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Un mondo nuovo

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Messaggi del 12/06/2021

Inverno demografico

Lettera firmata a FC n. 24 del 13 giugno 2021

AFFRONTARE LA STAGIONE ESTIVA IN UNA FAMIGLIA CON 4 FIGLI

Le scrivo queste righe dalla ridente cittadina di Monselice, il “ricco” Nord-Est, in provincia di Padova, ma credo che la mia storia possa essere uguale a tante storie di famiglie italiane che tra una manciata di giorni si troverà a dover gestire figli e lavoro. Mancano pochi giorni alla fine della scuola e le chat delle mamme (sembra che queste cose siano solo delle mamme) esplodono di messaggi con volantini di centri estivi: date, età, soldi, attività ludico-sportive, ricreative, danze, teatro, giochi, divertimento, relax.

Nelle altre chat la vita va avanti come se niente fosse. La preoccupazione non arriva, nelle altre chat. Resta confinata tra i chip degli smartphone delle madri che, da imprenditrici e organizzatrici nate, costruiscono gruppi nuovi, broadcast, pagine Facebook dedicate ai centri estivi, calcoli logaritmici dove inseriscono nei fogli Excel tutte le scontistiche possibili immaginabili: sconto secondo e terzo figlio, sconto più settimane, sconto prenotazione anticipata, sconto pasto, sconto in base all’Isee, in base al reddito, alla residenza, alla vicinanza, al lavoro che fai, se fai turni, se viene nonno/nonna/zia/cugina/baby sitter a prenderti il pargolo.

E in tutto questo, i pargoli sono i più bravi: si adattano a qualsiasi situazione, sanno dentro di loro che questa è la vita dei figli. Ma avere figli in Italia è per pochi disperati che non sanno quello che fanno, se le condizioni sono sempre peggio. Giorno dopo giorno, vengono tolti servizi, opportunità, ma non improvvisamente, un po’ alla volta, memori della storia della ra e dell’acqua bollente: la rana si abitua all’acqua sempre più calda, finché finisce bollita senza accorgersene.

E intanto, le settimane estive sono 13. Una famiglia che ha deciso di affrontare l’inverno demografico e di mettere al mondo quattro figli, ora deve gestire, come ogni anno, la lunga estate. Tolte 3 settimane di vacanze (genitori a casa), e tolti i santi nonni, ci sono 10 settimane da gestire. Dalle mie parti il prezzo medio che le associazioni/cooperative/altro propongono è di 90 euro a settimana con pranzo al sacco. La famiglia con quattro figli ed entrambi i genitori che lavorano (la mia famiglia), si troverà a dover spendere: 4 figli x 10 settimane x 90€/settimana = 3.600 euro. Se i figli sono 3, sono 2.700 euro. Se sono 2, sono 1.800 euro. In alcuni Comuni illuminati ti vengono incontro con una riduzione per alcune settimane. Per il resto, ci si arrangia.

Questo, ovviamente, se i genitori lavorano. Se fanno parte del cosiddetto ceto medio (che sembra sparito), è una quota molto alta da pagare. Ma non ci sono altre scelte: se vuoi continuare a lavorare, li devi spendere. Se i genitori non lavorano, l’estate che arriverà tra pochi giorni sarà tragica. Perché i loro figli non potranno permettersi nemmeno una settimana, resteranno a casa, a vivere situazioni difficilissime, a sentire dentro l’animo l’angoscia degli adulti, senza sapervi fare fronte. Questi figli avrebbero diritto più degli altri di vivere un’estate serena.

Davanti a questi numeri, nessuno può fare finta di niente. Dove sono finiti i diritti dei bambini e delle bambine? Dove è finito il nostro Governo delle Larghe Intese, e soprattutto il ministero delle Pari Opportunità e della Famiglia, che dovrebbe aiutare le famiglie a sopravvivere? Dove sono finiti i vari parlamentari di cui vedo il volto nei manifesti dei convegni che parlano di deserto demografico? Dove è finita la mia Regione, il Veneto, che il 28 maggio 2020 ha promulgato con annunci pomposi la Legge Regionale sulla Famiglia atta a promuovere la natalità come valore da perseguire anche con strumenti di sostegno delle politiche familiari? Dove sono finiti i Comuni, che dovrebbero essere in prima fila nell’aiutare le famiglie?

Il deserto demografico si combatte aiutando le famiglie a fare fronte a queste situazioni, non raccontando nei social che cosa si sta facendo, come molti politici fanno. La politica dovrebbe sognare i nostri figli, dovrebbe dare loro un ampio respiro. Invece molti politici cercano solo consenso: parlano, ma non conoscono queste situazioni perché non le vivono: sono lontani anni luce dalle difficoltà delle famiglie. La sfiducia delle famiglie è alta. E quanto ho letto che in Senato, invece di parlare di questi drammi, si trova il tempo per ridare il vitalizio a persone condannate, è spaventoso. Auspico che il Governo faccia qualcosa per aiutare le nostre famiglie a sopravvivere anche in questa estate, qualcosa di strutturale, perché davvero molte delle nostre famiglie non ce la fanno più – Monica Buson – Monselice (Pd)

 
 
 

il tempo ti fa capire tutto ciò che è importante

Post n°3602 pubblicato il 12 Giugno 2021 da namy0000
 

Il cantante. Mahmood: «Le mie radici mi hanno salvato dal successo»

Avvenire 11 giugno 2021

Il cantante pubblica il nuovo album “Ghettolimpo” e racconta la sua vita dopo la vittoria di Sanremo nel 2019. «Ho rischiato di essere travolto. Ma ho tenuto i piedi per terra grazie a mia madre»

«Questo disco è molto personale, ho voluto mettervi dentro tante mie radici. Ho dato giusta forma alla mia radice sarda, che m’ha cresciuto e bene. Ed anche recuperare le origini egiziane. Perché il successo può essere pericoloso se non lo sai gestire». Il milanesissimo Alessandro Mahmood a 29 anni fa il punto, nel nuovo disco Ghettolimpo in uscita oggi per Universal, di due anni passati sull’ottovolante: «E’ successo tutto in modo inaspettato». Dal lavoro come barista nella sua Gratosoglio, periferia Sud di Milano, alle lezioni di canto al Cpm di Franco Mussida, da Sanremo Giovani alla vittoria a sorpresa al Festival 2019 con quella Soldi dedicata al difficile rapporto col padre, arrivata seconda all’Eurovision Song Contest, che con 100 milioni di streaming è la canzone italiana più ascoltata di sempre su Spotify e Apple music.

La pandemia non ha fermato però un successo travolgente per Mahmood che ha azzeccato una hit dopo l’altra (Calipso, Barrio – 80 milioni di visualizzazioni su Youtube –, e poi Dorado, Inuyasha, Rapide contenuti nel nuovo album, senza contare i brani scritti per altri) grazie ai suoi testi e alle collaborazioni con i più lanciati produttori del momento. Facendo due conti il cantautore ha collezionato nel giro di un paio d’anni 15 dischi di platino, 6 dischi d’oro e oltre 400 milioni di streaming. Ma Mahmood, nonostante gli studiatissimi video che ne propongono l’immagine da duro del ghetto, è rimasto il simpatico ragazzo della porta accanto, cosa non scontata. «Dopo Eurovision la percezione di me stesso è cambiata – spiega il cantante e autore –. Ho passato momenti difficili dopo il successo di Sanremo: c’era di che destabilizzarsi, ma sono cose che mi fortificano, sai che devi lavorare su te stesso. Il successo può dare alla testa, ma come esempio ho sempre guardato a mia madre».

Mahmood per mettere a fuoco la sua vita ha deciso da ripartire dalla sua infanzia e dalla sua passione per la mitologia greco-romana, aprendo il disco con la filastocca Dei che cita Poseidone, Atena, Zeus e Venere. «Passavo le ore a sfogliare l’enciclopedia per bambini che avevo da piccolo, fra quelle pagine ho scoperto un mondo fatto di miti e storie favolose che amo ancora oggi». Da qui il titolo dell’album e dell’omonimo brano Ghettolimpo che sulla copertina riporta Mahmood che si specchia nell’acqua come un moderno Narciso, vedendo riflesso però un altro sé quasi demoniaco. «Ciò è legato al periodo in cui mi guardavo allo specchio e non mi piacevo» racconta svelando le proprie insicurezze. Un disco che racconta vite sospese tra il ghetto e l’Olimpo, appunto «come stessero nell’Ade, un mondo di persone che sono una via di mezzo tra l’alto e il basso, ma cercano di dare un senso alla propria vita. Anche io sto nel mezzo. Quando scrivo mi sento immortale, mentre nella vita normale mi sento più attaccabile, vivo paure e paranoie». Anticipato dal singolo Inuyasha ( Disco di platino), Klan e la significativa Zero, colonna sonora della serie di Netflix sugli italiani di seconda generazione, Ghettolimpo ospita un duetto con Elisa e con Woodkind, e coinvolge produttori di grido come Muut, Dardust, Francesco Fugazza Francesco Catitti e autori quali Davide Petrella, Salvatore Sini e Cheope.

Dal punto di vista musicale, Mahmood presenta un mix stilistico originale, che tenta una innovazione mescolando sonorità internazionali, hip hop, urban, rap e melodia italiana. E se scivola su qualche brano che usa termini forti cedendo ai canoni di moda della trap, si apre nella maggior parte dei brani in momenti poetici e a melodie di pieno respiro dove la voce dell’artista incanta per il suo timbro unico, come nel brano Rapide. Sonorità orientali spuntano in Ghettolimpo, una sorta di «preghiera libera dedicata a tutti coloro che si rivolgono al cielo, indipendentemente dalla religione o se siano o no credenti» spiega Mahmood, di educazione cattolica, facendo iniziare il brano con un canto che riprende un muezzin arabo. «Io in Egitto sono stato due volte, a 8 e 12 anni, e udivo quella melodia potente che scandiva le cinque preghiere della giornata. Ho cercato una sonorità che mi ricordasse quei momenti». E se in Icaro è libero il giovane del mito è paragonato a un carcerato di oggi, simboleggiando anche l’oppressione della società, Mahmood guarda al se stesso adolescente, ai primi amori, ma anche al disagio che provava in quegli anni in Rubini in cui duetta con Elisa, e alle delusioni di Kobra. «Ho un problema, che non mi fido di nessuno. Mi sono fidato tantissimo, ma ho imparato che anche le fregature aiutano a crescere. Come quando io davo i pezzi alle case discografiche e questi venivano pubblicati all’estero a mia insaputa e non vedevo un euro mentre lavoravo al bar» ci racconta ancora scottato l’artista.

«Non è stato facile da sola crescere / chi per metà ti ricorda l’uomo che ti ha lasciato / Famiglia significa stare qua / in 2 anche se difficile». La famiglia è e rimane un punto solido nella vita di Alessandro, soprattutto l’adorata madre a cui dedica il pezzo più bello dell’album, T’amo, con una citazione da pelle d’oca di Non potho reposare «che mia madre mi faceva ascoltare da piccolo e che per me è la canzone che più rappresenta la Sardegna. Sono fan di Maria Carta e di Andrea Parodi e per interpretare questo brano ho scelto il coro femminile sardo di Orosei, paese di origine di mia mamma, 'Intrempas', di cui fa parte mia cugina Antonellina». E la mamma come ha reagito? «La prima volta che l’ha sentita si è messa a piangere. Non aveva mai pianto prima… – sorride il cantante –. Io e mia madre abbiamo passato insieme dei momenti difficili, anni in cui gli unici soldi che guadagnavo poi li spendevo con il 'car sharing' necessario per andare a lavorare, in un continuo circolo vizioso. Questa situazione mi ha insegnato che non serve litigare per farti realizzare che una persona ti sta a cuore, è il tempo che ti fa capire tutto ciò che è importante». Per ascoltare Mahmood dal vivo si dovrà aspettare novembre per la parten zadel tour Dei rimandato. «Questa quarantena mi ha fatto crescere paure che prima non avevo –ammette Mahmood –. Con la ripresa dei concerti passerà. Io questo lavoro lo faccio perché voglio avere contatto con la gente».

 
 
 

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