e da ben prima dell’invenzione di Internet.

È, però, fuor di dubbio che, nella dimensione digitale, certi orrori trovano, purtroppo, terreno fertile per accadere, verificarsi e aumentare.

Vale, quindi, forse la pena, fermarsi un istante a riflettere su cosa si può e, anzi, forse, si dovrebbe fare per rendere Internet e dintorni un luogo-non luogo più sicuro per i più piccoli.

Innanzitutto, in questa prospettiva, credo che ieri ciascuno di noi adulti  - ciascuno nel proprio ruolo e con le proprie responsabilità professionali, istituzionali, di genitori o, semplicemente, di adulti – avrebbe dovuto rivolgere ai più piccoli quelle scuse che così di frequente chiediamo loro di porgerci o di porgersi perché di tante cose possiamo discutere ma non del fatto che avremmo potuto fare meglio, fare prima, fare di più nel garantire che la dimensione digitale fosse disegnata, progettata e implementata a misura di bambini.

 

Non è andata così e oggi rendere la dimensione digitale un luogo-non luogo non dico sicuro ma almeno pericoloso quanto la dimensione fisica è, purtroppo, più difficile che se ne avessimo capito tutti l’importanza nella prima fase di sviluppo di quella dimensione che, specie nei mesi della pandemia è diventato l’ambito naturale – per quanto innaturale – dei più piccoli.

 

Quindi se non l’abbiamo fatto ieri, facciamolo oggi, chiediamo scusa tutti insieme ai più piccoli per aver loro consegnato un ecosistema digitale disegnato, con poche eccezioni, solo per noi adulti.

 

Muovendo da questa constatazione, forse amara, ma che non vuole essere pessimistica, mi limito a poche considerazioni per provare, insieme, a far meglio in futuro.

 

La prima.

I nativi digitali non esistono.

Dobbiamo assolutamente smettere di usare questa espressione che persuade grandi e bambini della circostanza che chi è nato con lo smartphone in mano sia una sorta di anfibio, capace indistintamente di vivere con la stessa naturalezza nella dimensione fisica e in quella digitale. 

Non è così.

I nostri figli per quanto, ormai, conquistino a tre o quattro anni l’abilità di spolliciare su uno smartphone o su un tablet non sanno nulla o sanno poco delle opportunità e delle insidie della dimensione digitale, non sanno approfittarne e non sanno prevenirle.

Guidarli nella scoperta di quella dimensione tocca a noi.

La pandemia, da questo punto di vista ha peggiorato enormemente le cose e ha semplicemente creato l’effetto che si crea lungo i nostri litorali nella prima domenica di sole: una massa di persone che credendo di saper nuotare senza aver mai nuotato si butta in acqua dando un gran da fare alle donne e agli uomini del soccorso in mare.

Oggi abbiamo davanti quella stessa emergenza: più o meno la metà della popolazione del Paese che fino a un anno fa non usava internet se non saltuariamente vive immersa nella dimensione digitale senza conoscerla e, tra loro, milioni sono bambini.

 

La seconda.

Anche nella dimensione digitale non tutto è per tutte le età.

Dobbiamo fare lo sforzo, purtroppo divenuto innaturale per colpa di prassi e cattive abitudini che abbiamo lasciato si affermassero, di immaginare la dimensione digitale come un enorme parco dei divertimenti – pur consapevoli che, per fortuna, è più di questo – nel quale esistono attrazioni per tutte le età e attrazioni riservate ai più grandi, alle persone alte almeno un metro o che abbiano almeno quattordici anni.

Se chi non ha l’età o non ha l’altezza sale su un’attrazione disegnata per i più grandi o per i più alti, per quanti sforzi possa fare chi l’accompagna o chi gestisce la giostra non c’è modo di rendere quell’esperienza sicura.

La stessa cosa accade con i servizi e le piattaforme digitali.

Ce ne sono alcune – molte – che semplicemente non sono disegnate per i più piccoli e dalle quali i più piccoli vanno tenuti fuori.

Qui le parole magiche si chiamano age verification.

Dobbiamo pretendere l’implementazione di soluzioni di age verification tanto mature da fare almeno in modo che se una piattaforma si auto-dichiara adatta a chi ha almeno una certa età, chi è più piccolo non riesca a entrarvi perché, altrimenti, ogni sforzo di garantirgli la sicurezza è destinato a risultare vano.

E questo è tanto più vero quando – e capita sempre o quasi sempre – presupposto per l’utilizzo della piattaforma è che gli utenti condividano con il gestore della piattaforma e con altri utenti dati personali perché non si può né pretendere che i più piccoli comprendano il valore della loro identità personale né lasciare che ne siano espropriati per arricchire i giacimenti di dati dei giganti del web.

E qui, però, dobbiamo dircelo con grande franchezza, esiste una responsabilità grande, enorme, oltre che dei gestori delle piattaforme che immolano i più piccoli sull’altare del profitto anche di noi adulti che non facciamo abbastanza per tenere i più piccoli lontano da piattaforme che non sono disegnate per loro né per educarli alla cultura della privacy.

Anzi, sempre più spesso, purtroppo, la cronaca racconta di genitori che sovra-espongono i loro figli, neonati o bambini nell’universo social, talvolta per loro compiacimento personale nell’ambito del fenomeno del c.d. sharenting e talaltra addirittura per farne baby influencer macinando denari mentre ipotecano la privacy e non solo la privacy dei loro figli.

 

La terza  e ultima.

La privacy non è e non può diventare un alibi per non proteggere in maniera efficace la sicurezza e la salute dei più piccoli.

In democrazia non esistono diritti tiranni e nessun diritto, per quanto fondamentale, privacy inclusa evidentemente, può impedire il legittimo esercizio di altri diritti o impedire allo Stato di garantirli ai cittadini.

Il segreto sta sempre nel bilanciare i contrapposti diritti e interessi alla ricerca di una posizione di equilibrio che non imponga mai a un cittadino – specie a un cittadino bambino – di dover rinunciare a un diritto per vederne tutelato un altro.

E spesso – la lotta alla pandemia credo ce lo insegni in maniera esemplare – non è la privacy la nemica dell’implementazione di questa o quella soluzione tecnologica o di processo capace di contemperare contrapposti interessi ma la nostra pigrizia, la nostra preferenza per soluzioni che implementano il principio – poco moderno e poco democratico – del fine che giustifica i mezzi anche se sacrifica e travolge taluni diritti.

Secondo me su questo versante c’è tanta strada da fare.

E lo si deve fare, tra l’altro, lavorando sul piano della ricerca e dello sviluppo tecnologico e sul piano delle policy.

Ai grandi della tecnologia, ai centri di ricerca e sviluppo, dobbiamo dare un input diverso da quello che, esplicitamente o almeno implicitamente, abbiamo dato sin qui: non più sempre e comunque progettare la tecnologia migliore per raggiungere un determinato risultato ma progettare la tecnologia che consenta di raggiungere quel risultato nella maniera più efficace possibile trattando il minor numero possibile di dati personali, ad esempio.

I diritti fondamentali, a cominciare dalla privacy, devono rappresentare un vincolo da inoculare, fin dalla fase della progettazione, nelle nuove tecnologie.

 

Se non seguiamo questa strada, governare il futuro nell’interesse dei più piccoli, non sarà facile.

 
 
 

Il covid e la forza dei nostri ragazzi

Post n°3589 pubblicato il 04 Maggio 2021 da namy0000
 

Corriere della Sera, 30 aprile 2021

Il covid e la forza dei nostri ragazziLa pandemia semina morte, ma ci ha portato a riscoprire quanto siamo fragili, e quanto siamo legati all’affetto e alla dedizione di chi ci sta vicino. E ha fatto emergere una generazione di ragazzi meravigliosi: liberi, mentalmente aperti, impegnati, seri

di Susanna Tamaro

In primavera, girando per le campagne, non è raro vedere dei grandi appezzamenti di colore arancione che ci colpiscono in modo particolare nel mezzo del trionfo verde tenero di questa stagione. Non si tratta di un nuovo tipo di coltivazione ma dell’uso di qualche diserbante, un metodo piuttosto rapido e diffuso, purtroppo, per liberarsi dalle erbe infestanti: l’erba non c’è più e il problema appare risolto.

In realtà la terra, così come il mare, è un organismo ad alta complessità e solo il suo equilibrio — costituito da batteri, microrganismi, artropodi, collemboli e via dicendo — è in grado di garantire una lunga e sana fertilità.

In tempi brevi, insomma, il veleno produce un beneficio ma in tempi lunghi il beneficio comincia a mostrare il suo vero volto che è quello della sterilità.

Il 
virus che si è abbattuto come una tempesta perfetta sulla nostra civiltà, mettendola in ginocchio, ha riportato prepotentemente il concetto di realtà nelle nostre vite. La realtà esiste ed è fatta di indiscutibili verità, la principale delle quali è che noi siamo esseri biologicamente fragili e che nonostante siamo in grado di viaggiare nello spazio e scrivere arditi toni sull’impossibilità di definire il reale, basta la caparbia energia di un virus per farci sparire dalla faccia della Terra.

Scoprendoci fragili abbiamo forse iniziato a capire due cose: la prima è che la natura non è buona in sé, la seconda che 
la fragilità trova conforto e sostegno soltanto nell’affetto e nella dedizione di chi ci sta vicino.

Ho avuto diversi amici ricoverati per il Covid, tutti per fortuna sopravvissuti, ma ognuno di loro è uscito dall’ospedale con il cuore ricco di gratitudine per l’umanità e la competenza con cui è stato curato. La lunga abitudine al cinismo, ai più o meno striscianti neo darwinismi, all’esasperazione dell’individualismo ci hanno fatto dimenticare che 
la nostra essenza sta nella relazione e che solo le relazioni in cui avviene il dono di sé sono quelle in cui il nostro cuore trova la sua pace.

Lo stupore per l’umanità che proviamo in questi mesi di che cosa ci parla se non di una lunga lontananza dalla nostra stessa natura umana? 
La società non è molto diversa da un terreno, ci sono molte realtà che devono collaborare perché sia in equilibrio e l’equilibrio di quella occidentale è stato lentamente e inesorabilmente distrutto dal percolato tossico del Sessantotto.

Si parla molto del Dopo Covid come del Dopoguerra ma c’è un fatto fondamentale che non si prende in considerazione: la guerra aveva reso anche le persone giovani, come i miei genitori, resilienti e capaci di affrontare sfide e sacrifici e, oltre a ciò, avevano quasi tutti una famiglia alle spalle con la ricchezza di complessità e relazioni che questo comporta. Ma ora? Cos’hanno alle spalle i bambini e i ragazzi che costituiranno la società del domani? Un mondo fluttuante, senza memoria, che continua a ripetere che non siamo altro che scimmie casualmente fortunate, inconsapevoli schiavi dei nostri geni e devoti servitori dei capricci del nostro inconscio; frammenti di famiglie, relazioni precarie o succubi, comunque non educanti; 
una scuola che si accontenta, che non chiede e non dà il massimo. Nessuna sfida viene posta loro se non la modesta richiesta di disturbare il meno possibile. Un ragazzo che non disturba è un ragazzo perfetto. 

In realtà basta affacciarsi a qualsiasi scuola primaria per rendersi conto che ormai in ogni classe sono presenti diversi bambini con grossi problemi comportamentali; è sufficiente scorrere anche distrattamente le statistiche dei Centri di Igiene Mentale per accorgersi che i disturbi psichiatrici nell’adolescenza e prima giovinezza dilagano come un’inarrestabile macchia d’olio. Il Covid certo ha accelerato il diffondersi di questi disagi, ma erano già presenti nei disturbi alimentari, negli atti di autolesionismo, nell’abuso di alcol e di droga — che rendono ancora più gravi i problemi mentali — nella ferocia intergenerazionale sempre più forte che si manifesta con la crescita esponenziale di atti di bullismo e di gogna digitale, di sadismo libero e gratuito usato come espressione quotidiana.

Accanto a questa drammatica realtà, per fortuna, 
c’è anche una generazione di ragazzi meravigliosi, meravigliosi per la libertà, per l’apertura mentale, per l’impegno e la serietà che dimostrano in ogni cosa che fanno. Sono coloro che hanno avuto il dono di essere accompagnati nella loro crescita da adulti in grado di vederli, di prendersi cura di loro: i genitori, principalmente, ma anche un nonno, una zia, un professore, una guida spirituale.

Che cosa offre la nostra società a questi ragazzi? L’impossibilità di imparare seriamente un mestiere, un’università parcheggio, in cui le lauree, divenute in molti casi inutilmente quinquennali, conducono nella plaga umiliante degli stage semigratuiti, di costosissimi master che si susseguono implacabili spesso ben oltre la soglia dei trent’anni.

In cinquant’anni, il percolato tossico ha sottilmente avvelenato tutto ciò che costituiva le ragioni del nostro esistere, ha ridicolizzato e distrutto i legami familiari, trasformando l’atto di mettere al mondo un figlio in un’attività non molto diversa da quella di alcuni pesci che fanno le uova e poi le abbandonano, lasciandole trasportare dalle correnti dell’acqua, dove per noi le correnti dell’acqua sono le istanze educative del mondo dei media che tutto hanno a cuore tranne la reale crescita della persona. Il percolato tossico ha deriso con ossessiva perseveranza qualsiasi cosa contenesse in sé il principio della costruzione e dello sforzo, propagando un edonismo individualista sventatamente allegro ma intorno al quale si aprono in realtà terrificanti abissi di solitudine e di disperazione.

E, di questo progressivo scempio, la cultura è stata purtroppo quasi sempre fedele ancella; fedele e vigile, in quanto pronta ad eliminare dal suo orizzonte chiunque avesse percepito l’odore dell’incendio che stava divampando e avesse osato denunciarlo.

Credo che il virus, in qualche modo, ci abbia posto davanti a un muro e questo muro ci dice che è giunta l’ora di invertire la rotta. La si può invertire però soltanto parlando della vera essenza dell’essere umano e non di quella propagandata da cinquant’anni di servile nichilismo. Perché noi esseri umani siamo capaci di compiere abominevoli orrori, sappiamo sguazzare nelle più bieche bassezze, ma 
siamo anche in grado di creare la bellezza, attraverso la musica e l’arte, di progettare grandi opere al servizio del bene comune e di illuminare il grigiore di ogni giorno con la nostra capacità di amare.

E l’amore non è predeterminato da qualche frammento di Dna ma da una scelta interiore che ha che fare con la consapevolezza del bene e con l’uso della volontà. Posso fare del male, perché è più facile, più comodo, più immediato, ma scelgo di non farlo perché so riconoscere la fondante importanza del bene.

Il grande inganno, la grande decostruzione, la forza sottile e indistinta capace di togliere la luce a ogni sguardo, è proprio questa: considerare l’equivalenza di tutte le cose, il loro uso unicamente secondo un’egoistica e primaria necessità. Non esiste il «noi» in questo mondo fluido e senza confini, esiste solo l’«io» con le sue protervie, ed è un «io» sempre più incattivito per la sensazione di vuoto e di vacuità di tutto ciò che lo circonda.

Mi piace pensare che il virus, oltre a seminare disperazione e morte, abbia cominciato ad aprire una feritoia in questo muro in grado di far riaffiorare la ricchezza del «noi» davanti alla povertà dell’«io». E che questa sottile lama di luce ci dia il coraggio di parlare nuovamente di realtà importanti, ricordando soprattutto che
 l’essere umano realizza il suo destino soltanto quando è in grado di compiere delle scelte, perché nei momenti difficili, come ci ha ricordato il nostro premier Mario Draghi il 25 aprile, ci sono momenti in cui «non scegliere è immorale».

 
 
 

E' tempo di rivalutare

Post n°3588 pubblicato il 04 Maggio 2021 da namy0000
 

2021, Avvenire 30 aprile

Religione. È tempo di rivalutare l'«anarchia cristiana» di Jacques Ellul?

Nuova edizione per il classico del pensatore francese sull’urgenza per le Chiese di tornare all’idea di libertà delle origini

Mè suskematìzesze: non conformatevi alla mentalità di questo secolo. Così san Paolo sollecitava i fedeli a una vera metànoia, una conversione che comportasse un capovolgimento del cuore e della mente rispetto al modo di pensare prevalente nella società del tempo, quella pagana dell’impero romano. Jacques Ellul, filosofo e sociologo assai critico verso il capitalismo e la tecnocrazia, riteneva che il Vangelo fosse «sovversivo in ogni direzione».

Non sorprende allora che una delle sue opere più singolari, Anarchia e cristianesimo, pubblicata in edizione originale nel 1988, non solo fosse dedicata ai rapporti fra il movimento anarchico col mondo cristiano, ma in primo luogo invitasse i credenti in Gesù a una lettura anarchica della Bibbia, svincolando in tal modo le Chiese da un rapporto insano col potere. Lui, teologo protestante, aveva nel mirino soprattutto la Chiesa cattolica per i suoi compromessi con i politici di ogni tempo e luogo, ma non era certo tenero con luterani ed evangelici, ricordando come proprio Martin Lutero sin dagli inizi legò il successo della sua predicazione agli accordi con i prìncipi tedeschi.

Il saggio di Ellul torna in libreria per i tipi di Eleuthera con una prefazione di Goffredo Fofi e un’introduzione di Mimmo Franzinelli
pagine 176, euro 15,00). Come annota Fofi, quella di Ellul è «un’insolita e forte difesa di una visione anarchica del cristianesimo scritta a uso dei cristiani». Credente convinto e al contempo simpatizzante di quella corrente anarcosindacalista che ebbe una sua importante specificità nel ’900, distaccandosi sia dal comunismo marxista che dall’anarchismo violento, Ellul tesse un elogio della disubbidienza civile nei confronti dello Stato, che anche nelle società democratiche, dopo il crollo dei totalitarismi, continua a porsi come un Moloch onnipotente che schiaccia l’individuo. «Stiamo sperimentando una crescita quasi infinita della sua potenza e della sua autorità, della sua capacità di controllo sociale, che hanno trasformato tutte le nostre democrazie in ingranaggi più totalitari dello Stato napoleonico!». Il dilagare dello Stato è fatto di propaganda e di conformismo, nonché «della volontà di trasformare gli individui in produttori-consumatori».

Ora, fatte salve talune esagerazioni, si deve tener conto che queste frasi venivano scritte prima dell’era di Internet: oggi siamo ancora più avvertiti della necessità di una presa di distanza dalle forme di potere che allungano i loro tentacoli sull’esistenza quotidiana. Ma oltre a questa critica, qui preme segnalare l’interrogazione costante rivolta alle Chiese, accusate di aver tradito la loro missione e invitate, come sottolinea Franzinelli, a «riscoprire la dimensione utopica e l’anelito libertario delle origini ». Ellul riconosce che «la situa- zione è migliorata da quando le Chiese non hanno più il potere»: un dato acquisito con la modernità (Paolo VI definì provvidenziale la caduta di Porta Pia, cioè la fine del potere temporale dei papi) e ancor più con la postmodernità. Anche se ancora Franzinelli ha buon gioco a rammentare come in vari Paesi europei «la logica del cattolicesimo » continui a guardare troppo spesso a un rapporto privilegiato con gli Stati e con i governi. Giurista e pacifista, amico di Ivan Illich, Ellul partecipò a mobilitazioni sociali e sindacali diventando vicino alle istanze dell’ecologismo radicale, ma visse sempre con difficoltà il suo impegno nella sinistra militante, che spesso lo emarginò per la sua fede esplicita.

Nel libro Ellul non nasconde certo come nell’ambito del pensiero anarchico si sia sempre manifestata la volontà di colpire la religione e le Chiese, ritenute organiche e complementari al potere borghese. Così come non dimentica le prese di posizione di tanti esponenti ecclesiali, a partire da Leone XIII, contro l’anarchismo, per il suo desiderio di scardinare l’ordine sociale. Ciò nonostante, in lui prevale il tentativo di ritrovare nell’Antico e nel Nuovo Testamento l’idea di riscatto, non solo religioso ma anche sociale e politico. Una linea che nel Medioevo e nell’età moderna sarebbe giunta ai movimenti ereticali e pauperistici, da fra’ Dolcino a Thomas Muntzer e Gerrard Winstanley. Il cristianesimo per Ellul è la «religione della libertà».

La fede cristiana, dice, «non immette in un universo di doveri e di obblighi, ma piuttosto in una vita libera» e cita le epistole di Paolo a sostegno delle sue tesi. «Non cerco affatto - precisa ancora - di dire ai cristiani che devono diventare anarchici»: si tratta piuttosto di essere anticonformisti e, per dirla con Vaclav Havel, uomini e donne «senza potere ». Richiamandosi a Francesco d’Assisi e, più di recente, a Charles de Foucauld, è la riduzione della fede «da messaggio libero e liberatorio a una morale» a non andargli a genio. L’esempio ancora una volta è quello di Gesù, che rifiuta di sottomettersi all’autorità, di qualsiasi tipo sia, politico o religioso, e che non baratta la sua missione con «i regni di questo mondo» come gli propone il Tentatore. Certamente, Cristo non fu un leader politico e meno che mai suggerì l’impiego della violenza, ma secondo Ellul fu un vero «contestatore globale », che dinanzi a scribi o farisei, o a Pilato, dimostrò «ironia, disprezzo, non cooperazione, indifferenza e, talvolta, accusa». Il percorso di Ellul, singolare e a volte con punte estreme, coincide curiosamente con l’analisi di uno dei padri del Concilio, Henri de Lubac, che mentre era impegnato nella Resistenza antinazista scrisse il saggio Proudhon e il cristianesimo (in Italia pubblicato da Jaca Book nel 1985 e più volte ristampato).

Il filosofo fu certamente nell’800 «uno dei grandi avversari della nostra fede», ma ciò non toglie che il suo anelito alla giustizia conservasse, a differenza di Marx e dei suoi epigoni, un’istanza religiosa. Egli fu «un testimone del risveglio e della rivolta delle classi popolari e anche un testimone, terribilmente parziale ma spesso perspicace, del cristianesimo della sua epoca. Soprattutto, il problema religioso non ha mai smesso di preoccuparlo, e mai egli l’ha considerato semplicemente risolto. È questo che lo distingue da tanti altri». Che lezione imparare da questo protagonista della lotta del socialismo secondo il teologo che negli stessi anni denunciava «il dramma dell’umanesimo ateo»? De Lubac rispose così alla lettera di un non credente che chiedeva, incuriosito, come fosse possibile che un cattolico avesse potuto parlare dell’anticlericale Proudhon con simpatia: «La Chiesa, che dall’esterno sembra a volte imporre ai suoi fedeli un conformismo quasi tirannico, è invece, per quelli che si sforzano di vivere del suo spirito, lo Spirito stesso di Cristo, come un ampio seno materno, in cui tutto ciò che è autenticamente umano viene alla fine accolto con lo stesso amore, qualunque siano le differenze e originalità ». Una lezione che il cattolicesimo avrebbe fatto propria grazie al Concilio.

 
 
 
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