Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

 

Così la vita fiorirà

Post n°3739 pubblicato il 20 Maggio 2022 da namy0000
 

2022, Ermes Ronchi, Avvenire 19 maggio

Così la vita fiorirà in tutte le sue forme

In quel tempo, Gesù disse: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. [...]».
Se uno mi ama osserverà la mia parola. Amare nel Vangelo non è l'emozione che intenerisce, la passione che divora, lo slancio che fa sconfinare. Amare si traduce sempre con un verbo: dare, «non c'è amore più grande che dare la propria vita» (Gv 15,13). Si tratta di dare tempo e cuore a Dio e fargli spazio. Allora potrai osservare la sua Parola, potrai conservarla con cura, così che non vada perduta una sola sillaba, come un innamorato con le parole dell'amata; potrai seguirla con la fiducia di un bambino verso la madre o il padre. Osserverà la mia parola, e noi abbiamo capito male: osserverà i miei comandamenti. E invece no, la Parola è molto di più di un comando o una legge: guarisce, illumina, dona ali, conforta, salva, crea. La Parola semina di vita i campi della vita, incalza, sa di pane, soffia forte nelle vele del tuo veliero. La Parola culmine di Gesù è tu amerai. Custodirai, seguirai l'amore. Che è la casa di Dio, il cielo dove abita, ecco perché verremo e prenderemo dimora in lui. Se uno ama, genera Vangelo. Se ami, anche tu, come Maria, diventi madre di Cristo, gli dai carne e storia, tu «porti Dio in te» (san Basilio Magno). Altre due parole di Gesù, oggi, da ospitare in noi: una è promessa, verrà lo Spirito Santo; una è realtà: vi do la mia pace. Verrà lo Spirito, vi insegnerà, vi riporterà al cuore tutto quello che io vi ho detto. Riporterà al cuore gesti e parole di Gesù, di quando passava e guariva la vita, e diceva parole di cui non si vedeva il fondo. Ma non basta, lo Spirito apre uno spazio di conquiste e di scoperte: vi insegnerà nuove sillabe divine e parole mai dette ancora. Sarà la memoria accesa di ciò che è accaduto in quei giorni irripetibili e insieme sarà la genialità, per risposte libere e inedite, per oggi e per domani. E poi: Vi lascio la pace, vi dono la mia pace. Non un augurio, ma un annuncio, al presente: la pace “è” già qui, è data, oramai siete in pace con Dio, con gli uomini, con voi stessi. Scende pace, piove pace sui cuori e sui giorni. Basta col dominio della paura: il drago della violenza non vincerà. È pace. Miracolo continuamente tradito, continuamente rifatto, ma di cui non ci è concesso stancarci. La pace che non si compra e non si vende, dono e conquista paziente, come di artigiano con la sua arte. Non come la dà il mondo, io ve la do... il mondo cerca la pace come un equilibrio di paure oppure come la vittoria del più forte; non si preoccupa dei diritti dell'altro, ma di come strappargli un altro pezzo del suo diritto. Shalom invece vuol dire pienezza: «il Regno di Dio verrà con il fiorire della vita in tutte le sue forme» (G. Vannucci).

 
 
 

Fratelli e sorelle di Gesù

Post n°3738 pubblicato il 17 Maggio 2022 da namy0000
 

2022, Avvenire 16 maggio

La regista Liliana Cavani ha vissuto questa domenica la proclamazione da parte di papa Francesco a santo del “suo” Charles de Foucauld (1858-1916) come un «momento di grazia e di gioia per un personaggio che ha segnato la mia vita come quella di Francesco d’Assisi per la stessa idea di fraternità e non solo. Basti pensare alla sua idea di testimoniare il Vangelo senza chiedere la conversione di nessuno... e amando gratuitamente le persone che incontrava».

Un personaggio così singolare per la cineasta emiliana soprattutto per la sua storia dai tratti incredibili: l’ufficiale francese di cavalleria che divenne frate trappista e si ritirò da eremita a Tamanrasset, nel Sahara algerino, dove morì tragicamente nel 1916. «Io stessa prima della realizzazione di questo documentario non ne sapevo nulla – è la confidenza – . Un alto burocrate della Rai, Pier Emilio Gennarini, un cristiano fantastico, mi parlò di Charles de Foucauld con un entusiasmo enorme… Non lo conosceva quasi nessuno questo personaggio invece lui ne era entusiasta e mi convinse a fare un documentario di un’ora su di lui». E annota un particolare: «Fu questo funzionario della Rai a organizzare per me una rete di incontri di “Fratelli e Sorelle” di Gesù in Francia, Italia, Libano, Siria e Israele».

Da quel momento la Cavani si mise sulle tracce di de Foucauld e di capirne così la sua eccezionalità di uomo e di esploratore del deserto del Sahara.

«Egli veniva da una famiglia nobile e una carriera militare; ma poi tutto cambiò. Mi fece impressione il cambiamento della sua vita – racconta – che fu totale come capitò a san Francesco. Ebbe dapprima un percorso di preghiera in solitudine, la ricerca confusa ma poi sempre più nitida dell’incontro tra quel te stesso confuso e Dio, un fatto che sembra dapprima pura vaghezza (come capitò anche a Francesco d’Assisi ) ma che poi gli fa conoscere a fondo se stesso, perché fa piazza pulita con tanta confusione e tanta incertezza fino a scoprire , grazie all’idea di “Fraternitas ”, che la sua può avere un senso reale soltanto nella connessione con gli altri. Charles de Foucauld decise di rivoltare la sua vita dopo essere stato un eccellente militare ricominciò da capo accettando di lavorare come ortolano presso le clarisse di Nazareth e stando ore e ore nella piccola cappella in compagnia di un se stesso che andava nascendo a nuova vita. Trovai la sua ricerca del suo nuovo sé stesso commovente e profonda».

E a colpire ancora oggi del filmato della Cavani – oltre ad accennare alla vita di de Foucauld – è mettere in primo piano l’esistenza quotidiana dei suoi figli: i piccoli Fratelli di Gesù sparsi in ogni angolo del Pianeta (tra loro il camionista, il pescatore o gli operai di Marsiglia).

«Sono rimasta colpita dalle loro storie. Molti di loro, come si evince dal filmato, vivono mischiati alla gente... lavorano per mantenersi e per condividere con generosità fraterna i bisogni, i problemi che la vita ti presenta». Filo rosso narrativo – il vero messaggio chiave del documentario è mettere al centro la vita di Gesù come “semplice” carpentiere a Nazareth.

«Sono rimasta impressionata da tutti i Fratelli e Sorelle di Gesù sparsi per il mondo che ho incontrato. Ho ammirato la loro pazienza e la loro fatica e anche l’amore vero per la vita. Mi è parso di capire che questo uomo scoprì più di tanti il vero significato del dirsi cristiano. Me lo ricordai quando feci il mio primo “Francesco d’Assisi”, mio primo film».

Un viaggio in bianco e nero quello della Cavani che le permise di capire nel profondo la vita di queste persone apparentemente ordinarie che vivevano la loro missione come Gesù a Nazareth. Ma in “missione” in ogni angolo dimenticato del pianeta.

«Mi colpirono tante storie. Tra queste quella della sorella di Beirut che va a lavorare in una valigeria per avere un poco di denaro da condividere con la sua “famiglia” che sono i vicini di casa nella bidonville immensa della capitale libanese, l’oculista che cura i bambini poveri a rischio di cecità a Damasco, il pescatore del nord della Francia che sta ore sul mare per mantenere alcune famiglie poverissime, l’autista che sta al volante di un camion e lavora 12 ore al giorno pregando tutto il tempo per chi “ha bisogno di Dio”».

Un’esperienza e un incontro dunque con i Piccoli Fratelli di Gesù che cambiò in un certo senso la vita della stessa regista. «Nelle persone da me incontrate in questo film ho colto una grande intensità nella fede e nella certezza che la vita, ogni vita ha un senso e valore immenso perché voluta dal Creatore. E forse questo stile di fraternità che queste persone mi hanno trasmesso mi hanno poi spinto, quasi indotto, a fare poi tre film su Francesco d’Assisi».

 
 
 

Quanta tenerezza

QUANTA TENEREZZA PER LE MIE FARFALLINE CHE NON VOLANO

Per Marika la maternità è stata e sempre sarà una corsa a ostacoli: due figli, 14 e 8 anni, entrambi con una rarissima malattia genetica (solo venti casi in tutto il mondo) che li rendono totalmente paralizzati, incapaci di comunicare, costretti a una alimentazione tramite Peg e colpiti da ripetute crisi epilettiche resistenti a ogni tipo di farmaco. Eppure nella sua casa regna il sorriso illuminato dalla fede. «Io vivo per i miei bambini», ci racconta, «tra di noi c’è un linguaggio di anime e se dalla luce dei loro occhi capisco che stanno bene, anche io sono felice». La sua storia ha deciso di raccontarla in un libro, L’amore ci fa volare (Piemme), in cui ricostruisce la sua tormentata vicenda di madre, sempre condivisa con il marito Nello. A 30 anni scopre di essere incinta: decide di accantonare il progetto della laurea in Economia e accoglie con gioia l’arrivo della sua bambina.

Sofia, però, già dai primi giorni ha gravi difficoltà nella suzione, vomita, è scossa da spasmi. Comincia la trafila degli ospedali, in attesa di una diagnosi e di una cura. Ma una cura non c’è e i medici non lasciano speranza: Sofia non si muoverà, non parlerà, avrà bisogno di attenzioni costanti. L’Amore dei genitori e di tutta la loro grande famiglia per quella bambina speciale è enorme, ma c’è il sogno di avere un altro figlio, con la speranza che non si verifichino gli stessi problemi. Al centro specializzato nella Neuroriabilitazione e ricerca sulle malattie rare, dove la bambina è seguita, dicono a Marika che c’è il 25% di probabilità che si ripresenti la stessa patologia. Marika e Nello decidono di rischiare, la loro fede è grande, dà loro forza. L’ecografia rivela che si tratta di un maschietto, le probabilità che sia malato diminuiscono, dicono i medici.

Quando Gaetano nasce sembra che tutto vada bene, ma dopo pochi giorni, come in un film già visto, si presentano gli stessi problemi. Anche lui ha la stessa devastante patologia. L’unica differenza è che ora sanno già come affrontarla. La diagnosi definitiva arriva quando Sofia ha 10 anni, frutto di una lunga ricerca genetica condotta dai medici in collaborazione con un istituto francese: la malattia si chiama ACTL6B, ma non c’è cura. «Io ho sempre amato i bambini, ma con i miei figli, vedendo la loro fragilità, il mio amore per loro è diventato immenso», continua mamma Marika. «Il mio solo scopo è garantire loro una vita che, anche se di normale non ha nulla, sia il più lieta possibile. Le mie esigenze le metto da parte, mi basta una passeggiata di un’ora ogni tanto, una seduta dal parrucchiere, per il resto mi prendo cura di loro. So di dover essere sempre forte, saper interpretare le loro esigenze, questa è la missione della mia vita. Ogni giorno c’è una sequenza di azioni che vanno ripetute, loro non sono mai andati a scuola, stanno sempre in casa, per questo abbiamo preso una dimora a piano terra con un bel giardino. Solo per Gaetano viene una maestra a domicilio per qualche ora. Poi c’è la fisioterapia, il bagno, le medicine perché si ammalano spesso. Da un anno Sofia, a causa di una grave scoliosi che le comprime la cassa toracica, ha bisogno sempre dell’ossigeno. Di notte io dormo con Gaetano e mio marito con Sofia, perché hanno bisogno di assistenza sempre e dobbiamo svegliarci spesso. Io le chiamo le mie farfalline, perché sono bellissimi, anche se non possono volare. Eppure, malgrado tutto ciò la nostra è una casa allegra, con mio marito scherziamo molto, e ho scritto il libro proprio per lanciare un messaggio di speranza che possa aiutare altre famiglie ad affrontare le loro difficoltà. Io mi rivolgo a Dio e alla Madonna non per chiedere una guarigione, con tutte le disgrazie che ci sono nel mondo non mi sembrerebbe giusto, ma considero un miracolo della fede essere riuscita a mantenere un equilibrio nella vita, una risurrezione dal grande dolore che ho provato. Quando ho deciso di abbandonare l’ego in funzione della dedizione ho scoperto la felicità» (FC n. 19 del 8 maggio 2022).

 
 
 

Non più armi

Post n°3736 pubblicato il 13 Maggio 2022 da namy0000
 

Non più armi per vincere. L'Europa agisca come Davide: la nuova fionda è la cultura

Lamberto Maffei, Avvenire, giovedì 12 maggio 2022

Il racconto biblico di Davide che affronta Golia è stato raffigurato da innumerevoli pittori e scultori affascinati dalla figura dell’audace fanciullo che armato di sola fionda affronta il temibile gigante. «Un ragazzo fulvo di capelli e di bell’aspetto » lo descrive la Bibbia e come un giovinetto avvenente lo raffigura lo scultore fiorentino Donatello nella celebre statua in bronzo al Museo del Bargello. La Bibbia racconta che un popolo aggressivo, i Filistei, aveva occupato una parte della Palestina e ne era nata una guerra con il popolo di Saul re di Israele. Fu deciso di risolvere la guerra in un duello tra un rappresentante dei Filistei e uno del popolo di Saul. Nessuno osò proporsi come sfidante del campione filisteo, il terribile gigante Golia alto «sei cubiti e un palmo» e armato di armi poderosissime; l’unico fu Davide, pastorello abile nella parola e fiducioso nella forza della sua fede. L’esito dello scontro sembrava scontato, ma il pastorello aveva la sua fionda e con un sasso riuscì a colpire Golia e quindi a ucciderlo, mozzandogli la testa con la sua stessa spada.

A mio avviso, anche in questo momento storico si assiste a una sfida tra un 'Golia' che guida una nazione potente per fonti energetiche e forze militari e un 'pastorello', l’Europa (e con essa l’Italia), che ha peso economico e culturale, ma che è e resta dal punto vista politico e militare un peso leggero e ciononostante osa prendere parte alla sfida di questo Golia, sotto istigazione e pressione di altri potenti, i quali, ricchi e incuranti dei danni che questa, come tutte le guerre, procurerà e sta già procurando all’Ucraina e all’intera Europa, vogliono abbattere il Golia in una guerra detta by proxy (in italiano, 'per procura'). Vogliono 'vincere' sul cattivo Golia senza sporcarsi troppo le mani, o rischiare di avere vittime in casa propria, e perciò pagano (in linguaggio più diplomatico: aiutano). Ma Davide, questa volta, è destinato a finire malconcio.

Infatti, mentre nella Bibbia Davide rifiuta le armi di Saul e va incontro al gigante con la sua fionda, l’Europa, nella azzardata metafora, oscilla indecisa sotto pressioni esterne e interne invece di manovrare con convinzione la 'fionda' della sua cultura, quella con cui nei secoli ha indicato percorsi di civiltà a tutto l’Occidente, percorsi faticosi e contraddittori, attraverso i quali, negli ultimi decenni, si era realizzato il 'miracolo' di una pace europea quasi perfetta. La cultura è la vera 'fionda' che l’Europa può e deve usare per trovare un suo ruolo e una sua dignità nella sfida lanciata dal cattivo Golia, il filisteo che ha invaso l’Ucraina. È avvilente che anche l’Italia accetti una posizione, che direi subordinata, in una guerra che interessa i potenti e il Golia invasore.

Davide, l’Europa, non vuole 'vincere', ma ha interesse a diffondere un messaggio di cultura, di pace, richiamando l’uomo a essere un uomo e non un animale feroce. La cultura non vuole 'vincere', una parola vergognosa, direbbe papa Francesco, e tantomeno fare guerre, vuole veleggiare nel mare burrascoso dei violenti, dei dittatori per alzare la vela della ragione che è quella della pace. La civiltà nasce solo dalla lotta contro i nostri istinti animali di sopravvivenza dell’individuo e della specie. La civiltà è una lotta contro noi stessi e questa è la vera grandezza dell’uomo, chiamata solidarietà, comprensione delle ragioni dell’altro e amore per gli altri. Alcuni versi di un grande poeta, Pablo Neruda, ci ricordano questo amore per l’altro e sono quasi una preghiera: «spesso un abbraccio è togliersi un pezzettino di sé e donarlo a un altro affinché continui il proprio cammino meno solo». Essi contengono un richiamo alla solidarietà che è condivisione di beni in nome dell’uguaglianza nella diversità. Ben diverso da donare armi affinché l’altro sia più potente nel difendersi e nell’uccidere.

Neurobiologo, presidente emerito dell’Accademia dei Lincei

 
 
 

Nonni e nonne

2022, Riccardo Maccioni, Avvenire 11 maggio

La saggezza e la tenerezza dei vecchi. Fare altro futuro

Sembra un paradosso ma la vecchiaia, mentre fa diminuire la forza fisica e la prontezza mentale, non chiude il ventaglio delle opportunità. Anzi, a volte gli regala aria nuova. Quante cose si possono fare da anziani! Per esempio, affinare il gusto per la bellezza, che è un modo di vincere la rassegnazione e imparare la giustizia. E poi saper dare del tu alla vita insegna il valore del tempo e delle relazioni.

Soprattutto, è proprio della terza età tenere sulle ginocchia e accompagnare per un tratto di cammino i nipoti, che vuol dire sognare e in qualche modo partecipare alla costruzione di un futuro diverso. Nel suo messaggio per la Giornata dei nonni e degli anziani, che sarà celebrata il prossimo 24 luglio, il Papa parte proprio da lì, dal chiamare donne e uomini con i capelli bianchi, e sembra a sua volta un paradosso, a essere rivoluzionari.

O, meglio, a diventare protagonisti di un cambiamento radicale fondato sulla tenerezza. Che non significa melensaggini o smancerie, ma compassione, ascolto confidente, che è stare guancia a guancia come nell’icona di Maria con il Bambino, sapendo che quella carezza sul viso non diventerà mai uno schiaffo. Calato nella realtà di oggi, tenuta in ostaggio da una guerra insensata, vuol dire impegnarsi a 'smilitarizzare' i cuori, diventare maestri «di un modo di vivere pacifico e attento ai più deboli». Per un anziano, per un nonno salire su quell’ideale cattedra non è difficile, gli basta insegnare a guardare gli altri con gli stessi occhi comprensivi che lui rivolge ai figli dei suoi figli. Perché in fondo l’unica vera rivoluzione necessaria è quella di sentirsi tutti parte della stessa famiglia umana, al di là di Pil sbilanciati, diversità culturali e distanze linguistiche. Utopia? Illusione?

Nient’affatto. Semmai speranza concreta che il Papa declina come custodia del mondo. Allo stesso modo di san Giuseppe, «padre tenero e premuroso», per difendere e tutelare gli adulti di domani, che oggi sono piccoli ingenui e impauriti, di cui molti vittime della guerra o in fuga per evitarla. E il pensiero, oltre all’Ucraina, corre all’Afghanistan, al Sud Sudan, allo Yemen.

Punti cardinali, perimetri di una geografia dell’angoscia che va cambiata dall’interno dell’uomo, insegnandogli la logica di Dio. Da qui il richiamo immediato alla preghiera, caposaldo della spiritualità dell’anziano credente, «lo strumento più prezioso» e «più appropriato» che possiede. Rivolgersi al cielo per accompagnare il dolore di chi soffre, per dare supporto agli artigiani di pace, per trasformare il proprio cuore. Il Messaggio del Papa, infatti, non riflette solo sulla vecchiaia proiettata all’esterno ma come valore in sé.

Sociologicamente significa prendere atto della crescita percentuale della presenza anziana nelle società post industriali, nel vocabolario della Chiesa vuol dire riconoscerne il protagonismo, capire che in parrocchie popolate sempre di più da persone incanutite, il loro ruolo condizionerà il futuro delle stesse comunità.

Non a caso la recente riforma della Curia Romana prevede che un Dicastero abbia tra le sue priorità, accanto alla cura pastorale dei giovani, quella degli anziani. Quasi un richiamo all’incontro necessario, più volte evocato dal Pontefice, tra la generazione della memoria e quella del presente che si fa futuro. Gli anziani non semplici comparse ma attori sulla scena del mondo, dunque. Lo dice il tema stesso della Giornata: 'Nella vecchiaia daranno ancora frutti'.

Un’indicazione controcorrente, che però non significa negare le difficoltà legate alle forze che vengono meno, alla testa che confonde i ricordi, alla stanchezza che aumenta. Invecchiare non è piacevole per nessuno, avverte il Papa, succede senza mai essere veramente pronti. O forse si è preparati nella misura in cui ci si forma alla scuola della condivisione. E allora l’età anziana diventa attenzione agli altri, cura del creato, educazione alla pace. Con i nonni non più presenze ingombranti, ma custodi di una sapienza da condividere e di un domani che nasce già oggi. Anche grazie a loro.

 
 
 
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