Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

 

Questa è follia pura

Post n°3541 pubblicato il 04 Marzo 2021 da namy0000
 

2021, Avvenire 4 marzo

Gentile direttore,
dopo aver pagato regolarmente l’affitto (ben pesante, zona Buenos Aires a Milano) per otto anni mi son trovato sfrattato perché non ho accettato subito un aumento di appena il 25%, poi ridottosi al 20% in periodo di Covid e appena uscito dall’ospedale dove avevo rischiato la vita. Ma non voglio soffermarmi sui miei 'benefattori', non lo meritano. Voglio parlare di tanti piccoli proprietari che insistono nel voler affittare ammobiliato agli studenti, che non ci sono più e che, quando ci saranno, saranno sempre meno... La stampa, in genere, ha parlato dell’edilizia per agevolare i ragazzi che studiano e non debbono essere più vessati da canoni assurdi. Visto che sto cercando casa, perché sono stato 'cacciato' con motivazioni anche deamicisiane da parte dei proprietari, mi sono imbattuto in più di un annuncio che metteva ben in evidenza: ' No famiglie'. Beh, questa è follia pura per non dire un’offesa alla società tutta. Confedilizia che ne pensa? E l’Uppi? Inventarsi aumenti lontani dal mercato in pandemia è cristiano, è amore per il prossimo? O come vogliamo chiamarlo? Non affittare a famiglie è cristiano? È cristiana un’antifamiliare 'selezione del prossimo tuo'? Chi gestisce un patrimonio immobiliare non può essere francescano, siamo d’accordo, deve aver un giusto profitto, ma se lo cerchi a ogni costo (per gli altri) di questi tempi, trovo che ci sia qualcosa di manzoniano/molieriano nel senso peggiore... Si parla, infine, di rimuovere il blocco degli sfratti, in diversi casi di morosità anacronistico e ante Covid, ma di fronte a certi comportamenti prima va rimosso il blocco delle coscienze. Questo se hai una fede. E se non ce l’hai, cercala.

Massimo S.

 
 
 

Merita memoria

Post n°3540 pubblicato il 02 Marzo 2021 da namy0000
 

Il coraggio di David Purley. merita memoria dentro il tempo che ci spetta.

Si chiamava David Purley. Era nato il 26 gennaio 1945 a Bognor Regis, un villaggio sulla Manica del West Sussex, Inghilterra.

David fu pilota di corsa, in Formula 1, senza fortuna, per tre stagioni, 1973, ’74 e ’75. Ne scrivo qui perché fu grandiosa la sua storia umana, agganciata allo sport, che della vita è lo specchio più lindo, sempre.

 

Ne scrivo ora perché, ripensando a Purley trovo attualità e urgenza, dirò poi perché. Intanto, lui. Che da ragazzino salì di nascosto sul piccolo aereo del padre, accese il motore, decollò, svolazzò, atterrò felice e in salvo. Che da quel padre fu mandato in un collegio militare. Che entrò nei corpi speciali dell’esercito britannico. Coldstream Guard, paracadutisti assaltatori. Durante un lancio, il suo paracadute non si aprì. Si salvò afferrando in volo un compagno, atterrando aggrappato a lui.

 

Che in Belgio dentro un blindato saltò su una mina. Tutti morti, tranne lui. Che nel 1973, in Olanda vide la macchina del suo amico Roger Williamson in fiamme capovolta durante il Grand Prix. Si fermò, in una assoluta drammatica solitudine cercò per minuti interminabili di salvare inutilmente quel ragazzo innamorato della velocità come lo era lui. Che nel 1977, durante una prova a Silverstone si schiantò con la monoposto che aveva costruito subendo la più forte decelerazione mai vista su una pista. Acceleratore bloccato alla curva Becketts: da 173 orari a zero, in sessantasei centimetri, 29 fratture. Vivo.

 

Che cercò di riprendere a correre ma bisognava estrarlo dalla macchina perché da solo non ce la faceva. Che con una mongolfiera salì sino a 18 miglia di altitudine, 30 chilometri, stabilendo un record assoluto. Che si dedicò alle acrobazie aeree con un bellissimo Pitt Special. L’aereo al traino, carlinga, due ali di riserva, da montare per volare ovunque. Il 2 luglio 1985 con un ultraleggero, stava compiendo evoluzioni sul mare di Bognor Regis. Qualcosa andò peggio del solito, perse quota, si inabissò.

 

David aveva esaurito i crediti. Aveva poco più di quarant’anni. Morì dove tutto ebbe inizio. Sfidando il cielo di casa.

 

Correva con la tomaia delle scarpe tagliata sulla punta dei piedi, un sorriso da bimbo permanente, una gentilezza da antico signore. Lo incontrai che ero un ragazzo, quindicenne, nei box di Monza, poco dopo quel rogo del 1973 visto alla tele, un filmato che fa ancora male al cuore. Mi sembrava un gigante buono, un eroe inconsapevole e timido. Fissavo quei piedi, spuntavano dalle scarpe nei calzini bianchi mentre autografava il mio notes. Forse aveva addosso una scelleratezza incomprensibile, una voglia di morire dominante. Non so. Di certo era mosso da un coraggio superiore, qualcosa che impressiona, immaginandolo tra i capitoli scarni dalla sua biografia.

 

Per questo merita memoria, la merita ora. Coraggio, all’inizio di un anno come questo, dentro il tempo che ci spetta. È l’ingrediente più raro ma anche il più prezioso. Coraggio per darsi, per dare, senza calcolo o prezzo. Non serve per emulare Purley, è indispensabile per cercare di somigliargli solo un po’.

 

Lo dico mentre penso che con uomini così, esclusi dall’albo d’oro eppure campioni assoluti, vorrei vivere, vorrei fare, provare, stare per sempre. Dunque, coraggio. Almeno un po’. Coraggio. (Giorgio Terruzzi, Scarp de’ tenis, Febbr. 2021).

 
 
 

E la scuola che fa?

Post n°3539 pubblicato il 02 Marzo 2021 da namy0000
 

Uno studente su tre è nella spirale degli stupefacenti. E la scuola che fa?

Da agosto conosco Nicholas. È un giovane di 28 anni che fa uso di cocaina da quattordici.

Non ha una casa. Non ha una residenza. Sua mamma, residente all’estero, è malata di tumore e depressa. Suo padre è uscito dal tunnel della droga dopo un’esperienza in carcere.

Nicholas ha iniziato a farsi quando ancora era un ragazzo, quando frequentava la scuola.

 

Grazie a lui, ancora una volta, nella mia vita ho avuto modo di riflettere sulla dipendenza e sulla questione droga. Proprio mentre stavo dando una mano a Nicholas, da Palermo, mi è arrivata la notizia, scritta su Repubblica dal collega Salvo P., di una ragazza 30enne morta per droga nei vicoli del capoluogo siciliano.

Ma chi ne parla?

Avete visto forse un telegiornale dare questa notizia?

Sui quotidiani nazionali si fa fatica a trovare spazio per un fatto che finisce nell’inserto locale della cronaca nera, se va bene. Da mesi quando accendiamo la Tv a qualsiasi ora del giorno e della notte, i talk show dei canali di Stato o quelli privati, quelli dei conduttori di sinistra e quelli di destra, parlano solo dell’emergenza Covid.

 

Il resto non conta più nulla. Non si parla più di disoccupazione, di occupazioni abusive, di disagio giovanile; di dipendenze, di povertà.

Serve la giornata internazionale di questo o quell’evento per dedicare 120 secondi o due mila battute all’emergenza quotidiana. Poi tutto finisce in pochi minuti. Forse è il caso, invece, di soffermarci su un dato, da poco pubblicato, nella relazione annuale al Parlamento e redatta dal Dipartimento per le politiche antidroga: uno studente su tre è nella spirale degli stupefacenti. Il 3 per cento dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni è già schiavo della cocaina, e il 77,5 per cento dei consumatori ritiene di poterla reperire facilmente. L’87,5 per cento conosce i luoghi dove potrebbe trovare la “bamba”. Tra questi, nello specifico: oltre il 53 per cento si rivolgerebbe direttamente a uno spacciatore e/o al mercato della strada; il 45,5 per cento la troverebbe in discoteca, e il 40,9 per cento a casa di amici. Il 38,3 per cento la reperirebbe durante manifestazioni come rave e concerti; la scuola è indicata dal 18,7 per cento dei consumatori; la propria abitazione al 12,8 per cento; e oltre il 13 per cento la acquisterebbe su internet. Sono oltre 27.000 i ragazzi, pari all’1,1 per cento degli studenti che hanno riferito di aver fatto uso di eroina almeno una volta nella vita.

 

A partire dal 2015, le percentuali di tutte le tipologie di consumo non hanno subito sostanziali variazioni.

Di fronte a questi dati, chi fa l’insegnate non può voltare lo sguardo dall’altra parte. In questi anni le politiche di prevenzione hanno fatto cilecca. Da quando sono entrato nel mondo dell’istruzione (2007) non ho visto un solo progetto per la scuola primaria sul tema delle dipendenze. Eppure il primo passo importante per ridurre i consumatori è la conoscenza, è mettere le persone nelle condizioni di sapere. Trent’anni fa già alle elementari si parlava di cannabis, di eroina: conservo nell’armadio una maglietta con una sorta di fumetto umoristico sul tema. Oggi più che mai abbiamo l’urgenza di iniziare a informare i nostri ragazzi, a partire dalle ultime classi della scuola primaria, dove non di rado ho visto bambini che giocano a fumare con sigarette di carta. Quei dati, quei numeri sono volti, storie di figli, di ex alunni che forse non hanno avuto una scuola dalla loro parte. (Alex C., Scarp de’ tenis, Febbr. 2021).

 
 
 

Riemerge dal deserto

2021, Avvenire 23 febbr.

Archeologia. Riemerge dal deserto la vita a Shahr-i Sokhta, la Pompei d'Oriente

La missione italo-iraniana nel sito Unesco ha portato alla luce importanti testimonianze della vita quotidiana nella città fissata dal deserto di sale a quattromila anni fa

È chiamata la Pompei d'Oriente, ma a distruggerla e insieme conservarla non fu un vulcano ma le sabbie del deserto salato di Lut. Shahr-i Sokhta, nelle alture del Baluchistan, in Iran, è un fermoimmagine della storia.

Il sito è oggetto di un Progetto archeologico multidisciplinare internazionale avviato nel 2016 dal dipartimento di Beni Culturali dell'Università del Salento che lo finanzia con il ministero degli Affari Esteri ed enti privati. La missione lavora congiuntamente Mansur Sajjadi per l'Iranian Center for Archaeological Research (che a Shahr-i Sokhta scavano dal 1997). Enrico Ascalone, direttore scientifico del progetto ha raccontato raccolto nel volume "Scavi e ricerche a Shahr-i Sokhta", che sarà presentato domani all'Università del Salento, una serie di nuove scoperte.

Nata intorno alla seconda metà del quarto millennio a.C. nell'area del Sistan, non lontano dai confini con Pakistan e Afghanistan, collassata intorno al secondo millenio a.C. per cause ancora sconosciute e nella lista Unesco per il suo "valore universale", Shahr-i Sokhta era un fiorente centro di commercio e agricoltura, posto tra quattro grandi civiltà fluviali: Oxus, Indo, Tigri-Eufrate e Halil.

«La nostra idea - ha raccontato in anteprima Ascalone all'Ansa - è che fosse una società strutturalmente eterarchica e non gerarchicaDiversi gruppi tribali coesistevano in pace, senza predominio uno sull'altro. Lo dimostrano le tipologie tombali e l'assenza di mura difensive, segno che non avevano apparato militare».

Le concrezioni saline, poi, hanno sigillato reperti e strutture, restituendo agli archeologi interi spaccati di vita. «Su una superficie di 300 ettari, ne abbiamo scavato appena il 5% - dice ancora Ascalone - ma sappiamo che una delle attività più remunerative era il commercio di turchesi e bellissimi lapislazzuli. Gli edifici erano alti anche due metri, arricchiti di decorazioni parietali che, però, non rappresentavano figure, ma motivi geometrici. Lo stesso per giare, porte o sigilli: nessuna divinità, probabilmente perché senza un'elite al comando non c'era neanche bisogno di veicolare messaggi di propaganda. Di certo, amavano il lusso: ricoprivano i pavimenti con stuoie e usavano molte perle».

Le ultime campagne di scavo hanno segnato due svolte. La prima, la datazione dello stesso centro, che gli esami sul carbone delle fornaci e delle cucine anticipano di 300 anni. Gli archeologi hanno trovato moltissime "proto-tavolette": «Sono rettangoli in argilla di 10 centimetri per 3 - spiega l'archeologo - Rudimentali, ma con annotazioni numeriche con linee e punti. Le abbiamo trovate diffusamente, anche in casa, e testimoniano una certa organizzazione sociale e amministrativa, oltre a una consuetudine ad annotare entrate e uscite. C'è anche un piccolo "metrino", un righello in argilla con linee distanti 1,1 centimetri. Sarà oggetto di studio, ma potrebbe essere stata la loro unità di misura, perché tutti i mattoni sono di misure multiple. Siamo nell'età del bronzo iraniano e questi rinvenimenti dimostrano l'inizio di un processo di urbanizzazione, che, secondo me, non si è compiuto proprio perché non esisteva un'elite. E perché non ci fu tempo».

Perché "morì" Shahr-i Sokhta? "È il grande mistero da sciogliere ora - risponde Ascalone - Non ci fu un episodio scatenante come l'eruzione del Vesuvio. Il collasso, però, avvenne in pochi decenni». Per ora le analisi paleo-botaniche puntano l'indice sul clima. «Le variazioni dei monsoni avrebbero provocato ampie aree di siccità e queste una crisi commerciale ed economica».

 
 
 

Essere sorda non è una disgrazia

2021, Avvenire 23 febbr.

Anna B., la giovane che ha prestato il suo volto per la campagna di Pro Vita e Famiglia 

«Sono io, la ragazza del manifesto».

Abbiamo scoperto, da un rapido sguardo sul profilo Facebook, che Anna è una ragazza di 23 anni con una marcia in più. Appena sotto il suo nome, sulla pagina social, si legge: «Essere sorda non è una disgrazia, ma una vittoria per la quale ho lottato». È stato quasi istintivo chiederle cosa significa questa frase. «L’ho tratta da una poesia che scrissi tanti anni fa, quando ancora ero una ragazzina – ci racconta –. Nella mia vita la sordità è stata spesso vista come una disgrazia, a scuola sono anche stata vittima di bullismo al punto che ho cambiato scuola tre volte. Infine questo mi ha portato a realizzare che la mia sordità mi ha insegnato ad essere più forte ad affrontare gli ostacoli quotidiani. Inoltre, ho scritto un romanzo verosimile che tratta la storia della mia sordità; e spero con tutto il cuore di riuscire a pubblicarlo un giorno per diffondere nel mondo un’adeguata consapevolezza di ciò che siamo».

Questo tuo percorso dove ti ha portato?
Devo soprattutto alla mia sordità la persona che sono oggi, è proprio grazie ad essa che ho preso consapevolezza sull’importanza di difendere la vita umana innocente ogni volta che viene attaccata prima della nascita. Per gran parte della mia vita mi sono sentita un errore, un pezzo difettoso della fabbricazione umana. Infine ho compreso che l’errore non ero io, bensì il modo in cui la società mi aveva vista fino a quel momento e credo profondamente che sia l’ora di restituire a ognuno la dignità che merita.

Come hai fatto?
Ho imparato a parlare grazie alla logopedia e all’impianto cocleare, e conosco anche la lingua dei segni, che mi aiuta ad avere una marcia in più nella comunicazione. È proprio grazie a questa meravigliosa lingua che oggi lavoro come assistente in una scuola in cui ci sono 60 bambini sordi, proprio come me. Amo il mio lavoro e aiutare i bambini sordi come me ad accettare la propria sordità, a farsi valere in un mondo che ogni giorno pone barriere all’inclusione. Basti pensare che qualche giorno fa in Parlamento si è parlato di esonerare gli alunni disabili da parte delle materie scolastiche.

È terribile...
Esatto, è come se preoccuparci di farci fuori - come spesso avviene anche mediante l’aborto eugenetico - fosse più importante che cercare soluzioni valide per creare una società più inclusiva per noi. Ed è proprio quest’ultimo punto che mi tocca moltissimo. Infatti è stato proprio quando ho scoperto che anche coloro che vivono la mia stessa condizione vengono eliminati per mezzo della diagnosi prenatale che ho iniziato a unirmi alla battaglia in difesa della vita umana innocente. Infatti, la mia sordità è genetica poiché i miei genitori sono portatori della connessina 26, ossia il gene che causa la sordità congenita. Inoltre sono anche venuta a conoscenza dell’agghiacciante verità di coppie che sono ricorse alla fecondazione assistita per evitare un secondo figlio sordo. È davvero paradossale come in una società che ogni giorno si autoproclama paladina della tutela del diverso (migranti, la comunità Lgbt, e anche la disabilità) allo stesso tempo quello che è diverso viene sterminato prima della nascita. Basti pensare all’Islanda e alla Danimarca in cui la nascita di bambini con sindrome di Down è prossima allo zero. Da allora mi sono resa conto che non potevo più tacere di fronte all’ipocrisia del mondo e che era giunto il momento di agire e di operare per il bene.

Quando hai iniziato?
Tre anni fa, nel periodo in cui ho vissuto a Roma per via dei miei studi universitari. È stato esattamente in quel periodo che ho conosciuto gli Universitari per la vita (Upv). Finalmente avevo compreso che non ero l’unica pro-life e che in realtà le persone che hanno le nostre idee sono molte più di quello che si pensa e, come possiamo vedere in questo caso, vengono spesso censurate. Successivamente questo mi ha spinta a diffondere la cultura dalla vita sui social media, e da allora hanno iniziato a seguirmi tante persone interessate a questa causa. In seguito sono diventata ambasciatrice di Live Action. Sui social media, Live Action conta un totale complessivo di circa 4 milioni di followers ed è il più grande movimento pro-life al mondo. Di conseguenza ho continuato a informarmi per conto mio, anche grazie al supporto del mio gruppo Upv, e ho continuato a diffondere la cultura della vita sui social e nella vita quotidiana, anche dialogando con la gente. Non è stato facile per me andare controcorrente poiché né la mia famiglia né la società mi avevano mai trasmesso la cultura della vita, bensì è stata l’esperienza a fornirmi la consapevolezza dell’ipocrisia del mondo. Sicuramente è una battaglia difficile, ma la gioia che se ne ricava è impagabile. Credo che non esista causa più nobile che battersi in difesa della vita umana innocente.

Perché hai prestato il tuo volto a questa campagna di Pro Vita e Famiglia?
Ho deciso di metterci la faccia perché la causa mi sta molto a cuore, e già dal mio attivismo sui social mi sono resa conto quanto portare la verità alla luce dei fatti sia un’arma potentissima per aiutare le persone a cambiare le menti e i cuori sul tema dell’aborto, specialmente tra i giovani. Appena Pro Vita mi ha proposto di essere la testimonial della loro campagna ho capito che era giunto il momento di fare il grande salto.

L’aborto è un tema che divide, spesso causa contrapposizioni ideologiche. Secondo te perché non si riesce a parlare serenamente di questo tema?
Innanzitutto perché non si parla dell’aborto per quello che è davvero, specialmente nelle scuole. Si parla spesso di educazione sessuale, contraccezione, e mai della responsabilizzazione delle proprie azioni, come ad esempio del fatto che la gravidanza sia una delle possibili conseguenze di un rapporto sessuale. Inoltre credo che sia ancora troppo forte il pregiudizio che l’aborto sia un problema solamente religioso, quando in realtà si tratta di una questione che coinvolge tutti gli aspetti della persona a prescindere dal credo che confessa. Credo che sia fondamentale spezzare questo tabù imparando ad affrontare la realtà da una prospettiva laica. Ci hanno inculcato il grande inganno che per essere donne libere dobbiamo sbarazzarci dei nostri figli se questi giungono nella nostra vita in un momento difficile, al punto che non si riesce a comprendere che in realtà questo ci rende schiavi di un sistema totalitario che vuole imporci come dobbiamo essere. A volte vi è la concezione che essere contro l’aborto significhi essere contro la libertà, mentre l’unica libertà che viene negata è quella del concepito, che in quanto essere umano non ha alcun diritto.

Tre consigli che vuoi dare ai giovani liceali di oggi: cosa fare per essere veramente liberi?
In primis gli consiglierei di informarsi autonomamente sui temi etici come l’aborto e non limitarsi al sentito dire. Li invito di cuore ad approfondire autonomamente la realtà oltre quello che viene insegnato a scuola. Basti pensare alle lezioni di educazione sessuale che parlano molto di contraccezione, senza in realtà spiegare ciò che realmente è l’aborto e la violenza che si nasconde dietro la soppressione di un essere umano innocente. Inoltre, per i giovani in età liceale, esiste il comitato dei liceali per la vita, studenti che si impegnano a diffondere la cultura della vita in ambito scolastico. Unirsi a una realtà di questo tipo li aiuterebbe a creare intorno a sé una rete di amicizie costruttive che invogliano a operare per il bene.
In secondo luogo gli consiglierei di prestare particolare attenzione al mondo dei social e ai cosiddetti influencer. Per carità, non ho nulla contro di loro, e io stessa sono una mini-influencer oltre che un’attivista pro-life. Credo molto nell’utilità dei social, ma credo anche che troppo spesso diano esempi sbagliati e privi di moralità. Penso che un vero influencer, oltre a promuovere le tendenze del momento, dovrebbe essere una figura in grado di restituire alla società i valori perduti. Basti pensare a don Alberto Ravagnani, il giovane sacerdote influencer che sta spopolando sui social. Lo seguo molto volentieri perché ritengo che pur essendo all’avanguardia sia molto capace di comunicare con i giovani e sappia anche trasmettere dei valori concreti, oltre l’apparenza che spesso ci viene proposta dalla società. Perdere i nostri valori significa perdere la nostra umanità.
Infine consiglierei loro di riempire il tempo libero in attività costruttive come il volontariato, oppure un lavoretto che possano conciliare con lo studio. Io stessa ho iniziato a lavorare come baby sitter a 18 anni ed è stata un’esperienza molto formativa per me. Credo che con questa mentalità avremmo davanti a noi adulti più sicuri di sé e delle proprie capacità, mentre a volte la sfiducia nel futuro e la noia portano purtroppo i giovani a sfogarsi nelle droghe e nell’alcool, nell’illusione di trovare conforto, mentre in realtà fanno parte di tutto ciò che porta alla propria autodistruzione. Credo che circondarsi di persone positive che abbiano fiducia in loro e nelle loro capacità sia la chiave per un futuro di successo.

 
 
 
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