Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

 

Costruire favole

Post n°2912 pubblicato il 20 Gennaio 2019 da namy0000
 

C’è un’arte in cui il genere umano eccelle: costruire favole per poi sfregiarle. Elenchiamo esempi a prova di questa terribile vocazione.

Stiamo ottimamente nel paradiso terrestre e ci facciamo cacciare.

Un dio manda suo figlio a salvarci e noi lo crocifiggiamo.

Ci caviamo dallo stato di natura e facciamo di tutto per tornarci.

Orchestriamo gloriose rivoluzioni e puntualmente le tradiamo.

Alla prima occasione dichiariamo che la storia è finita, che il messia è arrivato, che la porta del paradiso s’è riaperta, e ricominciamo ad azzuffarci sulla soglia, a voltolarci nell’orrore.

Abitiamo un pianeta di un azzurro strepitoso e lo roviniamo senza speranza.

Ci diamo a sempre nuova scienza e la volgiamo in applicazioni tecniche insensate.

Facciamo nobili dichiarazioni dei diritti umani e appena se ne dà l’occasione li calpestiamo.

Ci giuriamo solennemente amore eterno e gli assegniamo una fine precoce tra lacrime e sangue.

Ci sentiamo al sicuro dentro la regola ma aspiriamo a essere un’eccezione devastante.

E si potrebbe continuare.

A ogni generazione pare che finalmente, aggiustando qua e rivoluzionando là, il tempo delle malefatte sia finito. Ma poi è più forte di noi, sfregiamo l’Eden e ne facciamo lager. Tranne naturalmente che in questo 2019. Bisogna aver fiducia, è la volta buona: raddrizzeremo tutti i torti e non storceremo nessuno dei più sacri diritti. (Domenico Starnone Internazionale n. 1289 del 12 genn. 2019).

 
 
 

Lo sapeva sin da bambina

Post n°2911 pubblicato il 19 Gennaio 2019 da namy0000
 

Che il suo sogno fosse di aiutare gli altri lo sapeva sin da bambina. Ecco allora che le è venuto naturale scegliere di studiare Medicina. Ma solo dopo la morte improvvisa della madre per problemi di cuore Tiziana Aranzulla ha deciso di specializzarsi in Cardiologia e oggi, a 42 anni, è tra le pochissime cardiologhe interventiste donne in Europa (in tutto rappresentano il 10-15 per cento).

Quando l’estate scorsa è stata invitata in Florida al convegno internazionale C3 Complex Cardiovascular Catheter Therapeutic per celebrare il contributo che le donne apportano in cardiologia interventistica, individuando le migliori esperte mondiali, non immaginava che srebbe stata premiata, unica italiana tra le dieci migliori al mondo.

Siciliana nel cuore e di origine, Tiziana Aranzulla, che è nata a Catania per poi studiare a Bologna e specializzarsi con un master in Cardiologia interventistica all’Ospedale San Raffaele di Milano, ha concluso il suo intervento  sulle tortuosità coronariche femminili nelle anziane con uno stralcio della canzone di Modugno La donna riccia: ‹‹Perché le donne spesso presentano coronarie sottili, fragili e tortuose come fossero ricci, appunto, e ogni riccio può diventare, da trattare, “un capriccio”… Quando è mancata la mia mamma ero poco più che ventenne e ho creduto che niente avesse più senso››. Con la sua scelta ‹‹ho voluto trasformare quel dolore in aiuto e onorare la sua morte. Ed ecco allora che mia madre è presente con i pazienti: quando salvo una sua coetanea penso che potrebbe essere lei, o quando, uscita dalla sala operatoria, sorrido, perché voglio che capiscano subito che è andata bene››.

Un mix di passione, amore e impegno che la rende unica. Amata da chi cura, ma anche dai congiunti di chi non c’è più. ‹‹Il figlio di un signore che seguii anni fa mi ha telefonato più volte per dirmi che non mi dimenticherà mai, e che insieme al ricordo del padre porterà per sempre anche il mio. Un altro tutti i giorni mi scrive un messaggio per augurarmi il buongiorno; un altro ancora dice il rosario anche per me. I pazienti che arrivano con un infarto vivono momenti tremendi: sentono che si stanno giocando la vita. Ecco  perché se allora incontrato una professionista con una certa umanità, si sentono più amati, e questo per loro fa davvero la differenza. Essere un bravo medico lo impari sui libri, il resto dai pazienti e dallo scambio che hai con loro››. In un lavoro di grande precisione, tradizionalmente maschile per lo stress e la mole di fatica fisica oltre che mentale: ‹‹Fatto di orari pressanti, di notti di turno, di reperibilità frequenti; dove devi avere tanta forza fisica per muovere un tavolo radiologico con il paziente sopra e altrettanta mentale per mantenere la concentrazione in una ricerca di equilibrio costante anche nel resto della vita. Un lavoro che coincide con la vita, non può che essere così; che è fonte di soddisfazioni, ma inevitabilmente la condiziona››.

‹‹Mi premiano per le competenze, ma anche per l’amore che ho creato››, commenta. E subito dopo rilancia con un impegno: ‹‹Studiare, aggiornarmi, continuare e progredire ma anche diffondere questo messaggio: in quello che fai devi sapere che hai a  che fare con degli esseri umani››.

La fede per lei non è un concetto astratto. ‹‹Leggo il Vangelo tutte le mattine e mi dà forza nei momenti duri. E vi assicuro che ne ho vissuti tanti. Mi ricorda che per tutte le cose belle che accadono bisogna sempre ringraziare, perché se smetti di farlo e pensi che il risultato arrivi solo da quel che hai fatto, finisce il legame con l’Alto e la tensione a qualcosa di migliore. Ecco perché bisognerebbe orientare tutte le nostre azioni, con tutti i limiti umani, al bene››… (FC n. 2 del 13 genn. 2019).

 
 
 

Il "comandante per caso"

Post n°2910 pubblicato il 17 Gennaio 2019 da namy0000
 

‹‹Il libro è nato di getto, ma scrivere mi ha aiutato a rimettere ordine nelle idee, a capire il senso profondo di questa vicenda di guerra e di rivoluzione››. Karim Franceschi, classe 1989, di padre italiano e madre marocchina, ha un’esperienza unica alle spalle. Arrivato nel 2014 a Kobane, nel Nord della Siria, a breve distanza dal confine con la Turchia, per una missione umanitaria, quando la città era già assediata dall’Isis, Karim decide di impegnarsi per la difesa del popolo curdo e per i suoi ideali. Torna a Kobane nel 2015, si arruola nelle Unità di protezione popolare (Ypg) e comincia a combattere. Sopravvive (risultato non da poco, vista la sua totale mancanza di addestramento militare), entra in un commando, poi diventa cecchino. L’ha raccontato ne Il combattente (Bur-Rizzoli), divenuto presto un successo editoriale.

Dopo un anno torna in Italia, dalla famiglia che, quando l’aveva visto partire, nemmeno sospettava che volesse prendere le armi. Ma non è finita. L’Isis resiste, bisogna dargli il colpo di grazia. Così Karim torna a essere heval Marcello (il compagno, l’amico Marcello, in curdo) e riparte per la Siria per partecipare alla liberazione di Raqqa come comandante di un battaglione di volontari stranieri, raccolti e addestrati tra i tanti arrivati da ogni parte del mondo. È la storia raccontata appunto in Non morirò stanotte (anch’esso Bur-Rizzoli), appena uscito.

C’è la guerra, ovviamente. Gli spari, le incursioni, il pericolo, i compagni uccisi, quelli scampati per miracolo. La morte del nemico e il tradimento dell’amico. Il dolore e la gioia. Il difficile rapporto con i curdi, che guardano con diffidenza a questi stranieri spesso ingenui o esaltati. La vittoria, la sconfitta, le distruzioni. E il libro può anche essere letto, giustamente, come un romanzo d’avventura. Non credo però che Karim si accontenterebbe.

‹‹La maggior parte delle persone che ho incontrato››, dice, ‹‹fatica a capire anche solo il quadro generale della guerra in Siria. E fatica ancor più a capire perché un ragazzo come me scelga di rischiare la vita per una realtà così lontana. Il fatto è che noi volontari non siamo tutti uguali, come non lo sono quelli che combattono nelle file dell’Isis. Quando ero a Kobane mi era tutto chiaro: c’era un popolo magnifico con degli ideali stupendi che rischiava di essere massacrato. Feci una scelta di cuore. un po’, credo, come quella dei partigiani scesi in campo contro i nazisti. Una scelta semplice, in fondo. Già a novembre del 2014 la prima linea di difesa era stata annientata dall’Isis, la città resisteva solo grazie ai volontari arrivati dagli ambienti curdi del Medio Oriente e della diaspora e ai civili che avevano preso le armi. Ogni uomo contava. Anche uno come me, che non aveva mai combattuto prima, che non sapeva come muoversi e moriva di paura. A Raqqa era tutto diverso. Combattevamo in una regione dove, a eccezione delle zone dove correva il fronte, la gente viveva una vita normale. Quindi avevo di continuo il tarlo di una domanda: perché devo combattere mentre ci sono giovani come me, di questo Paese, che non lo fanno? Io non amo la guerra, non mi piacciono le armi, non scappo da nulla. Avevo bisogno di una ragione forte per esser lì e la formazione del battaglione dei volontari stranieri è stata una parte della risposta››. ‹‹Avrei bruciato il libro, piuttosto che romanzare ciò che ho vissuto. D’altra parte nel battaglione hanno combattuto venticinque compagni e tutti hanno riconosciuto che non ho inventato nulla. Magari non tutti erano contenti di quel che ho raccontato, ma hanno ammesso che era solo verità››. ‹‹Un ex partigiano, con i lucciconi agli occhi, ha detto: “La tua storia somiglia a quella di Giovanni Pesce”. Cioè a quella di un combattente delle Brigate Internazionali nella guerra di Spagna, poi diventato comandante partigiano e infine insignito della medaglia d’oro al valor militare. Sono figlio di un ex partigiano, per me è stata una cosa grande››. ‹‹Quello dell’identità personale è un tema sempre presente nella mia vita, qualunque cosa faccia. Ma il conflitto identitario che è in me, figlio di due culture, italiana e marocchina, mi è servito per raccontare il più ampio conflitto che c’è in Siria, dove le identità sono molte e in reltà sovrapposte, più che contrapposte››. ‹‹Ci sarà sempre speranza per il futuro. Almeno finché si renderà il giusto onore ai ragazzi e alle ragazze che sono caduti per il Rojava e per i suoi ideali di democrazia e uguaglianza›› (FC n. 2 del 13 genn. 2019)

 
 
 

The Game

Post n°2909 pubblicato il 17 Gennaio 2019 da namy0000
 

2019, Massimo Mantellini, Il Post 14 genn.

The Game, il saggio di Alessandro Baricco sulla trasformazione digitale, volume dal titolo sbagliato ma dai contenuti interessanti.

Baricco fa di sé l’osservatore esterno di una trasformazione sociale che è in corso da un paio di decenni e che solo ora ha destato la sua attenzione. 

lo scrittore-saggista-divulgatore torinese sia stato, nell’Italia a cavallo fra i due secoli, una figura percepita da moltissimi come quella di un intellettuale rilevante.

Il punto di maggior potenza di The Game è  una serie di considerazioni molto centrate ed importanti. Due sopra tutte: quello sull’impossibilità di decodifica del nuovo mondo da parte delle vecchie élite intellettuali e quello sulla necessità di immaginare un nuovo apparato educativo che decodifichi finalmente il circostante.

Baricco scrive che oltre alla crisi economica, vero motore oscuro dell’insoddisfazione palpabile in tutto il paese, un ruolo fondante nell’attuale disgregazione sociale lo ha avuto Internet:

            La seconda ragione è più sofisticata e l’ho veramente capita solo quando mi son messo a studiare la rivoluzione digitale e ho scritto “The Game”. La riassumerei così. Tutti i device digitali che usiamo quotidianamente hanno alcuni tratti genetici comuni che vengono da una certa visione del mondo, quella che avevano i pionieri del Game. Uno di questi tratti è decisamente libertario: polverizzare il potere e distribuirlo a tutti. Tipico esempio: mettere un computer sulla scrivania di tutti gli umani. Potendo, nelle tasche di ogni umano. Fatto. Non va sottovalutata la portata della cosa. Oggi, con uno smartphone in mano, la gente può fare, tra le altre cose, queste quattro mosse: accedere a tutte le informazioni del mondo, comunicare con chiunque, esprimere le proprie opinioni davanti a platee immense, esporre oggetti (foto, racconti, quello che vuole) in cui ha posato la propria idea di bellezza. Bisogna essere chiari: questi quattro gesti, in passato, potevano farli solo le élites. Erano esattamente i gesti che fondavano l’identità delle élites. Nel Seicento, per dire, erano forse qualche centinaio le persone che in Italia potevano farli. Ai tempi di mio nonno, forse qualche migliaio di famiglie. Oggi? Un italiano su due ha un profilo Facebook, fate voi”.

Sul ruolo scatenante degli ambienti digitali si è scritto molto, quasi sempre senza chiare evidenze che non siano il senno di poi e un certo vago ecumenico buonsenso. Ogni volta l’analisi ha fatto il pendolo fra il ruolo liberatorio delle tecnologie (quello che Baricco sostiene qui) e quello coercitivo delle medesime tecnologie (come sostiene Mazzuccato in uno degli articoli di replica usciti sempre su Repubblica nei giorni successivi). Come sempre vi saranno argomenti più o meno solidi per sostenere entrambe le posizioni e sarà (sarebbe) comunque necessario aggiungere alcune specificazioni geografiche, visto che il ruolo delle piattaforme digitali in Italia, in Tunisia o in USA, per ovvie ragioni demografiche e culturali, non potrà in nessuna maniera essere omogeneo…..

Ed è un peccato che per amore di polemica e per personale superbia non ci si riunisca tutti attorno alle conclusioni che Baricco dedica alla sua disanima. Una conclusione che resta idonea qualsiasi idea noi si abbia di quello che sta accadendo.

Servono cultura ed educazione, scrive.
Servirà “non smettere di leggere libri, tutti, fino a quando l’immagine di una nave piena di profughi e senza un porto sarà un’immagine che ci fa vomitare.”

 
 
 

Felicizia

Post n°2908 pubblicato il 16 Gennaio 2019 da namy0000
 

Disegnare un futuro di pace cantando in cerchio, giocando a pallone, andando sui pattini, facendo teatro. Esiste un luogo dove l’amicizia è la via maestra per avvicinarsi alla felicità e dove l’attenzione agli altri detta le regole di vita. si chiama Felicizia (termine che nasce, appunto, dall’incontro tra le parole “felicità” e “amicizia”).

Può sembrare una favola ingenua. Invece è una realtà tangibile, al punto che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha voluto citarla nel suo discorso di fine anno. ‹‹Qualche settimana fa, a Torino, alcuni bambini mi hanno consegnato la cittadinanza onoraria di un luogo immaginario, da loro definito Felicizia, per indicare l’amicizia come strada per la felicità››, ha detto il capo dello Stato. ‹‹Un sogno, forse una favola. Ma dobbiamo guardarci dal confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell’infanzia. Come se questi valori non fossero importanti nel mondo degli adulti. In altre parole, non dobbiamo aver timore di manifestare buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società››.

Siamo andati a conoscere i protagonisti di questa “favola vera”: 200 bambini e ragazzi di 25 nazionalità diverse. Sono stati loro, lo scorso 26 novembre, a consegnare al presidente Mattarella la particolarissima cittadinanza onoraria.

Il nome, ma soprattutto lo spirito di Felicizia, nascono a Torino, nel cuore dell’Arsenale della pace. In un’ex fabbrica d’armi trasformata in spazio di accoglienza, da 55 anni la fraternità del Sermig (Servizio missionario giovani), il gruppo fondato nel 1964 da Ernesto Olivero, si prende cura degli ultimi, vivendo i valori del Vangelo. È in questo contesto che, nel 2007, è nato il progetto “Arsenale della piazza”. ‹‹Sono state alcune mamme del quartiere a cercarci››, racconta Alberto Rossi, 50 anni, membro della fraternità del Sermig. ‹‹Ci hanno chiesto una mano per rendere più accoglienti e più sicuri i giardini davanti alla nostra sede, dove i loro figli si ritrovavano a giocare››.

Le loro preoccupazioni erano fondate. Siamo nel multietnico quartiere di Porta Palazzo, meta di antiche e nuove immigrazioni, zona di grande vitalità, ma anche di endemiche tensioni sociali, con episodi di delinquenza, spaccio di droga e degrado. Per offrire uno spazio di crescita sano, il Sermig ha iniziato a colorare il quartiere con giochi e attività di gruppo. Ma, ben presto, il progetto si è ampliato. ‹‹Solo il 20% dei nostri piccoli amici sono figli di genitori italiani. La maggior parte di loro provengono da famiglie immigrate››, prosegue Rossi. ‹‹Per questo è fondamentale offrire loro anche un sostegno scolastico, a cominciare dallo studio dell’italiano››. Così ai giochi si sono affiancati i compiti, grazie al coinvolgimento di decine di volontari e oggi chi frequenta l’Arsenale della piazza può contare su un sostegno a tutto campo.

Cinque anni fa ‹‹eravamo seduti in cerchio, in un momento di restituzione, durante il quale stavamo condividendo ciò che di bello avevamo ricevuto in quella giornata››, ricorda Marco Grossetti, 34 anni, anche lui del Sermig. ‹‹Ad un certo punto, Elena, una bimba di origini cinesi (oggi studentessa delle scuole medie), ha detto: “Questa per me è una felicizia!”. Lo ha detto quasi per sbaglio, ma quella parola ci è sembrata davvero adatta alla nostra realtà››.

Felicizia è retta dalle “leggi del cielo”, che i bambini conoscono a memoria. Poche regole, ma universali e profonde. Tra queste: non puoi essere felice se chi ti sta accanto è triste; tratta gli altri come vorresti essere trattato tu; se ci credi con tutto il cuore, i grandi sogni si avverano. Regole che le famiglie apprezzano, indipendentemente dall’appartenenza religiosa (l’incontro tra cristiani e musulmani è vissuto con naturalezza). ‹‹Spesso emergono storie familiari difficili, ma cerchiamo di far respirare un clima di serenità››.

Ed eccoli, in cerchio, i cittadini di Felicizia. Abbiamo incontrato un gruppo delle elementari, tra i 7 e gli 11 anni: Yasmine, di origini marocchine, che, emozionatissima, il 26 novembre ha consegnato al presidente Mattarella la pergamena con la cittadinanza onoraria; Prince (di famiglia nigeriana) che al capo dello Stato ha voluto dare un abbraccio; Issata (anche lei di origini nigeriane), che all’Arsenale ha scoperto la passione per la musica e sogna di diventare una cantante; Mohamed, innamorato del calcio, come il suo amico Aboubakar (di famiglia senegalese).

Volti di un futuro possibile ‹‹che ci aiutano a riscoprire il valore evangelico del tornare bambiini››, dice il fondatore del Sermig Ernesto Olivero (FC n. 2 del 13 genn. 2019).

 
 
 
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