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Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi del 22/11/2020

Sviluppo integrale

Post n°3459 pubblicato il 22 Novembre 2020 da namy0000
 

2020, Alessandro Zaccuri, Avvenire 21 novembre.

Economy of Francesco. Magatti: «Patto per lo sviluppo integrale»

Il sociologo dell'Università Cattolica: "La pandemia ci ha fatto capire l’interdipendenza, adesso abbattiamo i muri dell’individualismo"

Mauro Magatti ne è convinto: nel tempo i risultati di The Economy of Francesco si manifesteranno in modo misterioso. Durante l’evento, oltre a tenere un’importante relazione, il sociologo dell’Università Cattolica ha partecipato ai lavori del dibattito, confrontandosi con un nutrito gruppo di giovani. «Tra di loro c’erano studenti, imprenditori o professionisti all’inizio della carriera – spiega –. In una parola, persone che si preparano ad assumere o hanno appena assunto un ruolo di responsabilità. In futuro molti di loro saranno chiamati a prendere decisioni cruciali. È allora che ci si potrà rendere conto del valore di queste giornate».

Che impressione le ha fatto il messaggio che papa Francesco ha inviato ai partecipanti?

Mi ha molto colpito il tono, improntato a una concretezza che non ha nulla di astratto, ma al contrario rivela un profondo realismo. Siamo ormai abituati a considerare la voce del Papa come una delle pochissime che, nel contesto attuale, sollecitano con forza un cambiamento di rotta degli assetti economici e sociali. Senza fantasticare l’impossibile, però, e senza alcuna nostalgia del passato. Tutto il pontificato di Francesco rappresenta un frutto maturo del Concilio Vaticano II. La Chiesa sa di avere qualcosa da dire a un mondo che, oggi più che mai, si dibatte nella difficoltà. Trovo particolarmente bello che questa sfida si traduca in un mandato da affidare ai giovani.


Non è un compito facile.
Dopo il trauma delle Torri Gemelle nel 2001 e dopo l’infarto dell’apparato economico-finanzario nel 2008, la pandemia ha portato alla luce la dimensione del contagio, che comporta la consapevolezza dell’interdipendenza tra le persone. Ma per capirci meglio forse occorre fare un altro passo indietro.

Fino a quando?
Al 1989, l’anno che segna in modo non soltanto simbolico la fine delle ideologie, che a loro volta possono essere considerate come la declinazione meno nobile delle utopie politiche affermatesi a partire dall’Ottocento. Che cosa è successo da lì in poi lo sappiamo, anche se non sempre lo teniamo nella giusta considerazione: ci siamo concentrati unicamente sul tema del desiderio individuale, trascurando tutto il resto. Adesso questa nuova ideologia, che vorrebbe obbligarci a vivere come particelle slegate le une dalle altre, è smentita nel modo più clamoroso. Il Papa lo ricorda una volta di più nella conclusione del messaggio ai giovani idealmente riuniti ad Assisi: nessuno si salva da solo, c’è un compito comune, una vocazione che attraverso la cultura deve farsi patto.

E i giovani come risponderanno, secondo lei?
Non è da oggi che questa generazione esprime una volontà di cambiamento che troppo spesso sembra scontrarsi con la complessità dei problemi. I giovani vogliono dare il proprio contributo, non sempre sanno esattamente che cosa fare, né come. Da The Economy of Francesco può venire un impulso determinante, nella direzione non di un’ulteriore utopia, ma di quella speranza fattiva alla quale il Papa esorta nel suo messaggio. Si tratta di un richiamo fondamentale, che va controcorrente rispetto al pensiero dominante che, se va bene, si accontenta di invocare un altro po’ di innovazione tecnologica. Utilissima, intendiamoci, ma non sufficiente.

Che cosa manca?
Un rovesciamento di prospettiva. Ed è proprio questo che Francesco suggerisce ai giovani. Nel momento in cui si concentra esclusivamente sulla tecnica, la nostra società torna a proporre una logica sacrificale. Il messaggio sottinteso è che conta l’avanzamento complessivo della specie, per il quale si dev’essere disposti a tollerare che qualcuno, strada facendo, rimanga indietro o finisca calpestato. In una parola, scartato. Il Papa, invece, ribadisce che non ci può essere sviluppo se non ci si mette al passo degli ultimi, in una prospettiva non assistenziale, ma di pieno riconoscimento della dignità della persona. Molto significativi, in questo senso, sono i rimandi alla Popolorum Progressio, l’enciclica nella quale Paolo VI indica l’obiettivo dello sviluppo umano integrale.

 
 
 

Cambiare approccio nei confronti del lavoro

Post n°3458 pubblicato il 22 Novembre 2020 da namy0000
 

2020, Angela Napoletano, Avvenire 21 novembre.

Il ricercatore. «Cambiamo approccio sul lavoro per curare tutto ciò che ci circonda»

Emanuele Lepore ha partecipato al 'villaggio' sui temi dell’occupazione, ma si è ragionato pure di educazione e di nuove relazioni

Tra gli oltre 2mila giovani economisti, imprenditori e attivisti che in questi giorni partecipano online a Economy of Francesco', la 'Davos del Papa', come è stata rinominata, il profilo di Emanuele Lepore, 25 anni, originario di Potenza, spicca per originalità. Nel suo curriculum non c’è traccia di finanza o management ma studi su libertà e giustizia, su Tommaso d’Aquino, Agostino d’Ippona e Antonio Gramsci. Ricercatore in Etica e Filosofia Politica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, Emanuele vorrebbe diventare professore. La sua visione dell’insegnamento non è però cattedratica. «Sarò naïf - spiega - ma credo nella ricerca in quanto attività che costruisce e aiuta, in concreto, a migliorare». L’idea che la filosofia possa trovare spazio nell’economia è del resto ciò che lo ha spinto a partecipare all’evento digitale. «La decisone – racconta – è maturata nell’ambito di un approfondimento che stavo portando avanti per una rete di imprese pugliesi, Happy network, sugli aspetti filosofici e teologici del concetto di azienda». Tra i dodici temi su cui i 'change-makers' sono chiamati a confrontarsi, in collegamento da ogni parte del mondo, Emanuele ha scelto quello su cura e lavoro. «L’idea su cui abbiamo ragionato – sintetizza – è che se non si cambia approccio nei confronti del lavoro non si può migliorare neppure la cura di quello che ci circonda», per esempio, famiglia, società e ambiente. La sfida, continua, è «superare certi pregiudizi nei confronti del concetto di lavoro» e, come suggerisce Papa Francesco, arrivare a concepirlo come responsabilità. «È in quest’ottica – aggiunge – che vanno ripensate le politiche economiche e gli accordi transnazionali, valutando le ripercussioni che queste possono avere non solo sul mercato in senso stretto ma anche sulla vita pratica». Il pensiero, è inevitabile, corre a uno dei problemi più delicati che, spesso, le nuove generazioni si trovano ad affrontare: la disoccupazione. A tal proposito, il giovane ricercatore sottolinea l’urgenza di «ripartire da educazione e istruzione», di riallineare il sistema formativo alle nuove esigenze del mercato e della società. «Questo non vuol dire – avverte – smantellare gli attuali programmi ma, semplicemente, offrire ai ragazzi strumenti diversi con cui interpretare il futuro». Tra le sfide all’orizzonte c’è anche quella delle relazioni, il bisogno di «rimanere compatti », messe a dura prova dalla pandemia. «Con la rete – dice – abbiamo i mezzi per affrontare anche questa». L’esperienza di Economy of Francesco non si dimentica facilmente. «È stato bello – conclude – condividerla con gente da ogni parte del mondo, attraverso chiamate alle ore più inaspettate. Il valore aggiunto di un’opportunità come questa, ne sono certo, arriverà però nel tempo».

 
 
 

Lavoro di cura

Post n°3457 pubblicato il 22 Novembre 2020 da namy0000
 

2020, Pietro Saccò, Avvenire 21 novembre.

La filosofa. «Puntiamo sulla creazione di lavoro part time anche ai livelli più alti»

L’intervista alla filosofa della politica Jennifer Nedelsky

Jennifer Nedelsky - filosofa della politica, canadese, docente alla Osgoode Hall Law School di Toronto - ha portato ai giovani di Economy of Francesco la sua proposta di "part time per tutti", elaborata nel libro «A Care Manifesto: (Part) Time For All» scritto assieme a Tom Malleson e in uscita con la Oxford University Press. «L’implicazione più importante del nostro progetto del part time per tutti – spiega Nedelsky – è che la riduzione dei posti di lavoro provocata dall’impiego crescente di macchine e robot dovrebbe essere usata come incentivo per creare nuovi lavori "part time". Se nessuno lavora più di 30 ore a settimana, ci saranno più posti di lavoro. Le società non dovrebbero provare a rispondere a questa situazione cercando di creare posti di lavoro a tempo pieno come esistevano prima. Devono rispondere con creatività, creare eccellenti lavori part time, anche ai più alti livelli dirigenziali».

La vostra proposta chiede di rinunciare a ore di lavoro "ordinario" per fare spazio all’attività di cura, ma per farlo servono "cambi strutturali" delle regole. Che tipo di cambiamento chiedete?

Il principale cambiamento strutturale è che tutti dovrebbero fornire lavoro di cura, non retribuito, almeno 22 ore a settimana. Dovremmo porre fine all’organizzazione della società intorno a una divisione del lavoro: alcune persone svolgono principalmente un lavoro retribuito e altre si occupano principalmente del lavoro di cura, retribuite o meno. Questa divisione del lavoro crea disuguaglianza, dipendenza economica di chi fa principalmente lavoro di cura da chi fa lavori retribuiti, e una diffusa mancanza di consapevolezza riguardo il lavoro di cura. In particolare le persone che ricoprono posizioni di potere decisionale sia nel governo che nel mondo degli affari (per lo più uomini, ma potrebbero essere anche donne con poca esperienza di cura) sanno poco della vera importanza, della gratificazione e del peso del lavoro di cura. Non capiscono a un livello elementare quanto l’attività di cura sia importante per sostenere le relazioni. Il cambiamento per far fare a tutti lavoro di cura deve essere reso possibile dalle nuove norme sul lavoro: massimo 30 ore, una valutazione uguale del lavoro e della cura, un riconoscimento da parte di tutti i datori di lavoro che il lavoro deve essere organizzato in modo che anche i loro lavoratori possano svolgere le loro responsabilità di cura.

Crede che il problema dell’invecchiamento della popolazione occidentale ci aiuterà nei prossimi decenni a riconoscere la centralità del lavoro di cura?
Spero che già la terribile conta dei morti nelle residenze per anziani anche nelle nazioni più ricche (e anche in Canada, dove c’è una buona sanità pubblica) allerterà le persone sulla crisi che c’è nell’attività di cura, una crisi che peggiorerà se non facciamo di questa attività una priorità.

La crisi economica scatenata dal virus sta distruggendo posti di lavoro in tutto il mondo. I governi dovranno cambiare le regole per aiutare le persone a ri-trovare un’occupazione. Può essere un’opportunità per riformare il mondo del lavoro?
Sì, nel breve termine organizzazioni come la New Economy nel Regno Unito hanno preparato progetti per una ripresa che mette al centro l’attività di cura, al posto delle tradizionali strategie per progetti di costruzione dove c’è lavoro soprattutto per gli uomini. Hanno mostrato che una ripresa costruita sull’investimento per il lavoro di cura hanno risultato economici e sociali migliori. Nel lungo termine, spero che la gente si sia resa conto che per fare funzionare le cose serve qualcuno che si occupi del lavoro di cura e che il lavoro di cura e le altre occupazioni sono strettamente legate. Speriamo che il nostro modello di "Part time per tutti" offra idee su come riorganizzare il mondo del lavoro.

 
 
 

Diritto di sognare

Post n°3456 pubblicato il 22 Novembre 2020 da namy0000
 

2020, Lucia Capuzzi, Avvenire 22 novembre.

La formatrice. «Il diritto umano di poter sognare»

Myriam Castelló, formatrice e attivista, ha dato vita dal Brasile al movimento per il diritto al sogno

Non è garantito dalle Costituzioni né dai trattati internazionali. Eppure quello al sogno è un diritto umano fondamentale. Di più: è la precondizione perché libertà, dignità, parità possano trasformarsi da parole di inchiostro in realtà. Ne è convinta Myriam Castelló, 31 anni, formatrice e attivista, nata e cresciuta a São Lorenzo. Proprio da questa piccola città dello Stato brasiliano del Minas Gerais è iniziato il movimento che, alla fine di ottobre, ha riunito virtualmente persone di tutti i Continenti. Donne e uomini, giovani e meno giovani, tutti sognatori.

O, meglio, militanti per il diritto al sogno. «Vogliamo che il diritto a sognare sia riconosciuto come prerogativa essenziale dell’essere umano. Solo sognando entriamo in connessione con la nostra vera essenza e possiamo crescere, maturare, evolvere», afferma la fondatrice de La fabbrica dei sogni, prima cellula del Movimento per il diritto a sognare. «Sogniamo e lavoriamo per essere una comunità in grado di ispirare e trasforma, in modo coerente e sostenibile», racconta Myriam. Il punto di partenza è includere la promozione dell’attitudine al sogno nei curricula scolastici. «Ho avuto un’istruzione convenzionale – aggiunge –: pur amando studiare, non mi sentivo mai del tutto a mio agio.

Quando ho iniziato la facoltà di Ingegneria ho avuto modo di comprendere, parlando con i colleghi, che tanti avvertivano il mio stesso malessere. Non si sentivano stimolati: nessuno si curava di stimolare la capacità di immaginare, di andare oltre l’esistente, di trovare e sperimentare vie nuove». Per questo, Myriam ha creato la Fabbrica. «Era solo un’idea, una provocazione. Pian piano, però, è diventata un laboratorio di idee. Tanti si sono uniti. Nel 2016 siamo diventati Ong e, poi, abbiamo iniziato a lavorare via Internet per allargarci ad altri Paesi e Continenti. Il mese scorso, alla prima settimana di eventi online, hanno partecipato alle attività in 1.500 dalle varie parti del pianeta».

All’incontro di Assisi, Castelló partecipa all’interno del villaggio Politica e felicità, dove collabora alla realizzazione di un indice in grado di misurare la piena realizzazione di bambini e comunità. «Papa Francesco ha rivolto a noi giovani un grande invito a sognare insieme. Il Pontefice parla spesso dei sogni non come idee astratte ma come motore del cambiamento. Anche in ambito economico. Quando penso ai sogni mi viene in mente una grande distesa di terra. I sogni sono i semi che fanno crescere le piante, trasformando un campo desolato in un giardino, pieno di fiori colorati e alberi frondosi. Quando mancano i sogni, la terra resta arida, desolata, spoglia».

 
 
 

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