Un blog creato da molinaro il 04/06/2007

Carlo Molinaro

Pensieri sparsi, poesie e qualsiasi cosa

 
 
 
 
 
 

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Attenzione! Chi volesse vedere le puntate della mia ONE MAN TELENOVELA, tutte in bell'ordine, una per una, in fila, può cliccare qui sulla giocalista di YouTube. Se poi qualcuno ritenesse che tanto lavoro merita un compenso, come gli artisti di strada quando fanno passare il cappello, può mettere le banconote in una busta e mandarmele: via Pinelli 34, 10144 Torino. Grazie!

 
 
 
 
 
 
 

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« Le onde e le correntiAccusativo alla greca »

Critica, critica!

Post n°456 pubblicato il 15 Ottobre 2008 da molinaro
Foto di molinaro

Ho ricevuto una lettera di critica «dura» al mio romanzo. Naturalmente la accetto, e anzi mi dà alcuni spunti di riflessione. Perciò ho deciso di riportare qui nel blog integralmente la lettera (tolti solo i riferimenti al mittente) con le mie osservazioni, punto per punto. Può essere utile! In nero la lettera, in blu le mie osservazioni.

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Caro Molinaro,

ho letto il tuo libro "Io sto come mi pare" con interesse e alle osservazioni da me esposte durante la presentazione di venerdì scorso alla Libreria di via Massena 28 (allora avevo appena avuto modo di sfogliare il libro) ne aggiungo delle altre.

Premesso che uno è libero di fare l'amore come vuole e con chi vuole (se gli riesce) nell'ambito delle leggi correnti nel Paese in cui vive, trovo che il tuo concetto di liberismo esteso e di permissivismo trasgressivo fa a pugni con le tue idee che reputo "progressiste" (a seguito delle tue numerose lettere ai giornali) e che sono anche le mie.

Nel campo dell’amore non farei mai e poi mai riferimento alle leggi correnti in un paese: l’amore, a mio avviso, di leggi proprio non ne ha: qualsiasi legge è contro l’amore. E lo si è visto bene nella storia. E dov’è, poi, comunque, quel permissivismo trasgressivo? La caratteristica dei miei protagonisti è una lineare trasparenza, una schietta sincerità. Ma forse proprio questa è la trasgressione più grande, è vero.

Porto subito il problema sul lato sociale perché in una società organizzata come la nostra non si può prescindere dagli altri.

Tu non fai distinzione con le donne, da chi "la dà" per amore o, diciamo, più prosaicamente, "gratis" e chi si fa pagare per le sue prestazioni, che, secondo me, è invece la questione fondamentale.

Non è che non faccio distinzione fra i due atti: penso solo che la stessa persona possa fare entrambe le cose. Anzi, mi sembra ovvio. Ovvio e dimostrato: ho, di fatto, conosciuto puttane innamorate. Se invece s’intende distinguere le donne in due diverse rigide categorie sulla base di quel dettaglio, allora no, certo che no: non le distinguo. E considero un po’ feroce distinguerle.

Qui sorge il problema. Perché dovremmo batterci per l'emancipazione della donna (sorella, sposa, madre, nonna, figlia) affinché le siano aperti tutti i lavori e le carriere riservate tradizionalmente all'uomo, perché sul piano sociale, culturale, religioso, ecc. la donna conti di più, quando le basta aprire le gambe a pagamento per raggiungere i suoi scopi? E poi l'uomo, nella tua concezione permissiva, perché non può anche lui prostituirsi per raggiungere i suoi scopi?

Se si parlasse di uomini, sentiremmo il bisogno della parentesi esplicativa fratello, sposo, padre, nonno, figlio? Penso di no. E allora perché per la donna sì? Non può essere donna e basta? Poi: la mia protagonista non «apre le gambe» per ottenere uno scopo fraudolento o truffaldino, non fa pompini per vincere concorsi o andare al governo, potrei quasi dire che non si prostituisce: soltanto, offre prestazioni sessuali a pagamento, con una lealtà contrattuale che manca a molti avvocati, commercialisti, banchieri e assicuratori. La mia protagonista ha una morale alquanto rigorosa, e chi legge bene il libro non può non accorgersene. Se l’uomo può fare le stesse cose? Ma certo che sì, e infatti accade: ci sono agenzie di accompagnatori maschi. Per ragioni storico-culturali accade (a oggi) di meno, ma accade.

E andando avanti di questo passo, arriviamo alla fornicazione universale alla Bosch (maschi, femmine, travestiti, viados, gays, lesbiche) magari inserendo anche nel mucchio qualche animale domestico: cane, gatto, gallina, cigno, cavallo, ecc. che poi non ci stanno così male.

Come sai, alla fantasia umana non ci sono limiti. Solo il timore di una punizione, come diceva Foucault, tiene a freno e non sempre gli istinti.

Ma la fantasia è cattiva? Certo una società ha bisogno di regole e punizioni per il suo ordinamento sociale (per vietare l’omicidio, il furto, e così via), ma nel sesso credo che l’unica regola sia non far male all’altra, all’altro. O almeno provarci: nei rapporti umani (non solo sessuali!) si può sempre ferire, anche involontariamente, ma occorre avere almeno l’intenzione di non farlo. Non vedo altre regole in questo campo, francamente. La fantasia è il massimo motore dello sviluppo umano, andrebbe frenata il meno possibile: di solito è troppo frenata, compressa, avvilita. Gays e lesbiche, poi, sono persone degnissime e spesso meravigliose. Eviterei proprio ogni discriminazione. Gli animali invece lasciamoli stare: probabilmente non gradiscono – o comunque non sono in grado di manifestare l’eventuale consenso. È bensì vero che probabilmente non gradiscono neppure stare tutta la vita in una gabbietta a fare uova e/o diventare intingoli da gourmet, ma questo ci fa meno impressione.

Se poi pensi che le scene che ho evocato possono essere dilatate dalle droghe e dagli eccitanti che sono ormai moneta corrente, come si è visto in Corea, in Vietnam e ora penso in Irak, con scene raccapriccianti insieme alla violenza insita nei combattimenti, il quadro non è confortevole. Né il tuo desiderio di pace e di felicità per tutti, dovuto alla liberazione sessuale a tariffa, mi convince, perché non penso che le due donne, naturalmente di colore, che nel tuo libro si sono pisciate in faccia reciprocamente per 100 euro ciascuna (più i 300 euro promessi da parte dall'agenzia che le ha noleggiate), riprese dai video porno, e che per tornare a casa alla sera prendono l'autobus n. 36 da Collegno a Torino, si sentano particolarmente felici.

Ma questo, naturalmente, a te cosa importa?

Come direbbe Totò, queste sono quisquilie, bazzecole, pinzellacchere...

Veramente i miei protagonisti sono persino astemi e non fumano. Quasi un romanzo salutista! Corea, Viet Nam? Certo che è un bel salto mortale riuscire a cacciare la guerra dentro la mia storia. Non se ne parla proprio, della guerra (e se è una lacuna me ne scuso, ma non si può mettere tutto in un libro). L’episodio di sesso estremo che viene citato è appunto estremo, ma rientra comunque nei canoni di una libera scelta. D’altronde c’è chi mangia merda ogni giorno anche per meno di cento euro, basta entrare in tante aziende... La mia non è una «liberazione sessuale a tariffa», la mia protagonista avrebbe potuto scegliere qualsiasi altro lavoro, il nocciolo è nel verbo scegliere. Ho optato per «quella» scelta per essere un po’ provocatorio – e a quanto pare ci sono riuscito abbastanza, viste le reazioni di tutta una serie di persone.

(Piccola divagazione: come passa veloce il tempo! Adesso da Collegno a Torino non c’è più il 36 ma la metropolitana: dovevo aggiornare il testo.)

Per concludere, non voglio farti nessuna morale. Non ne ho titoli né sono o la penso come Ratzinger, ma la tua "sottoepica dello squallore", come la definirebbe Cucchi, non mi convince.

Non so se Cucchi la definirebbe così, però io non la definisco così. La parola squallore è associata a queste cose con un automatismo irrazionale: sui giornali la squallida vicenda è sempre una cosa di puttane e sesso. Si vede che invece quando uno fa una strage la faccenda è più colorata.

Devo anche dirti che la sostanza del libro, pur seguendo criteri realistici, (e qui ti do atto della tua bravura) non rispecchia certo criteri "progressisti", ma semmai reazionari vecchi come il mondo, senza dover citare Karl Marx.

Qui bisognerebbe capire che cos’è il progresso. Forse non intendiamo la stessa cosa. Però è la critica che accetto di più: è vero, ci può essere un residuo di maschilismo dentro di me, e posso averlo travasato in alcuni dettagli. Non è facile liberarsene. Che cosa c’entri Marx non lo capisco: non citiamolo, appunto.

Non so perché hai scritto questa storia: forse solo per criteri meramente commerciali che ti auguro di raggiungere (ognuno ha la nicchia che si merita).

Questa è solo una battuta cattiva. Ho scritto questa cosa per scriverla, perché mi andava di scriverla: come tutte le cose che scrivo. E non credo che sia poi così commerciale: non è un romanzo porno, è troppo «mescolato d’altre cose» per essere veramente commerciale.

Ma, francamente, preferisco le tue poesie, quelle delle risaie, del Sesia, della stazione di Mortara, della ragazza che si butta tragicamente dalla finestra.

Anche per rispetto alla sua memoria, smetti di scrivere questi romanzacci!

Anch’io mi ritengo più valido come poeta che come prosatore. Ma questo è un altro discorso – che non mi impedisce di scrivere anche in prosa quando voglio. Mi ferisce (in cauda venenum?) la chiusa della lettera con la contrapposizione alla Monica dei Quaranta frammenti. Ti assicuro che lei, Monica, questa contrapposizione non l’avrebbe mai fatta.

Saluti,

                                                                                 Xxxx Xxxxxx

P.S. Se proprio vuoi continuare con il filone erotico-sentimentale, allora ispirati a opere come Tropico del Capricorno di Henry Miller, di cui ti allego alcune pagine in inglese, lingua che non hai difficoltà a comprendere.

Anche il racconto di Miller è ambientato in una grande città multietnica e multirazziale (Brooklyn - New York) ma per lo meno è libero da messaggi messianici irrealizzabili come la ricerca della felicità a spese degli altri, che invece nascondono un egoismo esistenziale.

La ricerca della felicità a spese degli altri è esattamente la cosa che nella mia storia non c’è. Rileggendola, mi sono accorto che i miei due personaggi sono fin troppo buoni: non fanno mai male a nessuno – e questo forse è un po’ irrealistico: avrei dovuto far commettere a entrambi almeno qualche piccola perfidia. Eppure anche un’altra persona ha parlato di «egoismo» a proposito della mia strana coppia. Quindi ci rifletto, e mi viene un pensiero. E se il peccato più grande, l’egoismo a cui ci si riferisce, non fosse «la ricerca della felicità a spese degli altri» ma, più brevemente, «la ricerca della felicità», tout court? Il cattolicesimo ci ha insegnato che solo la sofferenza ha valore, mentre la felicità è un inganno del demonio: è un imprinting che ci portiamo dentro tutti. I miei protagonisti rispettano le persone, l’ambiente, i sentimenti, i luoghi: però sì, è vero, la felicità la cercano. Mi sa che è questa la cosa imperdonabile.

Il paragone con Henry Miller mi onora (io non oserei mai) ma è tematicamente improponibile. Miller sguazza nel torbido, in un torbido irredimibilmente infelice (ecco: appunto: perdonabile); descrive il sesso con le tinte fosche del peccato e del disprezzo. Nel brano allegato alla lettera (fotocopiato da Tropic of Capricorn, direi la prima edizione Paperback, stampata intorno al 1940, pp. 251-255) il protagonista parla del suo primo rapporto, che avviene con una ragazza un po’ più grande di lui. E fa tutto un po’ schifo: «Lola Niessen. It was a ridiculous name and typical of the neighborhood we were living in then. It sounded like a stinking bloater, or a wormy cunt. To tell the truth, Lola was not exactly a beauty. She looked somewhat like a Kalmuck or a Chinook, with sallow complexion and bilious-looking eyes. She had a few warts and wens, not to speak of the mustache». Invece il mio protagonista ama la sua non lussuosa neighborhood, e non parla di fica verminosa, wormy cunt, ma di fica buona da baciare. Sì, forse è questa la cosa che non si perdona, nel 1940 come nel 2008: un sesso felice, semplice, innocente. Un gesuita del Seicento, Paolo Segneri, per indicare una cosa proprio schifosissima diceva che era «come baciare il conno di una donna» (il conno è la fica, chi non l’avesse presente). Attività che invece io soglio praticare con gioia mia e non solo mia – una cosa dunque tutt’altro che egoistica.

Sesso accettabile solo se immerso nello schifo e nel peccato, per Segneri come per Miller, nel Seicento come nel Novecento. Ma io, scusate, sono già nel secolo dopo, anzi nel millennio dopo. E sono stufo di guardare indietro.

 
 
 
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