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Un mondo nuovo

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Messaggi del 13/04/2021

Molliche di noi

Cristicchi, la vera felicità è fatta di molliche di “Noi”

“Happy Next”, il nuovo libro del più spirituale dei nostri cantautori, è una sorta di preghiera laica seguendo i maestri e 7 parole che invitano a volare alto come il colibrì: «Io faccio la mia parte»

Prima che scoppiasse la “tempesta Covid”, un giorno, per caso, passando davanti a una scuola del Sud ho sentito una classe di liceo – che diretta dalla prof. Rita – intonava questa magia: «Lo chiederemo agli alberi, come restare immobili. Fra temporali e fulmini. Invincibili…». … è Lo chiederemo agli alberi di Simone Cristicchi, il più spirituale dei nostri cantautori. È da tanto ormai che non pensa più, nemmeno per ironia, a cantare come Biagio Antonacci: Cristicchi canta anche quando scrive, e come Sant’Agostino lo fa pregando.

Happy Next è un viaggio nei luoghi dell’anima, alla ricerca della felicità che passa anche dai maestri perduti, trovati o ritrovati. In un percorso animato dalla necessità di seguire quelle sette tracce esistenziali, il “cantattore”, i suoi maestri è andato a scovarli a uno a uno, intervistandoli di persona. Così è passato dalla Fraternità di Romena per incontrare don Gigi Verdi (suo “alter ego” nelle tre puntante di Le poche cose che contano, andato in onda su Tv2000) fino al monastero delle clarisse sul lago d’Iseo per conoscere suor Nadiamaria. Queste e altre figure “mistiche”, – una decina, comprese le voci, solo apparentemente fuori dal coro, come il poeta e cantautore Vincenzo Costantino Cinaski e il giornalista Gianluca Nicoletti – sono le stelle fisse sotto il cielo dell’artista che, cantando, recitando, pregando, dubitando, gioendo e soffrendo, compie questo viaggio al termine della notte oscura. Lo fa attraversando e meditando, come fece Italo Calvino con le Città invisibili, con le sue «sette molliche» in tasca, che cadendo sulla terra diventano parole.

Attenzione La prima parola, assaporata con l’amico frate Giorgio Bonati che gli ha insegnato a non fare l’esame di coscienza prima di addormentarsi, ma a «passare in rassegna tutto ciò che di bello ci è accaduto nella giornata appena trascorsa». Ciò che ci ha feriti se non ci ha resi più forti ci ha messi di fronte alla prospettiva della morte. E quando a Cristicchi, orfano di padre dall’età di dieci anni, la morte l’ha sfiorato frontalmente come un tir in autostrada, allora ha capito che «se tutto rischia di finire in un istante, la salvezza è stare dentro il momento». Sono riflessioni che necessitano di spazi interiori molto sensibili e di un tempo adatto a seguire, lentamente, la seconda mollica...

Lentezza «Gli africani dicono: rallentiamo per permettere alla nostra anima di raggiungerci ». Così Simone ha bussato ai conventi, alle pievi più remote, aggirandosi per borghi e campagne come fa il “paesologo” Franco Arminio (altra sua cometa). Ma il suo pensiero non conosce limiti né confini, e si appella al maestro anche di “lentezza”, il mistico e filosofo cinese Chuang-Tzu per il quale «la felicità deriva da calma e distacco». Spesso non serve andare troppo lontano quando in casa si ha una «zia Zen» come Rosina. La zia molisana che giocava alla corsa delle lumache, animali che vanno piano ma arrivano sempre a destinazione e durante il tragitto lasciano una scia. La scia dell’anima. La “lentezza cristiana”, Cristiccchi l’ha scovata tra le montagne verdi dell’Umbria, a Campello sul Clitunno. Lì Sorella Maria, la madre «Minore», che amava scrivere e ricevere lettere da Gandhi, ha costruito il nido per le sue «lodolette». Le compagne di missione che hanno ospitato il famoso cantante, a loro ignoto, nella celletta, «la Benigna» dove apprende il senso di tutta l’opera di Sorella Maria: «Non solo con un fratello cristiano, ma con un fratello israelita o pagano io mi sento in comunione spirituale se egli crede e spera e ama». Cristicchi ha camminato all’alba nel Sentiero della Pace, fino alla Croce e di ritorno al convento il suo sguardo si è posato su una scritta rivelatrice: «Nessuno potrà rapirvi la vostra gioia».

Umiltà Metafora dell’umile è la statua del «guerriero monco», acquistata da un antiquario in un momento difficile della sua carriera discografica. Giorni dolorosi, pieni di incomprensioni, giudizi e pregiudizi dall’intronata routine del cantar leggero. Meglio rifugiarsi nel teatro, in quella casa dalle tavole di legno, specie dopo la chiamata a direttore dello Stabile dell’Aquila «Mi ero tagliato le mani, reso inabile. Ero diventato un fiero guerriero monco... Ma meno chiedevo alla vita più questa mi regalava incontri straordinari». È qui, che nell’artista si instilla la goccia che mischiata alla mollica impasta il pane dei cambiamenti.

Cambiamento «Le trasformazioni ci travolgono e resistere a un cambiamento ineluttabile non fa che renderlo ancora più doloroso. Non possiamo trovare un senso a tutto perché “tutto ha un senso” » (citazione di Abbi cura di me). Cristicchi, tramite Franco Battiato incontra il liutaio e sacerdote Guidalberto Bormolini. Lo fa nel monastero pratese di San Leonardo dove ha sede il gruppo dei “Ricostruttori di preghiera”. Pregare per tenere in vita chi si ama, anche se nel Cantico dei Cantici scopre che «la morte è forte come l’amore». L’amore suo, dei fratelli e dei nipoti, è ciò che ha tenuto in vita mamma Luciana che dopo essere stata dichiarata clinicamente morta si è risvegliata. Oggi continua ad essere in prima fila ad ogni concerto del suo Simone che annota: «Nonostante non riesca più a camminare, Luciana sorride comunque e quando sorride illumina il mondo».

Memoria Il mondo di Cristicchi è quello che si nutre di narrazione e memorie. Nel suo “teatro civile” ci sono «i racconti dei manicomi, dei reduci della ritirata di Russia, dei minatori del monte Amiata, l’esilio degli italiani dell’Istria, i profeti sconosciuti come David Lazzaretti (il “Cristo dell’Amiata”)». E tutto ciò definisce la completezza dei suoi tanti talenti.

Talento La storia dell’uomo più intelligente del mondo (raccontatagli dal narratore e poeta Roberto Mercadini), il genio precoce William James Sidis, dimostra che il talento da solo non basta. William James a 11 anni viene ammesso all’università di Harvard dove sale presto in cattedra, ma le lezioni del prof. Sidis erano incomprensibili per gli studenti e venne cacciato. Ripartendo dal basso, accettando i lavori più umili, il genio ha continuato a studiare, a parlare e leggere in tutte le lingue possibili, a scrivere saggi che nessuno leggerà mai. E questo a conferma che «il talento ha bisogno di accompagnarsi all’umiltà e al Noi».

Noi Mollica finale e sintesi di questo viaggio. Nell’universo musicale il «Noi» trova la sua essenza nell’orchestra sinfonica. «Il vero comunismo», secondo il regista Radu Mihaileanu che ne Il concerto, film premio Oscar (2010), ci dice: «Se riusciamo a cambiare la nostra realtà con pensieri e gesti quotidiani, potremo rivoluzionare la piccola porzione di mondo che ci è stata affidata». E questo il colibrì lo sa meglio di tutti, come ricorda Cristicchi, divulgatore della “Favola”: la leggenda africana diventata simbolo della campagna di sensibilizzazione dell’emergenza sanitaria. «Dove stai andando? – chiese il Re della foresta al colibrì – . C’è un incendio dobbiamo scappare da questa parte!». «Vado al lago, per raccogliere acqua con il becco, da buttare sull’incendio», rispose il colibrì. Il leone sbottò «Ma sei impazzito? Non crederai di poter spegnere un incendio gigantesco con quattro gocce d’acqua!». E il colibrì con fierezza: «Io faccio la mia parte». Quattro gocce d’acqua e sette molliche di parole, possono dissetare e sfamare, tutti Noi.

Massimiliano Castellani, Avvenire, domenica 11 aprile 2021

 
 
 

Attenti alle bufale

Post n°3573 pubblicato il 13 Aprile 2021 da namy0000
 

Attenti alle bufale: morire di Covid è una tragedia, non certo un affare

Marco Tarquinio, Avvenire, sabato 10 aprile 2021

Gentile direttore,

non mi dilungo molto, chiedo soltanto a lei se tutti gli oltre 110mila morti di Covid che sono stati censiti sinora, sono sicuramente di Covid, o comprendono anche coloro che sono defunti per altre malattie. Corre voce che se si dichiara la morte per Covid si ottengono denari in più, non saprei però dire “da chi”. Grata se vorrà rispondere a questa mia domanda che potrebbe chiarire se è una bufala o no, la saluto cordialmente.

Fiorenza G.

 

Morire di Covid è una tragedia non un affare. Ed è buona, anzi ottima, regola ricordare sempre che le voci che “corrono” e che non si fermano su serie pagine (di carta o digitali) di seri giornali non sono per nulla serie. E spesso sono pesanti bufale. Così anche quella per cui i morti a causa della pandemia da nuovo coronavirus “rendano” soldi a persone e istituzioni sanitarie e politico-amministrative. È grave che lo si dica, gentile signora, tanto quanto che lo si ripeta. Lei ha fatto bene a chiedere lumi. Ma anche la cronaca delle ultime settimane ha aiutato a fare chiarezza, grazie all’inchiesta che ha messo a subbuglio la Sicilia e la sua rete sanitaria regionale nella quale – a quanto pare – si nascondevano i numeri reali di ammalati e morti di Covid per far apparire migliore la situazione complessiva... Perché in ogni possibile senso c’è vantaggio a essere infettati di meno, non di più. E tutto l’impegno in corso, dal distanziamento fisico alle vaccinazioni, è mirato a questo sano risultato.

 
 
 

Con che coscienza

2021, Mauro Magatti, Avvenire 11 aprile

Draghi e il presente e il futuro comuni. Ma con che coscienza?

«Con che coscienza la gente salta la fila sapendo di esporre a rischio concreto di morte le persone più fragili?» Giovedì sera l’espressione di Mario Draghi – diretta, cruda, senza mezzi termini – è risuonata con forza in tutto il Paese. Di fronte ai tanti casi di 'saltafila’, ai favoritismi nei confronti di amici e parenti, alle pressioni senza tregua per allungare e allargare la lista delle priorità nella vaccinazione il presidente del Consiglio ha detto ad alta voce lo sconcerto suo e di molti cittadini.

Di un richiamo di questo tipo se ne sentiva il bisogno. Perché nel tempo in cui sembra che una opinione valga l’altra e in cui si parla solo di diritti e mai di doveri, la parola 'coscienza' sembra essere sparita dal vocabolario. Non è così. Lo scriveva già nell’Ottocento Alexis de Tocqueville nelle pagine finali del suo poderoso 'La democrazia in America': il tarlo che corrode la democrazia è sottile e si diffonde proprio quando i cittadini si ripiegano sul loro interesse particolare, diventando indifferenti a tutto ciò che li circonda. Al punto da essere disposti a distruggere il bene comune per correre dietro alla chimera del vantaggio personale.

In un mondo popolato da milioni di persone, dove i rapporti sociali sono necessariamente regolati da norme, procedure, contratti, è fondamentale avere leggi, regole e procedure. Ma le regole, da sole, non basteranno mai. Tanto più in un contesto in cui ci siamo abituati a pensare che 'fatta la legge trovato l’inganno'. Col risultato di sentirci tutti intrappolati in una spirale soffocante: per cercare di controllare i comportamenti opportunistici continuiamo a moltiplicare leggi, norme, controlli.

Creando così un labirinto burocratico a cui si cerca di sfuggire con nuove furbizie. In una rincorsa senza fine dove sembra che interesse particolare e bene comune non possano incontrarsi mai. Ma le cose non stanno così. Il furbo, infatti, colpendo la comunità, fa danno anche a se stesso.

Ancora Toqueville ci aiuta a capire questo punto quando parla di «interesse bene inteso»: «Quand’anche non seguissi la dritta via perché dritta, la seguirei se non altro perché ho scoperto attraverso l’esperienza che in fin dei conti è generalmente la più felice e la più utile. Ciò suggerisce piccoli sacrifici che non fanno l’uomo virtuoso, ma creano almeno una moltitudine di cittadini osservanti delle regole, temperati, moderati, previdenti e padroni di se stessi».

Giunti a questo punto viene da porsi una domanda: già, ma dove si forma la coscienza? La questione è tutt’altro che retorica. La coscienza infatti poggia prima di tutto sull’educazione.

Ma il problema è che, nel corso degli anni, tutte le agenzie tradizionalmente deputate a questo lavoro sono state indebolite: la famiglia, oltre a essere diventata anche evanescente, non è esente da quel 'familismo amorale' che fa prevalere il bene particolare a dispetto di qualunque considerazione generale; la scuola è stata a poco a poco svuotata di buona parte dei suoi compiti educativi: un malinteso senso della libertà di pensiero impedisce agli insegnanti di esporsi a parlare di 'coscienza'; la Chiesa non arriva a tutti mentre certa politica e parecchi mezzi di comunicazione – a cominciare dai social – fanno a gara a sbeffeggiare l’idea stessa di coscienza. Né, d’altra parte, aiuta l’esperienza concreta: a causa di quel circolo vizioso di cui si è parlato prima, in Italia troppo spesso avere coscienza espone al rischio di passare per 'fessi'.

Forse, dobbiamo fermarci un attimo. E prendere l’occasione che ci viene offerta dall’espressione di Draghi per porci una domanda che non osiamo più farci: qual è la mediazione che dobbiamo ricercare tra il legittimo interesse privato e il necessario bene comune? E come facciamo a costruire una cultura condivisa in cui possano crescere le coscienze dei cittadini e la fiducia reciproca? Lo abbiamo ripetuto mille volte nel corso di quest’anno di pandemia: nessuno si salva da solo. Il virus ci ha fatto vedere proprio questo: siamo legati gli uni agli altri. E il mio comportamento ha riflessi su chi mi sta vicino, così come quello altrui lo ha su di me. L’individuo isolato non esiste. Esiste la persona in relazione con gli altri, con l’ambiente, con le istituzioni.

Possiamo tornare a costruire un linguaggio comune basato su questa idea? Ne abbiamo urgentemente bisogno. Non solo per lasciarci alle spalle la pandemia e i suoi effetti disastrosi. Ma anche per combattere l’evasione fiscale, il lavoro nero, la corruzione, le piccole e grandi disumanità dettate dall’egoismo...

E per costruire un’economia sostenibile. Perché la 'sostenibilità' non si trasformi in una armatura insopportabile di regole e procedure, abbiamo bisogno di uomini e donne responsabili. Capaci di coltivare quella coscienza a cui si è appellato Draghi. Insomma, non è del passato che stiamo parlando. Ma, civilmente, del nostro presente e soprattutto del nostro futuro.

 
 
 

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