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ncora di Lorenzo Fortunati e "Futuro in Arberia..."

Post n°1172 pubblicato il 14 Luglio 2023 da giuliosforza

1067

   Ho chiesto a Lorenzo   di riassumere per il lettore curioso il contenuto del volume. Ecco la sua risposta:

   «Gli Arbëreshë sono un popolo originario di aree tra le attuali Albania e Grecia. Giunti in Italia nel XV secolo, la loro storia si è legata alla civiltà rurale del meridione italiano. Già Pasolini li definì un “miracolo antropologico”. Dall’ottobre 2017 all’agosto 2021 Lorenzo Fortunati ha incontrato, intervistato e ritratto donne arbëreshe presso i paesi italo-albanesi del Cosentino.

   L’esito di questo viaggio è documentato nel libro “Futuro in Arbëria, visioni di donne”, un’opera direportage e arte fotografica in cui Lorenzo Fortunati indaga il rapporto delle nuove generazioni di arbëreshë con i processi di incorporazione culturale in diversi comuni italo-albanesi di Calabria. Il cuore del libro è rappresentato da una serie di microbiografie di donne italo-albanesi, esempi di tenacia e passione per la rigenerazione dell’identità culturale arbëreshe. Ciascuna delle loro microstorie è corredata da ritratti di rara bellezza ed è commentata da un anziano studioso d’Arbëria. Il libro tocca inoltre il tema del rapporto tra nuovi e vecchi italo-albanesi, e offre suggestioni e interrogativi su temi universali. L’Autore si chiede se e come la conoscenza dell’Arbëria possa ispirarci per espandere la nostra sensibilità e le possibilità del nostro futuro, e fornisce motivazioni per sostenere la tesi che l’Arbëria sia un bene di interesse comune.

Il libro è co-edito dall’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale (ICPI, Roma) ed Effigi Edizioni Grosseto). È stato patrocinato dall’Ambasciata d’Albania a Roma, dall’Ambasciata della Repubblica del Kosovo a Roma, e da numerosi Comuni arbëreshë della prov. di Cosenza: Acquaformosa (Firmoza), Cerzeto (Qana), Civita (Çifti), Frascineto (Frasnita), Lungro (Ungra), S. Benedetto Ullano (Shën Benedhiti), S. Demetrio Corone (Shën Mitri), S. Martino di Finita (Shën Mërtiri), S. Sofia d’Epiro (Shën Sofia), Vaccarizzo (Vakarici); Museo Etnico Arbëresh (mea) di Civita (CS). Hanno generosamente contribuito ai costi di stampa: COOP Biosybaris (Corigliano-Rossano) e BCC Mediocrati (Rende, CS).

   «Panoramica sui contenuti del libro:

   la premessa è affidata al Prof. Michelangelo La Luna, noto intellettuale arbëresh e Professore presso il Dipartimento di Lingue dell’Università del Rhode Island. Nell’introduzione si presenta sinteticamente la vicenda degli Arbëreshë e il peculiare modo in cui la loro cultura ha elaborato le contaminazioni e gli influssi esterni, in Italia; si illustrano le motivazioni che hanno spinto l’Autore a compiere un viaggio che diventa cammino di crescita, e si chiarisce la ragione per cui l’opera è declinata al femminile.

   Nel primo capitolo si introduce Carmine Stamile, ex maestro di scuola, autore di pubblicazioni e curatore di un museo arbëresh, che accompagna l’Autore nel viaggio, come sorta di guida sul campo. In questo capitolo l’Autore racconta a Stamile le 17 interviste delle donne arbëreshë incontrate e ritratte, e che si spendono quotidianamente per dare un presente all’Arbëria, ciascuna a suo modo e in diversi campi. Si tratta di persone non comuni, in pochi casi note anche al di fuori della loro area ma comunque immerse nella loro comunità. Ciascuna microbiografia è corredata dalle fotografie realizzate da Lorenzo Fortunati (in genere ritratti, più qualche paesaggio) con uno stile glamour inusuale nei libri-reportage. Carmine Stamile a sua volta risponde alle domande di approfondimento e aggiunge a ciascuna micro-biografia degli interessanti aneddoti, tratti da sue ricerche e memorie, anche per dare maggior profondità e contesto. Questo primo, lungo capitolo, si chiude con le immagini di alcuni gruppi folcloristici arbëreshë.

   Nel capitolo 2 l’Autore si interroga su alcuni tentativi di riattualizzazione culturale attraverso ipotesi di possibile rinnovamento dell’abito tradizionale femminile. In questo caso si confronta con un’altra memoria storica, il 90enne Antonio Bellusci (prete bizantino, qui in veste di studioso). Il Capitolo coinvolge i pochissimi artisti che si siano cimentati con possibili riattualizzazioni dell’abito di gala, e contiene foto particolarmente originali.

   Nel capitolo 3 Lorenzo Fortunati incontra due giornalisti e personaggi pubblici, Arbër Agalliu e Geri Ballo, con cui discute delle relazioni tra il mondo albanese e quello arbëresh. Le riflessioni partono dalla vicenda personale dei due intervistati, entrambi giunti in Italia dall’Albania in tenera età.

   Il capitolo 4 contiene considerazioni personali dell’Autore sul perché riflettere sull’Arbëria costituisca un’occasione di crescita per noi tutti.

   Infine, tra le pagine dell’opera sono disseminati alcuni inserti multimediali mediante codice QR, che rinvia a link esterni. Questi portano a brevi video-interviste originali, e a numerose registrazioni di canti e brani tradizionali. Alcuni tra questi brani non erano ancora stati diffusi sul web prima d’ora, e sono stati pubblicati appositamente.

   Note finali sulle immagini.

   Nel libro si trovano circa 120 foto originali di Lorenzo Fortunati / Adnexart, di diverse tipologie. In gran parte sono ritratti artistici, progettati e realizzati con una certa preparazione, in uno stile che combina glamour ed etnico; in secondo luogo vi sono foto più giornalistiche  di reportage, di persone e ambienti. Non mancano casi che stanno nel mezzo. Visivamente la ricerca estetica dell’Autore rifugge dal patetico e dai cliché consunti con cui si realizzano molti reportage dalle aree rurali. La bellezza è esaltata combinando inquadrature, lunghezze focali, posizione del corpo, movimento e con l’impiego di più punti luce (flash, riflettori), rigorosamente senza ricorrere a processamenti invasivi che deformino i corpi delle persone ritratte. Si tratta del frutto di progettazione e sedute fotografiche, con editing discreto e nessuna rielaborazione grafica.

   Per maggiori informazioni si rinvia al link: www.adnexart.it/futuro-in-arberia. AdnexArt è la firma di Lorenzo Fortunati quando opera in ambito fotografico. 

L’Autore:

   Lorenzo Fortunati à nato nel 1980, ha una laurea e un dottorato in ambito formativo. Dal 2005 lavora all’intersezione tra formazione, comunicazione multimediale e tecnologie di rete; prima come formatore, poi come progettista, ricercatore, metodologo. L’arte è da sempre nella sua vita, anche se non come attività professionale; in musica inizia da giovanissimo ma si ferma con l’inizio del dottorato, nel 2007. L’ultima opera fu la realizzazione della colonna sonora per il film “Il lato chiaro”, di F. Orsomando.

   Un vita senza arte gli è intollerabile, quindi riprende dal 2017, stavolta in ambito fotografia e storytelling visuale. Sceglie soggetti del mare e della cultura marinara, ma anche design classici e senza tempo; collabora pro bono con associazioni del territorio che operano nel sociale o nel il sostegno ai servizi sanitari per l’infanzia. Le sue immagini finiscono regolarmente su riviste, ma non è l’interesse per la fotografia in sé, a muoverlo: piuttosto è la funzione emancipativa dell’arte, e in questo gli è d’ispirazione l’insegnamento del maestro Giulio Sforza.

   L’incontro con le vicende del popolo arbëresh  lo motiva a iniziare un progetto autoriale che si concretizza nell’opera Futuro in Arbëria: visioni di donne. Nella sua attività artistica fa oggi confluire le molte competenze che ha maturato negli anni sul lavoro (storytelling multimediale, cultura nel

digitale) e nell’arte»

 

   Riferimenti Email: adnexart@gmail.com

   Sito web: www.adnexart.it/futuro-in-

arberia

   Instagram @adnexart

   Linkedin: https://linkedin.com/in/lorenzofortunati

   Pagina Fb del Progetto https://www.facebook.com/people/Futuro-in-Arb%C3%ABria-visioni-di-donne/100088496312489/

 __________________                           

  Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 
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Lorenzo Fortunati: "Futuro in ArbŽria: visioni di donne".

Post n°1171 pubblicato il 12 Luglio 2023 da giuliosforza

 

1066

   Futuro in Arbëria: visioni di donne. Un originalissimo libro, già un capolavoro nel suo genere, di Lorenzo Fortunati, che mi pregio di avere tra i miei più intelligenti, attenti e affezionati ex allievi.

   Tra i pochi meriti che mi compiaccio d’aver acquisito nella mia lunga vita di ricerca e di insegnamento e che non possono non essermi riconosciuti, uno ve n’è incontestabile: quello d’aver, nei vari incontri da me organizzati, accademici, para accademici o semplicemente ludici, facilitato tanti innamoramenti, un cospicuo numero di fidanzamenti, pochi ma felici e fecondi matrimoni tutt’ora, come si dice, resistenti: cosa rara in questi tempi di universale precarietà. Da uno di questi sono nati due splendide creature, Auro ed Eloisa, ai quali e a me (davvero una bella sorpresa, nonché immeritato onore) è dedicato il magnifico volume saggistico-fotografico  di etnoantropologia pedagogica di cui voglio parlare. Autore ne è il padre di Auro e di Eloisa, Lorenzo Fortunati, con me laureatosi, affermato professionista cibernetico e fotografo provetto, sposo … fortunato (mai nomen fu più omen) di Susanna Esposito, anche lei ex allieva, direttrice d’orchestra, compositrice e didatta. È davvero il caso di intonarli questi versetti parafrasati della liturgia natalizia: oh vere beati Auro et Eloisa, qui tales ac tantos meruerunt habere parentes; e oh vere beatus magister qui tales ac tantos meruit  habere discipulos. Ora capisco la dedica: di Auro ed Eloisa sono il nonno spirituale, e la cosa mi riempie di gioia e di orgoglio. Galeotta del primo bacio (per allora solo spirituale, quello che a tutti gli altri prelude ma il solo che immagino in eterno resti) di Susanna e Lorenzo fu una giornata uggiosa e piovosa. Mentre il grosso del gruppo visitava il Sacro Speco benedettino di Subiaco, io e Susanna s’aspettava in macchina nel piazzale ai piedi della scalinata che conduce al santuario, mentre un bel giovane dalla lunga capigliatura alla nazzarena attendeva solitario e pensoso sotto la sporgenza di una roccia. Chi è quel giovane?, mi chiese la ‘calabresella’.  Glielo dissi, quel nome, e scoppiò non la scintilla, ma l’incendio.

   Dopo un discreto periodo di fidanzamento Susanna e Lorenzo convolarono, me testimone (con qualche resistenza, il ruolo di testimone di nozze non addicendomisi, per motivi che non starò qui pubblicamente a confessare) a suggestive nozze in un’antica chiesa di Tarquinia che si confonde fra le mille memorie etrusche di quella città, per poi andare a festeggiare inter pocula all’Argentario, al cospetto di un’Isola del Giglio ben visibile nella notte chiara, col relitto della Costa Concordia ancora non rimosso.

   Ben presto vide la luce Auro, poco dopo seguito da Eloisa, nomi evocativi che non hanno bisogno di commenti, soprattutto Eloisa, che fece me subito pensare alla Nouvelle Éloïse del mio carissimo Jean-Jacques. E mi sentii subito un Abelardo rinato nonno!

   Ora Auro e la sorellina sono già grandicelli e il papà Lorenzo può dedicarsi con più agio alla sua grande passione ormai predominante: la fotografia. Memore della lezione nicciano-dannunziana, essere la vita senza Musica, e senza Arte in generale (uniche a possedere una sorta di categoria ‘trascendentale cinestesica), priva di senso, egli nell’arte fotografica ha individuato il suo particolare modo di ‘sforzare il mondo a esistere”, conferendo per essa al mondo significato. Ed è così che in una delle lunghe permanenze in terra di Calabria, a Terranova di Sibari per la precisione, venuto a conoscenza delle comunità di cultura albanese in Calabria da secoli presenti, e oltretutto spinto dall’interesse etno-antropologico-pedagogico in lui sempre vivo, decise di scriverne in un libro che è insieme pensiero poetante e poesia visiva pensante: così nacque  il volume di grande formato che è insieme cólto saggio e album fotografico, dal titolo Futuro in Arbëria: visioni di donne (129 pagine di testi e immagini, più 75 di sole immagini a tutta pagina), a cui sono felicissimo di dedicare il post 1066 di Dis-Incanti, ai quali rimando per una presentazione più completa, limitandomi qui ad anticipare la quarta di copertina ove Lorenzo, accompagnando il testo con una bellissima foto di due donne in affettuoso atteggiamento (che purtroppo io non sono in grado di qui  riprodurre) e che mi ricordano tanto il quadro (1818) di Johann Friedrich Overbeck, Italia e Germania, al quale basterebbe solo cambiare il titolo in Italia e Albania, scrive:

   «Questo è il mio primo ricordo di un paese arbëresh: fra abiti, lingua e canti a me sconosciuti, d’un tratto non capivo più dove mi trovassi, o in quale tempo. Venti anni fa non sapevo niente di loro; ancora oggi li conoscono in pochi. Sono italo-albanesi antichi, sangue sparso della Diaspora, stabilitisi in Italia da quasi seicento anni. Pasolini li definì “un miracolo antropologico” grazie alla conservazione di riti, costumi e lingua.

   In queste pagine ho raccolto microbiografie e scolpito ritratti di donne arbëreshë, dedite a tener viva la loro cultura, oggi marcatamente femminile. Con la potenza di piccole azioni quotidiane, senza rumore, contribuiscono all’emergere di nuove ragioni di esistere per i loro paesi fiaccati dallo spopolamento. Alcuni considerano queste donne come ultime testimoni di un popolo, ma preferisco vederle come le prime di una nuova fase storica.

   La loro vicenda ci riguarda tutti. I paesi arbëreshë offrono ancora vie diverse di intendere convivialità, ospitalità e vita: occasioni preziose in un tempo di appiattimento. Il patrimonio culturale che rigenerano può diventare bene comune, stimolare innovazione sociale. Perché non si limitano a “riscoprirlo” ma lo introducono nella loro vita quotidiana. Così ci consentono, conoscendole, di entrare in contatto con prospettive diverse attraverso cui leggere, anche criticamente, il come ci relazioniamo col mondo. Il confronto dialettico, non la stasi né la passività di fronte al cambiamento eterodiretto e alla sua retorica, è necessario al nostro cammino».

   Felix faustumque sit, Lorenzo!

 * 

 

 
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'Populus nigra', Eraclito, 'L'Imaginaire au pouvoir', 'Variazioni Goldberg', Il Credo di Jago.'

Post n°1167 pubblicato il 20 Giugno 2023 da giuliosforza

1065 

   Buona luminosa domenica a voi, amici miei e non de la ventura, da me e dal gigantesco pioppo solitario ('populus nigra'), sotto la cui vasta ombra quasi quotidianamente ('in matutinis meditabor in te') sosto nelle albe serene per la mia breve meditazione zarathustriano-cristiana, per il mio saluto al sacro Fuoco e alla Luce per i quali il Divino nel nostro Solare Universo si diffonde.

Il pioppo abbella di sé il piccolo parco 'Rino Gaetano', uno dei numerosi nei quali è immerso il nuovo quartiere 'Casale Nei-Porta di Roma', per lo più curati da residenti volontari, in barba alla totale indifferenza degli organi amministrativi.

*

   Eraclito:“Pòlemos patèr pànton estì”.

   Chiodo scaccia chiodo? Guerra scaccia guerra? Tragica illusione, tragico paradosso. Paradosso alla seconda potenza. Circolo viziosissimo. Ogni guerra è causa remota e prossima insieme di ulteriori guerre, generate dai trattati di pace prevaricanti. Non v’è pace per l’uomo in questo mondo, sia esso generato da un caso-caos, sia esso nato da una mirata, ma evidentemente fallita, azione creatrice. Non forse, direte con l’antico Saggio, ‘Nous elthe kai panta diekosmese’, venne la Mente e ordinò il tutto? Non forse, dirò, disordine e non ordine nacque dall’azione del Nous? Sembra non esservi scampo per l’uomo, inesorabilmente nato ‘homini lupus’, lupo all’altro uomo. Ma un ‘tertium, in questo caso, datur. Fallite le illusioni delle religioni storiche, esse stesse fomentatrici di guerre tra le più lunghe e sanguinose, delle filosofie e delle teologie dogmatiche, non resta che tentare la suprema illusione dell’Arte inventrice di reali e procacciatrice, rimbaudianamente, di nuovi, ripuliti, dilatati sensi all’uomo e di conseguenti nuovi significati alle cose, poste nell’atto di una ‘poiesis’ pensante, e di un pensiero poetante’ (Filippo Bruno Nolano, ben prima di Heidegger). ‘La vita senza Musica: un errore’, secondo il Folle di Rӧcken.  Di più: errore supremo una vita e un mondo senz’Arte, secondo noi. “Allah braucht nicht zu schaffen, wir erschaffen seine Welt”, (Hatem a Suleika nell’‘Ȍst-Westlicher Divan’ di Goethe). Allah non ha più bisogno di creare, noi (per l’Arte) creiamo il suo mondo.

   L’Imaginaire au pouvoir? (Jacqueline Held, Les Éditions ouvrières, Paris 1877, Armando Armando, Roma, 1978, traduzione e Introduzione di Giulio Sforza).

   Arte al Potere, dopo il fallimento di religioni e filosofie?

   Contro Platone: non  filosofi ma artisti al potere?

   Illusione alla terza potenza?

   Forse. Ma non ci resta che sognare.

*

   Rivisti su Rai 5 I Promessi Sposi, serie TV 1967 (regia Bolchi); 2004, film (regia Archibugi); 1989 film (Salvatore Nocita). Più di Dante, Manzoni in questo periodo imperversa. Io preferisco, e rivedo con sommo piacere, il capolavoro rivisitato genialmente e irriverentemente nel 1990 dal Trio Lopez Marchesini Solenghi, che cura anche la regia. Un Promessi Sposi tutto da sorridere e da ridere, che fuori dal mito riguadagna in Umanità.  C’è una Provvidenza anche per il romanzo della Provvidenza.

*

   Nuova puntata della serie, curata da Sandro Cappelletto, Inventare il tempo, questa volta dedicata al

Bach delle Variazioni Goldberg.

   Conosco Cappelletto per averlo visto presentare, anni oro sono alla Filarmonica Romana, quello che fu forse l’ultimo spettacolo dell’ormai novantenne mio carissimo amico Elio Pandolfi, dedicato all’Operetta.    Non mi dispiace Cappelletto, uomo sicuramente preparato, ma un po’ troppo, per i miei gusti, affettato e amante delle frasi fatte e ad effetto.

   Così presenta in rete (immagino sia lui, per averlo già sentito pronunciare in diretta il testo qui riportato).

   “Dal Goethe Institut di Roma. J. S. Bach, Variazioni Goldberg. Interpreti: Ramin Bahrami, pianoforte. Davvero Bach ha scritto le Variazioni Goldberg come ninna nanna per un diplomatico che aveva perduto il sonno e, per ritrovarlo, si è affidato alla musica? Ed è mai esistito un signor Goldberg? Un’Aria iniziale, poi trenta Variazioni’ organizzate secondo un ordine sempre uguale e sempre diverso e poi ancora, per chiudere, l’Aria (Bach usa proprio questa parola italiana) con cui il percorso era iniziato. Ma se qualcosa finisce come comincia e comincia come finisce, vuol dire che non ha né inizio, né fine, che il suo orizzonte è l’infinito. Johann Sebastian Bach, rigoroso come un matematico, fantasioso come un giocoliere”.

   Niente male. Spettacolo godibilissimo.

*

   Ho rivisto l’ennesimo Otello verdiano. Insieme al Don Carlos e al Falstaff  è l’opera del Bussetano che preferisco. Si tratta dell’ultimo Verdi che sembra aver appreso finalmente la lezione wagneriana e con bravura ironia genio adeguarvisi senza tradire se stesso. Nell’Otello, ad esempio, il melodismo del terzo Atto, soprattutto nella canzone del Salice e nell’Ave Maria, è di tale struggente passione da rigettare direttamente nel cuore del Romanticismo classico. Il merito dello ‘svecchiamento’ della musica verdiana va anche moltissimo al testo di Arrigo Boito, il …wagneriano nostrano.  Il giovane Verdi dei grandi successi popolari sembra distante anni luce. Il Vegliardo si sveglia a nuova vita. Renovabitur ut aquilae iuventus tua.   È la felice ventura dei Grandi.

   Non so quanto Verdi condividesse il tremendo credo nichilista di Jago. Certo sarà stato più di una volta tentato, come tutti, di intonarlo. Ma aveva l’Arte con sé, panacea di tutti i mali della vita, godeva della protezione di Frau Musika. Boito, spirito faustiano (non per nulla autore, parole e musica, di uno stupendo Mefistofele) scrivendolo l’avrà pensato, anche lui aspettandosi da una Margherita-Musica la salvazione.

   Credo in un Dio crudel che m’ha creato
simile a sé e che nell’ira io nomo.
Dalla viltà d’un germe o d’un atòmo
vile son nato.
Son scellerato
perché son uomo;
e sento il fango originario in me.
Sì! questa è la mia fe’!

Credo con fermo cuor, siccome crede
la vedovella al tempio,
che il mal ch’io penso e che da me procede,
pel mio destino adempio.
Credo che il giusto è un istrion beffardo,
e nel viso e nel cuor, che tutto è in lui bugiardo:
lagrima, bacio, sguardo,
sacrificio ed onor.

E credo l’uom gioco d’iniqua sorte
dal germe della culla
al verme dell’avel.
Vien dopo tanta irrision la Morte.
E poi? E poi? La Morte è il Nulla.
È vecchia fola il Ciel.

   Non so perché, mi viene da ridere. Cachinno …mefistofelico.

*  

 
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Parini, 'La vita rustica'. 'Aureliano in Palmira', 'Somnium Scipionis'

Post n°1165 pubblicato il 22 Maggio 2023 da giuliosforza

 

1064

   Una delle fantasie in cui, da quel vanesio che sono, mi è piaciuto sempre cullarmi.  

   In una delle mie precedenti vite fui anche Parini. E fra tutte le mie opere trasudanti disprezzo per il servilismo di ogni genere scrissi anche l’ode La vita rustica, ancora un pochino barocca nello stile ma pienamente neoclassica nei contenuti, nella quale lo spirito del Giorno già tutto si respira.

   Rinato in un ‘secol’ ben più ‘venditore’ mi trovo ancora maggiormente a disagio, avendo mantenuto lo sprezzo superbo per il baratto volgare della mia dignità, e di quel poco di ingegno che mi ritrovo, col “mammona d’iniquità”. Ancora amo impunito ripetere:

   Me non nato a percotere
   Le dure illustri porte
   Nudo accorrà, ma libero
   Il regno de la morte.
   No, ricchezza né onore
   Con frode o con viltà
   Il secol venditore
   Mercar non mi vedrà.

   Dovessi ancora per punizione rinascere (Platone e Buddha intercedano perché ciò non sia) proseguirei con la stessa protervia a negare ogni ‘genuflessioncella d’uso”, quella che il fiero allobrogo Vittorio Alfieri rimproverava al mite Pierino Trapassi, alias Metastasio.

*
 
Seguo con vero piacere su rai 5 Aureliano in Palmira, Rossini 1810.

La figura di Aureliano mi piace, non solo per la riunificazione dell’Impero da lui nel suo breve regno operata, per la costruzione delle mura di Roma a lui intitolate e in buona parte ancora resistenti, e per tante altre belle cose. Ma anche, e direi soprattutto, per il tentativo di introdurre e diffondere nell’Impero il culto del Sol invictus zarathustriano. Il sole splende visibilmente su tutti, non si vela dietro alcun mistero, tutto illumina e scalda, nemmeno i ciechi possono negarne l’esistenza, solo un folle può negarne l’evidenza. Nel culto del Sol invictus tutti i popoli della terra potrebbero ritrovarsi, non esisterebbero guerre di religione, nelle quali spesso il Dio metafisico combatte contro se stesso essendo lo stesso Dio venerato dai due o più popoli contendenti. Quando Costantino riconoscerà il Cristianesimo, meglio il cattolicesimo niceno-costantinopolitano nel quale ben poco resta del Cristianesimo cristico, come religione dell’Impero, non realizzerà una unificazione, metterà anzi le basi per  tutte le divisioni, madri, cause prime o concause di tutte le guerre.

   Tutto ciò suona a molte orecchie blasfemo. E mi tocca tacere.  Mi tocca praticare il culto del Sol Invictus nella cella segreta della mia anima solitaria.

 * 

   Non sarà un ciceroniano ‘Somnium Scipionis’. Ma è sicuramente più divertente. Non vi si danno platonismi cosmismi stoicismi ‘et similia’, ogni metafisincheria è da esso bandita. Forse solo un analista junghiano potrebbe trovarvi qualche spunto per le sue riflessioni. Per questo tento di raccontarvelo, e raccontarmelo.

   Dicono che sia brutto segno per un vegliardo dormire sognare o solo sonnecchiare troppo spesso. Perché brutto segno? Potrebbe semplicemente trattarsi di un allenamento in prospettiva dell’imminente sonno eterno. A me di recente questo avviene, sempre più di frequente avviene, nella breve siesta pomeridiana o la sera davanti alla TV in attesa dell’assunzione degli ultimi farmaci; avviene di prender sonno e sognare, e di un vero dormire e sognare si tratta, non di un semplice dormivegliare. E quasi mai tali sogni sono incubi, come in maggioranza quelli della notte fonda o della primissima alba. Anzi sono di una luminosità e di una vivacità senza pari, e colmi di eventi. E loro assoluta caratteristica è che sono quasi tutti ambientati nel mio borgo, un borgo che cambia magari scenografia ma stranamente è sempre lo stesso, sempre diverso e sempre uguale, sempre diverso perché sempre uguale.

   Abitato di norma da un centinaio di vecchi e da una ventina di donne e uomini maturi (di giovani nemmeno l’ombra, se non in qualche fine settimana e durante un mese o due dell’estate, quando è gradevole abbandonare le afe di Roma o di Tivoli per respirare al fresco dei nostri 757 metri sul livello del mare al cospetto delle prime montagne abruzzesi) il mio natio borgo selvaggio è lo scenario ideale per i sogni. E anche per i tre quarti di questo sogno postprandiale lo è.

   Nel sogno sono sdoppiato fisicamente (non m’era mai avventuo: m’ero sì una volta nel sogno sdoppiato, ma in una entità viva e una morta, avevo partecipato al mio funerale e assistito divertito e disincantato alle scene esilaranti che si svolgevano durante il mio corteo funebre fra lacrime sospiri dicerie  pettegolezzi e mal represse risa); in questo caso sono l’io narrante e osservante e l’io narrato e osservato perso nella fitta calca dell’affollatissima misteriosa scena alla Hieronymus Bosch ma  senza oscenità diavoli inferni e paradisi. E la cosa infastidisce non poco il primo io, che parecchio se ne rode. Vorrebbe che tutte le attenzioni fossero per lui, e invece di lui e della novità dello sdoppiamento nessuno sembra accorgersi. E questa dello sdoppiamento non è la sola originalità del film onirico di cui sono nel contempo regista protagonista e anonima comparsa. Mentre scrivo ho ancora la fantasia stracolma delle fantasmagoriche immagini che l’hanno attraversato, distinte in due diversi quadri, uno più bello dell’altro. Nel primo quadro le zone centrali e quella  più bassa del paesello detta ‘Palaterra’ hanno riacquistato tutta la vivacità dell’epoca della mia infanzia: da ogni casa, da ogni tugurio, da ogni rustico gallinaio addossato a ogni casa, da ogni  stalla, sotto un sole nel suo pieno risplendere escono  e si mescolano non in un sabba infernale ma in un tripudio celestiale vivi e morti, piccoli e grandi, vecchi arzilli e curiosi, monache  preti soldati poliziotti carabinieri galline cani gatti maiali asini cavalli muli mucche pecore capre e turbe di contadini cantanti e già semi avvinazzati, come quelli della mia infanzia diretti, dopo la faticosa giornata, all’osteria del Grottino a raccontar di guerre e a cantarne le canzoni in cori sempre più rumorosi e sgangherati man mano che il vinello di Angelo e Filomena diminuisce nei boccali da un litro (tubo, alla romana) da mezzo litro (foglietta)  da un quarto (quartino). E da ogni parte canti nitriti belati muggiti guaiti miagolii cinguettii chicchirichì di galli di e coccodè di galline tutti insieme a formare una rumorosa orchestra da transavanguardia, e da ogni casa contadini muratori mugnai allevatori pastori vaccari tagliaboschi suore e qualche prete. e tutti a chieder nuove di me (del mio primo io); e ciurme di miei ex allievi d’università ridiventati giovani e adolescenti, precipiti, tra sgomitate e pericolosi sgambetti, tra canti e vezzi e scene d’amore innocenti, verso il ruscello della Fonte che scorre canterino a valle. E tutti a reclamar da me (l’invisibile o incurato io primo) un ‘Lied’ schubertiano e mahleriano o un discorso, e io (il secondo io) a schermirmi (quando mai passerebbe per la testa all’io primo di schermirsi?), e a sorridere più o meno verecondamente alle belle fanciulle ex allieve nel pieno del loro giovanile fulgore o tornate adolescenti o bambine innocenti, italiane e straniere, lusitane basche greche tedesche giunte da noi per l’Erasmus.

   Nel secondo quadro il sogno cambia scena. Si svolge a Roma nel mio studio salotto biblioteca bazar ove non è più spazio nemmeno per uno spillo. E Laura e un’amica e Jacopo Numa Leon a frugare in ogni angolo in ogni stipo in ogni cassetto in ogni scaffale in ogni cassapanca alla ricerca dei miei numerosissimi peluches grandi e piccoli (scimmie leoni serpenti cani gatti oche anatre pappagalli parlanti tartarughe… un vero zoo) e a pretendere l’impossibile impresa di tentar di montarli a piramide per adornarne il presepe, ché nel sogno è già Natale. Ed io a suonare sul piccolo organo-harmonium elettronico pastorali classiche e nenie popolari d’ogni paese.

   Ma a questo punto improvvisamente il sogno svanisce e mi desto a quell’altro complesso tragicomico sogno (“Tutto nel mondo è burla”, ‘Falstaff’) che chiamano vita. E tornano le diurne diuturne malinconie e nostalgie a dilacerarmi l’anima antica.

   __________________

  Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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I miei corsi di Educazione all'ascolto musicale

Post n°1164 pubblicato il 10 Maggio 2023 da giuliosforza

1063  

   Quando conobbi Maria Teresa Luciani, sorella del compositore Antonino Riccardo Luciani professore al Conservatorio ‘Cherubini’ di Firenze e alla Scuola di Musica di Fiesole, subito ebbi l’idea di sfruttarne la  competenza e la sensibilità musicali ai fini dei miei corsi accademici di Pedagogia Generale nei quali trattavo essenzialmente di Filosofia dell’Educazione e di Educazione Estetica. Come per me, per la Luciani la musica non rappresentava un puro ébranlement nerveux, ma strumento supremo della Ragione partecipativa, via privilegiata all’esperienza dell’Essere. Per questo i suoi cicli di Educazione all’Ascolto non rappresentavano qualcosa di giustapposto ai miei Corsi, ma erano ad essi perfettamente complementari.

   Pur condividendo le considerazioni di quanto i cultori del tema in oggetto, da Adorno a Manzoni, hanno affermato, noi si andava oltre, ritenendo che al di là delle sue pure premesse e finalità tecniche ogni educazione all’ascolto debba rappresentare una totale immissione nell’evento sonoro come nel più profondo di se stessi donde ogni evento, anche l’evento sonoro, prende origine e senso. Solo l’ascolto, costante e paziente, diuturno e illuminato è in grado di far sì che il fruitore “indifferente” adorniano risalga i gradini che lo conducono all’ “esperto” passando per “colui che ascolta per passatempo”, per “l’ascoltatore risentito”, per “l’ascoltatore emotivo”, per il “buon ascoltatore” e il “consumatore”, secondo la singolare classificazione del Francofortese.

   L’argomento del mio Corso Accademico del 1983 fu L’Educazione Estetica, da intendere nella mia accezione di dis-educazione estetica (dilatazione della sensibilità, de-gregazione come liberazione dal gregge -de grege-, contro un’educazione intesa quale aggregazione -ad gregem-). Nessun autore meglio di Beethoven si prestava per il commento e l’approfondimento musicali dei concetti offerti alla riflessione dei miei discepoli. I numerosi brani beethoveniani proposti per l’ascolto in quella occasione (una illuminata cernita fra le sonate per pianoforte, le sinfonie e la musica da camera) consentono di meglio intendere la natura e le finalità di un’educazione come quella estetica che miri alla liberazione, al recupero, al potenziamento del to-aestheticon mediante il long, immense et raisonné dérèglement de tous les sens  che è nella provocatoria proposta dis-educativa di Arthur Rimbaud.

   Il 1984 fu l’anno de L’Educazione “religiosa” nel suo senso latissimo di avvertimento del legame fra gli esseri  e coscienza del recupero prima intellettuale poi mistico dell’unità cosmica. La direzione monistico-panteistico-immanentistica da me privilegiata ci permise di proporre per l’ascolto autori nei quali la potenza dell’emozione lirica travalica la concezione più o meno fideistica del reale. Ci potemmo rivolgere così senza ambagi e sensi di colpa al Bach delle Passioni, al Beethoven della Missa solemnis, all’Haendel del Messia, ai numerosi Mottetti di Palestrina, al Pergolesi dello Stabat Mater, al Brahms del Deutsches Requiem, al Verdi e al Perosi delle relative Messe da requiem.

   Dedicai il 1985 all’L’Educazione Morale. L’argomento ci suggerì spontaneamente per l’ascolto quell’aspetto dell’attività musicale che Platone considerava non immorale: il coro. Se noi quasi del coro abusammo non fu certo perché condividessimo le incondivisibili opinioni musicali platoniche in generale, ma perché freschi delle emozioni ed incursioni nei territori orffiani e kodàlyani e da sempre privilegiatori della voce come supremo strumento fra gli strumenti, ci si sentiva nel coro a casa nostra. Vastissimo fu l’excursus: dal coro nell’antica Grecia a quello cristiano di ogni tempo e latitudine, ai Carmina Burana , alla produzione sinfonico-corale da Banchieri a Antonino Riccardo Luciani.

   Il 1986 fu dedicato jn maniera specifica al tema generale Musica ed Educazione. Attraverso Wackenroder, Schopenhauer, Hoffman, Tolstoi, Marcel, si studiarono i rapporti tra educazione e cultura, cultura-ritmo e aritmia, educazione e conoscenza, conoscenza e noumeno, musica e noumeno. Per l’ascolto si scelsero autori da Bach a Stravinskij nella cui opera è più facilmente rinvenibile l’elemento “demonico” positivamente e negativamente inteso: affermazione e negazione, purezza e colpa, salvezza e dannazione.

   1987. Nel corso di quell’anno si trattò l’aspetto pedagogico dell’attualismo gentiliano. L’Educazione all’ascolto ebbe un tema diverso: l’immaginario, il fantastico, il mondo della fiaba nella musica, lo stesso che trattai in quell’anno al Convegno Internazionale di Oslo dedicato a La dimensione del meraviglioso. Da Oberon a Giselle fu presentato il meglio della produzione fantastica.

   1988. Iniziò il ciclo dedicato alla pedagogia dei “grandi libri” con la proposta del Bagavadgīta: occasione unica per l’ascolto della musica orientale, soprattutto indiana e di quella russa, dalla nascita delle Scuole Nazionali al realismo socialista.

   1989. Pedagogia dei “grandi libri”. La Bibbia. Per l’ascolto, da Palestrina a A. R. Luciani, si ebbe modo di deliziarsi con la migliore musica traente ispirazione da testi o episodi biblici (oratori, mottetti, brani da camera) e di approfondire la conoscenza della musica ebraica.

   1990. Fu l’anno del Corano, e l’Educazione all’ascolto trattò doverosamente della musica araba e di quelle altre, soprattutto la spagnola, che motivi e influssi della cultura araba accolgono.

   1991. Tema del Corso: Goethe e Novalis: due metafore educative per il tempo presente. Nell’Educazione all’ascolto dal Beethoven dell’Egmont e dei Lieder di ispirazione goethiana al Wolf del Lied der Mignon gran parte della produzione musicale traente ispirazione dalle opere di Goethe e di Novalis ebbe modo di essere da noi rivisitata.

   1992. Se negli anni precedenti nei miei Corsi mi ero proposto di alternare la ricerca sui fondamenti filosofici dell’attivismo pedagogico con la riflessione sulle fonti perenni della Saggezza, dalla quale pare non possa se non con sommo pericolo dissociarsi, soprattutto in educazione, la scienza, in quell’anno intesi spingermi oltre trattando de La provocazione dannunziana: nascita, formazione, morte e trasfigurazione dell’uomo estetico. In Maia, in Alcione, ne Il trionfo della morte, ne Il fuoco, ne Il Notturno ci calammo, come in un baudelairiano  gouffre per cogliere il sentimento dell’abisso donde ogni mito estetico scaturisce. Per l’ascolto avevamo solo l’imbarazzo della scelta, tali e tanti sono gli interessi musicali del Pescarese e tale e tanta è  dal Martyre debussyano alla Francesca  dello Zandonai la produzione contemporanea su testi di D’Annunzio e dal D’Annunzio nei suoi scritti evocati (dal Bach della Missa in mi  minore al Beethoven del Trio degli spiriti e ad altri).

   1993. Inizia il ciclo inconcluso dei grandi “dis-educatori”, nel mio positivissimo senso inteso, del genere umano e il privilegio di aprirlo tocca al caro folle di Röcken: F. Nietzsche o della gaia Scienza del farsi un’opera d’arte. Anche in questo caso grande fu l’imbarazzo della scelta, ma soprattutto grande fu la gioia di far conoscere agli ignari studenti, e non solo ad essi, il musicalischer Nachlass nicciano.  Ascoltammo naturalmente molto Wagner e l’Also spracht Zarathustra di R. Strauss.

   1994. Intermezzo al ciclo appena iniziato fu l’argomento del Corso del 1994 dedicato a L’universo come mio corpo. Le premesse immanentistiche dell’educazione ecologica. Dal cosmismo bruniano al panismo dannunziano vivemmo le più alte emozioni  filosofiche e letterarie che la contemplazione stupefatta della Casa dell’Essere può suscitare. Anche in questo caso, come è facile immaginare, numerosissime furono le possibilità di ascolto offerteci della infinita serie di composizioni evocanti immagini, sentimenti, impressioni, descrizioni (o invenzioni) della Natura. Privilegiate fra di esse furono le meno ligie a una riproduzione superficiale ed epidermica degli aspetti sensibili più immediati dei fenomeni naturali. D’Annunzianamente si direbbe che ebbero il privilegio quelle che, come ogni grande arte, più che descrivere il mondo lo sforzano ad essere.

   1995. Si torna al tema con una impegnativa e complessa proposta: Dal Teilmensch della Provincia Pedagogica al Ganzmensch della Provincia Estetica. Hölderlin, Goethe, D’Annunzio, Hesse, o della nascita,morte e trasfigurazione dell’uomo estetico. Per l’Educazione all’ascolto scegliemmo il tema del Wanderer  soprattutto per l’evocazione in esso contenuta delle tensioni, delle curiosità, degli entusiasmi e dei disincanti di cui l’Homo Viator alla ricerca della sua totalità come dilatazione di sensi e di desideri  (Homo aestheticus) si nutre.

   1996. Due furono i temi principali del Corso di Pedagogia: Fondamenti di una pedagogia dell’immanenza e Particolare e Universale in musica. Il seminario di educazione all’ascolto trattò di autori del ‘500 contemporanei di Giordano Bruno, da Banchieri a Willaert attraverso Marenzio, Di Lasso e Monteverdi. Pier Luigi Palestrina come musicista della trascendenza assoluta sarebbe stato fuori luogo in un Corso    sull’immanente pedagogico.

   1997. L’educazione del Superuomo. Un’educazione per tutti e per nessuno. Il seminario fu dedicato naturalmente ad alcuni Lieder nicciani  e ad altre sue produzioni, alla sua opera prediletta, Carmen, al Parsifal  wagneriano che fu l’occasione della definitiva rottura di Nietzsche con Wagner, e allo Also sprach Zarathustra di R. Strauss, la cui “seriosità”  controbilanciammo con Till Eulenspiegels lustige Streiche  dello stesso autore.

   Fu l’occasione questa per la presentazione, nel seminario, oltre a Le devin du village  di Rousseau, dell’opera buffa di Cimarosa, Hasse, Paisiello, Pergolesi, Piccinni, D. Scarlatti. Tutti autori dal ginevrino tenuti in grande considerazione.

   Negli anni dal 1999 al 2001  i Corsi furono dedicati soprattutto alla lettura pedagogica di Byron, D’Annunzio, Goethe, Hesse, Mann, ed i seminari di educazione all’ascolto presero spunto da riferimenti musicali presenti nella loro opera. Attenzione massima fu data al ciclo wagneriano de L’anello del Nibelungo, ad ognuna delle cui giornate fu dedicato un anno accademico.

   2002. Il Corso fu dedicato a: Il teatro per l’educazione: TeatroVita-VitaTeatro, e il seminario prese in considerazione le più note musiche di scena da Schumann al Bizet dell’Arlesiana, da Beethoven a Debussy.

   2003. Il Corso ha riproposto il romanticismo pedagogico, ed il seminario i più famosi  Lieder di Schubert, Schumann,  Beethoven, Wagner e Mahler.

Ha scritto Elias Canetti della musica:

   “Anche quando accompagna le parole, la sua magia prevale ed elimina il pericolo delle parole (…).

  Verrà un giorno in cui essa soltanto permetterà di sfuggire alle strette maglie delle funzioni, e conservarla come possente e intatto serbatoio di libertà dovrà essere il compito più importante della vita intellettuale futura”. Citazione dalla tesi di laurea della mia allieva Maria Clotilde Nera.

   Ed altrove: “Inventare una musica in cui i suoni siano in moltissimo contrasto con le parole, e in questo modo mutare le parole, ringiovanirle, colmarle di nuovo contenuto”.

   Tra i fini propostici con l’assunzione di un seminario musicale a commento e sostegno di un Corso accademico di ricerca pedagogica era anche quello della restituzione all’Isi velata dell’altissimo ruolo che le compete: rivelazione e liberazione dell’Essenza a sé medesima, celebrazione suprema per essa dell’autogenesi dello spirito.

   Speriamo di non averlo in tutto fallito.

 
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Efemeridi musicali e non, Seminari di educazione all'ascolto

Post n°1163 pubblicato il 29 Aprile 2023 da giuliosforza

   

1062

   Triste vigilia.

   Ai miei colli è novembre. Pioviggina. È buio come fosse tramonto, ed è alba avanzata. Esco più che a  novembre intabarrato. Anche il vento si quieta e posa. Il Borgo è deserto. Desertissima la Piazza il cui fitto silenzio vieppiù attetrano le lacrime dei platani secolari (gli stessi della mia infanzia) scivolanti tra i rami ancora ignudi. Maddalena la romena col suo cagnolino nero. Scende da me ad insegnarmi come collegare alla rete il calcolatore elettronico mediante il cellulare. Addio laboriosa ‘saponetta’ Vodafone.

   E penso.

   Penso all’ultimo verso del Parsifal: Erlӧsung dem Erlӧser o von (come alcuni interpretano, e tra questi io) Erlӧser?  Liberazione al o Liberazione dal Liberatore? Cosa veramente intende Wagner?

   Buona festa a chi festeggia.

   Io oggi festeggio preparandomi, per il parco pranzo, riso e anellini ai funghi porcini veraci, finocchi e fagioli grandi di Spagna bolliti e conditi con aceto balsamico doc e una goccia d’olio, pettino di pollo ai ferri.        E mangiando in silenzio mi comunico.

   “Io mi comunico del silenzio come, cotidianamente, di Gesù. E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio”.

   (Sergio Corazzini, Desolazione del povero poeta sentimentale)

*

   Il senso della mia longevità?

Forse una Sorte benigna vuol concedermi l'opportunità di recuperare il recuperabile di quelle stagioni della mia vita di cui fui dagli eventi e dagli uomini defraudato

    Illusione. Nessuno più potrà restituirmi le stagioni della vita di cui fui rapinato.  

*

   Noseda. Un direttore coi fiocchi, che ci ha regalato una Lucia di Lammermoor, soprattutto la scena della pazzia, tra le migliori degli ultimi venti anni; ed un Evelino Pidò, un nome a me fino a ieri pressoché sconosciuto, che ci ha incantato con una Medea cherubiniana che sfiora la perfezione. Capisco ora l’entusiasmo di Beeth Haydn e d’altri per il classicista fiorentino. Una strepitosa, come sempre, Anna Caterina Antonacci è stata una Medea di una intensità tragica senza pari.

   Purtroppo a rovinare il tutto ci hanno pensato le solite regie che coi loro stravolgimenti (modernizzazioni essi le chiamano) di luoghi tempi e spazi compiono gli scempi ai quali siamo purtroppo da molto tempo abituati. Modernizzare non è deformare, in sostanza ridicolizzare: il classico si modernizza da solo se consegnato nella sua integrità al moderno fruitore che lo guarda e recepisce con la sua nuova sensibilità. Il resto è stupida prevaricazione. Perché allora non ‘modernizzare’ musica e testo, cioè scrivere un’opera nuova sullo stesso argomento?  

*

   Sarah Ferrati in Lo zoo di vetro di Williams. Che interpretazione! E che voce misurata, chiara,  squillante, di cristallo! Finalmente capisco tutte le parole che un’attrice pronuncia. Ciò che quasi mai avviene, soprattutto nei cantanti d’Opera.

*

   Nella Butterfly, Illica e Giacosa fanno diventare ‘alli mortacci tua!’  ‘anime sante degli avi!’.

   Squisita delicatezza giapponese.

*

   Sogno di una notte di mezza estate (Mitsommernachtstraum). Mi estasio con Mendelssohn Bartholdy e il suo ispiratore Shakespeare, e con Carl Maria von Weber e il suo Oberon. Io, spirito sostanzialmente ancora tutto romantico sotto fredda maschera razionalistica, amo profondamente quest’opera e i suoi maggiori protagonisti, gli elfi, e i loro re e regina Oberon e Titania. Amo tanto Titania ed Oberon da averli messi come parole d’ingresso di molti miei luoghi cibernetici. In fondo anche la cibernetica è una grande magia mascherata.

*

   Attori famosi che hanno lavorato con Ronconi lo ricordano uomo attore regista. Lo sento raccontato in rai5 (ma vi saranno altre puntate) da Giorgio Albertazzi e Lavia da pari loro assai brillantemente, da Anna Maria Guarnieri quasi teneramente, senza infamia e senza lodo da Massimo De Francovich, pessimamente da Popolizio.

   Ronconi dal limbo degli artisti se ne strafotte.

   I morti servono ai vivi, i vivi non servono ai morti.

   I Morti non commemorano.

*

Il direttore d’orchestra ucraino naturalizzato italiano Igor Markovich, spia (dicono) e ambiguamente implicato (dicono) nel caso Moro, dirige Le Coefore di Milhaud, la Sinfonia No 5 “Di tre re” di Honegger, Bacco e Arianna di Roussel. Io non so se fosse davvero una spia politica, so che è una fine spia dei segreti di Frau Musika. Da quello che ho sentito non si può che riconoscerglielo.

*

   E tanto per cambiare: ieri una bella voce maschile (06 del 17 Marzo) presentava la celebre ‘Habanera’ della Carmen bizetiana in ‘Qui comincia’, la breve trasmissione ‘culturale’ che apre i programmi di Rai3, ne citava qualche verso, sforzandosi di non massacrar troppo, e in parte riuscendoci, la dolce lingua della dolce Francia (non amata, pare, da Schopenhauer che la diceva, pare, ‘un italiano parlato col raffreddore’, affermazione da ritener valida solo come battuta di spirito) ma già al primo verso (L’amour est un oiseau rebelle) incappa in un oiseau pronunciato oiseu e in un rebelle pronunciato ribelle (le altre e, mute, un poco). Molto spesso le presentatrici e i presentatori che si alternano nella conduzione di un programma che ruota attorno ad una parola suggerita dal ‘libro del giorno’ di recente pubblicazione (non so con quali criteri e da chi scelto) e ad essa fanno riferimento anche per le musiche classiche di contorno, lasciano a desiderare sotto molti aspetti. Una presentatrice in particolare mi riesce insopportabile: parla a braccio e col risucchio, crede di essere originale ed invece è solo sciattamente ripetitiva, conosce solo superlativi assoluti e parole equivalenti, come meraviglioso, stupendo, straordinario (per compiacere autore ed editore?) per i libri che presenta, tutti son capolavori assoluti e i loro autori tutti stupendi. Mai mai mai un cenno di critica costruttiva, mai un errore, mai un discuto. Assurdo. Davvero un bel modo per stimolare l’ascoltatore a un pensare critico riflessivo! Più che l’analisi di un testo sembra pubblicità strapagata. 

   Stamane tocca ad una signora che si sforza lodevolmente di parlare a braccio, per questo motivo però spesso, come è naturale, divagando, ma non sempre con pertinenza, e spesso perdendo il filo del discorso; ma soprattutto rivelandosi la portabandiera dei superlodatori di cui sopra che non trovano un neo, dicesi un neo, nell’opera che presentano, ed è la cosa che più non si sopporta. Il libro che la Lei oggi presenta ha un bel titolo, “Poesia e Musica son due sorelle. Percorsi d’ascolto per le scuole” (Diego Angeli Editore), curato da Giuseppina La Pace e Nicola Badolato, esito di una ricerca promossa dall’Università di Bologna, e per la presentatrice si tratta primo, sicuramente il più nuovo, indiscutibilmente un capolavoro nell’ambito della didattica della musica. Non discuto il capolavoro, per non averlo ancora letto, sì il più nuovo ed il primo.

   Si dà di fatto che già dagli anni Settanta-Ottanta il sottoscritto si sia interessato all’argomento e ne abbia fatto oggetto di una ricerca, e di una sistematica attività universitaria, affiancando ai suoi Corsi di Pedagogia Generale, Filosofia dell’Educazione, Metodologia dell’Educazione musicale presso RomaTre (Facoltà di Scienze della Formazione) un Laboratorio di Educazione all’Ascolto  di cadenza settimanale, i cui esiti furono documentati in due volumi, Musica in prospettiva europea (SEAM, Roma, 1996) di Maria Teresa Luciani e Giulio Sforza, e Musica Mundi. Percorsi di Ascolto (Edizioni Kappa, Roma, 2004) di Maria Teresa Luciani con Introduzione di Giulio Sforza.

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  Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano) 

 
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Variazioni Goldberg, Animula vagula... 'apis argumentosa', rimbambinimento, viola mammola, Musica sanatrix? Procne

Post n°1162 pubblicato il 18 Aprile 2023 da giuliosforza

1061

   Variazioni Goldberg.

   Le interpreta, mentre scrivo, danzando sui tasti come uno scoiattolo fra i rami, la giovanissima da tutti giustamente celebrata Beatrice Rana su Rai5.

   Davvero una ‘Montagna d’oro’ (così suona nella nostra lingua il cognome del primo esecutore delle Variazioni) elevata da Johann Sebastian Bach al buon Dio e alla sua figlia prediletta Frau Musika.

   Il cielo, fosco fuori (Proserpina non brilla ancora nell’aria per li campi esulta), si fa per esse radioso dentro di me.

   Grazie, Ruscello  sgorgante da Elicona.

*

   Animula vagula blandula
   Hospes comesque corporis,
   Quae nunc abibis in loca
   Pallidula  rigida  nudula,
   Nec, ut soles, dabis iocos…

  Piccola anima vagabonda e leggiadra,

   ospite e compagna del corpo.
   che ora ti allontanerai in luoghi

   pallidi rigidi desertici,

  né più potrai, come suoli, spargere intorno a te la gioia...

 La giovanissima età non impedì a un collegiale undicenne in ‘passeggiata’ settimanale per una Roma appena “liberata” (stuprata, meglio si direbbe, dai nuovi lanzichenecchi in divisa marocchina del generale barbaro Alphonse Juin: tutte le più belle Ville, dalla Borghese alla Glori, dalla  Doria Pamphili alla Ada, ridotte a bordelli all’aria aperta) di cogliere il senso di profonda delicata malanconia di questi delicati versi adrianei scritti con mano malferma da un prigioniero sul muro dello scalone di quel tetro carcere al quale i papi avevano ridotto, col nome di Castel Sant’Angelo, il solenne Mausoleo di Adriano, e di mandarli a mente. Marguerite Yourcenar glieli ricorda ora, restituendoli integri nella loro insanabile malinconia.

 *

   Al ritorno da una visita medica, appena a casa mi accorgo di aver smarrito  una catenina con due pesanti medaglie (forse la causa, con il loro annoso strusciare sulla mia pelle delicata, di lesioni sospette) doni preziosi, ambedue altamente evocativi: l’una dorata a forma di mandala carico  di simboli esoterici, l’altra d’argento, inventatasi dalla sua donatrice, in forma di un ovale, delicatamente incisa in leggeri tratti con una quasi invisibile immagine d’apis argumentosa, chiaro riferimento alla leggenda platonica che  vorrebbe il neonato filosofo nella culla visitato da un’ape inviata  a deporre sulle sue labbruzze il dolcefluente miele dell’eloquenza. Mi fosse caduta, mi chiedo, durante la denudazione nello studio medico? Ne chiedo alla dottoressa che nega e promette di domandarne alle donne delle pulizie e alle segretarie.

   Ricerca per tre giorni inutile.

   Nel frattempo io, non rassegnato, come un segugio addestrato ripercorro più volte metro per metro a ritroso il breve percorso fatto dalla camera da letto alla porta, finché, con grida di esultanza, scovo il tesoro, e il come è in questo breve messaggio alla dottoressa: “Bonsoir Madame. Ho ritrovato il tesoro in una tasca di un paio di pantaloni sostituiti poco prima di uscire e già riposti nel caos dell’armadio. Tre ore di ricerche affannose, una decina di tappe percorse à rebours guidato dalla mia formidabile memoria centenaria!”. Al che lei, laconicamente: “Lei è sconvolgente! Lei è formidabile!”, con tali espressioni implicitamente sconfessando il luogo comune che vorrebbe i novantenni tutti irrimediabilmente rimbambiti.

   Rimbambiti necessariamente i Vegliardi?

Obbligatoriamente rimbambiniti, forse, non, per Giove, necessariamente rimbambiti. Non fu detto il rim-bambini-mento condizione sine qua non per l’ingresso nel Regno? Si veda Mt 18,3: Nisi conversi fueritis et efficiamini sicut parvuli non intrabitis in Regnum Coelorum. E, si parva licet, si veda Richard Bach, quello del Nessun luogo è lontano: “Crescere non significa uscire d’infanzia”.

   Forse mi resta una qualche speranza.

   *

Sabato Santo, Anno Domini MMXXIII.

   Al Frainile regna un silenzio surreale. La neve cade lenta lenta lenta e a larghi fiocchi, quasi a voler ricoprire di una candida coltre la terra, mentre i tulipani gialli curiosi ed impavidi si godono lo spettacolo.

   Fosse il Cristo risorto che tenta di nascondere, almeno momentaneamente, le nefandezze che deturpano il mondo, visto che nemmeno a Lui sembra essere stato dato di poternelo ripulire? 

*

   Il primo regalo di nozze che mi feci circa sessanta anni fa fu questo gioiellino di organo elettronico da camera 'Farfisa, (colore noce chiaro, 52×55×96, due tastiere di tre ottave, una pedaliera di una ottava, 11 registri) che, al contrario del pianoforte Hanel ottocentesco, ha brillantemente resistito all'usura del tempo (anche il suo fratello più grande, in verità, ma troppo ingombrante per il mio piccolo appartamento romano, resiste al Frainile dove m'attende per le vacanze estive). Ieri per reagire alla sempre più incombente depressione senile ho deciso di riaccarezzare i suoi tasti giornalmente con le mie dita ancora non troppo anchilosate: chissà che un piccolo miracolo non s'operi, il mio gioiellino risponda alle mie carezze, e per esso avverta le dolci carezze di Frau Musika, ed essa continui a vegliare su me come un'amorevole, sensuale, celestiale Badante?

*

   Buona Resurrezione con la violetta del Frainile che, incurante di freddo neve e gelo, è già risorta. E poi la dicono timida, fragile, 'mammola'!

 *

    Pubblico una foto dell’Ultima Cena di Daniele Crespi (1598-1630) condivisami da una figliola e brevemente osservo:

   Non è bellissima questa Ultima Cena di Daniele Crespi, morto ad appena 32 anni di peste, quella "manzoniana" del 1630, che preferisce il ‘familiare’ cerchio al monacal-convivial-convegnistico ferro di cavallo leonardesco? Io la preferisco a quella del più geniale bastardo della Storia.

   D’accordo Franco Moscetti:

  È vero Prof., è estremamente efficace il diverso punto di vista rispetto a quello leonardesco, e conferisce al dipinto una profondità ed una tridimensionalità davvero uniche.

   E Fio Rella:

   Bellissimo, non lo conoscevo. Eppure i due dipinti mi sembrano simili anche se inscritti dentro due diverse cornici spaziali: rettangolo per Leonardo, cerchio per Crespi. Colpisce molto il gesto affettuoso del Cristo verso l’apostolo/a (Giovanni/Maddalena?) alla sua destra: ciò che per Leonardo ha fatto scrivere fiumi di congetture e interpretazioni, qui è esplicitato in un chiaro abbraccio.

   Discorde, da poeta-pittore (ut pictura Poesis), Paolo Statuti:

   Caro Giulio, se me lo consenti, il mio modesto parere è questo: c'è troppa animazione, senza mancare di rispetto mi sembra più un'atmosfera da osteria. Ognuno parla slegato dagli altri. L'animazione c'è anche nella Cena di Leonardo, ma è più contenuta e l'attenzione di tutti è rivolta A Cristo. Ma in fondo diciamo come al solito che è questione di gusti. 

*

   Così i nipoti dell'era cibernetica prendono in giro i nonni. Evviva le app onnipotenti.

   È il mio breve commento al divertente video di un me canterino e danzante, tale ridotto dalla manipolazione virtuale di una mia immagine…luciferina ad opera di Jacopo Numa Leon.

*

   Tristi pensari pasquali (pensierì pensati: inerti fatti'; 'pensieri pensanti: Atti puri -Reminiscenze gentiliane).

   Tamburi trombe bande militari cori guerreschi sempre e ovunque stimolarono nei secoli gli eserciti alle peggiori carneficine. Frau Musika nei secoli al servizio degli scellerati guerrafondai.

   Quando mai musica salvatrix, musica serenans, musica laetificans?

Non son forse tremende sinfonie i rombi dei mostri che sul mondo, da cielo terra mare, seminano morte?

   Solo diversi i suoni, diversi i ritmi.

   Caduta delle ultime illusioni.

   Ancora non t’arrendi, Sforza?

   Non odi sui mondi squillare le trombe dell’apocalisse?

*

   Balugina appena in questo giorno della fuga di Proserpina dal talamo inverecondo di Ade: sparita è la notturna caligine, il cielo sfavilla del suo più azzurro splendore.       È dunque davvero Primavera. Ne annuncia a voce spiegata Madre Natura in ogni suo aspetto il ritorno: 'Persefone risorse e il mondo infiora / Pan non è morto, non è morto Pan!'.

   Solo Procne tace. Non ne scorgo i voli arabescanti in cielo, non mi giunge rasserenante il suo garrire.

__________________

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 
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Miscellanea

Post n°1161 pubblicato il 28 Marzo 2023 da giuliosforza

 

 

1060

    Assisto giorno per giorno con impotenza curiosità e rodimento allo spettacolo osceno del mio ineluttabile disfacimento. Non v’ha pace pei morituri.

 

*  

   Stamane, dopo l’ennesimo sogno turbolento, ho il muscolo cardiaco non in gola ma nelle orecchie. Che fastidio. Il Cuore invece chissà in quale anfratto del mio io profondo si è perduto. Non lo avverto più, arido di linfa e sangue.

   Quando il mio muscolo cardiaco si ridesta con tutte le sue irregolarità, lo avverto pulsare confuso tra i fischi i ronzii i rombi gli acufeni di ogni sorta dell’orecchio sinistro che dissero assolutamente morto, ma, paradosso, non tanto da non sentire se stesso Non era dunque già da quindici anni il mio udito sinistro defunto, fulminato da un microtrombo? Fallacia degli otorinolaringoiatri e della loro scienza. Come di tutto al mondo, del resto. Più onesta la meta-scienza o meta-fisica del ‘tutto nel mondo è burla’? O del da incubo, tragico, diabolico, non vano, ahimé, sognare?

   *

   Una quarantina di anni orsono mangiai un’ottima frittura di pesce su un trabocco di Vasto con una collega di commissione. Stanotte ho rivissuto in sogno l’evento, stessa collega, stessa ambientazione, stessi commensali, stesso giorno, stessa ora. Fu sogno allora o è stato sogno stanotte? Così è (se vi pare).

   Così è (se vi pare) sta trasmettendo adesso rai5. Non amo i giochi, i grovigli, i sofismi pirandelliani.  

*

   Scopro con piacere che il Cadet-Rousselle in tenuta da guascone, quello della mia porcellana limosina, impugna un massiccio bastone a forma di serpente, ma molto meno raffinato di quello da me ricavato da un ramo di castagno sepolto da secoli sotto un cumulo di letame nella stalla ‘ ‘e Giulio ‘e Mottabbruscio’.

 *

Pongo mano in questi giorni a due progetti impegnativi: il quarto volume di Dis-Incanti (il terzo è da poco venuto alla luce), e una breve autobiografia dedicata esclusivamente ai miei rapporti con la Signora che sopra tutte, ricambiato, ho amata, che non ho mai tradito (tranne allorché s’abbassa a umiliarsi consentendo il sacrilego esilio dell’organo e le volgari schitarrate nelle Chiese, così offendendo se stessa in primis e i suoi più grandi cultori nell’ambito del sacro, da Pierluigi a Perosi): Frau Musika. Come dovessi campare mill’anni! L’autobiografia si intitolerà: “Io e la mia unsterbliche Geliebte: Frau Musika, evidente omaggio all’‘Amata immortale’ (amore irrisolto, come tutti gli amori irrisolti destinati a durare in eterno) della famosa lettera di Ludwig.

*  

   Balugina appena in questo giorno della fuga di Proserpina dal talamo inverecondo di Ade: sparita è la notturna caligine, il cielo sfavilla del suo più azzurro splendore. È dunque davvero Primavera. Ne annuncia a voce spiegata Madre Natura in ogni suo aspetto il ritorno: 'Persefone risorse e il mondo infiora / Pan non è morto, non è morto Pan!'.

   Solo Procne non l’ode. Non ne scorgo i voli arabescanti in cielo, non mi giunge rasserenante il suo canto.

   E me lo annuncia anche Taube che proprio in questo istante trova un varco tra la tenda abbassata e il muro del mio verone, e viene a posarsi vicino vicino alla finestra dello studio, e a beccare, ogni tanto alzando lo sguardo verso di me, tra il terriccio del vaso rialzato entro il quale ancora resiste parte del per metà secco, riarso dal feroce solleone dell’anno passato, mandarino cinese. Per molti anni ogni giorno la mia diletta deutsche kleine Taube volava, senza bisogno di essere invocata, da me, ma da molto, troppo tempo era sparita. Io per mio conto non passa giorno che ancora non la invochi. Che sia dunque lei quella che gurrt e pickt stamane dentro il vaso di quel che resta del mio diletto Kumquat, alias Fortunella Margarita? Che sia finalmente tornata da me riappacificata a darmi il Guten Morgen? Speranzoso esco per salutarla, incautamente batto le mani, vola via impaurita per, una volta io rientrato, tornare, posarsi sul davanzale della finestra trasparente come cristallo e fissarmi quasi a volermi parlare. Ecco, attraverso il vetro davvero mi parla, mi tuba parole che ben comprendo, o mi illudo di comprendere, poi un ultimo più intenso sguardo e riprende il volo verso i suoi cieli oggi cupi.

   Un Auf Wiedersehen, mia immortale Colomba?

   O un crudele definitivo Abschied?

*

   Verone Verona. Che strana coincidenza! Che Verona derivi da Verone? In realtà Verona sembra coincidere col suo Verone più che con la sua Arena, e che ne abbia preso il nome solo con una minima variazione vocalica. Etimologia bislacca? Sarà, ma a me piace pensarla così.  È più romantico e anche più giusto: Giulietta frutta alla bella Città molto più delle sue Arene e dei suoi pandori.

*

   Puccini, La Rondine (libretto di Giuseppe Adami). Un’opera di cui ho dalla prima giovinezza, prima ancora che di essa nulla sapessi, nell’orecchio una canzone che trovai nel mio Nuovo Canzoniere Italiano Signorelli, Milano 1951.

Nell’Opera la canzone è affidata a una ‘Voce lontana’:

“Nella trepida luce d'un mattin

m'apparisti ricinta di rose...

E ti vidi leggera camminar

seminando di petali il ciel.

Mi vuoi dir

chi sei tu?

- Son l'aurora che nasce per fugar

ogni incanto di notte lunar!

- Nel amor non fidar!”.

   Opera di cui di sbagliato trovo solo il titolo. Ché la vicenda della cortigiana Magda, vista con occhi disincantati non si conclude con un libero volo, ma con una ricaduta a precipizio nel peggiore degli stati femminili: quello della mantenuta.

*

   Leggo che Antonio Ghislanzoni, altro librettista  di Verdi, tra l’altro dell’Aida, morì nel a 1893 69 anni e ricevette sepoltura nelCimitero monumentale di Lecco. Nella sua vita prese posizione a favore della cremazione, a proposito della quale aveva scritto un efficace epigramma. Eccolo:

 

 

«Contro il sistema della cremazione 

Protestano con ira i collitorti
gesuiti ed i preti retrivi; 

Noi non cremiam che i morti,
La 
Santa Inquisizione  

Preferì sempre di cremare i vivi.» (da Libro proibito)

 

   Epigramma in fondo non cattivo, perché non fa che registrare una verità. Molto più …epigrammatico, perché cattivo, uno mio di qualche anno fa che trovò posto in L’Èvità:

È morto Mario Luzi novantenne / L’italica Calliope ne esce indenne.

   Da allora non smetto mai di chieder perdono alla memoria del grande e pio personaggio di Sesto Fiorentino, grande poeta e non solo, anche drammaturgo, critico letterario, traduttore e critico cinematografico e, a novant’anni, ahimé, senatore a vita della Repubblica.

   Una brutta fine.

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  Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 
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Il Torquemada di Gianfalco (Giovanni Papini). L'Inno degli A. C. S. .

Post n°1160 pubblicato il 14 Marzo 2023 da giuliosforza

   1059

   Fui in gioventù, tutti i miei lettori lo sanno, grande ammiratore, amico, e persino corrispondente di ‘Gianfalco’, pseudonimo di quell’iconoclasta che risponde al nome del fiorentino Giovanni Papini. Lo restai anche dopo il famoso Agosto della Verna, il monte delle Stigmate (anche delle sue, metaforiche) quando fece scandalo indossando il cordiglio per diventare membro del Terz’Ordine  francescano, convertirsi a un Cattolicesimo sui generis (ultraconservatore e rivoluzionario insieme, una sorta di strano fondamentalismo, diremmo oggi, da crear molti problemi alle Gerarchie ecclesiastiche, soprattutto con la sua fortunatissima Storia di Cristo e con Il Diavolo nel quale sostiene la  possibile riassunzione del ‘’Portatore di Luce’ fra le schiere celesti) senza per altro  perdere becco e artigli, solo cambiando  obiettivi;  e gli restai ammiratore e amico fino a dopo la morte avvenuta nel ’56. Con gli anni divenni un poco più critico, ma non lo tradii mai, lo difesi al tempo della lunga damnatio memoriae, attaccai su un quotidiano nazionale il silenzio colpevole della sua nipote prediletta Ilaria Occhini, bellissima donna e grande attrice, ma vigliacchetta, soprattutto dopo il suo matrimonio con La Capria; lo amai  anche quando il cordiglio io lo tolsi, per intraprendere un cammino del tutto opposto a quello dantesco e suo. Ma oggi, rileggendo con altro spirito, sul  suo postumo Giudizio universale, le pagine dedicate al domenicano spagnolo Torquemada, il terribile, famigerato, sanguinario giudice inquisitore da non confondere con l’omonimo zio cardinale che fu anche vescovo di Albano e Palestrina nonché Amministratore apostolico di Subiaco e dei suoi monasteri benedettini (il che me lo rende simpatico e quasi famigliare, avendo io svolto molta della mia attività culturale para-accademica in quei luoghi), non riesco a soffocare un’immensa rabbia,  ci scopro una malcelata connivenza. Gliele darei di santa ragione, pur senza usare, la cosa mi ripugna, nei suoi confronti la legge del taglione o del contrappasso facendogli soffrire le stesse pene da Torquemada inflitte agli eretici: non lo scorticherei, non lo scarnificherei, non gli trafiggerei la lingua con la mordacchia, non lo squarterei, non loro farei a pezzi per infine gettare i brandelli alle fiamme: mi accontenterei, memore dell’antico amore, di una bella ‘scrullata’, come si dice efficacemente dalle mie parti.

Torquemada:   

   “L’ipocrita rappresaglia dei ribelli e l’imbecillità lagrimante delle plebi mi raffigurò, sulla terra, come un rosticciere infernale vestito da frate che per fanatismo frenetico e feroce ambizione si compiaceva di mandare alle fiamme turbe d’innocenti.

   “In verità io fui sempre ispirato, nel mio terribile ufficio, dal bene della società civile in terra e dalla salvezza delle anime per la seconda vita. L’unità spirituale del popolo è necessaria alla pace e alla prosperità delle nazioni; senza ordine e giustizia anche l’esercizio della virtù diventa ai più quasi impossibile. Se non v’è unità di fede, concordia di spiriti, non vi può essere neppure quell’unità morale e politica ch’è condizione prima del bene comune. Io feci dunque opera necessaria condannando coloro che tentavano di incrinare e di rompere questa unità. Gli ebrei non eran soltanto i discendenti dei deicidi, ma son d’altro sangue d’altro culto d’altra indole, in tutto contrari alla natura dei popoli cristiani. I mussulmani erano invasori infedeli, nemici del nome e dell’impero cristiano. Gli eretici erano ancor meno scusabili perché si sottraevano insieme all’autorità del pontefice e a quella del re.

   “E tali estirpazioni degli ostacoli del beneficio supremo dell’unità non eran contrarie allo spirito dell’Evangelo, come i calunniatori andavan gridando: Una parabola famosa comanda al contadino savio di strappare il loglio ch’è cresciuto fra il grano e di buttarlo nel fuoco. E Gesù consigliò anche di gettar via l’occhio o di tagliar la mano ch’era di scandalo. Quando lo scandalo è nel pensiero, cioè nella testa, non v’è altro rimedio allo scandalo che la morte: tremenda necessità ma necessità.

   “Io fui il contadino solerte e ubbidiente che si studiò di togliere l’erbe velenose dal buon frumento della Cristianità.

   “E poi la verità cristiana mi apparve così chiara ed evidente, scaturita dalla Rivelazione, confermata dalla Ragione, comprovata dalle profezie e collaudata dai miracoli che nessun uomo sano di spirito e puro di cuore poteva negarla e rifiutarla. Gli oppositori, i fuorusciti, i rivoltosi li giudicai in mala fede, cioè in colpa più che in errore. Erravano perché volevano errare, conoscevan la luce e sceglievano deliberatamente le tenebre. Non erano dunque sol da compiangere, come coloro che per debolezza di mente son sedotti dall’errore, ma da riprovare e detestare perché tratti all’errore da pertinace malizia e determinata volontà. Attraverso la tremenda purificazione del fuoco io salvai per sempre le loro anime. Col tormento di poche ore le sottrassi ai tormenti eterni. La dura espiazione terrena li rese degni dell’indulgenza celeste. Consegnai al fuoco le carni mortali per salvare le anime immortali.

   “Il mio compito era arduo e grave e ho sofferto per l’ostinazione e la sofferenza degli eresiarchi assai più che costoro non potessero immaginare. Anche io fui creatura umana, anch’io ebbi un cuore, anch’io fui tentato di continuo dalla pietà. Nel mio interno vi fu sempre accanito conflitto fra i miei doveri di preservatore della fede e i miei impulsi di perdono e talvolta da questi impulsi fui vinto E segretamente piansi quando dovetti condannare e segretamente fui lieto quando potei assolvere. Ma di tutto quel che feci per difendere l’unità minacciata, necessaria all’uman genere, non mi pentii né mi pento.

Angelo:

   “Se’ tu veramente sicuro che a quell’acerrima difesa dell’unità non ti movessero anche ragioni temporali e calcoli politici? E se’ tu davvero certo che nella tua natura non vi fosse, forse a tua insaputa, una compiacenza morbosa dei terrori e dei tormenti altrui, una punta d’orgoglio per la paura che ispirava la tua potenza, qualche speranza di tornaconto o almeno di fama?

Torquemada:

   “E non sai tu quanto sia pauroso il timore di colui ispira il terrore? E non ricordi che per l’opera mia non raccolsi che il disprezzo e l’odio di molti in vita e perpetua infamia dopo la morte? Io fui, se peccai, la maggior vittima del mio peccato”.

    Parole non ci appulcro. Sono fresco di una rilettura di Voltaire, e s’immagini con quale animo io mi trovi. Non proprio quello più adatto per accettare i sofismi e i cerebralismi (astuzie, trappole dialettiche nelle quali non cado) che Papini mette in bocca all’angelo per cercare attenuanti al comportamento del carnefice di Salamanca.

*

   Nunc est ridendum.

   Sto lavorando a un libretto di memorie che riguarda i miei rapporti con l’'Amata Immortale' (plagio, ma son certo del suo perdono, il Ludwig del 'Testamento di Heiligenstadt', che contiene, tra l’altro, la famosa 'Briefe an die unsterbliche Gelibte') e tra le mie composizioncelle giovanili trovo un ‘'Inno degli A. C. S. dedicato al Col. Renato Prato". Lo so che siamo in tempo di guerra (il mondo ne è pieno, non solo in Ucraina) e non c'è assolutamente nulla da ridere. Ma questa la devo raccontare.

Quando tardivamente (come tanti altri laureati che avevano frequentato corsi di specializzazione post lauream, in Italia e all’estero, o semplicemente fuori corso) fui richiamato 'sotto le armi' e destinato a San Giorgio a Cremano al corso A.C.S. (Allievi Comandanti di Squadra, chiamati ad ‘elevare la qualità dei sottufficiali’, si diceva, ‘signorine dell’esercito’, per quanto riguardava quelli come me destinati alle telescriventi, si celiava), il capitano della nostra Compagnia mi chiese di scriverne l'inno, parole e musica. Ed io mi prestai. Ne venne fuori una marcia stile Fascio: da balilla avevo appreso a mente tutte le canzoni del regime e la cosa non mi fu difficile. Non ricordo se riuscimmo mai a eseguirla; ricordo bene invece che i miei commilitoni, chi medico chi avvocato chi ingegnere chi matematico che fisico chi filosofo chi psicologo ecc. erano quasi tutti stonati come campane, e più d'uno, potenziale obiettore di coscienza, si rifiutava non solo di sparare, ma anche di cantare. E alle prove al pianoforte si rideva tutti a crepapelle tra battutacce e sfottò. Ora voglio che ridano anche i miei cinque lettori, soprattutto alle parole, gonfie di una bolsa retorica impossibile da sopportare. Non ho inserito tali parole fra le mie raccolte poetiche per pudore, ma forse ho fatto male, perché 'factum infectum fieri nequit'. La tonalità era La maggiore per la strofa, Re maggiore per il ritornello, e le parole erano le seguenti:

Strofa:

   "Con note squillanti la nostra fede cantiam, / siam virgulti turgidi e al vento opponiam / un'impavida / una indomita / volontà di pugnar. / I nostri cuori alieni da viltà / nutrisce il culto della verità. / Maturiamo di linfe pregno e vigor / per la Patria un immortale allor".

Ritornello:

   “Sorte avversa e rio dolor / vincerà il nostro valor; / non intimida, / non invalida / furia ignobile il nostro ardor. / Capisquadra in alto i cuor / le pupille fise al sol. / Non dei timidi / sol dell’aquile / s’offre libero all’etra il vol.

Riuscito a terminare il servizio militare pochi mesi anzi tempo per l’intervento di un personaggio eminente, padre di una futura nota giornalista rai, che mi aveva chiesto un aiutino nella preparazione di un esame universitario per la figlia (io ero all’epoca assistente volontario a Magistero, mi arrabattavo in un liceo serale privato per studenti lavoratori onde sopravvivere, e attendendo la scadenza regolare della naja avrei perso l’anno scolastico: prospettiva tragica, tanto più che nello stesso anno avevo commesso la pazzia di convolare a nozze) potei finalmente anche dedicarmi alla mia passione ludica predominante, la direzione di un coro polifonico amatoriale al quale, fra le tante cose serie proposi, per divertimento, anche l’Inno, che cantammo per altro senza le parole, esse sostituendo con un irriverente pa parapapà pa parapaparapapà, e non dico lo spasso.

   Ma della melodia non ero e non sono del tutto scontento, e il grave è che nemmeno me ne vergogno. Peccato non sia in grado di riprodurla qui. Son sicuro che piacerebbe un pochino anche a voi che scontate i vostri peccati leggendo, ormai quasi quotidianamente (ma sono scusabile: prossimi al termine della corsa si accelera, 'motus in fine velocior'!) le mie paranoie (ma anche un poco, ammettetelo, dianoetiche e metanoetiche). La potrei addirittura trasformare in un Inno di qualche associazione religiosa, tipo l’Inno dell’Azione Cattolica della mia infanzia (musicato da Mario Ruccione, autore anche di famose canzoni fasciste tra cui 'Faccetta nera piccola abissina') la cui prima strofa iniziava con “Qual 'falange' di Cristo Redentore” ecc, e il cui ritornello suonava : “Bianco Padre che da Roma ci sei 'meta' 'luce' (qualcuno di noi più birbone sostituiva luce con duce) e 'guida', in ciascun di noi confida, su noi tutti puoi contar. Siamo 'arditi' della Fede, siamo 'araldi' della Croce, al tuo 'cenno' alla tua 'voce', un 'esercito' all’Altar. Ritmo e spirito bellicoso in Bianco Padre e nel mio Inno coincidono, come è evidente dalle parole cui ho dato rilievo nell'unico modo in fb possibile.   Sarebbero indifferentemente intercambiabili ed eseguibili in Piazza San Pietro e in Piazza Venezia indifferentemente.

Ma qui mi fermo per non rischiare due denunce, una per apologia di fascismo, una per oltraggio alla religione.

   E io vorrei crepare, se possibile, in pace!

P. S.

   Che fine ha fatto l’INNO’, mi si chiede?

   Non è che, come in internet si vendono i tuoi libri, quelli di cui sei autore ma cui non desti un editore, che stampasti in un limitatissimo numero di copie 'tuis impensis' perché destinati in tuo ricordo ad amici ed ex allievi (begli amici, begli allievi), così qualche Compagnia dell’Esercito della Repubblica abbia cancellato il tuo nome dall’Inno e se ne sia appropriata? In questo caso, rispondo, ne andrei veramente orgoglioso. La nostra Repubblica, che fedelmente servii spedendo giorno e notte dispacci d’ogni genere di ministri sottosegretari e onorevoli vari a sindaci parroci polizia e carabinieri, non è certo la ‘Repubblica degli stracci’ che al mio paese, fino a poco tempo fa, un vecchio centenario nostalgico del Papa Re scherniva in una irriverente filastrocca '(varavaccìccì varavaccccì la repubblica degli straccìccì'). Il Vegliardo si riferiva alla Repubblica romana di mazziniana memoria! Tutt’altra cosa è la nostra Repubblica, vivaddio. Ripeto, ne andrei orgoglioso, sinceramente orgoglioso. E non sto scherzando.

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   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 
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Janacek, La piccola volpe astuta. Grido di dolore. Trilussa,Ninna nanna de la guera

Post n°1159 pubblicato il 26 Febbraio 2023 da giuliosforza

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   Così dalla rete:

   “Uno dei capolavori del compositore ceco Leos Janacek: è “La piccola volpe astuta”, tratto dal romanzo di Rudolf Tesnohlidek, che Rai Cultura propone giovedì 16 febbraio alle 10 su Rai 5, nell’allestimento andato in scena al Teatro Comunale di Firenze del 2011.

 L’orchestra e il coro del Maggio Musicale Fiorentino sono guidati dal grande direttore giapponese Seiji Ozawa. Composta nel 1924, l’opera rappresenta il sentimento di fiducia nella natura, fonte di libertà e autenticità. L’allestimento del regista francese Laurent Pelly restituisce alla perfezione la dimensione favolistica del lavoro. Cona interpretazione di Isabel Bayrakdarian.

….

   Le avventure della volpe Bystrouška, meglio conosciuta come La piccola volpe astuta, è un’opera in tre atti di Leoš Janáček. Il libretto, dello stesso compositore, è basato su una storia a fumetti apparsa sul quotidiano Lidové noviny disegnato da Stanislav Lolek, a sua volta basato da un racconto di Rudolf Těsnohlídek.

   L’ispirazione per la composizione dell’opera venne offerta al compositore dalla domestica Maria Stejskalova, assidua lettrice del quotidiano locale Lidové noviny.[1] Sfogliando il giornale, Janáček si imbatté nelle puntate del romanzo per ragazzi La volpe Bystrouska di Rudolf Těsnholídek, illustrato da Stanislav Lolek.

   Il compositore, che da tempo meditava sul tema del conflitto tra uomo e natura, sollecitato anche dalla letteratura del proprio paese (Kafka in primis), decise di mettere in musica lo strano soggetto, un vero unicum nella produzione operistica mondiale, eguagliato solo in parte dal fiabesco (che

debutterà l’anno dopo quest’opera) L’Enfant et les sortilèges di Maurice Ravel.  Dopo alcuni incontri con Těsnholídek, Janáček lavorò alla composizione della nuova opera tra il 1922 e il 1924, e nel novembre dello stesso anno l’opera è rappresentata per la prima volta al Teatro Nazionale di Brno. L’opera è una delle più conosciute del compositore ceco, ed appare frequentemente nei repertori dei teatri mondiali. Dell’opera esiste anche una Suite sinfonica, curata da Václav Talich, amico e collega del compositore.

   La traduzione letterale del titolo Příhodi lišky Bystroušky è Le avventure della volpe Orecchiuccio-aguzzo. Alla prima rappresentazione italiana, avvenuta alla Scala nel 1958, l’opera è stata proposta al pubblico con il titolo Le avventure della volpe Briscola. In seguito a un’altra rappresentazione scaligera, avvenuta nel 2003, il titolo appare nei cartelloni italiani col titolo La piccola volpe astuta”.

   Confesso che la visione della favola di Janacek in TV ha rappresentato per me una vera novità. Avevo iniziato a frequentare il compositore ceco  all’epoca del nostro (mio e della mia immortale Maria Teresa Luciani) ‘Laboratorio di Educazione all’Ascolto’, per altro mai spingendomi  oltre la Marcia Funebre, Taras Bulba e Pellegrinaggio dell’anima. Ma sicuramente mi inganna la memoria. Sarebbe stato strano che Maria Teresa, sensibilissima ai problemi educativi dell’infanzia (aveva, dopo essersi laureata, per molto tempo insegnato nelle elementari e in una classe di bambini oncologici ricoverati al ‘Bambin Gesù’, fino a quando non ne richiesi il comando presso la mia cattedra di Pedagogia Generale) proprio la bella favola trascurasse. Quel che ne ho visto in questi giorni me la fa preferire in freschezza a L’Enfant et le sortilège raveliano: una vera festa della Natura tutta che anche la realistica scenografia esalta, evidenziandone l’implicita concezione filosofica che la sottende: la celebrazione dell’unità, panteisticamente intesa, del Creato, che nemmeno la volpe astuta con tutti le sue furbesche prevaricazioni riesce a sconvolgere.

   Una vera festa anche per il bambino novantenne per il quale crescere, come vuole l’assunto della favola di Richard Bach, non è uscire d’infanzia. 

*

   Grido di dolore.

   Mi viene segnalato da più parti che copie delle mie raccolte poetiche (Canti di Pan e ritmi del thiaso, L'Evita', Aqua Nuntia Aquae Iuliae) che non sono in commercio avendole io stampate a mie spese per farne dono-ricordo agli amici, si trovano in vendita in Internet. La cosa prima che offendermi mi affligge: begli amici coloro che fanno mercato d'un atto di stima d'amicizia e d'amore! Dei miei libri, quelli che non recano indicazione di casa editrice sono proprietà dell’Associazione Culturale di Varia Umanità e Musica 'Vivarium' e in copertina recano, in luogo dell’Editrice, l'indicazione 'Metanoesi'. Ve ne prego, se i miei libri non vi piacciono dateli alle fiamme, condannateli con me al rogo, ma non vendeteli! Non umiliatemi fino a questo punto, non fatene mercato, non fatene 'mammona d'iniquita'!

   Qualche commento:

Gianni Andrei:

   Inquietante! Ecco l'amicizia... La mia forte solidarietà.

Francesco Santoro:

   Sicuramente è stata letta e per atto di generosità hanno voluto condividere e diffondere il suo pensiero. Un abbraccio affettuoso.

   Paolo Statuti:

   Caro Giulio, dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi Dio! 

Maurizio Cara:

   Sono senza parole!

   Ecco alcune offerte della Rete:

   https://www.lafeltrinelli.it/libri/autori/giulio-sforza

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Giulio Sforza:

   Di Vitam impendere Pulchro, che è dell’editrice Anicia, hanno cambiato addirittura copertina e titolo introducendovi uno strafalcione, scrivendo imprendere anziché impendere!

   Fio Rella

   Presso alcune case editrici è un fenomeno purtroppo diffuso, si appropriano dei testi ad insaputa degli autori. Amazon addirittura li fa ristampare all’estero in formati spesso bruttissimi. La vendita su ebay o altre piattaforme da parte di privati dei tuoi libri è deplorevole, anche perché contengono dediche…non dispiacerti, chi li comprerà avrà scelto di averti con se’.

Catia Di Nicola

   incredibile! 

Giustina Marta

   Pazzesco!!!

   …non ragioniam di lor, ma guarda e passa...

   …questo però già lo sai! Un abbraccio di solidarietà! Ieri le indimenticabili Bruniadi 

   A tutti i nostalgici delle nostre serate bruniane e dei nostri goliardici "brindisi libertini", dal Gianicolo, "sulla Roma addormentata dei necropompi, dei necrofori, dei tafei" dedico questo ricordo di:

   “MARTEDI 17, CDXV del Rogo, intorno alle 16, sarò, con qualsiasi tempo, al Campo de' Fiori presso il Suo monumento. Sarebbe per me una grande gioia incontrarvi qualcuno di voi.

*

   Trilussa

   INNA NANNA DE LA GUERA

   (1914)

   Ninna nanna, nanna ninna,

   er pupetto vò la zinna:

   dormi, dormi, cocco bello,

   sennò chiamo Farfarello

   Farfarello e Gujermone

   che se mette a pecorone,

   Gujermone e Ceccopeppe

   che se regge co le zeppe,

   co le zeppe d’un impero

   mezzo giallo e mezzo nero.

   Ninna nanna, pija sonno

   ché se dormi nun vedrai

   tante infamie e tanti guai

   che succedeno ner monno

   fra le spade e li fucili

   de li popoli civili.

   Ninna nanna, tu nun senti

   li sospiri e li lamenti

   de la gente che se scanna

   per un matto che commanna;

   che se scanna e che s’ammazza

   a vantaggio de la razza

   o a vantaggio d’una fede

   per un Dio che nun se vede,

   ma che serve da riparo

   Chè quer covo d’assassini

   che c’insanguina la terra

   sa benone che la guerra

   è un gran giro de quatrini

   che prepara le risorse

   pe li ladri de le Borse.

   Fa la ninna, cocco bello,

   finchè dura sto macello:

   fa la ninna, chè domani

   rivedremo li sovrani

   che se scambieno la stima

   boni amichi come prima.

   So cuggini e fra parenti

   nun se fanno comprimenti:

   torneranno più cordiali

   li rapporti personali.

   E riuniti fra de loro

   senza l’ombra d’un rimorso,

   ce faranno un ber discorso

   su la Pace e sul Lavoro

   pe quer popolo cojone

   risparmiato dar cannone!

*

Dedicato ai miei amici enofili:

“Lo dolce ber che mai non m’avria sazio” (Purg., XXXIII, 128)

Marco Bertelli

Non troppo enofili, però. 

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   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 
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