Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi di Novembre 2023

Mancanza di Rispetto

2023, 29 novembre

Solo il rispetto delle differenze disinnesca la violenza di genere

Stiamo offrendo ai nostri ragazzi modelli relazionali tossici. Quando l’amore diventa perdita, vulnerabilità e sofferenza, il maschio reagisce nell’unico modo previsto dal patriarcato: la violenza

Ho passato le ultime due settimane a discutere di violenza di genere a scuola. Ho deciso di far saltare così un complesso sistema organizzativo di programmazioni, perché il messaggio che volevo dare è che in questo mondo affannato a rincorrere la performance, non ci diamo più il tempo per prenderci una pausa e riflettere per capire dove stiamo andando. Ho chiesto ai ragazzi quale fosse secondo loro il motivo del fenomeno per cui in Italia ogni tre giorni viene uccisa una donna. In molte classi è sceso il silenzio; ho scoperto poi che sono quelle in cui si sono vissute esperienze di violenza in prima persona. In altre si è acceso un forte dibattito: spesso in classi dove i maschi si sono sentiti messi in discussione, - dice Selene Z.

 

La fuga dei quarantenni

Quello che ho notato è che più sono grandi, più i maschi di fronte a questo argomento sentono un invincibile bisogno di schermarsi, difendersi, tirarsi fuori come fosse qualcosa che non li riguarda. Un collega mi confessa di essere preoccupato che i maschi vengano troppo colpevolizzati. I più giovani hanno una modalità di fuga dal discorso di vario tipo. I più si rifiutano di riconoscere che la violenza inizia da forme invisibili e nascoste, come il linguaggio e le battute sessiste. Altri si proteggono dietro l’ironia, la battuta come meccanismo per superare il disagio o per sminuire il valore del discorso. Un ragazzo mi ha detto: non abbiamo modelli. E mi ha fatto pensare: in effetti che modelli offriamo come società?

I modelli che offriamo

L’Italia è stata teatrino negli ultimi vent’anni di modelli di genere politici e sociali che hanno usato le donne, sfruttandone l’emancipazione sessuale, in modo subordinato e funzionale ricacciandole nel ruolo strumentale di soddisfazione di bisogni sessuali del maschio. Abbiamo una premier che ci tiene a farsi chiamare al maschile nelle sue funzioni di governo. A livello internazionale lo scenario che offriamo in quanto adulti è quello di un sostegno alla cultura della guerra: massacri da parte di nazioni che si dicono democratiche vengono perpetrati ogni giorno sotto gli occhi dei nostri ragazzi senza che il diritto internazionale riesca a fermare carnefi-cine che gridano vendetta al cospetto di Dio. La Chiesa da parte sua è l’ultima cittadella fortificata in cui il nodo potere-maschilità appare difficile da mettere in discussione, con rigurgiti recenti nel tentare di mantenere e giustificare “teologicamente” privilegi maschili ed esclusioni femminili. Le famiglie con i loro carichi di complessità di tempi, ritmi, relazioni, non sono più purtroppo luoghi di dialogo tra generazioni; le famiglie sono per lo più tenute insieme dai salti mortali di donne sovraccariche del lavoro domestico, di cura e professionale. Una società consumistica dopo averci tolto ideali e valori, si è scordata di dare un senso alle nostre vite. Ci comprime in strutture efficientistiche dove siamo costretti a produrre “valore” nel senso prettamente economico, dove siamo valutati per successo, performance, organizzazione, programmazione e soprattutto per la nostra Ral, che per le donne è sempre minore.

 Gli esiti

I ragazzi crescono con l’angoscia che se non vai al passo sei perduto e potresti andare a finire negli scarti relazionali, ciò che non a caso, la nostra epoca produce in grande quantità. Gli uomini maschi che il patriarcato vorrebbe “per natura” aggressivi, determinati, forti, e il consumismo di successo, ricchi, affermati, rischiano di diventare cinici rispetto alla loro carriera e alle loro relazioni. In realtà questi uomini sanno di camminare sul crinale di un abisso che potrebbe farli precipitare nella follia, nei disturbi mentali, in preda a un mondo che li costringe in un ruolo di genere dal carico impossibile da sopportare, ma di fronte al quale non imparato le parole per chiedere aiuto. A volte penso che pur di non sopportare un sovraccarico di genere di questo tipo, in quel precipizio alcuni preferirebbero gettarvisi. Si producono allora sì anche malattie psichiche che sono una pandemia, perché prodotto delstorie la malattia della società stessa: personalità narcisistiche, relazioni ossessive, amore che diventa tossico perché la struttura del consumismo ha trasformato l’amato in oggetto di possesso e l’amore in incasso. Quando la relazione d’amore diventa (e lo diventa prima o dopo) perdita, vulnerabilità e sofferenza, il maschio reagisce con l’unico codice emotivo che il patriarcato gli ha insegnato e concesso: la violenza.

Come l’acqua per i pesci

Quello che mi colpisce delle di violenza è l’incapacità di vedere i segnali o il sottovalutarli. È questa la patologia sociale. Non li si vede dall’esterno, non li si vede quando li si subisce e nemmeno quando li si agisce. Il patriarcato agisce come l’acqua per i pesci. Per i maschi è ancora più difficile perché quel mondo è costruito semplicemente attorno a loro. Fanno più fatica a vederlo, perché vederlo significherebbe scorgerne le tossicità e accettare di cambiare comportamenti per poterlo scardinare. Ma come chi non è mai uscito dalla propria casa la considera “normale”, così molti uomini considerano la propria struttura mentale anche giusta, semplicemente perché è quella che ha una lunga storia culturale. Si veda il successo di Vannacci. Ho ascoltato tanti interventi in queste settimane, di opinionisti, politici e personaggi pubblici. Sono davvero pochissimi i maschi il cui linguaggio e le cui argomentazioni non facciano la spia di una struttura patriarcale di cui sono preda e che perpetrano anche quando vogliono dire di essere contro la violenza sulle donne. Ha dell’imbarazzante. Fa un po’ effetto terrapiattisti. Non riuscendo a vedere, si sentono colpevolizzati inutilmente. Ma c’è un grande abisso culturale, di percezione, di mentalità tra i maschi e le donne che abitano da sempre un mondo che invece hanno dovuto imparare a tradurre, adattare, modificare e/o tenere a bada.

Come uscirne

I più giovani sono più sensibili a certe riflessioni, forse perché gli stereotipi hanno ancora strutturato in mondo poco rigido il loro cervello più plastico o forse perché sono semplicemente stati educati alla parità di genere. Un alunno di terza Liceo ha detto: « Le donne sanno cosa vogliono perché vengono da un lento cammino di riflessione su sé stesse. Forse adesso tocca a noi uomini fare il nostro pezzo di cammino». Un altro ha detto: «Prof, noi come singoli lo sappiamo che quello che ci dice è giusto. Solo che come gruppo poi non riusciamo. È importante che lei dica queste cose a tutta la classe così possiamo iniziare ad agire assieme». Un altro ha riconosciuto nelle stesse parole di genitori che «cercano di dare tutto ai figli», un errore di educazione. «Dovrebbero metterci di fronte a più no. I no ci aiutano a crescere». Questi cuccioli di ragazzi hanno capito una cosa fondamentale: vogliono essere educati al desiderio, alla consapevolezza della “struttura di peccato” che in quanto maschi si portano addosso, e soprattutto hanno capito che ci vuole una presa di responsabilità collettiva in quanto maschi nel riconoscimento e nello scardinamento della violenza. E le ragazze? Non c’è ragazza a scuola che non abbia subito violenze, molestie o aggressioni. A volte ne parlano, altre no. Non sanno cosa fare, come reagire, a chi rivolgersi, come evitare. Ma evidentemente ci va bene così se, negli ultimi 20 anni abbiamo assistito nelle parrocchie, nella scuola e in Parlamento ad una sistematica colpevolizzazione, caricaturizzazione e contrasto alla diffusione degli studi di genere, che invece insegnano il rispetto delle differenze e aiutano a riconoscere e disinnescare i dispositivi di violenza che attuati dagli stereotipi di genere. Quante donne devono ancora morire per convincerci che tossica è l’ideologia dei generi che identifica per “natura” le donne in posizioni e caratteristiche psicologiche di cura, maternità, dolcezza, accoglienza, funzionalità e gli uomini in posizione e caratteristiche di dominio, violenza e potere? Si chiama patriarcato.

 
 
 

Pippa Bacca

Post n°3941 pubblicato il 30 Novembre 2023 da namy0000
 

Pippa Bacca, pseudonimo di Giuseppina Pasqualino di Marineo

 

Nacque a Milano nel 1974

Morta in Turchia l'8 marzo 2008, il giorno della Festa della donna. (33 anni)

 

 

nipote di Piero Manzoni, uno dei più grandi artisti moderni italiani, e fin dal 1997 seguì le orme dello zio, intraprendendo la strada dell'arte performativa. Il suo obiettivo era trasformare oggetti in altri oggetti, solitamente servendosi con l'aiuto delle forbici. Una delle sue opere più rappresentative si chiama Surgical mutations, ovvero "Mutazioni chirurgiche", ed è costituita da foglie raccolte in un bosco e ritagliate in modo da trasformarsi in foglie di altre specie vegetali. Fu però la sua passione per i viaggi e per le performance itineranti a segnare la sua fine.

Dopo essere diventata protagonista del progetto Brides on tour, che voleva essere un simbolo di pace e fratellanza, ha perso tragicamente la vita in Turchia a soli 33 anni.

L'artista provò ad attraversare in autostop con indosso un abito bianco da matrimonio 11 paesi in cui erano in corso dei conflitti armati. L'obiettivo? Promuovere la pace e la fiducia nel prossimo. A quanto pare, però, il progetto si è rivelato fallimentare. La meta finale sarebbe dovuta essere Gerusalemme ma, dopo aver attraversato Slovenia, Croazia, Bosnia e Bulgaria, in Turchia la sua corsa è stata drammaticamente arrestata. Il 20 marzo di quell'anno, dopo essersi separata temporaneamente dalla compagna di viaggio a Istanbul, fu violentata e uccisa a Gebze da un uomo che le aveva dato un passaggio. Il corpo martoriato fu ritrovato solo il successivo 11 aprile, quando fu confermata la notizia della morte. L'uomo responsabile dell'assassinio si chiama Murat Karataş, all'epoca aveva 38 anni, e oggi è rinchiuso in carcere dopo essere stato condannato in via definitiva a 30 anni di reclusione dalla Corte di Cassazione turca.

 

Pippa Bacca, la storia dell’artista morta in abito da sposa: voleva girare il mondo in autostop

Si chiamava Pippa Bacca ed era l’artista che fu assassinata nel 2008 durante il progetto itinerante “Brides on tour”. Sognava di girare il mondo in autostop con indosso un vestito bianco da sposa per promuovere la pace e la fratellanza ma il suo viaggio è stato drammaticamente interrotto dopo che un uomo l’ha violentata e uccisa in Turchia.

Giuseppina Pasqualino di Marineo, in arte Pippa Bacca, è stata una delle artiste performative più talentuose del nostro paese, era la nipote di Piero Manzoni. Purtroppo, però, è morta a soli 33 anni dopo aver tentato di diventare portavoce di pace e fratellanza. Sognava di portare a termine un progetto che le avrebbe permesso di girare il mondo in autostop con indosso l'abito da sposa ma in Turchia il suo viaggio è stato drammaticamente interrotto da un uomo che l'ha stuprata e uccisa. Oggi la sua storia sconvolge ancora l'opinione pubblica e riporta l'attenzione su un tema più attuale che mai, quello della violenza sulle donne.

 

 

Pippa non è stata dimenticata: è diventata protagonista di un documentario diretto da Simone Manetti e intitolato "Sono innamorato di Pippa Bacca". La vicenda sconvolge ancora l'opinione pubblica ed è la dimostrazione materiale del fatto che gli abusi, le violenze e gli stupri non sono legati al modo di comportarsi o di vestirsi di una donna. Pippa non se l'era "andata a cercare", eppure si è ritrovata a pagare un prezzo altissimo. Qual è stata la sua "colpa"? Essere stata troppo ingenua e fiduciosa verso il prossimo. La violenza e la brutalità che ha ricevuto in cambio del suo buon cuore sono stati davvero eccessivi. La drammatica storia di Pippa riporta di nuovo alla ribalta il delicatissimo tema della violenza sulle donne, ancora oggi più attuale che mai e spesso sottovalutato.

 
 
 

Amori sbagliati

2023, Avvenire, 25 novembre

Femminicidi. Recalcati: «Narcisismo e depressione sulle braci del patriarcato»

Lo psicoanalista: «Il riferimento è la cultura patriarcale. Ma è il legame interminabile con la madre a generare rapporti simbiotici, nicchie narcisistiche. I maschi violenti? Analfabeti emotivi»

Massimo Recalcati, psicoanalista lacaniano e saggista, osservatore attento delle trasformazioni della società contemporanea e dei ruoli familiari.

Il riferimento alla cultura patriarcale è necessario, imprescindibile direi. È lo sfondo inconscio collettivo della violenza sulle donne. Secondo questa cultura, che ha dominato in Occidente sino alla rottura degli anni Sessanta col ‘68 e con i movimenti femministi, la donna viene concepita come afflitta da una minorità ontologica, cognitiva e morale. L’uomo viene, di conseguenza, autorizzato a esercitare su di essa un potere disciplinare che giustifica anche il ricorso alla violenza. Basterebbe riguardare “Comizi d’amore” di Pasolini per farsi un’idea precisa del carattere pervasivo di questa rappresentazione nei rapporti uomo-donna nel nostro paese prima del ‘68. Nondimeno è vero anche che ci troviamo in un altro tempo e che la condizione della donna è profondamente mutata.

La cultura maschilista, come figlia naturale dell’ideologia del patriarcato, non è più in una posizione dominante. Sarebbe impossibile non riconoscerlo. Ma la sua brace non è del tutto spenta. Dobbiamo inoltre distinguere due facce di quella ideologia. Una è rappresentata dall’odio sessuofobico nei confronti delle donne. La sua incarnazione più recente è quella della polizia morale iraniana che esige la cancellazione del corpo femminile. È la terribile eredità del nostro Malleus maleficarum che identificava le donne non rassegnate all’obbedienza passiva nei confronti degli uomini con le streghe. L’altra faccia del patriarcato, quella più in ombra che si fa fatica a nominare è quella del legame interminabile con la madre.

I legami primari non si interrompono, ma tendono a prolungarsi nella vita adulta riproducendo la fusionalità e la possessione che li caratterizza originariamente. È qualcosa che non appartiene al medioevo ma riguarda profondamente la cultura del nostro tempo. La cultura del successo individuale e del principio di prestazione rende, infatti, difficile l’elaborazione del fallimento e dello scacco e stimola la nascita di rapporti rifugio, adesivi, simbiotici, di nicchie narcisistiche separate dal mondo, delle specie di “reinfetazioni” fantasmatiche, riparo da una realtà precaria, minacciosa, spaesante...

È un mostro a due teste. La prima è quella del narcisismo, la seconda è quella della depressione. La violenza maschilista come spinta al dominio sul partner ridotto a proprietà esalta la dimensione narcisistica. Ma essa porta con sé anche il gelo e il buio sconfinati della depressione: «Ti domino sino al punto da ucciderti in modo tale che tu non possa mai abbandonarmi perché se tu mi abbandonassi non resterebbe niente di me».

I maschi violenti vivono la donna come una minaccia per la loro identità. Sono emotivamente analfabeti. La spinta al possesso manifesta la loro fragilità di fondo. Di fronte alla ferita narcisistica di un abbandono possono reagire violentemente perché non tollerano la libertà della donna che mette sottosopra il loro prestigio fallico.

Bisogna distinguere la rappresentazione patriarcale della paternità dal principio paterno. Si può leggere in questo modo la terribile stagione del totalitarismo nel Novecento: il padre-Duce, il padre-Fuhrer rassicura le folle negando la libertà. Diversamente il principio paterno introduce una Legge che sa contenere la violenza nella misura in cui ricorda che l’essere umano non può essere tutto. È questa, infatti, l’origine prima della violenza umana: la spinta a voler essere tutto. È quello che accade nel nostro tempo. Il principio paterno corregge questa spinta ricordando che l’essere umano è sempre non-tutto.

L’amore, diceva Lacan, è sempre eterosessuale. Con l’aggiunta però che dobbiamo imparare a non ridurre l’eterosessualità alla differenza anatomica tra i sessi. L’amore è eterosessuale in quanto è sempre amore per l’eteros, per l’altro, per la sua differenza... L’esistenza di questo amore non è affatto garantito dalla differenza anatomica, come gli psicoanalisti sanno bene.

Mi chiedo dove io debba fare di più, come genitore.

Come possa meglio insegnare che la sconfitta e la perdita sono occasioni di consapevolezza, di crescita (da Eschilo a Dostoevskij, ci sono millenni di letteratura a insegnarlo). Che quel vuoto nel quale esse ci proiettano non è un buco infinito privo di prospettive. Che comunque intorno a noi esiste, e si può e si deve alimentare, una rete alla quale aggrapparsi: dalla famiglia agli amici, ai compagni di scuola o dello sport. Una rete idonea a fermare la caduta, a sorreggerci fino a ché ce ne sarà bisogno. Forse il primo passaggio è insegnare a non temere né il dolore, né il pericolo, a non scappare da essi, ma a utilizzarne la conoscenza per aumentare la consapevolezza. Poiché essa sola è il presidio più alto: consapevolezza del valore della vita, propria e altrui, e della sua sacralità.

 

Anche gli uomini hanno sentimenti e provano emozioni. Non se ne parla molto, ma è una buona notizia, perché significa che non esiste solamente la rabbia. Ci sono anche la gioia e la paura, la tristezza e il desiderio, la mancanza e la speranza. Ma a differenza delle donne gli uomini si ostinano a non ammetterlo. Preferiscono farla breve: si arrabbiano, magari diventano violenti, poi non ci pensano più. E non ne parlano mai.

Si può imparare a elaborare la sconfitta, che per ciascuno assume un aspetto diverso: c’è chi esulta perché è arrivato penultimo e chi si macera per il secondo posto. Non parliamo solo di sport, è chiaro. Nella società contemporanea tutto è competizione, tutto è misurabile e misurato, tutto finisce in qualche graduatoria da controllare ossessivamente. Si sale e si scende, si fa sempre del proprio meglio, ma non si può primeggiare a pari merito. Non tutti insieme, almeno. Ognuno deve trovare il suo posto e, mentre lo cerca, deve sforzarsi di riconoscere i sentimenti che sta provando e di dare un nome alle emozioni che gli vengono incontro. A beneficio di tutti, e di tutte.

«L’amore è dono e mai possesso dell’altro»

 “Amore e violenza non vanno d’accordo, l’amore è dono e mai possesso dell’altro. È mio solo se è suo!

L’amore non è una gara, non prevede vittorie di cui gloriarsi né trofei da esibire. L’amore non ha nulla a che vedere con il possesso. Certo, diciamo “mia moglie”, “la mia ragazza”, “mia figlia”, ma non è che una consuetudine. Ogni volta che pronunciamo queste parole, nella nostra mente dovrebbero risuonarne altre: “la donna o la ragazza che mi ha scelto”, per esempio, “la figlia che mi è stata donata”. A dispetto di millenni di evoluzione e in spregio a secoli di rivoluzioni per il maschio della specie risulta ancora più facile gonfiare il petto, flettere i muscoli, lasciare che la rabbia dilaghi e distrugga.

Le azioni hanno conseguenze. Tutte le azioni, anche e specialmente quelle compiute sotto l’urto della furia. Se ci si dimentica di questa semplice verità, non c’è più bellezza che tenga, non c’è più amore che possa trovare voce. È una smemoratezza mortale, letale. Distruttiva, appunto. E, da ultimo, autodistruttiva. Un giorno o l’altro si dovrà cominciare a essere orgogliosi della propria fragile interiorità, a vergognarsi del male anche solo immaginato, a vivere l’amore come un dono di libertà, che può essere accolto, scambiato e mai preteso. Anzi, sarebbe già tanto viverlo, l’amore, e non ucciderlo.

 
 
 

Le malattie mentali nei giovanissimi

2023, FC n. 47 del 19 novembre

Aumentano tra i giovani suicidi e atti di lesionismo

Nel 90 per cento dei casi sono ragazze. Esistono dei disturbi di genre. La depressione e l’ansia sono più femminili. L’aggressività è tipicamente maschile ed è espressione anche quella di sofferenza.

L’età si questi fenomeni si abbassa perché adultizziamo i bambini. Iniziano prima le dipendenze da strumenti elettronici, oggi gli regaliamo il cellulare per la Prima Comunione, una follia. Incontrano prima le droghe leggere, la mattina appena svegli cercano la canna e se ne fanno quattro, cinque al giorno con danni inauditi. A 13, 14anni si sballano con l’alcol. L’uso continuativo dei device induce a una dipendenza che ha le stesse dinamiche delle sostanze, attiva le stesse aree cerebrali della cocaina. Con crisi di rabbia se viene sottratto lo strumento, perdita di ore di sonno che, tra l’altro, è uno dei fattori di rischio delle malattie mentali. Il tempo medio trascorso con le tecnologie è di circa sei ore al giorno, sottratte alla vita e all’attività fisica. Si nasce con una predisposizione al disturbo mentale, ma l’ambiente può modulare questo rischio. E nell’ambiente ci sono la famiglia – quella stabile, che educa all’autonomia, a riconoscere le emozioni, che educa all’uso di strumenti e riduce di molto il rischio – ma anche la scuola che non può essere solo competizione e prestazione, merito… Quindi la famiglia può essere un fattore protettivo e soprattutto un grande strumento nel percorso di cura, perché dalle malattie mentali si guarisce.

L’educazione in famiglia è centrale. Va evitato il modello amicale che inquina i ruoli. Mi colpiscono sempre mamma e figlia che vengono in ambulatorio vestite e tatuate allo stesso modo e mi dicono  “noi siamo amiche”. No, tu mamma sei l’autorità e devi sapere dire di no. Controllare cosa fa, se fuma. I ragazzi per antonomasia sono fragili e si costruiscono negli anni. a noi il compito di dar loro certezze, di educarli a riconoscere e gestire le emozioni, all’autonomia e a costruire relazioni buone in casa e fuori.

Una caratteristica dei disturbi mentali è il malumore, la chiusura, il ritiro sociale, il cibo, il sonno. Accorgersene presto vuol dire evitare comportamenti drammatici con esiti purtroppo talvolta fatali. Se ne esce chiedendo aiuto. I genitori non devono avere paura o pensare di essere sbagliati. Va tolto lo stigma dai disturbi mentali, “non sei un cattivo genitore”; vanno trattati come una qualsiasi malattia. Ma serve, per prima cosa, che sulla salute mentale investa il Governo, oggi invece siamo all’anno zero. Di fatto è tutto privato.

Si riparte da un piano di cura perché  chi ci ha provato una volta può rifarlo. Sapendo, però, che intervenendo se ne esce. Per primi dovrebbero parlarne i pediatri e insegnanti.

 
 
 

Prospettive future

2023, Mario Delpini, arcivescovo di Milano, Avvenire, 22 novembre

“Mi sembra che oggi sia molto diffuso tra i genitori, e più in generale tra gli adulti, un atteggiamento di inconsapevole impoverimento delle prospettive future dei ragazzi.

Quando i genitori sono presenti e hanno dei mezzi, essi li pongono a disposizione dei loro figli: raccomandano ai figli di andare a scuola, e scelgono la scuola migliore possibile; apprezzano molto l’impegno dei figli nello sport, e pagano perché possano svolgere attività di questo genere in diverse modalità e ambienti; non appena i figli, nella loro bella singolarità, mostrano di avere qualche talento, insistono con loro nell’impegnarsi e nel cercare di realizzarlo al meglio, e sono disponibili, in questo caso, a sacrifici, anche per mandare i figli a studiare all’estero o a partecipare a concorsi e a cogliere opportunità. In tutto questo, molti genitori partecipano con convinzione alla competizione di una società che sembra premiare solo i migliori, quelli che riescono, che si affermano e a volte addirittura si impongono. Insomma: gli adulti si presentano ai giovani come coloro che li spingono sempre avanti e lo fanno con una certa energia. E tuttavia, i giovani di oggi si domandano sempre più: «Sì, avanti, ma verso dove? A quale futuro volete che partecipiamo?». Qui si apre un tema che mi sembra addirittura drammatico: che il futuro sia immaginato come una sfida terribile, anche se inevitabile. A questa visione è sottintesa l’idea che il presente sia negativo, perciò diciamo ai giovani: «Guarda, oggi le cose vanno male, ma in futuro, se ti impegni, ma solo se ti impegni molto, vedrai che potrebbero forse andare meglio. Non sappiamo come, ma bisogna che ti dia da fare per sfuggire al male presente, senza alcuna garanzia, ovviamente, per il futuro, che anzi appare a noi per primi incerto e irto di difficoltà».

Da qui a comunicare il messaggio: «Le cose oggi vanno male, ma in futuro possono anche andare molto peggio» poco ci manca. Attenzione: non sto dicendo che facciamo male a raccomandare ai giovani di studiare, di imparare le lingue, di sviluppare passioni e sogni. Dico però che se questo invito, spesso venato da una certa ansietà, non si accompagna a una visione radicalmente positiva della vita, a mio avviso anche arricchita da una fiducia che abbia dimensioni spirituali e capacità di affidamento al mistero bello e grande del vivere, esso contribuisce ad appesantire le prospettive dei ragazzi. Non credo, a questo proposito, di potermi stupire quando le statistiche ci dicono che c’è un’altissima percentuale di giovani che né studia, né lavora, né cerca lavoro.

Di fronte a queste situazioni, si invoca giustamente l’aiuto dello psicologo e dello psichiatra e ci sono, per fortuna, educatori che immaginano percorsi per tirar fuori di casa queste persone, spesso con risultati positivi, di ripresa del cammino. Ma rimane il problema: chiunque di noi si mette a correre solo se ha una meta, cioè se c’è una direzione in cui andare, un obiettivo desiderabile, un futuro che merita di essere vissuto. Se noi adulti procuriamo il necessario, se ci preoccupiamo di creare condizioni di crescita favorevoli, ma non abbiamo una speranza da condividere, come faranno i nostri figli a camminare con convinzione e in pace?

Rispetto a questa esigenza, don Milani era e rimane un esempio importantissimo. Era un educatore perché aveva una visione a proposito del presente e a proposito del futuro. Aveva idee profetiche, coraggiose, anche scomode, su come era organizzata e come agiva la Chiesa, su come era strutturata la scuola, su come era impostata la società, che riteneva fosse dominata da un potere autoritario che sapeva, secondo lui, nascondersi bene e andava per così dire “smascherato”, offrendo ai giovani gli strumenti per farlo. Stando con lui, i giovani scoprivano che c’era un motivo per studiare e per imparare e che c’era uno scopo per la propria vita. Imparavano prima di tutto a esprimersi, a parlare, perché solo così avrebbero potuto essere protagonisti del cambiamento, e lo capivano. Don Milani li invitava a prendere posizione, perché, spiegava, c’era un potere da abbattere e un sistema da scardinare: un’impresa per uomini e donne forti!

Oggi anche le prospettive più sincere e i più grandi desideri di cambiamento hanno un aspetto incerto, fumoso, davanti al quale si rimane come paralizzati. Credo invece che l’educatore debba e possa essere colui che sa bene che ci sono situazioni difficili, che ci riguardano e persino che ci danneggiano, ma che esiste una speranza, un futuro per cui lavorare con fiducia. Che esiste una terra promessa.

Altrimenti restiamo fermi a un «Sì, forse ce la possiamo cavare» e non abbiamo energia, né entusiasmo, né motivazioni credibili. Altrimenti il futuro ci appare come una minaccia. E in tutto questo vedo certamente una possibilità che si apre davanti a chi crede, perché le promesse di Dio non vengono mai meno. E non si tratta, con esse, di raccontare una favola, di credere in utopie irrealizzabili, ma di accogliere una vocazione che ci rende responsabili di noi stessi e quindi del futuro.

Il futuro non sarà né migliore né peggiore di adesso: sarà come lo faremo. Ecco perché tirar fuori i propri talenti, ecco perché impegnarci al meglio delle nostre possibilità, ecco per cosa investire le nostre risorse e il nostro tempo.

Quando trasmettiamo ai giovani la passione di essere costruttori di futuro, li liberiamo dal timore di essere invece vittime del flusso inesorabile della storia.

E c’è un’ultima cosa, la terza, che voglio dire a proposito di questo tema dell’educare, che ovviamente ha molte dimensioni e occasioni, rischi e potenzialità. Ed è che io credo fermamente che noi siamo in cammino verso una Terra promessa, ma non come una massa che avanza in qualche modo, trascinata da un leader che ci porta chissà dove, ma come gente che è chiamata per nome.

Questo richiamo è personale e denso di significato. È Dio che mi dice: «Mario, io ho stima di te e mi aspetto del bene da te». È in forza di questa vocazione che nessuno di noi è un numero e nessuno di noi è una presenza qualsiasi. Siamo autorizzati ad avere stima di noi stessi: se questa vita mi chiama, se questa promessa mi interpella è perché io non sono uno dei tanti.

In questo clima e con questo sguardo, con questa capacità di ascolto di una voce rivolta a me come persona unica e preziosa, scopro di non essere al mondo per farmi servire dagli altri, ma esisto perché ho la responsabilità di mettere a frutto i miei talenti. La Terra promessa che voglio per me e per tutti non verrà se io non darò il mio contributo: si raggiungerà anche grazie al mio impegno.

Non tutto, dopo aver detto queste cose, è risolto. Anzi: il compito di affrontare l’emergenza educativa comincia sempre di nuovo. Ma io credo che possiamo partire da questi tre punti di riferimento:

- l’essere adulti che non scoraggiano. Basta lamentarci: piuttosto chiediamo perdono, se ci sono stati degli errori, e da questa richiesta e da questo dono traiamo visione ed energia per andare avanti meglio;

– il vivere, noi adulti, una speranza che è la risposta a una promessa più grande di noi, e quindi il coltivare e trasmettere ai giovani di chi sa rendere ragione del proprio cammino, senza negarne i limiti, e sa spiegare perché vede un futuro e quale futuro vede;

– la consapevolezza che siamo chiamati per nome e non confusi in una massa e che proprio da ciascuno di noi, autorizzato a credere in se stesso, può nascere un pezzetto del futuro che desideriamo.

 
 
 

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