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Messaggi di Ottobre 2022

Šostakovič e la sua Lady Macbeth

Post n°1143 pubblicato il 14 Ottobre 2022 da giuliosforza

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   Non ho avuto mai modo di approfondire nella mia vita la figura e l’opera di Šostakovič come avrei dovuto, vuoi per le mie convinzioni (aprioristiche prevenzioni?) nei confronti della Russia sovietica, vuoi per il mio rifiuto assoluto di qualunque anche solo sospetto tipo di assoggettamento dell’arte al potere, di qualunque tipo esso sia, politico o religioso. L’arte deve certo servire, come sua figlia prediletta e quasi con esso identificandosi, Dio, ma non i suoi presunti autoproclamatisi sacerdoti ai quali semplicemente e magnificamente serve per esercitare il loro dominio sull’ignoranza e l’ignavia degli uomini. Ma negli ultimi anni la figura del grandissimo musicista russo e della sua posizione nei confronti del potere mi si è andata meglio definendo e S. mi è apparso più come vittima illustre del potere (dalle cui grinfie riuscì a salvare il suo genio) che come suo devoto e vile servitore. Ed ho tentato nei limiti del possibile di recuperare qualcosa dell’immenso patrimonio musicale da lui lasciato in eredità al mondo: un patrimonio sconfinato che ci si domanda come sia tato possibile accumulare lunga una vita non lunga ma soprattutto, per via delle prevaricazioni degli uomini, tribolata. Voglio cominciare con un’opera lirica (anche se la mia predilezione va alla musica sinfonica) perché della quindicina di opera del russo è quella che trovo più originale in concezione, ispirazione, struttura. Della Lady Macbeth del Distretto di Mcensk. dico, nell’allestimento del San a Carlo del 2018, in questi giorni riproposta su rai5. Non avendo ancora argomenti personali per la valutazione dell’esito estetico iniziativa, mi ricopio dalla rete l’opinione che il critico musicale Luigi Raso ne ricavò, onde in seguito con essa eventualmente confrontarmi. Dirò solo che, al di là della direzione, della regia, della scenografia, risultatemi ottime, discutibile ho trovato la scelta di una traduzione pur buona che in bocca ad artisti per lo più russi ne rendeva la comprensione più difficile dell’originale.    

 “Il velo squarciato

    di Luigi Raso

  “Alla bacchetta di Juraj Valčuha e alla regia di Martin Kušej si deve un'edizione memorabile del capolavoro di Šostakovič, che sonda nel profondo l'essenza stessa del teatro.

   NAPOLI, 18 aprile 2018 –

   Partitura mostruosa in cui la musica gracchia, ulula, ansima, soffoca (…) schegge di caos musicale si trasformano in cacofonia”. In sintesi, opera formalista. “In arte il formalismo è l'espressione dell'ideologia borghese ostile al popolo sovietico. Il partito non ha mai cessato di vigilare e combatte ogni manifestazione per quanto piccola di formalismo. Contro coloro che fossero accusati di essere formalisti, l'autorità poteva far ricorso ad ogni sorta di punizione, compresa l'eliminazione fisica”. È un vero e proprio fulmine quello che si abbatte su Dmitri Šostakovič il 28 gennaio del 1936: sulla Pravda appare un articolo - Caos anziché musica - non firmato, ma sicuramente “suggerito” da Stalin stesso, che stigmatizza senza appello. 

   “Una condanna dell’opera che è una ammonizione al compositore al quale la vita fu sconvolta, almeno fino alla morte di Stalin (1953): dopo gli attacchi della Pravda, infatti, Šostakovič visse con l’incubo dell’arresto e pensò anche al suicidio. L’articolo della Pravda è anche il manifesto di ciò che, nelle intenzioni del regime sovietico, deve essere la musica per il popolo.

   “Una donna oppressa, adultera e assassina, prigionieri deportati: gli elementi per turbare il sonno del regime ci sono tutti. E Šostakovič è dalla loro parte, anche da quella di Katerina: la sua empatia si percepisce.

   “Creare scandalo e suscitare animate discussioni è nel DNA del capolavoro operistico di Šostakovič: la ripresa al San Carlo dello spettacolo del National Opera Ballet Amsterdam firmato da Martin Kušej è stata preceduta da vivaci polemiche, sui social (sempre più la versione 2.0 dei vecchi loggioni) e sulla stampa locale: molto si è parlato su alcune trovate registiche, giudicate preventivamente troppo ardite e oscene, già durante le prove dello spettacolo. Eppure le scene incriminate - lo stupro della vecchia, l’amplesso tra Sergej e Katerina, la scena dell’ubriaco - sono nel libretto e, soprattutto, nella partitura così come il regista le ha trasposte sulla scena. Quello di Martin Kušej è certamente uno spettacolo dal crudo ed estremo realismo, un viaggio nella notte dell’abiezione umana. È però teatro, inteso nella sua accezione etimologica: théaomai, vedo, indago. Uno squarcio nel velo di ipocrisia che troppo spesso nasconde la realtà.

Uno spettacolo dunque che induce a “vedere”, a indagare ciò che di torbido c’è nell’animo umano, ciò che si nasconde dietro le convenzioni matrimoniali e familiari. Tutto è messo a nudo, come alcune figuranti, come la cuoca stuprata o, in ogni caso, ridotto all’osso, come i coristi in mutande, come l’essenzialità della scenografia: una regia che scava in profondità procedendo con sottrazioni.

   “Violenza, ipocrisia, rancore, desiderio di libertà, noia: tutto è presente in questo spettacolo. Uno specchio del mondo di Katerina, ma anche del nostro, contemporaneo e violento come quello di ieri: rendersi conto di ciò che si è piuttosto che di ciò che si vorrebbe essere, lacera, scandalizza. Da ciò, probabilmente, la discussione intorno alla scena dello stupro, della biancheria, dell’ubriaco che urina sul palcoscenico, degli invitati alle nozze che si appartano e copulano: si tratta di uno spettacolo che induce a porsi interrogativi; e le risposte quasi mai sono rassicuranti, anzi.

   “Il Teatro nasce per porre domande e dà risposte, a volte, che sarebbe stato meglio non aver ascoltato: questo è il suo compito.

   “L'opera è immersa in parallelepipedo delimitato dall’angusta scenografia di Martin Zehetgruber, che evoca con efficacia il senso di oppressione che aleggia sull’intero dramma. All’interno di questo spazio c’è la casa degli Izmajlov: l’onnipresenza dell’autorità patriarcale di Boris, del tedio, è racchiusa tra mura di vetro. La vita noiosa di Katerina, l’ipocrisia del suo matrimonio è visibile a tutti, così come la ricchezza della famiglia: numerose paia di scarpe costituiscono l’unico orpello della casa, l’unico indice del lusso. Il forte impatto emotivo si deve anche alle luci stroboscopiche di Reinhard Traub, che raggiunge la sua acme nel quarto atto: il doppio piano scenico crea un senso di profonda claustrofobia.

   “I prigionieri non hanno una precisa connotazione storica: sono gli oppressi di ogni epoca, ridotti a fantasmi, privati anche della loro identità, erranti in marce senza senso; sono schiacciati dal tetto della loro prigione, guardati a vista dai loro aguzzini con tanto di pastore tedesco al seguito, illuminati da torce elettriche.

   “Un’atmosfera di desolazione senza via d’uscita, resa scenicamente con il ricorso a una squallida struttura metallica, priva di elementi naturali. Neppure il lago nel quale annegano le rivali in amore Katerina e Sonjetka c’è: la giovane morirà strozzata da Katerina con le sue calze.

   “Per Šostakovič e per il regista questa Lady Macbeth è una donna tanto assetata di sesso e amore quanto quella shakespeariana lo è di potere; Katerina lancia urla di libertà che scardinano un mondo oppressivo, divenendo prima carnefice e poi vittima. La vicenda è narrata indubbiamente con crudo realismo, ma senza autocompiacimenti fini a se stessi. Violenze, gli omicidi, il veneficio, i soprusi, gli amplessi furtivi costituiscono le tessere di un mosaico di desolazione, realismo e abiezione, come la musica (e il libretto) impone.

   Se lo spettacolo stupisce per la profondità di contenuti, per l’intelligenza, e, malgrado ciò che può a prima vista apparire, per la devota aderenza allo spirito della partitura, l’aspetto musicale è a tratti sbalorditivo.

   Merito di Juraj Valčuha, fresco vincitore del Premio Abbiati quale miglior direttore dell’anno 2017. La sua è una concertazione tesa, serrata, analitica, che esalta la ritmica ossessiva della partitura, i suoi lati grotteschi, graffianti, la violenza ossessiva, i tratti dal sapore espressionistico, la spigolosità dell’armonia.

   Il quarto atto è immerso in una cupa e gelida atmosfera di desolazione e disperazione senza speranza: le sonorità orchestrali si assottigliano, i colori ingrigiscono, l’esplosione vitalistica della sessualità debordante di Katerina cede il passo a una elegiaca trenodia. Il gesto del direttore è tanto misurato quanto eloquente: asciutto, essenziale, chiaro negli interludi, sintesi delle atmosfere dei quadri dell’opera.

   “La fusione tra orchestra - in una delle migliori prove della stagione in corso - e coro è sorprendente. Un senso di pietà aleggia tra golfo mistico e palcoscenico: una gemma in una concertazione di rara sensibilità e precisione nel perfetto controllo di tutte le sezioni. Questa grande prova di affidabilità, compattezza ritmica e sonora quella delle maestranze orchestrali e corali (coadiuvate dal coro maschile del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo diretto da Andrei Petrenko) induce ad auspicare nella riproposizione costante dei capolavori musicali del Novecento.

   “Il cast vocale è eccellente in tutte le sue parti.

   “La Katerina Izmajlova di Elena Mikhailenko è una donna ribelle, determinata a rovesciare un’agiata ma noiosa vita di provincia: voce dal discreto volume, aggressiva, a proprio agio nel canto a voce spiegata, così come in quello più lirico e introspettivo, la Mikhailenko disegna una Lady Macbeth sottile, luciferina, insofferente, anche grazie alle qualità d’attrice.

   “Ludovit Ludha, invece, è uno Zinovi Izmajlov, succube del padre, tanto credibile scenicamente per la sua pusillanimità, per il timbro vocale poco virile che quasi induce a giustificare l’adulterio della moglie e la sua criminale ribellione! Interprete più adatto per la parte di Zinovi sarebbe difficile da immaginare. Del pari, il Sergej di Ladislav Elgr ha carisma scenico e voce stentorea, seppur priva di squillo; il personaggio approfittatore e perennemente arrapato è delineato con plastica evidenza. Dmitri Ulianov, dalla voce ben timbrata, è il perfido Boris Izmajlov, padre padrone, emblema della meschinità imperante in casa Izmajlov.

   “Completano il cast la Sonjetka di Julia Gertseva, voce dal timbro scuro e seducente e dalla figura scenica teatralmente sensuale e il vecchio prigioniero di Vladimir Vaneev, basso dalla voce profonda, navigato specialista del repertorio russo; tutte degne di lode le parti secondarie, essenziali per un’opera “corale” come questa.

   “Al termine il pubblico apprezza - e molto - questa produzione, con applausi calorosi e prolungati (nessuna corsa al taxi questa volta) a tutti i protagonisti dello spettacolo e, in modo particolare, a Juraj Valčuha, il quale, produzione dopo produzione (al San Carlo ha diretto l’inaugurazione della stagione 2017 - 2018 con La fanciulla del West) si conferma essere una delle risorse più interessanti del teatro, per qualità delle esecuzioni e per la scelta del repertorio.

   E chi, anche stavolta, forse spaventato dalla difficoltà dell’opera e dalla scabrosità del soggetto, ha disertato (e, purtroppo, sono stati in molti, visti i “buchi” nei palchi...) ha sbagliato, e di grosso”.

   (Da L’Ape musicale del 19 Aprile 2018. Reperito in rete)

   Da questa recensione tutto sembra dunque quasi perfetto ed io non ho motivo di dubitarne. Ho goduto provando le emozioni più forti di quest’ultimo periodo, traboccante, nei programmi rai, dei soliti Verdi Bellini, Donizetti, Puccini, Leoncavallo, Mascagni… con solo qualche rarissima incursione in terra straniera, nella modernità e nella contemporaneità. Mi voglio augurare un periodo anche musicalmente transculturale che testimoni la maturazione del popolo italiano, ancora troppo, troppo lenta. E io possa vivere i giorni del mio tramonto come giorni di un’alba nuova in cui, come si canta in un luogo de La Rondine pucciniana, anch’io possa intonare: “Nella trepida luce d’un mattin M’apparisti ricinta di rose. / E ti vidi leggera camminar / Seminando di petali il ciel. / Mi vuoi dir chi dei tu? / Son l’Aurora che nasce per fugar / Ogni canto di notte lunar. / Mi vuoi dir Che sei tu?”.

   Le parole, leggere come il volo di una rondine, sono di Giuseppe Adami. E non dico la melodia, che ho nell’orecchio dall’epoca dell’adolescenza!

   Non tutto, vecchio Zara, è perduto: nuovi risorgeranno i canti.

   Con questo spirito anacronisticamente ottimistico, chiudo il terzo volume dei Dis-Incanti. Ma

  FINIS (non) CORONAT OPUS

_________________ 

    Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 
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"La gazza ladra". Efemeridi

Post n°1140 pubblicato il 14 Ottobre 2022 da giuliosforza

 

1045

   Ho rischiato la morte per un libro, o di libro. Sarebbe stato un degno crepare.
   Nel tentativo di prendere dallo scaffale più alto di una delle mie biblioteche il volume (due kg e mezzo) 'Polonia', ricordo di uno dei miei viaggi periodici a Lodz per gli incontri coi colleghi interessati alla mia dis-educazione estetica, il volume, che era in posizione precaria, malamente appoggiato a un Pascoli bonaccione e sornione, dono degli amici di Parma, appena aperto lo sportello mi precipitava di spigolo sulla testa, procurandomi, oltre al dolore e a un bozzetto che farà per un po' compagnia a una preesistente vistosa keratosi, un leggero intontimento durato vari secondi. Una commozione cerebrale da libro! Quale altra più degna commozione?
   Oltre che dalla mia imprudenza, l'evento, che avrebbe potuto esser nefasto per un centenario come me, con ogni probabilità mi e stato procurato da Zvani' e da Gabri, in primo piano nella foto, gelosi della mia discendenza (?) da Bona Sforza che, in qualita' di moglie di re Alessandro Jagellone, portò a Cracovia e alla Polonia tutta il Rinascimento.
   Sarò pure un povero vecchio, einsam nicht allein (Goethe), ma chi più invidiato di me?
   Vaneggiamenti di un pomeriggio afosissimo di una già quasi matura Vergine. 

*

   Simpatici e arguti i commenti degli amici. Eccone alcuni;

   Maria Salvi

   Ricordati che la fanciulla dello studio radiologico ti vuole rivedere integro, bellissimo e senza bernoccoli!!!

   Anna Fonio

   No, professore caro, non faccia più queste imprudenze, ho un discreto scaleo nascosto che mi permette di arrivare fino in cima alla libreria a muro ed essendo il "sussidio" fornito di una stabile area di sosta, ne approfitto: sono noiosa lo so, ma essendo imprudente per natura, questo è l'unico mezzo per scalate letterarie.      Un affettuoso, preoccupato saluto.

   Patrizia Cipriani

   Stupendo Professore mio Professore ... una commozione cerebrale da libro! Grazie grazie grazie. 

   Faccia attenzione, però Prof 

   Marco Bertelli

   A giudicare dalla lucidità e dallo stile (i soliti, per altro) coi quali ha "steso" questo post, si direbbe che la "commozione" sia occorsa più al testo che alla testa; del resto, caro Prof., entrambi sono in suo possesso e una collaudatina, ogni tanto, forse fa anche bene. Oggi ha riscontrato, forse per l'ennesima volta ma in questo caso in maniera "sensibile", quanto sia ancora salda la testa e quanto sia instabile il sapere. 

   Polo Statuti

   Insomma, caro Giulio, una vera e propria librata in testa, che ben ti porti! 

*

   Il kumquat semiseccato dalla calura è già in via di ripresa : i nuovi mandarinetti già fanno capolino fra le foglie ancora sofferenti. Secondo la donatrice è un simbolo beneaugurante anche per Colui, quasi novantenne, che ricevette il dono! Come anche per lui ritiene valere i versi di Hikmet che il dono accompagnarono!

E sia, generosissima N.!

*  

 In questi giorni ho festeggiato l’89esimo compleanno. Per trarmi dall’impaccio dei singoli ringraziamenti ai beneauguranti ho scritto per celia:

   “Mi dicono che nei Campi Elisi l'idioma più parlato, insieme al greco e al sanscrito, sia ancora il latino. Per questo comincio a riesercitarmi in tempo rispondendo in latino in anticipo ai gentili auguri degli amici:

   Gratias ago vobis propter magnam bonitatem vestram vestraque dilectissima omina.

   Peramanter Julius alias ATEM”

   Qualcuno ha avuto la bontà e la benevolenza di (fingere?) di apprezzare!

*

   Cosa rende più insopportabilmente patetico e più schifosamente antipatico un vecchio? La vanesieria e la civetteria, le due ...virtù che a me notoriamente non mancano.

   Stamane mi sono recato in uno studio radiologico agghindato come un dandy, tutto bianco, tranne il basco ‘Borsalino’ bicolore di seta bianca e pelle avana (bel cimelio, ora che anche il famoso marchio ha chiuso) e la fanciulla angelica dello sportello mi ha sussurrato, immagino per non farsi sentire e un poco approssimandosi alla mia guancia quasi poggiando la sua sul vetro (maledetto vetro!) divisorio: lei è bellissimo. Incredulo, non dirò imbarazzato, ho reagito col più bel sorriso di cui sono ancora capace, ma il Fritz che oggi mi inanella il prezioso foulard (già, perché il venerdì è il suo giorno, come il lunedì è quello di Ludwig, il Martedì di Richard, il Mercoledì di Gabri, il Giovedì del Satiro del Cicala arso al Campo, il Sabato di Pan, la domenica della mia principessa Paolina - mia perché moglie infedelissima di Camillo Borghese, principe del mio borgo e del relativo castello - ritratta in un bel cammeo di finto avorio) è scoppiato in un riso beffardo. Invidioso, evidentemente: ancora gli scottano i dinieghi di quella civetta di Lou.

   Mi dispiace per Fritz. Ma io mi porterò a lungo nel cuore e negli occhi lo sguardo e le parole sussurratemi dalle labbra dolcissime della fanciulla incomparabile dello sportello del Laboratorio Gilar di Via delle Vigne Nuove.

*

   Qualche gradito commento:

Giovanna Meloni

   Ti adoro 

Guido del Giudice

   Oggi sul foulard ci sarebbe stato meglio il “Satiro del Cicala”! 

Marco Bertelli

   Il fascino non può avere tempo, anzi, ne è il fustigatore 

Filippo Pippo Peruzzi

   Farfallone birbantello.....

Claudio Leoni

   Confessa! Avevi un piano mentre ti agghindavi!!!

Rosalba Manzo

   Splendido come sempre anche nella inarrivabile esposizione

Anna Fonio

   Non è da tutti che le giovani donne, notoriamente. Accigliate e sbrigative nell'ambito sanitario, le abbia dedicato un superlativo così simpatico

Anna Fonio 

   Le fanciulle sono delle birboncelle...

Mario de Laurentiis

   Racconto divertentissimo e come al solito di grande spessore narrativo. Grande Prof.Un abbraccio.

Angela Simonetti

   C'è da essere gelose... Prof, la classe non invecchia

Agnese Borriello

   La bellezza profonda dell'animo...la tua vera immortalità!

*

   Musica Salvatrix

   Tristissimo, col pianto nel cuore e negli occhi, per il ritorno dalla Terra ove profondissime affondano le mie radici, ma mère non m’infligea, come a Réné, la vie (Chateaubriand), ma la vita mi chiamò a celebrare come ‘dono grande e terribile del Dio’ (D’annunzio), ancora una volta Frau Musika mi è venuta, fedelissima amante, in soccorso. Tutta una lunga vita passai (oltre che, nei miei modestissimi limiti, a farla) a riflettere, parlare, scrivere di Colei senza la quale la vita sarebbe un errore (Nietzsche, ohne Musik ist das Leben ein Fehler); di Lei che creuse, scava, le Ciel (Baudelaire),  che è avant toute chose (Verlaine), è tristaniana (Wagner) unbewusst, hӧchste Lust, un in dem wogenden Schwall, / in dem tӧnenden Schall, / in des Weltatems wehendem All – ertrinken, / versinken, - / unbewusst -, / hӧchste Lust, un affogare, sprofondare, senza coscienza, suprema Voluttà, nel flusso ondeggiante, nell’armonia risonante, nello spirante universo del respiro del mondo!); di Lei  che sa le strade riposte dell’Essenza, che ‘è lo stesso io profondo’, che sola dit vrai (La Musique dit vrai, la Musique seule, Marcel); oggi dunque puntuale la mia fedelissima amante mi è venuta in soccorso con un fantasmagorico Zauberflӧte in un allestimento della Scala del 1994, sul podio un Muti nel pieno del suo vigore interpretativo, un Robero De Simone in regia al culmine della sua fantasia inventiva, e un cast tutto tedesco in grado di estasiare con la doppia melodia del canto e della lingua. E al termine del lungo percorso che Sarastro impone a Tamino per ritrovare, con l’ausilio dei suoni del magico flauto e del birichino campanellino variamente tintinnante, la sua Pamina, i due innamorati si abbracciano e intonano, accompagnati dagli armigeri, il canto della vittoria sulla morte attraverso la musica: Wir wandeln durch des Tones Macht / Froh durch des Todes düstre Nacht, grazie alla potenza della musica avanziamo lieti attraverso la notte tetra della morte.

   Il Flauto magico ha fugato la mia tristezza e l’angoscia di morte che ormai è compagna inseparabile della   mia vita. Esso non è solo il capolavoro, in apparenza di una levità celestiale e qua e là non poco sbarazzina, in realtà di una profondità ed esotericità pressoché inaccesibili ai non iniziati, del genio di Salisburgo; è anche più bell’inno elevato alla potenza letificante e salvifica di Frau Musika. La quale sia dunque ancora una volta, sempre e ovunque, benedetta.

*

   La Gazza Ladra.

   Un’altra riscoperta e un’altra riconciliazione

   Ogni sacrosanto anno che Dio mandava (e manda), le bande che al mia paese venivano (e vengono)  a strimpellare nelle feste patronali di San Biagio o di Maria Santissima Illuminata (titolo raro ed originale per una Madonna, che io sacrilegamente amavo trascrivere in …illuministica), per le strade, dentro il caratteristico gazebo policromo a cupola o sul volgare palco all’uopo allestiti, non facevano mancare nel loro repertorio la famosa Ouverture o Sinfonia dell’Opera in questione, una delle più brillanti di quelle uscite dalla mente fantasiosa del musicista (qua e là, più qua che là, ripetitivo) pesarese. A forza di sentirla strimpellare finii per odiarla e per odiare con essa tutta l’Opera e passai anima e corpo (non ne sono pentito, naturalmente) alla musica tedesca, particolarmente, ma non solo, a quella neoclassica e romantica.

   Oggi è tempo di un’altra confessione: mi sono ripensato su La Gazza Ladra, un’opera semiseria, che meglio si direbbe seriamente giocosa (denkende Dichtung?), giocosamente seria, per mettere in risalto l’unità che i due elementi raggiungono, non semplicemente sovrapponendosi o giustapponendosi. L’edizione è quella del Teatro Filarmonico di Verona e la ripresa televisiva non le rende completamente giustizia. Ma mi contento e, come tutti quelli che si contentano, godo. Nella recensione di Cammarano trovo tutti gli elementi da me condivisibili e perciò mi diverto a riprodurla. Le valutazioni circa direzione, regia, scenografia e infine voci mi sembrano tutte nel loro complesso valide. I dissensi sarebbero di minimo rilievo, e perciò mi astengo dall’evidenziarli.

   “La gazza ladra, opera assente dai palcoscenici veronesi dal lontano 1824, torna al Teatro Filarmonico nel fortunatissimo allestimento di Damiano Michieletto, con le straordinarie scene di Paolo Fantin ed i bei costumi di Carla Teti, presentato al ROF nel 2007 e vincitore del Premio Abbiati.
Lo spettacolo, a distanza di qualche anno, grazie anche alla fedele ripresa della regia operata da 
Eleonora Gravagnola, rivive in tutta la sua fresca vitalità.
Tutta la vicenda, assai poco reale, viene trasportata da Michieletto in una dimensione onirica. Nel corso della 
sinfonia vediamo una ragazzina che, non riuscendo a prendere sonno, si balocca con un gioco di costruzioni tubolari, che in seguito riappariranno, ingigantite, sulla scena. Nel momento in cui la bimba si addormenta il sogno comincia: è ella stessa la gazza che svolazza irridente ed incosciente sulle teste dei protagonisti, ignara che il suo rubare causerà equivoci ed infelicità. La presenza della bambina-gazza è costante. Ciò che per ella è un gioco si tramuta per gli altri in autentico dramma; la situazione, come in un sogno che si tramuta in un incubo, le sfugge di mano ed al contempo non la riguarda.
Tutto finisce nel momento in cui la piccola si risveglia, spaventata, nella sua cameretta: è stato un sogno, solo un sogno.
L’azione scenica è improntata ad una elegante leggerezza, in più di un momento ammantata di malinconia, grazie anche all’efficace disegno di luci di 
Paolo Mazzon.
Se la parte visiva dello spettacolo convince pienamente, qualche perplessità suscita l’esecuzione musicale.
La Ninetta di 
Majella Cullagh ci è parsa eccessivamente leziosa nel fraseggio ed affaticata nell’emissione. La voce è poco ricca di armonici e di conseguenza il suono risulta spesso fisso, soprattutto nell’ottava acuta.
Mario Zeffiriè un Giannetto appassionato negli accenti ma impreciso quanto ad intonazione, particolarmente nel passaggio. Il timbro appare in più di un’occasione vagamente artefatto, anche a causa di un abuso di falsettone.
Sontuoso il Gottardo, spietatamente  sardonico, di 
Mirco Palazzi, padrone di un mezzo vocale di grande bellezza e dotato di ottima intelligenza interpretativa.
Ottimo anche il Fernando nobile ed appassionato di 
Roberto Tagliavini, sempre misurato nel porgere la frase e cristallino per quanto attiene alla linea di canto.
Il Fabrizio di 
Omar Montanari convince per rigore interpretativo, per precisione nell’intonazione e per la misura negli accenti.
Discreto il Pippo scanzonato di 
Silvia Regazzo, la per altro quale manifesta qualche opacità nelle note gravi.
Bene la Lucia arcigna di 
Giovanna Lanza, sempre attenta a non eccedere nella caratterizzazione.
Nelle parti di contorno ricordiamo la buona prova di 
Iorio Zennaro, Isacco, e di Matteo Ferrara, nel doppio ruolo Ernesto e del Pretore.
Corretti, infine
Cosimo Panozzo, Antonio, e Gocha Abuladze, Giorgio.
Giovanni Battista Rigon, nonostante un’ orchestra non particolarmente collaborativa, riesce ad imprimere il giusto ritmo narrativo alla partitura, alternando momenti di tensione drammatica ad altri di abbandono più squisitamente elegiaco. I tempi sono serrati ma non convulsi, le dinamiche stringenti, gli impasti sonori ben equilibrati.
A posto il 
coro, preparato da Armando Tasso.
Un plauso alla danzatrice acrobata, il nome della quale non è indicato in locandina, che interpreta splendidamente la bambina-gazza.

Successo pieno e prolungato per tutti, con applausi più intensi per Palazzi, Tagliavini ed un'ovazione per la Gazza”.

Alessandro Cammarano

*

   Ogni qual volta pubblico un volume di Disincanti decido che sarà l’ultimo. Poi ci ripenso. Trattandosi di un Diario, perciò di opus per sua natura in itinere, fermarmi significherebbe arrestare il cammino della mia vita, cosa che, fino a che la coscienza mi assiste e vigile è la mia mente, non intendo sia. Poi, come si dice, si vedrà. Perciò si rassegnino i miei eredi, di sangue o di spirito. Faccio loro obbligo testamentario della pubblicazione (come omaggio estremo post mortem agli amici ed  estrema memoria cartacea di me), insieme ai naturali peccati -perché poi peccati? - di gioventù, dei cumuli di diari adolescenziali e giovanili, e delle quintalate di altro simpatico ciarpame letterario poetico filosofico musicale del loro avo, soprattutto anche dell’ultimo volume, a quel punto forzosamente interrotto, di Disincanti, il volume quarto che conterrà gli estremi aneliti della mia anima inquieta e sarà la mia Incompiuta.

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   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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Carlo V e suo figlio Filippo II nel "Giudizio Universale" di Papini

Post n°1139 pubblicato il 14 Ottobre 2022 da giuliosforza

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   Se dal giudizio papiniano Socrate esce massacrato, lo stesso non può dirsi di Carlo V, le cui autogiustificazioni al cospetto dell’Angelo accusatore vengono quasi tutte accettate, sicché un sentimento di pietà e non di condanna ne consegue. Qui le mie riserve sono più numerose. Non mi sento di assolvere colui sul cui impero non tramontava mai il sole e che con la benedizione del Sommo Sacerdote Caifa si sentì autorizzato a compiere nei suoi possedimenti i peggiori misfatti della storia. Il pubblico ministero angelico tace, e chi tace acconsente. Ma sentiamo il Fiorentino.

“CARLO V

“Angelo

   “Perché mai, imperatore Carlo, tante guerre, tante contese, tante conquiste, tante stragi, tante fatiche e pene e ingiustizie e rinunzie? Qual beneficio ne venne ai tuoi popoli e a te medesimo? Nessuno ti fu grato di così costante e cruenta agitazione. Neppur la Chiesa perché mandasti un’orda di eretici a saccheggiare la capitale del Vicario di Cristo e alla fine desti libertà ai partigiani e seguaci di Lutero.

CARLO V

   “Ora che ogni vergogna è spenta e ogni simulazione è inutile ti dirò il vero, tristissimo vero che tentai di celare finché fui in vita. Tu sai che io nacqui da una pazza ma nessuno seppe che anch’io fui pazzo. Non se n’accorsero perché la mia demenza ebbe una sola forma: il continuo terrore della morte. Tutto in me fu precoce; la potenza e la paura, Fui re a sedici anni, imperatore a diciannove ma quelle dignità non fecero che accrescere il turbamento del mio animo, e fin dall’adolescenza fui perseguitato dalle orrende immagini della morte. Per dimenticare o almeno allontanare questo agghiacciante pensiero proposi alla mia giovinezza un grande disegno che avrebbe occupato e riempito i miei giorni e le mie notti. Approfittando delle corone che la sorte aveva collocato sul mio capo giovanile sognai di riunire l’Europa in un solo impero, risuscitando Augusto e Carlo Magno, e di estendere il dominio dell’Europa, cioè il mio, sull’Affrica e sull’America. E per molti anni posi tutte le forze del mio spirito, tutte le risorse dei miei popoli, tutti i miei eserciti e le mie flotte al servizio di quel sogno. Ma solo in piccola parte il sogno si avverò. Non riuscii a riunire tutta l’Europa; non potei conquistare che un sol punto dell’Affrica; e i domini dell’America erano per me troppo remoti ed ignoti.

   L’impero universale da me vagheggiato non riuscì ma il terribil pensiero della morte rimase, implacabile, invincibile, e mai mi abbandonò, mai mi dette requie. Sui miei regni, a quel che dicevano gli adulatori, non tramontava mai il sole ma nel mio cuore, purtroppo, tramontava ogni giorno il sole della speranza. Pensavo a mia madre pazza che trascorse gli ultimi anni della sua vita accanto a un sepolcro ed ebbi anch’io il pensiero, un momento, di finir la mia vita vicino alle tombe scolpite da Michelangelo, la cui vista rinnovò più acuta la mia angoscia. E finalmente, visto inutile anche quel gigantesco rimedio dell’Impero, mi decisi, ancor giovane d’anni ma vecchissimo nello spirito, a cedere le corone a mio figlio e a mio fratello.

   Pensai che la meditazione continua della morte poteva essere la più certa medicina contro il terrore della morte. E tanto mi infervorai in tale persuasione che, per scacciare più sicuramente quell’ossessione e rendere familiare allo spirito le immagini che accompagnano la fine, volli che i monaci celebrassero, me vivente e presente, le mie esequie. Disteso immobile e muto, sopra un catafalco, circondato da grandi ceri accesi, ascoltai le salmodie dei monaci, il canto del Dies Irae, seguii la maestosa e odiosa liturgia della morte, fui assolto e benedetto, lodato e raccomandato a Dio, ma neppure quella macabra commedia valse a sopire i miei spaventi. Nascondevo agli altri, sotto la gravità del monarca, quella perpetua paura, ma quel doverla di continuo reprimere ne accresceva la forza. Tu, creatura perfetta ed eterna, che vuoi sapere dei terrori segreti di noi mortali e morituri? Ad un pazzo qual fui ogni sera che cala è principio di tormento, ogni notte è incubo, ogni squilla che odi è suono di mortorio, ogni male, ogni dolore è annuncio di agonia, ogni alba è un passo di più verso il sepolcro. Tentai d’essere il più potente monarca del mondo colla speranza che gli uomini non ardissero di toccarmi e Dio si degnasse di ritardar per me l’ultimo giorno. Non appena mi accorsi che neppure il padrone della terra riusciva a padroneggiare i miei smarrimenti e sgomenti, a guarire la mia follia, lasciai la reggia per il chiostro e mi abbandonai nelle mani pietose di Dio. La mia agonia durò quasi tre anni e finalmente la morte misericordiosa mi liberò dal terrore della morte. Questa e non altra, la giustificazione delle mie imprese e delle mie colpe.

   Con Filippo II e con Don Carlos l’angelo ridiventa spietato. Non c’è l’attenuante della pazzia in tutte le sue ridicole e macabre manifestazioni né si danno giustificazioni di altro genere. Ma nella descrizione dei rapporti padre figlio la verità storica e quella letteraria vengono completamente capovolte, se non stravolte.    

 

   “FILIPPO II, DON CARLOS

   “Angelo

   “Eri uno dei più potenti re della terra ma cominciò con te, e in parte per tua colpa, il declino dei tuoi popoli, Cupa e cupida fu la tua natura, superba fino alla crudeltà. Ti piacque farti chiamare Re Cattolico ma nella religione vedesti il terrore più che l’amore; nella politica la bramosia di acquistare più che la felicità dei sudditi; nel maneggio degli uomini piuttosto l’arte di simulare che di persuadere; nell’arte una pompa regale e sepolcrale più che una gioia dell’anima. Iddio ti mandò suoi avvisi in forma di sventure ma tu non sapesti decifrarli. La tua Invincibile Armata fu dispersa e travolta dalla tempesta; il tuo figlio primogenito, colui che avrebbe dovuto essere il conforto della tua vecchiezza e l’erede del tuo immenso impero, ti odiava ferocemente e morì giovanissimo, in carcere, solo e disperato. Si disse che rifiutasti di vederlo un’ultima volta; si disse, perfino, che avevi dato l’ordine di farlo morire.

   DON CARLOS

   “No, no, basta! Tu infierisci più del giusto contro di lui. Ricordati che fu sventurato come re, come sposo, come padre. Son io, il suo figliolo primogenito, quello stesso che l’odiò, quello che fu incarcerato per opera sua, che si leva a difenderlo. Io non sono più giovane e malato; sono antichissimo e risuscitato; vedo me, vedo gli altri; comprendo i miei errori, comprendo gli errori altrui. Se in lui vi fu qualche colpa ben più gravi furono le mie e dinanzi a te, che sei l’orecchio di Dio, perdono a lui colla speranza che mi perdoni. Fu mio padre e mio re e a lui dovevo tutto. Per molti anni mi amò, compatì i miei capricci, tollerò le mie stravaganze, soffrì dei miei mali. Ero malato e non soltanto nella carne. Nel miscuglio infelice della mia natura v’era il peggio dell’uomo: ghiottonizia e sensualità, ribellione e superstizione, crudeltà e superbia, stupidità e pazzia.

   Ero una creatura malfatta e malpensante, inferma e deforme, nata a soffrire e far soffrire. Tutti mi tolleravano perché figlio del re, nessuno mi amava e mi poteva amare. Feci morire, nascendo, mia madre; fui per mio padre un patema e un pericolo più che gioia e conforto.

   Egli tentò di far di me un uomo; mi introdusse nei consigli dello stato, cercò per me una sposa. Ma ero intrasformabile: la mia stravagante perversità mi aveva reso importuno al padre, ai grandi del regno, a me stesso, a tutti. Le malattie mi rendevano più crudele e fantastico; la stessa pietà religiosa era per me piuttosto bigotteria che disciplina redentrice. La mia vita era un inferno e non pesava soltanto su di me. Avrei dovuto sforzarmi di guarire, di rinsavire, di essere qual si conviene a figlio e a figlio di re. Invece la mia frenesia mi spinse a veder nel padre un nemico, perché pareva, alla mia mente disordinata e proterva, un ostacolo al libero sfogo dei miei istinti, un argine alto e severo alla mia demenza. Cominciai a odiarlo, a odiarlo con tutta la forza della mia anima bestiale, a odiarlo fino al punto di macchinare una terribile vendetta contro di lui. Meditai di fuggir dalla Spagna, di mettermi alla testa dei suoi nemici e delle province ribelli, sì da levargli la corona e forse la vita. Scrissi a capitani di eserciti e a grandi del paese, vassalli di mio padre, per chiedere denaro e aiuto. Tutti sapevano qual miserevole essere fossi e nessuno mi ascoltò. Furono scoperte le prove del mio disegno parricida e portate a mio padre. Egli soffrì in silenzio ed esitò ma poi i doveri del monarca sopraffecero i sentimenti del padre e giustamente, come pericoloso a sé, al regno e a me stesso, mi fece rinchiudere in una torre.

   Tutto quello che i poeti hanno inventato sulle mie sventure è falso. Ѐ falso ch’io fossi innamorato della matrigna; è falso ch’io pendessi verso l’idee degli eretici perseguitati da mio padre; è falso ch’io pensassi di inalzare la bandiera della libertà contro la tirannide di Filippo, è falso, falsissimo ch’egli abbia ordinata e procurata la mia morte. Non fui ucciso che da me stesso e dalle passioni oscure e furibonde. Nel carcere meditai sulla mia natura e sulla mia sorte e riconobbi che ero indegno di vivere, desiderai di togliere e a me e agli altri la vergogna e il danno della mia vita. Ma non ebbi il cuore di uccidermi colla spada e col veleno. Prescelsi un mezzo più ignobile, degno del mio animalesco furore. Ero ingordo di cibi e bevande fin dalla fanciullezza e più volte, per i miei stravizi, fui in pericolo di vita. Ora inferocito da una disperazione dove era assai più rabbia che pentimento, e perciò risoluto a morire, mi abbandonai senza ritegno a quella bestiale voracità, ingurgitando a più non posso pietanze piccanti e bevande ghiacciate sì che i miei visceri, già guasti da consimili eccessi, alla fine si ribellarono e mi condussero alla fine. E così non seppi ben vivere né volli ben morire.

   Se mio padre, invece di essere il capo di uno dei più vasti imperi della terra, fosse stato un privato cittadino avrei potuto rimproverarlo d’essere stato troppo presto alla segregazione invece di tentare le arti dell’affetto e della persuasione per domare il figlio riottoso, più forsennato che malvagio. Ma Filippo era un re, un gran monarca, reggitore di popoli e di nazioni, responsabile dinanzi a Dio solo delle sorti di milioni di uomini. Regnava in tempi di vasti sconvolgimenti, in mezzo a genti scontente e indocili, a sudditi insorti, a nemici dichiarati, a esecutori poco fedeli, a sospetti, a rivalità, a pensieri di vendette e di tradimenti, perseguitato e inacerbito da sventure pubbliche e domestiche. Come difensore della fede cattolica era odiato e calunniato da tutti gli eretici e scismatici di Europa, come signore di uno sconfinato impero era invidiato e insidiato da tutti i principi della terra. Quella che fu detta cupezza non era che mestizia rattenuta dai doveri della maestà, quella che parve crudeltà non era che risoluta difesa del regno e del vero, in mezzo a innumerevoli nemici interni ed esterni. E su quest’uomo già tanto oppresso e contristato piombò una delle più tremende sciagure che possono colpire un padre e un re; l’unico figlio, prima sua speranza e poi suo tormento, è invasato da un delirio parricida, e si prepara a fuggir dal padre, a insorgere contro il suo re. Egli aveva il dovere, in quel momento, di giudicare in me il principe ribelle e non già il figlio. E fu prova di clemenza l’avermi rinchiuso in carcere; s’io non fossi stato del suo sangue avrei certo dovuto pagar colla testa il mio delitto. Fino alla fine, morendo di morte volontaria, fui peccatore dinanzi a Dio ma ora son felice che la resurrezione mi abbia finalmente concesso di confessare le mie paurose colpe, di proclamare dinanzi a tutti l’innocenza di mio padre, di piangere ai suoi piedi lacrime di pentimento e non più d’ira o dispetto, di chiedergli quel perdono che avrei dovuto implorare quando su tutt’e due splendeva la luce del sole. E umilmente gli chiedo che voglia supplicare l’Onnipotente affinché il Suo cuore paterno ricongiunga nell’eternità questo padre e questo figlio che dalla sventura e dall’odio furon separati sulla terra.

FILIPPO II

   Tu sei veramente misericordioso, Signore, e il tuo amore è ancor più forte della tua potenza. Tutto avevo perso, corona, impero, vita; i vermi avevan ridotto in polvere la mia persona; i secoli avevan ridotto in macerie anche la mia tomba, benché ampia e solenne come una città santa, la terra stessa non era più che polvere sparita e memoria amara ed ecco che per tuo volere non soltanto riacquisto vita e parola ma ciò che sempre volli e non ebbi mai: l’amore del mio primogenito, il perdono del figliolo che credei due volte perduto. Anch’io, benché mi paresse allora d’esser più giusto che duro, son forse in colpa verso lui eppure egli non s’è contentato di perdonarmi ma ha detto in mia difesa quel che avrei potuto ma non avrei voluto dire io medesimo. E alle sue parole non posso aggiungere che il mio pianto e il mio perdono. Si degni Iddio di assolvere il mio infelice figliolo insieme al padre suo non più infelice”.

   Cercatevi un bel Giudizio Universale di Giovanni Papini. Chiudete l’estate con ‘Gianfalco’, il fiorentino spirito bizzarro, mai come in questo suo ultimo capolavoro bizzarro, ma non nel senso dantiano di rabbioso. Guai a confondere Gianfalco con un Filippo Argenti qualsiasi! Anche se qua e là, per la verità, se ne sarebbe tentati. 

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   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 
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Papini e Socrate nel 'Giudizio Universale'

Post n°1138 pubblicato il 01 Ottobre 2022 da giuliosforza

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   Papini. Un Bastian contrario illuminato.

   Come i miei lettori ben sanno Giovanni Papini è uno degli autori più ricorrenti in questo Diario. Ed è loro anche chiaro il motivo di questo ricorrere: si tratta di una delle menti più lucide, di uno degli intelletti più illuminati, di uno degli scrittori più fecondi, di uno degli spiriti più angustiati più liberi (anche dopo la sua discussa conversione, sulla soglia di quarant’anni, ad un Cattolicesimo in apparenza rigidissimo) non solo del Ventesimo secolo ma di ogni tempo. La sua erudizione non ebbe confronti, come non li ebbe la sua vis polemica: ed anche per questo fu amatissimo ed odiatissimo, ed invidiatissimo. Fu insomma Unico. Ed io per ciò, pur avendo fatto un percorso intellettuale e spirituale opposto al suo, pur non condividendo spessissimo le sue posizioni, lo ebbi per il più caro dei Maestri fino all’ultimo dei suoi giorni.  Per tutta la vita il suo modello alimentò il mio anarchismo mentale, fui con lui “d’ogni legge nemico e d’ogni fede”, “a Dio spiacente e a li nimici sui”. Il suo modello mi fu di sostegno nei periodi più difficili della mia vita, quando fui indotto ad operare scelte opposte alle sue. Anche in questi giorni di rilassamento il suo Giudizio universale, la più voluminosa e complessa delle sue opere postume, mi fa compagnia, mi diverte e mi fa riflettere nei suoi aspetti più paradossali. Il volume a mia disposizione è quello mondadoriano del 1966, 1027 pagine in elegante carta india, circa quattrocento personaggi divisi per categorie, noti o meno noti, che si presentano al giudizio dell’Angelo, e rovesciano quasi tutti l’opinione e il giudizio su di essi correnti: una davvero violenta emozione per gli spiriti deboli e impreparati. A mo’ di esemplificazione trascrivo le pagine dedicate ad Anito, l’avvelenatore di Socrate, all’Imperatore Carlo V, a suo figlio Filippo II e a Don Carlos, quattro delle figure più controverse della storia.

ANITO

Angelo:

  “Il tuo nome è legato a una delle più inique sentenze di morte dei più remoti tempi della terra. Per istigazione tua fu condannato a bere il veleno, in nome della giustizia, un vecchio che per millenni dipoi fu giudicato il modello dei giusti. Molti furono i tuoi errori; di questo solo devi scolparti

Anito

   “Non da me soltanto fu accusato Socrate ma di buon grado prendo su di me l’onore di quell’accusa. Se le cose del mondo, come taluni pensarono, ricominciassero punto per punto il loro cammino e una seconda volta mi ritrovassi ad Atene in quel medesimo anno e dinanzi ai medesimi uomini, alle medesime congiunture, io rifarei senza dubbi e timori quel che allor feci perché fosse data morte al malefico figlio di Sofronisco. E s’egli è qui e mi ode né mi sgomento né mi pento e cianci pure a sua posta con quei suoi ammaestrati discepoli, usi a dir sempre di sì. Come quei somari di coccio che si davano per balocco ai fanciulli.

   Ho sperimentato l’ingiustizia umana durante la mia vita, e più, dopo la mia morte; spero d’esser giunto alfine in un luogo dove regna la divina giustizia.

   Ascolta dunque le mie parole di verità.

   Quell’omniciarlante Socrate, da tanti pappagalli compianto come un miracolo di saggezza, io lo conobbi assai bene. Non era, in verità, che un artista mancato: in gioventù tentò di aiutare suo padre a rifinire statue, dopo volle aiutare Euripide a comporre tragedie ma era negato tanto per la scultura che per la poesia. Da vecchio il suo dèmone gli consigliò di studiar musica ma era ormai troppo tardi e son certo che neppure in quell’arte avrebbe fatto buona prova perché le Muse non vollero mai sorridere al suo ceffo camuso.

   Ma codesto artista fallito non volle mai acconciarsi a divenire un utile artigiano. La sua passion dominnte era di parlare, discettare, disputare, tender lacci e panie di parole per gloriarsi poi di facili vittorie. Avrebbe potuto essere uno di quegli oratori che nelle pubbliche assemblee guidavano e illuminavano il popolo ma fece difetto a Socrate ogni senso politico e il vero amore della patria. Era loquace e garrulo, non eloquente. Si divertiva a pungere come una vespa molesta gli innocenti cittadini, per mettere in piazza l’ignoranza loro, colla scusa che anche lui nulla sapeva. Dopo il suo fallimento come artista, fu attirato dalla filosofia, o meglio dalla sofistica perché non era null’altro che un sofista, al par di quei sofisti che egli un po’ per invidia e un po’ per ipocrisia, combatteva. Più furbo di loro in verità, ché non si faceva pagare e non sdegnava di parlare coi più umili e ignoti, pur di soddisfare la sua mania ch’era quella di stuzzicare le menti degli ingenui e di esibire la propria virtuosità nella caccia alle definizioni.

ANGELO

  E ti parevan queste ragioni bastanti per far condannare a morte un uomo come nemico della religione e corruttore della gioventù?

ANITO

   Scusami: ho indugiato troppo nel colorire il ritratto di quel ciarlatano. Non ho detto ancora tutto; ora vengo al punto che dovrà persuaderti.

   Voglio essere giusto anche per Socrate. Egli si proponeva, e forse era sincero, di render migliori gli uomini. Ma i mezzi da lui scelti a tal fine erano assai più pericolosi e perniciosi dei vizi ch’egli affermava di voler divellere. Erano, come ognun sa, i concetti, i sillogismi, i ragionamenti, i metodi inquisitivi, i giochi di prestigio di una capziosa dialettica. Egli s’era fitto in testa che per ben operare bisogna ben ragionare, che òa conoscenza del vero è la stessa cosa della pratica del bene. Spaventoso errore, delitto evidente contro l’umanità e soprattutto contro la giovinezza.

   Per cambiare l’uomo, per farlo virtuoso ben altre armi occorrevano. La morale fondata sul ragionamento fu sempre imperante fra gli uomini, Per convincerli, per trasformarli occorreva la magia dell’arte, il calore dei sentimenti, la spinta delle passioni, il soffio dell’entusiasmo e soprattutto la forza dell’esempio. I concetti generali sono troppo vaghi e gelidi, tagliole logiche equivoche che vogliono tutto abbracciare e nulla stringono. I bruti umani potevan essere trasformati in veri uomini dai poeti, dai cantori, dai profeti, dai santi, dagli eroi non già dalle sofisticherie generiche di un sofista punzecchiatore e puntiglioso. Socrate spengeva nelle anime la vera sorgente della moralità eppoi pretendeva che si volgessero alla virtù. Questo artista mancato respingeva e soffocava tutto quel che nello spirito umano poteva portare all’eroico furore e alla pazzia del sacrificio, al divino paradosso della virtù disinteressata.

   E le sue dottrine erano esiziali per i giovani. La gioventù è immaginazione, fuoco, impulso, spontaneità creatrice. Socrate, il malefico Socrate, si circondava di giovani che voleva ridurre a una precoce vecchiezza, insegnando loro il dubbio, il primato del freddo giudizio, la cautela e l’analisi, remore fatali d’ogni azione generosa.

   Socrate, insomma, voleva fondare la morale sulla pura conoscenza razionale epperciò recideva gli unici fondamenti attivi della morale; aguzzava le menti ma disseccava i cuori. S’egli fosse riuscito nel suo intento ogni profonda energia vitale si sarebbe estinta nei giovani ateniesi. Questa era la corruzione della gioventù e non ho alcun rimorso di averlo accusato davanti ai giudici e di averlo fatto condannare.

   Socrate non compensava il veleno del suo metodo con l’esempio della sua vita. Non si curava dei pubblici affari, non praticava nessun mestiere, abbandonava tutto il giorno la moglie e i figli per recarsi a vagabondare nelle piazze e nelle botteghe per ciambolare a suo talento e rotare la sua coda di pavone filosofico dinanzi agli sfaccendati. Era un ozioso orgoglioso che turbava la coscienza e la vita dei buoni cittadini. La sua umiltà era una finta. Si compiaceva di citare l’oracolo che lo dichiarava il più sapiente degli uomini e durante il processo osò dire ch’egli meritava, per il bene fatto ad Atene, d’esser mantenuto nel Pritaneo a spese dello stato.

   Se l’albero si deve giudicare dai frutti si veda chi fossero i suoi discepoli preferiti. Uno, Alcibiade, collesue folli imprese, fu la sventura della patria e finì col recarsi a combattere insieme ai nemici di Atene. L’altro, Platone, istillò nelle menti il dubbio sull’esistenza del mondo visibile, e distolse molti giovani dalla realtà del mondo e perfin della vita.

   Anch’io fui discepolo, in gioventù, di Socrate ma presto mi accorsi del mortale pericolo del suo insegnamento e l’abbandonai. E soltanto dopo molti anni, conoscendo i progressi del male, mi decisi ad accusarlo. Aveva settant’anni e aveva ormai detto tutto quel che voleva dire e alla cicuta, cioè a me, dovette almeno metà della sua postuma gloria.

   Io, invece, fui la sua vittima. Non si volle vedere in me che il sicofante, l’accusatore di Socrate. Eppure anch’io fui accusato ingiustamente e a grande stento mi salvai dalla morte. Nonostante fui compagno di Trasibulo per liberare Atene dal giogo dei Tranta Tiranni e n’0ebbi lode da tutti i buoni. Ma la plebe è così mutevole che dopo la morte del nefasto corruttore mi convenne fuggire dalla patria che avevo salvata e rifugiarmi a Eraclea dove mi toccò una morte assai più acerba dei quella di Socrate: fui lapidato da un popolo straniero.

   Fui vittima dell’ingratitudine e della ferocia degli uomini ma nessuno compatisce la mia sorte, nessuno mi commisera, i più mi insultano. Lauri e lodi son tutti per Socrate, per l’avvelenatore della vita, me vollero seppellire sotto una mora di pietre e di calunnie.

   Purtuttavia non mi vergogno né mi pento, come ti dissi, di quel che feci e tornerei domani a rifarlo. Socrate, colla sua maschera di saggezza, era un portator di veleno per la gioventù e per la salvezza della patria: era sommamente giusto che morisse di veleno. E la maggior parte degli ateniesi, in quel giorno, furon d’accordo con me. I posteri ignari glorificarono Socrate e infamarono Anito ma son certo che il Giudice degli umani giudici mi renderà finalmente quella giustizia che da tanti secoli aspetto.

 

   Non so quanti dei lettori condividano la condanna senza appello di Socrate da parte di Papini. Io in buona parte sono con lui, anche se tante delle accuse da lui rivolte a Socrate, in primis quella di cialtroneria e ciarlataneria, le sento rivolte anche a me. E non spero in nessuna revisione di giudizio e nemmeno nella concessione d’una qualche attenuante. L’Angelo Pubblico Ministero sarà con me implacabile: io fui della schiera del Portatore di Luce. Né il Milton del Paradise lost, né il Papini de Il Diavolo possono far nulla per me.

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   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 
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