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Sotto al cuscino
Post n°30 pubblicato il 04 Novembre 2009 da blu_dada
Sotto al cuscino Mi rendo conto che c'è un bel po' da leggere. Vi chiedo scusa, vi prometto che non lo faccio più! Ma ero come in trance mentre scrivevo. Non me ne sono nemmeno accorta. :) Fino all'età di sette anni ho vissuto nella grande casa dei miei nonni. Era una di quelle vecchie case con un grande portone che si affacciava sulla strada e con un cortile interno. Non vivevamo proprio nella stessa casa. In realtà nel piano superiore era stato ricavato un appartamento dove vivevo con la mia famiglia. Quando quel portone si chiudeva era come chiudere il mondo fuori, e vivere in un posto tutto nostro. C’eravamo solo noi, ed era una santa cosa per noi piccoli, che ci sentivamo liberi, senza i pericoli del “fuori”. Lo spazio davanti alla casa era ampio. Il pavimento del cortile era fatto di antiche e larghe pietre di basalto grigie, a tratti non più livellate, perciò in alcuni punti si doveva fare attenzione a non inciampare. Dopo due o tre cadute, però, ero diventata un’esperta ad evitare i piccoli trabocchetti di quel lastricato. C’erano delle enormi piante di limoni a ridosso del muro, e davanti alle porte-finestre delle camere del piano terra, che davano sul porticato, dei grandi vasi con fiori. Ma, la parte più bella di quella casa era il giardino interno. Salendo pochi gradini, attraverso un arco, si accedeva ad un grande giardino, dove trascorrevo le mie giornate. C’erano diverse piante di arance, mandarini e un enorme albero di fichi. Mi sembra di vedere mia nonna che si arrampicava sulla scala per raccogliere i frutti che stavano in cima a quell’albero, mentre mio nonno la rimproverava e le stava dietro perché aveva paura che lei cadesse. Ai miei occhi mia nonna sembrava una guerriera invincibile, alta e forte...quasi una vichinga. Era molto bella, una di quelle donne d’altri tempi, con i capelli argentati, raccolti con dei fermagli in una crocchia sulla nuca. Metteva soggezione con il suo sguardo fiero e l’andatura altera. Sicuramente era una donna che non passava inosservata. Ricordo che c’era anche un pozzo, scrupolosamente chiuso con un coperchio,su cui erano appoggiati dei vasi fioriti , e lì vicino le corde per il bucato. Come tutti i bambini subivo il fascino delle lenzuola stese. Nei pomeriggi assolati mi divertivo a passare e ripassare in mezzo a quei lini ricamati e profumati. Un profumo che non ho mai più sentito. Non era solo un buon odore di pulito, era un profumo di sole misto a quei tessuti di altri tempi... indescrivibile. Come il sapore delle fette di pane con sale e olio che mangiavo a merenda. Ricordo, che non so come, in uno dei quei tanti pomeriggi, talvolta riuscivo ad acchiappare qualche farfallina che si posava sul cespuglio di margherite. Mi chiedevo perché quando le prendevo, mi lasciavano sempre le dita sporche di una polverina impalpabile. Mio nonno, però, mi spiegava che quella polverina serviva a far volare le farfalle e se la perdevano non sapevano più farlo. Mi diceva che quando una farfalla non può più volare, muore. Fu così che conclusi che se esistevano animali con le ali...dovevano volare in pace. Devo ammettere che mio nonno ci sapeva fare con me. Mi faceva sperimentare la vita. Ed io facevo tesoro di quelle piccole esperienze. Ero una bambina piccola, ma molto sensibile e forse ci sapevo fare anch’io con lui. Anzi sicuramente ci sapevo fare. Ogni sera infatti, quando andavo a dormire, sapevo che la giornata non era ancora finita. Doveva accadere ancora qualcosa. Ed io stavo lì, ad aspettare che accadesse. Me ne stavo buona, con gli occhi chiusi con la testa sul cuscino. Non mi pesava mettermi a letto. Era entusiasmante per me l’attesa. Cosa c’è di più bello di aspettare che accada qualcosa, quando sei certo che quel qualcosa ti piacerà da morire? È l’attesa la parte più bella di ogni evento felice. Tutte le sere, infatti, mio nonno si intrufolava nella mia camera. Rimaneva lì...ad osservarmi per qualche attimo, poi infilava qualcosa sotto al mio cuscino e se ne andava in punta di piedi. Sapevo di quel piccolo rito di tutte le sere, sapevo che mio nonno voleva farmi una sorpresa. Così, anche se ero sveglia, facevo finta di dormire. Mi sforzavo di tenere gli occhi ben chiusi e restavo immobile, simulando persino il respiro di un sonno profondo.
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