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Un mondo nuovo

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Messaggi del 21/03/2020

Lasci un segno positivo

Questi figli subito in prima linea. Come la lettera di un padre ai giovani medici

Come mi sentirei io, se fossi il padre di un neolaureato o di una neolaureata in Medicina o in Infermieristica che viene mandato in ospedale, nel pieno dell’emergenza coronavirus? Me lo sto chiedendo da ieri, festa di san Giuseppe e dei papà. E, devo ammettere con estrema onestà, fatico a rispondere. Avverto nel cuore un vortice di sensazioni confuse, un turbinio di sentimenti contrapposti: da un lato l’orgoglio di chi, attraverso un familiare, è consapevole di portare un contributo prezioso, ancorché piccolo, in un momento così delicato, dall’altro lato – però – non posso tacere un senso di incertezza e di precarietà. La paura, in altri termini, che il proprio figlio o figlia si trovi, non per colpa sua, davanti a una sfida di proporzioni immani, chiamato a una partita troppo ardua.

Le statistiche dicono che il Covid 19 non debella i ventenni e i trentenni, che le sue vittime hanno soprattutto i capelli bianchi. Ma vorrei che, per un attimo, vi metteste nei panni di due amici miei, la cui figlia, infermiera appunto fresca di laurea, si trova a operare in una residenza per anziani in una località della Lombardia. Un posto ad alto rischio, non tanto per lei, quanto per gli ospiti: nella Bergamasca (e non solo lì), infatti, il virus ha colpito duro all’interno di comunità, di vario tipo, formate da over 65. Se anche la ragazza in questione non subirà personalmente contraccolpi di tipo sanitario, mi chiedo, a quali contraccolpi andrà inevitabilmente incontro?

Quanto, dello stress accumulato e, ancor più, della sofferenza per persone conosciute viste repentinamente morire, resterà attaccato alla sua giovane pelle e a quella di tanti suoi colleghi, proprio come questo maledetto virus resta incollato a tante superfici, nel tempo? Sono domande che in questi giorni non mi lasciano in pace. Siamo in guerra, continuiamo a ripetere. E, a tutti gli effetti, è così: anche se vorremmo espungere quanto più possibile dal nostro linguaggio le metafore belliche, non v’è altro modo per dipingere – con realismo ed efficacia – quanto stiamo tutti vivendo, seppur in modo profondamente diverso.

Ebbene. Un secolo fa, all’indomani della tragedia di Caporetto, un’altalena di sentimenti e una selva interrogativi simili ai miei con ogni probabilità albergava anche nel cuore di tanti genitori che vedevano partire i figli per il fronte e li accompagnavano – facile indovinarlo – con un misto di ansia, paura e trepidazione. Del resto, cos’altro erano i “ragazzi del ‘99”, se non una generazione di giovani, appena ieri adolescenti, passati di colpo dalla famiglia alla prima linea? Viene in mente un verso di Gabriele D’Annunzio: «La madre vi ravvivava i capelli, accendeva la lampada dei vostri studi, rimboccava il lenzuolo dei vostri riposi. Eravate ieri fanciulli e ci apparite oggi così grandi!». Non c’è nulla di sdolcinato o di retorico in tutto questo. A differenza di tanti “ragazzi del ‘99”, i nostri giovani, mandati in corsia freschi di alloro accademico, torneranno a casa, da questa esperienza in prima linea.

Torneranno, sebbene ora si trovino a cimentarsi con una malattia che non era descritta su nessuno dei manuali a loro assegnati per lo studio. Ma torneranno indubbiamente cambiati, come del tutto trasformati tornarono i “ragazzi del ‘99” scampati alla carneficina della guerra: infinitamente più maturi e graniticamente solidi nelle convinzioni, perché dimostratisi capaci di rischiare per ciò che vale. Per i nostri giovani medici neolaureati che si trovano oggi in corsia, per la prima volta con la responsabilità di medico a tutti gli effetti, il vero esame comincia ora. L’augurio, da papà, è che, come tutte le prove autentiche, un’esperienza del genere – che nessuno di loro ha cercato o s’era mai immaginato – lasci un segno positivo nel cuore e nella mente, tempri il carattere delle persone, ne affini la sensibilità, educhi ad apprezzare in lavoro in squadra (nessun uomo è un’isola, men che meno un medico). E aiuti ciascuno a capire, una volta di più, ciò che davvero conta nella vita.

(Gerolamo Fazzini, Avvenire, 20 marzo 2020)

 
 
 

Ci servirebbero altre mascherine

Coronavirus. Il messaggio di speranza dai beni confiscati che ospitano persone fragili

Difficoltà e iniziative nelle realtà che nel Lazio e Campania costruiscono nuova vita per minori, ragazzi autistici e soggetti psichiatrici. Malgrado il Covid-19 nelle ville che erano dei boss si va avanti

Anna vorrebbe raccontare agli altri bambini che le medicine che prende per la sua malattia, che la fanno stare meglio, le stanno usando con risultati positivi anche nella lotta al coronavirus. Ma Fortuna e Antonio l'hanno convinta che è meglio di no. "Potrebbero preoccuparsi". Anna, sicuramente i lettori di Avvenire lo ricorderanno, è la ragazzina ammalata di Aids che non volevano a scuola e di cui abbiamo raccontato la storia cinque anni fa. Fortuna e Antonio sono la coppia che gestisce la casa famiglia "La Compagnia dei Felicioni" della Comunità di Capodarco, dove Anna, che oggi ha 16 anni e frequenta il liceo artistico, è ospitata. Una villa a Trentola Ducentaconfiscata al boss della camorra Dario De Simone. In questi giorni ospita sei minori allontanati o abbandonati dalle famiglie. Ma come si vivono i giorni di emergenza in questa casa così speciale? "Siamo tutti in casa. Il Tribunale dei minori ha sospeso le visite dei genitori e i preaffidi in famiglia". Ma i bambini reagiscono bene. "Hanno capito cosa sta succedendo e che è una cosa seriaMa gli piace essere tutti in casalo vivono come una festa". Certo vedono che Antonio, Fortuna e gli operatori portano la mascherina, e si sono accorti che i volontari non vengono più, ma non sembrano preoccupati. La vita va avanti, sono impegnatissimi coi compiti online, mentre Antonio è l'unico a uscire per fare la spesa.

"Ci servirebbero altre mascherine", è l'unica richiesta che ci fanno. Qualcuno li può aiutare? Da loro, ancora una volta, arriva un messaggio positivo. "Speriamo che alla fine torneremo più sociali e meno social. Sarà difficile, ma ce la faremo!". È il messaggio che arriva anche da altri beni confiscati dove hanno trovato casa e vita tante persone fragili e scartate. Prudenza, protezione e, se possibile, ancora attività. Ma soprattutto speranza.

Come la bellissima foto di Erasmo sorridente con un cartello con l'arcobaleno e la scritta "Andrà tutto bene!". L'ha pubblicata sul proprio profilo facebook la cooperativa sociale "Al di  dei sogni" che gestisce un bene confiscato a Maiano di Sessa Aurunca dove si fa agricoltura sociale, con ben il 60 per cento di soggetti svantaggiati. Erasmo è sordomuto e per 25 anni è stato solo un numero in un ospedale psichiatrico giudiziario. Ora è socio della cooperativa e lavora. Non in questi giorni. "Per non rischiare teniamo tutti a casa. Molti di loro sono soggetti fragili, a rischio per varie patologie", ci spiega il presidente della cooperativa Simmaco Perillo. Ma non si possono abbandonare i campi. "Vado a lavorare io e gli altri soci non svantaggiati. Sarà dura ma ce la faremo". Proprio come comunica Erasmo.

Così come Casal di Principe nella villa confiscata a Francesco Schiavone "Sandokan" il potente boss del clan dei "casalesi". Qui opera l'associazione "La forza del silenzioche si occupa di 80 ragazzi autistici. Proprio uno di loro ha realizzato un lavoro grafico poi sviluppato nel laboratorio di serigrafia Everytink, dove lavorano ragazzi autistici e operatori. È una maglietta allegra e coloratissima. Anche qui l'arcobaleno, la scrittà "Andrà tutto bene" e l'hashtag #distantimauniti. È un arrivederci a presto. Infatti dal 13 marzo l'associazione ha sospeso l'attività, chiuso il laboratorio di serigrafia e quello di prodotti da forno per celiaci "Farinò". "È stata una scelta sofferta ma inevitabile - ha spiegato il presidente Enzo Abate, papà di due gemelli autistici -, ma in questo momento la salute viene prima di tutto. Non ce la sentiamo di continuare a far finta che un metro possa bastare, e di mettere a rischio i nostri terapisti, le nostre famiglie e l'intera comunità. È un atto d'amoreper proteggere i nostri ragazzi e i loro splendidi operatori". Nella struttura oltre agli 80 ragazzi si alternano 80 operatori e spesso sono presenti genitori. Numeri e attività che rendono difficile rispettare le distanze. Ma i ragazzi e le loro famiglie non sono stati lasciati soli. Così l'associazione è disponibile a fornire assistenza da remoto a tutti coloro che ne faranno richiesta, "offrendo sostegno e vicinanza in questo particolare momento". Solo una pausa. "Faremo tutto il possibile - scrivono - per tutelare quanto abbiamo costruito insieme a voi, per ripartire quando sarà il momento giusto". Storie di chi ha dovuto sospendere o ridurre le attività per i più fragili.

Attività sospese anche per la cioccolateria "Dulcis in Fundo"dove sette disabili producono cioccolata e dolci nella villa confiscata al camorrista Maurizio Russo. "Lo abbiamo fatto per tutelare la salute dei ragazzi e degli operatori", ci dice Tina Borzacchiello, mamma di un giovane disabile e presidente della cooperativa sociale Davar di Casal di Principe che ha fatto nascere la cioccolateria. "Ci salta tutto un anno di attività. Dovevamo realizzare le uova di Pasqua e altri dolci. Quei pochi che siamo riusciti a fare li regaleremo". Annullate anche le visite di scuole e gruppi che da tutta l'Italia vengono a vedere questa bella iniziativa. Ma la conseguenza più pesante anche qui, è che ora tutto si scarica sulle famiglie. "Stiamo cercando di aiutarle, contattandole via facebook e via telefono. Ma non è facile", aggiunge Tina. E anche lei ci lascia un messaggio di speranza. "Siamo abituati a una vita amara e per questo abbiamo scelto di realizzare dolci, per renderla meno amara. Passerà anche questa nottata e ne usciremo migliori".

L'Angsa (Associazione nazionale soggetti autistici) del Lazio non è neanche riuscita a cominciare. Il 15 febbraio era stata inaugurata la "casa", ospitata in una villa confiscata ai Casamonica.

Tanti progetti pronti a partire, ma poi i decreti per l'emergenza Covid-19 hanno bloccato tutto. "Il 21 marzo era previsto il primo incontro di formazione su come comportarsi nei momenti di crisi dei ragazzi. Non potremo farlo", spiega la presidente Stefania Stellino, di due ragazzi autistici. Mai iniziati i laboratori di cucina, ceramica, arte e informatica, il centro di ascolto per le famiglie. "Con tutte le attività ferme, con la didattica e gli interventi di terapia sospesi - si legge nel sito dell'associazione -, noi famiglie con una o più persone nello spettro dell’autismo stiamo già pagando, e sono trascorsi pochi giorni, un prezzo molto alto: il senso di abbandono nel dover gestire la difficoltà di affrontare un imprevisto così imprevedibile". E il grido d'aiuto delle famiglie ha avuto una prima importante risposta. "Non riesco a stare senza fare niente", dice ancora Stefania. Così è stato attivato uno "sportello autismovia WhatsApp/Skype "per offrire - spiega ancora la presidente - consulenza e supporto, ma anche conforto con l'intento di far sentire meno abbandonate le famiglie". Lo sportello, che è completamente gratuito, ha avuto subito un grande successo, a conferma di come le famiglie con ragazzi autistici stiano vivendo con grande difficoltà questo momento. "Non hanno chiamato solo da Roma - ci rivela Stefania -, ma anche da Napoli, Palermo, Lodi e Pordenone". E i suoi ragazzi come stanno vivendo questi giorni? "Uno sta in continuazione a scrivere, l'altro era abituato ad andare in piscina e non capisce. Chiede e indica la porta". (Avvenire, 20 marzo 2020)

 
 
 

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