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Ragazzi ed emergenza Covid

FC n. 5 del 31 gennaio 2021

RAGAZZI ED EMERGENZA COVID

ABBIAMO INCONTRATO ALCUNI ADOLESCENTI MILANESI NELLE STRADE E NEI PARCHI DOVE SI RITROVANO PER CERCARENDI SFUGGIRE ALLA NOIA

Perché nessuno pensa davvero a noi?

Veniamo da un anno durissimo, in cui ci è mancato il contatto fisico, l’incontro con persone nuove, i sorrisi dal vivo e tutte le piccole cose che sono normali alla nostra età. Vogliamo soluzioni concrete per il futuro.

Eccoli gli adolescenti che al tempo della pandemia passano le giornate tra lezioni a distanza e maratone di videogiochi. E che attraverso i social, (alcuni ndr), organizzano maxi risse per sfogare la noia, come quelle di Roma e di Gallarate. La scena che ci troviamo di fronte è molto diversa da tutto questo. Siamo all’estrema periferia di Milano, in un parchetto pieno di fango e di sterpaglie. C’è ancora qualche raggio di sole, ma il termometro segna due gradi. Cinque ragazzi tirano calci a un pallone azzurro mezzo sgonfio. Tutti indossano la mascherina.

Ci avviciniamo, ci presentiamo e loro sono contenti di parlare. Anzi, sembra che non aspettino altro. Ecco Michele, 17 anni. «Come va? Male. Stare così tante ore davanti a uno schermo è pesante. Mi manca non avere il mio compagno accanto, non poter abbracciare nessuno: mi manca insomma il contatto fisico. È normale alla nostra età, no?». «Per questo, appena finiti i compiti, veniamo qui, anche quando non si poteva fare», aggiunge Giovanni, 16 anni. «Stiamo all’aperto, teniamo la mascherina, e giochiamo a tirare i rigori, stando sempre distanziati. Una volta sono venuti i vigili. Ci hanno controllato gli zaini e se ne sono andati».

Li salutiamo mentre ormai è buio e ci dirigiamo verso il centro della città. Di fronte a una scuola, notiamo un altro gruppetto di ragazzi intenti a giocare a ping pong. Interrompiamo la partita tra Ilan e Sara. Hanno entrambi 17 anni e non hanno condiviso la battaglia dei loro coetanei per tornare al più presto alle lezioni in presenza. Sara: «Nei mesi in cui siamo stati in classe, non mi sono sentita sicura. L’autobus che prendevo era sempre pieno di gente. A casa, con la Dad, mi sono trovata bene: avevo il mio tavolino, seguivo le lezioni e dopo aver studiato venivo qui a incontrare gli amici». «È vero, è noioso, ma se non ci sono alternative è meglio tornare a scuola solo quando si potrà farlo in sicurezza», aggiunge Ilan.

A qualche centinaio di metri di distanza, radunati intorno ai gradoni di un muro, ci sono altri giovani di poco più grandi. Inizia a scendere qualche goccia di pioggia, ma non se ne curano.

Filippo R., Leonardo S. e Alessio S. sono iscritti al primo anno di università, mentre Leonardo P. e Angelo C. sono all’ultimo anno di superiori. Vengono qui tutti i pomeriggi e a volte si ritrovano anche la sera nei cortili delle case di qualcuno di loro, così possono stare insieme anche oltre le 22, quando scatta il coprifuoco. Perché, spiega Leonardo P., «a stare sempre a casa si impazzisce. Durante il primo lockdown, stavo fuori con il cane anche per tutto il pomeriggio. Tra pochi mesi dovrò fare la maturità e non mi sento per nulla preparato. Dopo un po’ non riuscivo a seguire le lezioni a distanza e anche i professori li vedevo molto meno motivati».

«Io ho fatto la maturità a giugno ed è stata una farsa», aggiunge Filippo. «I prof si sono solo limitati a confermare tutti i voti. Mi chiedo che senso abbia rifarla anche quest’anno. L’università? Ho visto i professori solo una volta, per una prova scritta, e ho conosciuto solo un compagno perché abbiamo preparato una tesina insieme, ovviamente a distanza». Ad Angelo mancano soprattutto due cose: «Le serate nei locali e poi andare nello stadio a tifare per il Milan. Meno male che ci sono loro. Ci sentiamo al sicuro dai contagi perché è come se vivessimo in una “bolla”: a parte i nostri familiari, ci frequentiamo solo tra di noi».

Salutiamo pure loro e andiamo in via Dezza, dove qualche giorno fa una rissa tra ragazzini che si erano dati appuntamento lì è stata sventata dalla polizia. Seduti su una panchina, un gruppo di liceali diciassettenni sostengono che la noia da Covid non c’entri niente: «Ci sono sempre stati gruppi di “zanza”, di quindicenni che si ritrovano per “fare brutto”. Solo che ora fanno più notizia». Il disagio però è vero. «Mi manca non poter conoscere persone nuove», dice Leonardo. «Anche con le ragazze è un disastro. Loro stanno più a casa di noi. Ma anche quando le vediamo è difficile conoscerle. Non si può vederle sorridere, capire quanto sono davvero carine». Edoardo, una fidanzata ce l’ha. «Ma abita dall’altra parte della città e per incontrarci siamo costretti a prendere i mezzi pubblici che non sono sicuri. Così ci vediamo solo un paio di volte alla settimana: facciamo una passeggiata e poi torniamo a casa. Questo non è “stare insieme”».

Simone confessa di svegliarsi al mattino dieci minuti prima dell’inizio delle lezioni. «Mi sciacquo la faccia, mangio un boccone, mi metto una maglietta e poi accendo il computer. Ma anche la didattica mista non va bene, anzi è peggio perché i professori finiscono per concentrarsi sugli studenti che hanno di fronte e trascurano quelli a casa. Poi l’intervallo è stato cancellato e così tutti quei piccoli momenti che vivi di solito a scuola e che ti ricorderai per sempre».

La pioggia è diventata più insistente e il termometro è sceso sotto zero. Ma quando ci voltiamo vediamo che Simone e i suoi amici giocano a passarsi il pallone. Tutto, pur di ritardare il più possibile il ritorno tra le mura di casa.

I NUMERI DEL DISAGIO DEI RAGAZZI DALLA DAD ALL’ISOLAMENTO

46% dei ragazzi e delle ragazze ha vissuto lo scorso anno come tempo “sprecato”. 65% è convinto di pagare le incapacità degli adulti nel gestire la pandemia. 85% ha affermato di aver compreso quanto sia importante relazionarsi con altre persone. 28% ha avuto almeno un compagno o una compagna che ha smesso di frequentare le lezioni in Dad. 4 su 10 hanno avuto ripercussioni negative sulla capacità di studiare (37%), stanchezza (31%), incertezza (17%), preoccupazione (17%). 6 su 10 fra i 14 e i 19 anni tengono “molto” alla didattica in presenza. Oltre il 54% ne soffre “molto” la mancanza. La percentuale di “entusiasti” della Dad (coloro che l’apprezzano molto) è del 12%. 86% dei giovani ha dichiarato di aver seguito tutte le lezioni in Dad durante il lockdown. Ora la quota scende al 70%. Si registra quindi anche un sensibile calo della “fedeltà” alla partecipazione alle lezioni a distanza. Solo il 2% dei giovani italiani, in questo momento, riferisce di provare gioia o allegria.

L’ALLARME DI STEFANO VICARI DEL BAMBIN GESÙ

Il quadro del Bambin Gesù di Roma è questo: gli accessi al pronto soccorso per emergenza psichiatrica legata a tentativi di suicidio sono passati da 12 nel 2011 a 300 nel 2020. Quasi uno al giorno. Gran parte dei giovani in cura dichiara di trascorrere quattro ore al giorno guardando il soffitto. Cioè non ha più motivazioni…

Ne parliamo con Stefano Vicari, primario di Neuropsichiatria dell’ospedale… «Abbiamo registrato un aumento di irritabilità, ansia, disturbi del sonno (fatica ad addormentarsi e mantenere il sonno) e depressione…». «Tentativi di suicidio e autolesionismo, ma non solo; depressione, chiusura in sé e nella propria stanza, difficoltà a incontrare gli amici; vittime dell’ansia veicolata anche da come i genitori vivono la paura del contagio. Ansia che, aumentando, porta a fenomeni di violenza collettiva o aggressività intrafamiliare». «Sono reazioni di segno opposto allo stesso malessere: da una parte c’è chi spacca tutto (taglia sé stesso, picchia gli altri, i genitori); dall’altra chi si chiude facendo fatica a incontrare i coetanei. Questo sarà il vero problema finita l’emergenza: farli uscire di nuovo di casa, dal piccolo mondo rassicurante che li mette a riparo dalle sfide che la relazione con gli altri pone». «Perché è attraverso questa che gli adolescenti apprendono chi sono. Per questo insisto che le scuole in qualche modo vanno aperte. È questa continua incertezza che spiazza; apritele a turni, anche con orario ridotto se l’obiettivo è di mantenere la possibilità di relazioni. Togliere loro il confronto con gli altri è togliere il passaggio verso la consapevolezza delle proprie capacità, la conoscenza di sé e il diventare adulti». «Il movimento è fondamentale anche per l’aspetto cognitivo, alla salute mentale, che si basa sullo scambio di emozioni, poi il video toglie il linguaggio non verbale (l’espressione degli occhi, del corpo, la prossemica). Ecco quindi perché la scuola deve essere aperta: perché ci si infetta molto poco (solo il 2%), mentre il contagio è maggiore sui mezzi pubblici e negli assembramenti spontanei. In questi casi serve l’impegno della politica per una vita di relazioni possibili e che i genitori vigilino sui comportamenti dei figli». I genitori debbono «esserci, essere presenti e prossimi perché non basta la qualità del tempo, serve anche la quantità. E poi di compilare un’agenda per avere giornate strutturate, fatte anche di cose piacevoli. Quindi sveglia alle sette e a letto in base all’età, in mezzo attività, uscite per fare acquisti, amici che vengono a casa in sicurezza con cui stare o studiare. Il tempo va organizzato».

Ai prof dico «di capire che il loro ruolo non si esaurisce nella Dad. Che possono dare spazio alle difficoltà degli alunni, dividerli in gruppi di confronto e racconto. Lavorare sulle emozioni oltre che sulle competenze».

Agli educatori dico «di avere un po’ più di coraggio: fare un incontro di un’ora in un cortile della parrocchia e giocare senza contatto. Come? La fantasia aiuta! Per lo sport, invece, chiudete il pc con i corsi online e andate piuttosto a fare una corsa al parco». «Soprattutto le relazioni positive che per loro sono quelle con i pari. È da lì che si riparte. E laddove i ragazzi si rifiutano lo si fa a piccoli passi, piano piano. Invitando prima gli amici a casa e poi uscendo». «Il fatto che la scuola potrebbe riscoprire la sua funzione educante perché non prepara futuri lavoratori, ma deve accendere il piacere per lo studio e la curiosità; non solo didattica e prestazione. E forse che la famiglia riscoprirà il ruolo dei genitori: non solo accompagnatori passivi o “taxisti organizzati”, ma educatori. Coloro che danno misura del crescere e delle regole. Chiusi in casa “grazie” al Covid si parla di più, c’è più tempo per le relazioni che sono la parola magica nella salute mentale».

«I giovani sono come bicchieri d’acqua, liquidi: vanno contenuti dagli adulti», dice Carolina B., terapeuta per famiglie di giovani in difficoltà «in una forma conforme alla loro essenza; gli adulti, dal canto loro, troppo spesso sono molli e collusivi». «Ecco perché dico ai genitori chiedete aiuto! Non per forza a uno psicologo, ma a chi può favorire il vostro essere “guide orientanti” per i figli». «La Dad ha accelerato un processo esistente: “Non ho bisogno degli altri, basto a me stesso”. Un’illusione da cui nasce il malessere. Ecco perché guardo con favore ai licei occupati; ai ragazzi dico: la scuola è vostra, andate a riprendervela».

 
 
 
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