Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

 

Amiamo i nostri figli

Post n°2716 pubblicato il 16 Luglio 2018 da namy0000
 

Noi, uomini e donne, amiamo molte cose, ma soprattutto amiamo i nostri figli. Per questo la riconciliazione vera tra un genitore e un figlio è tra le gioie più sublimi della terra, forse la più grande. La parabola del "figliol prodigo" è tra le parabole più belle e note dei Vangeli, anche perché ci parla di un figlio che ritorna a casa e di una riconciliazione. Ma quando usciamo dalla parabola di Luca e scriviamo le parabole di carne della nostra vita, ci accorgiamo che i figli ritornati quasi sempre ripartono. Ritornano nei porcili, dilapidano ancora la loro parte di eredità, e qualche volta ritornano per prendersi anche il resto che non "spetta" loro. La gioia delle famiglie e delle comunità spesso va trovata e gustata in quel lasso di tempo che passa tra un ritorno e una ripartenza, nello spazio che si trova tra il "bacio del padre" e il "bacio di Giuda".

Assalonne è tornato a Gerusalemme, ma Davide, suo padre, non lo vuole incontrare: «Si ritiri in casa e non veda la mia faccia» (2 Samuele 14,24). Dopo due anni, con la mediazione di Ioab, riesce a incontrare suo padre: «Il re fece chiamare Assalonne... E il re baciò Assalonne» (14,33). Il bacio, cioè la piena riabilitazione. Ma appena riabilitato, Assalonne inizia a preparare il suo piano per soppiantare suo padre (15,1). Assalonne ci era stato presentato con il tipico aspetto dell’eroe guerriero: «In tutto Israele non vi era uomo bello quanto Assalonne. Quando si faceva tagliare i capelli - e se li faceva tagliare ogni anno, perché la capigliatura gli pesava troppo e perciò li tagliava -, egli pesava i suoi capelli e il peso era di duecento sicli» (14,25-26). Era anche nipote di un re (3,3). Un ritratto che ricorda da vicino Saul, un’ombra reale che continua a seguire e perseguitare lo sviluppo della vita Davide. Con la scusa di voler sciogliere un voto che aveva fatto a YHWH nel tempo del suo esilio - è antico il vizio di avvolgere le motivazioni politiche e cospirative con un involucro religioso -, Assalonne ottiene dal padre il permesso di recarsi a Ebron, dove però si auto-proclama re. Attorno al pretendente al trono inizia a crescere il consenso popolare. La congiura diventa «potente» (15,12), finché un giorno un messaggero annuncia a Davide: «Il cuore degli Israeliti è con Assalonne» (15,13). Allora Davide disse a tutti i suoi uomini: «Alzatevi, fuggiamo; altrimenti nessuno di noi scamperà dalle mani di Assalonne» (15,14).

Mentre Davide si appresta a fuggire, molto bello è il dialogo tra Davide e un filisteo, Ittai, uno straniero, capo di un popolo sconfitto, venuto con seicento uomini per stare al fianco del re. Davide lo invita, lealmente, a restare in città con Assalonne (15,19). Ittai non accetta, resta accanto al re, e dice parole che richiamano, quasi alla lettera, il dialogo tra Rut e sua suocera Naomi, uno dei più belli di tutta la Bibbia: «Per la vita del Signore e la tua, o re, mio signore, in qualunque luogo sarà il re, mio signore, per morire o per vivere, là sarà anche il tuo servo» (15,21). Qui Davide non ha per Ittai nessuna parola di ringraziamento; ma più tardi, quando inizierà la guerra, lo nominerà capitano di un terzo del suo esercito (18,2). Nelle reciprocità decisive della vita, le parole, già grandissime, sono troppo piccole, e restano strozzate in gola. In questi incontri bellissimi e tremendi, si parla senza parlare.

Davide lascia la città con la sua gente e la sua famiglia: «Tutta la terra piangeva con alte grida. Tutto il popolo passava, anche il re attendeva di passare il torrente Cedron, e tutto il popolo passava davanti a lui prendendo la via del deserto» (15,23). Tutta la terra piangeva. Un esodo all’incontrario, un nuovo fiume da guadare per un nuovo combattimento, un altro calice da bere che non si vorrebbe bere. Un altro pianto per Gerusalemme e per i suoi figli: «Davide saliva l’erta del Monte degli Ulivi, saliva piangendo e camminava con il capo coperto e a piedi scalzi» (15,30). Davide vive quella fuga come un pellegrinaggio di un penitente, come un lutto, come una espiazione di colpe commesse, che YHWH e lui conoscono bene. E piange. Anche il re piange, e la Bibbia non ha paura di dircelo.

Lungo la strada lo raggiunge un amico, di nome Cusai. Davide lo invita a restare in città e conquistarsi la fiducia di Assalonne come suo consigliere militare - Cusai riuscirà nel suo rischioso e difficile compito di agente segreto nel campo nemico (17,14), perché Assalonne preferirà il consiglio di Cusai a quello del più autorevole Achitòfel, il nonno di Betsabea, che in seguito alla bocciatura del suo piano si impiccherà (17,23).

Durante la sua fuga verso il Giordano, Davide fa un altro incontro significativo con un beniaminita, un discendente della casa di Saul: Simei. L’uomo «usciva imprecando e gettava sassi contro Davide… Così diceva Simei, maledicendo Davide: "Vattene, vattene, sanguinario, mascalzone! YHWH ha fatto ricadere sul tuo capo tutto il sangue della casa di Saul, al posto del quale regni; YHWH ha messo il regno nelle mani di Assalonne, tuo figlio, ed eccoti nella tua rovina, perché sei un sanguinario"» (16,5-8). Il fantasma di Saul prende la parola e opera, a dirci che il partito sconfitto di Saul nel corso della prima guerra civile vinta da Davide era ancora vivo - non basta eliminare i nemici per cancellare tutte le loro parole, sarebbe troppo facile e troppo ingiusto. Simei legge la ribellione di Assalonne con il registro della teologia retributiva: Davide sta subendo per mano di suo figlio le stesse pene che aveva procurato a suo "padre" Saul. Anche Davide è dentro la medesima lettura, e così non respinge quella maledizione. Lascia Simei scagliargli addosso le sue pietre e le sue parole più dure delle pietre, e vive questo incontro come espiazione e come riparazione - non capiamo il capitalismo se dimentichiamo questa lettura economica della fede che attraversa anche la Bibbia. Davide non si dichiara innocente (non era solo Simei a pensarlo un usurpatore), e vive quella maledizione come un prezzo da pagare per sperare in una nuova benedizione: «Questo beniaminita, lasciatelo maledire, poiché glielo ha ordinato il Signore» (16,11).

È bella questa mitezza di Davide che, docile, piega il capo sotto la sassaiola di Simei. L’attribuisce addirittura a un possibile "ordine di YHWH", e quindi si fa toccare e ferire dal saulita: «Simei camminava sul fianco del monte, parallelamente a Davide, e camminando lo malediceva, gli tirava sassi e gli lanciava polvere» (16,13).

Di fronte alle maledizioni che, puntualmente, incontriamo nel cammino e nei deserti, possiamo provare a respingerle e a eliminarle (come volevano fare i militari di Davide: 16,11), tapparci le orecchie e il cuore per non sentirle. Oppure le possiamo accogliere miti, facci toccare la carne, farci da loro in-segnare il mestiere del vivere, imparando l’umiltà-humilitasdall’humus che ci viene tirato addosso: «Il re e tutta la gente che era con lui arrivarono stanchi presso il Giordano, dove ripresero fiato» (16,14).

Assolonne prepara la guerra e segue il consiglio dello scaltro Cusai, il quale manda messaggeri da Davide per informarlo della strategia che seguirà Assalonne, e quindi comportarsi di conseguenza (17,16). La battaglia ebbe luogo nella foresta di Èfraim, l’esercito di Assalonne è sconfitto: «La strage fu grande in quel giorno: ventimila uomini… La foresta divorò in quel giorno molta più gente di quanta non ne avesse divorata la spada» (18,7-8). La foresta divorò anche il figlio del re: «Assalonne cavalcava il mulo; il mulo entrò sotto il groviglio di una grande quercia e la testa di Assalonne rimase impigliata nella quercia e così egli restò sospeso fra cielo e terra, mentre il mulo che era sotto di lui passò oltre» (18,9). 

Un altro figlio sospeso tra cielo e terra, tradito dalla sua meravigliosa capigliatura, che tanti aveva affascinato e sedotto - non è raro che sia il nostro talento a frenarci la corsa nelle battaglie decisive. È molto tragica questa immagine di Assalonne appeso alla quercia, infinitamente vulnerabile, inerme e sconfitto. L’autore biblico ci dice in quale campo sta in questa battaglia. In quello di Davide, perché è lì che colloca il cuore di YHWH. Assalonne è un ribelle, che voleva far deragliare dal suo corso la storia della salvezza. E così, ex-post, ci narra, con insufficiente pietas, la triste fine di questo figlio appeso: «Ioab Prese in mano tre lance e le conficcò nel corpo di Assalonne, che era ancora vivo nel folto della quercia» (18,14). Un altro figlio, innalzato da terra, trafitto nel costato. Eppure Davide aveva detto a Ioab e ai suoi generali: «Trattatemi con riguardo il giovane Assalonne!» (18,5). Ma Ioab non trattò con "riguardo" il giovane, e come aveva eseguito l’ordine di Davide di uccidere Uria l’ittita per mano degli Ammoniti (cap. 11), ora uccide con le sue proprie mani quel figlio - il mestiere delle armi non conosce "riguardo" per i giovani.

Ma noi non siamo costretti a restare sul campo del vincitore. Possiamo, dobbiamo decidere se continuare la lettura del capitolo "passando oltre" e così lasciare quel giovane appeso alla quercia, oppure metterci a cercare il mulo che era "passato oltre", caricarvi il corpo ferito di Assalonne e accompagnarlo al primo albergo. Quando ci imbattiamo in un crocifisso, non possiamo farlo risorgere, ma possiamo decidere di restare sotto la sua croce.

Dopo l’Appeso al legno, non siamo più innocenti se "passiamo oltre" un figlio sospeso tra cielo e terra e trafitto nel costato, senza domandarci se sia colpevole o innocente. Tutta la Bibbia è parabola, tutta è esercizio morale che ci viene proposto per diventare più umani. Se ora, leggendo, non ci fermiamo davanti a questo figlio appeso che il padre aveva chiesto invano di trattare con riguardo, domani non ci fermeremo di fronte ai sospesi tra cielo e terra che popolano le nostre strade, i nostri mari, le nostre foreste, che il Padre ci continua, invano, a chiedere di trattare con riguardo. Se non proviamo a compiere questo esercizio doloroso e difficile, la Bibbia diventa soltanto un testo per il culto sacro, e appassisce. È invece imparando a fermarci e a prenderci cura delle vittime che incontriamo nell’esercizio della lettura, che possiamo sperare di non trasformarci, un po’ alla volta e senza accorgercene, in un altro Iaob che troverà nuove buone ragioni politiche per infilzare con tre lance un altro figlio sospeso.
l.bruni@lumsa.it

 
 
 

Reagire al male

Post n°2715 pubblicato il 16 Luglio 2018 da namy0000
 

Intervista. Padre Zanotellii: preghiera e disobbedienza per i migranti, reagire al male - Paolo Lambruschi, Avvenire sabato 14 luglio 2018

Appello del comboniano che prosegue sotto Montecitorio il 'digiuno di giustizia' cui hanno aderito anche monasteri e suore di clausura. «Per salvare vite le chiese diventino rifugi»

Mentre si prepara al turno odierno del 'digiuno di giustizia', nella staffetta ideata da preti e suore di strada sotto le finestre di Montecitorio contro le politiche di chiusura del governo, padre Alex Zanotelli ripensa alla vicenda dei 67 migranti della nave Diciotti cui il Viminale ha negato a lungo l’ingresso in porto. «Siamo arrivati a un punto – afferma il comboniano – di una gravità estrema. Praticamente abbiamo sfiorato una crisi istituzionale dello Stato democratico. Un cortocircuito, per fortuna è intervenuto il Capo dello Stato. Un uomo solo, il ministro dell’Interno, pretende di decidere il destino di tanta povera gente. Quello che mi fa più male è che si sta giocando sulla pelle di tanti poveri disgraziati che stanno scappando, in una maniera o in un’altra, da situazioni insostenibili. Perciò stiamo portando avanti questo digiuno a staffetta a Roma in solidarietà con i migranti».

Lo avete cominciato partendo da piazza San Pietro. Perché?

Per dimostrare la nostra vicinanza a papa Francesco che è isolato in questo momento. Abbiamo ricordato le parole molto importanti che ha pronunciato nell’omelia a Lampedusa 5 anni fa: 'Avete mai pianto quando avete visto un barcone affondare?'. Ha toccato il punto, la sofferenza dell’altro non ci tocca più. La disumanizzazione è lampante e questo è orribile. Altra sua frase da meditare è quella di Lesvos: 'Quando guardiamo negli occhi i bambini dei campi profughi comprendiamo la bancarotta dell’umanità'. È il cuore del problema e sembra che il governo italiano non ne sia toccato.

Come va il 'digiuno di giustizia'?

Abbiamo avuto molta solidarietà da parte di monasteri, suore di clausura e da tanti cittadini che hanno spontaneamente aderito. Per verificarlo basta andare sulla pagina Facebook 'Digiuno di giustizia'. Siamo molto contenti perché hanno cominciato digiuni locali. La gente comincia a prendere coscienza e reagire davanti al male, che ormai non pare più tale, è una cosa ovvia. È la banalità del male.

Che è arrivato in fretta. Come lo spiega?

Il problema è profondo. Non ce ne siamo mai accorti e l’arrivo degli stranieri ha dimostrato un’evidenza: noi europei, anche noi italiani, siamo razzisti. Mi spiego. In cinque secoli abbiamo maturato un senso di superiorità europea. Noi siamo la civiltà, la cultura, la religione, la filosofia. Questo ha fatto da sostrato allo schiavismo, al colonialismo, al neocolonialismo e alla globalizzazione. Ora il razzismo viene a galla perché queste persone stanno arrivando qui. Finché erano lontane facevamo adozioni a distanza ed era facile fare la carità. Ma da quando vengono a disturbare il nostro stile di vita, è difficile fare adozioni a vicinanzaCosa richiede questo tempo? La preghiera, fondamentale per i credenti. Ma non basta. Serve una preghiera che lotti insieme a Dio davanti a queste tragedie per cambiare le cose. Noi cristiani dobbiamo reagire. Il Papa ci ha chiesto di urlare, di non avere paura. Allora dobbiamo con saggezza cominciare a fare disobbedienza civile se serve a salvare vite umane. Quella disobbedienza che ci ha insegnato Gesù nel Vangelo, quella non violenta di Gandhi e Martin Luther King. È in gioco la vita di donne, bambini, uomini. Propongo alla Chiesa italiana di seguire l’esempio statunitense e diventare sanctuary, rifugio per chi è destinato ad essere deportato in Paesi dove rischia la morte. Non possiamo permetterlo. Era una pratica in voga negli anni 80 e che la Chiesa cattolica nordamericana ha ripreso con Trump.

La rabbia di chi è povero e italiano spesso si sfoga contro gli stranieri, come in una guerra. Non ci siamo dimenticati di loro troppo a lungo?

È vero. Perciò ho scelto di vivere a Napoli nel Rione Sanità accanto alla gente. È fondamentale che la Chiesa stia accanto a tutti i poveri e, mi permetta, non sempre lo è stata. Ringrazio il Papa per la sua chiarezza su questo. Alla fine è più tollerabile la miseria in Africa perché in un ghetto vivono tutti la stessa condizione. Qui essere esclusi è intollerabile, ecco perché certi partiti alimentano la rabbia e riscuotono consensi.

 
 
 

Esempio di onestà

Post n°2714 pubblicato il 16 Luglio 2018 da namy0000
 

“Esempio di onestà. Lo ha raccontato in un’intervista al giornalista scomparso Enzo Biagi, Ettore, il figlio del sarto del primo Presidente della Repubblica Italiana Enrico De Nicola: un politico dallo stile di vita estremamente modesto. ‹‹Venne il segretario personale di Enrico De Nicola, papà fu invitato a recarsi nella sua residenza privata, la villa di Torre del Greco, e mi volle portare con sé. “Vieni, andiamo da sua Eccellenza il Presidente, mi vuole, forse vorrà rifarsi il guardaroba con tanti nuovi abiti, ci sarà lavoro, caro figlio, e ci voleva proprio con questa mala stagione tanto lunga!››. Prendemmo il tram, che sferragliò lungo tutto il corso San Giovanni a Teduccio, Portici, Resina e infine stazionò a Torre, dove ci incamminammo a piedi fin su, verso la bellissima villa alle falde del Vesuvio. Ci accolse una signora bionda tanto gentile e sorridente, la governante svizzera; ci fece entrare in un salone pieno di luce con una grande veranda che affacciava dal lato del vulcano. Mai visto così da vicino il gigante brontolone, le gialle ginestre salivano su su quasi a voler far propria tutta la montagna, poi, da un certo punto, la linea del colore finiva e la sfumatura scura della pietra lavica prendeva il sopravvento con i suoi riflessi viola rifranti da un sole tiepido d’autunno. Eppure, non erano lontani i giorni della terribile eruzione del 1944, quando da Napoli avevo visto scintille, fuoco e cenere, espulsi con inaudita violenza dal comignolo del cratere, cadere giù fin verso il mare, e la cenere, con il vento, arrivare fin da noi. Mentre attendevamo, papà mi parlò ancora di quanto fosse importante l’uomo che stavamo per incontrare, niente di meno che il primo presidente della Repubblica Italiana. Ero curioso, eccitato, e fui colpito immediatamente, quando entrò, dalla sua simpatia, dalla sua cortesia verso papà, e anche dell’attenzione che rivolse a me, che mi fece sentire orgoglioso, Don Roberto, questo giovanotto? Mio figlio, Eccellenza, il mio primogenito, cosa farà da grande? Per ora va a scuola, poi, se è bravo, imparerà il mestiere. Bene, bene, mi diede un buffetto al viso, la prossima volta che verrai avrai una bella cosa. Che cosa sarebbe stata quella bella cosa? Che cosa voleva darmi il Presidente? La mia curiosità era destinata a rimanere inappagata per tutta la vita! Papà, intanto, speranzoso, comincia a sfogliare, per mostrarle le mazzette del campionario di stoffe, tirandole fuori da una grossa scatola che aveva portato con sé. La governante entrò portando un vecchio cappotto. Il Presidente disse: ‹‹Questo me lo dovete rivoltare, e mi serve al più presto››, ‹‹Eccellenza, questo proprio non è possibile, bisogna scucirlo per bene e portarlo dal rammendatore››, ‹‹no, no, non c’è bisogno, rivoltatelo semplicemente così com’è››, ‹‹mi perdoni, Eccellenza, ma il taschino a destra, proprio no, non è possibile, bisogna fare il rattoppo››, ‹‹quanto costa?››, ‹‹quanto è necessario per un lavoro di grande precisione, ma sarà come nuovo, glielo garantisco, la stoffa è buona, è roba inglese››” (Roberto Pessina, Famiglia in dialogo, n. 80, marzo-aprile 2015).

 
 
 

Una malattia genetica compromette

Post n°2713 pubblicato il 15 Luglio 2018 da namy0000
 

Matteo, di soli 9 anni, ha una disabilità che lo costringe in carrozzina perché una malattia genetica compromette la sua possibilità di autonomia motoria. Per questo dipende in tutto e per tutto dagli altri, ma ciò nonostante lui vuole aiutare il prossimo. Perciò si reca sempre a San Gregorio presso l’Istituto Salesiano Sacro Cuore, dove sono accolti tanti ragazzi bisognosi, arrivati da terre lontane, fuggiti dalla miseria e dalla guerra. Sono i minori stranieri non accompagnati. A San Gregorio sono più di 60 e arrivano per lo più dall’Africa. Non parlano l’italiano, ma con Matteo, che ha pure difficoltà linguistiche per la disabilità, c’è un’intesa fatta di sguardi, abbracci e bene reciproco. Matteo vuole andare sempre a trovarli, per aiutarli, ma riceve lui stesso aiuto e attenzione: è incredibile come questi ragazzi si prestino subito verso lui e le sue necessità, lo sappiano prendere dalla carrozzina per tenerlo in piedi. In questo istituto salesiano si avverte ciò che don Bosco diceva: ‹‹La prima felicità di un fanciullo è sapersi amato››. Il bene che Matteo esprime è contagioso e ha fatto sì che, attraverso di lui, la sua mamma e a catena tanti amici e conoscenti si siano avvicinati come volontari. Ciò che rende speciale questo gruppo è Matteo, sempre presente, che si adopera al momento di apparecchiare la tavola proprio per mettersi a servizio, che intrattiene i ragazzi con la musica, gioca con loro in una perfetta integrazione reciproca. La mamma di Matteo mi ha scritto: ‹‹Dobbiamo a don Cristian l’aver saputo vedere in Matteo un dono ancora più speciale, l’avergli aperto le braccia accogliendolo in oratorio lo scorso anno e mettendolo nelle condizioni di servire sull’altare. Don Cristian è per noi espressione della bontà divina, della sua misericordia››. (C.F.S., FC n. 8 del 19 febbr. 2017).

 
 
 

E' ormai diventato comune

Post n°2712 pubblicato il 14 Luglio 2018 da namy0000
 

È ormai diventato comune tratteggiare scenari cupi sul lavoro di domani. È urgente discuterli e, possibilmente, arricchirli e rettificarli, perché il lavoro oggi ha bisogno soprattutto di sguardi generosi e di parole realiste ma piene di speranza. Sociologi, filosofi, giornalisti, futurologhi, continuano a ripeterci che di lavoro ce ne sarà sempre meno, che nell’età di internet e dell’intelligenza artificiale dobbiamo rassegnarci a lasciare fuori dal lavoro più o meno la metà della gente in età lavorativa. Saranno le macchine a lavorare per noi, noi semplicemente faremo altro, e sopravvivremo grazie alla grande produttività dei robot che consentirà a tutti di ricevere una somma di denaro sufficiente per vivere. I più abili e formati lavoreranno in sinergia con i computer, e faranno funzionare perfettamente il sistema economico, che sarà talmente perfetto da non aver più bisogno di noi.

In fondo, qualcuno aggiunge, nelle civiltà passate, i lavoratori veri e propri sono stati sempre pochi: la maggior parte della popolazione era infatti composta da cortigiani, nobili, monaci e religiosi, mendicanti, malati, servi, schiavi, o donne che non erano nel 'mercato del lavoro' (anche se hanno lavorato sempre più di tutti). Altri scenari già più positivi immaginano – sempre in un quadro di un lavoro sempre più scarso – che dovremo ridistribuire il lavoro rimasto, lavorando tutti meno per poter lavorare tutti. La settimana lavorativa si ridurrà cosi a 15 o al massimo 20 ore. Lavorare come attività prevalente delle persone adulte, sarebbe stata una fase storica durata più o meno un secolo e mezzo in Occidente, e presto torneremo nella situazione che ha caratterizzato l’umanità per millenni. Una eccezione, una parentesi, una eclisse, una anomalia.

Se questo paesaggio fosse davvero l’unico o soltanto quello più probabile, dovremmo davvero essere molto preoccupati. Ma, grazie a Dio, sulla linea dell’orizzonte ci sono colori meno cupi, che fanno pensare e sperare che il tempo di domani sarà bello. Innanzitutto, dovremmo capire un po’ meglio che cosa è diventato il lavoro in questo secolo e mezzo diverso della traiettoria dell’Occidente. Il lavoro come lo conosciamo oggi non è il frutto di una evoluzione graduale nei secoli passati. No, il lavoro moderno è soprattutto una invenzione, una immensa innovazione arrivata da una congiunzione astrale di molti elementi: l’Umanesimo, il cattolicesimo sociale, la Riforma protestante, il movimento socialista, la cooperazione, i movimenti sindacali, le ferite dei fascismi e delle guerre. Grazie a tutto ciò, in quel breve lasso di tempo il lavoro ha dato vita alla più grande cooperazione che la vicenda umana abbia mai conosciuto nella sua lunga storia. Lavorando, e riempiendo il mondo del lavoro di diritti e di doveri, abbiamo creato una rete sempre più vasta fino a coprire quasi tutto il mondo. I prodotti e i servizi che popolano la nostra vita sono il frutto di una cooperazione di milioni e milioni di persone. Perché io possa scrivere e voi possiate leggere questo articolo, c’è bisogno della cooperazione di decine di migliaia di persone, se non di più – dalla redazione del giornale, alle tipografia, le spedizioni, gli aerei e i treni che trasportano le copie, tutta la rete distributiva, l’energia elettrica, la rete internet, l’industria della carta... Non è una cooperazione romantica né carina: a volte lavorare è duro, durissimo, si muore anche lavorando, e si muore anche perché il lavoro è serio e tremendo come lo è la vita. La democrazia è anche questo, una immensa, implicita, forte, capillare, azione congiunta, che moltiplica le opportunità e la biodiversità economica e civile della terra. Il mercato è questa grande cooperazione, anche quando prende la forma della concorrenza – cooperiamo anche competendo, in modo corretto e leale, sui mercati: uno degli errori teorici e pratici più gravi è contrapporre concorrenza a cooperazione.

Imparando a lavorare, e a lavorare con gli altri, abbiamo orientato le nostre energie e la nostra creatività in modo che potessero fiorire pienamente, e raggiungere e servire un numero sempre maggiore di persone. Noi abbiamo molti modi per esprimere la nostra intelligenza, creatività, amore; ma quando lavoriamo la nostra intelligenza-creatività-amore si esalta, si sublima. Diventa qualcosa di meraviglioso. Mozart ha fatto molte cose nella sua vita, ma quando componeva Mozart era Mozart davvero. Il mio amico Vittorio faceva molte cose, di qualità diversa, ma quando riparava le auto era veramente Vittorio. E io ho imparato a conoscerlo quando ho cominciato a guardarlo lavorare, perché quando lavorava, nella fatica e con le dita nerissime, la sua personalità fioriva, e la sua anima più vera si svelava. Lavorare è anche un modo adulto di amare, un modo serio e vero che abbiamo di contribuire al bene nostro e a quello degli altri. Se un giorno tornasse qualcuno dal passato e mi chiedesse: 'ho solo due ore, mostrami la cosa migliore che avete fatto voi umani in questi secoli', non lo porterei in un museo, né in una chiesa: lo porterei con me in una impresa, in una fabbrica, dove la gente sta dando vita ad una grande azione collettiva generativa (e poi salutandolo gli leggerei una poesia che non conosce: l’arte è una alta forma di lavoro). Abbiamo sconfitto mille malattie, siamo arrivati fino a Marte, semplicemente lavorando, e lavorando molto. E se domani riusciremo a sconfiggere le altre mille malattie, a sfamare tutti, a far studiare bene tutti i bambini e i giovani della terra, lo faremo soltanto lavorando, lavorando molto, lavorando meglio, lavorando insieme. Noi esseri umani, non sappiamo fare di meglio sotto il sole. Se, allora, dovessimo smettere di lavorare, o lavorare troppo poco, il vero rischio è che orienteremo le nostre energie in attività meno appassionanti, serie, responsabili, difficili, sfidanti, del lavoro, e, forse, riprenderemo ad esercitarci troppo nell’arte della guerra.

Non è vero che il lavoro finirà. Chi lo dice sottovaluta l’intelligenza, la creatività e l’amore delle donne e degli uomini. Faremo lavori diversi, molti più servizi e meno catene di montaggio, ma continueremo a lavorare, a cooperare a volerci bene lavorando. E domani benediremo la tecnologia che ci ha liberato da lavori poco interessanti per poterne fare di migliori. Siamo stati capaci di produrre macchine e robot così intelligenti da poter fare (quasi) a meno di noi, perché abbiamo lavorato molto, insieme, e abbiamo messo nel lavoro la nostra intelligenza migliore. Finché ci sarà qualcuno che si inventerà qualcosa per soddisfare il bisogno di un altro, finché creeremo occasioni sempre nuove di mutuo vantaggio, il lavoro non finirà. E la nostra vera ricchezza delle nazioni continuerà ad essere la somma dei rapporti mutuamente vantaggiosi che riusciamo a immaginare e poi a realizzare. Finché ci guarderemo gli uni gli altri come portatori di bisogni e di desideri non ancora espressi, e utilizzeremo la nostra meravigliosa intelligenza e il nostro amore creativo, ci sarà lavoro: per tanti, forse per tutti.

Lavoreremo diversamente, ma continueremo a lavorare. Non abbiamo niente di meglio da fare. Continueremo ad esseri fondati sul lavoro, e sul lavoro a fondare la nostra democrazia.  L.bruni@lumsa.it, 19 ott. 2017.

 
 
 
Successivi »
 

AREA PERSONALE

 

ARCHIVIO MESSAGGI

 
 << Luglio 2018 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
            1
2 3 4 5 6 7 8
9 10 11 12 13 14 15
16 17 18 19 20 21 22
23 24 25 26 27 28 29
30 31          
 
 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 

FACEBOOK

 
 
Citazioni nei Blog Amici: 3
 

ULTIME VISITE AL BLOG

Sillaenamy0000impercettibilmentezanzibardgl13annaincantoansa007asettico35RATTLED.SKELETONchiarasanytempestadamore10mission_impossible.0bartriev1LSDtripvololowmarcello.pastore
 

CHI PUÒ SCRIVERE SUL BLOG

Solo l'autore può pubblicare messaggi in questo Blog e tutti gli utenti registrati possono pubblicare commenti.
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom