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Black Bakkara - piccolo assaggio

Post n°40 pubblicato il 04 Febbraio 2014 da paolafarah

Mentre "L'Angelo di Cyprès Méchant" si sta guardando intorno in cerca di un editore, a voi un piccolo assaggio del prossimo romanzo: "Black Bakkara", sperando vi sia gradito. Questa volta, come si può intuire, tenterò col noir :-) 

...........................

Con la schiena al muro, la gamba piegata al ginocchio, Arrigo fissava la ragazza col portatile seduta al tavolino del bar mentre una scia di sudore gli percorreva il tratto fra tempia e collo inumidendo la ciocca che gli cadeva a destra sulla basetta. Fra le dita l’immancabile sigaretta del primo pomeriggio.

L’immagine del tenebroso alla moda se l’era forgiata addosso per darsi coraggio, come un tatuaggio indecoroso scelto fra quelli sconsigliati a un uomo per bene di quarant’anni; una prova più che altro, nella convinzione che l’abito giusto sia in grado d’influenzare in automatico la personalità.

Le basette protese come lame di sciabola verso la punta del mento le aveva scelte a catalogo da Bruno il barbiere, crogiolandosi all’idea di quel tocco in più che Clara, sua moglie, di sicuro avrebbe apprezzato.

Ti piaccio?

Fai ridere.

Era difficile tenere Clara sotto controllo, e capirla.

Dov’era in quel momento? Con chi stava parlando? Di cosa stava parlando?

Un'altra delle tue avventure intellettuali?

Ho bisogno di vivere.

Dove vai questa dannata volta?

Segreto.

Il sudore iniziava a inumidirgli la camicia nella schiena, ne sentiva l’alone, ma spostarsi all’ombra avrebbe deviato troppo la visuale sulla ragazza. Sapeva di averla già vista in passato ma non ricordava quando né in quale occasione e, inutile negarlo, aveva un qualcosa di magnetico a cui non si poteva resistere.

Dall’angolo a fianco si spandeva odore d’urina, non certo di cane, un’indecenza che in alcuni vicoli osava mescolarsi al profumo di bucato appena steso. Per Clara il profumo di bucato era eccitante, impossibile capirla anche in questo, come se legare il sesso a qualcosa di pulito fosse una cosa normale.

Rude e tenebroso nonché autentico e pulito, roba da pazzi.

La ragazza al tavolino del bar era invece una di quelle sporche, bastava un’occhiata per capirlo, con la camicetta talmente tesa sul davanti che i bottoni avrebbero potuto saltare da un momento all’altro.

Arrigo spense la sigaretta e si asciugò il sudore sulla fronte.

Continuò a fissarle i seni, i capezzoli scuri che il tessuto troppo sottile non riusciva a nascondere, e le gambe lunghe, affusolate e bianche, che uscivano dalla minigonna troppo corta.

Aveva i piedi a terra, i sandali rovesciati a fianco; al collo un ciondolo vistoso con una rosa nera.

Non arrivava ai trent’anni, forse neppure ai venticinque, ed era lì ogni pomeriggio a scrivere, concentrata all’inverosimile sui tasti e sullo schermo da non accorgersi di nulla intorno.

I capelli corti e lisci, di un nero artificiale, e le labbra pitturate anch’esse, scure e dense, sembrava soddisfatta di quanto le appariva sullo schermo. Spesso rideva, senza mai guardarsi intorno.

Arrigo la immaginò senza mutande sotto la minigonna troppo corta, ma lo scopo non era quello, e immaginò altresì di stringersi in mezzo a quei seni di burro fino a venire, ma lo scopo ancora una volta non era quello.

Era la donna adatta, e avrebbe accettato la sua proposta.

Quando la ragazza lasciò il bar nel tardo pomeriggio, Arrigo decise di seguirla.

Andava subito a casa? Andava da un’amica? Dal suo uomo?

Di lei voleva sapere tutto prima di avvicinarla.

Con Clara era impossibile, sia seguirla che sapere tutto, troppo sfuggente e libera.

Dov’era in quel momento? Con chi stava parlando? Di cosa stava parlando? Stava ridendo di lui? Lo stava mettendo in ridicolo? Sbeffeggiava le sue basette?

Troia pensò, rendendosi conto che rischiava di perdere di vista la ragazza se non accelerava anche lui il passo.

Lesta ancheggiava nei vicoli come in un labirinto a lei familiare, svoltando in continuazione a destra e sinistra su percorsi non usuali a visitatori esterni, attraversando i carruggi più sporchi e pericolosi, quelli da puttane, scippi e coltelli alla gola.

Probabilmente andava a casa e basta.

Aveva le spalle possenti, come quelle di una nuotatrice, e poteva difendersi.

Arrigo la vide entrare in un portone consunto e chiuderlo veloce alle spalle. Avvicinandosi subito dopo al citofono per guardare i nomi sulle targhette rimase sorpreso dal tasto più in alto, quarto e ultimo piano: non c’era un nome né un cognome, soltanto l’immagine stampata di una rosa nera.

 
 
 
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