Creato da coluci il 05/09/2010

L'onda è il mare

Viaggio del cuore e della mente

 

 

Pagine di diario

Post n°212 pubblicato il 06 Giugno 2020 da coluci
 

La magìa delle scelte giuste

Trauma, è una ferita profonda, qualcosa che destabilizza il corso normale di un’esistenza, la crisi. Questi primi mesi del 2020 ci stanno facendo molto male. E ce ne faranno ancora. Non è un trauma leggero, continua a incidere nella nostra mente, sui nostri umori ballerini, sui nostri “vecchi” progetti, ancora vivi nel cuore, ma agonizzanti per la carenza di risorse. Le riflessioni maturate nei giorni del forzato ritiro fisico-spirituale ora sono messe alla prova. Prima, come esorcismo contro la paura, la preghiera augurale scritta sugli striscioni appesi ai balconi era: “andrà tutto bene”. Purtroppo e maledettamente già non è stato così per tutti e, forse, non lo sarà per tanti altri.
Ora, l’arcobaleno ancora non si pennella nel cielo; senza spiragli di luce, non lo possiamo vedere, il maltempo perdura.
Inutile negarcelo, stiamo uscendo pian piano dall’emergenza clinica, ma siamo in piena emergenza economica.
E qui, la calibrata livella del virus, che contagia al di là di ogni diversità, ora lascia il campo nuovamente alle disuguaglianze. In economia l’ordine delle caste difficilmente ha varianti sconvolgenti: chi è nelle zone alte della piramide, per male che vada, subisce fluttuazioni controllabili, ma per chi è nelle zone medie o basse i contraccolpi sono significativi, se non deleteri, fatali.

È tempo di scelte! Più profondo e allarmante è il disagio, più impegnativa e affannosa la scelta.

Parlare di scelta è considerare un passato sostanzioso e un futuro vuoto, sconosciuto, un prima ragguardevole e certo e un dopo imprevedibile e incerto. Un sentiero stretto, disagevole quello delle scelte decisive. Desistere o ri-prendere?, la domanda cruciale che molte realtà sociali si pongono. L’augurio che era di conforto durante l’imperversare dell’emergenza sanitaria “andrà tutto bene” si sta trasformando in grido sfiduciato “ce la faremo?” Ora è all’opera il virus dello scoraggiamento, dei dubbi, delle impossibilità.
Il nuovo contagio!!!

È tempo di scelte! Non lasciamoci sovrastare dagli eventi!  Se non si è fortunatamente con l’acqua alla gola, diamoci con coraggio un po’ di tempo. Se prima il virus ci angosciava con paure varie, indotte o dedotte, ora la maggiore nemica è la fretta, l’ansia risolutiva. Decidere immediatamente, al più presto! Né impazienti decisionisti, né indolenti attendisti!
Tranquillamente e quietamente attivi!

Per prima cosa, chiediamoci allora da dove si sono originate e quindi si dovrebbero originare le nostre scelte più importanti?
Qualcuno, ligio ai moniti educativi, quali “pensaci bene, prima di decidere”, “non fare scelte avventate”, può congetturare che sia la testa, la razionalità, il percorso della logicità a dover sostenere le nostre decisioni.
Qualcun altro, con spiccata sensibilità e inclinazione sentimentale, sarà più propenso ad ascoltare ciò che gli detta il cuore, l’impulso della passione, l’istinto.
C’è infine una letteratura psicologica che fa riferimento all’energia interiore, all’anima, al seme nascosto, al proprio Sé… Questo l’ambito entro cui matura la scelta giusta. Si tratta di attendere, ascoltare, meditare…

E c’è anche il buon senso!

Fecondiamo le nostre scelte con sguardo di lungimiranza, con intelligente attesa, senza precipitazione. Non c’è Natale senza Avvento. L’attuale è un tempo di attesa, giorni di serenità sofferta e creativa, perché l’attesa è movimento, senza esclusioni preconcette, è gestazione, elaborazione di una scelta.
Queste le domande: “cosa ti muove dentro?”, più semplicemente, “cosa ti sta più a cuore?” o quella che mi son fatto varie volte: “c’è ancora posto in te per l’utopia?”

Queste le domande che mi accompagnano in questi giorni e che possono armonizzare tensioni all’apparenza opposte e che si agitano e confrontano nel mio profondo.
Ma, so per certo, che possiedono anche la magìa di generare le risposte giuste.

 
 
 

Pagine di diario

Post n°210 pubblicato il 27 Marzo 2020 da coluci
 

PAROLE ANTICHE,
MA SEMPRE NUOVE

 

Un’ondata travolgente, anomala su Wuhan, in Cina ed ora su Italia, Europa tutta, sul Pianeta. Uno Tsunami globale. La pandemia (pan, tutto e demos, popolo) è malattia senza confini, in assoluto, anche mortale.

Un nemico naturale che intacca e danneggia la specie umana. Invisibile, incontrollabile. Un virus, (da vis, forza), un essere molto attivo, contagioso, assalitore, malefico. Paura, angoscia per una minaccia che ci abita per poter nidificare, a nostra insaputa. Se non oggi, forse domani o, voglia Dio, mai.
Parassita, ci cerca, spudoratamente privilegia la vicinanza, il contatto, la relazione, aborrisce la distanza, la riservatezza, la solitudine. Amico della confusione, nemico del silenzio. Un doppiogiochista, subdolo e sleale.

Potente, ma non onnipotente, perché per sussistere ha bisogno della nostra condivisione. Ogni leggerezza o distrazione è fuori luogo. La preda è ognuno di noi.

Ci si salva se lo si evita. Bisogna nascondersi, ci ammoniscono i virologi e ci impongono i governanti, barricarsi, escludersi a vicenda, allontanarsi, isolarsi, per isolare e depotenziare l’aggressore.

Un virus nemico dell’uomo, nemico dei sentimenti, degli affetti. La strada, la piazza, non sono più incrocio di sguardi, parole, gesti. Sono spazi disanimati. Circola il vuoto. L’ombra delle nostre debolezze, delle nostre fragilità, un monito valoriale? 

Parole, sospiri, grida, lamenti, persino preghiere e improperi tacciono. Silenzio, e, dannatamente per troppi, silenzio di tomba. Tace anche il pianto e tace il pianto di un affetto, di un amore. Solo il suono di una campana, cupo e straziante, saluta il ricordo di persone care che ci lasciano per sempre.

Separati, isolati. Persino la casa, spazio di intimità, vuole la distanza, monadi che si relazionano senza contaminarsi. Il nuovo inquilino disgregatore sembra voler indicarci le misure giuste all’interno della cellula familiare. Ognuno è unico, se stesso, la sua identità all’interno di un insieme, di uno sguardo comune. Amore e rispetto, amore e libertà.

Qualcosa sta smuovendo i cuori.
Non ancora le menti attonite, confuse e restie. Tornano in prima linea, dopo tempi di freddezza, insensibilità, rifiuti, bassezze, revanscismi politici, parole che sembravano dimenticate: “solidarietà”, “dedizione”, “comunità”, “collaborazione”, “speranza”. Sono parole forti.  Parole personificate che agiscono, sfiancandosi e rischiando la vita. Salvaguardandosi con guanti, camici e sovracamici, mascherine, strumentazioni mediche, con nomi, cognomi e tanto cuore, parlano di fiducia, di guarigione ad altri nomi, ad altri cuori sofferenti in difficoltà. L’eroismo, quello reale non quello retorico, sta tutto qui, “prendersi cura con competenza e amore” dell’altro che soffre, donare uno sguardo di speranza a chi dispera, unire la propria fragilità alla fragilità, perché diventi forza di ripresa, di salute.

Queste parole, antiche ma sempre nuove, incise nel cuore dell’uomo, saranno loro a sconfiggere il nemico invisibile e saranno loro, se perdureranno nei cuori e illumineranno le menti, ad inaugurare giorni nuovi. La speranza può non essere illusione se si perseguono le cose che si sperano. Purtroppo la storia, il più delle volte, le è nemica.

 
 
 

Pagine di diario

Post n°209 pubblicato il 02 Dicembre 2019 da coluci
 

CHI SI ACCONTENTA, GODE


 
 
 

Pagine di diario

Post n°208 pubblicato il 20 Novembre 2019 da coluci
 

TUTTO È POSSIBILE

 

Due eccessi: escludere la ragione,
non ammettere che la ragione.

Blaise Pascal

 Questa cultura del limite mi piacerebbe
fosse recuperata dalla nostra cultura,

che non conosce limite al desiderio,

alla volontà di potenza, allo sviluppo tecnologico…

Umberto Galimberti

Daniele muore a 16 anni per una bravata. La lettera della famiglia: “ … la storia del nostro Daniele vi porti a ragionare prima di fare qualcosa di avventato”.

L’ammonimento è rivolto ad una società, sempre più adolescenziale, che rifiuta qualsiasi limite. Il limes, la pietra sacra romana che si frappone tra possibile e impossibile, tra appartenenze non sovrapponibili.

Ogni tabù, nel bene e nel male, è stato violato.
È tempo di
hybris, l’energia della competizione, della tracotanza. Sovrastare l’altro, senza ragione. Senza cultura, senza rispetto, senza pietà. Gli dei sono morti. I nuovi sacerdoti sono astuti e interessati guru che predicano, quasi fosse vero, lo sconfinato potere delle capacità umane. Nulla, dicono, ci è precluso!

Il progresso prima di toccare il conto in banca si insinua nella testa e la testa, a briglie sciolte, sa anche non ammettere la morte. La morte, il limite dei limiti, il tabù dei tabù, inviolabile e invalicabile per la ragione, invece avviene, perché siamo mortali. Ineluttabilmente.

La vita è una sfida al possibile e all’impossibile.
In un caso frequentiamo il mondo della proporzione, del merito, della bellezza della conquista, dell’equilibrio, dell’armonia, nell’altro caso coltiviamo l’esagerazione (
ex-aggerare con prefisso intensivo), per ammassare, accumulare “oltre” la giusta misura, perché il desiderio, la passione non hanno metro, travalicano. Una trasgressione, a volte vitale, salutare e altre mortale, deleteria. Ne siamo gli attori, i beneficiari o le vittime.

Si usa dire, “fatta la legge, trovato l’inganno”, meglio con San Paolo “io non ho conosciuto il peccato se non per la legge, né avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: Non desiderare.
Siamo un po’ insofferenti della legge, perché attutisce o contrae la voglia di infinito, i desideri e i sogni che, in fondo, accarezzano la speranza di una presunta onnipotenza. La tragedia non è il primo, ma l’ultimo atto della voglia esplosiva di vivere. E poi, il riposo. Ma, senza legge, la convivenza si inselvatichisce e abbruttisce.

Diffidiamo di una libertà ingannevole tra possibile e impossibile. Libertà inconciliabile, contraddittoria. Può capovolgersi in fatale ingenuità. Solo tra possibili si può scegliere. Lì abita l’equilibrio.

 
 
 

Pagine di diario

Post n°207 pubblicato il 30 Ottobre 2019 da coluci
 

IO DICO QUELLO CHE PENSO

 

Né la contraddizione è indice di falsità,

né la coerenza è segno di verità

Blaise Pascal

Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità,

se non provoca male a qualcuno, se è utile,

ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire.

Buddha

 

Capita di relazionarsi con persone che intercalano, a volte ossessivamente, l'asserzione: "io dico quello che penso"! (da un po' d'anni s'è aggiornata con il pletorico "senza se e senza ma").

Un luogo comune? Ne sono straconvinto! Però va molto di moda!

Ascolto. Di primo acchito rimango perplesso e mi zittisco per gentilezza o per compassione. Non ci credo. Uno sbuffo di suono il suo dire, un tentativo di convincermi, inefficace.

Io, invece, non riesco a dire tutto quello che penso. Infatti, non lo dico neanche al mio interlocutore, tant'è che non gli credo!

Per mancanza di coraggio, per non contraddirlo, per eccessivo rispetto o per disistima, per incapacità dialettica, per paura di confrontarmi, per non perdere una relazione?

Sto zitto, perché trovo l'affermazione inconsistente, vuota; anzi, mi suscita sospetti su chi la sbandiera.

Sono un fedifrago, opportunista, buonista, pauroso, arrendevole?

Semplicemente vaglio la situazione, tengo conto dell'interlocutore, soppeso le parole.

In pratica, faccio tutto il contrario di quanto lui asserisce: cerco di pensare prima di dire. Così mi rapporto. In linea di massima.

Di seguito, continuo ad ascoltare soppesando le parole.

Il primo peso è il contenuto dell'argomentare. Qualcosa di importante o irrilevante? Parole che hanno una valenza o frivolezze? E qui il pensiero c'entra.

Il secondo peso sono modalità e metodo del discorrere. E qui si fanno i conti con la capacità dialettica, le emozioni, lo stile. Qui il pensiero c'entra di meno, sono altri gli ingredienti.

Il terzo peso, interferisce con i precedenti attraverso la correttezza di quanto si comunica. Siamo nel campo dell'opportunismo, della menzogna, della veridicità. Quanto narrato è attendibile? Vero o falso?

Qui c'entrano il pensiero, il cuore, la nobiltà d'animo.

Veridicità, da Verità. L'etimologia è incontrovertibile: a-lètheia (non nascosto, svelamento, ricerca). Meglio fermarci, ci porterebbe troppo lontano.

Un concetto troppo serio in questi tempi di narcisismo esasperato. Un tempo che non si dà tempo per fermarsi, riflettere, leggere, studiare, approfondire, fare cultura. Un tempo veloce, che TRAVOLGE, che SRADICA, un tempo di slogan, mail, chat, post, tweet, hashtag, fake news, like, tag, link.

E lo stile del discorrere? Provocazioni, battute ad effetto, travisamenti o alterazioni della realtà, accenti offensivi. Alzare i toni appare la strategia più convincente. Siamo nel guazzabuglio delle opinioni e spesso delle fantasie, se non delle sciocchezze.

Le verifiche? Meglio svicolare, pretendono tempi lunghi e faticosi di ricerca.

Come per i Sofisti greci, ogni individuo è criterio di una sua verità. Ogni individuo si considera detentore di una "opinione vera" (un ossimoro). LA SUA!

Che botta di antropocentrismo!!!???

Siamo fermi ancora qui! E i proclami per un nuovo umanesimo? Per la salvaguardia del pianeta? La riscoperta ecologica, naturalistica, cosmica? La consapevolezza che siamo parte del tutto?

Diverranno pensiero e parole anche "di chi dice sempre quello che pensa"???

 
 
 

Pagine di diario

Post n°205 pubblicato il 16 Ottobre 2019 da coluci
 

IL SENTIERO, IL PANORAMA,
LA VETTA


Anche il ricordo più bello e commovente, se non passa,

preclude la voglia di aprirsi al futuro
Umberto Galimberti

Spogliati di tutto!
Plotino

Ciò che mi distrugge, mi rende più forte
F. Nietzsche

La montagna, più sali e più si restringe nel presentarti la cima. E vai, e sali, consumi passi, ritmi il respiro, semplifichi i gesti. E vai su, su, verso l’alto dove tutto si assottiglia, si affila, si delimita.

Alla fine, l’arrivo, la vetta. Lì l’immensità del cielo cattura nel suo abbraccio ciò che rimane del ristretto e sfidante agglomerato di rocce e sabbia granulosa che ancora ti sostiene e ti lega alla terra.

L’infinità del mistero sembra ingoiarti. Rimani paralizzato. Sì, il cielo ti attira e ti intimorisce. La paura di perderti nell’incommensurabile, l’angoscia dell’oltre. L’enigma, l’inconosciuto.

Sì, il cielo ci attira e ci intimorisce. Desideriamo l’indefinito senza rinunciare al finito, le alture e le pianure, le ali e i piedi, la mente e il cuore, corpo e psiche, materia e spirito, un’instabile sintesi esistenziale. Un amalgama faticoso, spesso spossante.
Il sentiero si inerpica e il passo si fa pesante, sfibra.

Succede allora di voltarsi indietro e guardare in basso. Lì sotto, la bellezza del panorama, un marasma di colori, di rilievi, di movimenti, di sagome, di ricordi disegnati nella mente e nel cuore, un bagaglio pesante.

Il passato paralizza, ghermisce!
Il passato appesantisce, è ingombrante!

Bisogna decidersi!

Non si può affrontare la montagna e il cielo gravati da troppi impicci fisici, culturali, emotivi, economici.

Meglio essere leggeri, liberi da fardelli. Difficile. Spogliarsi esige coraggio e accuratezza.

Non c’è ciclista che, prima del traguardo, non butti via ciò che possa rallentare le sue ultime pedalate.

Ogni privazione, ogni distacco parla al cuore. Il linguaggio delle emozioni, dei sentimenti. La mente potrebbe dire cose diverse.

Ci si libera di un lavoro, diciamo basta ad un’attività che ci appassionava, ci si libera di esperienze oramai datate, e andando più addentro si sfoltiscono attaccamenti, amicizie, e persino gli affetti più intimi si raffinano ed essenzializzano.

Tra le cose “alle quali siamo affezionati” ci ripuliamo di scritti decennali, di pagine di diario impregnate di momenti intensi di affetti, di sofferenze e entusiasmi, di fervore amoroso, di idealità, di utopie, affidiamo al calore di qualche fiamma fogli di riflessioni culturali, di fede, scritti artistici, ci disfiamo di oggetti cari cui ci legano ricordi.

Sfrondare, semplificare, svuotare, staccarsi.


Nudità è separazione.

Nudità è vulnerabilità.
Nudità è solitudine.
Nudità è ri-nascita.

Nudità è ri-trovare l’immagine originaria della radice.

Nudità è consegnarci senza orpelli nelle braccia materne dell’ignoto che ci ha partorito
e continua a creare nuova vita.

 
 
 

Pagine di diario

Post n°204 pubblicato il 06 Ottobre 2019 da coluci
 

A METÀ DELL’OPERA

Nel precedente Post n°200 in relazione al mio progetto “IL MURO NARRANTE” scrivevo:

“A Celleno, un borgo medioevale dell’alto viterbese, il muro di cinta del Convento, che costeggia la strada principale che porta al Borgo Antico e al Castello, si tramuterà in “muro narrante”, dialogante, accogliente. E narrerà un passato di spiritualità, di riservatezza e di servizio, di povertà e gioie semplici, di presenze fulgide, ma anche di difficoltà, soppressioni e esclusioni”.

Sono passati alcuni mesi e finalmente siamo a metà dell’opera:

tre Pannelli Pittorici su 6 sono completati e il quarto è in elaborazione.

 

Il lavoro è un po’ lento perché i tre artisti, ai quali mi lega lunga amicizia, lo fanno a titolo gratuito e nei ritagli di tempo, in genere la sera, dopo il loro lavoro.

Vi sono comunque non poche spese per il materiale specifico usato e per i costi preventivati per la messa in opera sul muro stesso.

Ringrazio l’amica Giovanna per il prezioso contributo.

Prevedo che l’opera completa sarà pronta per la primavera del 2020.

Chi intendesse collaborare può farlo attraverso Bonifico Bancario:

BANCA LAZIO NORD, CREDITO COOPERATIVO SCPA

AGENZIA DI CELLENO

IBAN: IT38 L089 3173 0100 0002 0884 755

Intestato a: Comini Luciano Giuseppe

Causale: “muro narrante”


 
 
 

Pagine di diario

Post n°202 pubblicato il 12 Settembre 2019 da coluci
 

Fuori dal tuo piccolo mondo,

c’è un altro mondo

Ermes, il dio che ha le ali ai piedi. È sì, materiale, carnale, concreto, come lo sono i piedi che battono la terra, ma la sua natura è volatile, inafferrabile, come l’intuizione, come le cose dell’anima, le cose sottili

(Raffaele Morelli)

C’è una terapia medica molto economica e sempre più diffusa, la CAMMINATA, ricostituente, piacevole e socializzante.

Quando il mattino presto, qui nel mio paesello, esco di casa e mi avvio per raggiungere l'edicola dei giornali, mi imbatto in queste, non ancora frotte, ma presto sì, di camminanti.

C’è chi cadenza passi regolari, chi va di buon passo, altri, pochi per il vero, trotterellano sbuffando a intervalli. Da soli o in coppia, in gruppetti sparuti che conversano con andatura un po’ ansimante.

Tra i molteplici benefici che la medicina evidenzia, l’attività fisica del camminare incide anche sul benessere psicofisico: migliora l’attività mentale, stimola il rilascio di endorfine (sostanze presenti nel cervello) che, oltre a ridurre il dolore, favoriscono il rilassamento generando un senso di calma e benessere.

Da qui, la METAFORA dell’USCIRE, dell’andare oltre, del guardare avanti, del procedere senza paura, con SGUARDO APERTO.

Se il pensiero ti chiude in casa, il cammino ti lancia sulla strada, ti libera. La sfida dell'OLTRE, del NUOVO, dell'IMPREVISTO.

Fuori dal tuo piccolo mondo, personale e familiare, c’è un altro mondo, magari più bello del tuo.

Scavalca la palizzata del tuo recinto e si apriranno praterie di bellezza.

Il tuo passo abbia il rimo del tuo cuore, i tuoi occhi il riflesso dell’armonia dei colori, il tuo respiro l’alito delle foglie, la tua mente lo stupore del mistero.

Il tuo procedere sia danza corale, la tua parola concerto di bontà.

NON GUARDARE INDIETRO è proprio di chi sa percepire, valutare strada e passo, di chi scava nel profondo ed estrae energie nascoste e sempre nuove. Un modo di essere, un metodo di vita?

E poi fidati del sentiero scelto, seguilo, ti preserva, ascoltalo, ti ispira e ti provoca, ringrazialo per il racconto che ti regala, piangi e gioisci con lui nel percorrerlo.

Non condannarlo se si interrompe, può succedere. Non rimpiangerlo, anche i sentieri hanno un inizio e una fine, come i passi della vita.

 
 
 

Pagine di diario

Post n°199 pubblicato il 10 Febbraio 2019 da coluci
 

PER UN PIATTO DI LENTICCHIE

 

A mezzanotte i colori si fondono in una cupa tonalità grigiastra. Anche i principi morali hanno perso i loro caratteri distintivi: per l’uomo moderno, la ragione assoluta e il torto assoluto dipendono da ciò che fa la maggioranza. Il giusto e lo sbagliato sono legati ai gusti e alle abitudini di una particolare comunità.
Martin Luther King

 È sotto i nostri occhi una escalation individuale e collettiva della incultura dell’odio, dell’anti-amore, del rifiuto, della segregazione, del respingimento dell’Altro in qualunque forma esso appaia.
Massimo Recalcati

 Il tempo ti cambia fuori, l'amore ti cambia dentro,

basta mettersi al fianco invece di stare al centro.

L'amore è l'unica strada, è l'unico motore.

Simone Cristicchi

È notte! Notte profonda, buia. E nella notte le ombre si tramutano in mostri!

Non stupisce la cattiveria, la rudezza, la volgarità, sconcerta il CONSENSO ACRITICO, l’indifferenza, il battimani opportunista e approfittatore, il gregge.

Si annusa rancore, rabbia, cattiveria, rifiuto dell’altro. L’indiscusso: il mio ombelico, la mia pancia!

Si vende la primogenitura per un piatto di lenticchie. Si baratta il valore primordiale della dignità umana con la clack del momento.

In pubblica piazza c’è chi non ci si vergogna di esibire spudoratamente i simboli cristiani di una fede che predica amore mentre con meschine ragioni si alliscia al consenso abbandonando in mare poveri disgraziati in fuga dall’inferno. Un po’ alla volta arriveremo a dire che le vittime di soprusi, stupri, violenze non sono degne del nostro Paradiso, perché solo NOI ne siamo degni, i puri. Un vocabolo, questo della "purezza", che mi fa rabbrividire pensando ad un passato tragico e non lontano di disumanità. Forse i nuovi rivoluzionari, oramai altezzosi e tronfi di prestigio, sono poco dediti allo studio e non conoscono la preziosa regola morale kantiana: “Trattare l’uomo sempre come un fine e mai come mezzo.

E quei bimbi, mamme e padri “caricati”… mi stava sfuggendo la parola “deportati” … per destinazione ignota su pulmann (non più treni di maledetta memoria) per ostentare SICUREZZA, che sicurezza non è, per accontentare le “vogliuzze populiste”.

E poi, quante contraddizioni!!! Quante ipocrisie!!! Quanti rimbalzi di responsabilità!!! Questo è il vento che tira. Un vento che sta spazzando via indistintamente barlumi di ragionevolezza insieme a ragioni fondanti la convivenza umana.  

Si aggira una commistione di personalismi e saperi, più finzioni che convinzioni, molta, ma molta teatralità. Privilegio il gruppo, la comunità reale alle piattaforme virtuali!

Ciò che spaventa sono gli spettatori che confondono la farsa con la realtà, che inneggiano all’inconsistenza.

Quando cominciano a sfumarsi, a venir meno i SENTIMENTI, quando il nostro cuore non pulsa di commozione per una vittima, di gioia per una mano tesa, di perdono per un colpevole, di accoglienza per un diverso, di affetto e comprensione per chi soffre, di amore per l’Universo dobbiamo ammettere che si sta vendendo l’anima per un piatto di lenticchie.

 
 
 

Natale 2018

Post n°198 pubblicato il 23 Dicembre 2018 da coluci
 

QUESTO, NON È IL MIO NATALE

Il Natale, per secoli, ha rappresentato in Occidente un Evento di fede! Ora non più, raramente.

Anche le Metafore vengono svuotate dal tempo e dalla crudezza della realtà!

Metafore disabitate di Valori,

Evento delocalizzato nel Passato.

Il Natale, un prodotto avariato! La sua etichetta riporta ingredienti opposti a quelli del marchio d’origine: sicurezza, non più accoglienza; orrore e violenze, non più rispetto, mediazioni e armonia; sensibilità e dolcezza, non più, ma sopraffazione e bullismo socio-culturale-politico; il vero, non più, ma parole desautorate, incoerenza mistificata, ipocrisia; consolazione e misericordia, non più, ma addobbi presepiali sulla pelle, nera o bianca che sia, dei disperati.

Il Natale, la Metafora, pensavo anni fa, avrebbe avutola forza di cambiarCi, di farci scoprire ciò che di grande l’Evento nascondeva e trasformarCi in “Eventi di vita solidale”, invece è rimasto solo metafora, statuine del presepio senza vita, insignificanza, sfoggio, esibizioni, apparenze, interessi di parte e di pancia.

Quel tempo non c’è più e gli “eventi” sono rimasti, senza Metafora, drammatici “eventi” di ingiustizie, violenze, sfruttamento.

Questo Natale, non lo chiamo più cristiano, perché di cristiano non ha nulla; ha i connotati del rifiuto, dello sproloquio, dell’ego-ombelicale che, con ignorante ampollosità, alcuni, non tutti, definiscono “identità culturale nazionale”, con venature razziste!

Qui e ora, come secoli fa a Betlemme, non c’è posto, per l’Altro, per chi è diverso, straniero!

Qui c’è solo la nostra approssimativa impronta, non so se ancora nobile, di popolo-casta sulle difensive e che, miseramente tronfia, si autocelebra.

Si sproloquia con prosopopea di “Cultura Cristiana, Diritti dell’Uomo, Solidarietà tra i Popoli, Aiuto Mutuo delle Nazioni, Interscambio Culturale” e intanto si ergono Muri, si chiudono vie di accesso, si abbandona ad un tragico destino chi bussa, stremato da chilometri di atroci sofferenze o da campi di detenzione e tortura. Bussano per un possibile e sperato approdo umano.

Non c’è posto!

Che tornino a casa loro, e non ultimo, con cinismo ammantato di legalismo, che riposino in pace nei fondali di un mare di disumanità!

Diciamocelo fuori dai denti, gli addobbi, il presepio, l’alberello, le liturgie augurali sono metafore vuote, perché dietro alla metafora c’è il nulla, ci sono un cuore e una mente malati, plagiati se non malvagi.

Questo non è il mio Natale!!!

Non può esserlo!

Il Natale, quello dell’Evento, velato dalla semplicità della Metafora, non lo voglio confondere con lo schiamazzo che mi circonda.

Del mio Natale, semplice, fragile, indifeso, ma pieno di speranza, non mi vergogno! Lo custodisco gelosamente nel profondo.

 
 
 
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