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I pettirossi non smettono mai di cantare, romanzo di Margherita Firpo

Post n°46 pubblicato il 06 Aprile 2015 da paolafarah

Con il tempo ho capito che non importava avere cose da dire ma come si dicevano. Le vite di tutti gli esseri umani si assomigliano, come puoi pensare d’inventare qualcosa di nuovo?

È con questa frase del romanzo (pagina diciassette) che voglio iniziare la mia recensione a quest’opera di Margherita Firpo perché, a mio avviso, ne costituisce l’essenza più vera oltre che riassumere la visione che Margherita ha del suo essere scrittrice.

Tutto ha inizio quando la protagonista, Elisabetta Morelli, alla morte di sua madre ritrova una scatola piena di lettere scritte dalla donna durante la guerra e nel periodo successivo, lettere molto intime che innescano in Elisabetta un vero e proprio sconvolgimento interiore.

Leggere di lei, delle sue emozioni, dei suoi pensieri più nascosti, mi fa venire la pelle d’oca, mi fa viaggiare in un mondo che speravo di aver dimenticato o, quantomeno, di aver nascosto bene in un angolo del mio cervello.

Ne “I pettirossi non smettono mai di cantare” non ci sono voli fantasiosi né intrecci particolari da sgarbugliare pagina dopo pagina perché la trama in fondo è semplice, forse prevedibile, ma il suo pregio sta proprio in questa essenzialità: chi legge si ritrova nei personaggi perché Margherita dà voce alla vita normale, quella farcita di emozioni autentiche, senza fronzoli, e lo fa nel migliore dei modi.

Non inventiamoci storie di vita eclatanti e paradossali per apparire snob o chic, sembra dirci l’autrice, perché la verità è un’altra, e lo sappiamo.

La vita è semplice, per tutti noi: si ama, si soffre, si aspetta, e nell’attesa ci sono rimpianti e speranze. Gradazioni diverse, questo sì, amplificate al massimo nelle donne d’ogni tempo.

Forse per questo ne “I pettirossi non smettono mai di cantare” si parla di donne: una madre e una figlia, un rapporto fra di loro spezzato e distante che, nel corso del romanzo, si svelerà esattamente il contrario.

Mia madre scriveva forse più di me e io non l’ho mai saputo.

Un romanzo intenso? Appassionato? È dir poco. Nulla si ferma in superficie. Oltre le parole c’è la densità e la profondità dei sentimenti e, oltre ai sentimenti più veri, appare come una brutta crepa la necessità di adattarsi alle circostanze che, inutile dirlo, è anch’essa una componente della vita non da poco. Succede alla madre, succede alla figlia, ieri come oggi, con sfumature diverse, diversi atteggiamenti e, perché no, diversa saggezza.

Ecco, su questo vorrei soffermarmi un poco perché lo trovo un interessante spunto di riflessione per voi che leggerete il romanzo: la saggezza della madre.

Non voglio dirvi troppo, per non svelare quanto non va svelato, però voglio suggerire questo:  provate a riflettere su come la madre decide di affrontare le circostanze per capire la “grandezza” interiore di questa donna e la sua “strategia” per riuscire a vivere nel migliore dei modi possibili in situazioni non ideali.

C’è da imparare molto.

Vorrei che tutte le donne in crisi per amore, cogliessero questo input per leggere il romanzo e che, una volta letto, iniziassero a guardare alle proprie madri come donne che quasi sicuramente hanno già affrontato la stessa identica crisi.

Vorrei che le nostre figlie adolescenti smettessero di dirci intanto non puoi capire, perché tutte noi abbiamo già vissuto le loro difficoltà e possiamo capirle benissimo. Non è facile, si sa, ma che un romanzo appassionato e intrigante, di facile lettura e scorrevole come “I pettirossi non smettono mai di cantare” possa avere uno strato educativo rilevante, questo è un dato di fatto.

Non devi farmi certe domande, sei mia madre!

Anch’io avrei dato la stessa risposta di mia figlia, anni fa, a mia madre. E probabilmente l’ho fatto.

Se ora avessi la possibilità di spostare indietro le lancette dell’orologio, invece sarei io a farle molte domande.

Non la lascerei più morire senza sapere chi era.

Sì, vedo bene l’opera di Margherita Firpo anche in ambiente scolastico, non solo a scopo educativo (come del resto dovrebbero essere utilizzati moltissimi romanzi, classici e non) ma anche per i suoi agganci storici  intesi come “esperienze vissute”.

Come dicevo all’ inizio, le lettere di cui tratta il romanzo sono state scritte in parte durante la seconda guerra mondiale e quei giorni sono visti sia nella loro realtà più cruda (tutto intorno puzza di morte e di desolazione, la fame ci rende tutti più cattivi e la paura soli e aridi) sia in modo più delicato e romantico attraverso lo sguardo di una donna innamorata.

Ed è con questo sguardo che voglio concludere la recensione perché, come dice l’autrice, l’amore era amore anche a quei tempi.

14 dicembre 1943

Oggi l’ho visto.

Prima in sogno, mi sfiorava una mano con delicatezza, poi mi prendeva con forza e mi tirava verso di lui, sentivo il suo alito caldo su collo, mi scaldava il corpo e il cuore nel freddo di una sera buia e ghiacciata.

Riuscivo a intravedere i suoi contorni, il suo naso dritto e deciso, i suoi denti bianchi e brillanti di paura, i suoi capelli umidi di pioggia.

Riuscivo ad avvertire il suo odore. Di voglia di me e io di lui.

Poi ho incontrato i suoi occhi anche nella realtà, un solo sguardo, lungo, supplichevole, di labbra appena morsicate, di sospiri strascicati che ti lasciano i polmoni vuoti e il cuore pieno di desiderio.

Buona lettura!

 

 

 
 
 
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