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Messaggi di Agosto 2022

Ritorni... Laurea onirica. Il leccio antico. Varia

Post n°1137 pubblicato il 25 Agosto 2022 da giuliosforza

1038

   Tre appartamenti in uno  

   Si avvicina, come è naturale, ché ogni partire è un iniziare a tornare, il tempo del Ritorno. E rifanno capolino malinconie e turbamenti.

   Mi avrà ancora il sempre verde canoro Frainile, infilerò di nuovo la chiave nella toppa consunta, risuonerò il gigantesco Farfisa, ricontemplerò i mobili rustici, cimeli della mia casa avita, la culla che accolse i miei primi vagiti, la capace cassapanca di compatta rovere che contenne il ricco corredo di mamma, la mia croce intagliata a mano in ricordo  della santa Missione del 1936, i calendari di carta e di stoffa raccolti, con i preziosi manifesti delle mostre di ogni parte d’Europa, nei miei pellegrinari, mi riavranno i noci, i fiori, le ortensie, le lavande, i rosmarini, l’ibiscus, l’oleandro policromo e ingannatore, il timido gelsomino che distribuisce generosamente il suo aroma delicato all’intorno, le mie rose spinose, l’agrigoglio gigante dai mille aculei? Rivedrò…? Ma mentre nel recente passato ad ogni chiusura di porta mi sussultava in petto il cuore e un torrente di lacrime, non sempre trattenuto, premeva dietro le mie pupille antiche che troppo e troppo poco videro, ora mi appresso alla ripartenza con più serenità. Perché non lascerò, mi dico, una, anzi due, case, cambierò solo stanza, mi dico, come si dice colui che s’appresta al trapasso all’Eterno. Lo so che si tratta di una frase abusatissima e perciò me la dovrei vietare. Ma questa volta le conferisco un significato diverso. Cambierò stanza perché casa di Roma e case di Vivaro (quella paterna e quella del Frainile) le sentirò fisicamente una, per cui lo spostamento dall’una all’altra delle tre case sarà realmente un passaggio dall’una all’altra della quindicina di stanze che insieme le compongono. E poi, allargando, non è forse vero che ‘nessun luogo è lontano’, come titola l’altro piccolo capolavoro di quel Richard Bach autore del Gabbiano Jonathan? E un monista panteista come te non dovrebbe sempre tenerlo a mente e ogni luogo dell’universo ritener non-Luogo della tua Anima universa?

   Tranquillo, dunque, mio cuore, riserva ad altro i tuoi residui battiti. Non scordare mai che in te batte il cuore del Tutto. No hai più due miseri ventricoli, ma quindici stanze ove scorre e pulsa il sangue dell’Universo.

*

   Giuro. Dopo questo resoconto del mio ultimo onirico vaneggiamento tacero' a lungo. Il mondo della rete sentirà la mia mancanza, lo so. Ma persino Dio al settimo giorno si riposo', e fu un guaio per l'universo.

Dunque. Ho sognato di rilaurearmi, alla mia età reale, tra lo sconcerto di tutti, con una tesi su me stesso e i miei 'Dis-Incanti. Dianoie metanoie paranoie d'un vegliardo diarista virtuale'. Relatore e correlatore gli stessi di sessanta anni fa, rispettivamente Luigi Volpicelli e il filosofo Paolo Filiasi Carcano duca di Montaltino, opportunamente risvegliati dai loro avelli. Durante la seduta ridevano a crepapelle e mi chiedevano nuove sugli eventi mondani succeduti alla loro dipartita. Io rispondevo con la solita sfrontatezza: all' infuori di me nulla, nihil novi sub sole tranne me. A questo punto scattavano in piedi sogghignando, sogghignando e danzando: e per questa c.ta ci hai strappato a Belzebù? Niente laurea, ti farai rilaureare, se ci riuscirai, da Qualcun altro alla Valle di Josafat. E mi afferravano per i capelli e mi trascinavano con sé impenitente all'Inferno, come fa il Commendatore-Statua di pietra con Don Giovanni nell'omonimo Singspiel mozartiano.

   E sì. Mi succede di vaneggiare anche nel sogno.

*

   Tardo pomeriggio di un 6 di Agosto. Passeggiata al leccio tra i due ponti. Memorie antiche, ormai solo memorie (o presagi?)

Mattino e pomeriggio afosissimi. Cielo plumbeo. Ma non pioggia. Solo cappa di piombo. Ma la cappa di piombo non pesa sul cervello a obnubilarlo o sulla memoria a cancellarla. Anzi. Mentre il borgo impazza tra botti, fuochi d’artificio, rumori assordanti che dicon musiche urlanti dagli altoparlanti, dionisiaci thiasi cui un pur minimo afflato apollineo è alieno, gare ludiche (unica lieta nota tra le insopportabili baraonde festaiole) di bambini in Piazza Nuova, io passeggio solitario nel breve tratto di strada che va da piazza della Peschiera alla ‘Macera Noa’ non più ravvisabile (come più non si ravvisa la sovrastante ‘Roccia del Gufo - anfratto benedetto per solitarie effusioni amorose), e che, dopo Ponte secondo, scorre come un ruscello d’asfalto che la Lacciara antica, già arida terra di semine e pascoli, ora folta macchia riparo a stuoli di cinghiali, sventra, e permea nel seno profondo tra due folti verdi ormai quasi foreste. E, fra un saluto e l’altro ai rari volti antichi e nuovi incrociati, come me promeneurs ma non, alla Rousseau, solitaires, o alla Novalis Wanderer ma non pellegrini a Sais, o alla Heine reisende ma non allo Harz, o alla Hӧlderlin viatori ma non ‘viandanti che ascoltano l’essere’, penso e penso, rammento e rammento.

   L’antico leccio della mia infanzia sta, immortale, ancora lì, fra i due ponticelli indistruttibili di pietra dura splendidamente innalzati da mastri antichi alla foggia classica e sovrastanti gli ormai invisibili – le erbacce li soffocano - torrentelli della Scentella e della Nocchia che a valle si riuniscono per confluire nel fosso del Sesera e poi nel Turano; il leccio sta, solenne più di un monumento, pronto ad affrontare un altro tragico secolo, quello che i mille profeti di sventura (s’è mai visto un profeta che non sia di sventura? Non son le sventure gli eventi più certi e sicuri da prevedere? E i nuovi aruspici lo sanno. E se ne impinguano, e di nascosto ridono: Catone non si meraviglierebbe più “quod non rideret haruspex harupicem cun vidisset”). Sta il leccio antico. Alla sua ombra nei pomeriggi affocati (ben più di adesso, nella mia memoria, affocati), nell’ora che il gran satiro Pan riposa e le sue greggi ammusano negli stazzi fra nenie infinite di cicale, ranocchie, merli acquaroli, noi bambini settenni-decenni ci si dava convegno per giocare ai primi giochi di carte e di sesso, a dis-educarci al quale pensava, con volgare maestria, un appena adolescente sfrontatissimo D.

   Nella mia memoria due sono le ultime (sarei presto partito appena undicenne per il crudele esilio) immagini del leccio antico: nella prima esso è attorniato da camion tedeschi mimetizzati, quasi sepolti, da foreste di rami verdi (una shakespeariana foresta di Birnam in miniatura in attesa di muoversi non verso la vittoria su un Macbeth assassino ed usurpatore ma verso un disastroso destino) in attesa dell’ordine di ritirata, che sarebbe giunto nel primo pomeriggio del 4 giugno allorché la radio avrebbe annunciato l’ingresso dei ‘liberatori’ a Roma mentre i ragazzi della Compagnia del giovane capitano umanista e artista Stopfler danzeranno con la gioventù del luogo, e un silenzio di morte scenderà tutto intorno, e un brivido correrà per l’aria, e fiumi di lacrime scorreranno dall’una e dall’altra parte, e baci e abbracci saluteranno la partenza dei ragazzi della Hitler Jugend che mai più rivedranno le loro case.

   Nella seconda immagine è una grossa serpe rospara che ingolla lentamente, sotto il leccio, come il protagonista de Le veglie di Neri di Renato Fucini alias Neri Tanfucio, il suo rospo quotidiano.

   Due immagini non esaltanti davvero. Tornerò al leccio fra i due ponticelli a evocarne di migliori.

 *

Röslein, meine kleine Liebe, che hai sfidato vittoriosa, per aspettarmi, l'infernale soffocante calura!

*

   Due acquazzoni e son rifiorite le Rose (ed io in esse, ed esse in me...), Allegata foto di un folto cespo miracolosamente rifiorito in due giorni.

*

   Dopo un mese e mezzo di arsura desertica sul terrazzo in Roma, il kumquat ha per tre quarti resistito e sta già rifiorendo. Non è un buon segno?

* 

  Condivisione di Dunia Asha:

    Voglio piantare un frutteto.

   Con le tue braccia intreccerò una vite

   e quando la pioggia verrà

   non ti lascerò sola,

   appena il sole sarà alto

    ti canterò nelle vene.

   Ogni sera verrò a bere

   ai tuoi grappoli,

   poi l’alba verrà.

Non conoscevo l’uomo politico e poeta lucano Rocco Scotellaro, morto a trent’anni nel 1953, autore di questa lirica. Merita approfondimento.

__________________  

 Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 
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Vick anniversario. Il leccio antico. Strindberg. Manfroce. Pedrotti

Post n°1136 pubblicato il 14 Agosto 2022 da giuliosforza

1037

   Tardo pomeriggio di un 6 di Agosto. Passeggiata al leccio tra i due ponti. Memorie antiche, ormai solo memorie (o presagi?)

   Mattino e pomeriggio afosissimi. Cielo plumbeo. Ma non pioggia. Solo cappa di piombo. Ma la cappa di piombo non pesa sul cervello a obnubilarlo o sulla memoria a cancellarla. Anzi. Mentre il borgo impazza tra botti, fuochi d’artificio, rumori assordanti che dicon musiche urlanti dagli altoparlanti, dionisiaci thiasi cui un pur minimo afflato apollineo è alieno, gare ludiche (unica lieta nota tra le insopportabili baraonde festaiole) di bambini in Piazza Nuova, io passeggio solitario nel breve tratto di strada che va da piazza della Peschiera alla ‘Macera Noa’ non più ravvisabile (come più non si ravvisa la sovrastante ‘Roccia del Gufo - anfratto benedetto per solitarie effusioni amorose), e che, dopo Ponte secondo, scorre come un ruscello d’asfalto che la Lacciara antica, già arida terra di semine e pascoli, ora folta macchia riparo  a stuoli di cinghiali, sventra, e permea nel seno profondo tra due folti verdi ormai quasi foreste. E, fra un saluto e l’altro ai rari volti antichi e nuovi incrociati, come me promeneurs ma non, alla Rousseau, solitaires, o alla Novalis Wanderer ma non pellegrini a  Sais, o alla Heine reisende ma non allo Harz, o alla Hӧlderlin viatori ma non  viandanti che ascoltano l’essere’, penso e penso, rammento e rammento.

   L’antico leccio della mia infanzia sta, immortale, ancora lì, fra i due ponticelli indistruttibili di pietra dura splendidamente innalzati da mastri antichi alla foggia classica e sovrastanti gli ormai invisibili – le erbacce li soffocano - torrentelli della Scentella e della Nocchia che a valle si riuniscono per confluire nel fosso del Sesera e poi nel Turano; il leccio sta, solenne più di un monumento, pronto ad affrontare un altro tragico secolo, quello che i mille profeti di sventura (s’è mai visto un profeta che non sia di sventura? Non son le sventure gli eventi più certi e sicuri da prevedere? E i nuovi aruspici lo sanno. E se ne impinguano, e di nascosto ridono: Catone non si meraviglierebbe più “quod non rideret haruspex harupicem cun vidisset”). Sta il leccio antico.  Alla sua ombra nei pomeriggi affocati (ben più di adesso, nella mia memoria, affocati), nell’ora che il gran satiro Pan riposa e le sue greggi ammusano negli stazzi fra nenie infinite di cicale, ranocchie, merli acquaroli, noi bambini settenni-decenni ci si dava convegno per giocare ai primi giochi di carte e di sesso, a dis-educarci al quale pensava, con volgare maestria, un appena adolescente sfrontatissimo D.

    Nella mia memoria due sono le ultime (sarei presto partito appena undicenne per il crudele esilio) immagini del leccio antico: nella prima esso è attorniato da camion tedeschi mimetizzati, quasi sepolti, da foreste di rami verdi (una shakespeariana foresta di  Birnam in miniatura  in attesa di muoversi non  verso la vittoria su un Macbeth assassino ed usurpatore ma verso un disastroso destino) in attesa dell’ordine di ritirata, che sarebbe giunto nel primo pomeriggio del 4 giugno allorché la radio avrebbe annunciato l’ingresso dei ‘liberatori’ a Roma mentre i ragazzi della Compagnia del giovane capitano umanista e artista Stopfler danzeranno con  la gioventù del luogo, e un silenzio di morte scenderà tutto intorno, e un brivido correrà per l’aria, e fiumi di lacrime scorreranno dall’una e dall’altra parte, e baci e abbracci saluteranno la partenza dei ragazzi della Hitler Jugend che mai più rivedranno le loro case.

   Nella seconda immagine è una grossa serpe rospara che ingolla lentamente, sotto il leccio, come il protagonista de Le veglie di Neri di Renato Fucini alias Neri Tanfucio, il suo rospo quotidiano.

   Due immagini non esaltanti davvero. Tornerò al leccio fra i due ponticelli a evocarne di migliori.

*

   Di Antonio Pedrotti compositore, direttore, arrangiatore (soprattutto di cori popolari e di montagna), discepolo prediletto di Ottorino Respighi, a lungo direttore del Conservatorio ‘Haydn’ di Trento e Bolzano, già, spero esaurientemente, dissi in questo Diario. Dissi di una lettera assali polemica che Pedrotti mi indirizzò all’inizio degli Anni Sessanta in seguito all’attacco che ricevetti dal giornale di sinistra genovese ‘Il Lavoro Nuovo’ per la penna di un tal Marcolfo (pseudonimo assai significativo), risultatomi poi un collega del Liceo Classico Andrea Doria di Genova, per una mia presa di posizione non troppo allineata e ‘ortodossa’ nei confronti di una sorta di decreto dell’allora ministro democristiano dell’Istruzione Gui che invitava a dire, nelle scuole,  della guerra civile, delle violenze e dei morti dell’una e dell’altra parte. in maniera che a me, che l’anarchia non solo mentale ho nel sangue come un DNA, non garbava, per il rispetto che ritengo si debba a chiunque, vincitore o vinto, sia morto per una idea, giusta o sbagliata si ritenga sia. Né me la sentivo di dire i miei alunni, orfani chi dell’una chi dell’altra parte, figli di eroi gli uni, figli di buona donna gli altri. L’attacco del giornale, che concludeva con la richiesta della mi messa al bando dalla scuola, si basava su una anonima denuncia di uno dei miei alunni di un noto Liceo “bene” privato, nel quale insegnavo filosofia e storia, un giovanotto assai mediocre di una famiglia ben nota a Genova, proveniente da una bocciatura al Nautico, assolutamente incapace di capire la mia serena e ragionata posizione e solo spinto da livore di parte. L’accusa del giornale venne ripresa e pubblicizzata dell’Espresso procurandomi non pochi attacchi di parte e preoccupando molti miei amici di sinistra e di destra d’Italia e d’Europa. Io naturalmente non risposi singolarmente e molto democraticamente le mie argomentazioni non furono riportate dai giornali accusatori. Solo ad Antonio Pedrotti risposi, un musicista che stimavo e sui cui testi di armonia e contrappunto mi ero formato. Lui mi rispose, ci chiarimmo e tutto finì come doveva finire. Chi volle capire capì, e la polemica ben presto si spense.    

   Ma perché torno a dire oggi di Pedrotti? Per ben altro motivo. Perché, appena risintonizzati per l’ennesima volta i canali televisivi, è per fortuna ricomparso Rai 5 nel momento in cui trasmetteva una esibizione all’aperto del ‘Coro Cima d’Oro Valle di Ledro’, a me tanto cara, il cui programma iniziava con l’‘Inno al Trentino’ di Pedrotti appunto, eseguito nello scenario che non dirò mozzafiato per non adeguarmi ai linguaggi abusati, quelli delle quattro parole quattro, della maggioranza dei presentatori radiotelevisivi, ma sublime sì, da rasentare il mistico. Dentro di me le voci dei cantanti amatoriali riecheggiavano come per quelle valli e quei monti, mi sentivo parte del paesaggio, del piccolo lago, dei prati verdi e delle montagne che lo contornano fino al Garda. E in spirito discendevo fino a Gardone, fino al Sacrario del Vittoriale degli Italiani, a recare a Gabri (secondo me con Scriabin, ognuno dal suo versante, il più grande celebratore, in ogni sua opera letteraria e politica - la Musica è uno dei fondamenti e dei perni  della utopica e avveniristica Costituzione fiumana, la Carta del Carnaro - del potere educativo ed umanizzante dell’arte di Euterpe) qualcuno degli echi che dentro la mia anima dilatata aveva avuto quel concerto a cappella di sole voci virili, l’espressione corale da me, nei suoi inizi non solo ma  fin nei suoi più recenti discutibili esiti, prediletta.   

*

   Fra le mie scoperte musicali di questi giorni quella di Nicola Antonio Manfroce (1791-1812) è certo la più rilevante. Di questo ragazzo (perché di un ragazzo si tratta, morto appena ventunenne – e poi dicono di Mozart! –) seguo su rai5 Ecuba, la più importante delle due o tre Opere che ebbe tempo di scrivere. In essa trovo condensati i momenti più interessanti del barocco, del classicismo, del pre-romanticismo. Un vero compendio di musica tradizionale e nuova e futura, ove chi voglia avverte, in un discorso compatto e profondo, i tratti fondamentali della rivoluzione musicale in atto. Coetaneo di Rossini - nasce appena un anno prima -, ne anticipa molti aspetti, e per il pesarese fu vera fortuna che il poco più che adolescente musicista di Palmi scomparisse così precocemente: lo avrebbe reso in buona parte pleonastico. Le vicende drammatiche della seconda moglie di Priamo, che al marito, favorevole all’amore tra la figliola prediletta Polissena ed Achille, l’uccisore di Ettore, nella speranza che l’evento favorisca il termine della guerra, si oppone con ogni mezzo senza riuscire ad impedirlo (nel frattempo l’esercito greco irrompe e rapisce Polissena) trovano nella musica ‘nuova’ di Manfroce una  espressione assai convincente. Provo a immaginare quale rivoluzione avrebbe subito nell’ottocento italiano non solo l’Opera se anche lui avesse vissuto settantacinque. Ma come factum infectum fieri nequit, così in non ancor fatto fatto. Infinite sono le vie di Euterpe.      

   *

   Dopo Ibsen Rai5 dedica il ciclo drammatico pomeridiano ad August Strindberg, l’Ibsen svedese, che ebbe sempre col collega, nonostante la differenza di età, un rapporto a distanza proficuamente dialettico, ma fatto sostanzialmente dello stesso armamentario: la critica feroce agli usi e ai costumi del tempo, in campo politico, economico, religioso morale estetico. Bersaglio comune la famiglia, il rapporto fra i coniugi, il conflitto di generazioni, l’ipocrisia, il tradimento eccetera eccetera. In sostanza roba assai monotona per un lettore-spettatore di oggi. Non sto smitizzando: ma all’esagerato umor nero nordico non mi sono mai troppo adattato. Ad esso preferisco persino il nichilismo pirandelliano, al quale almeno non è alieno qualche raggio di sole mediterraneo. Ma non mi posso troppo sbilanciare: immagino che molto del valore e del successo della drammaturgia di ambedue sia dovuto alla rispettiva lingua il cui grado di livello di ricchezza e stile non sono in grado, ignorandole, di valutare: E mancandomi quindi questo fondamentale strumento me ne devo star buono buono contenuto al quia degli esperti, i quali mi pare siano in maggioranza d’accordo nella valutazione dell’opera di ambedue. Ma io continuo a preferire i drammaturghi greci e latini, i Racine, i Voltaire, gli Schiller, i Goethe, i D’Annunzio, i Pirandello… e le loro opere a Casa di bambole, La casa delle Bambole, Pasqua, Danza di morte, Creditori, Temporale e via discorrendo. Ma a parte queste osservazioni di principio, per il resto non ho che da lodare l’iniziativa rai, che trasmette le opere in questione in allestimenti storici, per lo più in bianco e nero, le cui sceneggiature, scenografie, regie, cast sono affidati a nomi ormai classici nella storia del teatro italiano, ripescati dalle teche rai nelle immagini non troppo usurati. Ma molto ho dovuto soffrire a causa del pessimo suono, realizzato evidentemente con strumenti comprensibilmente a quei tempi inadeguati, ora troppo forte e rimbombante ora non percepibile nei piano e nei pianissimo, nei forte e nei fortissimo e in tutte le loro sfumature. Non sarebbe proprio possibile il restauro dei suoni?

*

   Questa sera al borgo, in barba all’epidemia, si beve e si mangia nella passeggiata gastronomica organizzata dalla Pro Loco. Ma non si discute e non si canta.

   La prima passeggiata la inventai io nella cornice del Convegno internazionale (il primo dei diciannove che sarebbero seguiti negli anni) organizzato dalla mia ‘Associazione Culturale di Varia Umanità e Musica Vivarium’ nel 1989, dal Gruppo vocale polifonico ad essa collegato, col patrocinio del  Comune e della Regione adeguatamente nei loro organi rappresentati. Il Convegno era dedicato al tema: “l’Educazione estetica oggi”, come conclusione del corso accademico dedicato allo stesso argomento. Vi parteciparono Professori e studiosi provenienti da ogni parte del mondo, che ne restarono talmente colpiti da serbarne vivissima nostalgica memoria. Erano presenti anche due colleghe di una università dell’Ucraina, che non avrebbero mai immaginato lo scempio anche estetico che una guerra avrebbe procurato al suo paese e non solo. L’eco che l’iniziativa ebbe nella stampa di ogni colore fu vasta e il compiano Livio Jannattoni ne prese spunto per uno dei suoi famosi articoli cultural gastronomici su Repubblica. E sì, rimpiango quei tempi. Ora il mio borgo rivive solo l’aspetto mangereccio dell’evento. E qualcosa pur è. Ma quanto Mi manca l’anima!  

__________________  

   Chàirete Dàimones!

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Una sbornia di musica

Post n°1135 pubblicato il 05 Agosto 2022 da giuliosforza

1036    

   Ho fatto in questi giorni una sbornia di musica.

   Per celebrare il primo anniversario (17 07 2021) della morte del fantasioso regista Graham Vick, vittima del Covid-19 a sessantotto anni, rai5 ha trasmesso nello stesso giorno senza soluzione di continuità quattro famose Opere da lui dirette, due di Verdi, una di Mozart, una di Puccini: Macbeth, Un ballo in maschera, Le nozze di Figaro, Il Trittico. Di esse ho nel tempo qui variamente detto, e perciò mi esimo da ulteriori considerazioni. E il giorno appresso, degna appendice, il discusso capolavoro pucciniano Madama Butterfly, al cui proposito ho letto in rete, e mi è piaciuta assai, una recensione di Roberto Mori che ho deciso di riportare qui per intero perché fa giustizia, spero una volta per tutte, dei numerosi pregiudizi e delle incomprensioni di cui il capolavoro pucciniano è stato oggetto, anche per parte mia. Ho dunque deciso per una operazione tardiva, di revisione, con lo spirito  dell’‘Eaυτόντίμωρούμενος, del punitor di se stesso.

   (Troppe cose dovrei rivedere della musica della poesia della filosofia. Ma non c’è più tempo. L’alfabeto dovrei apprendere delle scienze fisiche e naturali. Ma non c’è più tempo. Mi ci dedicherò nelle prossime vite).

   L’analisi precisa, direi puntigliosa, della Madame Butterfly ad opera di Roberto Mori, merita davvero ch’io la trascriva, affinché per l’operazione di paziente opera di dattilografia più profondamente le sue ragioni mi si fissino in mente. Come atto di riparazione. Sì, perché Puccini, e la Butterfly in particolare, non ha trovato nella mia vita e nella mia considerazione il posto che si meritava. Succube anch’io delle analisi malevole dei critici o dei colleghi invidiosi, da esse mi son lasciato condizionare. Ed è stato un gran male, perché mi sono vietato uno dei più bei godimenti, e non solo dell’orecchio. Nella mia filosofia della musica è stato predominante il principio wagneriano dell’Opera d’arte totale. Non è che adesso lo rinneghi, ma certo rifletto sui limiti possibili della sua applicabilità in ogni ambito del sapere e dell’arte. Il principio della relatività, che dispone a verità via via più vaste, non fatte ma da farsi, spalanca alla mia mente sempre nuovi orizzonti entro i quali si collocano universi problematici e discutibili, ove non è posto per alcun residuo di dogmatismo. Che non è relativismo come negazione di verità. Ma Ẻποχή è, sospensione di giudizio, nelle varie accezioni che il termine ha assunto nella storia del pensiero, da Zenone a Epicuro a Pirrone e, passando per il Cartesio del dubbio metodico, all’Husserl della fenomenologia, che la sospensione di giudizio applica sia alla realtà psichica che a quello del così detto mondo oggettivo. (Considerazione più generale, che spero non abbia a che fare l’argomento di cui. Mutare opinione non è reato. Convertirsi a una fede o perderla è un dire improprio: in realtà che si converte a una fede l’ha sempre posseduta, che una fede perde non l’ha mai posseduta. S’è solo dissolta la dura corazza costruita attorno alla mente e alla coscienza dalle forze prevaricatrici di famiglia società stato chiesa. Mutare opinione è reato solo quando lo si fa per ingordigia di mammona e per sete di potere, solo quando altro non è che una operazione di compra vendita. Come avviene il più delle volte, nella prassi politica. Per il resto mo v’è vita denza possibilità (non fatale) di mutamente. Πàντa  ῥεῖ, no?

    Roberto Mori

   Madama Butterfly una tragedia speciale

   "Per Ferruccio Busoni era “indecente”. E altri, dopo di lui, hanno continuato a considerarla un’opera commerciale, dai contenuti banali e di facile presa sentimentale: espressione melensa e deteriore del gusto piccolo-borghese italiano nell’era di Giolitti. In realtà, a dispetto di questo atteggiamento di sufficienza e delle riserve avanzate persino da alcuni dei pucciniani più convinti, Madama Butterfly occupa un posto rilevante nel panorama culturale della fin de siècle e del primo Novecento.
Storia di un amore straziante ambientato in Giappone, il capolavoro di Giacomo Puccini tocca un problema centrale della cultura del decadentismo: il dramma della perdita. O meglio, il concetto di cambiamento psicologico che si verifica in qualsiasi situazione di perdita, senza possibilità – o capacità – di elaborazione del lutto. Un principio tragico che si esprime nel travaglio interiore della protagonista, Cio-Cio-San, che in una sorta di “coazione a ripetere” si vede sottrarre continuamente ogni cosa: padre, familiari, identità razziale, agi, marito e infine anche il figlio.
Per quanto rimpicciolita in ambito domestico-psicologico e avvolta da una patina esotica, si tratta di una tragedia autentica in cui alla fine l’eroina, attanagliata da un dilemma morale (sposare il principe Yamadori, tornare a fare la geisha o morire), compie la scelta più difficile e coraggiosa, ristabilendo l’ordine turbato col suicidio.

   L’incontro di Puccini con Butterfly avviene nel luglio 1900 al Duke of York’s Theatre di Londra, dove il compositore assiste a una replica del dramma in prosa che il commediografo portoghese David Belasco aveva ricavato dal racconto dell’americano John Luther Long intitolato Madame Butterfly, apparso nel 1898 e forse ispirato a un fatto di cronaca. Colpito dalla figura toccante della geisha e dalla recitazione dell’attrice protagonista, Evelyn Millar, Puccini – pur non conoscendo l’inglese – fiuta materia da musicare e decide di ricavarne un’opera. Il tema prediletto della donna vittima della propria passione amorosa, dopo la Parigi scapigliata della Bohème e la Roma papalina di Tosca, si sposta così in Oriente, a Nagasaki.

   A partire dal 1901, ancora una volta con la collaborazione di Giuseppe Giocosa e Luigi Illica (già autori dei libretti di Bohème e Tosca), Puccini inizia la composizione, che incontra tuttavia numerose interruzioni, fra cui quella dovuta a un grave incidente automobilistico agli inizi del 1903. L’orchestrazione viene comunque intrapresa nel novembre 1902 e portata a conclusione nel settembre dell’anno successivo. Nel dicembre 1903 l’opera risulta compiuta in ogni sua parte.
La sera del 17 febbraio 1904, nonostante l’ottimismo di Puccini e l’entusiasmo degli interpreti (fra cui Rosina Storchio nei panni della protagonista), Madama Butterfly riporta alla Scala di Milano un fiasco clamoroso che spinge il compositore, i librettisti e l’editore Ricordi a ritirare immediatamente l’opera. Contrariato dallo “strazio fatto alla povera Butterfly” in quella “bolgia dantesca preparata evidentemente”, e sicuro del suo valore (“La mia Butterfly rimane qual’è, l’opera più sentita e suggestiva ch’io abbia mai concepito”), decide di rielaborarla sottoponendo la partitura a un’accurata revisione che, con adeguati mutamenti di scene e l’eliminazione di alcuni particolari, la renderà più agile ed equilibrata. Appena tre mesi dopo, il 28 maggio, Madama Butterfly sarà accolta trionfalmente al Teatro Grande di Brescia, iniziando da quel momento la sua seconda, fortunata esistenza.

   Le differenze fra la prima e la seconda versione sono significative. Puccini lavora per sottrazione: oltre a spezzare la continuità del secondo atto (troppo lungo anche secondo Toscanini, che non a caso aveva ammonito: “…con quest’opera troppo lunga e malsagomata andrete al macello”), elimina una serie di scene caricaturali del parentado di Cio-Cio-San, dando meno rilievo alla figura dello zio beone Yakusidé, e aggiungendo in compenso nel nuovo terzo atto la romanza di Pinkerton “Addio, fiorito asil”. Gli altri interventi sono forse meno determinanti quantitativamente, ma non meno importanti sotto il profilo drammaturgico-musicale. Rispetto alla versione originale, Puccini rimuove i preamboli al duetto d’amore del primo atto e il drammatico confronto fra Cio-Cio-San e Kate Pinkerton nella penultima scena del secondo. Senza contare i procedimenti musicali lievemente mutati, le intime osmosi tematiche e armoniche che questi spostamenti favoriscono. Nella prima versione, insomma, Puccini dà spazio al bozzettismo, a certe pitture d’ambiente e divagazioni di colore che saranno poi ridimensionate. E tuttavia, alla luce dell’analisi delle partiture (ma anche dell’ascolto diretto delle due Butterfly poste a confronto dal Teatro La Fenice nella stagione 1982), va detto che il percorso drammatico non risulta affatto sminuito, al di là del valore intrinseco di tali pagine. Già dalla prima stesura il compositore punta infatti al cuore del dramma, pur indugiando su qualche elemento di contorno.
Va precisato che in seguito Puccini ritoccherà ancora la partitura dando luogo così a una terza versione (Londra, 1905) e a una quarta, definitiva stesura (Parigi, 1906). Qualche anno fa, inoltre, Alfredo Mandelli, su segnalazione di Julian Smith e Jurgen Maehder, ha rintracciato nell’archivio Ricordi uno spartito datato 1920, con la scritta “Accomodi del M° Puccini per il Teatro Carcano”, dove tre inserti di copista reintroducono in parte il ruolo di Yakusidé, che in pratica era quasi sparito (e spesso tagliato in sede esecutiva).

   La storia della giapponesina sedotta, abbandonata e suicida, si struttura in due parti nettamente separate. La prima, che funge da prologo e si svolge tre anni prima della seconda, è dedicata all’unione amorosa di Cio-Cio-San e Pinkerton. Come nei lavori precedenti, l’atto iniziale si divide in un’ampia sezione corale e un duetto d’amore conclusivo. La seconda parte, articolata in due atti dopo il rimaneggiamento, è invece dedicata completamente a Butterfly e alla sua lunga, dolorosa attesa. Qui la vicenda si svolge in tempo reale, in un ambiente unico che si fa sempre più soffocante. Un mondo claustrofobico e pieno di angoscia, dove l’evoluzione drammaturgica procede tutta all’interno della protagonista e nel confronto con l’esterno, che tenta di insinuarsi senza che l’ostinazione della donna ne risulti tuttavia intaccata. In questo microcosmo risulta a maggior ragione devastante l’irruzione di Kate, la sposa americana di Pinkerton, che segna la presa di coscienza di Butterfly e dopo la quale – come in ogni tragedia che si rispetti – gli eventi precipitano rapidamente verso la catastrofe.
La musica asseconda genialmente il tormentato divenire del mondo interiore di Cio-Cio-San, prigioniera di una illusione e incapace di accettare la realtà della propria solitudine. Il dramma psicologico di questo potente personaggio, fondato sul contrasto netto tra fissità della condizione interiore e mondo esterno, porta Puccini a escogitare nuove soluzioni. Utilizzando una tecnica affine a quella del Leitmotiv wagneriano, unisce motivi musicali ad aree simboliche (la maledizione, l’amore, il destino, la morte), creando una rete di rimandi semantici ai momenti-chiave della vicenda. I temi riaffiorano come ricordi e scorrono nella mente della protagonista, fissa nelle sue convinzioni mentre il mondo esterno si trasforma. Ecco allora che la ricchezza del tessuto orchestrale della pagina sinfonica collocata in apertura del terzo atto evoca, grazie a una serie di “ritorni logici” dei temi degli atti precedenti, pensieri e sensazioni di Butterfly, statica nell’attesa. Gli interventi orchestrali di “Un bel dì vedremo”, poi, contraddicono l’impermeabilità assoluta di una donna che, chiusa nella sua utopia, nega disperatamente l’evidenza, e preannunciano la catastrofe. E così fino all’ultimo atto – costruito in larga parte su temi già noti – che segna il traumatico infrangersi delle illusioni e sfocia nella tragedia.
Grazie a questa tecnica Puccini può concentrarsi sulla storia interiore della protagonista e seguirne nel dettaglio moti e sottintesi psicologici. Ne nasce un dramma moderno, di grande profondità introspettiva, che fa leva non solo sulla forte carica sentimentale e patetica, ma arriva a toccare un nucleo drammatico che corrisponde a un archetipo, capace di imprimersi a fondo nell’immaginario collettivo.

   Dal punto di vista musicale, l’opera riporta inoltre decisamente alla ribalta l’aspetto della vocalità, “il calore sensuale e lo struggente fulgore della linea vocale” (Mosco Carner). Ci sono momenti in cui le emozioni nude esplodono e conquistano i sentimenti dell’ascoltatore proprio con il loro incalzare e l’immediata orecchiabilità delle melodie. L’invenzione melodica, un tempo frammentaria e di breve respiro, corroboratasi con Tosca, si mostra ora al suo apice: Puccini sviluppa linee vocali ampie e sicure che culminano nello spiegato lirismo del grande duetto conclusivo del primo atto, e nell’aria “Un bel dì vedremo”. Ma quello che di primo acchito potrebbe apparire un discorso fondato su motivi facili e sinuosi, a una analisi più circostanziata risulta organizzato in maniera estremamente mobile, grazie anche alla messa a punto di un canto “di conversazione” sorretto da un tessuto orchestrale finemente sinfonico. In partitura vive di fatto un tipo di pregnanza perenne della melodia, sia che venga cantata sia che venga affidata all’orchestra come sfondo per i recitativi. Non ci sono zone morte, sezioni spente di semplice mestiere e di grigia aderenza al fatto scenico. L’espressione musicale, in altre parole, si attesta sempre su livelli di tensione, in linea con una tendenza alla compressione del linguaggio tipica della fin de siècle.
Butterfly colpisce quindi per la capacità di fondere canto melodioso e uso dei Leitmotive orchestrali in una partitura che asseconda compiutamente le esigenze teatrali, senza mai sacrificare il primato del discorso musicale. Ansioso di continui aggiornamenti, Puccini dimostra come sempre una mente ricettiva al progresso musicale, un orecchio estremamente attento alle nuove armonie e ai nuovi colori strumentali e, anche in questo caso, arricchisce la propria musica con l’apporto costante dei nuovi sviluppi armonici del suo tempo. Ma in Madama Butterfly è soprattutto l’ambientazione esotica a stimolare la sua fantasia musicale. L’esotismo diventa una fonte importante di effetti coloristici: non un puro e semplice uso di certi particolari, ma un elemento che si estende al tessuto della melodia, all’armonia, al ritmo e alla strumentazione.

   Nato in Francia verso la metà dell’Ottocento, il 'Japonisme' si impone dopo l’Exposition parigina del 1867, raggiungendo il culmine con quella del 1900. L’influsso sul gusto occidentale si riconosce sia nelle opere pittoriche e plastiche, sia in quelle che allora si definivano “arti decorative”. Una passione che contagia artisti come Manet, Monet, Degas, e dilaga in tutta Europa. In Italia la fortuna delle giapponeserie influenza autori come Antonio Fontanesi Galileo Chini (amico di Puccini) Anselmo Bucci, fino a estendersi a un livello di consumo con le rivisitazioni nipponiche delle figurine Liebig. Il Giappone diventa di moda pure in letteratura (Madame Chrysanthème di Pierre Loti fornirà per esempio numerosi elementi al primo atto di Butterfly), come nel teatro leggero (The Mikado di Gilbert & Sullivan, 1885). Ma il precedente che forse suggestiona maggiormente Puccini è l’Iris di Mascagni (1898), anch’essa di ambiente giapponese e composta su libretto di Illica.
   Madama Butterfly porta di fatto sulla scena il tema del contrasto fra razze e culture già intuito e sviluppato da romanzi e novelle di fine Ottocento, che aveva già lasciando tracce anche nel mondo del melodramma. I tratti giapponesi funzionano, per l’ascoltatore occidentale, da segnale distintivo di una diversità: canti originali, ma anche spunti melodici inventati utilizzando scale orientali (il primo atto è in buona parte una mimesi di colore giapponese), oltre a stili orchestrali che per timbro e disposizione richiamano linguaggi musicali esotici.
   Interpretato in chiave simbolica, l’esotismo non è altro la mitizzazione dell’altro costituita dal desiderio e dal sogno di allontanarsi dal proprio ambiente. Rappresenta una specie di paradiso perduto, proiettato in una alterità radicale che appare come l’inversione delle insoddisfazioni e delle frustrazioni legate alla cultura di appartenenza. Da questo punto di vista si potrebbe osservare che anche Cio-Cio-San subisce il fascino dell’esotico, ma in senso contrario. Desidera sentirsi occidentale, americana, la sua mitizzazione dell’altro comporta una fuga dalla cultura di appartenenza che, come spesso succede, si rivela illusoria. Questo perché l’alterità mitizzata raramente corrisponde alla realtà quotidiana e porta conseguentemente alla disillusione. In più il misconoscimento della propria identità culturale non può mai avvenire in forma totale e radicale, posto che il frutto dell’inculturazione non è annullabile. Quello di Cio-Cio-San è dunque un doppio inganno, che ha come esito l’impossibilità della relazione.
L’esotismo di Puccini, in definitiva, non è di cornice. E il colore non ha funzione deviante, ma di propulsione dello stile. La minuziosità del pittoresco (in parte occultato nella pièce di Belasco), reso prezioso dal trattamento di un’orchestra mobile e penetrante, fa riscontro infatti all’accentramento dell’emozione su un unico personaggio. Di per sé l’evocazione di un colore locale non va considerata una novità in Puccini. Nuova è tuttavia la proiezione sul singolo dei riflessi emotivi per un autore fino ad allora portato spontaneamente a definire una poetica dell’impressione anziché del dramma. I due elementi si conciliano in quanto l’evoluzione psicologica di Cio-Cio-San – che fa vivere di luce riflessa comprimari e sfondo – si effettua lungo le linee dello studio ambientale e ne trae continue conferme. Nel primo atto, procedimenti, ritmi, temi e scale orientali sono funzionali alla presentazione della geisha nel suo primo stadio, a individuarne l’aspetto orientale che si preciserà, per contrasto, quando conoscerà la sua maturazione occidentale. Alcuni dei temi giapponesi vengono caricati di significato simbolico (la morte, la maledizione dello zio Bonzo) e definiscono inoltre quelle usanze del mondo orientale che costituiscono il presupposto per lo scontro e l’esito tragico di una vicenda che, diversamente, sarebbe circoscritta al solo ambito psicologico. Se la tragedia individuale di Butterfly è scatenata dal conflitto fra culture diverse, l’esotismo diventa elemento fondamentale per la coerenza drammatica, e non semplice colore locale.

   Opera di ricapitolazione e, allo stesso tempo, spartiacque nella produzione pucciniana, Madama Butterfly si configura così come una sorta di “monodramma” imperniato sulla storia interiore di una protagonista assoluta e nel quale i parametri del teatro verista, adottati dal libretto, vengono scardinati dal linguaggio musicale. Come sostiene Carner, Cio-Cio-San e il suo destino “trovano una profonda rispondenza nell’inconscio di Puccini”. Proprio per questo il compositore è in grado “di esplorarne la psiche in modo più completo che per le altre sue eroine e di impiegare ogni risorsa per una minuta analisi drammatico-musicale del mutare dei suoi sentimenti e dei suoi pensieri”. Ne esce pertanto un dramma che verrebbe quasi da definire psicanalitico, nato in un’epoca di inquietudini incombenti che investono il destino personale di Puccini e quello più in generale del melodramma, divenendone emblema e chiarendo i motivi di una crisi spirituale e artistica che l’esperienza della Fanciulla del West, di lì a qualche anno, preciserà compiutamente”.

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   Vivo in questo periodo immerso nella Natura, come un primitivo. Johann Wolfgang, che ha scoperto il mio rifugio, mi reca due messaggi ad hoc per stimolare e arricchire, dice, la mia riflessione. Uno di ieri, uno di oggi. Preciso sempre, come un destino.

   26. DIENSTAG (‘Mit Goethe durch das Jahr 2022’    

   Und frisch Nahrung, neues Blut / Saug ich aus freier Welt; / Wie ist Natur so hold un gut / Die mich am Busen hält

    (26. Martedì Mit Goethe durch das Jahr 2022)

   “E fresco nutrimento, nuovo sangue io succhio da un libero Mondo. Come è amorevole e buona la Natura che mi respira in petto!”)

   27. MITTWOCH

   Die Natur gehet ihren Gang, und desjenige, was uns als Ausnahme erscheint, istin der Regel”. “La Natura segue la sua strada, e ciò che a noi sembra una eccezione, rientra perfettamente nella regola”.

   Abbandonarsi a Madre-Natura! Al diavolo il Progresso (un progredi, semplicemente, un mettere un piede avanti all’altro, che prima o poi finirà in precipizio). 

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    Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 
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