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Angioletti della 'Madonna sistina', 'Werther' di Massenet

Post n°1050 pubblicato il 04 Novembre 2020 da giuliosforza

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   Quando leggo rilassato in poltrona, la mia cara antica scomodissima poltroncina a dondolo ottocentesca, ho sempre davanti agli occhi, sorretto dai dieci classici della vecchia collana SEI, un bell’ovale in argento, donatomi da Beatrice alla nascita del suo secondo figlio, con la riproduzione a sbalzo dei due famosi angioletti che appaiono piuttosto annoiati e disinteressati alla scena che nel quadro da cui son tratti si rappresenta: la raffaellesca misteriosa Madonna Sistina, con San Sisto e Santa Barbara, commessa da Sisto IV della Rovere, zio di quel Girolamo Riario col quale in questi mesi ho avuto lunga familiarità, in quanto marito odiatissimo della Bastarda degli Sforza Caterina la cui biografia  incompleta, che s’arresta al suo venticinquesimo anno - all’assassinio cioè  di Girolamo, ma l’autrice Carla Maria Russo in fondo al volume prende  coi lettori l’impegno di terminarla  - ho appena finito di leggere. Dicevo che gli angioletti appaiono seri e annoiati, lo sguardo non sai dove rivolto, separati come sono dalla scena principale da batuffoli di nuvole. Bea mi donò l’ovale dicendomi: ecco, sono proprio loro due, con loro due riferendosi ai propri figlioli Giulio e Vittorio. All’epoca non mi venne in mente che potesse trattarsi dei due puttini dell’Urbinate, anche perché non avevo ben riflettuto sull’origine della denominazione del quadro, come del resto della famosa Cappella vaticana: ignoravo (o non rammentavo?) che fosse così detta perché voluta da Sisto IV della Rovere, anche lui personaggio centrale del romanzo di cui sopra. Non avrei mai immaginato che i due puttini mi rigettassero nel turbine degli anni umanistici e rinascimentali, in quest’ultimo triennio gli anni più da me rifrequentati. Ho dunque così appreso (o rammentato?) che il Pontefice di Celle Ligure fu lui ad affidare la decorazione delle pareti della Cappella ai più famosi pittori dell’epoca (cosa che basterebbe da sola a liberare l’ex frate conventuale dalla pessima  reputazione tramandataci da storici disinformati o appigionati) in attesa che quelli della Volta fossero commissionati a Michelangelo da un altro ex conventuale ligure, savonese di Albisola e  di Sisto nipote (figlio di una sorella): quel Giuliano della Rovere in …arte Giulio II, passato anche lui ingiustamente alla storia per lo più come papa guerriero, mentre albergava in lui (come in altri principi non meno di lui guerrieri -vedi Federico II di Svevia, Federico II di Prussia e Caterina di Russia) anche un nobilissimo animo di umanista (come poi le due cose possano coesistere non saprei, si tratta evidentemente di uno dei misteri del complesso animo umano). Una progenie, dunque, davvero illuminata quella dei due frati conventuali assurti al Sacro Soglio, i della Rovere, ben più di quella dei loro nemici giurati, i nobili solo per  blasone Colonna ed Orsini che li indicavano al disprezzo del popolino, o popolaccio, romano incolto e volgare, per la loro presunta, in realtà non tale, umile origine (che, poi fosse così stato, sarebbe stato motivo d’orgoglio, non di vergogna). Mi sarebbe piaciuto trovare notizie più approfondite al riguardo nell’ottimo libro di Carla Maria Russo su La Bastarda degli Sforza, di cui ho sopra detto. Certo Papa Sisto non ebbe buona nomea, fu violento e sanguinario, forse depravato e sicuramente nepotista: cosa che potrebbe anche non destar troppo scandalo, vista la normale prassi dell’epoca non solo papalina, se tra i ‘nepoti’ non fosse figurato quel Girolamo Riario, bellissimo quanto imbelle, ignorante e pavido, al quale fu destinata in sposa per ragion di stato la nostra Caterina, fanciulla di nove anni che egli brutalmente deflorò senza attendere che  compisse i quattordici anni previsti dal codice di comportamento dei principi; per la qual cosa si attirò il disprezzo e l’odio perenne dell’ indomita, che adempirà ai suoi doveri di sposa dandogli molti figli ma mai lo perdonerà né minimamente lo compiangerà  allorché cadrà sotto il pugnale dei congiurati forlivesi aizzati da Venezia e dalla Firenze medicea.

  Tornando ai due angioletti, separati dai personaggi da spesso gruppo di nuvole, mi pare, come ho detto, che abbiano un atteggiamento piuttosto distratto e annoiato, come se, più che il quadro, qualcos’altro li interessasse (ma in tutto il quadro sembra predominare un sentimento di assenza e di disinteresse, tutti i personaggi sembrano in tutt’altri pensieri affaccendati - tranne San Sisto  - Sisto IV, il commissionario?- che guarda con cupidigia alla Vergine per implorarne grazie e protezione, e la stessa Santa Barbara appare distratta e disinteressata. Ma anche Santa Barbara che sta lì a farci? Forse perché è protettrice deli artiglieri e dei guerrieri in genere fra i quali sono da annoverare i due papi zio e nipote? Agli angioletti evidentemente ciò che i tre personaggi rappresentano non interessa affatto. Ad essi il cielo serve per volare e giocare a rincorrersi per gli universi, le piccole beghe terrestri con le quali cristi madonne e santi sono immischiati non interessano affatto. Ho grande simpatia per questi angioletti. E debbo riconoscere che i due figlioli di Beatrice parecchio, nella svagatezza, loro somigliarono e ancora, da grandi, loro somigliano. Raffaello non è tra i miei pittori preferiti, lo trovo troppo levigato e manierato, formalmente perfetto, troppo perfetto. Ma questi angioletti birboni che seguono i loro pensieri sotto un immenso velo di nuvole che li separa da quel che sopra di essi oltre il velo accade, infischiandosi (manca loro solo lo sbadiglio) della Madonna e dei Santi, li amo, son troppo simpatici  Uno, quello più grande, ha una sola aluccia visibile, l’avambraccio destro è poggiato su un supporto, il sinistro ne sostiene mento e guancia, l’indice poggiato sulla guancia, il medio sulle labbra: la classica postura che tutti noi assumiamo quando pensosi ci assentiamo dall’ambiente circostante, da ciò che si dice o che si fa, inseguendo i nostri pensieri vaganti altrove. Il secondo, più piccino ma non meno nell’aria birbone, appoggia il mento sulle braccia conserte come se stesse per abbandonarsi a un sonnellino. Esilarante. Anche solo per gli angioletti la Madonna Sistina meriterebbe una capatina a Dresda. Sarà per un’altra …vita.

   Ed ora è tempo di tornare ai classici. Sono ancora ad attendermi, sul tavolinetto da giardino verde, Gemistio Pletone, Montaigne, Voltaire, Schiller, che abbandonai alle prime avvisaglie di pandemia. Ora che, ad autunno inoltrato, la maledetta è tornata più accanitamente a imperversare, la loro compagnia mi sarà, vivamente lo spero, di sostegno nei miei sforzi di resistenza ai vili attacchi del nemico implacabile. 

*

   Il Werter di Massenet (sicuramente il più prolifico, se non il più grande, operista francese dell’Ottocento) trasmesso stamane da rai5, mi è piaciuto. Quel che alcuni colleghi di Jules dissero o dicono di lui non mi interessa. Tra colleghi, tranne grandi lodevoli rarità, non si è mai benevoli. Anche che risponda o no alla fonte goethiana, ne restituisca senso e potenza, ha poca importanza. Certo non emerge la grande tragica passione sturmista, il venticinquenne Goethe (che dall’immenso successo della sua opera si dirà tutta la vita infastidito perché indicato e riconosciuto soprattutto come l’autore del Werter, ma soprattutto si risentirà per non averne ricavato il giusto profitto, i diritti d’autore ancora ai suoi tempi non vigendo o non essendo con norme precise regolamentati) sempre morbosamente geloso della propria opera, storcerebbe il naso. A tale fastidio si potrebbe anche attribuire il suo susseguente zelo classicistico, e la sua conclamata presa di posizione antiromantica potrebbe derivare dal fatto che nel Werter sono in realtà già tutti i germi del Romanticismo e non solo. La giusta teoria goethiana che un autore in realtà scrive un solo libro in gioventù e passa poi il resto della vita a ricamare attorno ad esso, vale anche, direi soprattutto per lui. Nel suo Werter sono già tutti i ricorrenti motivi della poetica romantica, e se il romanticismo è, cosa di cui non v’ha nulla di più falso, una malattia, il responsabile è lui soprattutto che ne ha trasmesso il virus, il ‘malato’ è anche, direi soprattutto, lui. Dal Faust al Divano tutta l’opera goethiana gronda di passione romantica, se romantiche sono Sehnsucht e Ahnung, Nostalgia e Attesa, sentimento del mistero e sentimento del profondo (del Mistero che è nel Profondo, che ha nel profondo la sua casa). Massenet non è Goethe e non se ne propone gli intenti. Ma la sua musica più pacatamente trasmette tutta la passione del Werther, senza fraintenderlo e senza tradirlo. Berlioz e Gounod, pur più presi dal faustismo del Francofortese, lo capirono. E giustamente lo lodarono.

   Nel pomeriggio l’imperversante Muti con la sua giovane orchestra ci ha dilettato con una rarità: l’Oratorio Betulia liberata di Niccolò Jommelli, su testo di Metastasio. Poco ho frequentato Jommelli ma moltissimo Pierino Trapassi, al quale ho facilmente perdonato la ‘genuflessioncella d’uso’ rimproveratagli dall’inflessibile Alfieri che, sia detto tra parentesi, poteva permetterselo (il conte aveva abbastanza del suo per poter vivere lautamente senza dover cercare patroni, e per potersi permettere di scrivere nella sua autobiografia: «Si aggiunga, che io avendo veduto il Metastasio a Schoenbrunn nei giardini imperiali fare a Maria Teresa la genuflessioncella di uso, con una faccia sì servilmente lieta e adulatoria, ed io giovenilmente plutarchizzando, mi esagerava talmente il vero in astratto, che io non avrei consentito mai di contrarre né amicizia né familiarità con una Musa appigionata o venduta all'autorità despotica da me sì caldamente abborrita»). Fin da ragazzo ho amato la musicalità della scrittura metastasiana, quasi tutti i suoi drammi (materia a cui abbondantemente attinsero i maggiori operisti del Settecento) lessi e rilessi e tenni a mente quasi tutte le deliziosissime ‘Ariette’.

   Nella Betulia liberata il testo metastasiano ha un ruolo fondamentale: ne arricchisce l’elemento lirico, la comprensibilità, la levità, e perciò la godibilità. In essa la vicenda biblica di Giuditta e Oloferne è resa senza la trucidezza con cui altre arti come la pittura (da Artemisia a Caravaggio) la rappresentano. Il rilievo è dato più al tema della liberazione dall’oppressore che alla vicenda singola. E un rilevante ruolo ha perciò il coro, che mi è particolarmente piaciuto, chiamato a celebrarla. L’orchestra ‘giovanile’ (indubbiamente nello spirito, col passare del tempo meno nell’anagrafe) di Muti matura sempre di più. E sempre di più fa onore al Maestro che l’ha voluta e a Ravenna che onorevolmente l’ospita e lautamente la foraggia. Sia lode a Ravenna bizantina, dantesca e, per merito del Maestro napoletano-pugliese, …cherubiniana.

   ________________

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

  

 

 
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