Creato da korov_ev il 06/02/2013

Fermata a richiesta

Vietato parlare al conducente

 

 

Lucille

Post n°101 pubblicato il 12 Maggio 2019 da korov_ev

 

Il suo nome è Lucille. È l'unica femmina che non mi abbia mai abbandonato, mai tradito. Il suo corpo solido contro il mio, disteso tra le mie braccia. Fianchi accoglienti dalla curva morbida, vita stretta, pelle d'ebano.
Collo lungo e capo chino appena, come una donna di Modigliani, mi guarda di sottecchi, nascosta solo un po' da due tirabaci che le incorniciano il volto spigoloso. Tre riccioli a destra e tre a sinistra in equilibrio perfetto lungo un bordo tagliente.
Sembra quasi fare spallucce, mentre mi avvicino.
Lunghi capelli d'acciaio le scendono lungo la schiena, giù fino al mandolino; lunghi capelli d'acciaio, fili argentati che accarezzo lento, senza sosta.
Sempre bella e fedele ad un patto antico, lei vibra ad ogni mio tocco. A volte mugola, altre piange o ride o impreca. Sempre risuona.
La sua voce sensuale si libera nell'aria riempiendola di una nostalgia lontana mille miglia, una malinconia che si abbevera alla foce del Mississippi, laggiù tra i campi di cotone e tabacco, e si attorce alle radici sommerse delle mangrovie e ai fili morbidi del muschio spagnolo. Un gemito che si alza ora rauco ora acuto verso il cielo sconfinato della Louisiana.
Quando scende la sera la sua voce si fa più morbida e lei canta; canta finche il sole non strappa via le stelle da un cielo antico e solenne.
Canta per me, Lucille, e io l'ascolto. Accarezzo i suoi lunghi fili ceneriti e mi specchio nella sua pelle scura come la notte, lucida come la notte.
Lei canta per me e io le parlo dalle mani; lei canta per me e il suo nome è Lucille, Lucille Gibson, l'unica femmina che non mi abbia mai illuso :-)

 

 
 
 

Nonno Ezio e lo strano terzetto

Post n°100 pubblicato il 24 Aprile 2019 da korov_ev

 

Eccomi di ritorno. Purtroppo un problema lavorativo mi ha  tenuto (e mi tiene tuttora) lontano dal blog per via del tempo che manca (Il tempo manca sempre, è una corsa ad inseguimento e tu sei sempre quello che arranca, maledizione). Questo per dire che finché la situazione non si sarà  stabilizzata farò un po' fatica ad essere regolare nel blog e nel commentare i blog a me cari. Questa seconda limitazione è dovuta più al fatto che madame Psike è riuscita a strapparmi la promessa di commentare tutti i suoi post da quando ho smesso di pubblicare fino ad oggi (e chi sa di cosa sto parlando avrà pietà di me).
Comunque, scaricabarile a parte, l'intenzione è quella di ricominciare al più presto a scrivere regolarmente (o quasi).

A tal proposito avrei composto una cosa ispiratami da uno degli aneddoti che mia nonna soleva raccontarmi quand'ero bambino, a proposito di mio nonno Ezio.

Vorrei proporre questo scritto perché ripensarci mi ha fatto fare un parallelo che magari ha poco senso, ma che nella mia testa è saltato fuori all'istante non appena ho riletto quella poche righe appuntate qualche anno fa su di una vecchia agenda che sfogliavo distrattamente l'altro giorno.

L'aneddoto riguarda una vecchie legge del "ventennio" che imponeva nelle aule di scuola la presenza del crocefisso e delle foto del re (Vittorio Emanuele III) e di Mussolini.

Io ho pensato di farne una piccola cosa in rima e, come al solito, in dialetto romanesco.

In sostanza mia nonna raccontava che...

 

Ezio, giovane gagliardo, contadino, camionista
su le strade 'mporverate de 'n'Italia appena nata,

co' le mano era 'n pirata e cor pisello era 'n artista;

fino a quanno pe' decreto de 'na legge 'mprovvisata
che chiedeva figli a iosa manco fossero pagnotte

da manna' a mori' affettati pe' na guera combattuta

pe' la gloria e pe' l'onore de 'na patria de mignotte,
quattro boia tutti neri, dar colletto a li pensieri,

'o pijarono 'n disparte e lo corcarono de  bòtte

perché disse che quer duce dall'atteggiamenti fieri
cor moschetto su la spalla e co' li zompi drento ar foco

più che guida d'italiani era re de giocolieri.

Lo portònno drento a  'n'aula de balilla regazzini
er maestro salutava, co' la mano a palettone,

er ritratto der Savoia e der padrone Mussolini.

Con a destra er duce calvo e a sinistra er re coglione,
poprio ar centro de sta coppia prepotente e senza freno,

mpiccicato 'n fronte ar muro tra du' facce de cartone

sconsolato e  a capo chino, stava 'n croce 'r Nazareno.
"Mo' me dici chi so' quelli!" disse 'r nero ar pòro nonno

"E sta' attento a le parole, ché se sgari te sdereno!"

Nonno Ezio pensieroso girò l'occhi tutt'attorno:
regazzini co' le teste piene zeppe de buscie

lo guardaveno in silenzio mentre il vero annava a fonno

così piccoli e già pieni  de cazzate e ideologie
quando invece de' marcette, de moschetti e de ragioni,

glie serviva, a quell'età, solo pane e fantasie.

Nonno mio ce pensò bene, se grattò 'n po' li cojoni
poi rispose ar sor maestro: "Quello ammezzo è Gesù Cristo...

e se tanto me dà tanto, a destra e a manca i due ladroni".

 

Ora ditemi: tutto ciò non ricorda vagamente anche a voi l'attualità di uno strano triumvirato? In fondo, se ci pensate bene anche Conte, come Cristo, la sua bella croce da portare ce l'ha, e a destra e a manca... :-)

 

 
 
 

Sotto la pioggia (rimasugli di malinconie andate)

Post n°99 pubblicato il 12 Dicembre 2018 da korov_ev

 

Te lo ricordi quel giorno un milione di anni fa?  Te lo ricordi amore mio?  Te la ricordi la pioggia come picchiava forte sulle nostre teste e sui fili scoperti dei nostri pochi anni?
Te lo ricordi quel bacio chiusi nell'abbraccio del mio giaccone? E le tue dita? Le tue dita sottili sul mio corpo al ritmo della pioggia e la corsa coi vestiti bagnati e poi un altro bacio e un altro e un altro ancora come le gocce che esplodevano sull'asfalto e nascondevano il nostro peccato al mondo,  e lo lavavano via, perché a vent'anni non si può essere colpevoli,  a vent'anni niente è peccato.
Te lo ricordi come si riempivano i nostri corpi l'uno nell'altro? Come si mescolavano liquidi e diventavano uno.
Facemmo l'amore su sedili di una vecchia Fiat coi vetri appannati,  facemmo l'amore senza guardare, cercandoci con le bocche,  annusandoci come cani ciechi. Persi in quella furia che non sapevamo più se fosse dentro o intorno o tutt'uno con noi.
Te lo ricordi, amore mio? Dimmi, te lo ricordi?
Oggi piove come allora e io sono qui fermo di fronte al mare a guardarlo sparire dietro queste cortine acquose e a ricordare. 
A ricordare quel giorno, non te.
Tu avresti potuto essere chiunque, tu potresti non essere mai esistita se non nei miei stupidi occhi; i miei occhi innamorati.
Eppure io lo ricordo quel giorno che il cielo lavò via la vergogna dai nostri corpi sudati e per la prima volta ti vidi nuda. Nuda tu con la tua anima nuda tra le mani.
Era un milione di anni fa, era ieri.
Era un milione di anni fa e io lo rifarei. Rifarei l'amore con te come allora, sotto questa pioggia ruffiana.
Lo rifarei qui e adesso, se solo sapessi chi sei, se solo sapessi quale pelle ti nasconde tra tutta questa gente che corre via impazzita.
Io ti chiamerei e tu mi vedresti; io ti chiamerei, se solo sapessi ancora  chiamare.

 

 
 
 

Desperation Road

Post n°98 pubblicato il 05 Dicembre 2018 da korov_ev

 

La strada era come un fiume che rotti gli argini scorreva lento e inesorabile verso la Terra Promessa. La corrente di quell'umanità in transumanza spazzava via ogni paratia, trascinava a valle ogni dubbio, ogni paura. Nulla era più dolce e terribile di quel miraggio.
Un padre moriva e lasciava le sue scarpe ad un figlio che nasceva e il cammino continuava. Lungo, duro, gioioso.
Di giorno quel limo umano si muoveva verso nord con i sogni in avanscoperta come  primi pionieri di un'epoca nuova e ad ogni calar della sera la fiumana si addensava in pantani improvvisati lungo la via dove ognuno trovava conforto.
Una fetta di lardo sul pane, un piatto di mais e fagioli, patate con lo strutto. Per i più fortunati una porzione di carne. E a fine serata c'era sempre chi preparava il caffè per tutti, gente conosciuta e gente mai vista prima; e c'era chi suonava e cantava: era importante, saper suonare e cantare, perché l'anima vuole nutrirsi tanto che il corpo.
La mattina, poi, al primo sorgere del sole, le tende rappezzate e i sacchi a pelo svanivano e la marea saliva di nuovo muovendosi verso nord e verso ovest. Donne, vecchi, bambini; esseri umani gli uni vicini agli altri, ed erano tanti.
Le carrette, comprate per un prezzo esorbitante da venditori con occhi piccoli e fronte bassa, si muovevano a passo d'uomo, mentre vecchi muli ceduti per due soldi diventavano carne da stufato. Carrette di ogni marca e modello, carrette americane che tornavano a casa. Carrette cariche di ogni cosa fossero riusciti a portare via dalla miseria e dalla devastazione: pentole, materassi, provviste, vecchie assi di legno schiodate chissà perché dalle pareti di quella che un tempo chiamavano casa e messe lì forse a far da sponda a tutta quella vita ammucchiata alla meglio e coperta con un telo di ricordi.
Ma i ricordi svanivano lenti di fronte al sogno, e allora gli uomini già si vedevano a raccogliere prugne e arance e pesche al sole della California, e per ogni pesca un sorriso, e per ogni arancia gialla come il sole, un brutto ricordo che sbiadiva. E poi una casa, una casa sì, una piccola casa bianca dalla quale una voce di donna li avrebbe chiamati quando fosse stata ora di pranzo; una piccola casa bianca verso la quale avviarsi stanchi e contenti.
E intanto la corrente trasportava sogni, desideri, ossa vecchie e ossa giovani. Ossa affamate.
Una donna allatta il figlio appena nato. È  nato in viaggio come Gesù bambino, ma senza mangiatoia né bue né asinello, mangiati entrambi per la strada o venduti in scatola al supermarket.
Una donna allatta il suo bambino nato in viaggio come Cristo e quando il Redentore è sazio e non piange più, lo stesso seno passa alle labbra avide di un altro Salvatore la cui madre non ha latte a sufficienza e poi ancora, di bocca in bocca, a quelle di un vecchio che non salverà nessuno, ma ha fame e non più denti, e si nutre di quella solidarietà liquida e dolciastra che sgorga così uguale per ogni fame dal seno di una donna riempito ormai solo dalla speranza.
Dall'altra parte delle concertine occhi spaventati li guardano. Occhi chiari di fredda indifferenza, occhi scuri di terrore, occhi che cercano in quella miriade di stracci e vite ammassate poco oltre una line inesistente un motivo per odiare, perché se non odi il tuo nemico non puoi combatterlo, e il nemico adesso è lì, alle porte della loro  civiltà, appena dietro gli spunzoni rugginosi del filo spinato.
L'occhio del mondo è ancora su di loro, ma tace, perché una guerra senza morti non è una storia buona da raccontare. L'occhio del mondo li guarda e sa che presto potrà parlare, perché non esiste una guerra che non faccia morti.
L'occhio li guarda e adesso anche loro si guardano. Si guardano negli occhi, tanto sono vicini.
La marea di qua e quella di là da una linea inesistente.
Si guardano come soldati in trincea.
Si guardano e aspettano che qualcuno faccia la prima mossa.

Erano gli anni trenta e i contadini dell'Oklahoma, spinti dalla siccità e dalla depressione seguita alla crisi del '29 abbandonavano le loro terre per cercare fortuna in California. Americani in America. Ciò che trovarono ad attenderli fu esattamente lo stesso muro di indifferenza e paure che oggi separa il Nord del mondo dal suo Sud.

 

 
 
 

Una mano sotto il capo

Post n°97 pubblicato il 20 Novembre 2018 da korov_ev

Il corpo è pesante per le sue fragili forze. Scarno, smunto, eppure pesante più di qualunque fardello abbia mai portato, più di qualunque dolore abbia mai sopportato.
Gli hanno legato i piedi perché non scappasse. "Troppo tardi" pensa la donna, egli è già fuggito, è gia lontano. Da sé, Da lei. Dal padre e dalla sua volontà suprema.
Il figlio di Dio è morto! Il figlio di Dio siede alla destra del Padre!
Il figlio dell'uomo è morto! Il figlio dell'uomo giace al suo fianco, giace in lei
- Imparami. Io ti insegnerò il tuo corpo e tu imparerai il mio. Imparami.

Una mano sotto la testa, un'altra a cingere i fianchi. Mi tenevi stretta contro le imprecazioni del villaggio di fronte alla porta chiusa; contro le voci degli uomini di Magdala e dei loro talami insoddisfatti.
Adesso sono le mie, le mani che ti circondano, che ti proteggono. Sono mie, le mani piene della tua carne, rosse del tuo sangue, cariche di sacrificio. Piene di te e mai vuote come in questo giorno.
Bussasti piegato all'uscio della mia casa e io ti spalancai quello dell'anima.
Dalla porta del mio corpo giungesti alla soglia della notte che mi teneva prigioniera, ne misurasti le sponde, la riempisti per me.
- C'è posto per te dentro me. C'è posto per te nella mia carne.

Era vuoto e aveva la tua forma precisa, e adesso il vuoto è sparso ovunque.
- Se non vorrai che io ti guardi, guarderò la tua ombra.
- Allora voglio essere ovunque sia la mia ombra, se là  saranno i tuoi occhi.

Ma il tempo delle ombre già si stava avvicinando.
Il corpo è pesante, sempre più pesante per le sue fragili forze. Scarno, smunto. Pesante.
Accosta il volto al palmo dell'uomo per una carezza ancora;  accosta le labbra alla linea della vita recisa, la sfiora leggera, ma già non è più; lontana dai polsi trafitti e dalle voci della gente, lontana dalla pioggia che cade e infradicia i lini, lontana dal pantano dell'esistenza.
Inginocchiata nel fango, col capo poggiato al costato dal quale è stata strappata, una puttana di Magdala, una donna, sussurra il suo dolore:
- Perdonatelo uomini, perché non sa quello che fa
.

 
 
 
Successivi »
 

AREA PERSONALE

 

ULTIME VISITE AL BLOG

korov_evlacey_munroElettrikaPsikeoltreL_aurawoodenshipse_forse_mailunetta_08misteropaganoDotta.Ignoranzaprefazione09mydavecassetta2vita.perezCoralie.fr
 

ULTIMI COMMENTI

Citazioni nei Blog Amici: 28