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Sunt lacrymae rerum. Ancora di "Antichi Maestri". Conoscenza e dolore

Post n°987 pubblicato il 09 Luglio 2018 da giuliosforza

Post 908

Ho risognato il Gran Satiro Nolano e la Festa dei Gigli della sua città (una celebrazione che forse l’avrebbe divertito, pur scontroso e sprezzatore di plebi qual era), che con la Macchina di Santa Rosa di Viterbo e la Corsa dei ceri di Gubbio detiene il primato delle feste pagane dal simbolismo fallico nemmeno tanto celato sopravvissute all’avvento del Cristianesimo, debitamente riconsacrate. E contemporaneamente, per singolare coincidenza, fb mi propone un ricordo di qualche anno fa che mi vide spettatore divertito e disincantato, e in qualche fase anche stordito e …trasportato (alla lettera, ché nella ressa la fiumana tri travolge come un fuscello à vau-l’au quasi sollevandoti da terra) protagonista del thiaso. Ricondivido con gioia il ricordo coi miei lettori. 

Notte magica dalla terrazza dell'avvocato Paolino Fusco che festeggia il suo onomastico mentre dalla città che è tutta riversata per le strade illuminate a giorno e addobbate di mille colori salgono gli strepti dell'infinito ditirambo che si danza da tutto un popolo invasato. Cicala risalta alla luce tenue della luna o esplode luminoso e policromo al chiarore dei fuochi che i nove comitati delle corporazioni lanciano al cielo a far concorrenza alle stelle, Cupole e Gigli, simiglianti a missili su una rampa in attesa di lancio, posano nella semioscurità o improvvisamente s'avvivano emergendo fuggevoli come fuochi fatui dal ventre della Regina della Notte. Nola, Nola, città dell'Anima briaca che " fende i cieli e a l'infinito s'erge"!, O Furori Eroici, o raptamento atteonico! La Sua Ombra non più corrucciata danza per le vie la Vita con la sua gente che il tempo edace consegna integra all'in-civiltà di un mondo che il Mistero, con tutti i suoi Iddi, ha disertato, di un tempo in cui "le ninfe hanno abbandonato i bei boschi dorati".
Alba chiarissima, Esco ad immergermi nella Festa infinita.

*

Appena terminato di seguire (e di godere) su Rai5 il "Mefistofele" di Boito nella edizione del Maggio musicale fiorentino 2017.
Avrà ragione il Faust dell'Epilogo, a un passo ormai dalla morte salvifica: "Il real fu dolore e l'ideal fu sogno"? 
Lo negherò fino alla morte.

*

Osservare il tempo dall’eternità (che è da sempre, ma soprattutto in questa fase terminale della vicenda temporale del mio io empirico, il mio luogo),  seguire le rotazioni e le rivoluzioni di questo minimo irregolare minuscolo globo che chiamiamo terra galleggiante negli spazi illimiti e in essi agitantesi in tondo,  parte infinitesimale d’un pulviscolo planetario e stellare,  tra miliardi di galassie; e su di essa sapersi nei loro formicai freneticamente (vanamente?) affaccendarsi esseri pensanti che in questo momento attraverso di me si pensano e dunque sono, è piacevole e stordevole insieme. E mi sovvien del nulla terreno e del Tutto universo, e sono  scosso, e commosso. Ma più mi commuove, e mi spezza il cuore, il grido di dolore universale che dal piccolo globo sale agli infiniti spazi, un dolore così diffuso da apparire delle cose l’essenza, dall’infanzia alla vecchiezza, quasi il dolore fosse, come nell’Ecclesiaste, la condizione della conoscenza. E più mi spezza il cuore il dolore dei bambini, quasi da una Volontà cattiva  cosmica cinicamente proiettati nell’essere su questo minimo globo solo per soffrire. E udire la voce di  un bimbo al telefono tra le lacrime disperatamente singhiozzantemi: è tristissimo, nonno, essere bimbi, con gli adulti che ti stanno sempre addosso a  rimproverarti e a strillarti! Le lacrime di J. non sono nulla, esse sì sunt lacrimae , lacrimae rerum. E nelle lacrime disperate di un bimbo ri-assume (o definitivamente perde?) senso questa aiuola (rorida di lacrime, rugiada delle cose) che ci fa tanto superbi.

*

Torno a Thomas Bernhard ed al suo Antichi maestri. Con la quiete, il verde, i colori, i cinguetti del mio giardino estivo le nuove stroncature, vere e proprie  demolizioni, dello scrittore austriaco, appaiono dissonanti e il mio animo non ne resta, ormai ad esse avvezzo, particolarmente turbato Oggi è la volta dei poveri Bruckner e Stifter ridotti, ambedue come persone, come musicista il primo, come scrittore il secondo, in pezzi. Per  Stifter (tra l’altro molto caro al mio Nietzsche) sinceramente mi dolgo, ma troppo poco lo conosco per poter prendere efficacemente le sue difese. In Antichi Maestri gli attacchi ai due sommi rappresentanti dell’arte tedesca , a Linz e a tutta l’Alta  Autria bacchettona che li espresse, sono preceduti da altri, immagino non ultimi, attacchi feroci allo Stato, alla religione (particolarmente il Cattolicesimo), alla scuola, all’arte di Stato ed ai suoi rappresentanti appigionati, dai più grandi ai più piccoli. E questi attacchi voglio oggi condividere coi miei lettori, sperando di far loro cosa gradita, almeno quanto gradita essa è a me. Infine Bernhard è divertente, credo egli ne sia conscio e voglia esserlo. Le dissacrazioni messe in bocca al Reger all’interno del Kunsthistorisches  Museum viennese sono proprio per la loro radicalità, originalità, genialità spassose, come spassosi possono essere lampi e tuoni quando si è al riparo dalla loro minaccia, ben protetti dal parafulmine della mente libera e della coscienza critica.

«…Ma in un simile diabolico gioco, non ha vinto la natura, ma l’artificio, la scuola e lo Stato, non la casa dei miei nonni. Lo Stato ha costretto me, come tutti gli altri, a entrare al suo interno e mi ha asservito, lo Stato ha fatto di me un essere umano di Stato, un essere umano irreggimentato e registrato e addestrato e diplomato e pervertito e depresso come tutti gli altri. Quando vediamo degli esseri umani, vediamo soltanto degli esseri umani di Stato, servi dello S, come giustamente si dice, non vediamo esseri umani naturali, ma esseri umani di Stato sotto forma di servi  dello Stato che sono ormai in tutto e per tutto innaturali, e per tutta la vita rimangono al servizio dello Stato, il che significa per tutta la vita al servizio dell’artificio……Gli esseri umani che vediamo sono vittime dello stato e l’umanità che vediamo non è altro che il foraggio dello Stato, con cui lo Stato, sempre più ingordo, viene appunto foraggiato. L’umanità non è altro ormai che un’umanità di Stato, che ha perso, penso, ormai la propria identità. …L’umanità è uno Stato gigantesco che al risveglio, se siamo sinceri, ci fa ogni volta venire il voltastomaco. Come tutti gli esseri umani io vivo in uno Stato che al risveglio mi fa venire il voltastomaco. Gli insegnanti che abbiamo insegnano agli esseri umani lo Stato, insegnano tutte le atrocità e gli orrori dello Stato, tutte le menzogne dello Stato, e però non insegnano che lo Stato è tutte queste atrocità e orrori e menzogne. Sono secoli che gli insegnanti intrappolano i propri alunni nella morsa dello Stato e per anni e per decenni li martirizzano e li mettono sotto il torchio. Così questi inseganti attraversano il museo con i loro alunni per incarico dello Stato, e con la propria ottusità fanno perdere ai loro alunni ogni gusto per l’arte. Ma che cos’è quest’arte appesa alle pareti se non un’arte di Stato, penso. Reger, quando parla dell’arte, parla soltanto di un’arte di Stato e quando parla dei cosiddetti Antichi Maestri, parla sempre e soltanto degli Antichi Maestri di Stato, Perché l’arte appesa a queste pareti non è in realtà che un’arte di Stato, quanto meno l’arte che è appesa qui, nella Pinacoteca del Kunsthistorisches Museu. Tutti i quadri appesi a queste pareti non sono altro, davvero, che i quadri di artisti di Stato. Un’arte compiacente, un’arte cattolica di Stato, nient’altro che questo. Sempre e soltanto una faccia, come dice Reger, mai un volto…Neppure Rembrandt fa eccezione. Si guardi Velasquez con attenzione…».

Dalla furia distruttrice di Berhard nessuno si salva. Da Lotto e Giotto a “quell’essere raccapricciante di Dürer, quel norimberghese virtuoso del cesello. Tutti gli Antichi Maestri altro non sono che “fanatici della menzogna che si sono procacciati i favori dello Stato cattolico, e che a questo Stato cattolico si sono venduti”…L’aspetto infame di quest’arte coincide con quello religioso, è da qui che nasce il disgusto”. Si prosegue con Giorgione, Mantegna, ma non vengono risparmiati artisti di altri settori, musicisti e letterati, da Bach ad Haendel, a Mozart a Goethe, a Pascal, a Voltaire.

Dopo tanto furore improvvisamente Bernhard-Reger se ne esce con una ammissione consolante. “L’arte è quel che c’è di più grande e al tempo stesso di più disgustoso. Eppure noi dobbiamo persuaderci che un’arte grande e sublime esiste davvero, altrimenti precipitiamo nella disperazione. Anche se sappiamo che qualsiasi arte finisce nella goffaggine  e nel ridicolo e nell’immondizia della storia, come per altro tutto il resto, dobbiamo credere nell’arte grande e sublime, dobbiamo crederci fermamente”. Nonostante “le centinaia di dipinti mediocri che valgono molto meno della cornice che li contiene”.

L’usignolo ha smesso di cantare, ora attaccano i fringuelli e i merli a salutare l’alba nuova. Ed io mi unisco ad essi e intono con Benedetto Marcello il salmo XVIII: I cieli immensi narrano del grande Iddio la gloria. Precisamente come i Grandi Maestri, con buona pace di Bernhard, Grande Maestro!

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 
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In memoria di Jean d'Ormesson

Post n°986 pubblicato il 21 Giugno 2018 da giuliosforza

 

Post 907

    Sono alle ultime righe del romanzo-saga  A Dio piacendo (un manniano Buddenbrook francese, ed una sorta di zoliano Rougon-Macquart in sedicesimo) del conte Jean d’Ormesson, dell’Accademia francese, l’autore che mi ha fatto più compagnia negli ultimi due anni, e solo ora apprendo che se ne è andato in pace nella notte del 5 dicembre 2017 a novantadue anni. Non gli è bastato essere stato seduto fra gli Immortali per non morire. Quasi suo coetaneo, ma senza il suo ingegno, ne sono distrutto, sono in grande lutto, lo sentivo un fratello di sangue e come un fratello di sangue lo piango. E questo lutto voglio  condividere coi miei lettori, per essi traducendo la commemorazione fattane su  Le Monde, il giornale progressista competitore del conservatore Le Figaro che egli per quattro anni diresse e col quale tutta la vita collaborò, da  Josyane Savigneau.

«Pur appartenendo  alla stirpe dei conti d’Ormesson, egli si era fatto per celia il suo proprio nome, che rifletteva bene il suo carattere faceto: Jean d’O. Più invecchiava, più Jean d’Ormesson, che è morto la notte tra il 4 e il 5 Dicembre a 92 anni, era incantevole e incantatore, coi suoi occhi azzurri e la sua aria sempre birichina. “ Ha sempre detto che se ne sarebbe partito senza aver detto tutto, e quel giorno è venuto. Ci lascia libri meravigliosi”, ha dichiarato sua figlia, Héloïse d’Ormesson. Egli pensava con ragione che la gaiezza è un atto di cortesia e voleva meritare un qualificativo quasi perduto, “in un secolo in cui domina il risentimento”: delizioso.

    Delizioso egli lo era. E buon scrittore. Ma, ammiratore dei grandi autori, guardava con disincanto alla sua opera, senza dubbio aspettandosi di essere smentito. Ha spinto questo gioco sulla letteratura  fino a scrivere un romanzo intitolato Quasi niente su quasi tutto (Presque rien sur presque rien, Gallimard, 1996). Quando gli si chiedeva se questo “quasi niente su quasi tutto” non fosse il contrario di ciò che deve essere la letteratura, “quasi tutto su quasi niente”, scoppiava a ridere, lasciando  al lettore il compito di concludere.

    Praticava a meraviglia un’arte in via di sparizione, quella della conversazione. Era brillante, mai noioso, parlava veloce e bene. Si desiderava averlo ospite in tutte le platee televisive. Non se ne esimeva, ci aveva preso gusto.

    A lungo  mi sono domandato cosa avrei fatto della mia vita”, affermava nell’incipit del C’était bien”, nel 2000 (Gallimard): un ritorno sui suoi trascorsi e sulle contraddizioni della sua vita. Poiché, benché appartenente a una grande famiglia”, non tutto era stato per lui facile. Nasce nel 1925. Suo padre, Andrè d’Ormesson, è un diplomatico, presto (nel 1936) ambasciatore di Francia. Sua madre, nata Marie Anisson du Perron, discende dai Le Peletier. Come ricorda in Au plaisir de Dieu (Gallimard 1974), ha trascorso una parte della sua infanzia nel castello di Saint-Fargeau, che apparteneva a sua madre. Seguendo la famiglia suo padre nelle varie destinazioni, anch’egli vive in Romania e in Brasile.

    Per sfuggire a Scienze politiche, Jean d’Ormesson dopo il liceo entra alla Scuola normale superiore di rue d’Ulm, appena dopo la seconda guerra mondiale. Supera l’aggregazione in filosofia e decide di passare all’insegnamento . Gli si propone un posto nell’università americana di Brin Mawr, presso Filadelfia, università per sole giovani, cosa che lo diverte parecchio. Ma cade gravemente malato.

    Nel 1950 entra all’Unesco, dove diviene l’assistente di Jacques Rueff al Consiglio internazionale della filosofia e delle scienze umane di nuovo creato, che più tardi dirigerà. Crea anche, con Roger Caillois, la rivista di scienze umane  Diogène, il cui primo numero appare nel 1953. Dichiara di detestare le riunioni e i comitati di redazione, il che non gli impedirà di dirigere il Figaro  tra il 1974 e il 1977.

    Diventa dunque direttore del giornale e, alle sue cronache, s’aggiungono degli editoriali politici che non mancano di suscitare polemiche a sinistra. Quando Robert Hersant –che era stato epurato per dieci anni per fatti di collaborazionismo- ricompra Le Figaro, nel 1975, Jean d’Ormesson, come Rymond Aron, resta. Ma tutti e due lasceranno dieci anni più tardi.

    Finalmente Jean d’Ormesson potrà consacrare più tempo alla sua opera letteraria, iniziata nel 1956 con fortune diverse. René Julliard aveva amato (e pubblicato), il suo primo testo, L’amour est un plaisir. Ma, dopo parecchi smacchi, non provando molto piacere per il masochismo, dà addio alla letteratura pubblicando Au revoir e merci, nel 1966 (riedito da Gallimard nel 1976).

     Un anno più tardi sopravviene un evento drammatico: egli deve decidersi a vendere il castello materno di Saint-Fargeau. E, agli inizi degli anni ’70, tutto cambia nella sua esistenza: scrive  La gloire de l’Empire, un pastiche di resoconti storici. Roger Caaillois  ne è entusiasta e porta il manoscritto  a Gallimard, che lo pubblica (1971). Per questo libro, Jean d’Ormesson riceve il gran Premio del romanzo dell’Accademia francese. Nel 1973, a 48 anni, entra sotto la Cupola occupando la poltrona di Jules Romain e diventa il più giovane accademico di tutti i tempi.

    Lo si ritrova nel 1974 con un testo più impegnativo, Au plaisir de Dieu, che narra la fine di un mondo, quello della sua famiglia. Il successo, d’allora in poi, non lo abbandonerà più. Dieci libri in quindici anni –sempre nella classifica dei più venduti-, fino a quella Histoire du Juif errant, nel 1990, seguito da La Douane de mer nel 1994 e poi da Presque rien sur presque tout, nel 1996, tre romanzi (Gallimard) nei quali Jean d’Ormesson tenta una spiegazione del mondo.

    Si sa, coi suoi articoli del Figaro – ha continuato a collaborare dopo aver lasciato la direzione- Jean d’Ormesson non ha mai disdegnato  scontri e polemiche. I suoi attacchi contro coloro che a destra venivano designati come i ‘social-comunisti’ , gli sono anche valsi, durante la guerra del Vietnam, ad essere bersaglio di una canzone di Jean Ferrat, Un air de liberté  (1975). Si dimentica talvolta quello che egli ha meravigliosamente scritto sugli scrittori. Tra le sue migliaia di articoli, ne sono stati scelti alcuni per riunirli in volumi.

    Nel 2007, a ottantadue anni, fa dono di una nuova raccolta alla figlia Héloïse, che ha creato una sua casa editrice. In questo Odeur du temps (ed. Héloïse d’Ormesson, si misura tutto il suo amore della vita, si capiscono meglio le sue passioni e i suoi entusiasmi. Non è che una sorta di autobiografia sviata, con quanto basta di ricordi di famiglia e di viaggi.

    In questi articoli si ama lo stile energico, il senso delle formule, degli schizzi, dei ritratti acuti, rapidi. E si scopre che Jean d’Ormesson possiede un’altra qualità molto rara: sa ammirare. Così, François Mauriac occupa un largo spazio, forse perché in lui “s’incarnavano tutti i talenti di uno spirito nel contempo classico e moderno e il genio della lingua portata alla sua perfezione. E’ questo incontro così raro a dare a François Mauriac , scrittore e giornalista, tutte le sue garanzie di eternità”. Paul Morand, al contrario detestava il giornalismo. Sorprendente, quando si sono scritti libri su città, “così tanti servizi geniali in cui il mondo moderno brillava di tutti i fuochi nuovi delle auto sportive, del cinema e del jazz”.

    Capire, amare: due parole che sono il motore di Jean d’Ormesson in tali articoli, Celebra Aragon. Del tutto immune  dalla gelosia e dal dal risentimento che fanno detestare i suoi contemporanei, egli sa anche rendere omaggio ai suoi epigoni. Patrick Besson, che ha “più talento degli altri, e forse come nessun altro”. Gabriel Matzneff,  “un saltatore latinista, un seduttore intellettuale, un dialettico metafisico”. E chi è “questo classico ribelle e burlone, dotato come nessun altro”? Forse d’Ormesson stesso? No, Philippe Sollers, che, come lui, si rifà a queste parole di Stendhal: “L’essenziale è fuggire gli sciocchi e mantenerci nella gioia”.

    Egli ha anche aiutato Marguerite Yourcenar a forzare i portoni dell’Accademia francese, con “quell’opera esplosiva scritta in quello stile supremo che rigetta nella preistoria le falesie e le leziosaggini della pretesa scrittura femminile”. Non si è trattato di una affaire da poco. Si è nel 1979, et Jean d’Ormesson, che era allora, cinquantaquattrenne, un ‘giovane’ all’Accademia, ha l’idea, all’epoca stramba, di far entrare una donna sotto la Cupola. Gli accademici perdono il controllo.  Abbondano le battute oscene- Yourcenar è davvero una donna?, con allusione alla sua vita sessuale. Forse la si può eleggere perché scrive come un uomo. Contro ogni attesa, Marguerite Yourcenar viene eletta il 6 marzo 1980 sulla poltrona di Roger Caillois. Nel gennaio 1981, è Jean d’Ormesson che la riceve.

    Negli ultimi anni della sua vita, Jean d’Ormesson ha conosciuto una consacrazione che gli ha fatto certamente più piacere della sua elezione all’Accademia francese. Nel “015, la prestigiosa ‘Biblioteca della Pléiade’ di Gallimard ha pubblicato un volume dei suoi romanzi. Ne ha fatto la scelta lui stesso. Ma non per questo egli ha smesso di scrivere. Nel gennaio 2016 appare da Gallimard un eccellente Jean d’Ormesson, senza alcun dubbio uno dei suoi migliori, Je dirai malgré tout que cette vie fut belle: una traversato, non del secolo ma dei secoli,, da Racine a Paul Morand, da Saint-Simon a François Mitterand e molti altri. Un libro testamentario? Jean d’Ormesson lo ammette nelle ultime pagine Tuttavia nell’ottobre 2016, edito insieme da Gallimard e da Héloïse d’Ormesson, egli ha pubblicato un breve Guide des égarés.

    Tutte le sue lotte, come tutti i suoi libri, sono dominate da una passione che orienta un destino, quella della lettura. Jean d’Ormesson sapeva che ci saranno sempre dei folli capaci di astrarsi dal gioco sociale ed entrare  nell’universo di uno scrittore. Allor, “finché ci saranno dei libri, gente per scriverne e gente per leggerne, non tutto sarà perduto in questo mondo che a dispetto delle sue tristezze e dei suoi orrori noi abbiamo tanto amato.”.

    Così Josiane Savigneau. Ma quant’altro ci sarebbe da scrivere su Jean d’Ormesson, che qui non è accennato! Del suo sviscerato amore per l’Italia, per esempio, delle sue città, dei suoi luoghi, soprattutto quelli ignorati dal turismo organizzato, dei suoi amori capresi. E dell’origine della sua famiglia, imparentata con San Francesco di Paola, per via della di lui sorella che, seguitolo alla corte di re Luigi XI, aveva sposato un nobile cortigiano  (questo spiega uno dei Nomi dello scrittore, François de Paule appunto); e del motto araldico, diventato il titolo del suo più noto romanzo, Au plaisir de Dieu, già presente  dal secolo XVI nella chiesa di San Giovanni a Porta latina. Ma ora lo lascerò in pace, immaginandolo ancora a me vicino sorridente e ammiccante, mentre leggo in originale due dei suoi deliziosi libricini, acquistati per l’occasione alla Librairie française di Piazza San Luigi dei Francesi: uno dei primi, Un amour pour rien, ambientato a Roma, nell’edizione Julliard del 1960 ripresa da Gallimard (gennaio 2018), e uno degli ultimi, Un jour je m’en irai sans avoir tout dit (Editions Robert Laffont, Paris, 2013).

    Cap. XXIV, Preghiera a Dio

    E’ a te ora che io rivolgo, Dio del cielo e della Terra. Origine e sostegno delle idee e delle cose, padrone del tempo e dell’eternità. Ho sempre pensato che io ti dovevo tutto e in primo luogo il mio passaggio in questo mondo di cui ho con forza creduto che sei stato tu a crearlo e che e che non continuerà ad esistere che per tuo volere.

    Non è escluso, così debole io sono e così stupido, che io mi sia sbagliato e che tu non esista. Si sia trattato di un bel sogno che mi impedito di affondare nell’assurdo e nella disperazione, perché, leggenda o realtà, tu mi avrai fatto vivere un po’ al di sopra  della mia bassezza inutile, non per questo io benedirò di meno il tuo grande e santo nome.

    Ma se tu esisti, in un modo o in un altro, nella tua eternità… ah! se tu esisti… allora, quando comparirò davanti a te e alla tua gloria nascosta, lo spirito ancora tutto pieno di Maria e prostrandomi ai tuoi piedi, ti dirò solamente:

־ Grazie  

    E tu, se esisti e se lo vorrai, nel tuo amore senza limiti per tutto ciò che è stato, ti chinerai verso di me che non sarò più che un ricordo e mi dirai con bontà e forse con un sorriso: ti perdono. (Un jour je m’en irai sans en avoir tout dit, pp. 264-265)

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 

 
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Di Federico II der Grosser, della musica, della guerra e d'altre cosucce.

Post n°985 pubblicato il 11 Giugno 2018 da giuliosforza

Post 906

    La figura di Federico II Der Grosser di Prussia, politico e guerriero spietato e nel contempo raffinato musicista, compositore e flautista, convinto illuminista, amico fraterno di Diderot e di Voltaire, mi ha sempre  rappresentato un problema. Mi son chiesto e mi chiedo come possa un intimo di Euterpe, un frequentatore delle stanze segrete di Frau Musika, amico e confidente delle nove Sorelle, chiaro spirito apollineo, tutte cose che secondo il comune sentire  son fatte per ingentilire gli animi, dirozzare e raffinare  caratteri e ingegni, ammansire le belve (quello spirto guerrier ch’entro ci rugge), addolcire asperità, flectere quod est rigidum, fovere quod est frigidum, regere quod est devium, come possa un cotale personaggio essere inabitato da istinti così contraddittori, alimentare passioni tanto tra sé cozzanti. Non mi do risposta né in fondo più di tanto mi cale. Grande è il mistero di Frau Musika, che può lenire affanni, consolare e rasserenare ma anche alimentare ed accompagnare in forma di canto o di squilli di tromba gli assalti alla baionetta. Da Tirteo in qua molti politici, i ritenuti tra i più efferati, erano, Stalin escluso, amanti della musica e di essa  nutrivano i propri riposi, una volta abbandonati agli ozi di Marte. Un poco, anzi tanto, puttana può esser Frau Musika e nel contempo non smettere di interpretare, meglio di filosofie, religioni ed arti consorelle, i sensi più riposti del reale, violare con Orfeo persino i confini degli inferi,  profondare (ertrinken, versinken, unbewusst, höchste Lust!)  con Isotta nel gran Mare dell’Assoluto, sondare il  poly’  pèlagos tou kalou’.

    Ancora più fitto il mistero Federico II. Ma tutto ci si può attendere dal supremo umorista progettatore di quel capolavoro dello spirito illuminato in pietra che è la sua residenza postdamiana. Tutto ci si può attendere da chi spinge la sua provocazione e la sua irriverenza fino a far imprimere sulla facciata uno dei più divertenti e concisi calembours della storia: sans, souci. Dove la virgola dopo sans (niente) non è un refuso: virgule, virgola, è un diminitivo di virga, che sta nel latino popolare, per pene. Né un refuso è il punto (point, niente, significato passato nel toscano punto) dopo soucis. “Senza preoccupazioni”, certo, ma  solo …senza c. niente (point) preoccupazioni! Birbone d’un Federico, flautista eccelso!

*        

    Quelle che seguono sono note sparse di diario già note agli amici di fb. Le ripubblico qui per i lettori del blog non frequentatori di quel salotto virtuale, che si sta giorno dopo giorno trasformando in una piazza cosmopolita (talvolta con dignità di agorà, ove, insieme a tante sciocchezze, volgarità e liti incivili dettate da livori ‘politici’,  si ha il piacere di leggere discorsi che nulla hanno da invidiare, in acume, ironia, lepidezza, a quelli dei frequentatori delle antiche agorài) che molti, io stesso, sono stati tentati sprezzantemente, ma stupidamente,  di snobbare. Lo so che Dio parla nel silenzio e nella solitudine. Ma quale più profondo silenzio, quale più vasta solitudine del silenzio e della solitudine delle segrete stanze dalle quali attraverso l’etere l’anima spicca un volo che nessun Icaro avrebbe mai potuto immaginare ed entra in comunicazione con l’Universo, con esso ri-fondendosi, riconquistando l’Unità primigenia?

*

    Chiedo l'aiuto di un tecnico del suono. Mi si verifica un fenomeno strano, per altro assai piacevole, una vera e propria sorpresa. Il mio stereo è sempre acceso, sintonizzato sul canale rai classica. Oggi ho voluto provare ad accedere contemporaneamente allo stesso canale via tv 'per vedere l'effetto che fa'. Ebbene, è successa una cosa per me straordinaria: i suoni delle due fonti non combaciano, ma si inseguono, a distanza di una battuta, a effetto 'canone', o eco. E il mio orecchio non li avverte cacofonici o discordanti, ma semplicemente più pieni e robusti, e quasi inseguentisi in una gara di perfezionismo e di velocità a chi arrivi prima al traguardo. E che quiete allorché si raggiungono e stanno!

    A questo punto rinuncio anche a conoscere il motivo tecnico del fenomeno. Svanirebbe l'incanto

    P.S. Il mio orecchio sinistro è da anni completamente spento, ma terribilmente rumoroso, forse a causa forse di un microtrombo. Chissà quale ancor più meraviglioso effetto...a due orecchi!

*

    Ciclisti: tra tutti gli sportivi la categoria più sventurata. Passano da forsennati tra i più bei panorami, città monti e valli, ma non vedono né si godono nulla, intruppati come sono, gli occhi fissi a terra come quadrupedi, tutto l'essere teso, anima e corpo, con sforzi sovrumani alla conquista di un traguardo che, pur se raggiunto, è sempre, per la maggioranza di essi, deludente o inadeguato. Ho pietà dei ciclisti, peones delle due ruote.

*

    Riflettevo: il mite e dimesso, così dicono, Mattarella, ha fatto scherzando scherzando un vero e proprio colpo di stato ... leonino (il gioco mi è consentito per essere egli stato alunno, per chi non lo sapesse, dalle elementari alla maturità, dell'istituto religioso romano "San Leone Magno") autoproclamandosi presidente di una repubblica presidenziale, abolendo de facto quella parlamentare. E non c'è un cane di "resistente" che se ne adonti. Chapeau.

*

    Io a Giancarlo Gidaro, che chiede la mia opinione sulla vexata quaestio della presunta italianità di Shakespeare.

    Caro Giancarlo, da secoli se ne discute e la questione resta aperta. Ma non mi tange. A me basta sapere che Giovanni Florio, italiano anglicizzato, era amico e discepolo e protettore di un tal Giordano Bruno nel suo periodo londinese, e traduttore, fra gli altri, di Boccaccio. E che Shakespeare fu uno strumento dello Spirito Universale, a quell'epoca paludato di rinascimentale italianità. Tutto il resto, diceva il grande scespirista Melchiori, ch'ebbi l'onore e il piacere di rispettare collega, tutto il resto è inutile chiacchiericcio.

*

    Ad Alessandra Carfagna, dottissima e polemicissima amica.

    Cara Alessandra, io, anarchico e libertario, da giovane (non mi tolga amicizia e saluto) fui gollista, e con gli amici pacciardiani (ex di ogni colore, compreso il fondatore di Paese Sera Smith e il generale antifascista Raffaele Cadorna, già comandante partigiano dei Volontari della Libertà) mi auspicai una Repubblica presidenziale di tipo gollista, per la quale ancora adesso, sempre più (paradossalmente?) anarchico e libertario ( e ne ho pagato il fio in questa repubblica degli stracci) non proverei particolare ripugnanza . Mattarella è presidente di una repubblica parlamentare (o mi sbaglio?) e non può assumersi poteri e prerogative che sono di un presidente di repubblica presidenziale. Ciò detto mi taccio, lasciando a voi esperti di diritto costituzionale l'ultima parola, se mai ci sarà. L'aquila dell'Assoluto, come diceva lo Stoccardiano (o stoccardese?), cambia di tanto in tanto nido. Ora se l'è rifatto in Germania fra le capaci braccia della Merkel, e Mattarella non può che prenderne atto. e comportarsi (vilmente, donabbondianamente?) di conseguenza. Buona giornata, pasionaria Ale!

*

    Questo è un libero pensiero di pensatore libero che mi procurerà qualche antipatia.

    Deve essere proprio tanta la strizza che quei due ragazzoni (soprattutto uno di essi) stan facendo venire ai poteri forti se una così furiosa canea si va scatenando nei loro confronti in alcuni ben individuati settori della politica e della finanza italiana, europea (soprattutto tedesca) e persino mondiale. Finirà che mi diventeranno simpatici e suggerirò loro il grido che fu di quel papa gigantesco, Giulio II Della Rovere (nomen omen) che osò confrontarsi col titano dei titani Michelagnolo Buonarroto: "Fuora i barbari"! (dove i barbari non sono per me, a scampo di equivoci, gli immigrati -"Chairete xenoi!"- ma i ripugnanti adoratori dello sterco del diavolo).

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    Condivido non immaginate con quanto piacere una riflessione all’acido di Anton Monti dalla Finlandia. Non solo ‘chi vede dall’alto vede giusto’ (Victor Hugo) ma anche, direi soprattutto, chi vede da lontano.

     Io ho avuto la fortuna di vivere da ragazzino in Italia un periodo quando i presidenti della repubblica non contavano nulla. C'era Saragat che era pagato dalla CIA, c'era Leone - che peraltro era molto simpatico - che era pagato dall'industria militare americana e c'era quel vecchio rincoglionito di Sandro Pertini che l'unica cosa buona che fece fu quella di andarsi a vedere la finale del mundial del 1982. Essere del PSI ed essere peggio di Berlinguer: ce ne vuole. Pertini riuscì pure su quello. Però non contavano nulla i presidenti all'epoca. Poi arrivò il buon Cossiga, ma io me ne stavo già andando. Cossiga aveva capito tutto perché era la nostra faccia speculare. Non sopporto tutte le menate del Kossiga con la kappa e le SS. Facevamo sul serio noi e faceva sul serio lui. Finita la storia riconobbe la realtà storica e probabilmente era per l'amnistia. Poi sono arrivati quelli del mondo di mezzo e dopo di loro Napolitano e adesso Mattarella. Sarcofaghi, mummie di un centro ed un centrosinistra morente. Gente che dovrebbe solo farsi da parte. E come al solito questi dell'ex-PCI o i democratici-cristiani di sinistra sono i peggio”.

 

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 
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In "memoria" del Sessantotto. Omaggio a Karl Marx

Post n°984 pubblicato il 19 Maggio 2018 da giuliosforza

Post 904

    In ‘memoria’ del Sessantotto
    Oltre che il bicentenario di Marx quest’anno si celebra il cinquantenario del 68. Io non so trarre consuntivi, non so se è vero che i sessantottini italiani si sono tutti benissimo integrati nella società e nel sistema contro cui si scagliavano; ricordo gli eventi, anche tragici, della mia università; ricordo le provocazioni e le minacce a me (giovane abbastanza allora per capire le ragioni del disagio, vecchio abbastanza per intenderne la natura velleitaria e non piegarmi agli scalmanati che intendevano impormi il modo di far cultura e la maniera di trasmetterla -contenuti e metodo!), perché mi rifiutavo di mettere il cervello all’ammasso; ricordo che mi piacque il Maggio francese, padre di tutti gli altri maggi europei, e il suo grido prossimo alla blasfemia “Ni Dieu ni Mao ni Castro”, da noi inosato e inosabile; mi piacque da parte di intellettuali di ogni estrazione l’approfondita riflessione che sul fenomeno si fece oltr’alpe; e ricordo tante altre cose che scrissi nel post del 28 Ottobre 2014 sul mio blog, che qui appresso perciò ripropongo (non senza inviare un pensiero commosso a Jean Onimus, scomparso nel 2007 a novantotto anni) e che rappresenta il mio contributo a quel Sessantotto che nel suo meglio riposa in pace, e nel suo peggio è tentato di resuscitare. Quod di avertant
   

“Post 755 (803 secondo la numerazione automatica di Libero)
   

    Jean Onimus, L'asphyxie et le cri. Autori vari, Les idéologies dans le monde actuel
   

    Tra il 1970 e il 1978, prigioniero di una angusta mansarda la cui piccola finestra ovale, somigliante all’oblò dell’arca di Noè, dava su quel mare di nebbia che nelle albe estive è la Piana del Cavaliere, e sulle montagne del primo Appennino abruzzese, tradussi per l’Editore Armando vari libri, tre dei quali soprattutto mi piace ricordare. Ero allora in piena crisi mentale ed esistenziale, ed essi più di tutti mi aiutarono a superarla. Vissero con me il mio dramma solitario, insieme ai giovani amici che nelle alte notti, sapendomì colà recluso, appostati tra le rocce del castello diruto, ad alta voce mi invitavano alle loro bisbocce, delle quali cento volte ero stato l’animatore. O tempora!
   

    Il primo fu, nel ’71, Les idéologies dans le monde actuel, di autori vari (tra i quali Max Gallo, Michel Amiot, Jean Onimus. Jacques Merleau-Ponty). Era scritto in quarta di copertina: “Al di là delle tensioni sociali, economiche e politiche che lo dilaniano, il mondo attuale è il campo di battaglia delle ideologie. E’ che in una società tecnologica, sono le ideologie a produrre il valore e a dare un senso all’esistenza. In qual misura tali sistemi di idee sono dei paraventi, delle illusioni, una non-scienza? In qual misura creano uno spazio mentale indispensabile all’equilibrio umano? Quali ne sono i fondamenti o le origini? E’ possibile trascenderle? In quale misura sono delle filosofie, dei linguaggi, degli strumenti di lotta o degli alibi? Tali sono le domande, di una evidente attualità, alle quali questo libro tenta di dare una risposta”.
    Certo il libro è datato, oggi le ideologie sembrano tramontate, molti ne lamentano nostalgicamente la fine, un vento disorientante di relativismo soffia sul mondo: Ma non è il relativismo stesso una ideologia, la… peggiore delle ideologie? Non per me, se serve a risvegliare il senso critico, a dare una scossa alle coscienze addormentate, assopite, oppiate. Ché le ideologie saran pure scomparse, ma di sicuro non, ahimé, gli oppiacei!
Il secondo fu, sempre del Settantuno,
L’asphyxie et le cri, di Jean Onimus. Lo spirito del libro è già tutto nel titolo, l’asfissia e il grido. Anche questo testo è naturalmente datato, di ben altra natura sono oggi le inquietudini della gioventù, ben diversi i suoi problemi che non quelli della società del benessere sessantottina. Eppure a tanta distanza di anni la passione del professore nizzardo (giovane allora quanto bastava perché non fosse accusato di giovanilismo) conserva ancora tutta la sua freschezza e condividerla non è difficile. Egli può essere ritenuto una sorta di Marcuse francese, meno pedantemente sociologista (Onimus ce l’ha coi sociologi sistematici e le loro asfittiche e sovente settarie analisi del corpo sociale trattato non come organismo vivo ma cadavere da sezionare -pour disséquer il y faut le cadavre), All’uscita del libro, pubblicato dalla Desclée De Brouwer, editrice di ispirazione cristiana, la stampa francese si divise: chi applaudì, chi condannò, chi sospese il giudizio; tutte lusinghiere quelle qui di seguito riportate, delle quali due cattoliche, stranamente concordanti (in un organismo complesso come quello cattolico militante molte -troppe?- son le anime a convivere). Scrisse Maurice Clavel, il vivace ed inquieto giornalista e filosofo che visse sulla sua pelle varie esperienze, da quella pétainiana, a quella resistenziale a quella gaullista, sul Nouvel Observateur: “Vi trovo (in L’asphyxie et le cri) uno stupore, una contestazione radicale quanto la mia, e sotto certi aspetti maggiore, sotto forma di un canto d’amore e di un inno di gratitudine verso la gioventù dell’Occidente, ribelle, repressa, malata e messa al bando, che ha semplicemente salvato il mondo o gli ha offerto una possibilità di salvezza”. 
    Lucien Guissard su
La Croix, il principale organo della stampa cattolica francese: “ E se fossero i giovani ad aver ragione, perché i loro occhi sono puri e le loro esigenze ancora preservate dagli accomodamenti e i tradimenti degli adulti? Non si può rigettare con una alzata di spalle questa domanda. L’Asphyxie et le cri è un tentativo di risposta. L’autore vi ha messo cuore, lealtà, un sentimento acuto delle ricchezze morali il cui doloroso inventario è vissuto in una effervescenza davvero rivoluzionaria”.
    Meno diffuso, ma altrettanto partecipe, A. Blanchet, su
Etudes, la famosa rivista dei gesuiti francesi fondata nel 1856 (sul modello dell’italiana La Civiltà cattolica, fondata a Napoli sei anni prima): “Jean Onimus prende deliberatamente la difesa della gioventù ribelle, che affonda in un universo sempre più scientistico, meccanicistico, conformista, prosaico… “.
Io per mia parte uscii da quelle letture assai più prudente. Avevo vissuto sulla mia pelle il Sessantotto, che all’Università di Roma era stato particolarmente violento, testimone, pur se non oculare, di due morti violente. Libertario ed anarchico per natura, avrei dovuto essere con gli studenti senza tentennamenti, e potuto cavalcare con naturalezza la tigre sessantottina, come molti dei miei giovani colleghi fecero assicurandosi veloci e prestigiose carriere e grasse prebende. Ma il discorso si fa qui complesso, e merita che lo affronti a parte. Lo farò in uno dei prossimi post, dopo aver riferito del terzo libro che in quegli anni tradussi, sicuramente il più originale e provocatorio, almeno in Italia, ove il nome di Karl Marx, con quello di Mao, non poteva in quella temperie politica e culturale essere pronunciato invano”.

 

*

    Omaggio a Marx, un altro immenso tedesco, nel suo bicentenario. 
Non fui e non sono marxista, sempre, anche se ereticamente, ma non alla maniera di Marx, hegeliano. Eppure a Marx dedicai quasi un anno della mia vita traducendo per Armando Armando una delle sue più belle biografie scritte, con acume, "esprit de finesse" ed irriverenza tutti femminili, dalla francese Françoise Lévy. Meriterebbe una ristampa, Ma Armando Armando da tempo non è più, e la casa editrice che porta il sua nome è tutt'altra cosa...

    Voglio precisare che il libro in questione, Karl Marx. Storia di un borghese tedesco, non è un libro scritto da un marxista sul marxismo, ma da una giovane (allora) professoressa dell'Università di Nizza, la radicale ebrea Françoise Lévy, che con una documentatissima indagine guarda il Marx privato dal buco della serratura, restituendocelo in tutta la sua umanità, in tutte le sue debolezze, in tutte le sue incongruenze: un'opera di demitizzazione che al marxista 'critico' non dovrebbe dispiacere. Nell'82 il libro fece scandalo, non dovrebbe farlo oggi che, grazie agli dei, si sono infranti i monoliti delle ideologie. Riproduco la quarta di copertina che molto bene sintetizza il senso dell'opera della Lévy.

    “ Non mancano nella storia della cultura esempi di uomini celebri, artefici di autentici monumenti del pensiero, le cui vicende, sottoposte a una risentita indagine, finiscono per offrire una sconcertante smentita alla ideologia professata. Si pensi a Fröbel oppure a Rousseau, le cui meschinità, le cui miserie, le cui cadute sul piano della vita vissutasono il rovescio esatto delle finissime nuances che animano lo spirito del solitario di Ginevra.

    E’ il caso anche di questo Karl Marx affidato alle cure di Françoise Lévy, la quale in limine al suo saggio dichiara di voler deliberatamente assumere nei riguardi del filosofo di Treviri il punto di vista di colui che spia con puntiglio le debolezze del proprio eroe, cercando di sorprenderlo nella sua intimità più indifesa.

    Vediamo così delinearsi davanti ai nostri occhi il ritratto sorprendente d’un Marx en pantoufles, afflitto da manie e comportamenti che più borghesi e filistei non si saprebbe immaginare: il descrittore acerrimo delle contraddizioni del capitalismo, il teorico del feticismo alienante delle cose, insegue avidamente i piaceri, gli agi, i confort che la forza del denaro assicura; la ‘dimora’, luogo quasi demoniaco della interiorità borghese, lo affascina a tal segno da fargli ricercare case sempre più comode e belle. Non gli sono estranei neppure gli amori ancillari, fra cui spicca quello per la servante au grand coeur; né i più meschini pregiudizi, quando si tratta di provvedere la dote alle proprie figlie.

    Sciovinista, con una punta di predilezione per le virtù del popolo tedesco, da fargli pericolosamente ormeggiare il Deutschland über alles, egli giunge ad avere un atteggiamento distaccato persino nei confronti dei propri correligionari, di cui stigmatizza le deviazioni culturali.

Quasi ad ogni pagina di questo lungo inseguimento della duplicità marxiana scovata dalla Lèvy, di sotto all’alterigia dell’autore d’un nuovo vangelo, finisce così per trasparire la faccia del bonhomme avvilito in piccole cure, del pater familias attaccato alla roba.

Un Marx che scende dal piedistallo, dove l’avevano pomposamente collocato e riverito per più di un secolo i suoi apologeti?

    Anche da noi, recentemente, qualcuno ha cominciato per suo conto a tagliuzzare la barba al profeta, facendogli lo sfregio di preferirgli addirittura Proudhon. Ma la Lévy non propone soluzioni alternative, non va in cerca di ideologie altrettanto fumose ed erronee, resta all’interno del problema Marx, uomo e pensatore. La vivisezione rigorosa a cui lo sottopone, documenta con materiale di primissima mano e con notizie spesso inedite, lungo un excursus che va dalla stagione degli studi agli anni napoleonici, è di quelle che lasciano il segno, anche sui lettori più ideologizzati.”

 

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Thomas Bernhard e le sue stroncature contro Stato, Chiesa, Scuola

Post n°983 pubblicato il 26 Aprile 2018 da giuliosforza

Post 903

   Invito alla lettura di Thomas Bernhard e alle sue dissacranti stroncature a Stato Chiesa Scuola.   

  

   Davvero “Anchora inparo” (sic), come recita il cartiglio dell’incisione giuntalodiana rappresentante un Vegliardo che faticosamente si trascina per la biblioteca sorreggendosi a un girello.

    Conoscevo solo il nome di Thomas Bernhard, per taluni il più grande scrittore austriaco del XX Secolo, uno dei più grandi del Continente e forse del mondo. Nei suoi romanzi-monologhi non solo la scrittura è stravolta, ma con tutta  la sua esibita Rücksichtslosigkeit, la sua irriverente mancanza di riguardo e la sua critica spietata alla cultura e ai costumi austriaci (Nestbeschmutzer, colui che sporca il proprio nido -da noi traducibile col meno elegante ‘colui che sputa nel piatto in cui mangia’- fu detto dai suoi avversari) si pone come uno dei più grandi dis-educatori, nel senso nostro  di de-gregatori (coloro che strappano pecore al gregge) del genere umano, un “distruttore” alla Nietzsche, un apostolo dell’oltre-uomo affrancato dai residui della barbarie pre-superomistica. I deboli di spirito ne saranno scandalizzati e si sentiranno oltraggiati, gli spiriti forti ne godranno, riconfortati da cotanta impertinenza.

    Ho tra le mani un suo libro che da anni giaceva trascurato in un angolo di biblioteca, reparto scrittori tedeschi. Si tratta di Antichi Maestri (Alte Meister, Adelphi 1992, traduzione di Anna Ruchat) e l’ho riscovato per caso cercando il Novalis di cui nelle precedenti pagine di diario. E mi ci sono tuffato a capofitto rinchiudendomi come il protagonista Atzbacher nella Sala Bordone, antistante alla Sala Tintoretto, del Kunsthistorisches Museum viennese e con lui ascoltando le dissacrazioni del signor Reger, spesso affidate alla bocca  del vecchio custode Irrsigler, diventato col tempo il suo più fede discepolo e portavoce. E sarà proprio  Irrsiegler a iniziare la salva contro i visitatori, le guide  ed i critici d’arte “da cui sentiamo esclusivamente le solite chiacchiere sull’arte che ci danno ai nervi, le chiacchiere insopportabili degli storici dell’arte (p.13)… Gli storici dell’arte, diceva Reger, sono i veri e propri devastatori dell’arte. Gli storici dell’arte raccontano sull’arte una gran quantità di chiacchiere. L’arte viene uccisa dalle chiacchiere degli storici dell’arte. Santo cielo, penso spesso qui seduto sulla panca quando gli storici dell’arte mi passano accanto spingendo innanzi quelle greggi di sprovveduti, che peccato per questi esseri umani ai quali gli storici dell’arte, diceva Reger, fanno passare una volta per tutte ogni gusto per l’arte (p.27)… Le cosiddette arti figurative sono della massima utilità per un musicologo come me, diceva Reger, e io, più mi sono concentrato sulla musicologia, e anzi più mi sono fissato sulla musicologia, tanto più insistentemente mi sono occupato delle cosiddette arti figurative; viceversa, penso che per un pittore, ad esempio, sia molto vantaggioso dedicarsi alla musica e che se uno ha deciso di dipingere per tutta la vita, così pure per tutta la vita sarà per lui vantaggioso dedicarsi agli studi musicali (ivi). (Quando dedicai un anno accademico e un convegno, prendendo lo spunto da Orazio ma allargando il senso della sua affermazione,  al tema Ut pictura poesis, ut pictura et poesis musica, ut pictura et poesis et musica chorea, ignoravo Bernhard; e pensare che avrebbe potuto essere uno degli autori, se non il principale, di riferimento).

    Come in un discorso a braccio sono continue le divagazioni (quella sulla musica non è che la prima) alle quali Reger-Bernhard si abbandona, quelle divagazioni che solo ai disattenti e ai superficiali possono apparire dispersive, e invece servono a recuperare l’argomento a nuovi e più vasti significati, ad ampliarne ventaglio  riferimenti ambiti, in fine ad approfondirne e dilatarne il senso. Già nelle prime pagine egli si diffonde, con la libertà che la sua intellettuale anarchia gli consente, sulla lettura, sulla maniera di guardare un’opera d’arte, sull’ignoranza degli insegnanti, sulla divaricazione inconciliabile tra natura e cultura, sullo Stato usurpatore, attraverso la scuola, di menti e di coscienze, sull’aberrante maniera di educare alla musica nelle scuole. Dovrei riprodurre le prime trenta pagine per intero, per dare una minima idea della violenza, della verve polemica, direi della rabbia con cui Bernhard si scaglia (e la sua scrittura non prende respiro) contro le falsità e le ipocrisie della cultura, a cominciare da quella estetica ufficiale.  Mi dovrò contentare di riprodurre degli ampi stralci, i più icastici ed efficaci. “A volte la gente mi guarda sorpresa quando vede chi io qui, seduto sulla panca, leggo il mio Voltaire e per di più bevo un bicchiere di acqua fresca, si meraviglia, scuotono il capo e se ne vanno, ritenendomi probabilmente un individuo a cui lo Stato ha concesso la libertà che si dà ai buffoni. Sono anni ormai che a casa non leggo più un libro, mentre qui nella Sala Bordone ho già letto centinaia di libri, il che non significa però che qui nella Sala Bordone io abbia letto da cima a fondo tutti questi libri, io in vita mia non ho mai letto un solo libro da cima a fondo, il mio modo di leggere è quello di uno sfogliatore di grande talento che preferisce sfogliare piuttosto che leggere, e che perciò sfoglia dozzine, qualche volta centinaia di pagine, prima di leggerne una…E’ meglio leggere dodici righe di un libro con la massima intensità e penetrarne, possiamo dire, il senso profondo, piuttosto che leggere tutto il libro come il lettore normale, che alla fine conosce il libro che ha letto come uno che viaggia in aereo conosce il paesaggio che sorvola. Non ne percepisce neppure i contorni…Chi legge tutto non ha capito niente. Non è necessario leggere tutto Goethe, neppure Kant è necessario leggerlo tutto, e neppure Schopenhauer; qualche pagina del Werther, qualche pagina delle Affinità elettive, e alla fine di questi due libri ne sappiamo di più che dopo averli letti dalla prima pagina all’ultima, ciò che comunque ci priverebbe del più puro piacere della lettura…  E anche circa la lettura di una quadro, di un così detto capolavoro, le idee di Bernhard sono dirompenti. Direi che egli sostiene una sorte di falsificazionismo popperiano applicato all’arte ed all’esperienza estetica. “Finora in ciascuno di questi quadri, in ciascuno di cosiddetti capolavori, ho scovato e portato alla luce un errore palese…Solo dopo aver constatato ripetutamente che il tutto e il perfetto non esistono, solo allora ci è dato di continuare a vivere. Il tutto e il perfetto non li sopportiamo. Dobbiamo andare a Roma e constatare che San Pietro è una costruzione abborracciata e di pessimo gusto, che l’altare del Bernini è un esempio di ottusità architettonica. Dobbiamo vedere il Papa faccia a faccia  e constatare personalmente, per poterlo sopportare, che è un uomo sprovveduto e grottesco come tutti gli altri…”. Cercare dove e come Bach, Beethoven, Mozart, Pascal, Montaigne, Voltaire, El Greco, Veronese falliscono per poter godere del buono che è in essi. E per quanto riguarda la musica,  non c’è stato un solo compositore, neppure tra i più grandi, che abbia composto una fuga compiuta, nemmeno Bach ci è riuscito, che pure era la calma e la purezza, la limpidezza compositiva in persona… La mente deve essere una mente che cerca, una mente che cerca gli errori dell’umanità, una mente che cerca il fallimento. Una mente diventa effettivamente umana soltanto quando cerca gli errori dell’umanità…Così sono stato sempre più felice nell’arte che nella natura, per tutta la vita la natura mi è parsa inquietante, nell’arte invece mi sono sempre sentito al sicuro…nella natura non mi sento a mio agio neppure per un istante, mentre mi sento sempre a mio agio nel mondo dell’arte, e assolutamente al sicuro nel mondo della musica. Per quanto mi riesce di ricordare, non c’è niente al mondo che io abbia amato più della musica…E per quanto riguarda i visitatori della Pinacoteca “incalzati, questa è la parola giusta, perché questi gruppi non camminano, ma come se qualcuno li tallonasse attraversano il museo a passo di corsa, fondamentalmente privi di ogni interesse, del tutto stremati per le emozioni che certo hanno già provato durante il viaggio che li ha portati a Vienna…Gli italiani, con la loro innata sensibilità artistica, si comportano sempre come se l’arte ce l’avessero nel sangue. I francesi attraversano il Museo piuttosto annoiati, gli inglesi hanno l’atteggiamento di chi sa e conosce tutto. I tedeschi al Kunsthistorisches Museum guardano tutto il tempo il catalogo mentre attraversano le sale, gli originali che sono appesi alle pareti li vedono appena, seguono il catalogo e attraversano il museo strascicando i piedi, immersi sempre più profondamente nel catalogo, finché non giungono all’ultima pagina del catalogo e a quel punto si ritrovano fuori dal museo….”.

Termino queste citazioni con quella di una pagina esilarante nella sua violenza ai limiti del denigratorio (e come tale fu letta dai critici austriaci) dedicata alla mala educazione estetica operata dagli insegnanti, la cui corporazione è formata “da sentimentali di poco cervello”… che sono al servizio di “questo inestetico Stato cattolico”, mendaci della “mendacità della Stato cattolico e del potere cattolico che governa lo stato…” Le bordate, le filippiche bernhardiane contro la corporazione degli insegnanti di stato austriaci a molti dei mie lettori potranno risultare esagerate e poco condivisibili. Non a me che, pur con qualche prudenza e minor generalizzazione, non sono stato mai tenero nei confronti della maniera in cui l’educazione estetica in generale (l’educazione dei sensi, come vuole l’etimologia), e quella musicale in particolare, viene praticata nelle scuole italiane (al qual proposito mi permetto di rimandare al mio e di Teresa Luciani Musica in prospettiva europea. Educazione musicale comparata, Seam, Roma, 1996)…Dopo dunque la divagazione musicale così riprende Bernhard: “Di austriaci, e in particolare di viennesi che vanno al Kunsthistorisches Museum ce ne sono ben pochi, se si prescinde dalle migliaia di scolaresche  che ogni anno compiono al Kunsthistorisches Museum la loro visita di pragmatica. Le scolaresche vengono guidate attraverso il museo dai loro insegnanti e dalle loro insegnanti, cosa che sugli alunni ha un effetto devastante, perché in occasione di queste visite al Kunsthistorisches Museum gli insegnanti, con la loro piccineria di maestri di scuola, soffocano qualsiasi sensibilità degli alunni nei confronti della pittura e dei suoi artefici. Ottusi come sono nella maggior parte dei casi, gli insegnanti uccidono ben presto negli alunni che sono stati loro affidati qualsiasi inclinazione, non solo l’inclinazione per la pittura, e in conseguenza della loro ottusità, e quindi della loro ottusa verbosità, la visita al museo da loro guidata di quelle per così dire vittime innocenti diventa quasi sempre per ogni singolo alunno l’ultima visita a un qualsivoglia museo. Dopo essere andati una volta al Kunsthistorisches Museum con i loro inseganti, quegli alunni non vi mettono più piede per tutta la vita. la prima visita, per tutti questi giovani esseri umani, è nello stesso tempo anche l’ultima. Gli insegnanti durante queste visite annientano per sempre l’interesse per l’arte degli alunni che sono stati loro affidati, questo è un fatto assodato. Gli insegnanti rovinano gli alunni, la verità è questa, è una storia vecchia di secoli, e gli insegnanti austriaci in particolare rovinano nei loro alunni, fin dall’inizio, soprattutto il gusto per l’arte; ancora oggi, ottuse nella maggior parte dei casi, le menti degli insegnanti austriaci continuano a non avere nessun riguardo per lo slancio dei loro alunni verso l’arte e l’universo artistico in generale, che fin dall’inizio affascina ed entusiasma tutti i giovani nella maniera più naturale. Gli insegnanti, invece, da veri piccoli borghesi quali essi sono, si oppongono istintivamente al fascino esercitato dall’arte sui loro alunni e all’entusiasmo che l’arte suscita in loro, riducendo l’arte e l’intero universo artistico al proprio dilettantismo stupido e deprimente, e nelle scuole fanno passare per arte e per universo artistico in generale quelle loro rivoltanti arie per flauto, e quei canti corali, anch’essi rivoltanti e abborracciati, per i quali gli alunni non possono che provare disgusto…Non esiste gusto artistico più dozzinale di quello degli insegnanti…Del resto a infoltire la corporazione degli insegnanti sono solo i sentimentali e i perversi  di poco cervello, tutta gente che proviene dagli strati più bassi del ceto medio. Gli insegnanti sono i galoppini dello stato, e se, come nello stato austriaco di oggi, lo Stato è corrotto dalla testa i piedi, spiritualmente e moralmente, e non insegna nulla se non depravazione e imbarbarimento e caos pericoloso per l’intera comunità, è ovvio che anche gli insegnanti siano spiritualmente e moralmente corrotti e imbarbariti e depravati e caotici….Gli insegnanti insegnano che cos’è questo stato cattolico, insegnano quello che lo Stato stesso li incarica di insegnare: grettezza e brutalità, volgarità e vigliaccheria, abiezione e caos…” (pp. 26-28, passim).

   Qui mi fermo, ma la spietata analisi di Bernhard si spinge ancora più il là. La denuncia impietosa che lo scrittore austriaco fa di uno stato tirannico, inestetico ed antiestetico, politicamente e moralmente corrotto, che ha negli insegnanti, aguzzini di corpi e di menti, i suoi galoppini, prosegue in ogni direzione, e non risparmia nessun aspetto della vita politica, intellettuale e sociale. Qualcuno potrebbe dirla datata, provocatoria, illiberale. E certamente sotto molti aspetti lo è. E la classe insegnante potrà ritenersi offesa. Ma farebbe male ad offendersi. Dovrebbe invece prenderne spunto per una profonda riflessione ed un’autoanalisi che sommamente le gioverebbe, in un momento di così grave crisi, anche da noi, dell’istituzione loro affidata; una crisi che, come (o a causa di? ma non voglio esser più marxista di quel che non  sono) quella economica, sembra non dovere avere più fine.

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Quirino Principe, "Francesca da Rimini" di D'Annunzio-Zandonai alla Scala

Post n°982 pubblicato il 15 Aprile 2018 da giuliosforza

Post 902

Riproduco qui, per gli amici dannunziani e melomani, dal “Sole 24 Ore” domenicale di oggi, un interessante articolo del noto storico, filosofo e musicologo Quirino Principe, nella speranza di far loro cosa gradita.

Quirino Principe: Francesca da Rimini. L’eros eterno di Dante e di Wagner.

Alla Scala l’opera di Zandonai su libretto di D’Annunzio, ora riedito per Salerno Editrice: la vicinanza a “Tristan und Isolde”.

“In un libro di Sossio Giametta, grande studioso e traduttore di Nietzsche, la relazione tra quest’ultimo e Wagner è individuata come il più significativo fra i nodi ci pensiero che esprimano l’essenza dell’Occidente post-cristiano e moderno. Sentiamo di condividere il giudizio, e ne traiamo una conseguenza. In Tristan und Isolde, immensa ipostasi dell’Occidente che amiamo e in cui ci riconosciamo e per cui combattiamo e combatteremo. Wagner ci offre la decifrazione della fondamentale antinomia che coinvolge l’essere umano, ogni altro essere, il microcosmo e il macrocosmo. Eros dona il massimo appagamento e la massima felicità, Eros infligge atroce ferita e intollerabile infelicità, così come nel frammento (48 DIELS-KRANZ) bios è la vita ma anche l’arco da cui vola la freccia della morte.

    "La contraddizione si annulla soltanto se l’antinomia è spinta a un’estrema conseguenza: Thanatos. I due amanti sono uno in aeternum, quando si avvera il sublime verso dantesco in cui Francesca pone l’epigrafe al suo destino, a conclusione della duplice anafora: Thanatos è il vero compimento di Eros, soltanto in Thanatos la loro unione è invincibile.

    "Come valutare l’opera che va in scena alla Scala oggi 15 aprile, diretta da Fabio Luisi, con regia di David Pountney, e con Maria-José (Francesca), Marcelo Puente (Paolo), Gabriele Viviani (Giovanni lo sciancato), Luciano Ganci (Malatestino). Riccardo Zandonai (Sacco di Rovereto, mercoledì 30 maggio 1883-Pesaro, lunedì 5 giugno 1944), compositore più agguerrito culturalmente rispetto a molti altri suoi colleghi italiani, grande lettore con escursioni in svariate letterature, dalle nord-europee a quelle orientali, scelse con entusiasmo come soggetto l’episodio dantesco di Inferno V 82-138. Già quando aveva 16 anni, tra il settembre 1899 e il febbraio 1900, Zandonai aveva composto una cantata per tenore e orchestra su quegli stessi versi di Dante.

    "L’entusiasmo fu riacceso un anno dopo, quando apparve la tragedia in versi Francesca da Rimini di Gabriele D’Annunzio, “poema di sangue e di lussuria”, andata in scena al Teatro Costanzi (oggi Teatro dell’Opera di Roma) lunedì 9 dicembre 1901. In quell’anno Antonio Scontrino compose le musiche di scena per la tragedia. E’ una lieta coincidenza che in questi giorni esca, per l’editrice Salerno e con la consueta esattezza e ricchezza filologica e bellezza editoriale, una nuova edizione della tragedia, da cui appare meglio il  sapiente mosaico di riferimenti danteschi e pre-danteschi costruito da D’Annunzio (sin dall’inizio, là dove un giullare canta alle ancelle il Meravigliosamente un amor mi distringe di Jacopo da Lentini). Dodici anni dopo, Zandonai riprese in mano il soggetto, configurandolo come una grande e ambiziosa opera, e sognando di assorbire nella propria musica l’alta poesia e la raffinata e coltissima drammaturgia di D’Annunzio. Il poeta si mostrò singolarmente disponibile, anche a consentire uno “sfondamento” soprattutto nei confronti dei passi più concettualmente ardui del testo dannunziano. Per tale operazione, Zandonai fruì del lavoro del suo stesso editore, Tito Ricordi (“Tito II), Milano, mercoledì 17 maggio 1865-ivi, giovedì 30 marzo 1933). L’opera andò in scena al Regio di Torino giovedì 19 febbraio 1914.

    "E’ legittimo pensare che Francesca da Rimini di Zandonai sia, se non proprio un (o “il”) Tristan und Isolde italiano, almeno un erede, portatore di un frammento ardente della stessa energia ignea, dello stesso Eros? Crediamo che così sia. Se l’assoluto capolavoro wagneriano è la più alta epifania dell’archetipo a noi indicato ottant’anni fa da Denis de Rougemont come “l’Amour et l’Occident”, senza dubbio, dopo il “récit” tristaniano filtrato attraverso  varianti e metamorfosi da Kyot a Chrétien de Troyes a Thomas a Béroul a Gottfried von Strassbourg ad Alain Chartier a Pierre Sala, nessuna trama narrativa più o meno storica è così fascinosamente vicina al primigenio “Urbild” quanto la sanguinosa vicenda dei due cognati di Romagna. Già il triangolo dantesco si sovrappone facilmente alla terna Isolda-Tristano-Marke; inoltre, l’abile esplicitazione, che risulta dal testo di D’Annunzio ritoccato da Ricordi, di Malatestino  “dall’Occhio” («quel traditor che vede pur con l’uno», Inferno, XXXVIII, 85) fatto rientrare nella trama in nome del “verosimile”, invoca l’analogia con il traditore, libidinoso respinto e vendicativo sire Melot. Colpisce, poi, il convergere delle due conclusioni: la definitiva indissolubilità dei due amanti nella loro condizione finale. Ciò fa sì che la leggenda-mito di Tristano e Isolda “in pectore” molto dantesca (dolente, cortese, asperrima), e che il testo dantesco di Inferno V sia “in pectore” molto tristaniano. L’incontrarsi delle due “inventiones” era inevitabile, e il terreno di incontro non poteva essere se non la musica, il cui linguaggio illumina di colpo ciò che anche se affidato alla parola più alta può rimanere oscuro. Ciò spiega l’immensa fortuna musicale del testo di Dante, da Liszt (Dante-Symphonie, 1856),a Tschaikovskij (1876), Thomas (1887), Goetz (1876, Cagnoni (1878), Mancinelli (1907), Mercadante (1831), fino alla bellissima Frančeska da Rimini (1906) di Sergej Vasil’evič Rachmaninov. Sotto tale prospettiva, il finale della Francesca di Zandonai è terribile e meraviglioso. Abbiamo sempre osservato che il “castigo” inflitto da Dante ai due “lussuriosi” (essere avvinti in eterno, indissociabili) è in realtà un dono inestimabile: Dio, se è veramente Dio per definizione, non può non premiare i due amanti in nome di Eros, e infatti concede ad essi, in eterno, ciò che essi sognarono da vivi. In D’Annunzio-Zandonai-Ricordi, alla fine Gianciotto trafigge con lo stocco i due cognati mentre essi sono in piedi, avvinti, e si baciano. Il colpo mortale non li divide: avvinti essi scivolano a terra, e tali rimangono, eternamente appagati, nella «bufera infernal, che mai non resta»”.

 

 

 

 
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Da Novalis a D'annunzio al Dojo di aikido del Maestro Dionino Giangrande

Post n°981 pubblicato il 13 Aprile 2018 da giuliosforza

Post 901

Profluvie di parole al Dojo di Aikido di Dionino Giangrande. Come avviene quando si apre una diga dopo un lungo periodo di accumulo, diedi la  stura ai miei pensieri rischiando di travolgere e di annegare con essi e in essi me stesso e il mio eletto pubblico.  Lo sproloquio, perché di un vero e proprio sproloquio infine si trattò, aveva per titolo I Discepoli di Sais e il discoprimento dell’Isi velata . Un percorso mistico  dia-meta-paranoetico da Novalis a D’Annunzio, due ore di intricate redole verbali attorno a un sentiero per sé linearissimo, diretto all’illustrazione di un semplice assunto: le cose migliori del mondo non essere cose, l’essenza delle cose essere il Mistero, mistero ontologico partecipabile (dalla marceliana ragione partecipativa), non dimostrabile (dalla ragione oggettivante). E la principale strada (do) all’Essenza (ch’è armonia –ai- ed Energia –ki- del Tutto) essere, con (raramente) l’amore e (raramente) la fede, l’Arte in generale e la Poesia (Novalis: mistero sono le cose, e sta alla poesia svelarlo; D’Annunzio: l’Arte sforza il mondo a esistere) e la Musica (Marcel: La musique dit vrai, la musique seule) in particolare. Oupanishad, Tao, Zend Avesta, Bibbia, Platone, Plotino, Bruno, Pascal, Goethe, Beethoven, Novalis, Baudelaire, Rimbaud, Wagner, D’Annunzio, Onofri …chiamati a suffragare con la loro testimonianza il processo mistico che vede nell’attonimento panico, nell’estasi cosmica conseguente alla risoluzione della coscienza individuale nella Coscienza universale, nell’affogamento dell’io nell’Io assoluto, nella presa di coscienza  del proprio esserci nell’esserci di tutte le cose (tat twam asi, hae omnes creaturae in totum ego sum et praeter me aliud ens non est-), nell’oblio infine dell’arcana forma, della triste obliquità che pensa onofriane, e nel dissolvimento entro il polý pèlagos toû kaloû (il platonico ‘immenso oceano del bello’-l’isottiano ertrinken, versinken, unbewusst, höchste Lust) il suo culmine. Mistica sacra e mistica profana, cime d’Elicona e Carmelo coincidenti, amor sacro ed amor profano fusi in un atteonico bruniano  “eroico furore” umano-divino, come nell’estasi berniniana di Santa Teresa. Proposito improbo, percorso intricato. Ma in realtà nulla d’altro che pure suggestioni,  puri contagi, mi ero proposto, perché nulla di più ero e sono in grado di propormi nella mia azione didattica che concepisco tale solo SE scevra da ogni intenzione  didascalistica, non potendosi, me lo insegnò Giovanni Gentile, insegnare nulla a nessuno, un sapere non potersi trasmettere, potersi trasmettere solo un’informazione, che è come una derrata prima della sua consumazione ed assimilazione . Che se poi, contra spem,  il proposito  anche in minima parte si realizza, il merito va tutto a qualche  benevolo iddio.

Con mia grande sorpresa, gradito  dono del Maestro Dionino, memore forse delle mie passioni musicali senza pudore con altre esibite nei miei corsi universitari, un trio di piano, soprano e tenore fu chiamato a introdurre il nostro pomeriggio mistico  con l’esecuzione di due  delle diciassette romanze da Francesco Paolo Tosti composte su testi dell’amico di convento Gabriele  (il convento di Francavilla a Mare trasformato in cenacolo da Paolo Michetti, il pittore della grande tela de La Figlia di Iorio ora conservata nel palazzo della Provincia a Pescara, e  sicura ispiratrice del dramma omonimo dannunziano):  A Vucchella, un ‘divertimento’  delicato e giocosamente ammiccante, deliziosamente giocato su simbolismi tipicamente dannunziani , casti quanto sensuali; e l’ultima (Che dici, o parola del Saggio?)  delle quattro  canzoni d’Amaranta (la contessa Giuseppina Mancini,  una delle vittime, finita folle, del carnefice amoroso, coprotagonista del Solus ad Solam). Francesca Scorretti al piano. Filomena Forino soprano, Diego Caravano tenore, tutti e tre dojoisti, colmarono  delle loro note la grande sala del lasalliano Pio IX aventiniano, creando l’atmosfera più adatta all’evento e caricando il Vegliardo delle energie necessarie  per la gaudiosa … impresa. Un grazie al Maestro,  a Francesca, a Filomena, a Diego. Che le Muse continuino ad esser loro  amiche, li coinvolgano e travolgano nella loro danza, corifei l’Apollo solare,  Diòniso e Pan.

Sì comm'a 'nu sciurillo,
Tu tiene 'na vucchella,
'Nu poco pucurillo,
Appassuliatella
.

Meh, dammillo, dammillo,
È comm'a 'na rusella!
Dammillo, 'nu vasillo,
Dammillo, Cannetella!

Dammillo e pigliatillo,
'Nu vaso piccerillo,
'Nu vaso piccerillo
Comm'a chesta vucchella
Che pare 'na rusella
'Nu poco pucurillo
Appassuliatella.

 

Che dici, o parole del Saggio?

"Conviene che l'anima lieve,

sorella del vento selvaggio,

trascorra le fonti ove beve."

 

Io so che il van pianto mi guasta

le ciglia dall'ombra sì lunga...

O Vita, e una lacrima basta

a spegner la face consunta!

 

Ben so che nell'ansia mortale

si sfa la mia bocca riarsa...

E un alito, o Vita, mi vale

a sperder la cenere scarsa!

 

Tu dici: "Alza il capo; raccogli

con grazia i capelli in un nodo;

e sopra le rose che sfogli

ridendo va incontro all'Ignoto.

 

L'amante dagli occhi di sfinge

mutevole, a cui sei promessa,

ha nome Domani; e ti cinge

con una ghirlanda più fresca."

 

M'attende: lo so. Ma il datore

di gioia non ha più ghirlande:

ha dato il cipresso all'Amore

e il mirto a Colei ch'è più grande,

 

il mirto alla Morte che odo

rombar sul mio capo sconvolto.

Non tremo. I capelli in un nodo

segreto per sempre ho raccolto.

 

Ho terso con ambe le mani

l'estreme tue lacrime, o Vita.

L'amante che ha nome Domani

m'attende nell'ombra infinita.

 

E tanto per concludere con le provocazioni:

Il faut être toujours ivres (Baudelaire)

Un longue, immense, raisonné dérèglement de tous les sens (programma etico-estetico proposto da Rimbaud -ange ou démon?- al poète maudit)

P. S.

Casualità? Presentimento? Novalisiana Ahnung?

Recatomi dal fioraio qualche giorno prima dell’incontro in cerca di una pianticella  da sistemare in un angolo del pianerottolo di casa, optai per una pianta a foglie grandi e larghe, di cui non chiesi il nome. Ora lo so. Il suo nome è Amaranta, l’ ‘immarcescibile’.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 
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Frau Musika. Pedemonte. Promeneur solitaire. Voici venir la nuit. Corbière

Post n°980 pubblicato il 29 Marzo 2018 da giuliosforza

 

Post 900

Quanto io abbia amato Frau Musika, la donna che mai ho tradito e da cui non sono stato mai tradito, tutti sanno. Come ad essa, particolarmente nella sua dimensione sinfonica e da camera, da Beeth in poi al suo culmine Wagner (nel quale la voce è strumento tra strumenti, con essi dialoga senza prevaricazioni e  privilegi,  per cui anche l’Opera è in realtà tutta una  lunga sinfonia) ed ai suoi epigoni, abbia dedicato tutti i miei pensieri di uomo e le mie riflessioni di teorico del fatto estetico in generale e di quello poetico e musicale in particolare (Ut pictura poesis, ut pictura et poesis musica, ut pictura et poesis et musica chorea), tutti sanno. Ma non tutti sanno che di essa io mi sono nutrito come del pane quotidiano, dentro e fuori casa, per tutta la vita. Ed ora che la vecchiezza non mi consente che rarissimamente di recarmi a venerarla nei suoi santuari, in questo tempo della grande Attesa la mia casa stessa ho trasformato in suo santuario. Tutto il giorno il mio stereo è sintonizzato sul quinto canale Rai Classica, ch’io sia presente o assente, che riposi o che vegli, intento alle faccende domestiche, alla lettura o alla scrittura. Desidero che le pareti della mia casa e tutto quanto in essa contenuto se ne impregnino, e ne traspirino, e ne risuonino anche quando avrò cambiato dimora, disciolto nelle cose o proiettato nell’Urklang di un universo allietato dai concerti delle schiere angeliche. Questo il mio desiderio, questa la mia speranza. E che un misericordioso Iddio li esaudisca.   

 

*

Leggo con piacere che una stele a ricordo del maestro Giacomo Pedemonte, a mezzo secolo dalla scomparsa, è stata scoperta nella chiesa di Sant'Ambrogio, o del Gesù, di piazza Matteotti a Genova, dove l'insigne musicista, nativo di Pontedecimo e al quale Genova ha intitolato una strada a Sampierdarena, fu apprezzato organista per oltre 52 anni. La stele, opera di Andrea Dagnino, è stata offerta dagli ex allievi Eugenio e Rossana Albertoni e riporta le parole di apprezzamento a Pedemonte da parte del cardinale Siri. 
Dopo che con Clemente Pagliassotti, primo violino al Santa Cecilia di Roma, e Pegreffi (il padre di Elisa, secondo violino del famosissimo Quartetto italiano e violinista egli stesso al Carlo Felice) ebbi la fortuna di studiare con lui armonia e contrappunto negli anni Cinquanta. L’avevo conosciuto un 8 Dicembre di non ricordo quale anno nella basilica dell’Immacolata in Via Assarotti ad un concerto al Grande organo a quattro tastiere: suonava una fuga di Bach (mi par la notissima in re minore) ed un pezzo per sola pedaliera, un pezzo di bravura non ricordo di chi ch’era miracolo ch’egli, minuto com’era, potesse eseguire. Ma lo fece, e magnificamente lo fece. Da quel giorno ci frequentammo, non mancai a un sola delle sue esibizioni, ma quando gli chiesi che mi desse lezioni fu titubante: conoscendomi sapeva quanto io fossi disordinato, capriccioso e restio a stare alle regole. 

G. Pedemonte aveva studiato al Conservatorio «Giuseppe Verdi» di Milano diplomandosi in pianoforte e organo, e dal 1922 tenne la cattedra d'organo nel Liceo Paganini; scrisse molte e apprezzate pagine per organo e opere vocali. Una di queste, inedita, è in mio possesso: un inno religioso di squisita fattezza, semplice e complesso insieme, capace di coniugare con estrema eleganza classicità e modernità.

Giacomo Pedemonte: un’altra grande figura che mi piacerebbe ritrovare in uno dei paradisi che sogno, settore Artisti, dove vivono la loro vita eterna i pochi uomini superiori della cui sensibilità e del cui pensiero è, stando a Gabri, rappresentazione il mondo e che ebbero come unico ufficio la celebrazione e la difesa della bellezza.

 

*

 

Da Aristotele, Montaigne, Rousseau, Beethoven, Baudelaire, Nietzsche, Walter Benjamin ho appreso a pensare passeggiando. Anche in quest’alba il Parco delle Sabine, trasformato in un immenso tappeto giallo dalla finalmente risorgente Persefone, m’avrà  pensoso promeneur solitaire, o svagato flȃneur.  Lo spirito di Jean-jacques particolarmente, che da troppo tempo trascuro, mi sia di compagnia, e con lui Michel, Ludwig, Charles, Fritz, Walter. Lo Stagirita, che non mi è particolarmente amico, può anche non scomodarsi. Il Mistero della Vita che da sotto le zolle riesplode a colorare il mondo, e che anche nelle mie membra  torpide penetrando, e aprendosi faticosamente la strada per i meandri delle vene semioccluse, attinge cuore e cervello, avrebbe bisogno di ben altro cantore. Ma ecco io me ne lascio avvolgere, e lo respiro a pieni polmoni, incurante dei legnosi scheletrici runners (così “barbaramente” amano dirsi) tutti intenti al calcolo dei battiti cardiaci e delle calorie consumate,  solo attento ai bambini (da cui, fiori tra i fiori, il Mistero della Natura  rinnovantesi più traspira) che si rincorrono o rincorrono merli e cornacchie, non avendo più gentili volatili non ancora trasmigranti a disposizione. E intono col Francofortese il canto della Primavera e con lui ne godo l’incanto.

Wie herrlich leuchtet / Mir die Natur! / Wie glänzt die Sonne! / Wie Lacht die Flur!

Es dringen Blüten / Aus jedem Zweig, / Und tausend Stimmen / Aus dem Gesträuch.

Und Freud und Wonne / Aus jeder Brust. / O Erd’, o Sonne! / O Glück, o Lust.

…………………

Come magnificamente risplende per me la Natura! Come brilla il Sole/ Come tutta la vegetazione sorride! Spuntano fiori da ogni ramo e mille voci da ogni cespuglio. E gioia e incanto da ogni petto.  O Terra, o Sole, O felicità, o Volutta!

*

E’ questo, decisamente, un pomeriggio di gaudiose, e malinconiche, nostalgie. Ho appena terminato di scrivere di Pedemonte che alla radio ascolto due melodie valdostane struggenti: Voici venir la nuit (elaborazione per quattro voci di Arturo Benedetti Michelangeli) e Montagnes  valdôtaines, dal 2012 inno regionale ufficiale. Nostalgie perché? Non solo perché le ascoltai e le cantai già negli anni adolescenziali, ma perché, nella mia elaborazione per quattro voci dispari, furono due dei pezzi non dico forti, ma sicuramente d’effetto, del mio Coro Metanoesi ai suoi primordi. Un buon motivo per tentare di riunire i frammenti del gruppo e trascorrere una intera giornata di rievocazioni, magari al caldo del caminetto, attorno ad una polenta fumante (una delle mie specialità, polenta alla salsiccia di fegato stagionata) nella mia casetta di montagna. Ragazzi, preparatevi e ripassate. Eccovi i testi. Ne troverete facilmente lo spartito in rete.

1)

Voici venir la nuit là-haut sur la montagne / et le soleil s’enfuit à travers la campagne. / et l’on entend / le montagnard / chanter dans la prairie / le doux refrain d’amour / qui charme mon amie / et tralala…

Voici la fin du jour et les jeunes bergères / pensent à leurs amours en disant leurs prières. / Et l’on entend….

La cloche du hameau résonne en distance / le son du chalumeau nous invite à la danse. / Et l’on entend…

2)

Montagnes valdôtaines vous êtes mes amours, / hameaux, clochers, fontaines, vous me plairez toujours. / /Rien n’est di beau que ma patrie / rien n’est si doux que mon amie. / Ȏ montagnards, ô montagnards, / chantez en cheur / chantez en choeur / de mon pays de mon pays / la paix et le bonheur./ Halte-là halte-là halte-là / les montagnards les montagnards / halte-là halte-là halte-là / les montagnards sont là / les montagnards les montagnards / sont là.

*

Ho studiato teologia, ma non sono un teologo, ho studiato e scritto di filosofia ma non sono un filosofo, ho studiato e scritto di musica, ma non sono un musicista, ho studiato e scritto di poesia e ne ho io stesso prodotto, ma non sono un poeta. Che dunque sono? Sarebbe troppo semplice rispondere: un dilettante d’ingegno che gode a raccoglier come Matelda fior da fiore, o un cialtrone della cultura curioso di tutto ma incapace di andare a fondo di nulla. Troppo facile e troppo semplice. Innamorato (antistoricamente?) dell’uomo totale, che dissi Ganzmensch in ossequio a i miei padri spirituali di Turingia, coi francesi i più diletti, pensai non potersi più concepire, con buona pace di Platone e di Goethe, l’uomo-parte, l’uomo di un sol mestiere, il Teilmensch, o il rousseauiano homme fractionnaire, nell’epoca dell’alienazione, dell’ansia asfittica dell’Homo faber tecnologico, che ha visto fallire l’ideale ambizioso del così detto umanesimo del lavoro (contraddizione in termini, ché se il lavoro si umanizza cessa di essere lavoro e si fa ludus), riducendosi ad arida appendice  della macchina programmatica che qual truce Cerbero graffia gli spirti, ed iscoia e disquatra (Inferno, VI, 18); nell’epoca della heideggeriana denkende Dichtung, del pensiero poetante, della poesia pensante. Ma non mi voglio prendere troppo sul serio. E diletto il lettore con una citazione di Tristan Corbière (uno dei poètes maudits raccontati da Verlaine), autore di un sono libro, ma che libro!, dissacratore: Les Amours jaunes, Gli Amori gialli, che tutte le librerie mi danno per fuori catalogo e che perciò posso citare solo nella traduzione italiana di Giuseppe Montesano, l’autore di quel tomo di 2000 pagine uscito da Giunti, e di cui tempo addietro dissi su questo Diario, dal titolo Lettori selvaggi. In questi versi-non versi che riporto, il poeta-non poeta del dolcefarniente, l’unico tra i maudits che con Isidore Ducasse conte Lautréamont poté permetterselo, spinge i suoi paradossi (sotto i cui colpi di “metronomo impazzito…si spezzava la logica della Poesia: rotta e  fratturata da trattini usati ossessivamente come segnali di interpunzione; rintronata da assordanti e pre-céliniani punti esclamativi che suonavano come bacchette metalliche su una smisurata percussione; interrotta da traits-d’union che formavano parole per devastare i significati univoci: «falso-fiore», «farfalla-papavero», «Venere-Cotone»; scucita da punti sospensivi che sgretolavano metrica e ritmo in salti logici, e mandavano in tilt la sintassi… (in Montesano, ivi p. 971) fino a irridersi, con effetti logici e comici sorprendenti, e a irridere il lettore, in questo caso me, appena reduce dall’essermi posto la domanda: chi sono?, e dall’essermi risposto in modo artificioso. La vera risposta fosse  nei cinque tetrastici degli Amours jaunes che seguono?:

Don Giovanni d’ideale, - senza idea; / Ricca rima, e – mai rimata; / Senza essere stato, - ritornato; / Ritrovandosi dovunque perduto.

Poeta, a dispetto dei suoi versi ; / Artista senz’arte, - a rovescio, / Filosofo, - a casaccio.

Un buffone serio, - per niente buffo. / Attore, non seppe il suo ruolo; / pittore: suonava la musette; / e musicista: - con la tavolozza.

Una testa! – ma senza testa: / Troppo folle per saper essere idiota; / Prendendo per un motto di spirito la parola issimo; / -i suoi versi falsi furono i soli veri.

Fu un vero poeta: non sapeva cantare. / Morto, amava la luce e disprezzò il lamento. / Pittore: amava la sua arte – Dimenticò di dipingere… / Vedeva troppo – E vedere è un accecamento ( in Montesano, ivi, pp. 973-974)  

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano) 

 

 

 

 

 

 

 

   

 

 

 




 

 

 

 

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Chàirete Dàimones!

Laudati  sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 
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Ferrarotti alla Rocca dei Papi. Istituto universitario "Progetto Uomo". Di uno dei miei cento bastoni

Post n°979 pubblicato il 24 Marzo 2018 da giuliosforza

Post 899

Chi non conosce la Rocca dei Papi di Montefiascone ignora uno dei luoghi più spettacolari d’Italia. Dal suo culmine tutta la Tuscia etrusca si offre all’occhio ammirato: il lago di Bolsena, nel quale si specchia, con le due isole Bisentina e Martana (luogo di prigionia e di assassinio di Amalasunta, figlia del Goto Teodorico; del martirio, secondo leggenda, di Santa Cristina  patrona di Bolsena e, più amena memoria, delle crapule di papa Martino IV a base di  anguille di Bolsena e di vernaccia -quanta mala patimur pro ecclesia sancta Dei!); i monti Volsini che alla Rocca fanno corona, oltre i quali si respira già aria di Toscana e di Umbria, i Cimini e il mare. Non meraviglia quindi che l’immensa sala della Rocca papale, miracolosamente salvatasi dalle offese del tempo, periodicamente accolga eventi di grande rilievo come loro superba ed esclusiva ambientazione. Anche  l’Istituto Universitario per operatori di comunità Progetto Uomo, affiliato alla Università Pontifica Salesiana (fondato e   diretto dal dinamico Nicolò Pisanu) che da qualche anno ha sede in Montefiascone, lo sfrutta per le sue più solenni occasioni, quali l’inaugurazione degli Anni Accademici e le varie manifestazioni culturali (convegni, conferenze, dibattiti, trattenimenti ludici) che lungo l’anno ne punteggiano l’attività. Cotanto spettacolare scenario ha accolto, in un rigidissimo ma serenissimo cinque marzo, un esterrefatto (confessa di non aver mai trovato al mondo sala più straordinaria di quella) Franco Ferrarotti splendido novantaduenne, invitato a intrattenere il pubblico studentesco su uno scottante tema di attualità: i benefici (pochi), i danni (tanti), che l’epoca della “civiltà tecnologica virtuale” (uno di più subdoli ossimori, a rifletterci bene) procura alla civiltà del libro, e, più in generale, all’umanesimo pedagogico. Le opinioni di colui che può ritenersi con buona ragione il fondatore della sociologia italiana (ero assistente volontario di Volpicelli presso il Magistero di Roma  quando  Volpicelli, di formazione gentiliana, lo chiamò giovanissimo presso l’Istituto di Pedagogia da lui diretto, superando la diffidenza attualistica nei confronti  delle nuove discipline socio-pedagogiche e psico-sociologiche,  e  così allargando il ventaglio di quelle previste nel tradizionale curriculum del corso di laurea in Pedagogia) sono ben note: nei suoi innumerevoli libri, nei suoi interventi giornalistici, nelle sue conferenze in tutto il mondo  egli conduce una strenua battaglia , pur ritenendola  persa, contro l’invadenza  dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, che considera distruttori del pensiero critico-creativo e autori del più tremendo attacco all’intelligenza, per la definitiva disumanizzazione dell’umano che minaccia, mai nella storia condotto da qualsivoglia altra orda barbarica. Con la sua nota oratoria e  l’energia di un trentenne,  Ferrarotti ha intrattenuto per oltre due ore un pubblico attentissimo di giovani figli del tempo che allo Zeitgeist può parere in partenza insensato tentar di sottrarre. Cosa che Ferrarotti ben  sa,  ma che non gli impedisce di infierire contro i responsabili della morte del libro (“vorrei salvarlo con respirazione bocca a bocca” ) e di spingere  a fondo le sue provocazioni contro le vittime inermi ed inerti dei prepotere della affabulazione virtuale. E ben fa. Insinuare il germe del dubbio nelle anime giovanili, ahimé per natura fin troppo disposte (nonostante le pose contestatrici e pseudorivoluzionarie) ai dogmatismi e ai plagi, scuoterne le coscienze già imbottite di soporiferi, è di somma importanza, se si vuole sperare che quanto di buono è, e di certo ve n’è, nelle nuove tecnologie comunicative, non sia soffocato,  estrema iattura, da quel tanto di pessimo che in esse sicuramente è.

Io, che gli anni  e le vicende del pensiero han reso disincantato, ho seguito Ferrarotti con autentico piacere ascoltando dalla sua voce, diversamente e brillantemente detto, quanto avevo fin da giovane letto in Gabriel Marcel, l’autore col quale ebbi il piacere di corrispondere in occasione della stesura della mia tesi di laurea, poi stampata col titolo di Metaproblematico e Pedagogia. Motivi marceliani. Marcel, convertito dall’hegelismo a una sorta di socratismo cristiano (socratico cristiano egli desiderava, se proprio necessario, esser definito e non esistenzialista cristiano, come i manuali amavano ed amano etichettarlo) aveva dedicato ai temi della disumanizzazione, del massismo e dell’egualitarimo abbrutenti ( figli della “scienza” e della sua figlia maggiorata, la tecnica, causanti un trauma ontologico, prima esaltante poi deludente) le sue pagine più belle, contrapponendo ragione partecipativa a ragione oggettivante, mistero a problema, riproponendo, in linguaggio filosofico o drammatico sempre suggestivo, temi classici come Amore, Comunione Ontologica, Fedeltà, Speranza, di cui con eccessiva superficialità e non impunemente l’umanità si è disfatta; al problematico contrapponendo il metaproblematico, allo spirito di oggettivazione lo spirito di partecipazione che il Mistero ontologico garantisce. Ferrarotti, seppur con parole diverse, ha riproposto quei temi, per altro intonando un inno, quasi una trenodia, alla fine dell’Homo Humanus’ destinato  fatalmente a soccombere. Io, più ottimista, spero s’inganni, fiducioso che una qualche Provvidenza, o una qualche  hegeliana List der Vernunft , travolga l’Homo cyberneticus e lo restituisca alle chiarità dell’alba dei tempi,  quando gli astri del firmamento danzavano in coro e i figli degli uomini lanciavano grida d’allegrezza”.

P. S.

Mi auguro che l’Istituto Progetto Uomo, a cui voglio bene per avergli dedicato, spero non disonorevolmente, dodici anni, lunghissimi e brevissimi, del mio post pensionamento da Roma Tre, poco per volta si impadronisca di tutta la Rocca Rocca, sottraendola all’assedio dell’Istituto del Verbo Incarnato (una congrega, mi si dice, ma è sicuramente una vile calunnia, di fondamentalisti pericolosi per le sorti della Conoscenza) che la stanno insidiando dalla parta bassa di essa, in cui si sono saldamente insediati.    

 

*

 

Il bastone con cui oggi sono uscito, uno dei miei cento dieci bastoni personalizzati (tale e tanta  è, evidentemente, la mia inconscia necessità d’appoggio e di sicurezza!), non è uno dei più belli né dei più robusti, ma certamente uno dei più ricchi di senso. Ha come impugnatura un volatile dal variopinto piumaggio che potrebbe far pensare a un pellicano (pie pellicane, Jesu Domine, me immundum munda tua sanguine!) ma che a me all’epoca (anni ottanta?) piacque pensare come una fenice, l’uccello che ogni cinquecento anni muore bruciato per poi risorgere dalle sue ceneri; un uccello dall’alta simbologia, dunque, degno di  un altrettanto alto e nobile commento poetico  (non i miei soliti versicoli). Ricorsi così al Goehte del West-östlicher Divan e di Sprüche und Aphorismen,  e alla Gaspara Stampa del Canzoniere. E trascrissi sul bastone i nove versi seguenti, otto del Francofortese ed uno (citato ne  Il libro segreto dannunziano) della Cortigiana veneta, che hanno a che fare col fuoco, il divenire e le rinascite, temi cari al Vegliardo da sempre ma soprattutto, e ben se ne comprende il motivo, nei melanconici giorni dell’Attesa.

 

Sagt es niemand, nur den Weisen,
Weil die Menge gleich verhöhnet,
Das Lebend'ge will ich preisen,
Das nach Flammentod sich sehnet
.

(Non ditelo ad alcuno, ditelo solo ai saggi, ché la plebe ne riderebbe: voglio elogiare il vivente che brama la morte tra le fiamme).

 

E dagli Aphorismen:

 

Und so lang du das nicht hast,

dieses Stirb und Werde,

bist du nur ein trüber Gast

auf der dunklen Erde.

(E finché non hai ben in mente impresso Muori e divieni, sei soltanto un ottuso ospite sulla buia terra.)

 

Di Gaspara infine, contemporanea del Nolano, il verso che ho sempre immaginato poter essere all’Arso vivo del Campo dedicato: Vivere ardendo e non sentire il male.

 

_______________________

 

Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano) 

 

 

 

 
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Il contagio dannunziano parte seconda

Post n°978 pubblicato il 12 Marzo 2018 da giuliosforza

 

Post 898

(segue dal post 897)

ad osare solo dopo aver, nell’introspezione diuturna, nella diuturna meditazione, scavato in fondo a sé stessa per trovare in quel fondo le stesse radicazioni dell’universo e di Dio, il senso ultimo della Verità (rousseauiano sondare  nel pozzo del proprio cuore, agostiniano rientrare in sé, ché in interiore homine habitat veritas).

Quale più alto programma educativo?

Avvicinarsi a D’Annunzio è avvinarsi non solo a colui che ha celebrato la “bellezza del mondo, il dinamismo del pensiero, l’unicità del vivere” (Guerri) come nessun altro, ma a colui che ha offerto sé stesso in sacrificio (come ogni grande creatore che nel dolore partorisce e con depressioni e sconforti indicibili e inconcepibili dal profano paga lo scotto delle sue estasi e delle sue esaltazioni) per l’umanità, per riscattare l’uomo e il suo stesso presunto Liberatore (Erlösung dem Erlöser, Parsifal wagneriano) da sé stesso, e avviarlo al superuomo. E ciò usque in finem. Il tetrastico evocato a conclusione del Libro Segreto, che ai bigotti piagnoni evoca il fallimento del progetto vitalistico d’annunziano, ne fa testimonianza. Il 

 

Tutta la vita è senza mutamento

ha un solo volto la malinconia

il pensiere ha per fine la follia

e l’amore è legato al tradimento

 

è prova di uno di tali momenti di angoscia inesprimibile da cui nemmeno il Cristo fu alieno (Tristis est anima mea usque  ad mortem… Deus meus, deus meus, ut quid dereliquisti me?’). ma non può essere inteso che nel complesso dell’opera totale, dagli scritti giovanili alle prose giornalistiche, ai grandi romanzi, alle raccolte poetiche, ai drammi italiani e a quelli francesi, alle prose così dette intimistiche e memorialistiche (dico i così poco frequentati Notturno, Le faville del Maglio, Di me a me stesso, Taccuini, e naturalmente il Libro segreto) nei quali l’itinerarium mentis (et cordis, aggiungerei) in deum (quale che sia il dio d’annunziano) è soprattutto un itinerario estetico che si disnoda fra  triboli e  spine sì, ma soprattutto fra rutilanze di colori e fragranze di profumi, tra fiori e canti ed inni ed urla di gioia alla Vita che, sempiterna, celebra nell’universo, in quell’universo primieramente che è il cuore dell’uomo, i suoi fasti.

Se è vero che Angedenken an das Schöne/ ist das Heil der Erdensöhne  (“nella contemplazione del bello è la salvezza dei figli della terra”: due versi goethiani dai quali discende, ma chi lo nota?, l’abusatissimo dostoevskjiano “la bellezza salverà il mondo”), al Pescarese deve guardarsi come all’apostolo insuperato della Bellezza, come a Colui  che il Bello più di ogni altro in sé-opera-d’arte-totale incarna, celebra, gode e soffre, e addita, lui, l’immanentista panteista irriducibile, come possibile auspicabile esito trascendente di una teleologia infine per il Bello salvifica. Ens et Pulchrum per Gabriele convertuntur, Bello è l’attributo essenziale di quell’Iddio “che nel dì novissimo rinnovellerà il volto dei suoi eletti a simiglianza della sua Bellezza recondita”, come a lettere cubitali fa scrivere tutt’intorno alla volta della cappella del tempio del suo battesimo, il San Cetteo dalla sua munificenza ridonato a vita e splendore novelli, in cui volle dalla tomba interrata di  San Silvestro traslate le spoglie dell’adorata, “santissima Madre”.

E’ troppo chiedere che D’Annunzio, al pari di Dante, sia introdotto come classico obbligatorio nei programmi delle scuole della Repubblica? Come, e più di Dante, Egli è moderno, ma, soprattutto, come Bruno e Nietzsche, è futuro: verrà il giorno in cui la Conoscenza, da troppo tempo pregna, finalmente partorirà il superuomo, l’uomo “estetico” dalla sensibilità (aisthesis)  raffinata, dilatata,  rimbaudianamente s-regolata: la sensibilità del Corpo (dell’Iddio) cosmico. Sarà quello il suo Giorno, e il Giorno della nostra impavida speranza.

Nitimur in vetitum.

 

Civitavecchia 12 05 2013

 

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* Dell’intervento, tenuto a braccio a conclusione del convegno di Civitavecchia del 12 Maggio 2013, do qui una ricostruzione più ordinata, di proposito per altro mantenendole quel carattere disinvoltamente, goliardicamente ludico e quello stile discorsivamente affabile che ad un vegliardo si perdonano.

 

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A MO’ D’APPENDICE

 

Brevi divagazioni su Alcyone e su Il Piacere

 

Indubbiamente Alcyone con Maia brilla di più sfolgorante luce fra le cinque Pleiadi dannunziane.

Quello che Enrico Thovez, simpatico rodomonte, forse antenato per via materna (Maria Berlinguer) del mite marchese catalano Enrico Berlinguer segretario pcista, e primo e più accanito denunciatore dei presunti “plagi” dannunziani, era solito dire provocatoriamente di Callimaco e di Saffo, cioè che avrebbe volentieri dato tutta la letteratura italiana per un loro verso, io mi sento di dirlo, un po’ meno  provocatoriamente, di D’Annunzio: per un verso di Alcyone darei, se non  tutta,  buona parte della letteratura italiana contemporanea.

 

Chi voglia penetrare lo stile e l’anima del Poeta e non sia disposto a lasciarsi fascinare, spoglio di pregiudizi pre-critici e di riserve mentali, dall’attonito mondo alcionico ed in esso nudo profondare, rinunci. E’ necessario offrirglisi, abbandonarglisi, semplicemente e totalmente, come a una grazia di Dio; lasciarsi trascinare da suoi ritmi come da un'onda di musica wagneriana; attoniti attendere, come Berenson bambino in contemplazione davanti ad un quadro, che l’Opera da sé si dis-veli e parli “dentro”.

A questo fine non giova far precedere all’immersione la lettura delle sagge e fredde analisi introduttive dei critici. Le analisi sono anatomie. E le anatomie, è risaputo, vogliono il cadavere. Esse si esercitano in corpore vili. E corpo vivo è invece l’Opera nella quale stai per tuffarti. Sarebbe come avviarsi ad un banchetto con l’animo non di chi voglia godere dei profumi e dei sapori dei cibi ma di chi voglia sottoporli ad un esame di laboratorio. Cosa buona e prudente è dunque  non farsi avviare, o sviare, alla lettura dal dotto critico e dalle sue erudite e cavillose introduzioni. Se mai ad esse, per pura curiosità, potrà tornarsi in fine, ormai attrezzati  all’uopo. Ma si sarà allora già usciti d’estasi, già riemersi, si sarà, dal gorgo, si potrà, per puro gioco, problematizzare, fuor d’emozione e di commozione, col disincanto del critico, l’improblematizzabile. Per gioco, ripeto, per puro gioco.

 

La fortuna dei critici sono gli scrittori. Quanto più gli scrittori son grandi tanto più i …rampicanti (non oso per rispetto dirli parassiti) hanno spazio ed opportunità per abbarbicarsi, come un’edera al tronco di un sequoia. Ma la sfortuna dello scrittore, quanto più grande esso è, sono i “cattivi” critici. E del lettore. Nessuno come il  critico “cattivo” è in grado di attossicare il cibo al quale ti avvicini bramoso di nutrirtene e di goderne. Egli spende il suo tempo ed il suo talento (ne ha, sovente, di talento, anche grande, ne ha di ingegno, non ha, ahimé, di genio, ed è ciò probabilmente a rodergli, a renderlo astioso e bilioso, a farne quella “vendetta dell’intelligenza sterile nei confronti dell’arte creativa” che, secondo Elias Canetti, è) a trovare il pelo nell’uovo, a sfogare tutta la sua burbanza e pedanteria con mille ma e mille se, felice quando glie se ne offre l’occasione da un inciampo, da un incidente di percorso, da una caduta di stile, che è così naturale (non può esser perennemente teso l’arco della creatività), se “spesso anche il grande Omero sonnecchia”. Naturalmente non tutti i critici dannunziani sono “cattivi”. Francesco Flora era, ad esempio, delizioso. A leggerlo hai la felice impressione dell’affabile forbito signore che con finezza garbo ed intuito ti introduce alla gioiosa fruizione dell’opera d’arte. E sa farlo con fine arte maieutica e poietica, con pudore e rispetto,

Di tutti i critici dannunziani egli fu certo il migliore. Degli attuali, per quanto riguarda Alcyone, Gibellini e Roncoroni sono indubbiamente i più dotati, e per di più la loro analisi non è viziata da quei pregiudizi ideologici che caratterizzarono e caratterizzano gli antidannunziani viscerali, anche se i ma e i se e i distinguo del comasco, sinceramente fastidiosi. Giordano Bruno Guerri, poi, in veste di narratore disincantato e insieme appassionato, e Annamaria Andreoli in quella di critica ma soprattutto di eccellente biografa, rappresentano due casi a sé di illuminata dedizione alla causa del Vate, ne sono uno il   Giovanni l’altra la Maddalena, e noi fanatici ne siamo loro grati.

Tra le tante accuse che accompagnarono, soprattutto agli esordi, il Pescarese, quelle di plagio furono sicuramente le più numerose. Per lo più accuse ridicole e risibili, dettate da acrimonia, come ridicoli e risibili i loro autori, compreso l’Olimpico Croce.  Non c’è artista che non abbia bisogno di uno spunto, di una spinta, di una qualche “poca favilla”, cui “gran fiamma seconda”.

Esplicitamente lo riconobbe Goethe quando scrisse: “Jeder grosse Künstler”, cito dall’almanacco Mit Goethe durch das Jahr,  reisst uns  weg, steckt uns an, ogni grande artista ci attira a sé, ci contagia”. Ed esplicitamente lo riconobbe lo stesso D’Annunzio quando, già nel suo primo capolavoro, Il Piacere, scrisse:

“Gli (ad Andrea Sperelli) vennero alla memoria i primi versi di una canzone del Magnifico:

“Parton leggieri e pronti

Dal petto i miei pensieri…”

Quasi sempre, per incominciare a comporre, egli aveva bisogno di una intonazione musicale datagli da un altro poeta; ed egli usava prenderla quasi sempre dai verseggiatori antichi di Toscana. Un emistichio di Lapo Gianni, del Cavalcanti, di Cino, del Petrarca, di Lorenzo de’ Medici, il ricordo di un gruppo di rime, la congiunzione di due epiteti, una qualunque concordanza di parole belle e sonanti, una qualunque frase numerosa bastava ad aprirgli la vena, a dargli, per così dire, il la, una nota che gli servisse da fondamento all’armonia della prima strofa. Era una topica applicata non alla ricerca degli argomenti ma alla ricerca dei preludii”. (edizione zanichelliana tascabile del 2009, introdotta da Eugenio Ragni, pag.235).

Roncoroni puntualmente, con zelo forse eccessivo, insiste nel mettere in risalto i presunti, numerosi debiti di D’Annunzio alcionio nei confronti del simbolista Henri de Régnier, di lui pressoché coetaneo (1864-1936), soprattutto quello dei Jeux rustiques et divins  usciti nel 1897. Mi sono procurato, scaricandola da internet, la raccolta régnieriana e la sto leggendo attentamente. Ebbene, se è innegabile che lo stesso clima panico si respira nell’opera, per me assai godibile, del Poeta di Honfleur, e da essa prendono abbrivio molte situazioni alcionie, vero è pure che  di molto queste superano i modelli originali in afflato, evocatività, contagiosità; gli stessi modelli, seppur di valore, dalla perizia lirica e linguistica dannunziana vengono ulteriormente valorizzati, reinseriti come sono in nuovo, preziosissimo castone che ne esalta il primitivo splendore.

In quarta di copertina del volume (Oscar Mondadori, 1982) si fa finalmente piazza pulita delle pedanterie e si va al sodo. Senza più i cavilli ermeneutici dell’interprete togato, che presume di anticipare al lettore ciò che dell’opera  sarebbe vivo e ciò che sarebbe  morto, vietandogli il gusto di scoprirlo eventualmente da sé (non risparmierebbero gli editori se ci liberassero dalle dotte disquisizioni introduttive e ricorressero ad un semplice chiosatore di redazione per quel minimo di note indispensabile alla comprensione del testo?), in poche parole vien detto l’essenziale, quanto al lettore basta per motivarsi all’impresa (ché una vera e propria impresa è tentar di penetrare l’arcano insondabile di un’Anima grande distesasi sulla carta), per la quale occorrono curiosità, disponibilità, apertura mentale, intelletto scevro da pregiudizi di ogni sorta  (gli idòla specus tribus fori theatri), umiltà. Cito integralmente:

 

Alcyone, terzo libro, dopo Maia ed Elettra, delle Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi, è unanimemente considerato il capolavoro del D’Annunzio poeta. In esso, vero e proprio diario lirico di una breve stagione estiva vissuta tra le colline di Fiesole e le spiagge della Versilia, tra le Apuane e il mare e, nel contempo, storia di un impossibile sogno di totale divinizzazione dell’uomo attraverso i sogni e attraverso il mito, D’Annunzio trasfigura e traduce musicalmente sensazioni, impressioni e immagini e scardina il lessico, la sintassi e il metro tradizionali per conseguire il massimo della suggestione e dell’estasi panico-naturalistica. Con le sue 88 poesie, perfetta sintesi di immediatezza lirica e di elaborazione tecnica, di “natura” e di “arte”, Alcyone rappresenta il momento più felice della creatività dannunziana e segna il punto di partenza di tutte le esperienze poetiche novecentesche”.

 

*

Delle quattordici Upanishad vediche, o commentari, trasmessi per lo più oralmente e solo tardivamente raccolti, una solo ne conosco bene, per averne fatto oggetto di un corso accademico nei primi anni novanta per il ciclo “La Pedagogia dei grandi Libri”: il Bhagavad Gīta, che per taluni studiosi sarebbe oltre tutto entrato abusivamente nel catalogo upanishadico. Ne ho solo perciò nozioni raccogliticce, tratte, in prima seconda o terza mano, dalla traduzione latina settecentesca di Anquetil-Duperron.

Una delle mie predilette citazioni, oltre al Tat twam asi, approssimativamente tutta questa Vita sei tu, caro al Wagner che lo dedica a Cosima in una notte stellata di Bayreuth, trovai per la prima volta proprio ne Il Piacere, là dove Andrea, in convalescenza (“purificazione e rinascimento”) per le gravi ferite riportate in duello, s’abbandona all’estasi panica  nel giardino di Schifanoia in compagnia di Krishna Schelley e Byron (“Are not the mountains, waves and skies, a part of my soul, as I of them?... I live not in myself, but I become Portion of that around me; and to me high mountains are a feeling” –Byron, Childe Harold’s, III, 75 e III, 7):

 

“Hae omnes creaturae in totum ego sum et praeter me aliud ens non est”.

Tutte queste creature in tutto io sono, e fuori di me non è altro essere”.

Non son forse già qui tutto Bruno, tutto Spinoza, tutto Hegel, tutto Beethoven, tutto Goethe, tutto Schelling, tutto Wagner, tutto Nietzsche, tutto Gentile, tutto D’Annunzio?

 

Amor labor vitast. Risus quoque vitast. Et mihi confricor (Formiggini)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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