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STORIA DEL TEATRO: premesse metodologiche.

Post n°1827 pubblicato il 15 Febbraio 2011 da n.cave
 
Foto di n.cave

   Per una storia del teatro, dobbiamo innanzitutto capire la materia che dobbiamo andare a trattare. Il corso degli ultimi sessantanni ha continuamente ridefinito e allargato la categoria del teatro a tutta una serie di situazioni istituzionali o meno, alle volte con cognizione di causa, altre con un'arbitrarietà dovuta più ad aspetti ideologici che lo volevano come atto dovuto. Quindi, nel fare una storia del teatro, il problema della definizione diventa oltremodo pressante nella misura in cui dobbiamo sfrondarla da tutta una serie di elementi che, prima delle noste famigerate avanguardie e post-avanguardie, gli erano oltremodo estranei o addirittura impensabili. Ma così facendo, si rischierebbe di tornare indietro di secoli nella critica e nella concezione stessa del teatro. Così come alle volte il progresso, per il bene del progresso, necessita una frenata, allo stesso modo cestinare generi e modalità spettacoli che finalmente erano entrati nella categoria di teatro sarebbe un'oscurantismo mediavale.

   Quindi, sicuramente possiamo prendere per buona la definizione di Silvio D'Amico quando, nella sua prefazione della sua Storia Del Teatro, parla di «far la storia del Teatro-principe: il Teatro drammatico. Cioè una forma d’arte; di rappresentazione. [...] Gli attori del Teatro drammatico offrono una finzione: rappresentano altri personaggi altri personaggi, ambienti, vicende; insomma intendono fare dell’arte”». Insomma, stiamo parlando di un ambito dove la finzione è l'ambito privilegiato e condiviso tacitamente tra pubblico e operatori teatrali in un contesto dove è la parola ad avere la sua parte fondamentale.

   Lo spettacolo dell'anfiteatro, con le sue giocolerie, le sue acrobazie, i suoi atleti, non può entrare in questa categoria non certo perché non utilizzi la parola; spesso, questo apparente vuoto viene colmato da un imbonitore o da un presentatore, una specie di istrione che ha la sua arte favolosa, ma anche in quel caso non stiamo parlando né di rappresentazione né di finzione: costoro non sono altro da sé, ma sono riconoscibili come abilissimi artisti che rappresentano la loro abilità. Di fatto, non rappresentano, ma presentano. Il che è estraneo all'idea stessa di teatro.

   Il fare arte del teatro drammatico invece consta nella rappresentazione di qualcosa che è altro da sé ed è in tutto e per tutto finzione basata sullo scambio di un testo. Ma in quest'ottica, intervengono le avanguardie a salvare da una vetustà che ancora faceva parte dell'idea di teatro del D'amico: non esiste solo la parola per parlare di teatro drammatico. Quindi, se l'esperienza circense e di strada non sempre è accomunabile alla categoria di teatro drammatico, ci sono tutta una serie di attività spettacolari che possono essere inseriti nella categoria pur non usando prettamente la parola.

   Di fatto, lo stesso teatro di mimo porta finzione e drammatizzazione. I teatri orientali tradizionali cinesi e giapponesi non basano se stessi sulla parola, ma sulla figura dell'attore il cui linguaggio formale è altamente codificato ed espresso mediante l'utilizzo di differenti linguaggi che concorrono a creare non solo l'azione drammatica  ma anche la progressione patetica degli affetti. Situazioni che, nell'ottica del D'Amico, non sarebbero propriamente teatro d'arte. Inoltre ci sarebbero tutti i drammi sacri che, con le dovute riserve, possono essere inseriti in una storia del teatro, così come i teatri tribali, che vengono spesso chiamati primitivi, termine riduttivo che tende a sminuire o allontanarli da noi. E a poco serve la chiarificazione di Cesare Molinari, che rimane uno dei pochi che ne tratta in una storia che però lui stesso chiama “Storia dello spettacolo”.

   Quindi, nel parlare di una storia del teatro, ci limiteremo a fare una mediazione tra ciò che viene universalmente riconosciuto come teatro drammatico basato su un testo scritto e tutte le attività che non ne hanno direttamente uno ma che sono, in tutto e per tutto, finzione scenica dichiarata e convenzione condivisa.

   In questo contesto, per motivi che diremo, non tratteremo assolutamente di quello che viene chiamato “teatro-danza”, in quanto ibrido tutt'ora poco definito, nonché oltremodo abusato e spesso molto più vicino ad una danza astratta le cui vicinanze alla rappresentazione e alla finzione che ne deriva sono remote.

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