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Un mondo nuovo

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Messaggi del 09/07/2021

Moltiplicare

Post n°3617 pubblicato il 09 Luglio 2021 da namy0000
 

2021, Scarp de’ tenis, Marzo.

La fermezza del maresciallo Novembre. Se si vuole, si può cambiare in meglio.

In una caserma e in una sala consiliare hanno messo la targa con il suo nome: Silvio Novembre, maresciallo. Ogni tanto il ricordo concede uno spazio a gente così. Quasi anonima. Lontana dai riflettori. La sua storia però ha fatto notizia, perché si intreccia con un’altra storia, tragica e spietata: il caso Ambrosoli. Molti hanno dimenticato che cosa è successo nell’Italia del 1979.

Silvio Novembre è stato l’uomo più vicino all’avvocato liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona negli ultimi terribili anni, prima dell’agguato mortale deciso dalla mafia politica tra Italia e America. Ha subito pressioni, intimidazioni, minacce, ha rischiato la vita. Licio Gelli, il capo della P2, aveva ottenuto il suo trasferimento. Il maresciallo Novembre doveva essere allontanato da Ambrosoli e dalle carte dell’inchiesta. Si è sempre opposto, non ha ceduto alle pressioni, è rimasto fedele al suo ruolo di finanziere in difesa della legalità e non di oscuri interessi.

Se Ambrosoli è l’avvocato capace di decifrare le alchimie finanziarie del bancarottiere Sindona per rispetto del dovere e del ruolo di servitore dello Stato, il maresciallo Novembre è l’alter ego, l’uomo che riesce a trovare le carte che servono alla verità e alla giustizia, capace di dare un fondamentale apporto investigativo ad un giallo politico finanziario sull’asse tra Italia e America. «Eravamo isolati», ricorderà in un’intervista, una delle poche concesse dopo l’uscita del libro di Stajano. Da soli hanno combattuto contro le mafie internazionali legate al riciclaggio e ai capitali sporchi, e contro l’inerzia dello Stato. «Uno Stato che non può lasciar morire così i suoi figli migliori», ha detto Novembre al funerale di Ambrosoli. «Io mi chiedo spesso se Ambrosoli, persona integra e straordinaria, non avendo avuto a fianco uno come me, magari sarebbe ancora qui tra noi… Non è che il comportamento di Ambrosoli e il mio si sommassero e basta; in realtà si moltiplicavano, si elevavano al cubo, e nella determinazione e nell’intransigenza».

Scrive Corrado Stajano: «La storia umana del maresciallo Novembre è una delle storie dell’Italia povera di una volta, piene di fatica, di voglia di migliorare le condizioni della vita, di desiderio di conoscere». Silvio Novembre nasce ad Alseno, vicino a Piacenza, nel 1934. Suo padre fa il muratore, poi viene assunto in ferrovia. Il futuro maresciallo finisce la terza media e lavora come manovale, in casa ci sono altri cinque fratelli da tirar su. Il suo destino nasce dalla casualità: incontra un finanziere e fa domanda per le –fiamme Gialle. Ma serve una raccomandazione. Lo aiuta il parroco: è stato compagno di studi del cardinale Casaroli, segretario di Stato vaticano. Con la lettera è ammesso al test: promosso. Frequenta il corso da sottufficiale e diventa un esperto nelle verifiche fiscali. Viene naturale al Tribunale individuare lui per affiancare l’avvocato Ambrosoli. Nella Milano desolata e avvilita del 1979, con la paura dominante e il terrorismo sanguinario e gratuito, il maresciallo Novembre è un’eccezione. La figlia Isabella mi ha scritto una lettera pubblicata dal Corriere. «Papà e altri come lui hanno combattuto una guerra. Molti si sono persi. Lui ha continuato coraggiosamente a fare le sue scelte, al riparo dalle luci dei riflettori. Un impegno silenzioso e quotidiano. Questo dice tanto. Tantissimo. Basta guardare il triste affannarsi che ci circonda alla ricerca della visibilità a tutti i costi, purché sia».

Una caserma all’Aquila e una sala del consiglio ad Alseno, sono un omaggio alla sua memoria. Che non cancella le ferite, profonde e incancellabili, di quei giorni. Ma fanno credere che se si vuole, si può cambiare. In meglio.

 
 
 

Abbandono

Post n°3616 pubblicato il 09 Luglio 2021 da namy0000
 

Lettera, FC n. 27 del 4 luglio 2021

Buongiorno, le scrivo per un consiglio, un conforto, una parola di speranza. Ho 3 figlie dai 18 ai 22 anni, che frequentano l’ultimo anno di liceo, e l’università. Sono “brave”, studiano, non si mettono nei guai, escono con gli amici, sono sensibili. Non hanno iniziative di aiuto costanti in casa ma, su “richiesta”, mi danno una mano con la cucina e le loro “stanze-bazar”.

Sembrerebbe una situazione tranquilla, però non frequentano più l’oratorio e si sono allontanate ormai dalla Chiesa: messa, opinioni, fede. Con mio marito (che mi ha sempre sostenuto con grinta!) cerchiamo di continuare a buttare “semini”, ma troviamo sempre tanta freddezza e aridità nei loro pensieri e nelle loro risposte che ormai ci spiazzano e ci lasciano tanta amarezza. «La Chiesa è lontana dal mondo… I suoi valori sono anacronistici… Rituali che stancano… Insegnamenti contrari ai comportamenti dei ragazzi… Non sono al passo con i tempi… Non appartengono alla realtà di oggi… La Chiesa è rigida, non moderna, anacronistica, omofoba, ingiusta nei confronti dei gay che si vogliono bene… Non capisce che le cose cambiano e che si va avanti… Piano piano è destinata a finire naturalmente». L’elenco è lungo.

Io prego il Signore perché tocchi il cuore delle mie ragazze, perché parli alle loro anime alla ricerca della felicità, perché le aiuti a trovare le persone giuste a mostrare loro la bellezza della nostra fede, cosa che, evidentemente, noi con il nostro esempio non siamo capaci di fare, a differenza dei nostri genitori. Sto cercando di passare dallo sconforto alla fiducia, anche se fatico un po’. Vorrei avere la certezza che le vie del Signore arrivino anche da loro e che sentano il calore dell’abbraccio della fede, dell’incontro con Dio nel profondo… prima o poi… - Lettera firmata

Cara amica, comprendo la tua preoccupazione e sono vicino a te e a tuo marito. E anche alle vostre figlie. Prego per tutti voi. È una situazione che stanno vivendo tanti genitori. A vostro merito va sottolineata la consapevolezza del problema e la tenacia nel continuare a dare l’esempio. In altre famiglie si dà per scontato che non si possa fare niente perché i tempi sono questi, e magari i genitori sono i primi non solo a trascurare la pratica religiosa, ma soprattutto a non vivere il Vangelo nella quotidianità.

Io sono convinto che i semi di bene che continuate a offrire prima o poi daranno frutto. Specialmente quando le asprezze della vita, le difficoltà, le delusioni si affacceranno anche nella loro esistenza. D’altra parte, i genitori non possono vivere al posto dei loro figli, hanno il compito di testimoniare quello in cui credono, di accompagnare, di aiutare e incoraggiare, ma poi ogni individuo ha la propria responsabilità di fronte a Dio, a se stesso e alla società. È un dato di fatto, anche se non basta come consolazione.

C’è da dire che il mondo di oggi, con le sue sirene che puntano all’egoistica soddisfazione di se stessi, con la sua indifferenza che spesso diventa odio contro la Chiesa, mette a dura prova ogni educatore. Oggi non è più automatico essere cristiani, il nostro Paese non è più davvero cattolico. C’è anzi, nei confronti dell’istituzione ecclesiastica, una sorta di ribellione adolescenziale. Anche per colpa di noi cristiani, preti o laici, che ci siamo illusi che bastino i sacramenti (pensati più come celebrazioni esteriori che come dono di grazia) o qualche catechesi più o meno formale. I giovani però si sono allontanati perché tutto ciò non gli basta. Perché i cattivi esempi, l’incoerenza con il messaggio del Vangelo, sono talmente evidenti in tanti cristiani solo di nome che hanno perso ogni fiducia nella Chiesa.

Che cosa fare allora? Prima di tutto non dobbiamo perdere la fiducia e la speranza, perché noi crediamo in un Dio che è Amore, Misericordia, Bontà infinita. Lui saprà trovare la strada per arrivare al cuore di tutti, in modi magari inaspettati. In secondo luogo, penso che sia importante che i giovani possano fare una forte esperienza di fede autentica, che permetta di andare al di là dei luoghi comuni che circolano su Internet, sui social, nei discorsi di tante persone (in qualche caso c’è anche qualcosa di vero). Per fare questa esperienza vedo due strade: leggere il Vangelo, andando così alla sorgente della fede, alla parola di Cristo stesso; partecipare a qualche incontro al di fuori della parrocchia, magari in un monastero o in una casa di spiritualità. Ci sono anche delle opportunità digitali interessanti, come le catechesi di don Fabio Rosini o di don Luigi Epicoco su YouTube.

In ogni caso non va persa la speranza perché i sacramenti ricevuti, specialmente il battesimo e la cresima, possono riprendere vita (è la cosiddetta “reviviscenza”). È come se la cenere che si è accumulata fosse soffiata via e le braci ardenti dell’Amore di Dio tornassero a infiammare il cuore. Tanti di noi cristiani, anche i più osservanti, dovrebbero pregare che il soffio dello Spirito santo porti via la cenere dell’abitudine, dell’invidia, dell’egoismo, della maldicenza, per far risplendere la bellezza del Vangelo e permettere ai nostri ragazzi di incontrare il volto mite, misericordioso, benevolo, di Cristo. Solo questo incontro cambia davvero la vita.

 
 
 

Un mondo guarito

Post n°3615 pubblicato il 09 Luglio 2021 da namy0000
 

Ermes Ronchi, Avvenire, giovedì 8 luglio 2021

Vita senza demoni e un mondo guarito

«In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri [...].»
Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli. Ogni volta che Dio ti chiama, ti mette in viaggio. Il nostro Dio ama gli orizzonti e le brecce. A due a due: perché il due non è semplicemente la somma di uno più uno, è l'inizio del noi, la prima cellula della comunità. Ordinò loro di non prendere nient'altro che un bastone. Solo un bastone a sorreggere la stanchezza e un amico su cui appoggiare il cuore. Né pane, né sacca, né denaro, né due tuniche. Saranno quotidianamente dipendenti dal cielo. Li vedi avanzare da una curva della strada, sembrano mendicanti sotto il cielo di Abramo. Gente che sa che il loro segreto è oltre loro, «annunciatori infinitamente piccoli, perché solo così l'annuncio sarà infinitamente grande» (G. Vannucci). Ma se guardi meglio, puoi notare che oltre al bastone portano qualcosa: un vasetto d'olio alla cintura. Il loro è un pellegrinaggio mite e guaritore da corpo a corpo, da casa a casa. La missione dei discepoli è semplice: sono chiamati a portare avanti la vita, la vita debole: ungevano con olio molti infermi e li guarivano. Si occupano della vita, come il profeta Amos, cacciano i demoni, toccano i malati e le loro mani dicono: «Dio è qui, è vicino a te, con amore». Hanno visto con Gesù come si toccano le piaghe, come non si fugga mai dal dolore, hanno imparato l'arte della carezza e della prossimità. E proclamavano che la gente si convertisse: convertirsi al sogno di Dio: un mondo guarito, vita senza demoni, relazioni diventate armoniose e felici, un mondo di porte aperte e brecce nelle mura. Le loro mani sui malati predicano che Dio è già qui. È vicino a me con amore. È qui e guarisce la vita. Francesco ammoniva i suoi frati: si può predicare anche con le parole, quando non vi rimane altro. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro. Gesù li prepara anche all'insuccesso e al coraggio di non arrendersi. Come i profeti, che credono nella parola di Dio più ancora che nel suo realizzarsi: Isaia non vedrà la vergine partorire, né Osea vedrà Israele condotto di nuovo nel deserto del primo amore. Ma i profeti amano la parola di Dio più ancora che i suoi successi. I Dodici hanno quella stessa fede da profeti: credono nel Regno ben prima di vederlo instaurarsi. L'ideale in loro conta più di ciò che riescono a realizzarne. Bellissimo Vangelo, dove emerge una triplice economia: della piccolezza, della strada, della profezia. I Dodici vanno, più piccoli dei piccoli; sulla strada che è libera, che è di tutti, che non si ferma mai e ti porta via, come Dio con Amos; vanno, profeti del sogno di Dio: un mondo totalmente guarito.

 
 
 

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