ONE MAN TELENOVELA

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La parola puttana (e il mio libro)
Post n°467 pubblicato il 28 Ottobre 2008 da molinaro
Una critica, che trovo anche ragionevole, rivolta al mio libro e in particolare alla figura della protagonista, si può riassumere in queste parole: se volevi proporre la figura di una donna sessualmente e sentimentalmente libera, perché a un certo punto la fai prostituire? non era meglio lasciare la sua libertà «incontaminata», cioè dipingere, che ne so, un’impiegata del catasto o una commercialista sessualmente libera, e basta? Non lo so. Forse da un lato era meglio (non sono uno che difende a spada tratta le proprie opere, assolutamente! – io sbaglio tutti i giorni). Però, dall’altro lato, ho voluto esprimere (non so se ci sono riuscito) un mio punto di vista su quel torbido e inquietante garbuglio semantico che sta dentro la parola «puttana». Quest’accezione del termine non è fuori moda. Forse è fuori moda presso una ristretta élite di intellettuali molto broadminded, ma poi mica tanto, neanche lì. No, direi che è un’accezione attualissima. La trovo anche in discorsi di giovani liceali (maschi e femmine): «quella puttana della terza C l’ha data a tutti» – cose così. La trovo anche in gruppi che per altri versi stimo molto, come presso certi sciamannati che stan giù di là fra Ceva e Varigotti, senza far nomi. Gli usi linguistici non sono mai casuali (scusate ma questo è l’argomento su cui mi sono laureato, sia pure ormai decine di anni fa, e quindi datemi un po’ retta!): rispecchiano sempre una struttura profonda di organizzazione mentale, di pensiero. Se la stessa parola indica la professionista del sesso e la ragazzina della terza C che ha avuto qualche moroso in più, c’è sicuramente una ragione. Se due cose le chiami allo stesso modo, è perché le vedi allo stesso modo. E nella mia storia ho voluto cortocircuitarle, le due cose. Ovvero: ma come mai ti scandalizzi del fatto che la mia protagonista a un certo punto si prostituisce, posto che, dato il suo stile di vita fin dall’inizio, l’avresti considerata comunque una puttana? Ho trovato conforto in un brano limpidissimo di un collettivo femminista, a cui rimando e che cito per intero: Per il Bologna Pride abbiamo prodotto un bollino, “anche io sono una puttana”, riprendendo una spilletta prodotta da un collettivo di donne catalane. Ci piaceva questo slogan perché dava visibilità alla consapevolezza delle lavoratrici del sesso, al loro orgoglio di essere tali e al loro deciso rifiuto della “vergogna” comunemente associata al mestiere. Perché alludeva alla necessità di non nascondersi, di non fare il gioco della doppia morale. Ma, al contempo, quello che ci affascinava, era il fatto di poter portare addosso quell’“epiteto” che ancora oggi – tutte le donne sanno – corrisponde ad un’offesa. “Puttana”, ben lungi da designare una professione, è innanzitutto qualcuna che “la dà via”. Il sotto testo, ci fosse bisogno di spiegarlo, è che la cosa peggiore che una donna può fare, è avere una vita sessuale di cui disporre liberamente. E allora il cerchio si chiude, siamo da capo, e ripartiamo da qui: se la puttana è un lavoro, chi lo fa deve poter emergere come tale. Se puttane siamo tutte (perché tutte vogliamo disporre liberamente della nostra vita sessuale) bene, allora: eccoci! Ecco, appunto. Questo è! La protagonista di Io sto come mi pare è una pura di cuore, una ragazza esageratamente onesta e sincera, ed è una puttana in tutte le accezioni del termine. La cosa dovrebbe far riflettere. Questo era il senso. Poi può benissimo darsi che io non ci sia riuscito, a esprimerlo, e che abbia scritto una cagata galattica; ma questo era il senso, fondamentalmente. Buondì.
[Oggi pomeriggio, salvo intoppi, vado a leggere poesie in un liceo okkupato. Facile che anche lì ci siano ragazzine e ragazzini che danno della puttana a quella là della terza C. Ma non parlerò di questo argomento.] |
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