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Carlo Molinaro

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« One Man Telenovela venti...Verso nuove schiavitù »

Perché Arturo non sale sull'autocisterna

Post n°901 pubblicato il 22 Giugno 2010 da molinaro
Foto di molinaro

Facciamo due oneste premesse, anzi tre.

La prima è che di questa faccenda di Arturo Bandini che nel famoso libro di John Fante non sale sull'autocisterna non mi sarei mai occupato se non ci fosse stato, dentro lo spettacolo Chiedete di Camilla Lopez, di Federico Sirianni e Silvia Bacigalupo, il discorso appunto di Camilla Lopez affidato alla voce di una da me troppo amata ragazza.

La seconda è che il discorso di Camilla Lopez nel libro di Fante non c'è: è una creazione di Sirianni e Bacigalupo, ricavata da frammenti della narrazione fantiana. E nel libro non c'è neanche l'autocisterna, o almeno io non l'ho trovata: una versione digitalizzata del testo, dove cercare in automatico le parole, non esiste, che io sappia, e di rileggere tutto parola per parola non ho voglia.

La terza è che non è possibile, o almeno non è possibile a me, fare della pura critica letteraria, senza intrecciarla con la mia vita e i miei sentimenti. So che gli eruditi e gli studiosi lo fanno, ma io, francamente, non ho tempo. La vita è troppo breve per sprecarla in astratti esercizi libreschi.

Ora, fatte le premesse, veniamo al dunque. L'episodio dell'autocisterna, che l'abbia scritto Fante o che se lo siano inventati Sirianni e Bacigalupo, mi colpisce perché lo trovo rappresentativo di una non volontà, di una finzione, addirittura di una burla. Camilla, nella versione di Sirianni e Bacigalupo, lo racconta così:

Andavamo in giro la sera, io e Arturo, andavamo a Terminal Island, a San Pedro, e a mí me gustava far un po' le cose pazze, tipo mettermi a cavalcioni sulle autocisterne... E credi che Arturo lo facesse? Ma no, ma che, diceva che era assurdo, diceva proprio così. Ma i camionisti non la pensavano così, oh no: loro ridevano. E così Arturo l'ho mollato lì e sono tornata col camionista.

Vediamo di inquadrare la situazione generale. Arturo Bandini è un insicuro che cerca di costruire sé stesso come personaggio sulla scena di un mondo che gli rimane estraneo (o a cui lui stesso vuole rimanere estraneo). Il suo approccio è alquanto letterario, schematico e stereotipato. Molto spesso, dopo un avvenimento, sente il bisogno di riassumere, etichettare la situazione, a volte anche con un solo aggettivo. Dopo che scopre che Camilla si fa le canne, scrive: «Camilla, la drogata». Quando la incontra per la prima volta nel bar, la annacqua scrivendo: «Il mondo era pieno di gente incredibilmente divertente». Arturo non può vivere senza rimpicciolire e anestetizzare la realtà per farla entrare nella sua piccola testa e nelle sue piccole pagine - dove poi con arte avvamperanno altri fuochi e altri dolori, tutti suoi e non contaminati di realtà. Arturo deve fare il suo gioco, il suo di lui, e per lui è intollerabile il (meraviglioso) fatto che «la vida tiene mas imaginación que el hombre», come ha detto qualcuno - e che quindi non è l'uomo (e nemmeno lo scrittore) a tirare veramente i fili.

Non dico questo in tono polemico né cattivo. Caro Arturo, la mia vita è cominciata come la tua e anche peggio: sogni, costruzioni, presunzioni, un sacco di paura, voli, esaltazioni, rassicuranti categorie e tante belle parole ricche di prodigiosi effetti (palabras, palabras, palabras: vedi che Camilla te lo dice!). E la realtà è una fastidiosa (e talvolta spaventevole) intrusa. Ti capisco perfettamente, Arturo Bandini.

Fra te e Camilla c'è una distanza immensa, una distanza che tu patisci e di cui nello stesso tempo ti compiaci. Lei è ignorante, fa cose sciocche, è vittima dei principali imprinting del popolo, a cominciare da quello che la fa innamorare di chi la maltratta e la disprezza - e il suo non è un aristocratico masochismo, è solo la triste modesta abitudine a considerare vero uomo chi ti sputa in faccia e ti prende a schiaffi. Tu sei un aspirante scrittore, vedi in lei la regina che tu stesso costruisci, e il suo non combaciare con quella regina muove in te odio e rancore.

Pensi di amarla, forse in qualche modo la ami, ma alla fine anche tu la disprezzi: la disprezzi perché non la vedi, non vedi lei, e così alla fine non sei tanto diverso da quel barista tubercoloso che la tratta da puttanella miserabile messicana. Sia tu sia lui, siete tutti presi a etichettare, inquadrare, ridurre alla vostra dimensione. Oh, certo, la tua dimensione è molto, molto più elegante, raffinata e gentile di quella del rozzo barista. Ma la questione è che Camilla non fa parte né dell'una né dell'altra.

Anche qui, Arturo, nessuna polemica. Non è facile vivere, Arturo, credi che io non lo sperimenti? Sai quante volte mi sono perso nei miei inutili sogni, davanti al muro di una realtà negata? Lo so, lo so.

Però ecco, a un certo punto - e qui comincio, qui sì, a criticarti - si può anche venirne fuori, si può passare oltre, si può entrare dentro, o almeno provarci. SE LO SI VUOLE. Se non si è tutti contenti e felici del proprio orticello ben difeso e recintato. Se non ci si è troppo abituati a quella poca luce che dà la nostra povera fantasia. Se non si ha troppa paura del sole che brucia là fuori. Il sole che brucia là fuori, il sole che potresti accorgerti di non saper raccontare, il sole che potrebbe indurti a buttare nel cesso il tuo meraviglioso romanzo, anche dopo che ha venduto un milione di copie e ti ha fatto ricco e famoso. Là fuori. L'irriducibile realtà. Ci si può provare, sai? SE LO SI VUOLE. Non sono poi tanti a volerlo. Ed è comprensibile. Tutti cerchiamo il nostro piccolo rifugio: il rifugio abbastanza piccolo da farci sentire grandi, da far sentire forti le nostre mani e potenti le nostre parole. È comprensibile. Ma allora, almeno, non prendiamoci per i fondelli, con tutto quel cazzo di desiderio d'infinito, di conoscenza e di virtù da seguire.

Dicevo prima che l'episodio dell'autocisterna mi sembra simbolico di una non volontà, di una finzione, addirittura di una burla. Bussi tanto a quella porta e poi, quando si apre, fuggi inorridito.

Arturo, l'autocisterna è un'occasione troppo bella. Guarda la scena. Il posteggio dei camion è un luogo meraviglioso. Camilla, una volta tanto, sta ridendo, è contenta (e non succede spesso). È contenta ed è con te. Fa una cosa che la diverte. Una cosa sua che la diverte. E la fa con te, e tu sei lì. Ti rendi conto che è una fortuna rara? È quel varco fra i mondi che a volte, brevissimamente, si fa pervio, praticabile: un attimo, e poi si richiude. Sei a pochi metri dall'autocisterna, Camilla ci è salita a cavalcioni, ti fa cenno di andare con lei. Andare con lei, Arturo, tu lo senti il suono di queste parole? Ripeto: andare con lei. Non è difficile. Le autocisterne hanno una scaletta a pioli per salirci. È agevole. Non sembrerai goffo nel salire: sei un ragazzo, per quanto intellettuale; la scaletta di un'autocisterna è alla tua portata. Sali, ti metti dietro di lei, la abbracci, la abbracci nella realtà, nella sua realtà. I camionisti non rideranno di te, anzi ti invidieranno. E tu sarai con Camilla (non con la regina, non con il sogno, non con la puttanella messicana, no: con Camilla López, l'unica, vera, preziosa, indescrivibile e irripetibile Camilla López). Che culo, Arturo. Che incredibile culo che hai. Ma tu non sali sull'autocisterna. Ti odio, Arturo Bandini. Io, Carlo Molinaro, ti odio, Arturo Bandini. L'avevo detto che non so fare della pura critica letteraria, senza intrecciarla con la mia vita e i miei sentimenti.

Tu invece sì, Arturo. Tu sai fare della letteratura senza intrecciarla con la tua vita e i tuoi sentimenti. Salire sull'autocisterna, abbracciare la vera Camilla... Sì, e poi dove andavi a finire? Magari al suo paese a mangiare puzzolenti tortillas con sua cugina grassa e unta, che ride al momento sbagliato? O al discount a cercare scarpe economiche? Dove andavi a finire? Magari nella vita di Camilla, là dentro... che orrore, eh? Tu hai da fare ben altro, tu devi diventare un ammirato scrittore: ammirato da tutti e anche da una redenta Camilla che ti accompagna nel bel sogno americano... In quelle quattro argute e lodate parole che tanto luccicano e stupiscono, ma sono così piccole e insignificanti da non poter contenere, di Camilla, neppure le huarachas.

Vaffanculo, Arturo Bandini. Ti dico vaffanculo ma non prendertela troppo, perché siamo tutti un po' così. Siamo cialtroni. È tutta una celia. Io però adesso, credimi, se mi capita l'occasione, sull'autocisterna con Camilla io ci salgo: questa cosa finalmente per me es clara. Perché alla lunga te ne devi ben accorgere, te ne devi ben accorgere che c'è più gioia a cavalcioni lì sopra che in tutti i romanzi d'inchiostro del mondo. La spaventevole gioia, che ti prende e ti lascia e non lo decidi tu, non ne sei mai sicuro. Dio mio, che angoscia la felicità!

Dopo le tre premesse faccio una postmessa (si dice così?). Questo - anche se non sembra - è un discorso politico. Non prestate troppa fede a chi non è salito sull'autocisterna con Camilla. E mi sa che, di quelli che ci riempiono ogni giorno la testa di cazzate, non c'è salito nessuno. La vita è generalmente assente, oltre che da moltissimi romanzi, anche dai discorsi di Berlusconi e Bersani, dai report delle Nazioni Unite, dalle relazioni delle organizzazioni islamiche, dalle encicliche, dai programmi delle Ong, dalle accademie, dai consigli comunali, dalle assemblee condominiali. Arturo è come tanti altri: dall'autocisterna stanno tutti alla larga - poi talvolta qualcuno ne viene investito e spalmato sull'asfalto.

 
 
 
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