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Messaggi di Dicembre 2023

La vocazione di Edoardo

2023, Avvenire 28 dicembre

La vocazione di Edoardo, “il più bello d'Italia”

«Dopo tante finte interviste, questa volta ne voglio una vera»

«Sono stato eletto “Il più bello d’Italia”, ok. Un concorso che mi ha lanciato nella moda, ma non mi ha cambiato la vita. Me l’ha cambiata Dio, che ti lascia il tuo tempo e ti aspetta: fin da bambino premeva per farsi scoprire»Edoardo Santini, 21 anni, toscano di Castelfiorentino, da settimane spopola su giornali, tivù, siti e social, che piazzano le foto del giovane modello in posa con abiti griffati e sguardo sensuale accanto a titoli ad effetto: “Sono il più bello d’Italia e mi faccio prete”, “Da modello sexy al seminario”… Una valanga mediatica che ha preso in contropiede lo stesso Santini: «La Provvidenza ha voluto che in quei giorni fossi in ritiro spirituale e lontano dai social – sorride –. Di colpo mi cercavano giornalisti da tutta Italia ma io mi negavo, così hanno “rubato” da Instagram il video con cui comunicavo la mia decisione e ne hanno ritagliato “interviste” che però… non ho mai rilasciato. Allora mi sono detto facciamone una, ma che sia vera!».

Diciamocela tutta: se tu non fossi stato “Il più bello d’Italia”, della tua vocazione non avrebbe parlato nessuno. Quindi partiamo dalle origini: chi sei e come arrivi a un concorso di bellezza?

Sono nato nel 2002 in una famiglia molto unita, a sorpresa, quando mia mamma aveva 42 anni e le mie sorelle erano già grandi. Ho fatto il liceo scientifico e tanto sport, e ovunque ero competitivo, troppo, o riuscivo a raggiungere certi obiettivi o lasciavo, ma questo è un aspetto di me su cui sto lavorando. Poi è successo che al liceo mi sono appassionato al corso di teatro proposto dalla scuola: grazie alla recitazione vincevo la mia timidezza, così ho pensato che il teatro fosse la mia strada e ho cercato su Internet le accademie, imbattendomi in un’agenzia. Lì per la prima volta mi hanno suggerito che sarei stato perfetto come modello e mi hanno spronato a partecipare al concorso del “più bello d’Italia”. Era il 2019 e avevo 17 anni. Accettai per gioco, ma selezione dopo selezione vinsi. Lì per lì sul lavoro non utilizzai più di tanto questo “successo”, sapevo che era un trampolino per il mondo della moda ma lo trovavo imbarazzante, non mi sono mai visto così “bello” e poi sotto sotto c’era un altro pensiero sempre presente, quella tensione alla fede e al sacerdozio che fin da bambino spingeva per uscire ma che era ancora soltanto un sentimento. Dentro di me c’era sempre una lotta, in tutto ciò che facevo sentivo la necessità di trovare un senso più profondo nelle cose.

Con i tuoi a casa ti confidavi?

Scherziamo? La mia non è una famiglia religiosa, solo mia mamma la domenica va in chiesa, mio padre, le mie sorelle, i nonni, gli zii, sono tutti anticlericali… Però sono persone intelligenti dalla mente aperta, che si interrogano sul senso dell’essere e delle cose.

Da quel “sentimento” iniziale, chi ti ha condotto a fare chiarezza?

Devo molto all’agnosticismo illuminato della mia famiglia, che mi ha sempre spronato a ricercare. In secondo luogo alle prof di religione delle medie e del liceo, le riempivo di domande, ero proprio quel rompiscatole che chiede sempre. Infine alla prof di italiano, atea. Un giorno – eravamo in didattica a distanza per il Covid – ha citato il Dio dell’Antico Testamento come crudele e vendicativo e io le feci una domanda che lì per lì prese come una sfida, poi capì che stavo cercando qualcosa. Come mi ha aiutato? Semplicemente con il confronto, dicendomi la sua. Tra i miei amici con avevo mai avuto ragazzi credenti o che si interrogassero come me, quindi ho sempre cercato il confronto con persone di altre fedi o agnostiche, per questo ancora oggi credo molto nel dialogo interreligioso e con i non credenti. In quinta superiore le mie domande su Dio si erano moltiplicate, ma ancora vedevo la Chiesa come te la presentano i social, una cosa triste e anacronistica.

Intanto lavoravi forte come modello.

Ero lanciato bene, guadagnavo i miei soldi, ma non tutto quadrava. Qualche agenzia aveva anche provato a manipolarmi, «se non ti presenti nudo hai dei problemi con te stesso, con la tua intimità», mi dicevano, «lo fanno tutti, perché tu no?», «se dobbiamo usare la tua immagine mica possiamo viaggiare sulla fiducia, devi farci vedere come sei». Mi chiedevo: è giusto? non è giusto? come discernere cosa è sbagliato? Comunque non cedetti mai. La cosa più squallida fu il giorno in cui mi fecero girare su me stesso per valutarmi e alla fine un tizio mi diede dei soldi dicendomi «la bellezza va pagata». Che stava succedendo? Anche la moda è una forma di teatro – il modello interpreta il vestito, il fotografo è il regista e l’abito è la storia che devi raccontare – ma così non mi stava bene. Il fatto è che non ero mai come gli altri si aspettavano che fossi, il modello sicuro di sé o il bellissimo pieno di ragazze, ero proprio l’opposto. E il fatto che i miei coetanei non si interrogassero come me mi destabilizzava un po’: io cercavo un’amicizia vera, che non si fermasse al divertirci.

Poi però incontri ragazzi la cui felicità ti folgora…

Nell’estate del 2021, dopo la maturità, un giorno mi è venuto spontaneo fare una cosa che avevo sempre ritenuto da vecchietti, recitare il rosario. Sono andato a passeggiare sulle colline intorno a casa con il rosario in mano, pronto a nasconderlo se incontravo qualcuno. «Ma tu che vuoi da me?», chiedevo a Dio, «io non so nemmeno bene chi Tu sia, cos’è questa domanda che sento dentro?». In quell’istante nella mente mi si è acceso l’esempio di don Pino Puglisi, il suo martirio: che amore è questo che ti induce a donarti agli altri, consapevole che andrai incontro alla morte? Perché proteggere quei ragazzi dalla mafia se questo ti porterà certamente a essere ucciso? Che cosa ne guadagni tu? La morte, ne guadagni! Questo mi è esploso dentro in quel momento di preghiera… Torno a casa e di getto scrivo a don Alberto Ravagnani, un sacerdote che avevo visto su YouTube, che ci sapeva fare con i giovani e con i social. “Ciao, don, possiamo parlare della Chiesa di oggi?”. Mi ha risposto con una proposta: «Vieni, ti devo far conoscere dei ragazzi». Ero restio, temevo mi facesse incontrare dei ragazzini bigotti che vanno all’oratorio tanto per, o un po’ estremisti, io cercavo altro, ma mi sono fidato e a ottobre ero a Busto Arsizio, ospite del suo oratorio. Che cosa ho vissuto lì di così speciale? Una settimana normalissima con ragazzi normalissimi, giocosi come siamo noi giovani, che però mi trasmettevano la loro fede con quella gioia in più. Ho vissuto cosa vuol dire essere chiesa e non andare in chiesa, cioè la relazione con gli altri, la preghiera insieme, la custodia – degli altri e di me stesso –: ho capito cosa significa custodire e lasciarsi custodire. Per la prima volta trovavo quegli amici cristiani che non avevo mai avuto e con loro ho compiuto 19 anni… Non dico che lì ho scoperto la fede, perché è stato un cammino di anni, ma iniziavo a capire su quale terreno procedeva il mio passo, se il seme era finito sulla strada o in terra, quali rovi dovevo eliminare, quali pietre. Il mio rapporto con Dio da verticale che era diventava anche orizzontale.

Nel video accenni anche all’«anno più bello della mia vita vissuto con due preti».

Tornato da Busto Arsizio, ho incontrato il rettore del seminario di Firenze, ma i tempi non erano maturi, la sola parola seminario mi faceva paura… Nel frattempo avevo cambiato ancora agenzia e anche nella moda avevo incontrato persone splendide, tanto che mi chiedevo se Dio forse non mi volesse attivo in quel mondo. Perché ormai non mi vergognavo più della mia fede e se capitava ne parlavo tranquillamente anche sul set, con un collega modello o con un fotografo… Ci sono tanti modi per “parlare” di Dio, non occorre la parola Dio sulla bocca, la prima testimonianza è la tua vita. E quelle persone, forse vedendo in me la felicità che io avevo visto nei ragazzi di Busto, mi ponevano tante domande. Però questo non fa di me il santone che hanno descritto i social, non ho convertito nessuno, dico solo che ovunque si trovano persone belle, e quando parlo di bellezza non intendo mai quella esteriore. Fatto sta che ho accantonato l’idea del seminario e ho continuato nella moda.

La domanda di sacerdozio però non mollava.

Così il mio padre spirituale, don Stefano, dopo essersi confrontato con l’arcivescovo di Firenze, il cardinale Betori, nel 2022 mi ha proposto di trasferirmi in una parrocchia a San Casciano, fuori Firenze, dove ho vissuto l’anno più felice della mia vita accanto ai due sacerdoti, don Massimiliano Gori e don Marco Tognaccini, e accolto dall’intera comunità, la mia seconda grande famiglia. Intanto continuavo ad essere Edoardo, ero sempre modello, facevo le competizioni di ballo, vincevo il campionato italiano di boogie woogie, vivevo la mia vita normale ma in quel contesto di fede. È stato un anno fondamentale per capire dove tendeva il mio cuore: tornato da San Casciano, è stato naturale per me scrivere all’arcivescovo Betori e chiedere di entrare nell’anno propedeutico, iniziato questo ottobre. I giornali mi hanno già fatto prete, ma è un periodo che serve a discernere se è il caso che io entri o no in seminario.

Alla fine del propedeutico potresti anche decidere che non è la tua strada, dunque?

È fatto apposta, no? Ma può accadere anche durante il seminario, che è un lungo cammino di preparazione. In questo momento sono sicurissimo della mia scelta, ma se dovessi cambiare idea chiederei a Dio «cos’altro vuoi da me?». Non devi necessariamente farti prete o suora, ognuno ha la sua vocazione nel proprio ambito, ma io questa tensione al sacerdozio l’ho nel cuore da sempre: Dio ti lascia il tuo tempo e le tue titubanze, l’indecisione fa parte della vita, semmai l’errore è vivere senza indagarla.

Come passerai le tue giornate in questi mesi?

Sono iscritto alla facoltà di Teologia a Firenze, e la mia nuova casa è la chiesa dei Santi Fiorentini, dove don Marco Zanobini mi fa vivere quotidianamente da dentro l’esperienza della parrocchia, insieme agli altri ragazzi del propedeutico. Don Francesco sta dietro al nostro piano di studi e ci fa catechismo, don Umberto è il nostro riferimento spirituale e don Fabio ci conduce nell’ambito caritatevole della Caritas. Nei fine settimana invece sto nella parrocchia di Campi Bisenzio.

Nel video dici «ora lo posso gridare, sono Edoardo e sono felice».

Essere felice non vuol dire avere lo smile stampato sempre in faccia, non è l’esaltazione dell’istante in cui ti va tutto bene, la felicità ci sta anche nei momenti bui e nelle ferite, è il vivere tutte le cose in quanto discendono dal tuo rapporto con Dio, allora vedi il mondo in modo diverso perché sai di essere amato. La mia felicità è derivata dal riscoprirmi figlio di Dio e capire la Chiesa come famiglia, affidandomi alle mie figure di riferimento, don Puglisi, Giovanni Paolo II, Teresina di Lisieux, san Francesco, Carlo Acutis, il sindaco santo di Firenze Giorgio La Pira.

La tua famiglia come l’ha presa?

Mi ero creato dei muri che in realtà non esistevano, tutti hanno accettato, pur con reazioni diverse. Mia mamma ha realizzato solo quest’anno, quando le ho fatto leggere la lettera scritta al cardinale Betori, allora in lacrime mi ha abbracciato e mi ha detto «ti auguro di portare con te sempre questo entusiasmo che hai». Babbo, che temevo di più, ha commentato «tu lo sai come la penso, però se è la tua felicità vai», così pure mia sorella grande. La seconda sorella è molto “scialla” e ha detto «grande!»… Con gli altri familiari avevo tenuto il segreto perché avevo bisogno di un tempo che fosse solo mio, ma poi è scoppiato il caso e lo hanno saputo così.

E le persone in generale come hanno reagito al nuovo Edoardo?

Prima di conoscere le mie motivazioni, la reazione è stata «questo è grullo!», e li capisco. Alcuni amici invece si sono aperti e abbiamo scoperto che da tempo anche loro si ponevano le stesse domande ma non ce lo eravamo mai confidati. Non siamo abituati a condividere la fede, Dio è uno scandalo nominarlo, se vai in chiesa ti senti giudicato. Questa estate sono andato alla Gmg di Lisbona e alcuni ragazzi mi hanno chiesto stupiti «ma te perché ti vo’ fa’ prete?». Solo dopo il mio racconto hanno trovato il coraggio di parlare di Dio, non è facile dire «io credo», è un passo complicato.

Anche in seminario, hai scritto, non abbandonerai le tue passioni.

Certo che no! Fanno parte di me. Non farò più il modello, ovvio, ma è sempre sbagliato rinnegare il passato, le esperienze positive e le persone belle sono dappertutto, ancor più dove meno te le aspetti. Io sono la somma di quelle esperienze e di quegli incontri, continuerò a proporre ciò che ho acquisito finora, seppure in modi diversi. Ad esempio la recitazione potrà aiutarmi a dialogare con le persone, non per fingere ma per arrivare a loro e farmi comprendere. A San Casciano e a Lisbona facevano musica in piazza e io ho ballato insieme agli altri, certo non farò più gare di boogie woogie ma perché rinnegare un’arte bella?

La Littizzetto mostrando in tv le tue foto ha scherzato: «Che spreco un prete così bello».

Fare il sacerdote non è un ripiego né una fuga dalla vita, non è questo. Dio può chiamare tutti.

Anche i bellissimi.

È ovvio che il boom mediatico è scoppiato per “il più bel modello” che si fa prete, come scrivono, infatti poi pubblicano la mia foto con addosso una maglia di rete nera… Lo posso capire, la notizia è se un uomo morde il cane, non viceversa. Però mi fa anche rabbia, perché ci sono tanti ragazzi con una vocazione profonda e più competenti di me ma nessuno li considera: possibile che una maglia a rete valga di più?

I tuoi profili hanno avuto un’impennata. In un mondo in cui i clic decidono successi e cadute, non temi che la vanità possa distrarti e minare la tua essenzialità?

La mia reazione è stata proprio questa inquietudine, durante l’adorazione mi sono sfogato con Gesù, «e adesso che si fa?». I follower sono decuplicati in poche ore ed è stato bello fin quando le persone chiedevano per capire, ma poi il modo tumultuoso in cui il mio video diventava virale mi ha disturbato. Comunque la stragrande maggioranza dei commenti sono positivi, solo qualcuno scrive che ho subìto il lavaggio del cervello o sono pazzo. Mi hanno divertito le battute ironiche ma non cattive, ad esempio Fiorello davanti alla famosa foto con la maglia a rete ha detto che sembro un insaccato (ride)… Comunque, per tutto questo mi sono preso un periodo di silenzio dai social, ora ho la consapevolezza che con i riflettori addosso dovrò stare più attento, per quanto le notizie passano e vanno.

Ma quel video su Instagram a che scopo lo avevi postato?

A cosa servono i social? Per condividere la mia gioia, ma con i miei pochi contatti. Un’amica esperta di tecnologie mi consigliò di rifarlo più breve per avere più visualizzazioni, mi viene da ridere perché le risposi che non miravo a diventare famoso né ad aumentare i follower!

In futuro avrai molte rinunce. Ti pesa l’idea?

Dipende da cosa significa pesare. Il mio lavoro, le sfilate, il ballo mi garbavano molto, però ho rinunciato in piena libertà, non costretto. Se mi pesasse abbandonarli, non sarei pronto: lascio le cose con un piccolo cruccio ma con pieno amore. Oggi la mia strada mi porta in questa direzione poi vedremo, l’importante è non restare mai a mezzo, tra color che son sospesi.

E la rinuncia a una ragazza?

Anche nei periodi in cui ero innamorato, il pensiero del sacerdozio resisteva. E io ho sempre pensato che se si sta con una ragazza è per puntare a un futuro insieme, non per divertirsi e basta, non sono mai stato così, anche se il mondo oggi ti propone questo, figurarsi poi dal “bello d’Italia”.

Che prete vorresti essere? Cosa vorresti fare?

Essere a servizio, là dove andrò, per le persone con cui sarò. In realtà è un’idea che mi devo ancora costruire, ma il prete incontra ovunque realtà diverse che richiedono un linguaggio diverso, quindi per me sarà importante capire come rispondere ogni volta alle esigenze del giovane, dell’anziano, del credente, del dubbioso…

C’è un brano del Vangelo che ti tocca particolarmente?

“Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici”, scrive Giovanni. È il concetto che un giorno ha acceso in me il fuoco della fede e ha dato risposta a quella mia domanda sul martirio di don Pino Puglisi, perché dare la vita per gli altri? Solo un rapporto pieno con Dio ti fa scoprire il perché, ma è sempre difficile spiegarlo a chi non lo vive in prima persona. Dio è ineffabile, non riesco a dire con parole umane che cosa rappresenta per me, posso solo testimoniare che è la felicità, quella vera, con la effe maiuscola.

Questo per te è un Natale speciale.

Ogni Natale è un Natale nuovo, di crescita, ogni anno sono diverso e anche quest’anno è un guardare indietro per vedere qual è la nuova nascita. Il più grande augurio che posso immaginare per tutti è di passare un Natale “in famiglia”, qualsiasi sia questa famiglia, un Natale circondato d’amore: di più cosa si può desiderare…

 
 
 

Uomo libero

Post n°3958 pubblicato il 27 Dicembre 2023 da namy0000
 

2023, FC n. 52 del 24 dicembre

Addio prof, uomo libero

È scomparso lunedì 11 dicembre e la sua morte è stata “gentile” come se l’era augurata. Il professore di filosofia Umberto Gastaldi aveva 82 anni e si è spento in ospedale accanto all’alunna Nicoletta che gli ha tenuto la mano fino alla fine. «Che tu sia una morte gentile – di questo ti ho sempre pregata – scrisse in una sua poesia del 1978», racconta Nicoletta; «senza frastuono né grida; il soffio di un vento più freddo, la voce dell’amica d’infanzia che giunga a chiamarmi per nome… Che tu sia una morte gentile come il silenzio di un’innamorata, come il suo cuore senza peso, più leggero della prima carezza! E così è stato».

Gastaldi se ne è andato nell’abbraccio ideale di una ventina di alunni, maturandi tra il 1980 e il 2005. «Ci siamo rivisti dopo quarant’anni. Era l’11 febbraio 2023 ed era ricoverato per Covid a Vicenza. Da allora non l’abbiamo più lasciato solo. Tutti animati dagli stessi ricordi, dalla stessa commozione, dalla stessa motivazione a farlo felice».

Perché? «Perché anche alla fine, che non era più un insegnante, aveva da insegnare. Non aderiva a cliché e pregiudizi, cercava la verità anche nel rapporto con noi. Aveva uno sguardo unico, non convenzionale, originale. Oltre alle apparenze. Era un uomo profondamente libero».

 
 
 

Joy

Post n°3957 pubblicato il 27 Dicembre 2023 da namy0000
 

2023, Mariapia Bonanate, FC n. 52 del 24 dicembre

La seconda vita di Joy E., 30 anni

Vittima della tratta, accolta dalle suore Orsoline, ha potuto affrancarsi ed è rinata

Il suo sorriso, la felicità che brillava nello sguardo, l’intensità delle sue parole sono stati accolti con un applauso caloroso e prolungato dalla platea della Festa del cinema di Roma, dove è stata premiata nella sezione che “Women in Cinema Award” ha dedicato al sociale. Joy E., trent’anni, protagonista del libro Io sono Joy (edizioni San Paolo) che abbiamo scritto insieme e che ha avuto la prefazione di papa Francesco, con la sua testimonianza durante l’evento romano dedicato alle donne vittime della tratta, ha spalancato orizzonti di speranza sulla drammatica situazione dell’immigrazione.

«Sono qui per ringraziare l’Italia che mi ha accolta attraverso le persone che mi hanno aiutata a rinascere, a essere la ragazza che era partita per avere un futuro che in Nigeria le era negato. Voglio dire a tutti di non perdere mai la speranza nei momenti difficili e di scegliere sempre la vita, perché è la cosa più importante e più bella che abbiamo. È più lunga del momento difficile, imprevedibile, tutto può ancora accadere di buono. Non vale la pena dire: non ce la faccio. Dobbiamo andare avanti, a testa alta, e metterci in gioco con fiducia e disponibilità. E poi ho sperimentato che Dio, anche quando pare che si sia distratto, non ti abbandona mai. C’è sempre».

La sua storia è quella delle migliaia di donne trafficate dalle organizzazioni criminali per essere vendute nell’insostenibile, sempre più fiorente, mercato della prostituzione. Dove Joy è finita sei anni fa, ingannata con una promessa di lavoro e di studio, dopo avere attraversato l’inferno nel deserto, delle violenze estreme dei lager libici e avere rischiato di morire sul barcone naufragato. Un anno di martirio sulle strade di Castel Volturno, a piangere e a subire sevizie dai suoi aguzzini e dai clienti, fino a quando è riuscita a scappare e a trovare una casa e una famiglia nella comunità di suore che l’hanno affiancata nel suo cammino di liberazione.

Oggi vive una seconda vita: lavora, studia, sta per diplomarsi come operatrice sanitaria, si è fidanzata con un ragazzo italiano e si stanno preparando a costruire una famiglia. «Vivo la vita come se fosse ogni giorno la prima volta, anche il passato mi aiuta perché la mia esperienza può diventare cibo per chi ha fame di speranza e di luce. Ho scelto di aggrapparmi alle persone giuste, di aprirmi, passo a passo, a una nuova cultura e a un nuovo mondo. Ho anche capito che non dovevo pensare solo a me stessa, ma a chi stava attorno a me, a cominciare dalle vittime della tratta, ma anche dalle persone che soffrono e sono in difficoltà». Le suore dicono: «Joy è un dono per tutti noi. Ci aiuta a cambiare lo sguardo sul dramma dei migranti, donne, uomini e bambini. Dobbiamo andare oltre le apparenze e vederli non come una minaccia, una provocazione, ma una risorsa che può offrire molto a tutti, come uno stimolo a uscire da una visione ristretta e diffidente che rischia di lasciarci infelici. Dobbiamo pensarli non come presenze ostili, nemiche, ma stringere con loro un’alleanza che fa bene a tutti».

 
 
 

Filastrocca di Natale

Post n°3956 pubblicato il 27 Dicembre 2023 da namy0000
 

2023, don Antonio Mazzi, FC n. 52 del 24 dicembre

C’era una madre

era adolescente.

C’era un padre

ed era lavoratore.

C’erano dei pastori

ed erano atei.

C’erano dei saggi

ma venivano da lontano.

C’erano animali perché gli

uomini del tempio dormivano.

C’erano le stelle

ma una indicava.

C’era la notte

ma non era tenebra.

C’era un canto che solfeggiava

un cantico.

C’era un bambino

che era già un profeta.

C’era un asino

che aveva fatto strada.

C’era, lontano,

già qualcuno esagitato.

C’era la pace,

ma non se ne sono accorti.

C’erano quelli che sapevano

ma stavano aspettando.

C’erano laggiù le luci

ma non facevano luce.

C’erano un bambino, una adolescente,

un lavoratore e degli atei che hanno riaperto,

in una grotta, la nuova Bibbia.

 
 
 

Tristezza nelle feste

Post n°3955 pubblicato il 27 Dicembre 2023 da namy0000
 

Caro don, perché a Natale mi sento così triste?,  Marco, 17 anni

Succede a tante persone di sentirsi più infelici a Natale che in altri periodi dell’anno. Devi interrogarti, caro Marco, sui motivi di questo sentire. Il Natale è la festa che celebra la Vita con la “v” maiuscola, la vita di Colui che è l’autore della vita, Gesù. È un momento di Gioia, Consolazione, Comunione. Eppure, curiosamente, spesso proprio nel tempo di Natale scatta un fenomeno che, proprio perché ci si distanzia dal suo senso più autentico – soffocato da una melassa di buonismo a buon mercato e semina di auguri a piene mani -, fa scattare in qualcuno un senso di tristezza, quasi di colpa perché non si è felici. Natale fa rima con intimità familiare e possono esserci situazioni – separazioni, rotture di amicizie, morte di persone care… - che sono distoniche rispetto a questo clima. Bisogna entrare in lotta contro lo spirito di tristezza, che agisce sui nostri pensieri e che ci toglie serenità, (colmare i vuoti con buone letture, con la preghiera e con atti di generosità: se alcune persone non apprezzano il nostro affetto, rivolgersi ad altre; è dando che si è felici), convincendoci, (falsamente) che non è possibile essere felici. La sua origine è dentro di noi, anche se possiamo attribuirla a un evento esterno, cercando consolazione nell’autocommiserazione, nel vittimismo malinconico, nel senso di “dolce afflizione”. I Padri della Chiesa vedevano in questi stati d’animo dei veri “demoni” interiori, che influiscono su di noi e ci impediscono di gioire delle piccole e grandi cose che abbiamo. Occorre allora fare “dolce” violenza su noi stessi, (mettere cose buone in noi stessi: attraverso gesti di solidarietà, buone pratiche e buone letture), orientarci al cambiamento di visione, cogliendo (attentamente) i doni che il Signore non manca mai di darci. Il Natale, quello vero, ci fa passare dalle tenebre alla luce e ci fa guardare con occhi nuovi la realtà. Fatti aiutare dalla preghiera (don Stefano Stimamiglio, FC n. 52 del 24 dicembre 2023).

 
 
 

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