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Un mondo nuovo

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Messaggi del 04/03/2020

Chi e cosa ha ucciso Ugo

Chi e cosa ha ucciso Ugo, per davvero?

Breve come il tuo nome è stata la tua vita, Ugo. Quindici anni per sempre, un leggero battito d’ali, un sussurro appena. Quasi la stessa età del venerabile Carlo Acutis. Sono certo che in paradiso Carlo ti sarà venuto incontro, magari ti avrà spiegato che nessun uomo ha il diritto di fare male a un altro uomo, ma solo il dovere di amarlo.

Che ti è successo, Ugo? Dov’è che si è inceppato il processo educativo cui avevi diritto? Per favore aiutaci a capire, da soli rischiamo di girare a vuoto, di ripetere le solite, insopportabili, frasi a effetto, a fare e farci inutilmente male. Vogliamo andare a fondo, scavare nei meandri del mondo giovanile, della camorra napoletana, della delinquenza minorile, perché la tua morte non sia vana. Per poter tendere una mano ai tanti ragazzini di Napoli e dintorni che domani notte usciranno di casa con la pistola in tasca per commettere lo stesso inaudito errore che hai commesso tu. Credimi se ti dico che in tante case della nostra città si sta piangendo la tua scomparsa.

Domenica, in chiesa, abbiamo pregato per te, per la tua famiglia, per il giovane carabiniere che ti ha colpito, anch’egli vittima di questa vicenda assurda. La tua morte, purtroppo, non ha niente di eroico e questo ci fa male. Tu non hai dato la vita per salvarne un’altra. Tu avevi intenzione di derubare un giovane e quest’ultimo si è difeso. La magistratura dirà se in modo legittimo o esagerato. La tua è stata una morte tragica sotto ogni punto di vista. Chi ti aveva messo in mano quell’orribile pistola, Ugo? Avevate, tu e chi era con te, agganci con “amici” più grandi di età? Nessuno ti aveva detto, Ugo, che rapinare, oltre a essere un peccato grave, è un reato che può costare caro?

Nessuno ti aveva mai parlato del carcere minorile dove finiscono i ragazzi che come te cadono nella trappola della delinquenza? Qualcuno ti aveva avvertito dei pericoli nascosti in ogni azione disonesta? A quindici anni la vita è tutta da scoprire. È bella, unica, preziosa, ma anche tanto fragile, la vita che, purtroppo, tu hai potuto assaporare appena. La tua famiglia, alla notizia che eri volato via, ha sfasciato il Pronto Soccorso dell’ospedale dove medici e infermieri avevano fatto di tutto per salvarti. Atti illogici, violenti, inutili, stupidi, dannosi.

Risultato: strumenti indispensabili per diagnosticare e curare malattie rovinati, personale ospedaliero impaurito, pazienti terrorizzati. Queste cose non si fanno. Per queste azioni blasfeme non ci sono né ci potranno essere giustificazioni.

Una doppia orribile pagina di cronaca è stata scritta quella notte. Credo che anche tu, Ugo, da lassù, sei rimasto orripilato da tanta gratuita brutalità. I napoletani sono stanchi di queste sceneggiate oscene. I napoletani non sono camorristi, anche se tanti camorristi sono napoletani. E sono stufi di essere associati a loro. I napoletani sono le prime vittime di questo cancro maligno che continua a rovinare e insanguinare la città. Come sarebbe bello, Ugo, se tutti insieme ci dessimo da fare per tornare alla normalità. Come sarà bello il giorno in cui la gente potrà passeggiare per la città senza correre il rischio di essere rapinata, o addirittura uccisa per errore, durante una sparatoria tra clan rivali, come accadde alla tua coetanea, Annalisa Durante.

Abbiamo bisogno di sognare il giorno in cui i ragazzini si comporteranno da ragazzini senza scimmiottare i gesti e gli atteggiamenti del boss del suo quartiere. Dobbiamo affrettare il giorno in cui sottoscrivere un’alleanza vera tra genitori, scuola, chiesa, adulti responsabili, società civile e politica. Per il bene dei ragazzi come te.

Con le lacrime agli occhi e il cuore a lutto, mi domando: chi ha ucciso Ugo? A sparare, è vero, è stato il carabiniere che avrebbe voluto derubare. Ma la vita di questo quindicenne cresciuto troppo in fretta è stata falciata da chi aveva precisi doveri verso di lui e non li ha adempiuti. Ognuno, allora, abbia il coraggio di fare l’esame di coscienza. A cominciare da chi scrive, passando per la sua famiglia, il suo quartiere, la sua scuola, la sua città. Ugo, sia questo ragazzino l’ultima vittima che Napoli è costretta a piangere. Addio, Ugo. Addio, piccolo uomo. (Maurizio Praticiello, Avvenire, 2 marzo 2020).

 
 
 

La gentilezza

Post n°3259 pubblicato il 04 Marzo 2020 da namy0000
 

C’è un virus di cui tutti parlano e che segnalano come Covid-19. E ci sono le sue conseguenze, l’allarme, le cautele, persino le isterie. E però c’è un’altra cosa, e non ne parla nessuno. Una conseguenza quasi invisibile: come lui, il maledetto. Ma io l’ho vista. È la gentilezza. Anche lei, se così si può dire, una conseguenza del virus.

Appare e scompare rapida, in gesti quasi impercettibili. Una attenzione verso qualcuno che sta entrando, un sorriso cortese in più, una sfumatura di cura. Soprattutto verso quelli che sentiamo più esposti. Insomma, piccoli gesti o atteggiamenti che portano scritto addosso, come un tatuaggio invisibile, 'eh, ci tocca vivere questa situazione, almeno trattiamoci bene tra noi' o qualcosa del genere. E allora si tiene una porta aperta per chi sta uscendo dopo di noi, si bada un attimo se la signora anziana non ha difficoltà a scendere il gradino. Come se lo tsunami di senso di fragilità che ha investito il mondo avesse ridestato – insieme a molte cose più superficiali – anche qualcosa di profondo, di propriamente nostro e nascosto.

Quella gentilezza che segnala come primo fiore tremante sul ramo di acerba primavera la nostra natura cosa sia. Orrore, sì, ma anche propensione all’aiuto reciproco. Un segno fragile ma incancellabile. Di sorriso all’essere dell’altro. Qualcosa di discreto, che se ne sta spesso e volentieri nascosto, che insomma ci sta depositato dentro come un segreto. Una specie di anima che viene ridestata – e a volte ci vogliono dei veri tsunami perché succeda. Ma quando accade, se si hanno gli occhi per vederla, per notarne le mosse rapide e semplici, è lo spettacolo più bello e meno scontato tra tutte le scene che si vedono in casi come questi. E di scene ne abbiamo viste in questi giorni!

Ma da dove viene questa altra cosa, la gentilezza? Che tesoro è ? Da dove viene in giorni in cui per mille sacrosanti motivi si potrebbero aver ragioni invece d’esser solo arrabbiati e scontenti? Anche Dante se lo chiedeva, e imputava a Federico II, che pure era uomo intelligente e di gran potere e sfarzo da venir chiamato 'meraviglia del mondo', di non averla difesa nell’Impero. Come dire: anche la politica ha una responsabilità nel favorire o meno la gentilezza. Dante come altri poeti prima e dopo di lui, sapeva che la fonte della vera gentilezza non sta nel censo o nel sangue. Ovvero la gentilezza non viene dalla ricchezza o dal lignaggio. Non sono i soldi e la posizione una garanzia di gentilezza.

Lo vediamo bene, non è proprio detto per nulla che i signori sian più gentili del popolino, né che gli appartenenti agli strati cosiddetti alti della società e della cultura siano più gentili degli incolti e dei poveracci. La gentilezza, aveva capito Dante, viene da una disposizione interiore, da qualcosa che è naturale in noi ma se non lo coltivi diminuisce, si sclerotizza, muore. Quei poeti sapevano che la gentilezza coincide con un vivo senso del destino, cioè si è gentili quando ami e tratti bene qualcosa o qualcuno che non è tuo.

Come quando guardi tuo figlio e tremi, vedi scritto in modo invisibile sul suo viso: non è tuo, è del Destino. E anche sul viso della donna o dell’uomo che ami. E mai è tuo possesso. Così quando succedono certi fatti è come se quella scritta ce la vedessimo addosso un po’ tutti. Quando il Destino fa un segno, allora in chi ce l’ha dentro coltivata la gentilezza emerge. Sono sicuro che ce n’è in tutti. O quasi. C’è da tremare a pensare che secoli di cultura, di formazione religiosa, spirituale potrebbero non aver lasciato almeno un grano di tale dote.

O che magari se ne abbia ancora qualche traccia senza sapere però bene cosa sia né da dove venga questa cosa bella che illumina i giorni dell’ansia. Intanto però lei, la gentilezza un po’ nascosta, si mostra in queste ore e in popolazioni che di solito vengono dipinte come rudi e un po’ rapaci. Una gentilezza che ha accenti diversi ma occhi simili. C’è una gentilezza veneta, una lombarda e una emilianoromagnola. Si potrebbe dire che insegue e fronteggia il virus, e quelle conseguenze peggiori. Opponendosi lei, che sembra invisibile tra tutte le news e le analisi, alla possibile disgregazione del Paese. La gentilezza italiana salverà l’Italia, i poeti lo han sempre saputo. Ma ora va detto forte. (Davide Rondoni, Avvenire, 3 marzo 2020).

 
 
 

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