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Il contagio dannunziano. Parte prima

Post n°977 pubblicato il 12 Marzo 2018 da giuliosforza

Post 897

Nel 2013, in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dannunziano, tenni per gli amici di un circolo culturale di Civitavecchia un discorso che riporto qui senza mende. E’ il mio modo di onorare oggi il 158° compleanno del Pescarese.

IL CONTAGIO DANNUNZIANO*

 Chàirete Dàimones!

A voi il mio saluto classico, e con esso il saluto di Colui dal quale l’appresi, il “Folle” di Röcken, quel Friedrich Nietzsche (“il Barbaro enorme/ che risollevò gli iddii sereni/ dell’Ellade su le vaste porte/ dell’Avvenire”) che del panico Ermapollodionisio pescarese (mio è l’endecasillabo), fu Maestro fra i maestri; al nome del quale, e non certo solo per l’ode celebrativa “Per la morte di un Distruttore”, il suo nome sarà per sempre legato, alla cui Ombra sarà la Sua in eterno inseparabilmente unita, due corni della tessa fiamma, come  l’Ulisse e il Diomede danteschi.

Mi fu data l’opportunità di provare a contagiare della mia passione dannunziana un numerosissimo ed attentissimo pubblico di adolescenti e di giovani, o di spirito giovani, nel nobile liceo intitolato al Vate nella “sua” Città, sulle sponde del “suo” fiume, l’undici marzo scorso, vigilia dell’Anniversario. Ancora caldo e carico di quella grande emozione, una tra le più forti e grandi, se non la grandissima, della mia vita (ché, pur se numerose altre volte abbi occasione di celebrare il vate,  mai mi sarei atteso dagli dei il dono di poterlo fare di fronte ad una platea di adolescenze in fiore nella pienezza della mia ancor vigile vecchiezza, non ancora perciò turpe e tediosa) eccomi ora a voi con l’intenzione di tentar di plagiare, se ce ne fosse bisogno, anche voi della mia passione per Colui che un critico ed uomo politico cattolico, Domenico Magri, in anni in cui pur il solo pronunciare il nome di D’Annunzio era ritenuto blasfemo, ebbe l’animo di celebrarlo, con le parole dal Manzoni  dedicate alla memoria del Còrso (“qui, nell’ode d’Hugo, plus grand que César, plus grand même que Rome/ absorbe dans son sort le sort du genre humain”) come Un di coloro in cui volle Iddio “del creator suo Spirito/ più vasta orma stampar”.

 

Sono qui a dirvi liberamente, senza ritegni, senza remore, senza freni, se non qualche fren dell’arte, affabilmente ma anche affabulatoriamente, ai limiti del cialtronesco (non è forse sfarzo anagramma di Sforza?) della mia  ormai pressoché centenaria passione dannunziana, del mio invasamento, della mia possessione.

Non sono un “esperto” di D’Annunzio, non sono un dannunzista, non sono un filologo, non sono, sia detto senza offesa, uno spulciatore (uno di quelli ai quali dobbiamo la nostra ammirazione e la nostra gratitudine per l’erudita e paziente opera di scavo, di cernita, di ripulitura, di chiarificazione); semplicemente un dannunziano innamorato sono, un “intimo”, anzi intimissimo, di Gabriele, con stigma,  cum labe (et tabe)  originali nunciana conceptus, nato drogato d’abruzzesità e di d’annunzianesimo: come Lui porto “il limo della mia terra (d’elezione) alla suola delle mie scarpe, al tacco dei miei stivali”; i colli e le valli della mia terra equa, dura ed altera come la contigua terra dei Marsi,  respirano abruzzesità con le arie dell’ “Adriatico selvaggio”, del Gran Sasso e della Maiella le quali, travalicati il Sirente, il Velino, i monti della Duchessa, giungono a carezzarli o sferzarli, fresche d’estate, rigidissime d’inverno; ancora l’Ombra del mio possibile avo Muzio Attendolo, fondatore della stirpe sforzesca (potrei aver nelle vene il sangue di uno dei nove figli di Maria da Marzano Contessa di Celano sua moglie) affogato nei turbini del Pescara alle sue foci nel tentativo di strappar loro un suo cavaliero, vaga fra le selve e i monti della mia terra; ancora l’anima di Vittoria Colonna (figlia di  Agnese, figlia di  Battista Sforza e di Federico da Montefeltro, marchesa d’Ischia e di Pescara, confidente e musa ispiratrice -“Un uomo in una donna, anzi uno Iddio”-, nel Cenacolo romano da lei fondato dopo la morte prematura nella battaglia di Pavia del marito Francesco d’Avalos, del solitario di Macel de’Corvi, di Colui che …”nuovo Olimpo/ alzò in Roma ai celesti…”) attraversa con l’Ombra del Sulmonese di stirpe sabella la mia piana del Cavaliere; ancora l’Ombra di Lui, che ebbi ospite assiduo per un trentennio nella casa di via delle Caserme, alla sua casa prossima, messami a disposizione dalla  magnanimità di amici carissimi, colma di Sé, insieme agli Amici di Turingia, i silenzi delle mie stanze romane.

 

Il D’Annunzio di cui vorrei contagiarvi non è certo quello degli stereotipi ricorrenti  che lascio ai cultori di pettegolezzi. Io intendo dirvi di Colui che, come Novalis, intuì il mistero delle cose ed affidò all’arte, che sola ne possiede il segreto, il compito di svelarli; di Colui che fece suo, ed in sé (Orbo veggente, Arcangelo coclite) elevò al massimo grado, spingendolo  fino al parossismo, il programma dall’adolescente Rimbaud (ange ou démon?) affidato al Poeta Veggente: “un long, immense, raisonné dérèglement de tous les sens”; di Colui che, sforzando alle estreme conseguenze il panismo ed il cosmismo bruniani (a loro volta  corollari obbligati delle premesse, cusaniane e copernicane, della Coincidentia oppositorum e del De revolutionibus orbium coelestium, in grado di operare una vera e propria revolutio mentium terrestrium, per le ardite teorie dell’infinità dei mondi, della circolarità dell’essere in cui tutto è centro e periferia, dell’identità di causa creante ed effetto creato, di finito e di infinito, di Dio e Mondo. di Mens super omnia e di Mens insita omnibus: teorie inauguranti l’era dell’immanenza-trascendenza quale tensione interna, eroico furore, “raptamento” atteonico, del particolare che avverte in sé il respiro dell’universale, del Tutto divino che ad ogni ente in cui storicizzandosi si significa conferisce pari divina dignità, fondamento dell’unica possibile ecologia come discorso intorno all’universo mia casa e mio corpo), seppe liricamente rendere (“ par da scorza tu esca”, “sei fatta virente”, heideggeriana, ma già bruniana e nicciana denkende Dichtung, poesia pensante), in tutta la sua vastissima opera, dalle prose e dalle poesie adolescenziali all’estremo, sublime quanto criptico, Libro Segreto o  Cento e cento e cento pagine di Gabriele D’Annunzio tentato di morire, l’invocazione rinascimentale ad una metanoesi e ad una metantropologia che sono ancora tutte, ahimé, di là da venire.  Dell’onnivorace celebratore della Vita voglio dirvi, “dono grande e terribile del dio”, in ogni suo momento ed in ogni suo aspetto, dalla nascita all’odiata vecchiezza, nella gioia e nel dolore, nel bene e nel male, al di là del bene e del male; del curioso insaziabile fino all’estremo anelito, come il Vegliardo dell’incisione giuntalodiana evocata nelle ultime pagine del Libro segreto nella quale un antico Veglio si trascina a fatica col suo girello mentre un cartiglio sulla sua testa recita “Anchora apprendo”; di Colui che nel Notturno confida: “Nulla sfugge agli occhi senza posa attentissimi che la natura mi ha dato e tutto m’è alimento e aumento. Una tal sete di vivere è simile al desiderio di morire e di eternarsi” (parole da incidere, come programma che tutti gli altri annulli, sugli architravi e sugli stipiti delle porte di ogni scuola, dal giardino d’infanzia all’Università); di Colui che con il sindacalista Alceste de Ambris s’inventa nella Carta del Carnaro la più “bella” costituzione del mondo, che tenta in Fiume la costruzione di uno stato etico in quanto estetico, che nei “Fondamenti” (art.14) scrive:

 

“Tre sono le credenze religiose collocate sopra tutte le altre nelle università dei Comuni giurati:

“la vita è bella, e degna che severamente e magnificamente la viva l’uomo rifatto intiero dalla libertà:

l’uomo intiero è colui che sa ogni giorno inventare la sua propria virtù per ogni giorno offrire ai suoi fratelli un nuovo dono:

il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia ben eseguito, tende alla bellezza e orna il mondo.”;

 

che sesta corporazione dice quella comprendente

 

 “il fiore intellettuale del popolo: la gioventù studiosa e i suoi maestri: gli insegnanti delle scuole pubbliche e gli studenti degli istituti superiori: gli scultori, i pittori, i decoratori, gli architetti, i musici, tutti quelli che esercitano le arti belle, le arti sceniche, le arti decorative”;

 

che  prefigura ed auspica la decima (Energeia Euplete Euretria)  come quella non avente

 

arte né novero né vocabolo. La sua pienezza è quella che è attesa come la decima Musa. E’ riservata alle forze misteriose del popolo in travaglio e in ascendimento. E’ quasi una figura votiva consacrata al genio ignoto, all’apparizione dell’uomo novissimo, alle trasfigurazioni ideali delle opere e dei giorni, alla compiuta liberazione dello spirito sopra l’ànsito penoso e il sudore di sangue.

E’ rappresentata, nel santuario civico, da una lampada ardente che porta inscritta una antica parola toscana dell’epoca dei Comuni, stupenda allusione ad una forma spiritualizzata del lavoro umano:

“Fatica senza fatica”;

 

che nel paragrafo “Dell’Istruzione pubblica” scrive (art, 50):

 

“Per ogni gente di nobile origine la cultura è la più luminosa delle armi lunghe…La cultura è l’aroma contro le corruzioni. La cultura è la saldezza contro le deformazioni…Qui si forma l’uomo libero.

Qui si prepara il regno dello spirito, pur nello sforzo del lavoro e nell’acredine del traffico…

 

e all’art. 54:

 

“Alle chiare pareti delle scuole aerate non convengono emblemi di religione né figure di parte politica.

Le scuole pubbliche accolgono i seguaci di tutte le confessioni religiose, i credenti di tutte le fedi, e quelli che possono vivere senza altare e senza dio.

Perfettamente rispettata è la libertà di coscienza. E ciascuno può fare la sua preghiera tacita.

Ma ricorrono sulle pareti quelle iscrizioni sobrie che eccitano l’anima, come temi di una sinfonia eroica, ripetute non perdono mai il loro potere di rapimento.

Ma ricorrono sulle pareti le imagini grandiose di quei capolavori che con la massima potenza lirica interpretano la perpetua aspirazione e la perpetua implorazione degli uomini”;

 

di Colui che nel paragrafo “Della edilità (art. 63) rinnovella il collegio degli

 

Ufficiali dell’Ornato della città” che “impedisce il deturpamento…allestisce le feste civiche di terra e di mare con sobria eleganza…persuade ai lavoratori che l’ornare con qualche segno di arte popolaresca la più umile abitazione è un atto pio….si studia di ridare al popolo l’amore della linea bella e del bel colore…”;

 

di Colui che nel paragrafo “Della Musica”, con cui emblematicamente la Carta si conclude, stabilisce (art. 64):

 

“Nella Reggenza italiana del Carnaro la Musica è una istituzione religiosa e sociale.

Come il grido del gallo eccita l’alba, la Musica eccita l’aurora, quell’aurora…

Intanto negli strumenti del lavoro e del lucro e del gioco, nelle macchine fragorose

che anch’esse obbediscono al ritmo esatto come la poesia, la Musica trova i suoi movimenti e le sue pienezze.

Delle sue pause è formato il silenzio della decima Corporazione…;

 

e nell’art.65, l’ultimo:

 

Le grandi celebrazioni corali e orchestrali sono ‘totalmente gratuite’ come dai padri della Chiesa è detto della grazia di Dio”.

 

     Sfido chiunque a trovare in qualsiasi Costituzione esistente così elevati pensieri e proponimenti più puri, a tal punto sublimi ed impegnativi da essere spinti a pensarne impossibile la realizzazione; sfido chiunque a trovare un testo legislativo che attribuisca alla cultura, all’arte in generale ed alla musica in particolare un tale valore educativo e sociale. Come per il Baudelaire delle Fusées (“la musique creuse le ciel), per  il Verlaine de L’art poétique (“De la musique avant toute chose”), per il Marcel del Quatuor en fa dièse (“La musique dit vrai, la musique seule), per l’estensore della Carta la musica è qualcosa di più di un puro ébranlement nerveux, è ragione partecipativa, è strada diretta all’Essenza, scorciatoia per l’Assoluto, meglio e più della religione e dell’amore. Utopie? Forse, Ma esse son lì, testimonianza di una tensione etica ed estetica che non ha pari in alcun progetto istituzionale di nessuno Paese al mondo.

 

Sono nello scrittore e nell’uomo D’Annunzio (“categoria” in cui lo Spirito, per dirla hegelianamente, si è in maniera unica ed irripetibile spazialmente e temporalmente determinato, “avatar”, per dirla coi linguaggi più accessibili delle spiritualità iniziatiche orientali, in cui il divino si è reincarnato),  un tale bergsoniano élan vital, una tale faustiana tensione (Streben), una tale “romantica” nostalgia (Sehnsucht) d’assoluto che proporlo ad esempio educativo (positivamente “dis-esducativo”, nel mio linguaggio, in quanto de-gregante, affrancatore dal gregge prono) non è provocazione e blasfemia, è dovere. Vivere la vita sub specie Nuncii, mi consentirete questa arditezza, è ritenere il mondo caos, nonsenso, non-essere prima che l’umano-divino soffio dell’Arte (quell’Arte che “sforza il mondo a esistere”, così in Maia) lo vivifichi, prima che la parola dell’artista lo pronunci); è ritenere l’umano pensiero creatore di sé e del mondo, un’operazione, nella sua astrattezza, concreta, nella sua concretezza astratta (“Pensieri scintille dell’Atto/ faville del ferro percosso,/ beltà dell’incude…, ancora in Maia): ché vuoto un pensare che non si traduca in azione, cieca un’azione che dal pensiero non sia illuminata. “Ardire non ordire”, “memento audere semper”, “clausura fin che s’apra, silentium fin che parli”, sono solo tre dei mille motti che il vate a sé propone , e a chi legge la sua opera scritta o fatta pietra, ad incitare l’anima

( segue nel prossimo post)

 
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Antonio Croce. "Filosofie in dialogo. Lina Cavalieri, Ornella Muti

Post n°976 pubblicato il 06 Marzo 2018 da giuliosforza

 

Post 896

Sul finire degli anni novanta svolsi, collegati al mio insegnamento di Pedagogia generale, tre corsi di perfezionamento in Educazione estetica, riservati ai laureati di facoltà diverse in attesa di concorso. Tra i più attenti uditori era un bel giovane dalle fattezze erculee proveniente dall’Accademia di Belle Arti il quale amava ritrarre, colti nei momenti ch’egli riteneva più espressivi, i relatori che più lo ispiravano, tra cui  figuravano, oltre me e i miei collaboratori, personalità illustri del mondo della cultura e dell’arte. fra i quali amo ricordare  in particolare Gianluigi Colalucci, capo-équipe dei restauratori  della Sistina, Mario Maranzana, attore ed intellettuale  raffinatissimo, oltre che grande amico, da me recuperato con fatica alla causa del Vate (storica rimarrà la sua lettura de La figlia di Iorio e di molte liriche di Alcyone), e  il figlio di Aldo Fabrizi Massimo  -della cui morte recentissima solo ora apprendo- autore in quel periodo di una discussa biografia del padre e gestore di un noto ed esclusivo ristorante all’Infernetto: il suo compito era  trattare il tema, non poteva esser diversamente, dell’educazione alimentare come educazione estetica. Me colse e splendidamente ritrasse in un momento di riflessione (s’ascoltrava Mozart, ma i miei pensieri vagavano lontano, molto lontano dalle note della Kleine Nachtmusik) e ne venne fuori un ritratto  di me (che è visibile nel mio profilo FB) realistico e surrealistico insieme, da esso emergendo la mia conturbata natura di quei giorni tempestosi e in esso leggendosi, quasi impudicamente squadernati, i miei più riposti pensieri. Lo considero il mio ritratto ufficiale, il più significativo, al quale vorrei affidata la mia memoria… Antonio Croce, questo il nome dell’artista, autore anche del ritratto di copertina del mio volume di poesia L’Evità che la femminilità intende celebrare soprattutto nel suo aspetto demonico (ché fu cedendo all’invito del serpente e infrangendo l’improbabile divieto di Dio di cibarsi del pomo proibito dell’albero della scienza che Eva spalancò le porte del mondo alla Conoscenza). Il grafico di Croce rivela l’intento mostrando un  serpente in forma di una grande esse (la esse di…Sforza?!) che stringe nelle fauci il frutto proibito e quasi ingloba in sé una  Eva colta di spalle ed offerente la sua pura nudità al policromo sfolgorio di tre immensi Soli.

Varie sono le tecniche d’espressione di Croce e vanno dal classico olio all’acquerello, dalla litografia all’incisione. E vario è lo stile, figurativo quanto basta e quanto basta astratto. Fanno parte della sua più recente produzione sette nature…vive, realizzate con tecniche diverse, che arricchiranno e allieteranno le pareti dell’ospedale pediatrico di Arezzo: Torre in Maremma, Campagna verso Telamone, Follonica Pineta, Paesaggio al Ponte Pisano, Studio di Querce a Montano, Paesaggio a Magliano in Teverina, Paesaggio di Maremma, Poteva darsi più degno e suggestivo ambiente espositivo?.

Non sono un critico d’arte, ma penso di essere un discreto osservatore e fruitore d’arte. Trovo nella produzione di Antonio Croce una sensibilità profonda, un sentimento panico quasi d’annunziano e debussyano per il quale il segno grafico si simbolizza esalando nelle cose e pittura e poesia e musica confondono i propri linguaggi e i colori coreograficamente danzano nella danza corale delle cose. Scrisse il Venosino: Ut pictura poesis. Nella mia personale poetica la musica e la danza irrompono nella similitudine dilatandola: Ut pictura poesis, ut pictura et poesis musica, Ut pictura et poesis et musica chorea. Debbo anche all’arte di Antonio Croce se la mia sensibilità estetica, non abbastanza esercitata nei confronti delle arti plastiche e figurative, ha avuto nei miei tardi anni un risveglio dilatandosi a quel longue immense raisonné dé-règlement de tous les sens  che l’adolescente (ange ou démon?) Rimbaud proponeva a programma del poète maudit.

*

Per la prima volta ho assistito ad una conferenza nella bella sala Vecchi della Università Pontificia Salesiana (PSU,  con facile facezia dai maligni anagrammato in… PUS), ex Ateneo Salesiano, denominazione rimasta per la Piazza antistante, per la Farmacia e per altre attività commerciali dei pressi. Pubblico numeroso e vario, per lo più composto da docenti delle varie università pontificie e da pochi studenti, ed attento. Relatori Cecilia Costa, sociologa a RomaTre, Emilio Baccarini  antropologo a Tor Vergata,  Maria Grazia Lancellotti, dirigente del Liceo Classico Orazio,  Gennaro Cicchese della Lateranense, questi anche in veste di spigliato moderatore. Si presentava un volume largamente già reclamizzato (e già adottato, parola di Costa, per gli oltre mille studenti della sua cattedra) dal titolo importante: Filosofie in dialogo. Lexikon universale: India, Africa, Europa (Mimesis 2017), frutto del lavoro a sei mani di Claudia Caneva, M. Sinsin, S. Thuruthijil. Non avendo il volume con me non ho potuto controllarne di persona lo spessore culturale (lo spessore cartaceo, che m’attendevo, dal titolo, fosse quello d’un dizionario enciclopedico, era invece modesto a guardarsi), soprattutto perché i relatori, come avviene in quasi tutte le presentazioni di libri, son portati a parlare più di sé che del libro, ad usarlo come occasione per pavoneggiarsi, autoelogiarsi,  quando non per gigioneggiare. Mi è parso di capire, dalle poche velocissime esemplificazioni, che si tratta di una analisi filologico-etimologica comparata di non so quanti termini comuni alle tre culture al fine di evidenziarne la radice comune nei vari ambiti linguistici antichi e moderni. Quando avrò il testo tra le mani saprò dirne di più e azzardare una opinione complessiva. Per ora debbo contentarmi di lodare le intenzioni, che sembrano ottime: quelle di iniziare da un discorso linguistico per poi allargarsi ad un discorso etico - politico sul fenomeno complesso della mondializzazione, o globalizzazione che dir si voglia, che agli autori (presumo tutti cattolici, entusiasti di Papa Francesco, evocatissimo nei vari interventi -se si esclude quello molto preciso, documentato,  e letto, per espressa volontà di non perdersi in antididattiche divagazioni distraenti, della Preside del liceo classico Orazio) devono avere giustamente a cuore.

*

Appena rivisto il film del 1955 La donna più bella del mondo, in cui Gina Lollobrigida impersona Lina Cavalieri, la bellissima grande cantante ed attrice romana vissuta tra il 1875 e il 1944, ed uccisa dalle bombe americane nella sua villa presso il nobile collegio femminile di Poggio Imperiale nella sua diletta Firenze. Leggo che fra gli innumerevoli ammiratori di tutto il mondo fu anche il Nostro, che le dedicò una copia de Il Piacere come "alla più bella Venere della terra".  Altra curiosità dannunziana: fu il regista Damiano Damiani a dare alla giovane attrice Francesca Romana Rivelli il nome d’arte di Ornella Muti, in onore dell’Ornella de La  Figlia di Iorio e della Elena Muti de Il Piacere. Sarà per questo che tanto mi piacque e ancora mi piace la sensuale cerbiatta? Onore a Lei, al regista e naturalmente a Lui, che l’avrebbe sicuramente circuita, amata  e celebrata come solo Lui sapeva fare.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 
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Campo dei Fiori, di Milosz. Ode a Bruno (autocelebrazione)

Post n°975 pubblicato il 23 Febbraio 2018 da giuliosforza

Post 895

Non sono andato a Campo dei Fiori per vari motivi, di cui il primo è che gli acciacchi della vecchiezza cominciano a rendermi difficili gli spostamenti in una città caotica come Roma. Il secondo, in realtà  il principale, è che tutte le le manifestazioni di piazza e di massa non mi piacciono, come non sarebbero piaciute allo Scontroso di Nola. Inoltre non amo i ‘liberi pensatori’ dal…pensiero unico ag-gregato, e in tal modo  autorinnegantisi: sono per i ‘pensatori liberi’, anarchici individualisti. Quando con gli studenti realizzavamo le famose (per pochi biliosi famigerate) serate libertine il 17 febbraio, al Campo si faceva gruppo a noi, incuranti del chiasso di bande musicali e di altoparlanti, ci si isolava in un angolo e dopo il veloce omaggio al ’Corrucciato” (ma perché quella tonaca, se l’aveva buttata alle ortiche?), si saliva a gozzovigliare goliardicamente fino all’alba sul Gianicolo e a brindare, da quella storica altura, "sulla Roma addormentata dei necropompi, dei necrofori, dei tafei". Che tempi, amici, in cui con ogni mia energia ero teso a non ridurmi ad un allevatore di cretini! Non sono andato nemmeno, con grande rimpianto, a Nola, dove gli amici del Centro bruniano, prima delle commemorazioni culturale del 17, han festeggiato Bruno, come da anni ormai, con un simposio cultural-gastronomico voluto dall’avv. Paolino Fusco in memoria della  “Cena delle Ceneri", descritta dal Nolano nel dialogo omonimo londinese.  Sono stato presente in ispirito:  ho difatti inviato, perché fosse letta pubblicamente da Rita Alessandra Fusco, esperta d’arte e di Bruno e fine dicitrice, la celebre poesia del Nobel polacco Czeslaw Milosz intitolata Campo dei Fiori, tradotta dall'amico Paolo Statuti, che vive in Polonia, ed è traduttore, poeta, pittore, musicista, come ampiamente testimoniato dalle sua numerose pubblicazioni e dal suo bel blog “Un’anima e tre ali”. La ricondivido oggi anche qui, facendola seguire da quella mia cosuccia neoclassica che fa parte dei Canti di Pan e ritmi del thiaso, di tutt’altro stile, ma forse non del tutto discara al Nolano che in essa compiaciuto si autocelebra.

A Roma in Campo de Fiori
Ceste di olive e limoni,
Selciato con spruzzi di vino
E con schegge di fiori.
Frutti rosati di mare
Ammassati sui banchi,
Bracciate d’uva nera
Sulle pesche vellutate.
Proprio su questa piazza
Fu arso Giordano Bruno,
Il boia accese il rogo
Fra il popolino curioso.
E appena il fuoco si spense,
La folla tornò a bere,
Ceste di olive e limoni
Sulle teste dei venditori.
Rammentai Campo de Fiori
A Varsavia presso la giostra,
Una chiara sera d’aprile,
Al suono d’una gaia orchestra.
La musica soffocava
Gli spari dal ghetto,
Volavano le coppie
Alte nel cielo terso.
A tratti il vento alle fiamme
Strappava neri aquiloni,
E la gente ridendo
La fuliggine afferrava.
Gonfiava le gonne alle ragazze
Quel vento dalle case in fiamme,
Scherzavano liete le folle
Nella domenica festosa.
Si dirà che la morale
E’ che a Varsavia o a Roma
La gente si diverte, ama
Incurante dei martiri sul rogo.
Oppure si vedrà la morale
Nella fugacità delle cose
Umane, nell’oblio che nasce
Prima ancora che il fuoco cessi.
Io invece pensavo allora
A quelli che muoiono soli,
Pensavo che quando Giordano
Salì su quel patibolo,
Non trovò nella lingua umana
Nemmeno una parola
Per dire addio all’umanità,
L’umanità che restava.
Già correvano a ubriacarsi,
A smerciare bianche asterie,
Ceste di olive e limoni
Recavan nel gaio brusìo.
E lui era già distante,
quasi fossero secoli,
La sua scomparsa nel fuoco
Essi attesero appena.
Di questi morenti, soli,
Già obliati dal mondo,
Anche la lingua ci è estranea,
Come lingua d’antico pianeta.
Finché tutto sarà leggenda
E allora dopo tanti anni
Nel nuovo Campo de Fiori
Un poeta accenderà la rivolta.
(1943, Varsavia)


Bruno nolano sono,
l’achademico
di nessuna achademia. La tristezza
è la mia gioia (come in Michelagnolo
la mia allegrezza è la malinconia,
e mio conforto son questi disagi”).
Vado lottando contro
i babbuini 
eterocliti , i natural coglioni
le bestie tropologiche, i menchioni 
morali e contro gli asini anagogici.
Un grandissimo nutro desiderio
di conoscer costumi nuovi e ingegni
e nuove verità, di cognizione
per confirmar buon abito, di cosa
mi manchi per accorgermi e cercare.
Un
eroico furore mi possiede
di cogliere nel mondo le fattezze
di Dio e d’esperire l’infinito
dentro il finito e nel particolare
l’universale, infine tutto in tutto.
Con l’aiuto di Lullo il pane frangere
della scienza vorrei per ogni pargolo.
In Dio
coincidentia oppositorum
le contraddizioni del reale
risolvo ed intelletto universale
lo predico; lo canto un intelletto
uno e medesimo che tutto riempie,
che l’universo illumina e indirizza
la natura a produrre le sue specie
sì come si conviene; e dico artefice
interno perché
forma la materia 
e la figura dal di dentro, come
da dentro il seme e da radice manda
esplica il stipe e il stipe poi da dentro
i rami caccia. Mens insita omnibus
predico Iddio e
Mens super omnia
(questo residuo di trascendentismo
solo forse non è contraddizione 
o un modo d’aggirar l’Inquisizione)
e non posso non predicar l’Effetto
della stessa natura della Causa
e dire il mondo eterno ed infinito
(aguzza i ferri padre Bellarmino!).
Predico l’
eternal vicissitudine
delle cose, e sull’alta sua coscienza
la qual di dominarla mi consente
atteggio la mia azione e moralmente
m’elevo. In tale consapevolezza
sono tranquillità e serenità,
è trionfo della vita sulla morte.
Pel gioco della saggia Provvidenza
ogni
minuzzaria si ricompone
nella Ragione dell’Uno-Ente-Vero.
E si fonda Ragione su Natura
(Natura che non è
ribalderia)
Fortuna su Natura indi Virtù
su la Fortuna che Virtù sollecita.
Delle segrete cause delle cose
sono curioso ed
a nimio sciendi
desiderio non quiesco. Odio chi dice:
Che vi val, curiosi, di studiare
voler sapere quel che fa la natura,
se gli astri son pur terra, fuoco e mare?
La santa asinità di ciò non cura;
ma con man gionte e in ginocchion vuol stare
aspettando da Dio la sua ventura”.
L’anima “di colui che tutto muove
per l’universo penetra e risplende
in una parte più e meno altrove”.
Così “
spiritus domini replevit
orbem terrarum” … così “intus alit
totoque se”, ut ait Vergilius, “corpore
miscet”. Sono così con me d’accordo
il Saggio antico, Dante, il Mantovano
-anima ho scritto io là dove gloria
il Fiorentino scrive; ma che vale
la differenza?- E più risplende, è chiaro,
nell’uomo che simìle ad Atteone
va a caccia di divino per le selve,
i piani, le montagne, le convalli,
lancia i suoi cani (i suoi pensieri) dietro
la deità pudica (o solo sadica)
che accende la passione, va ostentando
le sue divine forme e poi sparisce 
per le intricate redole del tempo-
Atteone che i cani infine sbranano
avendo in lui riconosciuto il dio
ch’egli fuori di sé cercando va.
Oh raptamento atteonico, oh furore
eroico dell’attimo in cui il limite
dilegua e l’infinito dilagando
per i meandri della finitudine
li colma e la coscienza solitaria
affoga dentro al
pelagos polý
dell’Uno-Ente-Buono-Bello-Vero!
Bruno nolano sono, nelle tenebre
dell’ignoranza brillo come un faro
di sapïenza ed ardo come un astro
nel firmamento. Il vento le mie ceneri
oltre il campo disperse per le vie
per le piazze pei fori per le ville
per i colli e dai colli alla campagna
triste e possente e tenera del Lazio
(“
Forza del Lazio quanto sei soave!
come scrive Gabriele a me sì caro!)
dalla campagna al mare. Chi me cerca
chieda alle notti illuni e alle tormente
chieda alle albe e ai tramonti, chieda ai fiori
chieda agli alberi, interroghi gli uccelli.
Sono la brezza che spira dal mare,
sono la folgore che spezza il cielo
da Gianicolo a Celio, son la voce
dei venti che si schiantano tra cupola
e cupola ed in vortice sul colle
che Vaticano ha nome imperversando
i sonni fanno inquieti al Pescatore.
Sono Bruno nolano, son la voce
che invoca l’essere, sono la voce
dell’essere che provvido risponde.
Sono Bruno nolano, sono il Cristo
della novella età che i nuovi Caifa
arsero al Campo in un rigido giorno
e nubilo d’inverno. Ma nel cielo,
chiaro ai confini d’orizzonte, già
s’apprestava a danzare Primavera.

__________________

Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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Dorian Gray sessanta anni dopo

Post n°974 pubblicato il 13 Febbraio 2018 da giuliosforza

Post 894

 

Ripongo con grande delusione il pruriginoso romanzo di Giuseppe Conte Sesso e apocalisse a Istambul: mi pare un modesto giallo che gira intorno a un duplice centro, gli orifizi anteriori e posteriori, ossessivamente manipolati e frugati, come meglio non farebbero urologi e ginecologi, dei due protagonisti, cinquantenni assatanati, lei ricchissima moglie di senatore, lui sfigato libraio fallito. Non sono un moralista. Semplicemente  uomo di buon gusto che ancora sa apprezzare il fren dell’arte.

 *

 Dorian Gray sessanta anni dopo.

 Lessi l’unico  romanzo di Wilde agli inizi degli anni sessanta, in uno di quei deliziosi volumetti tascabili di Rizzoli, dall’inconfondibile color grigio, nella traduzione di Ugo Dèttore. Ora ne ho tra le mani una edizioncina di Giunti (2016) con prefazione di Luca Scarlini. E tanto tempo è passato dal mio primo incontro con esso  che avevo quasi  dimenticato di averlo letto.

Chi ama D’Annunzio ‘decadente’ e il suo estetismo (non l’arte imitare la vita, la vita imitare l’arte: vita come opera d’arte) ama naturalmente Wilde. Quanto l’Abruzzese e l’Irlandese a vicenda si richiamino non è difficile notare, ma ciò che li accomuna non è certo lo stile: il lungo respiro del primo non a nulla a che vedere con lo stile aforistico del secondo, tanto aforistico che potrebbe pensarsi tutte le vicende del suo famoso romanzo essere state pensate come collante, trait- d’union, cemento tra un aforisma e l’altro. Ma Lord Henry Wotton non sgrana solo aforismi (i famosi aforismi che passando di bocca in bocca, pur rischiando di diventar lisi, riescono a mantenere ancora una grande freschezza) non cessa di lasciarmi divertito e ammirato, e dalla sua bocca ancora ascolto con grande piacere il programma …diabolico che, insieme a quello proposto da Rimbaud al ‘poète maudit’(un longue, immense, raisonné dérèglement de tous les sens), rappresentò il modello per quella  mia ‘Dis-educazione (leggi de-gregazione) estetica’ che tutta la vita tentai (inutilmente?) di perseguire nell’azione didattica e non solo. Ecco le pagine per me a tal fine decisive:

 «Eppure», continuò Lord Henry con la sua voce bassa e musicale e con quel movimento della mano, simile a un’onda leggera, che era un suo gesto caratteristico fin dai tempi dei suoi studi ad Eton «io credo che se un uomo vivesse la sua vita con totale pienezza, se desse forma ai suoi sentimenti, espressione a ogni suo pensiero, realtà a ogni suo sogno, ebbene io credo che il mondo sarebbe rigenerato da impulsi tanto gioiosi da costringerci ad abbandonare tutte le nostre malattie medievaleggianti per ritornare all’ideale ellenico, o addirittura a qualcosa di più raffinato e più ricco dell’ideale ellenico, probabilmente. Ma anche i più coraggiosi di noi hanno paura di se stessi. La mutilazione dei selvaggi sopravvive tragicamente nella negazione di sé che impoverisce le nostre esistenze. Siamo pronti per ciò che ci proibiamo. Gli impulsi che ci affanniamo a reprimere rimangono a covare nella mente e ci avvelenano, viceversa, il corpo che cede al peccato si libera di quel peccato perché l’azione è una forma di purificazione: ci lascia, tutt’al più, la memoria di un piacere o il lusso di un rimpianto. L’unico modo di  liberarsi da una tentazione è cedervi. Rinuncia, e la tua anima si ammalerà rimpiangendo le cose che si è vietata e languendo nel desiderio di cose che solo leggi mostruose hanno bollato come illecite e mostruose. E’ stato detto che i grandi eventi dell’umanità si compiono nella mente. Ma anche i grandi peccati dell’umanità si compiono nella mente, e soltanto nella mente. Voi stesso, signor Gray, nella vostra giovinezza scarlatta e nella vostra candida fanciullezza, avrete conosciuto passioni che vi hanno fatto paura, pensieri che vi hanno riempito di terrore, e sogni –nel sonno, o a occhi aperti- il cui solo ricordo vi farebbe arrossire di vergogna…»  (pp. 49-50).

…………

«Perché la vostra giovinezza è splendida, e la giovinezza è l’unico bene che abbia valore [….] un giorno, quando sarete vecchio, rugoso e brutto, quando i pensieri avranno avvizzito la vostra fronte e le passioni con i loro odiosi ardori avranno segnato le vostre labbra, allora sì, ne avrete una grande considerazione. Eccome! Oggi, ovunque andiate, voi stregate il mondo: Sarà sempre così?... Avete un volto di una bellezza straordinaria, signor Gray. No, non vi incupite, è la verità. E la Bellezza è una forma di Genio… Direi, addirittura, che è qualcosa di superiore al Genio poiché non richiede spiegazioni. E’ uno dei grandi fenomeni della natura, come la luce del sole o la primavera o il riflesso nell’acqua cupa di quella conchiglia d’argento che chiamiamo luna. E’ indiscutibile. E’ sovrana per diritto divino, ed eleva al rango di principi coloro che la possiedono. Sorridete? Ah! Quando l’avrete perduta non sorriderete più….Si dice a volte che la Bellezza sia soltanto superficialità.  Può anche darsi, ma non è mai tanto superficiale quanto il pensiero. La Bellezza, per me, è la meraviglia delle meraviglie. Sono solo i superficiali a non giudicare dalle apparenze. Il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile…Sì, signor Gray, gli dei sono stati benigni con voi. Ma gli dei si riprendono presto ciò che hanno elargito. Avete pochi anni da vivere realmente, perfettamente e pienamente….Ogni mese che passa vi avvicinerà sempre più a qualcosa di orrendo…il tempo è invidioso di voi e aggredirà i vostri gigli e le vostre rose….Dovete vivere, vivere la Vita meravigliosa che è in voi! Fate in modo che niente vada perduto…Un nuovo Edonismo, di questo ha bisogno il nostro secolo…Per una stagione il mondo vi appartiene…I più umili fiori di campo appassiscono, ma ritornano a fiorire. I maggiociondoli, il prossimo giugno, saranno gialli come ora. Tra un mese la climatide sarà coperta di stelle purpuree e, anno dopo anno, il vere notturno delle sue foglie racchiuderà altre stelle purpuree. Ma la giovinezza non ritorna…Degeneriamo in ripugnanti fantocci, ossessionati dalla memoria di passioni di cui abbiamo avuto troppa paura e tentazioni sublimi alle quali non abbiamo avuto il coraggio di cedere. Giovinezza! Non c’è nulla al mondo che valga la giovinezza!» (pagg. 53-55)

E via dicendo.

Non che tutti questi paradossi vadano presi sul serio. E’ lo stesso Dorian a farlo osservare a Lord Henry. Scherza molto, Wilde. Ma quanta verità sotto la maggior parte dei suoi scherzi! E’ l’aspetto ludico del Ritratto che di più ammiro, come nel Kafka di Metamorfosi (che è un bel modello di presa in giro del lettore, ma i barbassori non vogliono accorgersene e non smettono di scervellarsi per  trovarvi chissà quali significati reconditi), è il fuoco pirotecnico delle provocazioni mirate a épater le bourgeois, a scandalizzare il borghese bigotto camuffato da benpensante. Per il resto non trovo né grande né originale la trama: il tema dell’anima venduta al diavolo   è antico quanto e il mondo, e solo i geni di Goethe e di Mann sono stati capaci di profondamente rinverdirlo. E non può dirsi certo nuovo il tema della fugacità della giovinezza,  anche se sempre nuova può  essere, e qui in bocca a Lord Wotton lo è, la maniera di trattarlo. Vera novità sarebbe stata la richiesta di una giovinezza eterna, ché il ritratto, pur vivendo più a lungo, eterno non sarà. Gravissimo errore non mettere tale clausola dell’eterna giovinezza nel contratto. Senza di essa Dorian farà la fine della sibilla cumana che, ottenuta da Giove l’immortalità ma non l’eterna giovinezza (aveva dimenticato di chiedergliela) sarà condannata a diventar sempre più decrepita ed avvizzita  sì da finire dentro una minima ampolla dalla quale, con una vocina flebile ed esile come un pensiero, ai devoti che la interrogheranno sui suoi desideri (sybilla, ti tèleis, sibilla che chiedi) risponderà  con un ansito impercettibile: apothanèin tèlo, apothanèin telo, bramo morire, bramo morire! (E non poterlo: che fine sconcia per un Esteta!).

Ma la cosa che sempre, di Wilde, mi ha più impressionato, per non dire sconvolto, non è tanto l’opera nel suo complesso, o la sua concezione della vita come opera d’arte, ma la sua conversione in extremis al Cattolicesimo. Paura della morte? Via di Damasco? Improvvisa illuminazione? Per un esteta neopagano e dionisiaco convertirsi non significa semplicemente correggere minimi scarti di percorso, abbandonare  sentieri qua e là divaganti, per riprendere il cammino iniziale, o solo per un poco interrotto, e farli ri-convergere (conversio) verso la meta prestabilita; bensì cambiar direzione di  marcia, significa, retrocedere, significa, invertire la rotta, significa, poiché le strade per il Carmelo e per il Parnaso, per l’Olimpo e per il Calvario divergono irrimediabilmente. Convertirsi sottintende una totale palingenesi e una conseguente totale palinodia.  Gliele avrà chieste il confessore, come condizione sine qua non per l’assoluzione, nel momento dell’estremo anelito?

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Chàirete Dàimones!

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Falk e Goethe. "Palestrina" di Pfitzner e Mann. La Bellezza salverà il mondo?

Post n°973 pubblicato il 29 Gennaio 2018 da giuliosforza

Post 893

Prima che di Dostoewskij e di Woytila, “La Bellezza salverà il mondo” fu, se pur con minime sfumature. di Goethe, ma nessuno se ne accorge (e chissà di quanti prima del Francofortese fu: non fu lui  ad affermare tutto il da dirsi essere  stato già detto, doversi semplicemente in maniera diversa dire  colmandolo di nuovi sensi?). L’ultimo a non accorgersene è Luca Scarlini, il curatore, per conto di Giunti, di una recente edizione del Ritratto di Dorian Gray. Alla pagina 9 dell’introduzione scrive: “ Non è detto che la bellezza salvi il mondo, anzi: Le prove della celebre (quanto discussa) frase coniata da Dostoevskij, sono sempre al cinquanta per cento…” Ora osservate bene questo aforisma poetico del Francofortese, soprattutto i due versi in rilievo, e quell’Angedenken che non è solo Erinnerung, ricordo, memoria, ma anche contemplazione. Platonismo puro : mediante il ricordo-contemplazione della Bellezza iperuranica fattasi terrestre, la terra potrà riconquistare le Essenze e salvarsi. La Bellezza come strada di ritorno alla Salvezza, all’Essenza. Proodòs ed epistrophé.

Angedenken an das Gute
Hält uns immer frisch bei Mute.
Angedenken an das Schöne
Ist das Heil der Erdensöhne.
Angedenken an das Liebe,
Glücklich! wenn's lebendig bliebe.
Angedenken an das Eine
Bleibt das Beste, was ich meine
.

 *

Due recenti scoperte: Johannes Daniel Falk e Gomez Dàvila. L’uno poeta filosofo e socialriformatore  contemporaneo di Goethe (visse come questi a Weimar e a lungo si frequentarono, e al loro rapporto è dedicato il Mit Goethe durch das Jahr 2018 dal quale traggo queste notizie, che ho potuto recuperare attraverso Amazon nonostante la chiusura della  Herder romana di Piazza Montercitorio -una delle decine di librerie costrette a chiudere, triste segnale dei tempi, a Roma); l’altro nei cui Escolios a un texto implicito incappo occasionalmente. Due imperdonabili mancanze alle quali intendo riparare. Il primo, essendo io ufficialmente un, anche se del tutto anomalo, pedagogista (e venendo per questo regolarmente foraggiato) avrebbe dovuto essere fra i miei interessi precipui; il secondo - aforista, critico dei sistemi, fautore della aristocrazia degli ingegni contro le democrazie oclocratiche,  ‘reazionario’ per autodefinizione ai limiti del fondamentalismo, per taluni aspetti il Nietzsche colombiano, vicinissimo perciò alla mia sensibilità estetica e filosofica e alla mia mentale anarchia- avrei dovuto annoverare  fra gli amici più cari, uno di quelli da capezzale. Li leggerò appena finito Sesso e Apocalisse ad Istambul, un romanzetto rilassante, erotico più del necessario e a sorpresa (evidentemente i settant’anni riattizzano i mai in realtà in lui sopiti demoni meridiani), dell’autore dello splendido Le terre del Mito e di tante altre cose belle, il genovese Giuseppe Conte. Passerò il resto di questo inverno in loro compagnia, e sarà meno tetro. Una curiosità non im-pertinente. In quarta di copertina del Mit Goethe è scritto circa Daniel Falk: “….Il 250° anniversario della sua morte ci offre l’opportunità di occuparci di un uomo che con grande generosità si dedicò ai bambini e ai giovani, e sviluppò via via interessanti progetti al riguardo. Ingiustamente egli è oggi pressoché dimenticato. Lo si conosce soprattutto come creatore della popolarissima canzone di Natale ‘O du fröhliche’…”. Cerco nel volume dei Deutsche Lieder e a pag. 807 la trovo, ma oh sorpresa: del ‘popolarissimo’ Lied Falk è autore solo delle tre brevi quartine del testo, per di più nei primi due versi di ognuna ripetitive, e non della musica la quale è semplicemente quella della melodia d’origine sicula (così onestamente una nota del curatore), essa sì universalmente conosciuta, O Sanctissima, o piissima, dulcis Virgo Maria! Mater amata, intemerata, ora ora pro nobis! . Immediata la voglia di risuonarmela nella interessante, semplice e solenne insieme, elaborazione per organo fattane da Louis Raffy e contenuta nel secondo volume di Organistes célèbres et grands maîtres classiques da lui curato. Anche il Francese accenna, nella presentazione del brano, alla sua vastissima notorietà: “Chi non conosce questo mottetto alla Santissima Vergine, canto pio e raccolto, pieno di grazie e di freschezza, più volte secolare, ripetuto da numerose generazioni e mai invecchiato e démodé?”. Solo che non è di Falk!

*

Uno dei compositori meno noti e sicuramente meno frequentati, almeno fra noi, è Hans Pfizner, autore fra l’altro di un’Opera (della quale, alla maniera wagneriana, scrive anche il testo), ‘Palestrina’, da lui detta "Leggenda musicale", dedicata alla vita e all’opera di Pierluigi da Palestrina, scritta tra il 1912 e il 1915, e rappresentata la prima volta al Prinzregententheater di Monaco di Baviera il 12 giugno 1917 sotto la direzione di Bruno Walter. Il mio interesse per Pfitzner nacque dalla lettura delle Considerazione di un impolitico  di Thomas Mann (Betrachtungen eines Unpolitischen. S. Fischer Verlag Berlin 1918, Adelphi 1997) ove gli sono dedicate una trentina di pagine (ristampate  ne “I Quaderni della Biblioteca Pierluigi” della Fondazione Pierluigi da Palestrina – Centro di Studi palestriniani’, Palestrina 1995-2001) che risentono della fase culturale allora attraversata dal grande scrittore di Lubecca, caratterizzata da una acuto spirito conservatore e nazionalistico (in tacita polemica col fratello Heinrich di tutt’altro orientamento), quello stesso che aveva alimentato il suo interventismo. Dell’opera pfitzneriana  scrive tra l’altro Mann: «Ho ascoltato finora tre volte la ‘leggenda musicale’ di Hans Pfitzner, ‘Palestrina’, un’opera brusca e ardita che si è fatta cosa mia, mio privato possesso, in un modo singolarmente rapido e facile. Quest’opera, prodotto estremo, consapevolmente estremo della sfera wagneriano-schopenhaueriana, romantica, con i suoi marcati lineamenti düreriani e faustiani, la sua aurea metafisica, il suo ethos di “croce, morte e sepolcro”, la sua mescolanza di musica, pessimismo e umorismo, rientra senz’altro nel nostro tema, nella tematica di questo libro. Il suo apparire in questo momento ha suscitato in me il conforto e il beneficio di una simpatia totale; essa corrisponde al mio più personale concetto di umanità, mi rende positivo, mi libera da ogni polemica, offre al mio sentimento un grande oggetto, che può abbracciare con gratitudine finché torna, sanato e placato, al proprio lavoro creativo, e in virtù del quale tutto ciò che è ripugnante acquista ai miei occhi una parvenza illusoria».

Nella trentina di pagine che seguono emerge la figura di un Pierluigi combattuto fra passato presente e futuro, tra nostalgie di conservazione e ansia di  rinnovamento, tra rimpianto e attesa, tra Sehnsucht ed Ahnung. Fa dire al fratello Silla: “Che impulso libero e splendido precorre i nostri tempi! / Giacché soltanto al pensiero / Della serena Firenze, / Il mio essere sembra liberarsi / Dal basso giogo della volgarità /E ascendere al sommo gradino. / Cos’è nell’arte a me cara, quando le voci / Già chiare languenti in misera polifonia, / Si liberano a esistere ognuna per suo conto… / Ora mi attrae ciò che è nuovo e bello./ E come a me dinnanzi splendono gloria e vita, / Così con me s’innalza in libertà crescente / Tutta l’umanità a impensate altezze”. Poi osserva: “Lo so, ma Silla mi crede ancora ignaro. / E’ un giovane cui Dio ha fatto molti doni, / Non mi sento in diritto di fermarlo”. Egli non si ribella, e al cardinal Borromeo, il fautore di una Chiesa forte, che lo rimprovera perché non rampogna il fratello e se ne sta  tranquillo, risponde: “Il minacciato sono io, non lui!” . E  prosegue: “L’arte dei grandi Maestri nei secoli / In misteriosa intesa di evo in evo / A erigere in eterno il grande duomo /, L’arte, a cui vita offerisce e fede, / Come offro la mia povera esistenza: / A lui sembra una cosa vecchia e logora, / La crede superata ormai e morta. / Or certi dilettanti di Firenze / Da vecchie scritture pagane / Escogitarono certe dottrine / Secondo cui dovrebbe farsi musica. / E Silla ormai è tutto preso in quelle, ! E vive e pensa sol nei nuovi suoni. / Forse ha ragione! Chi può mai saperlo, / Se il mondo non percorra ignote vie, / E quello che a noi pareva eterno, / Quasi preso dal vento, non si perda?/ Tristi pensieri, certo, inconcepibili…”.  Nell’accenno al ‘grande duomo’ avverto echi rilkiani de ‘La cattedrale’ (“Giorno per giorno, con mani tremanti, ti costruiamo, Dio, pietra su pietra).

Non è mia intenzione seguire Mann nelle sue ulteriori considerazioni. Le riassumerò osservando che egli ritrova in Palestrina la sua stessa posizione di conservatore ironico e disincantato, schopenhaueriano e leopardiano, non a tal punto ciecamente ottimista  da giurare sulla fatalità del progresso come  promessa del meglio,  anzi realisticamente più portato e considerarlo  premessa di disastro. Che se poi Pierluigi cede e, per salvare la polifonia, come gli si chiede, compone l’innovativa Missa Papae Marcelli, non è tanto perché si ricreda o si ritenga  reo di compromesso, ma semplicemente perché si avverte fine e principio, spartiacque di due epoche, con un piede nel Medioevo e con l’altro nel Rinascimento, e in quanto tale stanco e ‘nostalgico della morte’. Dice: “Non io, non io, debole e manchevole: / Né posso più sperare mutamenti. / Io sono un vecchio, un uomo stanco a morte / Alla fine di un’epoca maestosa. / Davanti a me non vedo che tristezza, / Non posso più forzare la mia anima”.  Rivolgendosi alle ombre dei Maestri:  “Viveste da forti in un’epoca forte, / Racchiusa ancora e scura nell’inconscio / Come un chicco nel grembo a madre terra. / Ma la luce mortal della coscienza /Che si alza cruda come un crudo giorno / E’ nemica alla dolce trama dei sogni, / Alle oprere dell’arte; anche il più forte / Davanti a quella  forza abbassa le armi”.     

Ora capisco perché, e non a caso, il primo e il terzo atto del Palestrina vennero etichettati dal critico Rudolf Kriss come gli “atti di Schopenhauer”. Li pervade la stessa profonda malinconia, lo stesso disincanto nei confronti delle magnifiche sorti e progressive. E lo stesso rimpianto e lo stesso scoramento. “Voglio fuggir dal tempo a occhi aperti / Affondando nel gorgo della vita… Ma questo suo proposito è respinto non senza rigore  dai Maestri: “ Sii pronto a porre l’ultima / Pietra dell’edificio; / Questo è il senso del tempo. / Se puoi mostrar finito / Tutto il disegno tuo, / Se compiuta è l’immagine / Tua com’era apparsa / Nel primo ardor creativo. / Allora irraggi limpido, / Risuoni allora puro, / Pierluigi Palestrina, / Ultima pietra tu / Della bella catena”

Qui Mann conclude le sue divagazioni palestriniane , per chiudere con altre esistenziali. Scrive: “Indubbiamente si tratta dell’arte di diventare sani. Ma il problema della salute non è semplice, il rapporto fra salute e malattia non si risolve in quello fra ottimismo e pessimismo, fra virtù progressista e simpatia con la morte. Il pessimismo di Schopenhauer, riferito alla sua persona, era certo qualcosa di più sano del dell’ottimismo dionisiaco di Nietzsche, perché Schopenhauer, che negava la vita, giunse a un’età patriarcale sempre suonando il suo flauto, mentre l’adesione di Nietzsche alla vita, come euforia paralitica, è compromessa senza speranza. Così possono dunque stare le cose a seconda delle persone, anche se con questo non si è detto nulla sul grado di sanità filosofica implicito nell’ottimismo e nel pessimismo. Ma, con tutti i miei buoni propositi di obbiettività, non riesco a ignorare del tutto le situazioni personali. Non a tutti la natura concede la felice alleanza col proprio tempo e col progresso, non a tutti si confà la salute democratica. Se u8no dispone di poderose spalle e di una robusta dentatura e si chiama Zola, Bjørnstjerne Biørnson o Roosvelt, può darsi che ne risulti un effetto armonioso. Se uno è nato invece un po’ vecchio e un po’ nobile, con una vocazione naturale per il dubbio, per l’ironia e la malinconia, se il vital rossore che mostra in viso è di congestione o di belletto, se è, in fondo, estetismo, allora la faccenda ha una sua indecenza morale che io non posso ignorare. C’è qualcosa che io ho sempre definito, fra me, il «tradimento della croce». E anche la virtù, anche la ‘democrazia’, anche la virtuosa impulsività politica significano a volte solo questo: il tradimento della croce.

Ci ha condotto lontano, Mann, con le sue considerazioni; verrebbe da domandarsi cosa abbia a che fare con tutto ciò il Palestrina pfitzeriano. Non lo farò, non ora.

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Rossini. Donizetti. Harun Yarya

Post n°972 pubblicato il 16 Gennaio 2018 da giuliosforza

Post 892

Ero immerso in pensieri impegnativi  e seriosi (non aver  filosofi dell’educazione e pedagogisti come compito quello di distribuir modelli ma quello ben più difficile  d’individuare i segnali provenienti dall’ultimo bambino nascente al mondo, rappresentante la punta avanzata dell’evoluzione, dalla quale ognuno di noi  è in ritardo di tanto quanti sono i suoi anni, e attraverso cui sono da individuare i tratti dell’uomo futuro della metantropologia, diversamente detto del super – oltre - uomo; donde l’inversione dei ruoli e dei fini educativi tradizionali: non più il bambino guidato ma il bambino-guida) quando dalla televisione  perennemente accesa  su Rai 5 o su Cine Sony, mi sono arrivate le prime note del “Barbiere di Siviglia” ritrasmesso dal Regio di Torino in una bella edizione di qualche anno fa. E così ho smesso di pensare e sono corso al sdraiarmi sulla mia scomoda poltrona a dondolo di primo ottocento deciso a ”godermi” l’opera, solo solo piano piano zitto zitto, come all’incirca canta Figaro. Ho virgolettato ‘godermi’ perché per la verità Rossini, sia quello comico che quello serio, seriamente comico o comicamente serio, non è tra gli autori da me, beethoveniano-wagneriano mahleriano richardstraussiano incallito, più frequentati e goduti. Ma oggi ho cercato di sgombrare la mia mente dai pregiudizi, di liberarmi dagli “idòla specus” e accingermi ad offrire l’anima spoglia ai sortilegi e alle moine della Musa galante del Pesarese. Ed oh miracolo: tre ore filate, se non di estasi, di godimento della musica non solo, ma delle parole persino del libretto orrendo, della cui ridicolaggine pure m’è parso essere l’ironia rossiniana cosciente, e capace anche da essa di prendere lo spunto per indurre al riso canzonatorio. Figaro, Lindoro-Acquaviva, Don Bartolo, Rosina, Don Basilio li ho trovati tutti bravi ed esilaranti, spigliati quanto basta per dimostrare una finalmente acquisita capacità attoriale, che i burattini dell’opera tradizionale immobili sul palcoscenico, solo intenti, “hianti ore”, a combatter con gli scioglilingua e gli arzigogoli vocali della partitura, nemmen si sognavano. Qualche giorno prima gli stessi sentimenti avevo provato all’ascolto, sulla stessa rete, del Don Pasquale. Non ho dovuto attendere la adorata serenata di Ernesto del terzo atto (Come è gentil la notte a mezz’april, che mi fa stranamente pensare a Napoli) per godere della vena melodica del Bergamasco dal quale insieme a Bellini mi rifugio quando ho bisogno di riposarmi dagli affanni tragici. Una tradizione orale vuole che Donizetti, marito infedelissimo di una Teresa Vasselli di Riofreddo, abbia provato alcuni passi della Lucia appositamente trascritti per banda sulla piazza del mio paese, a Riofreddo prossimissimo, in occasione della festa patronale di Maria Santissima Illuminata (e quando ho pellegrinato alla sua tomba a Bergamo mi ha confermato  direttamente, peggio per voi se non ci credete, la veridicità della tradizione). Per questo anche lo amo.

 

Scusate se vi rovino i festeggiamenti. Ma in questa notte di varco io vedo Il Tempo assolvere lo stesso compito di Minosse :
"Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: 
essamina le colpe ne l’intrata; 
giudica e manda secondo ch’avvinghia
". 
(Inferno, V, 3-6)
Mi auguro che Minòs sia benevolo

*

Mamma li Turchi! (Iniziato l’attacco capillare ideologico all’occidente?).

Tra le tonnellate di cartacce pubblicitarie che giornalmente stipano le nostre cassette delle poste, avviene di trovare ogni tanto qualcosa di interessante. A me per esempio è capitato ieri di imbattermi in questo opuscolo, graficamente esemplare, addirittura prezioso, stampato completamente a colori su carta patinata, e ricchissimo di illustrazioni dei più vari e rari fossili, completamente dedicato alla confutazione della teoria evoluzionistica. Turco ne è l’autore , Adnam Oktar, che scrive sotto lo pseudonimo di Harun Yania, nato ad  Ankara nel 1956; turca la stampa in italiano, turca la diffusione. E siccome par sia tradotto in tutte le lingue del mondo e mondiale ne sia la diffusione gratuita, ci si provi ad immaginare che anima di capitale, non solo di denaro ma anche di fede, deve essergli dietro. La mia curiosità è tanta e m’accingo a scorrerlo senza pregiudizi, non essendo particolarmente interessato alla questione (nella mia visione del mondo creazionismo o evoluzionismo ha poca rilevanza) e, pur avendo letto parecchi degli scritti antropologici Di Charles Darwin nell’edizione longanesiana curata da Giorgio Celli (Milano 1971, pp. 1205), non potendo dirmi un esperto nel campo. L’intento apologetico dell’opuscolo è apertamente dichiarato (e questo va a suo merito o demerito, secondo i punti di vista), ma proprio perciò son portato a star cauto nel dar credito alla validità delle argomentazioni scientifiche rivendicate. Ho sempre diffidato di una scienza, come di una filosofia, ancillae theologiae . Trascrivo la quarta di copertina:

“…Dal 1980 l’autore ha pubblicato numerosi libri su tematiche connesse alla fede, alla scienza e alla politica: E’ noto come autore di importanti opere che svelano gli inganni degli evoluzionisti, le loro effimere affermazioni e l’oscura connessione tra il darwinismo e le ideologie sanguinarie come il fascismo e il comunismo.

Tutte le opere dell’autore condividono un unico obiettivo: trasmettere il messaggio del Corano, incoraggiare i lettori a riflettere sulle questioni basilari legate alla fede quali l’esistenza di Dio, la sua Unicità e l’Aldilà, e dimostrare la fragilità delle fondamenta dei sistemi laici e delle ideologie distorte. Le sue oltre 300 opere, tradotte in 73 lingue diverse, si sono diffuse  presso un vasto pubblico di lettori in tutto il mondo.

Con la volontà di Dio, i libri di Harun Yahya saranno un mezzo attraverso il quale gli esseri umani del ventunesimo secolo arriveranno alla pace, alla giustizia e alla felicità promesse nel Corano…”. E ancora: “Il libro che hai tra le mani dimostra, attraverso prove scientifiche incontrovertibili, che il darwinismo è un inganno e che esistono i più di 700 milioni di fossili che smentiscono totalmente l’evoluzione, e dichiara al mondo intero che niente, nemmeno una singola proteina, può essersi originato per caso. Questo libro svela la mendacità e la sfacciataggine della dittatura darwinista che ha imposto al mondo intero la teoria dell’evoluzione, attraverso l’utilizzo di prove false, e contiene le prove scientifiche che confutano il darwinismo. La demagogia non gioverà più in alcun modo ai darwinisti”.

Questo sì è avere le idee chiare, questo sì è parlar chiaro! Che Tertulliano e tutti gli apologisti cristiani al confronto?  E ancora, a rincarare la dose:

“Il libro che hai tra le mani dimostra, attraverso prove scientifiche incontrovertibili, che il darwinismo è un inganno e che esistono più di 700 milioni di fossili che smentiscono totalmente l’evoluzione, e dichiara al mondo intero che niente, neppure una singola proteina, può essersi originata per caso. Questo libro svela la mendacità e la sfacciataggine della dittatura darwinista che ha imposto al mondo intero la teoria dell’evoluzione, attraverso l’utilizzo di prove false, e contiene le prove scientifiche che confutano il darwinismo. La demagogia non gioverà più in alcun modo ai darwinisti”.

Che aggiungere. Questo tono da iconoclasti suona così stonato a un orecchio di pensatore libero, capace di intendere ogni linguaggio tranne quello dei dogmatismi, che la tentazione di cestinare il libretto sarebbe grande. Ma alla tentazione resisto. Il tollerante è condannato ad esserlo anche con l’intollerante. E poi così tante e così belle sono le illustrazioni che per uno che non è un naturalista e non ha dimestichezza con le paleontologie e le antropologie (sue assidue frequentazioni sono semmai le metantropologie alle quali con ogni sforzo anela) che sarebbe davvero un peccato perdersele. Mettiamola così: in nome dell’arte sono disposto a passar sopra anche al più becero degli oscurantismi. Ove dell’oscurantista non do alle teorie antievoluzionistiche in sé: so che ne esistono di molte, e molto serie. Ma al tono, che è esso a far la canzone.

*

Son solito trascorrere da sempre la notte di San Silvestro in solitudine, un po’ per snobismo un po’ perché nostalgico delle irrecuperabili chiarità elleniche e dei loro thiasi, ricordando, meditando, ascoltando Palestrina Beeth e Wagner, scrivendo. E la cartelliera della mia biblioteca pseudorinascimentale trabocca di manoscritti, in parte rilegati in un grosso volume dal titolo Notti di San Silvestro,  ai quali, più che alle cosucce che ho pubblicato, è affidata post mortem la mia immortalità. Siano avvisati eredi e posteri : tutto vada perso, donato, venduto, bruciato, ma non le quasi diecimila pagine manoscritte di varia  diaristica che, con Notti di San Silvestro,  stipano gli scaffali della mia amata cartelliera. Ripeto, da quelle dipende la mia immortalità!!!

Questa volta  tra l’altro ho scritto:

Un giorno, credendo di fare a una donna assai bella e, presumevo, intelligente, di me venticinque anni più giovane, il più bel complimento, le dedicai il bellissimo verso di Michelangelo (il primo della stanza  del Canzoniere  scritta  per Vittoria Colonna): Un uomo in una donna, anzi uno dio che io trovavo e trovo semplicemente straordinario, lapidario come un colpo di scalpello  (il Capresano scriveva come scolpiva, e bene scrisse di lui il Berni contro i petrarchisti:  E’ dice cose, e voi dite parole).  Che fece la sciocca? Non dico che s’offese, ma di certo non lo gradì, trovandolo … maschilista. Erano i tempi dell’invasamento, e glielo perdonai. Non lo farei adesso che l’uomofobia mi par  vivaddio meno di moda, prestandosi più attenzione, per la verità una attenzione anch’essa  ossessiva, all’omofobia (senza dire che, date le tendenze sessuali michelangiolesche, nel verso è possibile cogliere più sottili allusioni). Avesse lei detto a me Una donna in un uomo anzi una dea! Ma me lo attesi inutilmente:  non era persona da tanto, pur essendo una persona fine. Che destino abbia avuto  non so; voglio immaginare, e sperare, sia una di quelle splendide sessantenni che sempre più spesso oggi si incontrano. E anche che, senza darmi la soddisfazione di dirmelo, sia una delle mie cinque lettrici; e che, levigata dalla vita, sia in grado di godersi, magari con quel tanto di ironico disincanto che a una sessantenne si addice, i versi che oggi, per dispetto, le ridedico per intero.

Un uomo in una donna, anzi uno dio
per la sua bocca parla,
ond’io per ascoltarla
son fatto tal, che ma’ più sarò mio.
I’ credo ben, po’ ch’io
a me da lei fu’ tolto,
fuor di me stesso aver di me pietate;
sì sopra ’l van desio
mi sprona il suo bel volto,
ch’i’ veggio morte in ogni altra beltate.
O donna che passate
per acqua e foco l’alme a’ lieti giorni,
deh, fate c’a me stesso più non torni.

*

Saluto l'anno, e gli amici, coi versi che chiudono la terza raccolta delle mie poesie neoclassiche Aqua nuntia Aquae juliae , e che potrebbero intitolarsi 'Amore e Morte'. Di essi la cosa più notevole mi pare, oltre al prestito schilleriano-beethoveniano, l'ultimo verso il quale, riferendosi alla Morte come all' Amata immortale'l, la chiama coi nomi con cui la denotarono le principali lingue antiche e moderne, così formando un perfetto endecasillabo che ha oltretutto il merito di non suonar affatto macabro. O no?

."Amare, amare, amare, non temere
di morire d’amore. Oh belle mort!
Non cedere all’inedia
della mente e del cuore, della quiete 
eterna inverecondo
simbolo. Seid umschlungen, 
Millionen! Dieser Kuss 
der ganzen Welt
! Migliore 
allenamento al mondo non si dà
al bacio ed all’abbraccio 
dell’Amata immortale, 
Thanatosmorstoddeathmortmuertemorte.
*

__________________

Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 
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Dendrosofia (Tiziano Fratus), antipedagoia, star wars

Post n°971 pubblicato il 28 Dicembre 2017 da giuliosforza

Post 891

    Scopro  un autore ancor giovane, Tiziano Fratus, che fa oggetto della sua poetica e della sua ricerca gli alberi, e s’è inventato la Dendroteca e la Dendrosofia. Interessante e da approfondire. Con i miei studenti, nel corso delle Passeggiate di Natura e Cultura, non si saltava mai il rito dell’abbraccio collettivo dell’albero per consentire all’energia cosmica che esso, privilegiato fra gli enti, assorbe da terra e cielo, in terra e cielo mediante radici e rami, radici aeree, profondato, di trapassare in noi. Se ancora sarò tra i viventi, a primavera riproporrò il rito ai meno immemori dei miei ex: per me rappresenterà un bel tirocinio per la ridissoluzione nella nuova dimensione dell’Essere destinatami (o meritatami), per essi una ricarica formidabile per affrontare con successo le fatiche della Vita, ‘dono grande e terribile del Dio’.

    Nella mia vita tre alberi sono stati fondamentali: lo ieroplatanos, il platano sacro, della Piazza della Peschiera del mio paese, e il grande leccio di Ponte primo, attorno ai quali avvennero tutte le mie iniziazioni; con essi il faggio solitario che veglia il mistero del Cervia sabino: lo eleggemmo, in un giorno d’ebbrezza e di invasamento, ad albero della nuova Conoscenza (la Metanoesi), attorno ad esso danzando, satiri per una volta pudichi e per una volta non discinte baccanti, ed inneggiando a Pandionisio. Ancora se ne odono gli echi per le valli intorno.

*

    Non frequento con assiduità cantautori, se non quel tanto, o quel poco, necessario a consentirmi di concettualmente collocare nello Zeitgeist quell’autoposizione, spesso confusa e caotica, dello Spirito in momento di stanca che dicono musica leggera. Naturalmente quella italiana mi è più familiare e fra essa quella della mia generazione, le cui frequenze il mio orecchio è in grado, seppure ai limiti,  di reggere. Stamane ho ascoltato per caso una canzone di Gaber, uno di quelli che con i Celentano, i De Gregori, i Guccini eccetera erano, e sono, soliti fare predicozzi, in melodie o in recitativi, dai palchi e degli schermi televisivi, d’etica e di politica. Questo Gaber che ho ascoltato per caso stamane potrebbe confortare la mia antipedagogia, o metapedagogia, assai bene, e forse avrebbe meritato ch’io lo proponessi, insieme ai classici, come testo di riflessione per i miei studenti. In versi semplici ed in altrettanto pacata melodia il cantautore demistifica, tra il serio e il faceto, tutta la pedagogia blasonata alla quale io stesso tutta la vita ho attentato, sicuramente con minor successo. Si tratta di Non insegnare ai bambini

    Non insegnate ai bambini
non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
forse una grave imprudenza
è lasciarli in balia di una falsa coscienza.

    Non elogiate il pensiero
che è sempre più raro
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto la magia della vita.

    Giro giro tondo cambia il mondo.

    Non insegnate ai bambini
non divulgate illusioni sociali
non gli riempite il futuro
di vecchi ideali
l'unica cosa sicura è tenerli lontano
dalla nostra cultura.

    Non esaltate il talento
che è sempre più spento
non li avviate al bel canto, al teatro
alla danza
ma se proprio volete
raccontategli il sogno di
un'antica speranza.

    Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all'amore il resto è niente.

    Giro giro tondo cambia il mondo.
Giro giro tondo cambia il mondo.

    Avrei qualcosa da ridire circa il pregiudizio platonico, che sembra perdurare in Gaber, nei confronti del teatro, del bel canto, della danza, ma per il resto mi pare tutto condivisibile. Da Rousseau a Tolstoi  v’è tutto il meglio delle antipedagogie della storia dell’educazione.

*

    Invitato da un mio nipote adolescente sono andato a vedere, ci credereste mai?, in una stipatissima sala, una delle quattordici di un affollatissimo  centro commerciale, Guerre stellari 8. Credo sia stato il primo, da intendere il solo, film di fantascienza della mia vita, e il bello è che mi sono pure divertito, dopo un primo breve appisolamento, apprendendo anche qualcosa: per esempio che il may the force be with you con cui i miei nipoti, giocando sul mio cognome, che vorrei fosse anche il loro, usano salutarmi, viene da lì, pronunciato da una splendida guerriera della resistenza; che al di là di tutte le diavolerie tecnologiche la trama resta sempre la stessa: quella semplice e gracile della guerra, che qui diventa cosmica, tra buoni e cattivi (questi destinati naturalmente, come in tutte le fiabe che si rispettano, a perdere); che la spada luminosa, che credo nessun bambino non possegga nel suo armamentario, è quella che la Walchiria della galassia impugna e con la quale compie mirabilia. Se nella seconda parte del film ho abbandonato non è stato per stanchezza, ma per altre immaginabili senili esigenze. Solo che mentre nel freddo quasi polare raggiungevo a piedi la mia dimora, a quel luogo prossima, e incrociavo altre famigliole dirette allo spettacolo successivo, e vedevo spade  come lucciole accendersi e spegnersi nella notte precoce di quest’inizio d’inverno, e udivo gridolini di battaglia, il ‘mestiere’ riprendeva il sopravvento e mi chiedevo quello che da sempre, senza avere risposta, mi chiedo allorché immagino nei così detti cattivi i bambini che furono, e osservo i loro sguardi puri e i loro sorrisi e i loro infantili vezzi: a chi e a cosa si deve la loro trasformazione in “mostri” del Male, quale perfido Iddio li ha predestinati, quale Caso, o quale assurdo uso (tale in fine la scelta autolesionistica del male) di libero arbitrio? Come può darsi una corruptio optimi pessima? Come può da un insieme di uomini nati buoni generarsi una società cattiva? Per la prima, grazie a Starwars, dubito anche del Ginevrino.

P. S. per chi è preoccupato della fine della serie. Tranquilli. Mi pare di aver capito che la resistenza riprenderà!

*

    Sogno sognante un sogno sognante un sogno. Sogno alla terza potenza. Somnium nec somniatum nec somnians (L’Io come Assoluto, l’Essere impersonale, la cui sostanza è il Sogno), Somnium somniatum somnians (l’io empirico Giulio Sforza sognate una fanciulla divina…),  Somnium somniatum somnians (la fanciulla divina semidiscinta sognante una vecchia…),  Somnium somniatum nec somnians (la vecchia laida non sognante oberata di stracci maleodoranti). Strano proodos, ancor più strana epistrophé. Dal Sublime l’osceno. Dall’osceno il Sublime. Plotino, Scoto Eriugena,  Francesco Colonna, Immanuel Kant, Enneadi, De divisione naturae, Hypnerotomachia Poliphili, Kritik des Urteilskraft  in un sol colpo confutati dai vaneggiamenti senili d’inizio inverno del Somniun somniatum somnians

*

    A proposito del mio Somnium alla terza potenza, modellato, tra il serio e il faceto, sul concetto di Natura una e triplice, anzi quadruplice, dell’Eriugena, di coincidentia oppositorum, di Natura naturans e Natura naturata, di mondo come Deus contractus o explicatio Dei, e di Dio come implicatio mundi susaniani  (cryppffsiani!), di conseguente Mens super omnia e Mens insita omnibus  del De Uno et innumerabilibus  bruniani, ecc  ecc (in sostanza di Uno-molteplice e del Molteplice- uno, di Immanenza trascendente e di Trascendenza immanente, tutti concetti in apparenza contraddittori – ma fui forse io ad inventarmi il Credo quia absurdum?): a proposito di ciò molti amici preoccupati mi hanno chiamato con la scusa degli auguri, in realtà per accertarsi del mio stato di salute mentale, per verificare se cominciassi a dar segnali di senile confusione. E li ringrazio per questo, li capisco. Ma debbo rassicurarli: mai la mia mente fu più vigile, mai come in queste luminose albe natalizie le mie idee furono, nonostante gli impacci corporei della (turpe?) vecchiezza, più “chiare e distinte” , mai i segnali luminosi delle albe eterne trapassarono a tingere con più vigore di rossi intensi i tenui rosa del mio tramonto. Non furono forse questi un giorno i Giorni del Sole invitto? Chàirete, Dàimones!

*

    Copio da una citazione in rete di Raffaella Canovi (Il secondo amante di Lucrezia Buti):

    "Oggi, dopo lo sforzo severo della tragedia adriaca, mi rimetto a scrivere per me, per me solo, pel mio piacere, pel mio gioco, per la mia ricerca; e, in terra toscana, invento una sintassi volubile che sembra animata da una brezza mattutina odorosa di spigo e di salvia, come un certo drappare in certi disegni di maestri toscani ch′io so.
Ho preso il fanciullo di Pescara, e me lo son messo su le spalle."

Ma quando mai il nostro amatissimo birbante smise di scrivere per sé solo? E con ragione! Scrivere per il proprio piacere non è forse la prima condizione per piacere?

__________________

Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 
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D'Annunzio al Mediamuseum. Montéhus e "La Terre Nationale". Civiltà e civilizzazione secondo T. Mann

Post n°970 pubblicato il 10 Dicembre 2017 da giuliosforza

Post 890

Così, a prima vista, un convegno che sarebbe stato assolutamente da non mancare. L’ironia, il sarcasmo, la malinconia, fanno da sfondo alla retorica panvitalistica e all’attonimento panico dannunziani, rappresentano i colori base della sua tavolozza spirituale, etica ed estetica. Un tema che ho sempre ritenuto fondamentale ma che non ho mai sviluppato e visto sviluppare. Ora pare, a leggere dai rapporti in rete, ci abbia pensato il 44esimo convegno di Studi dannunziani del Mediamuseum e della fondazione Taboni di Pescara. Una rosa di relatori dannunzisti, non necessariamente dannunziani, giovani e meno giovani, fra i quali spicca il nome di  Gianni Oliva, hanno dedicato all’argomento due intense giornate. Leggo in un resoconto giornalistico anonimo:

“Ironia e malinconia sono due tratti costitutivi della personalità dannunziana, come attestano le acquisizioni manoscritte e documentarie degli ultimi anni, in maniera anche più significativa rispetto al recente passato.

    Sul piano critico ed introspettivo l’influenza che la malinconia e l’ironia hanno avuto per D’Annunzio è rimasta a lungo sullo sfondo rispetto alla cifra lirica e metapoietica che ne segna l’invenzione letteraria. In questo senso, lo studio del rapporto tra arte e vita si rivela un percorso di conoscenza a tutto tondo per comprendere la genesi e l’evoluzione del D’Annunzio uomo pubblico ed esteta, che trova evidentemente nella scrittura la sua espressione esistenziale più compiuta. Non solo i romanzi e le poesie, ma anche le cronache giornalistiche, le lettere, le prose memoriali, i taccuini schiudono scenari e motivi ‘liminari’, tali da porre il lettore al cospetto di un intellettuale inaspettatamente ironico e sarcastico, o sorprendentemente malinconico e riflessivo.

    Per queste ragioni ironia e malinconia sono da concepire come poli supplementari e interconnessi dell’officina creativa dannunziana, dalle novelle giovanili fino alle epigrafi memoriali del Vittoriale, laddove il flusso dei ricordi si alimenta spesso dei fasti vitalistici del passato. Di qui l’opportunità per studiosi, critici, docenti, ricercatori di approfondire la dimensione più propriamente ironica e melanconica dello scrittore, mediante lo studio circostanziato di un singolo libro o di uno specifico percorso di ricerca e di lettura con l’obiettivo di evidenziare due aspetti essenziali della modernità dannunziana, così prossima alla sensibilità esistenzialista e sperimentale del Novecento”. ( estratto da L’Opinionista, Giornale on line del 20/11/2017).

Anche senza ricorrere al tetrastico conclusivo del Libro segreto, conclusivo si direbbe anche di tutta la vita e di tutta l’opera del Pescarese (Tutta la vita è senza mutamento / Ha un solo volto l malinconia / Il pensiere ha per cima la follia / E l’amore è legato a l tradimento), nel quale alla malinconia evocata  è sottesa una ben celata ironia, al lettore attento non sfugge come anche sotto le euforie superomistiche, anche sotto il tardoromantico o neoromantito Streben del d’Annunzio giovane e di quello maturo, facciano capolino i segnali depressivi  (post coitum animal triste …), susseguenti alle euforie di quel bipolare che ogni artista, soprattutto il grande artista, fatalmente è.

Raffaella Canovi per gli Amici del Vittoriale ha accennato, col titolo “Schegge e baleni dal 44mo Convegno di studi dannunziani; spunti di riflessione e approfondimento”, ad altri temi trattati nel convegno, anch’essi meritevoli di attenzione e di approfondimento:
1) gestualità verbale dannunziana, per stupire e attirare su sé l'attenzione 
2) il corpo ferito del poeta nelle pagine del "Notturno", dove l'immaginazione compensa l'immobilità, dove la scrittura diviene strumento sensoriale 
3) "Il secondo amante di Lucrezia Buti", ipertesto dannunziano, reticolo di citazioni 
4) ultimo atto al Vittoriale: poeta prigioniero della vecchiaia, Comandante disarmato dagli anni, amante dall'eros angoscioso…

Non resta che attendere gli Atti.

*

Nelle mie frequenti peregrinazioni a Parigi non mi son fatta mai mancare una visitina ai bouquinistes del Lungosenna, presso i quali ho trovato più di una cosa interessante, fra cui due stampe a colori della famosa Imageries d’Épinal (stampe popolari antenate dei fumetti odierni, del formato, centimetro più centimetro meno, di una pagina della nostra fu Domenica del Corriere) la cui curiosità è che, pubblicate allo scoppio della Grande Guerra 15-18, sono una testimonianza della ubriacatura patriottarda di quei giorni e, ancora di più, dell’abbandono, per l’occasione, della vocazione universalistica da parte di uno degli autori. Una image è dedicata alla Marsigliese, parole melodia e illustrazione tratteggiante una Marianne alata che impugna la bandiera e guida i rivoluzionari alla battaglia; un’altra a La Terre Nationale, composta da Théodore Botrel stando alla stampa, da Marty Montéhus stando invece ad un’altra fonte, alla quale io son portato a dare più credito. Costui, come molti altri, cambia opinione per la circostanza, e da autore di canzoni ispirate all’ideale del socialismo pacifista ed internazionalista, passa con nonchalance alla composizione di canzoni militariste e patriottiche. In ciò egli segue l’umore delle folle che, tranne pochissime eccezioni, sono per l’‘Union sacrée’  contro il maledetto nemico alemanno. Ne La Guerre Finale,  deviando da L’Internationale, scrive: Et maintenant tous à l’ouvrage / Amis, on ne meurt qu’une fois! E nella Lettre d’un Socialo: Nous chantons la Marseilleuse / Car dans ces terribles jours / On laisse l’Internationale / Pour la victoire finale / On la chantera au retour:

Nella canzone impregnata del razzismo del suo tempo, intitolata L’Arbi, Montéhus esprime in jargon propositi xenofobi: Moi li sait bien, toi pas voulu guerre / Toi, li Français, c'est kif kif le bon Dieu.  E Più oltre:

Moi suis content voir Paris: / J'suis content, c'est bézef bonno / A couper cabêche aux sales Pruscots / Car eux, du tout, pas gentils / As pas peur, as pas peur, Sidi / Si Pruscots venir, moi coupe kiki.

Durante i quattro anni di guerra, non smette di comporre canzoni bellicose (La Dernière victimeLa Voix des mourantsLa Vision sanglanteDebout les Morts !, etc.), non sarà mai mobilitato e non conoscerà di conseguenza personalmente gli orrori del fronte. In compenso, sulla scena, à l'Olympia, si mostrerà ferito alla testa cantando canzoni belliciste, e alla fine della guerra, nel ’18, per i suoi buoni e leali servizi, riceverà la Croce di guerra.

Per quanto riguarda La Terre nationale che dire. Si tratta di un inno di ben nove strofe composte  di otto novenari piani e tronchi, più un ritornello. affidate ad una melodia a tempo di marcia molto orecchiabile. Riporto la prima e l’ultima strofa e il ritornello, quanto basta per farsi un idea. L’illustrazione centrale, di proposito molto naïve, mostra in alto una schiera di soldati lanciati alla battaglia dalla Marianne armata, la personificazione storica della Francia rivoluzionaria; e in basso un lavoratore che col cappello, la mano destra levata, saluta i soldati, mentre con la sinistra guida un aratro dai cui sillons (chiara allusione alla Marseilleuse) fuoriescono teschi.

De même que du fond de l’ȃme / Nous n’aimons d’un aveugle amour / Que la vaillante et noble flamme / Qui, jadis, nous donna le jour; / Dans l’univers entier, de même, / Il n’est, sous le bleu firmament, / Qu’une seule terre qu’on aime /Comme une seconde maman.

Refrain: C’est la Terre Nationale / Que de nos morts est l’immense tombeau. / Pour garder la Terre Natale / Soyons tous prêts à risquer notre peau. / Pour la Terre Nationale, / Serrons nos rangs sous le même Drapeau!

……

Et c’est Toi, Patrie adorable, / Que d’aucuns voudraient déserter, / C’est ton Drapeau qu’un miserable / Sur le fumier voudrait planter! / De peur que ces Iscariotes / Ne la vendent è l’Étranger, / Coeur contre coeur, fils patriotes, / Entourons la Mère en danger!

Refrain.

Sarei curioso di sapere quale è il misterioso personaggio indicato come colui che vorrebbe piantare la bandiera su un mucchio di letame, ma forse è solo da intendere, collettivamente, come l’insieme degli iscarioti traditori della causa, i pacifisti non interventisti.

Con i risorgenti nazionalismi, soprattutto  nella Frania chauviniste di sempre, quest’inno potrebbe nuovamente tornare d’attualità. Hai visto mai….

P. S.

Per che volesse fare un salto indietro di un centinaio di anni: La Musique d’accompagnement (piano) est en vente chez M. E. MAZO, 8, Boulevard Magenta, 8, PARIS. Pour l’achat de la présente image d’Epinal, en gros, s’adresser: soit directement à la Maison Pellerin & C°, à Epinal (Vosges); soit à “LA BONNE CHANSON” 35, Rue Boissy d’Anglas, à PARIS: soit à M. E. MAZO, 8, Boulevard Magenta, 8, à PARIS.

Cette chanson existe dans presque toutes le marques de phonographe, enregistrée par Georges Elval.

*

A proposito di ‘culture’ e del loro rispetto, tema particolarmente attuale, mi piace riportare l’opinione di Thomas Mann, che trovo nell’introduzione al suo “Considerazioni di un impolitico” (“Betrachtungen eines Unpolitischen”, 1918) curato da Marianello Marianelli e di Marlis Ingenmey per Adelphi 1997. Nel 1914 Thomas era in fitta corrispondenza polemica epistolare col fratello Heinrich (autore fra l’altro del famoso “Professor Umrat” da cui fu tratto il film L’Angelo azzurro con la Dietrich), socialista progressista antiinterventista, assai critico con la Germania dell’Epoca, e pubblicò, in risposta indiretta, “Gedanken im Kriege”, Pensieri di guerra, dove tra l’altro scriveva:

«Civilizzazione e cultura non soltanto non sono la stessa cosa, sono due cose opposte…Nessuno vorrà negare, per esempio, che il Messico, al tempo in cui venne scoperto, possedesse una sua cultura, ma nessuno potrà sostenere che fosse civilizzato. Evidentemente cultura non è il contrario di barbarie: essa è piuttosto e abbastanza spesso una primitività stilizzata, e d’altronde, civilizzati, tra tutti i popoli dell’antichità furono forse solo i cinesi. Cultura significa unità, stile, forma, compostezza, gusto, è una certa organizzazione spirituale del mondo, per quantio tutto possa sembrare avventuroso, scurrile, selvaggio, sanguinoso, tremendo. La cultura può comprendere l’oracolo, la magia, la pederastia, messe nere, sacrifici umani, culti orgiastici, l’Inquisizione, l’autodafé, il ballo di san Vito, processi alle streghe, il fiorire di venefici e le più varie atrocità. Civilizzazione è invece ragione, illuminismo, addomesticamento, incivilimento, scetticismo, dissolvimento -spirito».

La questione per me resta aperta, non mi è facile prendere una posizione.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 

 

 
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"Non ha Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre"? ed altre provocazioni.

Post n°969 pubblicato il 01 Dicembre 2017 da giuliosforza

Post 889

Nell’anticamera di uno studio medico, tra il vario ciarpame editoriale cairesco  messo a disposizione del pubblico desideroso di acculturarsi, un giornalino degli ex allievi e delle ex allieve di una nota congregazione religiosa, di cui scorro velocemente l’indice. Solite tiritere. Ma un titolo attrae la mia attenzione: non ha Dio per padre chi non ha la Chiesa per madre, e mi sconvolgerebbe, se non fossi ormai quel disincantato faust senza salvifiche margherite che sono. Cribio, mi dico, che capolavoro di ecumenismo! L’avessero scritta gli inquisitori opusdeisti capirei, ma i …, mein Gott! Una così esplicita ed antistorica e infine becera dichiarazione non ricordo d’averla letta o udita da moltissimo tempo, nemmeno dai più radicali de Maistre e D’Aurevilly (ma senza il loro ingegno) dei nostri giorni.

Bon Dieu de la France, sauvez l’Italie, car son Dieu est en vacance.

*

Tre pensieri dominanti

La mia lunga esperienza mi fa ormai convinto che tra le fenomenologie dell’Eros non è stata ancora superata quella proposta da Diotima nel Simposio platonico: l’Eros essere una entità metà demonica metà demoniaca, occupante gli spazi intermediali tra (metaxy - metà e syn-, zwischen, between, entre-deux…)  umano e divino, eternità e tempo, vita e morte, gioia e dolore, estasi e tormento. Cosa l’uno dei due elementi, il positivo o il negativo, spinga a evolvere, o devolvere, nell’altro rimane un mistero, a men che non si chiamino in ballo una insensata moira, una non meno incomprensibile benevola provvidenza, un crudele destino, o un santissimo caso. Tra paradiso ed inferno sta l’eros, ad avvicinare  e ad allontanare, a separare e ad unire, come le pareti di una stanza, come i muri di una prigione. I fortunati che attraverso l’amore han trovato il paradiso son quei santi inutilmente invocati da noi (i più?) dannati all’inferno di un’eros da demonico fatto demoniaco.

Utopia della comunicabilità tra le generazioni. Se esiste una puramente teorica possibilità che un vecchio possa comprendere un giovane (egli ha vissuto i vent’anni, il giovane ignora che siano gli ottanta) in pratica comunicare è impossibile: troppo mutate le categorie mentali, troppo diversi i valori (quelli morali, hegelianamente individuali, e quelli etici, hegelianamente sociali) le situazioni storiche, gli usi e i costumi. Le categorie, nel senso originario aristotelico di determinazioni dell’essere o kantianamente del pensiero che pensa  l'essere e pensandolo lo pone, sono alla base di ogni comprensione. Esse mutate, illusoria ogni speranza  di comunicazione. La pretesa poi del vecchio di guidare il carro della storia è risibile, come patetiche son le sue querule lagnanze (oh tempora, oh mores! Oh gran bontà dei cavalieri antiqui!) sui tempi mutati. Le punte avanzate dell’evoluzione son le nuove generazioni, son esse a trainare il carro della storia, e le strade da noi vecchi segnate solo dagli ignavi son ripercorse.  Noi vecchi rappresentiamo solo dei monumenti, e ne abbiamo la stessa funzione: testimonianza, pura testimonianza,  ammirata o derisa, d’un tempo che fu. Piaccia o non piaccia così va il mondo. Ed è un bene che vada così. Leibnizismo puro ripensato.

Immaginate voi cosa possano condividere con me, tranne forse il DNA, i miei nipoti, ma già i miei figli? E cosa con me possano aver condiviso i miei genitori, io da fanciullo spettatore di una delle più disastrose guerre della storia, essi attori 0 tragicamente testimoni di tre guerre, le due mondiali e nell’intermezzo, quasi non bastasse, la coloniale? Immaginate quale profondo abisso non solo di dolore celassero gli occhi di mio padre e di mia madre, quali misteriose metamorfosi fossero nella loro mente e nel loro cuore avvenute, quali traumi, quali sconvolgimenti, veri e propri terremoti ontologici? Capirsi allora, comprendersi, è forse possibile anche solo pensarlo? Evidente  che non si nasce per comprendere, ripetere, riprodurre ma per reintendere, reinventare, ricreare. Per nessuno il mondo, e Dio col mondo, è quello che gli è dato. Ma quello rilkiano è, che ognuno di noi  è chiamato a ‘costruire  giorno, pietra su pietra, con mani tremanti’.      

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Ho ritenuto a lungo, e ne ho anche scritto, che il falsificazionismo popperiano fosse una grande novità, non solo nei confronti del contestabile principio scientifico della verifica, dalla quale il verificatore s’attende la conferma delle sue ipotesi e perciò è portato a forzare il fenomeno perché come egli s’attende risponda,  ma anche, per le sue implicazioni, in filosofia e in pedagogia ai fini della creazione di una mente libera. Ora mi imbatto in una citazione tratta dal Sofista platonico, riportata da Vito Mancuso, che mi convince sempre di più tutto essere stato già detto: “La confutazione è la più grande e la più potente delle purificazioni” (in Vito Mancuso, L’anima e il suo destino, Raffaello Cortina editore, Milano 2007, p. 30).

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In vecchiaia lo svegliarsi presto è una grande opportunità concessa dalla natura per il recupero del tempo perduto (se ne hai le forze, naturalmente, se no puoi sempre spararti). Le lunghissime ore che precedono i primi spiragli di luce possono essere tra le più proficue o le più tediose. Dipende da che le riempi. Io oggi ho avuto fortuna e i pensieri, stimolati da opportune letture ed ascolti (tra questi il Qui comincia di raitre, da qualche giorno programma sempre più ricco e meglio confezionato tra parola e suoni), mi hanno affollato la mente in un susseguirsi ininterrotto che quattro ore circa ha rappreso in un tempo-durata bergsoniana non computabile in termini di tempo-spazialità. Eccone alcuni.

Arundathi Roy, Il dio delle piccole cose. La scrittrice contro corrente hindi mi era ignota, come ignoti m’erano il suo impegno politico e la lotta alla globalizzazione becera per il recupero e la valorizzazione dell’ambiente.

Sono convinto che giustizia e libertà si escludono a vicenda. Ora mi sorge il dubbio che anche tra  sicurezza e libertà sia dia lo stesso rapporto dialettico. A farmi sorgere il dubbio è Mauro Barberis in  Sicurezza e libertà, il fallimento delle politiche antiterrorismo, Il Mulino, Bologna 2017, pp.136, recensito in Qui comincia, tra uno Schubert e un Domenico Scarlatti, da un Attilio Scarpellini sempre più bravo e garbato (ma mi manca Paolo Terni, troppo presto dissoltosi nelle cose).

Benjamin Constant,  De la liberté des anciens comparée à celle des modernes :’Peuple en masse, peuple en détail’.  Singolo ‘schiuma delle onde’.

Ascolto: nel capitalismo il credito ha sostituito il Credo. Io aggiungo: o è il Credo ad essersi ridotto a credito?

Ne ho da scaldarmi l’anima per tutti questi algidi mesi invernali.

 

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Al doppio concerto d’organo offerto in St. Paul’s within walls Church da Marco Lo Muscio per il compleanno suo e del collega Federico Borsari (di questi interpretava vari brani Roberto Marini, mentre di Marco eseguiva una decina di pezzi  Kevin Bowyer) ho per la prima volta in vita mia (e ne ho sentiti di concerti d’organo in questo quasi secolo di mia passeggiata terrestre!) un brano per quattro mani e quattro piedi dal titolo ‘Ostinato’. Perdinci che diavolo di ostinazione! Quattro piedi e quattro mani indiavolati (quelli di Marco e di Bowyer) che “strapazzavano” senza pietà le tastiere e il pedale trasformando quel benedetto strumento in una orchestra possente i cui suoni, trapassando muri e vetrate, si diffondevano nel cielo dell’Urbe purificandolo da smog e rumori e restituendolo alla purezza dell’Urklang coevo, se non anteriore, al Fiat della Luce. Nemmeno dal mio maestro Giacomo Pedemonte avevo sentito trarre qualcosa di simile dal fantastico superorgano nella chiesa dell’Immacolata in Via Assarotti a Genova. Ma sicuramente il lucreziana simulacrum pedemontiano dai suoi cieli avrà anch’esso gradito.

Tutto il doppio concerto mi è piaciuto: ottimo Roberto Marini nell’esecuzione di “ Finale sul Veni Creator”, “Dalle Chiese dimenticate”, “Cinque pezzi liturgici”, “Lullaby” di Federico Borsari; ed ottimo Kevin Bowyer, con stile e nonchalance esecutore dei lomusciani “Eowin’ Memories”, “Trittico toscano”, “Vocalise n. 5 ‘To Nadja’”,”Concert Variations on ‘Greensleeves’”, “In memoriam Teodosia”, “Blue Prelude”, “Mystic Alleluja in Memory of Messiaen”, “Stazione ottava dalla Via Crucis: Gesù incontra le donne di Gerusalemme”, “New Litanies in Memory of Jehan Alain”. Oltre l’’Ostinato’ di cui ho detto, naturalmente

Inatteso l’Happy Birthday con britannico humour improvvisato da Bowyer. Ci credereste? All’organo è tutt’altra cosa. E’ persino sopportabile.

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Sogno di una notte di mezza estate di Michael Hoffmann, riproposto da non ricordo quale canale TV, un film in consonanza con l’attuale mio stato d’animo e la particolare atmosfera musicale che in questo periodo respiro. Un film che ben lungi dal tradire il modello scespiriano (ah i miei Titania, Oberon, Puck!) ne rende anzi il clima ancor più fatato unendo alle musiche di scena mendelssohniane  tanto di Bellini, Donizetti, Verdi, Mascagni (‘Intermezzo’  della Cavalleria, ‘Casta Diva’, ‘Una furtiva lacrima’, ‘Brindiam nei lieti calici’… ne costituiscono buona parte della colonna sonora) quasi ad avvalorare oltretutto le ipotesi (dicerie?) dell’italianità del Drammaturgo d’Oltremanica. I personaggi son tornati a ripopolare le mie stanze uscendo integri  dalle pagine di Shakespeare e di von Weber, musicalmente suo primo riscopritore romantico, e, se permettete, di…Giulio Sforza che in più riprese le vicende di Titania e di Oberon celebrò nei Canti di Pan ambientandole fra i colli le valli le selve della sua terra.

P. S.

Per una ghirlandetta / ch’io vidi, mi farà / sospirar ogni fiore. / Al mio giardin soletta / la mia donna verrà / coronata d’amore

Col Panfilo del dannunziano Sogno di un mattino di primavera di primavera intonerò all’alba la ballata per madonna Fiammetta; e il Sogno d’un tramonto d’autunno nella musica di Malipiero chiuderà il mio giorno affatato.

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Una amenità musicale , ma non solo musicale. In questi tempi in cui inetti governanti italiani, talebani di casa nostra che non riescono, comprensibilmente, a liberarsi dei fantasmi di un passato ingombrante,  propongono la rimozione  di monumenti (perché non allora più radicalmente la distruzione di città, di quartieri, di architetture, di case, di scuole, di università, di opere pubbliche, di ogni testimonianza insomma, dalla più remota antichità ad oggi?) qualche imbecille mette le mani persino sui testi dei libretti d’Opera, là dove si imbatta in parole come Patria, onore, armi, gloria. In una per il resto bella esecuzione de ‘I Puritani’ belliniani ho trovato, fino a tal punto si spinge l’imbecillità umana, l’All’armi, all’armi! del famoso “Suoni la tromba” (al cui termine il pubblico intero della prima parigina del 1835, pochi mesi prima della morte prematura del Catanese, s’era levato in piedi invaso da furore patriottico, agitando, gli uomini, in aria i cappelli e le donne sventolando i fazzoletti, lo stesso pubblico che aveva pianto romantiche lacrime alla scena della pazzia di Elvira e al suo notturno canto amoroso) con all’alba! All’alba! Incredibile ma poi non tanto, se direttore pare fosse Muti. Parlavo del ridicolo mis-fatto con l’orafo Bevilacqua, ineguagliabile esperto d’opera, musicomane e addirittura musicologo molto più attrezzato di tanti barbassori di mia conoscenza, che ho ritrovato, intatto ultraottantenne, dietro il suo bancone nel negozio di Via Francesco D’Ovidio dopo tanti anni. Dirlo scandalizzato è dir poco. Furioso è la parola giusta.

Per dispetto degli allalbesi me ne vado al piano e me la canto e me la suono tutta in originale.

 “Suoni la tromba e intrepido /io pugnerò da forte: / bello è affrontar la morte / gridando libertà. / Amor di patria impavido /mieta i sanguigni allori, / poi terga i bei sudori / e i pianti la pietà. /All'armi! All’armi! / Sia voce di terror / Patria, vittoria e onor.

*

Tra i motti di cui sono andato strada facendo appropriandomi o che mi sono inventato, tra i più cari mi è quello beethoveniano tratto dai Quaderni di conversazione: “afferrare il destino per la gola!” Ora ascolto il grande romanziere James Ellroy affermare, in una intervista, tra l’altro, esser Beethoven con Wagner il suo punto di riferimento e come lui volere “afferrare il destino per la gola”. Strabiliante! Tranne qualche eccezione, odio tutta la romanzeria americana contemporanea, ma temo che dovrò con essa riconciliarmi avvicinandomi ad Ellroy, di cui confesso d’aver finora ignorato finanche nome. Dall’intervista sono uscito innamorato. Anche il suo genere dovesse non piacermi (non sono attratto da gialli, polizieschi, thriller, horror e compagnia …macabra) in lui ci dev’essere qualcosa di speciale: non può non esservi in un beethoveniano wagneriano. Di quel qualcosa di speciale andrò alla ricerca, e sicuramente in qualche parte lo scoverò.  

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 



 

 

 

 
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Metafisica del Suono

Post n°968 pubblicato il 20 Novembre 2017 da giuliosforza

Post 888

    Le due ultime settimane sono state le più belle di questo autunno di me e delle cose perché colme di musica. Colme di Wagner (Ring des Nibelungen), colme di Richard Strauss, ma anche di Bellini e di Donizetti. E di altro di successivamente cui dirò. Nell’ascolto mi sono ridisciolto nel suono primordiale (l’Urklang) che fu all’Inizio col Logos giovanneo (en Arché én ò Logos), con la faustiana Tat goethiana (Im Anfang war die Tat), con l’Atto gentiliano (di Logos e Tat, Pensiero e Azione, inscindibile sintesi). E ho ripensato a quello che scrissi nell’Introduzione al volume Musica mundi di Maria Teresa Luciani  che raccoglie tutte le preziose schede del seminario di educazione all’ascolto da lei curato nell’ambito dei miei corsi di Educazione estetica e di Metodologia dell’educazione musicale. Nella mia filosofia della musica l’ascolto occupa, con la coralità, un posto privilegiato. Il ruolo che gli riservo è quello di spalancare al colto e all’inclito le porte del tempio dell’Isi velata, nel cui tabernacolo si cela l’Essenza  di te e del mondo (di te-mondo) come onofriana  “rappresa melodia”. Essenza come Suono. Per questo non solo la vita senza musica sarebbe un errore (Nietzsche) ma, ancor più radicalmente, maggiore errore sarebbe una vita che non sia musica.

    Ripubblico qui di seguito quella Introduzione, anche spinto dalla suggestione di una recente lettura, del tutto occasionale, di un interessante studio dedicato a La scuola dell’ascolto. Oralità, suono e musica nell’opera di Elias Canetti (Antonello Lombardi, Utorpheus edizioni) dove l’ambito dell’ascolto è più vasto, le voci da acoltare sono di ogni genere e di ogni provenienza, ma alla fine si fondono nella  coralità cosmica che è l’essenza stessa del Suono primigenio.

    “Nel convincimento di chi scrive la musica è sì massima adorniana ‘ambiguità elevata a sistema’ e marceliana dialettica profonda dell’io, ma anche, e soprattutto, autorivelazione dell’Assoluto come emozione lirica (Selbstaufregung, Selbstgefühl) nella coscienza empirica, strada diretta  all’essenza nella cui percezione l’Urklang si avverte come sonora ratio seminalis della realtà. E sonorità rappresa, sonorità espansa risultan le cose, e i corpi non pesano, danzano, e la danza sfrenata degli esseri esorcizzati del demone della gravità (Nietzsche) è la sarabanda stessa dei suoni che premuti e compressi ed in ressa nella potenzialità seminale si dispiegano nella multiformità aerea delle essenze melodiche sovrapponentisi o rincorrentisi nella verticalità armonica o nella orizzontalità fuggevole, ma mai come nel moto placata, mai come nella stasi inquieta. E di essenza sonora tutte le cose fremono come assoluto liricamente autorivelantesi.

   Nella “misticità” sonora la “paganità” delle cose respira e la coscienza tragica del loro temporale e spaziale Destino si fa autocoscienza intemporale di un Io che è Fans del proprio Fatum, e tale si ama (Amor Fati come amor sui ipsius fantis).

   Attraverso la Musica la Conoscenza ridiventa pregna di Dio. Si dissequestra Iddio dalle incolture della liberazione  dalla vita e lo si rende alla cultura della liberazione della vita. Attraverso la Musica il morto Iddio risorge, un Iddio che della musica ha la serenità tragica e l’ironica tragicità. Musica come opus metaphysicum  dunque, ma zarathustrianamente metaphysicum, che vette ed abissi attinge (abissi come vette, vette come abissi) con  la leggerezza, la leggiadria, la temerarietà d’un Euforione, con essi giocando.

   La Musique creuse le ciel  dunque, diremo col Baudelaire delle Fusées, ma non senza avere prima avvertito essere il cielo interno alla terra, e solo perciò una novalisiana inneweltliche Askese poterlo attingere. Un cielo interno all’io anzi con l’io stesso profondo coincidente, del cui ritmo, un processo di negazione e di inveramenti, di scoperte e di smarrimenti, di occultamenti e di svelamenti l’essere stesso si ritma.

   Meravigliosamente tale natura, tale ruolo, tale fine del fatto sonoro intese e cantò chi sé disse fratello gemello del folle di Röcken. Chi abbia in buona disposizione d’animo letto Gabriele D’Annunzio, chi si sia da lui lasciato guidare alla sensuale e sensuosa e mistica scoperta del proprio corpo-universo nelle cose-tutto per le cose tutte, non solo ha avvertito in lui il più grande produttore di suoni come parole e di parole come cose (e di simboli di simboli e di metafore di metafore) ma anche uno dei più sottili indagatori dell’anima di Frau Musika e del suo corpo esperti. L’anima e il corpo di Frau Musika sono così presenti nell’opera totale dannunziana da rischiar di diventare invadenti. Quando non la trama di ogni azione se ne sostanzia l’atmosfera di essa se ne impregna. E poco a poco, romanzo per romanzo, dramma per dramma, lirica per lirica la velata Signora discopre all’iniziato i suoi fascini, pudibonda e procace,si rivela strada privilegiata, condizione pregiudiziale, per l’auspicata supernatura. L’uomo novissimo, l’uomo estetico inventore di desideri il cui avvento il declino dell’homo faber rende urgente, sembra aver bisogno soprattutto di musica. Levatrice del superuomo sembra essa destinata ad essere, Latona di Metanoesis, ponte lanciato tra la paleo e la metantropologia. L’uomo novissimo dalla sensibilità ripulita dilatata immillata fatta cosmica, liberato dagli impacci della gravità dei determinismi dei finalismi delle trascendenze delle deleghe delle mediazioni sembra trovar nel paradigma musicale di una sonorità autogonica il modello della sua propria autoctisi, del far sé nuovo con tutte le cose nuove. I suoni (i pensieri come suoni) sembrano destinati a rivolgersi contro il nuovo Atteone (brunianamente nuovo) per divorarne la residua empiricità e forzarlo al riconoscimento della propria divinità, dopo le sue affannose ed inutili rincorse di fallaci iddii, fuori di sé, in vuote spoglie lunari.

   Le strade dell’essenza che la musica discopre conducono al centro stesso del mistero che sono le cose, lo rivelano terra delle radicazioni comuni dell’Io e del Mondo e di Dio (nell’Io del Mondo e di Dio). Nella musica vige lo stesso principio di contraddizione che (non) regola il pensiero e l’essere. Essere e divenire, placazione e turbamento, abisso e vertice e vortice (nel vortice, come casa viva  dell’Essere e dell’Essere-Musica) sono gli stessi dell’assoluto ontologico e di quello musicale. Identici i séméia, come segnali alle porte di un deserto, di vuoto e di pienezza, di esplosione e di implosione, di dispersione e di interiorizzazione, di dissolvimento e di ricompaginazione.

   Dire la musica autocoscienza lirica (farsi lirico) dell’assoluto è dunque dir vero, come dirla  quell’Isi che nel suo volto cela il volto stesso di chi brama scoprirla.

Far musica è autenticamente philosophari se Sophia  ha suo luogo in quel centro dell’universo che è il mio cuore, se non anemica imperatrice è dei deserti dell’oggettivazione, ma sanguigna governatrice delle fiorenti province della comunione ontologica.

   Si può spingere il discorso oltre ed affermare che nella musica è consentita quell’esperienza di eternità come liberazione dell’atto dalla sua cornice spazio-temporale, che raramente consente anche l’amore.

   Nel mito di Orfeo questa dottrina è già prefigurata. L’Orpheus orphanòs , figlio di Oiagros, “colui che vaga nella solitudine dei campi”, solo attraverso la musica risolve l’angoscia del suo ex-sistere, la coscienza tragica del proprio distacco dall’essere, nell’esperienza dell’assoluto e dell’eternità fatta da vivo negli Inferi, comunica con le fiere e con la natura inanimata (recupero della totalità e dell’unità pre-oggettivazione) si fa armonia e puro spirito.

   Le astratte considerazioni finora fatte consentono di evidenziare il fondamentale ruolo della musica nella vita e nell’educazione e, di conseguenza, in una scuola che riprenda a cuore le sorti dell’uomo totale; nella quale già un’adeguata educazione all’ascolto rappresenterebbe una grandissima conquista, se la musica, prima o poi, finisce col parlare dentro come i quadri del Louvre diuturnamente osservati dentro la coscienza del giovane Berenson.

   Fra tutte le definizioni di ascolto come fenomeno sensoriale quella contenuta nel Dictionnaire de la musique –  Science de la musique – diretto da Marc Honneger, Bordas, Paris, 1976, mi pare la più esaustiva nella sua sinteticità. “ L’ascolto è un’attitudine percettiva implicante una focalizzazione dell’attenzione su uno stimolo acustico. Il soggetto percipiente è sottoposto ad una infinità di sollecitazioni acustiche non gerarchizzate che, se rispondono alle leggi generali della percezione, vengono avvertite senza l’intervento attivo del soggetto. L’operatore umano recettore di messaggio reagisce in lotta permanente contro il disordine della natura (rumore). Esso conforma intenzionalmente a sé una parte dell’universo e realizza il suo messaggio con relazioni di ordine e di equivalenza a partire da un repertorio di forme, di stereotipi e di simboli acquisiti anteriormente. Il confronto dello stimolo e dello stereotipo gli permette di calcolare il tasso di correlazione, la percentuale di punti comuni che la autorizzano ad avanzare un giudizio. Selezione ed analisi sono quasi istantanee (tempi di presenza) ed escludono temporaneamente gli stimoli marginali. Lo stimolo privilegiato entra nel campo della coscienza dell’individuo, che prende coscienza del reale e determina l’ascolto. Effettuandosi tale conoscenza in riferimento alle conoscenze anteriori, si può immaginare l’importanza della memoria e dell’apprendimento di ascolto

   Ascoltare è affinare (auscultare da aures colere ?), è assommare piacere cinestetico, piacere intellettuale, piacere estetico: è attivare le potenze, implicare se stessi in un processo di ricreazione-creazione (inventio).

   Anche l’eseguire è un ascoltare: è intender sensi (e sensi sono i suoni) e porsi con essi in consonanza. La fase dell’invenzione di sensi non può che essere successiva.

   Di qui il difetto di talune didattiche musicali ove l’apprendimento (necessariamente approssimativo) di uno strumento non sia accompagnato dall’ascolto dello strumento, della infinita varietà di messaggi di cui, nella infinita varietà del suo uso, è fatto mediatore. Suonare uno strumento è innanzitutto ascoltarlo, è interiorizzarlo, è farlo vibrare dentro di sé, farne il suono, un suono della voce interiore: ciò l’artista autentico gli chiede, di farsi tramite della sua coscienza.

E noi, pur condividendo le considerazioni di quanto i cultori del tema in oggetto, da Wiesengrund Adorno a Giacomo Manzoni, hanno affermato, noi si andava oltre, ritenendo che al di là delle sue pure premesse e finalità tecniche ogni educazione all’ascolto debba rappresentare una totale immersione nell’evento sonoro come nel più profondo di se stessi donde ogni evento, anche l’evento sonoro, prende origine e senso. Solo l’ascolto, costante e paziente, diuturno e illuminato è in grado di far sì che il fruitore “indifferente” adorniano risalga i gradini che lo conducono all’“esperto” passando per “colui che ascolta per passatempo”, per “l’ascoltatore risentito”, per “ l’ascoltatore emotivo”, per il “buon ascoltatore” e il “consumatore”, secondo la singolare classificazione del francofortese”. Ascoltare sul piano sensitivo, espressivo e musicale, non basta. La musica ha un significato che va al di là delle note: mai come in musica il nesso generale travalica infinitamente la serie dei significati particolari. Un piano metanoetico si impone, ove senso e intelletto, ragione e cuore si rendono disponibili all’esperienza del mistero che è nel suono come suono primitivo, come primitiva invocazione all’essere, come domanda metafisica. Urklang quale Urschrei, come si diceva”.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 

 

 
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