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Meno impiegati, meno utenti

Post n°1856 pubblicato il 08 Settembre 2016 da namy0000
 

“Sono contento che qualcuno a Gubbio, durante l’ultima settimana liturgica, si sia chiesto perché andiamo in chiesa e quali sono “le parole” che sentiamo e diciamo. Sono stracontento che qualche altro sia arrivato fino a domandarsi quale Dio andiamo a cercare in chiesa. Il Dio delle Beatitudini, diventato uomo, povero, pellegrino, cibo, parola, contraddizione, eresia, dove l’abbiamo dimenticato? Chiuso nei tabernacoli, vestito sempre da festa, sepolto in cattedrali ricche di statue ma sempre quasi vuote di cristiani? Con preti e vescovi che, ad ore precise, annunciano precetti, norme e formule, ma incapaci di riportare l’aria mistica, fraterna, festosa, semplice, autentica del Cristo del Vangelo. Oggi la gente va poco in chiesa e, per quel poco che va, compie un dovere, paga una nuova specie di decima, ascolta la Messa e accende qualche candela. Siamo ridotti a fedeli che eseguono: seduti, in piedi, silenti, cantanti, attenti o disattenti. Compiamo il nostro dovere. Buona parte di questo mesto fenomeno va attribuito a noi preti, impiegati fedeli di un Dio che tutto voleva tranne questo calpestio di cattedrali e questo solfeggiare di chitarre. Quando capiremo che il Cristo vero è il Dio della parola parlata, vissuta e trasformata in via alternativa alla cultura del consumo, della recita, del teatrino? Il Cristo vero non ha mai amato il tempio e tanto meno i sacerdoti del tempio. Ha parlato dalla collina, dalla barca, dalla strada, nella casa di Zaccheo, del fariseo, di Lazzaro. E quando parlava, o bruciava e univa i cuori, o li divideva. Dopo la sua parola, nessuno era quello di prima perché la sua era parola incarnata. Il suo testamento è stato una cena, con un discorso sull’amore e sul tradimento, il più difficile da interpretare, ma il più facile da vivere. L’amore lascia sempre cicatrici e più l’amore è grande e più sarà profonda, inspiegabile, mortale la cicatrice. Senza questa cicatrice, chiamata Giuda, non ci sarebbe stata la cena, Cristo non ci avrebbe chiamati amici, e soprattutto alla Parola sarebbero mancate le radici: la carne. È stato così che il Verbo fatto carne, fatto pane, fatto sangue, fatto cibo è diventato, diventa e diventerà ciascuno di noi, ieri, oggi, domani, sempre. A noi, facendo più i pastori e meno gli impiegati; voi, facendo più i discepoli e meno gli utenti” (don Antonio Mazzi, FC n. 36 del 4 sett. 2016).

 
 
 
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