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Messaggi di Novembre 2022

'Schizzi pirroniani'. Riletture (grandi classici delle civiltà orientali). Trakl. 'IMA'. Meotti: 'L'ossessione Islam'

Post n°1149 pubblicato il 30 Novembre 2022 da giuliosforza

 

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   Riprendo la rilettura, dopo tantissimi anni, oltre che degli Schizzi pirroniani di Sesto Empirico (cura di Antonio Russo, traduzione di Onorato Tescari, Laterza Bari 1988) di due dei libri nei cui confronti è più debitrice la mia giovanile formazione: lo Zend Avesta, la nota raccolta di scritti attribuiti a Zarathushtra (scrivo per la prima volta  stra con la sh originale iranica, dalla pronuncia come l’inglese sh e il tedesco sch), il poeta del Fuoco Sacro e del Sole, uno dei più grandi, sicuramente il più antico, tra i Vati  (Profeti,  Visionari) del monoteismo, rilanciato (qualcuno dice tradito, io fortissimamente dissento) da Nietzsche; tiene compagnia all’Avesta lo Zaratushtra. La vita e gli insegnamenti (PIEMME Edizioni, Casale Monferrato 1998) di Arnaldo Alberti, uno dei più noti studiosi di slavistica e iranistica viventi, un ermeneuta e filologo rigorosissimo di cui ci si può fidare.

   E riprendo la lettura del Corano nei due volumi con introduzione traduzione e commento di Federico Peirone (Arnoldo Mondadori Editore, Milano I edizione Oscar Mondadori, dicembre 1979). 

   E, saltando qualche millennio, riprendo l’ennesima rilettura delle Poesie (Garzanti 1983, con testo a fronte, traduzione di Vera degli Alberti e Eduard Innerkofer, prefazione di Claudio Magris) di un grandissimo tormentatissimo poeta di fine Ottocento primi Novecento, il salisburghese Georg Trakl, in Austria il più rappresentativo dei  poètes maudits alla Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, morto a soli ventisette anni nel 1915 durante la guerra (nella quale come farmacista prestava servizio sanitario) in un ospedale boemo. Soprattutto quest’ultimo mi fu compagno e stimolo nel mio faticoso diuturno tentativo di perfezionare il mio po’ di tedesco, nella speranza di poter finalmente accedere direttamente alle fonti di quella cultura che di più negli anni, con la francese, ho frequentato e amato, tentativo di cui ogni martoriatissima pagina delle trecento e venti circa è testimonianza.

*

   A proposito di Corano, di intercultura e di educazione interculturale.

   A Parigi esiste un centro, credo unico al mondo per la sua magnificenza, degno della Ville Lumière: l’IMA (Institut du Monde Arabe, 5ème Arrondissement). Chi va Parigi e non lo visita si perde molto. Io ebbi la ventura di visitarlo appena inaugurato. L’aveva voluto quel gran mecenate di Stato che fu François Mitterand. Ne rimasi strabiliato, ma non solo per la sua architettura. Tutto il mondo culturale islamico passato e presente è lì possibile trovare. Io non ne sarei mai uscito.

*   

In epoca di conclamata intercultura, soprattutto di educazione interculturale, non conoscere e non approfondire i testi base delle varie culture alle quali si fa riferimento è cosa da stupire. Si danno tanto di Facoltà e Dipartimenti universitari ove sono presenti insegnamenti specifici di Educazione interculturale nei cui programmi non trovi l’ombra di un testo (Bibbia, Corano, Baghavad Gita, Avesta, Sutra del Loto, Tao, sillogi di scritti confuciani e shintoisti ecc.) senza riferimento al quale ogni discorso di educazione interculturale è vacuo e privo di fondamenta e di senso. Io che con l’intercultura accademica non avevo nulla a che fare (insegnavo Pedagogia generale con particolare riferimento alla Educazione estetica e alla Filosofia dell’educazione, e Metodologia dell’Educazione Musicale) già a cominciare dal 1989 dedicai tre corsi consecutivi alla lettura pedagogica rispettivamente del Baghavad Gita, della Bibbia, del Corano appunto, il tutto accompagnando con un Convegno internazionale sul tema ‘Religioni ed Educazione’, che ebbe discreta attenzione dalla stampa, soprattutto dal Corriere della Sera: ma molti colleghi dissero le mie iniziative stravaganti e invasione di campo! In Francia la costruzione dell’IMA e la sua inaugurazione furono l’occasion di eventi e dibattiti assai interessanti di cui resero esauriente conto vari corrispondenti, in primis quelli de IL FOGLIO, quotidiano particolarmente attento ai travagli culturali della sorella latina.  Molto interessante trovai un servizio di Giulio Meotti del l’8 Gennaio 2015 intitolato L'ossessione Corano che mi piace qui riprodurre. Non ha direttamente attinenza col tema dell’educazione interculturale ma evidenzia un fenomeno che per essa rappresenta un problema, e che problema.

   “Da Lévi-Strauss a Garaudy, scrive dunque Meotti, gli intellettuali francesi sono assillati e affascinati dal canto del muezzin. Renaud Camus ebbe una folgorazione in visita alla casa di Mauriac, dove vide le periferie francesi piene di donne velate. In tutti i loro scritti c’è un intreccio di presentimento del disastro e di umorismo, di noia e di apocalissi, di cafard e di straordinaria allegrezza. Hanno tutti uno sguardo nero, notturno, fino al nichilismo. È la Francia ossessionata dall’Islam, che in questi giorni ha il volto del romanzo Sottomissione di Michel Houellebecq e della strage dentro la redazione di ‘Charlie Hebdo’. Nel 1979 era stato un altro scrittore parigino, anche lui un pessimista che coltivava decadenze come Emil Cioran, a immaginare l’islamizzazione della Francia. “I francesi non si sveglieranno fino a quando la cattedrale di Notre Dame non sarà diventata una moschea”, scriveva Cioran. E ancora: “La tolleranza è diventata civetteria d’agonizzanti”. Un giorno Cioran scende nella metropolitana di Parigi e ne esce con due pagine (poi inserite da Gallimard in un libro) sulla fine della Francia, paragonata alla Roma imperiale travolta dai barbari. “Istituzioni, associazioni e civiltà si differenziano per durata e significato”, scriveva Cioran. “Nella metropolitana, una sera, ho guardato con attenzione attorno a me, erano tutti stranieri. Lo stesso spettacolo a Londra (…) Una volta che un popolo ha completato la missione storica che doveva incarnare non ha più alcuna ragione per preservare la propria differenza. Dopo aver governato entrambi gli emisferi, gli occidentali sono pronti a diventare lo zimbello, spettri condannati a una condizione di emarginati, gli ultimi bianchi”. Cioran era convinto che la civiltà occidentale stesse andando alla sua sconfitta, e che questo declino fosse dovuto alla sua raffinata inattività, al suo stile di vita sublime. “Tutte le società dedite alla perfezione si estenuano e muoiono”, scrive Cioran. Alle tesi di Cioran si sarebbe ispirato molti anni dopo Alain Léger, lo scrittore francese autore del bestseller Tartuffe fait Ramadan, il Tartufo, la maschera del francese ipocrita, che fa ormai Ramadan una volta al mese. Léger aveva scelto questo incipit folgorante per il libro:“Uno spettro velato ossessiona la Francia e questo spettro, siccome le cose vanno chiamate con il loro nome, non è altro che l’islam”. Poi quel grido: “Le tenebre verdi avanzano. E io dico: basta! La sola minoranza a cui è negato il diritto di difendersi è l’eterosessuale bianco, ricco e colto”. Nel suo precedente romanzo, Ali il Magnifico (in Italia uscito per Feltrinelli), Léger aveva fatto le veci di un “beur” (arabo, in gergo francese) che aveva letto Rimbaud e Proust, che dal carcere aveva scritto un libro contro la società occidentale atea e coi suoi spot e slogan pubblicitari, contro i media con i suoi miti di successo e del denaro, che lo eccitavano e frustravano al tempo stesso. Ben prima di Michel Houellebecq, Léger aveva rivendicato allo scrittore il diritto di sfondare il muro del politicamente corretto raccontando e inventando fatti e misfatti di musulmani e omosessuali: “Il dovere di un artista è quello di resistere alla dittatura dello sdolcinato”, aveva scritto Léger, che si è suicidato due anni fa, a sessantasei anni, buttandosi dalla finestra come avevano fatto altri intellò francesi e precedendo nel gesto Dominique Venner, lo storico premiato dall’Académie française e sulle cui riviste scrivevano storici come Max Gallo. Venner si è ucciso proprio dentro alla cattedrale di Notre Dame, reazione ossessiva alla “mala educación” zapaterista germogliata sulle macerie delle bombe di Madrid l’11 marzo 2004. Quel colpo di pistola alla tempia è stato quasi un inveramento della profezia di Cioran. Alla fine della sua vita era ossessionato dall’islam anche uno degli ultimi giganti della cultura francese ed europea, Claude Lévi-Strauss, antropologo e filosofo, “la pietra miliare nella conoscenza dell’uomo” secondo Simone de Beauvoir. Nell’ottobre del 2002, in un’intervista al settimanale ‘Nouvel Observateur’, Lévi-Strauss affermò che “siamo contaminati dall’intolleranza islamica”. Tristi tropici, il suo libro più celebre, del 1955, conteneva già una messa in guardia dell’islam all’insegna di una nota apocalittica dominante (“il mondo è cominciato senza l’uomo e finirà senza di lui”). Ma fu nel 1985 che lo studioso mise in chiaro la sua visione apologetica dell’occidente: “Ho cominciato a riflettere in un’epoca in cui la nostra cultura aggrediva altre culture e a quel tempo mi sono eretto a loro difensore e testimone. Oggi ho l’impressione che il movimento si sia invertito e che la nostra cultura sia finita sulla difensiva di fronte a minacce esterne, fra le quali figura probabilmente l’esplosione islamica. E di colpo mi sono ritrovato a essere un difensore etnologico e fermamente deciso della mia stessa cultura”. E quando Michel Houellebecq fu mandato a processo nel 2002 per alcune sue intemerate sull’islam, Lévi-Strauss, solitamente appartato, intervenne per difendere lo scrittore: “Quello che pensavo dell’islam l’ho detto in Tristi Tropici. Non era molto lontano da ciò per cui fanno oggi un processo a Houellebecq”. Quest’ultimo fu assolto in tribunale. Poi tocca proprio al direttore di ‘Charlie Hebdo’, Philippe Val essere costretto a difendersi per aver pubblicato sul suo giornale le vignette danesi su Maometto. Il prossimo ad andare a processo sarà Ivan Rioufol, firma di punta del quotidiano Figaro, dove tiene la rubrica “Le bloc notes”. Rioufol dovrà difendersi dall’accusa rivoltagli dal “Collettivo contro l’islamofobia” per aver criticato la campagna “Nous sommes la nation”, che aveva usato il dipinto del giuramento di David nella sala della Pallacorda, il quadro emblema della Rivoluzione francese. Solo che al posto dei Montagnardi c’erano gli islamisti. Entrambi, Cioran e Lévi-Strauss, sentivano venire meno “l’antico modo di essere francese” come lo avrebbe chiamato Renaud Camus, anche lui romanziere assediato dall’islam, candidato fra gli immortali dell’Académie française, autore dei “Tricks”, il libro-culto della cultura gay occidentale prefato da Roland Barthes, l’amico di mostri sacri della cultura francese come il “poeta rosso” Louis Aragon. Come Cioran nella metropolitana, Camus ebbe una rivelazione nella Val-d’Oise, visitando la casa di François Mauriac, dove vide le periferie con le donne islamiche velate, cosicché “con l’immigrazione di massa la Francia si trova ad affrontare lo choc più profondo, il più radicale nelle sue conseguenze, che sia stato conosciuto da quindici o sedici secoli”. In un discorso pronunciato il 18 dicembre 2010, Camus aveva osato esporre le sue tesi sul “Grand Remplacement”, la grande sostituzione del popolo francese e sul totalitarismo soffice dell’islam. Drôle de France al centro adesso del romanzo di Houellebecq. Mosca bianca e scandalosa della cultura francese, Camus osserva oggi la Francia dalla cima del suo castello di Plieux, “fatto per resistere e non per piacere”, situato su un promontorio in un remoto angolo del Gers, la terra che ha dato i natali a D’Artagnan. Questa “ossessione della perdita”, come è stata definita, agiterà anche le pagine di “Langue fantôme”, il saggio dell’editor di Gallimard Richard Millet, il pamphlet più discusso e attaccato del 2012 sulla “disperazione europea” di fronte al “nichilismo multiculturale”, sulla “perdita di identità”, sulla “denatalità” e l’“irénique fraternité”, dove Millet denuncia “la visione lenitiva di un ‘esotismo’ a domicilio, dietro il quale ci si rifiuta di considerare che il canto del muezzin sancirebbe la morte della cristianità”. Della sfida islamica Millet non conosce interpretazioni, ma pensa che sotto il minareto non ci sia soluzione di continuità tra moderazione e terrore, ma solo diversi gradi d’intensità in direzione del califfato. È assillato dall’islam il gauchiste Maurice Dantec, l’autore cult della mitica Série noire della Gallimard, provocatore e irregolare di professione baciato dal successo, che ha vinto premi su premi, che si è debitamente approfittato del nichilismo occidentale, salvo poi definire l’occidente “irresistibilmente condannato” e aver messo in guardia contro “le bestie selvagge delle periferie francesi”, stigmatizzando la violenza e l’islamizzazione dei ghetti delle banlieue. Per questo Dantec fu attaccato da ‘Libération’ che titolò:  “E’ passato alla destra” e fu linciato in prima pagina dal Monde. Dantec rispose attaccando “la stampa asservita” e i “petis neocollabos frachouillards”. E se due personaggi tra loro così diversi, come Philippe Sollers, scrittore ed editor di Gallimard, e l’accademico di Francia Jean d’Ormesson hanno concluso che l’integrazione di milioni di musulmani è impossibile per la natura “militante” della loro religione, di recente la Francia era stata scossa, oltre che dal saggio “Le Suicide français” di Eric Zemmour, anche dall’ultimo libro del filosofo Alain Finkielkraut, “L’identité malheureuse”, l’identità infelice sospesa fra islam e laicità. Si arriva ai saggi di Robert Redeker, il professore di Filosofia di Tolosa condannato a morte dall’islamismo per un articolo sul Figaro pochi giorni dopo l’epocale discorso di Benedetto XVI a Ratisbona. È proprio Redeker uno dei protagonisti del romanzo di Houellebecq sotto il nome di “Robert Rediger”, che ottiene di poter riavere la sua cattedra di insegnante convertendosi all’islam. L’incontro fra la cultura francese e l’islam ha portato dunque a grandiosi casi di rigetto letterario. Ma anche a straordinari casi di fascinazione e conversione all’islam, come quelli di Michel Foucault e di Roger Garaudy. Foucault, che definì Khomeini “un santo”, fu il più noto intellettuale europeo succube della sbornia khomeinista. “La storia”, scriveva Foucault, “ha posto in fondo alla pagina il sigillo rosso che autentica la rivoluzione. La religione ha svolto il suo ruolo di sollevare il sipario; i mullah ora si disperderanno in un grande volo di abiti neri e bianchi. La scena cambia. L’atto principale sta per cominciare”. E poi Roger Garaudy, il filosofo, autore di decine di libri, già intellettuale cattolico e comunista, eterno eretico, poi presidente degli “islamici d’Europa”. Aveva frequentato i cattolici conciliari, l’Abbé Pierre dei Chiffonniers d’Emmaüs era suo amico, padre Ernesto Balducci pubblicava ad Assisi i suoi libri in italiano.  Poi la conversione all’islam. Garaudy pregava sempre al fianco di Issam Attar, l’ex capo dei Fratelli musulmani, fuggito ad Aquisgrana dalla Siria. A Teheran, l’intellettuale errante scopre che il chador è la risposta allo striptease e che il mormorio della preghiera è la risposta al chiasso del rock’n’roll. Con Michel Houellebecq siamo tornati lì. Al clivage della decadenza e della conversione, del cafard e del Corano. Al loro incontro si è consumata la strage alla rivista più corsara e libertina di Francia”.

   Nel 2014 fu condannato per incitamento all'odio razziale e gli fu comminata una multa di 4000 euro.

   Io non mi meraviglio affatto né mi strappo le vesti. Tutti gli imperi sono finiti per una invasione ‘barbarica’ (leggi culture altre) per lo più truce e sanguinaria. Sarebbe la prima volta che altri ne finiscono per invasione … culturale. Una ‘guerra’ culturale, questa sì, realmente santa! 

________________  

    Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

   Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika

 

 

 
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Vinaccioli triade trimurti...Traduzione del Bruno con testo a fronte...Sesto Empirico...Cervia, Trisulti ed Albero della vita.

Post n°1148 pubblicato il 23 Novembre 2022 da giuliosforza

1047

    Gli acini d’uva Italia che in questo periodo sto abbondantemente consumando  infischiandomi del diabete B hanno, nel novantanove per cento dei casi, tre vinaccioli. Chiaro segno. Godo evidentemente di due protezioni: quella di Bacco e quella di non dico Chi. Posso stare tranquillo.

   *

   ‘Un giorno da Leone. Giorgio Battistelli omaggio alla carriera’.

    Rai 5 gli dedica un giorno intero in occasione del conferimento del Leone d’oro alla carreira. Seguo quasi tutto il programma. Non sono in grado di valutare. Giovani compositori da me consultati ne hanno pochissima stima. Lo reputano se non un bluff, quasi.  Attribuiscono i suoi successi a sètte, mafie, massonerie. Non approfondisco. Ha una bella presenza scenica e un bell’eloquio. Partecipa spesso da attore con successo ai suoi stessi lavori. Sulla sua musica obbligato a sospendere il giudizio. Prudente epoké.

 *

   Guido del Giudice traduce Bruno.

   Non si può certo dire che la passione bruniana di Guido del Giudice vada col tempo scemando. Tutt’altro. Ora ha deciso di sobbarcarsi con Gianmario Ricchezza (laureato in filosofia alla Statale di Milano, autore di vari saggi fra i quali, con Daniele Trucco, uno assai denso e informato, La Magia nei secoli e secondo Giordano Bruno) ad un’impresa improba: tradurre in italiano moderno per  Di Renzo Editore le opere in ‘volgare’ del Nolano onde  renderle accessibili ad un più vasto pubblico. Io molto mi rallegro  dell’iniziativa e molto la lodo, pur con qualche perplessità che chiarirò più sotto, che trovo assai ben riuscita già al primo volume, quello del Candelaio, forse il più arduo da tradurre data la sua scanzonatezza di linguaggio e d’argomento. Il Candelaio fa molto sorridere, ma anche molto pensare: un modo sicuramente efficace, ma non certo il più facile, per introdurre il non iniziato al complesso mondo del Nolano, Filosofo poetante e  Poeta pensante, per dirla alla Heidegger.

   Ho sopra accennato ad una mia qualche minima perplessità, e mi spiego. Filippo Bruno ha sempre dimostrato per la ‘plebe’ e il ‘pro-fano’ un ragionato disprezzo. Fra i suoi motti uno dei preferiti è indubbiamente l’oraziano odi profanum vulgus et arceo. Ove il vulgus oggetto dell’arcēre  è la massa, la folla, l’ochlos, non certo il popolo, il cui concetto presuppone un incontro (non un ‘insieme, non un ‘mucchio’, non un marceliano coudoiment, un plebeo urtarsi di gomito) di   coscienze già evolute o in via di evoluzione che in quanto tali son capaci di Conoscenza e ad essa con tutte le loro forze anelano. Il «Messo t’ho innanzi : omai per te ti ciba » è per chi ha fame di prelibarezze, non per gli stomaci di ben d’altro volgarmente satolli. Come si dà brunianamente una religione del dotto ed una religione dell’ignorante, così si dà una derrata del dotto ed una dell’ignorante. E derrata prelibatissima ed esclusiva è Bruno, chi se non lui?

Dài, dunque, Guido, regalaci un Bruno ‘classico’ coi testi in ‘volgare’ originali a fronte. Arricchisci ancor di più il tuo  lavoro, già notevolissimo per acribia e rigore filologico.

  *

   Peter Grimes, che dicono il capolavoro di Benjamin Britten. Non mi è piaciuto. Foschie albioniche.

*

   Rilettura di Sesto Empirico. Nostalgia di un sano pirronismo. Mi piacerebbe sollazzarmi con l’Adversus mathematicos, che non posseggo. Con il termine matematici egli intenderebbe coloro che insegnano discipline. Chissà che goduria sfogliarne gli undici libri in cui è diviso!

   I Contro i Grammatici Πρὸς γραμματικούς/ Pros grammatikous

   II Contro i Retori Πρὸς ῥητορικούς/ Pros rhetorikous

   III Contro i Geometri Πρὸς γεωμετρικούς/ Pros geometrikous

   IV Contro i Matematici Πρὸς ἀριθμητικούς/ Pros arithmetikous

   V Contro gli Astrologi Πρὸς ἀστρολόγους/ Pros astrologous

   VI Contro i Musici Πρὸς μουσικούς/ Pros mousikous

   VI-VIII Contro i Logici Πρὸς λογικούς/ Pros logikous

   IX-X Contro i Fisici Πρὸς φυσικούς/ Pros Physikous

   XI Contro i Moralisti Πρὸς ἠθικούς/ Pros Ethikous.

*

   I sogni, quelli veraci a occhi chiusi, sono le mie cose più belle.

   Questo, per esempio, …paraccademico.

   Gli spiriti benevoli della notte mi hanno ricondotto nel fitto del bosco che circonda la certosa di Trisulti di Collepardo, ai confini ciociari tra Lazio e Abruzzo, e al faggio solitario del Cervia, al centro della conca che precede la vetta: due delle mete più frequenti delle ‘Giornate di Natura e Cultura’, delle mie iniziative paraccademiche due tra le più care, che periodicamente ero solito organizzare con gruppi di studenti, i più devoti, studiosi e zelanti dei miei Corsi.

   Trisulti era una delle località da noi predilette, con la Selva Grande (o bosco del Farnietto) e il Monte Croce di Vivaro, mio amato-odiato natio borgo selvaggio, coi dirupi sacri del sabino Greccio francescano e dello Speco benedettino sublacense, con le faggete di Monte Autore e di monte Cervia, con le pendici di Monte Velino, le rive del Salto e del Turano, il monte Serra Secca col suo Santuario della Madonna dei Bisognosi e molti altri luoghi facilmente raggiungibili da Roma. In quei nostri incontri cultural- mistico-naturalistici, predominanti erano i riti dell’Albero della Vita, dell’Invasamento e dell’invocazione panici, che aprivano rispettivamente e chiudevano i tempi dedicati alle variazioni culturali sui temi dei corsi accademici in programma.

   Nel mio sogno son tornato dunque a Trisulti, al suo fitto bosco, al santuario della Madonna delle Cese scavato nella roccia a poca distanza dalla Certosa nella forra sottostante; quindi al faggio solitario del Cervia. Ho negli occhi ancora uno ad uno i volti dei partecipanti (soprattutto delle due studentesse basche in trasferta Erasmus), le loro celie, i loro lazzi lungo il sentiero che conduce al sacello, e il pranzo al sacco all’ombra della fitta boscaglia. Poi la fantasia onirica si spostava al faggio del Cervia, riconvertito nella quercia sacra all'Irminsul della 'Norma' belliniana. Irminsul, versione celtica di Wotan e di Odino, con le altre divinità delle culture orientali scintoiste e zoroastriane presenza non secondaria del nostro Panteon pagano-cristiano, era questa notte il protagonista del rito. Lui all’unisono invocavamo e i silenzi della sterminata solitudine ce ne riportavano l’eco, come in altre circostanze quella di Odino o di un più generico Iddio (la cui eco sacrilegamente risuonava …io io io)

   Il rito dell’Albero della Vita era particolarmente toccante. Nel silenzio più fondo delle cose e degli uomini, tenendoci in cerchio per mano, noi s'abbracciava per una decina di minuti l’albero, e al contatto del suo tronco di faggio secolare (altrove il suo posto era preso da una quercia, un leccio o un castagno) lasciavamo che i possenti flussi delle energie cosmiche, mediatore l'albero le cui radici affondano nelle sorgenti infuocate delle energie inferne ed i rami e le foglie nei regni delle energie superne, trapassassero nelle nostre anime e nei nostri corpi procurandoci un’estasi mistica.

   Tutto questo ho rivissuto, per lo più magnificato, in sogno.

   Che notte stanotte a 1500 metri sul Cervia con Irminsul, e nel sacello mariano di Trisulti nel fitto di una foresta risuonante di un wagneriano Waldesrauschen!

   Nel mio sogno è mancata purtroppo la conclusione della 'Giornata', la solita appendice serale bacchica (dopo l'apollineo il dionisiaco è d'obbligo) nel mio tugurio, ove si mangiava si beveva si cantava, a secco o con l'accompagnamento del gigantesco organo 'Farfisa' liturgico.

   Un vero peccato.

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'Paradoxum minimum' ed altro

Post n°1147 pubblicato il 16 Novembre 2022 da giuliosforza

 

1046

   Paradoxum minimum.

   Chi perde una fede non l'ha mai posseduta. Chi la trova l'ha sempre posseduta.

*

   Mi dicono che nei Campi Elisi l'idioma più parlato, insieme al greco e al sanscrito, sia ancora il latino. Per questo comincio a riesercitarmi in tempo rispondendo in latino in anticipo ai gentili auguri degli amici:

   Gratias ago vobis propter magnam bonitatem vestram vestraque dilectissima omina.

   Peramanter Julius alias ATEM

*

   Dopo un mese e mezzo di arsura desertica sul terrazzo in Roma, il mandarino cinese ha per tre quarti resistito e sta già rifiorendo. Non è un buon segno?

*

   Giuro. Dopo questo resoconto del mio ultimo onirico vaneggiamento tacero' a lungo. Il mondo della rete sentirà la mia mancanza, lo so. Ma persino Dio al settimo giorno si riposo', e fu un guaio per l'universo.

   Dunque. Ho sognato di rilaurearmi, alla mia età reale, tra lo sconcerto di tutti, con una tesi su me stesso e i miei 'Dis-Incanti. Dianoie metanoie paranoie d'un vegliardo diarista virtuale'. Relatore e correlatore gli stessi di sessanta anni fa, rispettivamente Luigi Volpicelli e il filosofo Paolo Filiasi Carcano duca di Montaltino, opportunamente risvegliati dai loro avelli. Durante la seduta ridevano a crepapelle e mi chiedevano nuove sugli eventi mondani succeduti alla loro dipartita. Io rispondevo con la solita sfrontatezza: all' infuori di me nulla, nihil novi sub sole tranne me. A questo punto scattavano in piedi sogghignando, sogghignando e danzando: e per questa c.ta ci hai strappato a Belzebù? Niente laurea, ti farai rilaureare, se ci riuscirai, da Qualcun altro alla Valle di Josafat. E mi afferravano per i capelli e mi trascinavano con sé impenitente all'Inferno, come fa il Commendatore-Statua di pietra con Don Giovanni nell'omonimo Singspiel mozartiano.

   E sì. Mi succede di vaneggiare anche nel sogno.

*

   Due acquazzoni e son rifiorite le Rose (ed io in esse, ed esse in me...)

*

   Tardo pomeriggio di un 6 di Agosto. Passeggiata al leccio tra i due ponti. Memorie antiche, ormai solo memorie (o presagi?)

   Mattino e pomeriggio afosissimi. Cielo plumbeo. Ma non pioggia. Solo cappa di piombo. Ma la cappa di piombo non pesa sul cervello a obnubilarlo o sulla memoria a cancellarla. Anzi. Mentre il borgo impazza tra botti, fuochi d’artificio, rumori assordanti che dicon musiche urlanti dagli altoparlanti, dionisiaci thiasi cui un pur minimo afflato apollineo è alieno, gare ludiche (unica lieta nota tra le insopportabili baraonde festaiole) di bambini in Piazza Nuova, io passeggio solitario nel breve tratto di strada che va da piazza della Peschiera alla ‘Macera Noa’ non più ravvisabile (come più non si ravvisa la sovrastante ‘Roccia del Gufo - anfratto benedetto per solitarie effusioni amorose), e che, dopo Ponte secondo, scorre come un ruscello d’asfalto che la Lacciara antica, già arida terra di semine e pascoli, ora folta macchia riparo a stuoli di cinghiali, sventra, e permea nel seno profondo tra due folti verdi ormai quasi foreste. E, fra un saluto e l’altro ai rari volti antichi e nuovi incrociati, come me promeneurs ma non, alla Rousseau, solitaires, o alla Novalis Wanderer ma non pellegrini a Sais, o alla Heine reisende ma non allo Harz, o alla Hoelderlin viatori ma non ‘viandanti che ascoltano l’essere’, penso e penso, rammento e rammento.

   L’antico leccio della mia infanzia sta, immortale, ancora lì, fra i due ponticelli indistruttibili di pietra dura splendidamente innalzati da mastri antichi alla foggia classica e sovrastanti gli ormai invisibili - le erbacce li soffocano - torrentelli della Scentella e della Nocchia che a valle si riuniscono per confluire nel fosso del Sesera e poi nel Turano; il leccio sta, solenne più di un monumento, pronto ad affrontare un altro tragico secolo, quello che i mille profeti di sventura (s’è mai visto un profeta che non sia di sventura? Non son le sventure gli eventi più certi e sicuri da prevedere? E i nuovi aruspici lo sanno. E se ne impinguano, e di nascosto ridono: Catone non si meraviglierebbe più “quod non rideret haruspex harupicem cun vidisset”). Sta il leccio antico. Alla sua ombra nei pomeriggi affocati (ben più di adesso, nella mia memoria, affocati), nell’ora che il gran satiro Pan riposa e le sue greggi ammusano negli stazzi fra nenie infinite di cicale, ranocchie, merli acquaroli, noi bambini settenni-decenni ci si dava convegno per giocare ai primi giochi di carte e di sesso, a dis-educarci al quale pensava, con volgare maestria, un appena adolescente sfrontatissimo D.

   Nella mia memoria due sono le ultime (sarei presto partito appena undicenne per il crudele esilio) immagini del leccio antico: nella prima esso è attorniato da camion tedeschi mimetizzati, quasi sepolti, da foreste di rami verdi (una shakespeariana foresta di Birnam in miniatura in attesa di muoversi non verso la vittoria su un Macbeth assassino ed usurpatore ma verso un ben più disastroso destino) in attesa dell’ordine di ritirata, che sarebbe giunto nel primo pomeriggio del 4 giugno allorché la radio avrebbe annunciato l’ingresso dei ‘liberatori’ (ma perché non conquistatori?) a Roma mentre i ragazzi della Compagnia del giovane capitano umanista e artista Stopfler danzeranno con la gioventù del luogo, e un silenzio di morte scenderà tutto intorno, e un brivido correrà per l’aria, e fiumi di lacrime scorreranno dall’una e dall’altra parte, e baci e abbracci saluteranno la partenza dei ragazzi della Hitler Jugend che mai più rivedranno le loro case.

   Nella seconda immagine è una grossa serpe rospara che ingolla lentamente, sotto il leccio, come il protagonista de Le veglie di Neri di Renato Fucini alias Neri Tanfucio, il suo rospo quotidiano.

   Due immagini non esaltanti davvero. Tornerò al leccio fra i due ponticelli a evocarne di migliori.

*

   Tre noterelle, due amene, una tragica (ma vera, quanto vera!) da "Note azzurre" (cit.) di Carlo Dossi. Cesare Correnti di cui si dice fu funzionario e ministro nell'Italia postrisorgimentale, la Raab è un affluente del Danubio.

"4787

   "A Bergamo Correnti conobbe un tal Suhr colonnello austriaco che aveva fatto le campagne contro Napoleone, brav'uomo. E Suhr chiedeva a Correnti: 'Ma ditemi un po': nell'armata italiana, quale era quel bravissimo corpo che si chiamava 'corpo della Madonna?' - Non so, rispondeva Correnti, e di fatti egli non avea mai letto di quel corpo, né in Zanoli né negli altri storici delle pugne napoleoniche. - Ma sì - insisteva il Suhr - Mi ricordo che fu in una carica alla Raab. Era un corpo italiano che ci veniva addosso, a cavallo, sciabolando e gridando: 'Corpo della Madonna!' - Correnti sorrise ricordando i fegati sani lombardi.

“4788

   "Benedetto Cairoli (...) politicamente è un cavallo da circo equestre, da parata, che sa fare i begli inchini, pigliar lo zucchero, ballare a suono di musica, ma che, fuori dal circolo, sulla strada maestra, non sa trottare un'ora di fila e neppur tirare una timonella a due ruote. - Di lui disse: - Se risorgessero i suoi fratelli, che resterebbe di Cairoli?

   “4790

   "Purché si combatta, anche i disastri sono vittorie"

   (Op cit., pp 670-671)

*

   Röslein, Röslein, meine kleine Liebe, che hai sfidato vittoriosa, per aspettarmi, l'infernale soffocante calura!

*

   Vivo in questo periodo immerso nella Natura, come un primitivo. Wilhelm Wolfgang, che ha scoperto il mio rifugio, mi reca due messaggi ad hoc per stimolare e arricchire, dice, la mia riflessione. Uno di ieri, uno di oggi. Preciso sempre, come un destino.

   26. DIENSTAG (‘Mit Goethe durch das Jahr 2022’)

   "Und frisch Nahrung, neues Blut

   Saug ich aus freier Welt;

   Wie ist Natur so hold un gut,

   Die mich am Busen hält"

   (26. Martedì (Mit Goethe durch das Jahr 2022)

   "E fresco nutrimento, nuovo sangue io succhio da un libero Mondo. Come è amorevole e buona la Natura che mi respira in petto!")

   27. MITTWOCH

   Die Natur geht ihren Gang, und desjenige, was uns als Ausnahme erscheint, ist in der Regel”. “La Natura segue la sua strada, e ciò che a noi sembra una eccezione, rientra perfettamente nella regola”.

   Abbandonarsi a Madre-Natura! Al diavolo il Progresso (un 'pro-gredi', semplicemente, un procedere alla cieca, un mettere un piede avanti all’altro, alla cieca, per poi finire in un non visto precipizio?).

_________________  

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

   Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika!

 

 

 
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efemeridi ecc

Post n°1146 pubblicato il 14 Novembre 2022 da giuliosforza

 

1045 

   Oggi, coi post 1040, 1041, 1042, ho terminato la condivisione su questi spazi di 'Dis-Incanti Tre', che sarà pronto in volume entro Natale (fuori commercio, come i precedenti due volumi).

   La prossima primavera sarà la volta, a Dio piacendo, di 'Dis-Incanti' IV, del IV volume di versi neoclassici dal significativo titolo 'La Sera di Pan' (conclusione del ciclo 'Canti di Pan e ritmi del thiaso', L'Evità', 'Aqua nuntia, Aquae iuliae'); e dell'opuscoletto autobiografico 'Infanzia puerizia e prima adolescenza di Atem', un excerptum prosastico da 'Aqua Nuntia-Aquae iuliae'.

   Come si vede non ho proprio voglia di darmi pace e di smettere di divertirmi!

  *

   Resurrezione e dieta vegetariana secondo Voltaire (Romanzi e racconti, Biblioteca Mondadori 1981, traduzione di Riccardo Bacchelli, episodio La principessa di Babilonia).

   “La resurrezione, signora, le disse la fenice, è la più semplice cosa del mondo. Non è più stupefacente nascere due volte piuttosto che una. A questo mondo tutto è resurrezione. I bruchi resuscitano in farfalle, il nocciolo posto in terra risuscita in albero, tutti gli animali seppelliti in terra risuscitano in erbe, piante, nutrendo altri animali dei quali formano ben presto parte sostanziosa. Tutte le particelle che già componevano corpi sono mutate in esseri diversi. Veramente solo a me il potente Orosmade fa la grazia di risuscitare nella mia propria natura”.

   Siamo nel paese dei gangaridi dove la principessa Formasanta si è spinta alla ricerca del suo amato, il pastore Amazano fuggitivo.

   “Chiesero allora ai servitori se si potesse salutare la sua signora madre. Risposero esserle morto il marito avant’ieri, e che non riceveva nessuno. La fenice, che godeva credito in casa, riuscì per altro a far entrare la principessa di Babilonia in una sala dalle mura rivestite di legno d’arancio filettato d’avorio. I sottopastori e le sottopastore, i lunghi vestiti bianchi, cinte di guarnizioni color giallo aurora, le servirono in cento vassoi di semplice porcellana cento deliziose vivande, fra le quali non appariva nessun 'cadavere mascherato' (rilievo mio). ‘Ed erano: riso, sugo, semolino, vermicelli, maccheroni, frittate, uova nel latte, formaggi freschi, pasticcerie d’ogni sorta, legumi, frutti d’ogni profumo e d’ogni sapore di cui in altri climi non s’ha neanche l’idea. I liquori rinfrescanti, a profusione, erano migliori dei vini più buoni”.

   La ricchezza di questo menu vegetariano decisamente non fa rimpiangere le sontuose tavole imbandite dei carnivori divoratori di ‘cadaveri mascherati’.

*

   Sto rivedendo le ultime bozze del terzo volume di Dis-Incanti. Diànoie Metànoie Parànoie di un Vegliardo diarista virtuale' (ora Amor et Taedium Vitae sarei tentato di rititolarlo!) che mi regalerò e regalerò per fine anno. E trovo una pagina che amo riprodurre perché mi riporta ad un breve periodo particolarmente esaltante della mia giovinezza, quello in cui più mi cullavo in sogni di gloria destinati a rimanere tali. E mi ridona ai mei monti e alle mie valli e alle mie, con Jean-Jacques, Rêveries du promeneur solitaire.

   "Vent’anni, primi anni Cinquanta. Ho appena scalato, (faccio per dire, mi sono solo sgraziatamente arrampicato) la più bassa delle due cime del Gelas, il più alto delle Marittime dopo Argentera, Matto, Maledia, Marguareis, Mongioia (che in realtà è già delle Cozie ed è, del gruppo italo-francese che fa corona ad Entracque, coi suoi 3300 e passa la cima più alta). La prima delle due foto mi coglie aggrappato a spuntoni di roccia, quasi indistinguibile, camaleonticamente con essi mimetizzato, masso con masso; la seconda, ginocchioni su uno spiazzo della Sella del Gelas, a disegnar note su un quadernone di musica poggiato sull’erba ed aperto alla prima pagina, ove campeggia la scritta Missa Alpina ad quattuor voces organo comitante. Sì, perché fra le illusioni della mia giovanile ebbrezza fu anche quella di competere col Richard Strauss dell’Alpensymphonie, e di tradurre sacralmente il mio naturalismo panteistico, inconsciamente fin dall’infanzia vissuto, ma all’epoca non ancora problematizzato e …ufficializzato. Il quadernone è ancora qui, affastellato fra i manoscritti, ma dopo il ‘Gloria’ le pagine sono desolatamente bianche: ispirazione e sogni erano evidentemente presto svaniti!

   In gioventù e poi nel resto della vita fino agli ottanta ho amato assai camminare, in pianura in collina in montagna, solo dopo gli ottanta gradualmente cedendo e solo ora, alle soglie dei novanta, con dolore arrendendomi. È camminando (quasi sempre solo, poche le volte, ma esaltanti, in compagnia) che ho pensato le mie cose più belle, ho esercitato corpo e anima alla gioiosa fatica dell’ascendere, dello stare contemplando, del ridiscendere e anche, talvolta, del precipitare (pur esso gioioso, anche solo nel ricordo: m’ebbero precipite ghiacciai, morene petrose, forre folte di triboli e spine, ma sempre, fortunosamente, se pur variamente dolorante, indenne), del sostare a meditare, in una valletta amena o su un poggio, a poetare, a musicare, a variamente filosofare. Le due foto ben documentano due dei momenti in cui il Giulio fenomenico, ma non solo, s’accenna: ché per chi ha occhi penetranti da forare il fenomeno (l’epidermide), anche il noumeno, kantianamente intuibile se non (sentore di paradosso!) conoscibile, si s-vela in due degli aspetti più significativi della sua essenza profonda.

*

   Ho impiegato circa 90 anni per accorgermi che la parola acme (greco akme'), una delle parole da me piu' usate, è femminile! Donna come vertice.

*

   Per Raffaella Canovi, alla quale vanno tutti i miei complimenti per i suoi successi editoriali:

Anchora imparo, con l'h dopo la c, anchora', non ancora; e inparo, non imparo, come nell'incisione giuntalodiana a cui lo stesso D'Annunzio rimanda.

*

   Stamane faccio il voyeur. Mi colgo compiaciuto a spiare il mattinale congiungimento di Giove-Osiride con una in vereconda, completamente nudata, Selene-Luna.

*

   Per la prima volta ieri, rigodendomi una storica 'Bohème', quella del Festival Puccini di Torre del Lago del 2014 con la mai abbastanza rimpianta Daniela Dessì e il suo compagno d'arte e di vita Fabio Armiliano, mi sono accorto di un fatto assai curioso di enorme, almeno per me, rilevanza: dei quattro protagonisti maschili del dramma che si svolge in una gelida soffitta e nelle strade adiacenti del 1° Arrondissement, vicino al Café Momus (famoso luogo di ritrovo di artisti e letterati), uno, col poeta Rodolphe il pittore Marcel e il musicista Schaunard, è, udite udite, un filosofo, Colline. Ve lo sareste mai aspettato, voi, un filosofo bohémien? Ebbene io sì, se Bruno Nolano e Fritz di Röcken, due bohémiens che più bohémiens non si può, furono i miei pensatori prediletti e compagni fedeli dei miei intellettuali pellegrinari. Il tedesco soprattutto, non solo annunciatore della ‘morte di Dio’ e del 'Crepuscolo degli idoli', ma teorizzatore di un 'pensiero danzante sulle cose', che se di una Ragione è pur figlio, non certo di una Ragione ‘oggettivante’, cui sfuggono le riposte vie del Mistero e dell’Essenza, ma di una Ragione ‘partecipativa’ che sa, meglio avverte, per l’Arte sua figlia, le vie del Profondo (reminiscenze marceliane).

   Ci voleva un musicista, Puccini, coadiuvato da due bravi librettisti, Giacosa ed Illica, per inventarsi un filosofo bohémien e recuperare Sophia al Parnaso e alle Muse danzanti attorno alla sorgente pegasea.

Puccini, je t’aime!

*

   Ho rischiato la morte per un libro, o di libro. Sarebbe stato un degno crepare.

Nel tentativo di prendere dallo scaffale più alto di una delle mie biblioteche, quella chiusa, il volume (due kg e mezzo) 'Polonia', ricordo di uno dei miei viaggi periodici a Lodz per gli incontri coi colleghi interessati alla mia dis-educazione estetica, il volume, che era in posizione precaria, malamente appoggiato a un Pascoli bonaccione e sornione, dono degli amici di Parma, appena aperto lo sportello mi precipitava di spigolo sulla testa, procurandomi, oltre al dolore e a un bozzetto che farà per un po' compagnia a una preesistente vistosa keratosi, un leggero intontimento durato vari secondi. Una commozione cerebrale da libro! Quale altra più degna commozione?

   Oltre che dalla mia imprudenza, l'evento, che avrebbe potuto esser nefasto per un centenario come me, con ogni probabilità mi è stato procurato da Zvani' e da Gabri, in primo piano nella foto, gelosi della mia discendenza (!?) da Bona Sforza che, in qualita' di moglie di re Alessandro Jagellone, portò a Cracovia il Rinascimento.

   Sarò pure un povero vecchio, einsam nicht allein (Goethe), ma chi più invidiato e invidiabile di me?

   Vaneggiamenti di un pomeriggio afosissimo di una già quasi matura Vergine.

*

   Tra le cose che rendono più ripugnante e antipatico un vecchio, sono  la vanesieria, la gigioneria, la civetteria, belle qualità di cui mi ritrovo abbondantemente dotato.

   Stamane mi sono recato in uno studio radiologico agghindato come un dandy, tutto bianco, tranne il basco Borsalino bicolore di seta bianca e pelle avana (bel cimelio, ora che anche il famoso marchio ha chiuso) e la fanciulla angelica dello sportello mi ha sussurrato, immagino per non farsi sentire e un poco approssimandosi alla mia guancia quasi poggiando la sua sul vetro (maledetto vetro!) divisorio: lei è bellissimo. Incredulo, non dirò imbarazzato, ho reagito col più bel sorriso di cui sono ancora capace, ma il Fritz che oggi mi inanella il prezioso foulard (già, perché il venerdì è il suo giorno, come il lunedì è quello di Ludwig, il Martedì di Richard, il Mercoledì di Gabri, il Giovedì del Satiro del Cicala arso al Campo, il Sabato di Pan, la domenica della mia principessa Paolina - mia perché moglie infedelissima di Camillo Borghese, principe del mio borgo e del relativo castello - ritratta in un bel cammeo di finto avorio) è scoppiato in un riso beffardo. Invidioso, evidentemente: ancora gli scottano i dinieghi di quella civetta di Lou.

   Mi dispiace per Fritz. Ma io mi porterò a lungo nel cuore e negli occhi lo sguardo e le parole sussurratemi dalle labbra dolcissime della fanciulla incomparabile dello sportello del Laboratorio Gilar di Via delle Vigne Nuove.

*

   'Musica Salvatrix'

   Tristissimo per il ritorno dalla Terra ove profondissime affondano le mie radici, 'où ma mère' non 'm’infligea', come a Réné, 'la vie' (Chateaubriand), ma la vita mi chiamò a celebrare come ‘dono grande e terribile del Dio’ (D’annunzio), ancora una volta Frau Musika mi è venuta, fedelissima amante, in soccorso.    Tutta una lunga vita passai (oltre che, nei miei modestissimi limiti, a farla) a riflettere, parlare, scrivere di Colei senza la quale la 'vita sarebbe un errore' (Nietzsche, 'ohne Musik ist das Leben ein Fehler'); di Lei che 'creuse', scava,  le ciel (Baudelaire), che è 'avant toute chose' (Verlaine), è tristaniana 'unbewusst, hӧchste Lust' (un 'in dem wogenden Schwall, / in dem tӧnenden Schall, / in des Weltatems wehendem All – ertrinken, / versinken, - / unbewusst -, / hӧchste Lust', un 'affogare, sprofondare, senza coscienza, suprema Voluttà, nel flusso ondeggiante, nell’armonia risonante, nello spirante universo del respiro del mondo!' - Wagner); di Lei che 'sa le strade riposte dell’Essenza', che ‘è lo stesso io profondo’, che sola 'dit vrai' ('La Musique dit vrai, la Musique seule' Marcel); oggi dunque puntuale la mia fedelissima amante mi è venuta in soccorso con un fantasmagorico 'Zauberflӧte' in un allestimento della Scala del 1994, sul podio un Muti nel pieno del suo vigore interpretativo, un Robero De Simone in regia al culmine della sua fantasia inventiva, e un cast tutto tedesco in grado di estasiare con la doppia melodia del canto e della lingua. E al termine del lungo percorso che Sarastro impone a Tamino per ritrovare, con l’ausilio dei suoni del magico flauto e del birichino campanellino variamente tintinnante, la sua Pamina, i due innamorati si abbracciano e intonano, accompagnati dagli armigeri, il canto della vittoria 'sulla morte attraverso la musica': "Wir wandeln durch des Tones Macht / Froh durch des Todes düstre Nacht", 'grazie alla potenza della musica avanziamo lieti attraverso la notte tetra della morte'.

   Il 'Flauto magico' ha fugato la mia tristezza e l’angoscia di morte che ormai è compagna inseparabile dei miei giorni. Esso non è solo il capolavoro, in apparenza di una levità celestiale e qua e là non poco sbarazzina, in realtà di una profondità ed esotericità pressoché inaccesibili ai non iniziati, del genio di Salisburgo; è anche il più bell’inno elevato alla potenza letificante e salvifica di Frau Musika.

La quale sia dunque ancora una volta, sempre e ovunque, benedetta.

*

   Il kumquat semiseccato dalla calura ma in via di ripresa (i nuovi mandarinetti già fanno capolino fra le foglie ancora sofferenti). Secondo la donatrice è un simbolo beneaugurante anche per Colui che ricevette il dono! Come anche per lui ritiene valere i versi di Hikmet che il dono accompagnarono!

   E sia, generosissima N.!

____________

Chàirete Daimones

 
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Elvira Frosini e Daniele Timpano e il loro 'Millesettecentoottantanove'

Post n°1145 pubblicato il 14 Novembre 2022 da giuliosforza

 

1044

   Elvira Frosini e Daniele Timpano sono approdati su Rai5 con Millesettecentottantanove (produzione del Teatro ‘Metastasio’ di Prato in collaborazione con Kataklisma teatro e Teatro di Roma, Teatro Nazionale residenze artistiche, Istituto Italiano di Cultura Parigi, Città delle 100 Scale Festival), di cui sono anche autori, attori, registi (wagneriana opera d’arte totale, Gesamtkunstwerk!), come del resto di tutti gli altri pezzi del loro ormai ben nutrito repertorio, quali Ecce robot! Cronaca di un'invasione (2007), Negative film-Teneramente Tattico (2009, in collaborazione con Lorenzo Letizia), Risorgimento pop, - memorie e amnesie conferite ad una gamba (2009, scritto e diretto da D. Timpano e Marco Andreoli, interpretato da D. Timpano e Valerio Malorni), Sì l'ammore no (2009, scritto, diretto e interpretato da Daniele Timpano ed Elvira Frosini), Aldo morto | tragedia (2012), Zombitudine (2013, scritto, diretto ed interpretato da Daniele Timpano ed Elvira Frosini), Alla città morta (2014, scritto con Elvira Frosini, regia di Fabrizio Arcuri), Carne (2016, diretto e interpretato da Daniele Timpano ed Elvira Frosini, scritto da Fabio Massimo Franceschelli, musiche di Ivan Talarico), Acqua di colonia (2016), Gli sposi - romanian tragedy (2018, testo di David Lescot).

   Del meritatissimo approdo (da tanti anni la compagnia Frosini-Timpano, con somma fatica e sommo estro, è attiva sui palcoscenici italiani e stranieri, e la Rai non se n’è accorta) scrive Timpano con la sua ben nota ironia:

   “Stasera guarderanno tutti Milly Carlucci ma grazie lo stesso a chi sceglierà di passare una prima serata casalinga con noi e col nostro spettacolino ambiziosetto "Ottantanove" alle ore 21.15 su Rai5.

   “È davvero una sensazione novecentesca attendere di guardarsi alla TV (questo oggettone ormai quasi sparito da molte casuccette, o in secondo piano, e snobbatino assai dalle generazioni Z e Alpha) ma è la sensazione che stiamo provando in queste ore. Siate miti. Perdonateci. Lo sappiamo che è un tantinello amatoriale emozionarsi così, ma capirete bene che è la prima volta che debuttiamo dal morto e non dal vivo: per noi essere in TV con uno spettacolo integrale è una novità assoluta.

   Guardate (se potete). Commentate (se volete)

   Scriveteci in privato (se c'è in voi calore umano)

   [Elvira e Daniele]”.

   Io sono tra quelli che hanno scelto di vederselo e goderselo lo ‘spettacolino ambiziosetto’ lasciando da parte senza tanto sforzo per la verità, l’imperitura Milly nazionale della quale ho più volte detto in questo Diario e non cose carine. Ho scelto in ‘piena avvertenza e deliberato consenso’, senza alcun pentimento, e il perché tenterò di dire con la solita franchezza dell’inappigionato impenitente, dell’anarchico mentale che fui che sono, e che s’appresta a ormai, forzosamente, più non poter essere. 

*

Così una nota di presentazione anonima:

   “La Rivoluzione francese del 1789 ha cambiato e fondato il mondo in cui viviamo. Ma cosa ne rimane 230 anni dopo? Con la loro scrittura affilata e ironica, Elvira Frosini e Daniele Timpano, affiancati da Marco Cavalcoli, smascherano l’apparato culturale occidentale con tutti i suoi simboli e le sue retoriche fino ad arrivare all’osso dei suoi miti fondativi. Passato e presente, storia francese e storia italiana, modernità e postmodernità si sovrappongono sul palco in un percorso volto a mettere in crisi le nostre vite “democratiche” e l’immaginario legato al concetto di rivoluzione. Una rivoluzione è ancora possibile? Oppure si tratta di una cosa vecchia, novecentesca, conclusasi in un altro tempo e in un’altra Storia?
  “
Ottantanove” non vuole raccontare una storia, o la Storia, ma immergersi nei materiali culturali che hanno prodotto quel mito fondativo e che questo ha prodotto a sua volta. L’attuale crisi della Democrazia vista in rapporto con il 1989, la fase che apre un’epoca, oggi che il concetto stesso di rivoluzione sembra aver perso concretezza.

   E un’altra, riprendendo il concetto:

   “La Rivoluzione Francese tocca e cambia tutta l’Europa fondando il mondo in cui viviamo. Ma cosa ne rimane oggi? Lo racconta ‘Ottantanove’. Elvira Frosini e Daniele Timpano, affiancati per la prima volta in scena da Marco Cavalcoli, tornano con la loro scrittura affilata e spietatamente ironica, pronti ancora una volta a scandagliare e a smascherare l’apparato culturale occidentale con tutti i suoi simboli e le sue retoriche fino ad arrivare all’osso dei suoi miti fondativi. Passato e presente, storia francese e storia italiana, modernità e postmodernità si sovrappongono sul palco in un percorso volto a mettere in crisi le nostre vite democratiche e l’immaginario legato al concetto di rivoluzione. Una rivoluzione è ancora possibile? E in che modo? Oppure si tratta di una cosa vecchia, novecentesca, conclusasi in un altro tempo e in un’altra Storia?

   Mi verrebbe subito da dire che la domanda è oziosa, perché è in essa implicita già la risposta. Se la rivoluzione ‘nova’ fecit omnia, che pretendere di più?

   Dunque: Elvira e Daniele non hanno la presunzione di fare storia (o meglio, per intenderci, di esercitare il mestiere di  storici: ché essi,  entità ex-sistentes, fuori cioè del gran mare impersonale dell’essere,  sono soggetti e oggetti nel contempo di storia, fanno storia, in quanto realtà pensanti e creanti qui ed ora - ché ex-sistere o è  creare o è rappresentare un errore dell’essere nel suo processo di oggettivazione, del suo autoporsi; sanno dunque di non esercitare il mestiere di storici di professione, ma anche di non essere dei semplici  ‘giullari’ che si divertono e divertono giocando con e sul fatto storico, quel factum che infectum fieri nequit, e quindi non può essere oggetto di giudizio moralistico ma solo di disincantato gioco di rappresentazione. Il guaio è che la storia la scrivono sempre i vincitori, e non è facile esser certi che il fatto col quale si sta giocando sia quello vero ed autentico. Secoli sono spesso necessari perché reperti emergano dalla paziente opera di scavo degli archeologi dello Spirito, hegelianamente inteso, in grado di offrire materiali originali e nuovi che consentano al gioco creativo dell’artista di sbizzarrirsi in forme sempre nuove e diverse.

   Ed Elvira e Daniele “giocano” col materiale ancora incandescente della storia rivoluzionaria senza scottarsi, la loro levità (quella di Elvira in ogni senso, anche quello di in-corporeo) toglie peso al tragico e ne conferisce, mediante l’ironia consacrante e dissacrante, al comico, creando una intercambiabilità che è fusione senza esserlo, senza che le differenze si annullino e i caratteri si deformino. Io ho goduto al gioco intellettual-comico (una sorta di  denkendes Komik, che richiama la heideggeriana Denkende Diktung)  dei due attori dall’arte ormai consumata, che col riso rivoltano la maggiatica tragica  della storia rivoluzionaria intrisa di sangue (ma sine sanguinius effusione non fit remissio!) e ne fanno germogliare i fiori dell’Arte rigeneratrice. E che oltretutto sanno citare in un francese perfetto (si perdonano facilmente un, dico uno, accento errato, due o tre liaisons mancanti e una lettera erroneamente sfuggita, e non ad Elvira, la esse in No(s)tre Dame) come quello delizioso che abbiamo ascoltato dalla bocca di Elvira nella sua lunga divertentissima litania circa i prestiti linguistici della sorella latina, mai douce quanto nella sua très douce lingua.

  Molto soddisfatto, dunque, non da quel critico che non sono, ma da quello spettatore attento e attivo che non si lascia passivamente coinvolgere dall’azione scenica, ma coi suoi protagonisti reinventa e ‘giocando’ crea.

   Sia lode e onore a voi, Elvira, Daniele, Marco.

   Godendovi in TV ho ridato un po’ di senso al mio tempo precario.    

*

   Ma non sarei io se non terminassi queste mie riflessioncelle con un coup de théatre, e non dicessi che, pur divertitomi assai al denkendes Komik, alle ‘pensanti ironie’ di Elvira e di Daniele, condivido pochissimi dei loro dubbi e delle loro riserve circa gli esiti della Rivoluzione francese, e perciò li punisco dedicando loro alcuni sonetti in francese (apparsi anni or sono nei miei Canti di Pan e ritmi del thiaso. Liriche dell’immanenza e donati -e dal direttore graditi- all’’Institut Jean-Jacques Rousseau’ di Ginevra) in lode di uno degli ispiratori, con tutti i suoi colleghi dell’Encyclopédie, del 1989, e di Colui che la Rivoluzione e i suoi intenti portò a compimento (perdendo a Waterloo una battaglia, ma vincendo una guerra) spargendo a mani piene in Europa e nel Mondo la semente LÉF.  

 De temps en temps quand mon âme sommeille

et son ciel gris sillonnent les éclairs

Jean-Jacques und deutsche Freunde qui l’éveillent

je convoque auprès d’elle et change l’air.

 

Et bien souvent sans pudeur avec eux

je discute je blague et me dispute

d’amour de temps d’espace d’art de dieux

prêt à la paix mais plus prêt à la lutte.

 

Mais ce matin pour respirer le pieux

beaume de la Nature chez l’Ami

je vagabonde à Erménonville, aux lieux

 

du mystique Ermitage ou son Esprit

vaillant et pur avant d’aller aux cieux

à sa terre, en lançant son dernier cris

 

de merveille enfantine, dit adieu.

*

Âme de mon Ami, je te respire

je t’écoute, te goûte te regarde

je te flaire te touche et je t’admire

dans l’arbre, le ruisseau, la pie bavarde

 

dans le sapin, la fougère, la rose

dans l’étang silencieux et dans la voix

mystérieuse du vent qui se repose

à l’ombre du hêtre. Oh m’évanouir en toi !

 

me faire nuage et pluie, me faire chaud

rayon, me faire ciel me faire aurore

et coucher du soleil et chant d’oiseau

 

dans le soir solitaire qui se dore

et me faire ta tombe et ton berceau

à l’ombre des peupliers qui décolorent

 

sur l’Île humide en face du Château !

*

Jean-Jacques écoute. Laisse le Panthéon

au cynique Voltaire. Ici ton Temple

t’attend sur la colline. Ici le Pont

qui retentît à ton pas. Ici contemple

 

son corps pudiquement Vénus encore,

plaisante avec les Grâces et les Naïades

dans la Grotte moussée et aux jeux sonores

des eaux s’amuse aux rayons des Pléiades.

 

Jean-Jacques viens. A la table des mères

nous rêverons d’Emile et d’Eloïse;

puis nos pensées, promeneurs solitaires

 

vers le Kiosque rustique, et nos sottises

à nous nous confieront et nos chimères

de vagabonds vers la terre promise.

*

Jean-Jacques écoute. Laisse le Panthéon

aux Héros de l’Armée. Ici notre chant

de paix à la flûte nous accorderons

du rossignol, au contrebas du vent

 

au violon du feuillage, à la viole

de gambe des murmures que les ondes

du lac font à la brise. Je m’envole,

et léger sur mes ailes vagabondes

 

je viens te relever. A aucun autre incombe,

Ami chéri de mon premier réveil,

de t’arracher aux sombres catacombes.

 

Reviens, Jean-Jacques et l’éternel sommeil

Nous dormirons en plein air dans ta tombe

Aux doux rayons de la lune vermeille.

*

Salve Napoléon. Ceux qui te blâment

sont des aveugles. Ta grandeur sublime

l’ignorance leur cache. Moi je t’aime

 et je célèbre la flamme divine

 

o divin Prométhée, que tu arrachas

aux dieux envieux qui à Waterloo vengeance

stérile en firent, car le feu déjà

était mis à la terre. La conscience

 

des peuples tu sécouas et leurs drapeau

ils hissèrent. Au monde résigné

aux oppiacés des papes et des rois

 

tu sonnas le Réveil. Le desarroi

allait bientôt finir. La chair damnée

au vers tu rachetas aux grands idéaux.

*

Salve Napoléon. Par toi l’immonde

esclavage finit. Par toi lumière

nouvelle sur la terre moribonde

resplendit. Ta passion humanitaire

 

fut la poudre sacrée de tes canons.

Par toi, Tiran-Tytan, la liberté

Oh paradoxe, fut sauvée. L’idée

Rusée par toi en entonna la chanson.

 

Sur ton tombeau, parmi les bêtes laches

du troupeau touristique, le serment

je renouvèle qu’en venant au jour

 

par mon père indompté je fis : l’Amour

sera ma loi mais dans le cas pourtant

la Haine pour Amour sera ma tâche.

 

De mon bonheur et de ma paix au risque

je me consacre à la Dike tragique.

_________________  

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

   Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika

 

 
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'Miserere' di Gregorio Allegri. Autunni. Misoamericanismo ed altro

Post n°1144 pubblicato il 05 Novembre 2022 da giuliosforza

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   Miserere di Gregorio Allegri (Rairadio 3, ‘Qui comincia’). Subito stampata la partitura. Si tratta del noto Miserere per due cori di cinque voci dispari che con altri, in una sorta di gara, veniva eseguito nella Settimana Santa nella Cappella Sistina. Sicuramente suggestivo. Ma dal punto di vista della struttura musicale niente di trascendentale. Narrano che il giovane Mozart di passaggio in San Pietro ne fosse talmente impressionato da mandarlo a mente dopo averlo ascoltato e di averlo subito trascritto (ne era vietata la diffusione, pena gravi sanzioni, scomunica compresa). La cosa non mi meraviglia più di tanto. Ci sarei forse riuscito anche io, talmente poco complicati sono armonia e contrappunto! I versetti del salmo 50 si intercalano: uno in recitativo  gregoriano, l’altro in polifonia. La cosa più originale è l’assolo di un soprano che a un certo punto prende slancio, si stacca dal coro  e si produce in un ardimentoso gorgheggio da Regina della notte toccando credo un si bemolle acuto (Si bemolle  maggiore è la tonalità del Miserere).

   Comunque non ne è inutile l’ascolto. E mi dispiace di non averlo mai messo nel repertorio dei miei cori. Su You tube se ne trovano svariate versioni. Anche la lunga partitura può essere facilmente stampabile e diffusa. La scomunica non vige più e i diritti non sono più riservati! Almeno col Miserere dell’Allegri non si impinguano più le finanze vaticane.  

*  

   Fine partita di Samuel Beckett musicato da Gyorgii Kurtag. Dio che profondo sonno! Sonno vero, bello, in poltrona, alle 11 di mattina. Sonno ristoratore. Più ‘assurdo’ di così!

*  

   Bizantinismi teologici. Povero Dio in bocca ai teologi!

*

   Nietzsche: la filosofia serve a liberarsi della filosofia.

   Anonimo: come la teologia della teologia.

   Donde la loro indispensabilità. 

*

   L'almanacco-calendario Mit Goethe durch das Jahr 2023 è quest’anno dedicato

all'ultimo grande amore irrisolto di Wilhelm Wolfgang, quello per la giovanissima Ulrike von Levetzow. Da almeno un trentennio esso intrattiene i lettori su aspetti diversi della vita e dell'opera del grande Genio. Ne pubblico la foto di copertina, arricchita dei loro ritratti, quale augurio anticipato per il prossimo anno del Francofortese e mio ai comuni amici della Rete.

   (L'almanacco, pubblicato dall’Editrice Dudenverlag di Berlino, è facilmente reperibile attraverso Amazon).

*

   Finalmente stamane in Rai la replica di un servizio assai bello su Gabri, il suo Genio, la sua Arte, le sue Imprese; un servizio senza pregiudizi, senza faziosità, senza malignità, senza falsità, tale da restituircelo in tutta la sua verità e grandezza, come uno di coloro nei quali (non è blasfemo riconoscerlo) il Massimo Fattore volle "del creator suo spirito / più vasta orma stampar".

   Onore dunque a chi il servizio ha pensato e scritto e anche un poco a chi l'ha letto; ma disdoro a costui per aver pronunciato l''audēre' del 'memento audēre semper' con l'accento sulla a. Ignorare il latino forse non è  reato, ma non informarsi prima di declamarlo dinnanzi a milioni di spettatori, sì. Il Pescarese nel suo Limbo ha rabbrividito. Ma ha sicuramente anche, more suo, con gusto e ironia benevolmente sorriso.

*

   Quattro giorni di ebrietudine (Trunkenheit), vera e propria sbornia (Rausch) con Strauss (Richard) e il suo tardo romanticismo: "Also sprach Zarathustra", "Salome", "Elektra", "Alpensinfonie", "Till Eugenspiegel lustige Streiche" (Tiri burloni di Till Eugenspiegel), "Rosenkavalier" (Il cavaliere della rosa).

   Il Genio monacense è inarrivabile. Grazie Rai5

*

   'L'autunno è un emozione, non una stagione".

   Danno questa affermazione per nicciana, e può esserlo. Non è difficile condividerla. Ma emozione di che? Per mio conto tentai una risposta in un articoletto apparso su 'Il Giornale d'Italia' del 14 ottobre 1972 (poi riportato nel volume 'Studi Variazioni Divagazioni, Bulzoni 1986, pp 293-294), che allora non dispiacque.                   Eccolo:

   Autunni

   “L’altipiano è un lago di nebbia fitta e pesa che non sale ai miei ‘irti colli’. La finestra della mia bicocca somiglia all’oblò dell’arca di Noè. Una piccola finestra rotonda che a stento contiene la mia testa e le mie spalle. Mi è caro guardare dalla mia finestra la tristezza contenta della prima pioggia autunnale, abbondante e pia. Mi è caro guardare l’autunno e la tristezza degli autunni: gli autunni delle cose, gli autunni degli uomini, gli autunni del cielo, della terra, del mare. Gli autunni della mia anima.

   Caratteristica degli autunni è una pacata tristezza, che è figlia del tempo, anzi gli è costituzionale: una nudità stanca, che è dentro le cose da quando le cose sono, ma che si rivela solo in certi momenti come gli autunni.

   Guardo gli autunni della tristezza. Poiché la tristezza, essenza del tempo, delle cose e dell’uomo fatti di tempo, ha le sue stagioni.

   A primavera essa si addolcisce in sostanza vergine e delicata di fiori, che portano in sé la malinconica coscienza della propria fragilità, di cui si compiacciono come un decadente dell’etisia.

In estate essa rumorosamente si camuffa dietro sfacciate espressioni di vita. Si ubriaca di profumi, di calori e di colori per non vedere, e non sentire, le sue rughe, come cretti profondi.

   D’inverno gela in dolore autentico e perde coscienza di sé, come si perde coscienza d’un arto congelato. E impazzisce di spasimo ove non riesca completamente a ghiacciare, ove non riesca la sua coscienza ad intorpidire.

   Ma d’autunno la tristezza è se stessa. Per questo amo l’autunno che guardo dalla mia finestra.

   L’autunno è la verità di tutte le cose. È il volto verace di ogni vita. È la santità trasparente degli esseri che non hanno linguaggi fittizi, che non usano bugiarde convenzioni e non esigono che sian guardati con la compassione di chi sa il gioco e deve sforzarsi, per delicatezza, di non svelarlo.

   In autunno le cose non si guardano con compassione; o si guardano con quella compassione che è partecipazione. O addirittura le cose non si guardano. Si è, semplicemente, le cose. In autunno le cose, e noi con esse, buttan la maschera. L’autunno è un’orgia di sincerità universale”.

*

   Mi si chiedono da più parti i motivi del mio misoamericanismo. Mi è difficile rispondere in breve.

   Se il misoamericanismo è un morbo, io ne nacqui gravemente affetto. Me lo passarono, con motivazioni diverse, il Montaigne degli Essais, Alexis de Tocqueville nonostante il suo intento (della Démocratie en Amérique egli avrebbe voluto innamorarmi), poi il Baudelaire saggista, in parte Bernard-Henri Lévy di American Vertigo, molto le due Guerre mondiali per il ruolo prima durante e dopo che gli americani in esse si assunsero e svolsero, e il dopoguerra fino ad oggi.

   L’America portò e alimenta nel mondo la peste del consumismo, del liberalismo incontrollato, della dittatura delle maggioranze oclocratiche, e delle minoranze plutocratiche.

  Ѐ scontato che l’America oggetto, si fa per dire, del mio odio non è quella dei nativi, ma quella dei conquistatori ispano-lusitano-anglo-franco-danesi e dei loro discendenti ed eredi.

   Per motivare approfonditamente il mio misoamericanismo ci vorrebbe un trattato, che non ho tempo nemmen di tentare, ammesso e non concesso che sarei forse in grado di svilupparlo.

   Me lo porterò con me nella tomba. Ma ampi squarci sono già reperibili nella mia modesta opera filosofica pedagogica e poetica, soprattutto in Dis-Incanti. Diànoie metànoie parànoie di un Vegliardo diarista virtuale, ormai al suo terzo volume nella versione cartacea.

   Chiedo scusa, ma The Star Spangled Banner non è né potrà mai essere il mio Inno.  

_________________

  

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 
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