ONE MAN TELENOVELA

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Pippe mattutine di un sabato d'indolente iperattività
Post n°445 pubblicato il 04 Ottobre 2008 da molinaro
Mezzogiorno e non ho fatto niente. Neanche colazione. Adesso scrivere, ma scrivere così senza costruire. Chi se ne frega se non viene fuori né un racconto né una poesia. Non me l’ha prescritto il medico di farne. Stamattina sono così pieno di voglia e desiderio che non riesco neppure a farmi un caffellatte. Sono così attivo ed esplosivo che non riesco a fare nulla. Non riesco a scrivere di getto come mi viene, il vigilante letterario è sempre attivo. Per esempio trenta secondi fa mi sono frullate tre o quattro metafore per spiegare come sono attivo ed esplosivo e inconcludente ma nessuna mi è piaciuta e dunque non riesco a scriverle. Ho la testa troppo piena di cose e persone. E non solo la testa, anche il cuore, il cazzo, le mani, i piedi, le costole. Ogni movimento mi sembra inutile. Il paradosso, se è un paradosso, è che ho la testa affollatissima ma sono qui da solo e credo che lo sarò per tutta la giornata. Forse gli altri mi vedono così affollato e pensano che non è il caso di entrare anche loro, c’è già troppa gente. Forse hanno ragione: con tutto questo casino, non riesco a dedicare a una singola persona un’attenzione sufficiente. Questa frase mi accorgo che l’ho scritta perché ieri un’amica mi ha scritto che non so mettermi in discussione, e allora stavo provando a mettermi in discussione, a discutere con me stesso se questa impostazione aperta e slegata è funzionale. No, «funzionale» è un aggettivo che mi dà la nausea, e «impostazione» non è la parola giusta. Forse fatico a mettermi in discussione perché ho impiegato mezza vita ad accettarmi come sono e non vorrei sprecare anche l’altra mezza a discutermi, preferirei baciare sognare abbracciare e sentire lingue di donne e ragazze un po’ parlare e un po’ leccarmi il collo e le orecchie ed entrarmi in bocca. Mi accorgo che non so neppur bene cosa voglia dire mettermi in discussione: discutere di me con me? Mi fa pensare a quelle cose, perlopiù orientali, che suggeriscono di uscire dal proprio io, e io sempre domando: «Ma chi esce dal mio io? Chi è quell’altro? Il latte può uscire dalla bottiglia, ma la bottiglia non può uscire dalla bottiglia. Un uscimento richiede due soggetti, come può io uscire da io?» Anche se essere schizofrenico non è un problema perché mentre penso (anche adesso: sempre, mentre penso) è come se tante voci già discutessero, penso sempre in forma dialogata, a volte a dialogare sono vari me, altre volte compaiono pensieri e obiezioni di altri, che io raccolgo e registro nella mente anche se non sembra, anche se sembro disattento. Sì, appunto, sono affollatissimo. Chissà se è normale pensare in forma dialogata. Chissà se succede a tutti. È difficile confrontare queste cose. Non ho mai capito, nel profondo, quanto noi esseri umani siamo uguali e quanto diversi, perché forse non possiamo saperlo. Voi pensate in forma dialogata? E si capisce che cosa intendo con «forma dialogata»? Si capisce qualcosa? Fa venire mal di testa. Ho in testa una folla di gente eppure alla fine risulto egoista ed egocentrico. Forse c’è una logica e forse no. A me viene in mente lo scemo del villaggio di De Andrè (e neppure la notte ti lasciano solo, gli altri sognan sé stessi e tu sogni di loro), spesso mi paragono a quello scemo lì, sicuramente egocentrico e autistico come qualsiasi scemo di villaggio che si rispetti: essere lo scemo è l’unica fuga dai villaggi, tranne se puoi partire – ma lo scemo non può (forse nei suoi abissi ama il villaggio, pur odiandolo). Ieri sera alla Massena ho ascoltato le poesie di Filippo Sottile, il Canzoniere delle pippe, che un po’ mi piace e un po’ no, ha delle trovate quasi geniali ma poi ogni tanto cade in stereotipi maschilisti, o almeno che tali sembrano a me. Credo che lui e io abbiamo una visione diversissima della donna (credo: ma non sono sicuro: cosa, come pensa lui? pensa dialogato? è affollato? non lo sapremo mai); però di comune c’è che di pippe me ne faccio assai anch’io. Ascoltavo il Sottile, che peraltro era la seconda volta e quindi le poesie le conoscevo già avendole pure lette nel libro, ed ero quasi in prima fila, e ogni tanto mi voltavo indietro a guardare le persone, soprattutto le ragazze, e avrei voluto tuffarmici, o in subordine gridare: «Ma siamo insieme, noi? Siamo poi tanto diversi dalla gente qualsiasi per strada o nel condominio? Potrei dire a dieci di voi che vorrei farvi l’amore, e ad altri dieci che vorrei passare una sera in un angolo a raccontarci tutto, e ad altri dieci che non ci capisco un cazzo? – poi basta che più di trenta persone forse non c’erano in libreria. E se non posso, e di fatto non posso, in che cazzo siamo diversi dalla gente qualsiasi che rincoglionisce davanti alla tivù? Cosa stiamo a tirarcela tanto da intellettuali del cazzo?ۚ Siamo più soli dei berlusconiani che parlano di calcio e figa alla bocciofila!». Certo che sono narcisista! Adesso mi ha telefonato Claudia e ho tagliato corto perché volevo continuare a scrivere, le ho detto ci sentiamo dopo! Ma è meglio parlare con Claudia che scrivere queste cazzate, o no? Forse è giusto che se stai facendo una cosa dici all’altro che ci sentiamo dopo, se no sei uno abituato a essere abusato, come mi dicevano Malvina e Monica! Tutti mi hanno detto delle cose così. Io normalmente se mangio gli spaghetti e uno mi telefona lascio raffreddare gli spaghetti per parlare con quello e perciò Monica mi disse che sono sbagliato e abusato e ho le carenze e poi anche Malvina più o meno così mi disse. Ma questo forse non c’entra un cazzo. Se sono gli spaghetti e rispondo sono abusato (mi dicono) e se sto scrivendo e non rispondo sono narcisista (mi dico io): madonna santa che pippe mentali, peggio di quelle del Sottile. Eppure. Chissà se si capisce qualcosa di quello che scrivo adesso. Io non del tutto. Per non essere dispersi ed egoisti bisogna proprio chiuderla quella porta, e legarsi e dedicarsi? Sento che la mia amica lagunare mi direbbe che non è neanche quello il problema. Con lei mi capisco bene, ma ogni volta lei scava ancora oltre e va bene, anche se è faticoso. Ecco, adesso – in questo preciso istante, ore 13.01 del 4 ottobre 2008 dopo Cristo – cinque o sei persone mi hanno detto delle cose nella mia mente. Certo è una cosa distorta perché in realtà me le dico io e quindi forse le altero. Però vengono da loro, genuinamente, e anche in questo senso sono affollato. Come poeta sono convinto di non inventare nulla, di essere una carta assorbente. Riesco a scrivere solo di chi esiste davvero (in questo senso il romanzo appena uscito, che ci ho messo anni a scriverlo, zoppica, perché a inventare personaggi, inventare chi non c’è, non sono bravo), è come se avessi tutti sempre appiccicati su di me eppure succede che sono egocentrico ed egoista. Sì, sì, forse c’è una logica, forse no. Ieri ho salutato i miei due figli e due nipoti e genero che andavano in montagna, tutti e cinque su un’auto e ho pensato che se li schiacciava un TIR perdevo in un colpo tutta la mia discendenza. Ma sono arrivati bene, per fortuna. In realtà quello della discendenza era un pensiero così di maniera, un gioco come di parole (parole, parentele, è lo stesso, sono le parole che hanno inventato le parentele, credo): di avere una discendenza non mi frega un cazzo, voglio bene a loro come persone, mi piacciono. Ma forse sì sono troppo slegato e slogato e dislocato e insomma vaffanculo, quello che sento è che amo, non è che non amo, e se non si capisce non so. Non amo in tutti i momenti, perché il bailamme dei pensieri è continuo, un attimo ci sono e uno no, la testa non mi sta mai ferma, però le sensazioni sono sincere, certi momenti a letto con C. o in giro per acque e isole ho amato da piangere, certi momenti abbracciando R. ho sentito una dolcezza immensa da proteggere, pensando all’altra C. ho volato cieli altissimi (e mi sono fatto qualche pippa), poco tempo fa sentendo il busto di E. contro il mio fianco mi è venuto il batticuore (e non ho il suo numero di telefono), penso la vita di F. e G. e D. e vorrei risentirle e ribaciarle, e quell’altra E. marchigiana l’ho ritrovata su Facebook e sarei felice se mi rifacesse amico, e alla terza C. [detto così sembra una classe di liceo!], quella che le ho messo giù il telefono qualche minuto fa per non interrompere di scrivere queste cazzate, voglio un bene dell’anima, e avere recuperato l’amicizia di M. dopo un periodo teso è una gioia solare, e non c’è giorno che non penso a M. quella che è morta, e così via, e se il fatto che ci sia troppo alfabeto intorno mi rende egocentrico ed egoista perché in tutto questo bordello un centro ci vuole e se non lo fisso in me dove lo fisso, beh, mi domando come facciano gli altri, forse anche gli altri hanno il loro centro in loro stessi ma fingono, forse no, si fanno tante chiacchiere, comprese queste, comunque a mettermi in discussione magari ci provo, faccio sempre fatica a fare tutto, comprese le cose che mi piacciono, per esempio andare in piscina a nuotare non ho mai voglia, non sono mai contento di andarci, ho la faccia che lo faccio controvoglia, però sono contento dopo di esserci andato se ci vado, mi sento pure meglio, ma di andarci voglia non ne ho mai, io per fare le cose anche belle devo sempre violentarmi un po’. Fosse mai che sono semplicemente un grandissimo pigro? Fra le altre cose. Che poi egocentrismo è una cosa strana, anche Saba sempre di sé parlava, come dice Sereni in una poesia meravigliosa, però qualcosa donava. Buon sabato. [Questa cosa l’ho scritta in Word, poi volevo fare il controllo ortografico – un po’ serve! per le lettere battute sbagliate, anagrammate, tipo sabgliate per sbagliate, mi succede spesso, specie se batto velocissimo come oggi – ma se ci provo mi chiude il file e mi dice: si è verificato un errore, l’applicazione verrà chiusa. Vuol dirmi qualcosa anche il computer? Tipo che devo rileggere tutto con gli occhi bene aperti da correttore di bozze di una volta? Adesso non esageriamo.]
[Nell’immagine, Pensieri elettrificati, composizione fotopoetica, 2005.]
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