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Ricordo di Marzio Pieri

Post n°1048 pubblicato il 26 Ottobre 2020 da giuliosforza

Post 966

   Una delle persone che fui più felice di incrociare sulla mia strada fu il “fiorentino spirito bizzarro” Marzio Pieri, professore prima a Parma poi a Modena-Reggio di letteratura italiana, brillante barocchista ma non solo. Marino e il marinismo furono l’autore e il movimento più criticamente filologicamente e polemicamente da lui approfonditi, rivisitati e rivalutati. Fu il giamburrasca e sovente il bastian cuntrari delle lettere, ma anche della musica: eccellente musicologo, scrisse di Verdi e di Wagner e riuscì a inimicarsi gli assatanati loggionisti, e non solo, del ‘Regio’ per certe sue posizioni, ritenute ereticali e provocatorie dagli abitanti della città musicale per eccellenza, che ha sempre ritenne di avere una sorta di monopolio del gusto soprattutto in rapporto all’opera verdiana (e forse un po’ a ragione: non si dimentichi che parmigiano fu il bussetano Verdi, parmigiano di nascita Toscanini, parmigiano onorario il genovese Paganini, oltretutto sepolto a Parma, già prediletto di Maria Luisa d’Asburgo Lorena, a Parma semplicemente l’amatissima Maria Luigia, che s’era avuto in dono dai congressisti di Vienna il Ducato per aver tradito il grande Consorte rifiutandosi di seguirlo all’Elba restando fedele all’Austria; e in qualche modo parmigiana infine la Tebaldi, sepolta nella vicina Langhirano, celeberrima dunque non solo per il suo prosciutto, paese originario della madre, anche se nata a Pesaro e morta a San Marino).

   Marzio Pieri fu per la letteratura quel che il coetaneo (1940) anch’egli fiorentino, lo storico Franco Cardini, fu ed è per il Medio Evo, quel Cardini ancor vivo e vegeto e vivace e presentissimo (cosa che per Pieri sarebbe impensabile), anche troppo, sui media di ogni genere e particolarmente sugli schermi televisivi, soprattutto su Rai Storia, ospite fisso, lui dal passato assai destrorso, dell’ex paracomunista dai modi sopraffini e giustamente un poco mielosi Paolo Mieli.

   Conobbi Marzio per caso al ristorante langhiranese del nolano Carlo Fusco, fratello dell’avvocato Paolino fondatore, con me e con altri, e attivissimo presidente della “Giordano Bruno Associazione nolana”. Ero salito a Parma membro di una commissione di concorso, ed Enver Bardulla, direttore del dipartimento, conoscendo forse la mia passione musicale ed anche il mio spirito ribelle, lo aveva invitato a tenerci compagnia a pranzo nel ristorante del suddetto Fusco, che si trova nei pressi del Castello di Langhirano. Eravamo di fronte. Egli, tarchiato, barba rada incolta e capelli grigi, mi fissava con occhi e sorriso appena accennato e già birbone (probabilmente gli era stato detto di me, dei miei dis-gusti estetici e musicali e del mio caratterino, parecchio simile al suo). Io, curioso, aspettavo che fosse lui ad attaccare discorso. Fu così e si stette benissimo, si parlò del più e del meno, soprattutto di Verdi e di Wagner e, non me lo sarei atteso restandone piacevolissimamente sorpreso, di Bruno nolano in arte Giordano del quale, per l’originale editrice La Finestra di Trento, aveva appena curato due grossi tomi dottissimi e sbarazzini, e fantasticamente e fantasiosamente illustrati, di commento al Candelaio, al Canto Circeo, alla Cena delle Ceneri il primo, agli Heroici Furori, allo Spaccio della Bestia Trionfante, alla Cabala del Cavallo pegaseo, a L’Asino Cillenico il secondo; tomi di cui in seguito m’avrebbe fatto graditissimo dono. I due grossi volumi, rilegati in brochure ed in carta semi ecologica, di circa settecento pagine ciascuno (prima tiratura di soli 111 esemplari), dritti e appaiati sullo scaffale così sul dorso si presentano: BRUNO, e sotto NOL, il primo, BRUNO, e sotto ANO, il secondo. Sì, proprio così, nella logica e nello stile dello sboccato Satiro del Cicala. Le illustrazioni della prima pagina di copertina dei due volumi cosa avrebbero potuto essere se non ingenui disegni infantili rosso-grigio-verdi su fondo bianco? L’ironia simpaticamente beffarda pieriana non termina qui: volle morire il Giorno dei Morti del 2019, chiudendo in bellezza. Rileggendo ora la posta virtuale che ci scambiammo a lungo in seguito alla nostra conoscenza, il triste sentimento del precario e del distacco si alterna in me ad un profondo senso di pace e di serenità. Ancora una volta mi sbalordisce, ammiccando.

   A questo punto una confessione: finora ho solamente spulciato i due tomi. Mi concedo tre mesi per la lettura, difficile e impegnativissima, dell’opera al completo, poi se ne riparlerà, Corona o altro morbo della schifosa e diletta vecchiezza permettendo.

   E una nota. Marzio era innamoratissimo della moglie, che da anni amorevolmente assistette nell’infermità, e poco le sopravvisse: evidentemente aveva fretta di ricongiungersi a Lei. Per lei, oltre che per gli eterni dissapori con gli apparati burocratici e accademici, dopo venti anni aveva lasciato Parma per l’Università di Modena-Reggio dove serenamente trascorse gli ultimi anni di insegnamento e di vita. Alla sua scomparsa un discepolo, Leonardo Tonini, stese un bel ricordo del personaggio e del docente. Lo riporto qui, sottratto alla rete, sperando di non commettere reato, in sua memoria.

   Leonardo Tonini

   In morte di Marzio Pieri

Marzio Pieri è morto, viva Marzio Pieri! che avrebbe detto di sé alla notizia della sua morte? Spiacente deludervi, notizia grandemente esagerata, alla Mark Twain? Di certo, a noi studenti, non aveva mai nascosto l’esistenza della morte. La vita è una eterna emorragia, inutile fare calcoli o strategie, diceva. Ho letto diversi articoli sulla sua scomparsa il 2 novembre, a 79 anni, in tutti c’è la parola folle. Era folle? Non so, di certo aveva dell’istrione, si narrano aneddoti come quello del papero portato a passeggio per Parma, al guinzaglio, o di improbabili outfit in giornate ‘difficili’, lui che solitamente vestiva in tweed e panciotto di Missoni (Voi non riuscite a immaginare quanti ‘azzo di soldi si prende un ordinario!), la vita è un inferno per chi è stato felice, mi disse un giorno. Il mio ricordo di lui, lascio ad altri le celebrazioni, è fatto di parole, di immagini e di presenza; con me fu presente, c’era, mi chiamava, mi chiedeva come stavo, ero io quello che mancava perché giovane e perché preso da me e basta, tanto da non vedere l’affetto degli altri per me. Ora l’eredità è pesantissima, ma a parte il primo momento di sconcerto alla ferale notizia, comprendo che è un tesoro che mi ha lasciato, inespropriabile perché fatto dell’unica cosa che possediamo, i ricordi.

La prima volta che scesi in treno a Parma, col mitico Brescia – Parma, incontrai Dino Bisi che bazzicava con scarso impegno l’ateneo da qualche anno: Che farai? anche tu lettere? hai scelto l’indirizzo? Non sapevo nemmeno di che parlava. Mi disse: Vai con chi vuoi ma evita il Pieri, come la peste. Che ha ‘sto Pieri che non va? È un pazzo, agli esami boccia secondo come ha la Luna, ho visto gente bocciata ancora prima che gli facesse una domanda! A me ha chiesto di leggere un verso di Dante e mi disse che potevo andarmene e non tornare mai più. Sicuramente è un genio, ma è completamente ingestibile. A Lettere, in via D’Azeglio, decine di studenti camminavano, correvano, parlavano, amoreggiavano, io che venivo dalla fabbrica mi veniva da piangere dallo spaesamento, non un cartello, non una indicazione, non un cane che mi accompagnasse, ero il primo della famiglia, dalla fondazione delle Università, che entrasse in un dipartimento. Mi ritrovai in un emiciclo affollato, un uomo parlava con voce tenorile in un marcato accento fiorentino, Le donne in letteratura fin qui han fatto la parte delle puttane! Una studentessa si alzò e inveì, Come si permette? Il professore tarchiatello disse: Mi dimostri il contrario! Lei se ne andò indignata gridando: Lei è un misogino, io la denuncio! Risposta dalla cattedra: Ma faccia un po’ come le pare! Applausi, urla, fischi, gente che abbandonava il corso. Tremebondo, chiesi a uno studente, Ma chi è quel pazzo? Marzio Pieri, benvenuto al suo corso!
   Il primo fu straordinario, Adversus Mathematicos, sette penne contro la Storia, lettura del “Morgante”, del “Baldus”, del “Ragionamento” di Pietro Aretino, de “La caccia comica” di don Giambattista Bàffari arciprete di Ripacandida, de “I Malavoglia”, delle “Poesie della fine del mondo” di Antonio Delfini, di “Signorina Rosina” e “Così” di Antonio Pizzuto, solo per la parte monografica; la parte istituzionale era semplicemente la Letteratura italiana, tutta intera, perché “Con me voi non dovete leggere, dovete aver già letto!”. Le sue lezioni partivano dal dato di fatto che uno sapesse già a memoria l’opera di cui avrebbe parlato, era una chiacchierata intorno all’opera, senza ordine, tra vecchi compari che quando parlano, uno che viene da fuori, non ha intelligenza di ciò di cui si parla. I libri, mi servivano i libri, le biblioteche, ora che capii dove fossero a Parma, erano già state saccheggiate, non mi restava che comprare, ma l’insieme era per me una spesa immane.  Andai da Marco Parisio, l’amico danaroso e generoso, lui mi disse: “Facciamo così Leonardo, io ti compro i libri, e se prendi meno di 30 e lode, mi restituisci tutti i soldi, magari a rate, ma non ti faccio sconti”. Il Morgante me lo lessi su un volo transatlantico verso il Canada, sul Baldus credetti di morire, il resto, visto il duro allenamento, “scivola ‘ome un ovo” come diceva il Pieri, ma con Antonino Pizzuto mi schiantai. Il siciliano resisteva ad ogni assalto. Trovai un libretto di Antonio Pane, studioso di colui e vi trovai la chiave. Incerto, prima dell’esame andai da Pieri e gli proposi una scaletta incentrata proprio sul pizzutissimo Pizzuto, in punti. Lui disse (come posso dimenticarlo?) Hai qui il libretto? Segnò e firmò il 30 e lode, e mi congedò con “Adesso levati dalle palle che ho da fare!”, giusto per capire cosa avevo capito io di tutta la faccenda, dissi: “Ma l’esame lo devo fare comunque?”, lui si tolse gli occhiali e sogghignando si strizzò gli occhi con le dita: “Voi studenti siete bellissimi”.
Nei restanti 4 anni avemmo scontri e incontri, una sberla che mi fece volare gli occhiali, qualche incazzatura mia, una lettera di insulti sua, incomprensioni e riappacificazioni, tra Verdi e Stockhausen, tra La secchia rapita e i Carbonari della montagna perché noi umani siamo, alla fine, il solo mezzo, e solo un mezzo, che la Letteratura usa per effettuare se stessa, nel mentre che noi, grazie ad essa, transumaniamo. Fino alla tesi su Angelo Fiore.
   Poi la vita ci portò dov’essa voleva e, seppur tante volte tentato, non mi feci più sentire. Lui avrà avuto ben altre cose per la testa che ricordarsi di un suo studente, anch’io vengo ogni tanto fermato da un perfetto sconosciuto che mi apostrofa con un “Profe, si ricorda di me?” e io che puntualmente non lo ricordo; ma adesso mi manca non averlo fatto. La notizia della sua scomparsa, mi colmò di dispiacere come ho detto e mi ha fatto venire in mente una vecchia poesia non-sense che forse lui, conoscendolo, ne avrebbe riso. Ti sia lieve la terra, caro Professore.
   TERZINA RUOTATA E FANFOLATA
   Non è di staggio questo antico fiore
che pure arrabba in su la drina accesa
con zurli di albinone par che canti,
di tanzi stàbbici in silvestre resa
armeggia gordo mai stanco di vanti.
Ma tu siici in àddami d'amore
non rembruttare il molce dei primanti
anzi ribella, scoppa senza intore
fruga, trizza e poi immischiati, palesa
la bella féssera che ti fa onore.
Strìgile tornerà la mente offesa
e guaddi buzzeremo altro innanti.

  _________________

  Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 
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