Creato da Psicologiaexpress il 16/03/2013
servizio di psicologia
 

 

Il 50% dei farmaci in commercio sono inutili, il 25% mal tollerati o pericolosi

Post n°7 pubblicato il 23 Marzo 2013 da Psicologiaexpress

VEDI su http://www.articolotre.com/2012/12/il-50-dei-farmaci-in-commercio-sono-inutili-il-25-mal-tollerati-o-pericolosi/127910/farmaci-inutili-e-dannosi

 
 
 

Attacchi di panico e ansia: mali curabili

Post n°6 pubblicato il 23 Marzo 2013 da Psicologiaexpress

 

 
Cause, sintomi e cura dei disturbi. Che sembrano una nuova epidemia soltanto perché finalmente se ne parla di più

 

 intervista a Maria Donata Ancona di Giusi Dangelico  VANITY FAIR.it

Ansia, attacchi di panico: un’epidemia sembra colpire la nostra società. In realtà se ne parla solo di più, con meno timori e imbarazzi di non essere compresi o essere additati come malati di mente o immaginari. E di ansia ora (finalmente) non solo si parla, ma la si comprende, come campanello d’allarme che indica che qualcosa nella nostra vita non va, che segnala un disagio dell’anima attraverso il corpo, con sintomi fisici. Per capirne meglio cause e possibili rimedi, ne abbiamo parlato con Maria Donata Ancona, psicoterapeuta cognitivo comportamentale, esperta del settore: «L’ansia si manifesta in disturbo ossessivi, fobici o più frequentemente come attacco di panico, con o senza agorafobia (paura di uscire di casa e frequentare posti dove si teme possano sopraggiungere gli attacchi), ansia sociale e altro. Ogni patologia si lega a una storia del tutto personale a cui si può risalire con una psicoterapia, che permette di capire il nostro “funzionamento”, le risposte apprese, emotive e cognitive, agli eventi di vita».

Attacchi di panico  e ansia: mali curabili

Uno dei disturbi più diffusi è proprio la sindrome da attacchi di panico. In cosa consiste?
«Spesso i sintomi si presentano in maniera improvvisa e apparentemente inspiegabile: tachicardia, sensazione di svenimento, vertigini, che si legano alla paura di impazzire, morire e “venir meno”. Di solito nella storia del paziente tutto questo si collega a un episodio scatenante che determina una serie di sintomi. Segue la corsa in ospedale, o il giro dei medici nel tentativo di scoprire e capire cosa stia accadendo al nostro corpo di cui all’improvviso si perde il controllo. Poi subentra la paura che accada ancora, con la “paura della paura” che diventa l’alimentatore dell’attacco di panico. Si è disposti a tutto pur di proteggersi da ulteriori attacchi, anche a rinunciare a vivere. Si interrompono a volte anche gli studi, si allontanano gli amori e le occasioni socializzanti».Come si scatenano attacchi di panico?
«Nulla accade per caso, l’ansia in generale è un meccanismo di difesa e protezione del nostro organismo che nelle occasioni di pericolo tende ad proteggersi. E’ una delle prime cose che spiego ai miei pazienti. Di fronte a un pericolo, il nostro organismo risponde con reazioni di fuga ed evitamento per mettersi in salvo oppure con una risposta contraria, di immobilità. Tutto si lega alla valutazione di pericolosità dell’evento e alla valutazione del paziente delle proprie capacità e risorse nel fronteggiarlo. Responsabile di ciò è il sistema nervoso centrale che attraverso i suoi rami attiva la risposta. In casi più gravi questa serie di sintomi si trasforma in attacchi di panico, causa di tanta sofferenza, ma mai pericolosi o mortali, così come il paziente teme».Quali sono gli strumenti per combattere questi problemi?
«L’ansia offre una grande opportunità, contrariamente a quello che si pensa, quella di comprendere e ascoltare i propri bisogni più autentici. La corsa su Internet per cercare cause, effetti e rimedi a volte alimenta ancora di più lo stato ansioso, provocando l’insorgere di nuovi sintomi facendo proprie le esperienze emozionali altrui. La corsa ai farmaci è la soluzione più immediata ma che non risolve se il paziente non assume su di sé la responsabilità della propria guarigione e per fare ciò è necessaria un percorso di conoscenza. Il paziente guarisce quando diventa consapevole della relazione fra la paura di star male e la sintomatologia che ne deriva. Si hanno tanti attacchi quanti se ne temono. Il pensiero della paura è alla base del proprio della propria sofferenza».Guarire si può?
«Certo che si può! I sintomi sono la soluzione che il paziente porta per risolvere dinamiche emozionali in assenza di altre possibili soluzioni. Sono queste che vanno trovate nel percorso terapeutico».

(22/03/2013 19:38)
 
 
 

Può essere il farmaco una terapia risolutiva nella gestione del dolore?

Foto di Psicologiaexpress

La  vita e’ tutto quello  che succede mentre stai facendo

altri progetti

 

JOHN LENNON, Beautiful BOY

 

 

E cosi, quando finalmente pensi di essere arrivata all’ultima rata del mutuo di casa e tuo figlio ha fatto l’interrogazione tanto temuta di storia  e vorresti urlare alla vicina di casa che ogni mattina palesa l’insostenibile leggerezza del suo essere obbligandoti all’ascolto delle sue musiche preferite,  può accadere  che un evento inaspettato e di certo non desiderato,” il cancro” interrompa  i tuoi programmi e gli affanni, e di colpo non sai più cosa davvero e’ importante delle cose che fino ad un attimo prima sembravano essere irrinunciabili per la tua sopravvivenza!

 

 Nonostante siano avanzatissimi i progressi della medicina, e nonostante alla parola tumore non sia sempre associato un esito infausto, e’ sempre drammatico e destabilizzante il momento in cui si viene a conoscenza della diagnosi: e’ uno di quei momenti che delimitano e sanciscono un prima e un dopo nella vita.

L’incontro con la malattia introduce un elemento di discontinuità, di rottura,di crisi della presenza del soggetto nel mondo.

Si avverte un forte spaesamento per tutto ciò che dovrà essere affrontato,per le conseguenze che dovranno essere assorbite e integrate nella propria vita.

All’improvviso tutto ciò che poteva avere valore prima della diagnosi,perde di significato e si è in un mondo estraneo, sconosciuto  che richiede nuovi codici di comportamento nuove consuetudini, nuove parole.

Il passaggio dalla situazione di persona in salute a quella di persona malata,causa dunque un diversa visione del mondo e delle cose che in esso si possono fare, e determina un sentimento di provvisorietà, di precarietà’ e per ciò di forte insicurezza.

La prima alterità con cui bisogna fare i conti è il proprio corpo,esso non funziona, non è in armonia,in sintonia con l’ essere il corpo che era stato fino al momento prima della diagnosi.

 

Lucia dopo che le è stata comunicata una diagnosi di cancro alla mammella, si ritrova impaurita e smarrita,arrabbiata ,per tutto ciò che le sta succedendo. Fino a prima della diagnosi era stata una bella donna in carriera che aveva dedicato gran parte della sua vita al lavoro. Era stata una persona attenta alle spese e che si era divertita con poco ,qualche viaggio buone letture, gite. Aveva sempre preferito essere previdente, un po’ formica.  Con l’avvento della malattia,il suo sistema di credenze improntato al dovere viene messo in crisi. Si ritrova a perseguire scelte che sembrano dettate dal piacere, ma in realtà ella si perde in uno shopping frenetico, che nasconde anche a se stessa il terrore del prossimo controllo.

 

Il seno e’ simbolo di femminilità,e quello che si ammala è un simbolo,e perciò si ammala anche una biografia,una storia personale.

Se dunque la malattia provoca spaesamento, vissuti di precarietà e di perdita di potere personale in relazione al proprio agire nel mondo, la medicina, il sapere medico, aiutano a ridurre la caduta, ma di certo non sono in grado di esaurire nell’ambito del proprio sapere che cosa significhi la malattia per quel soggetto, come essa si inscriva nel suo universo di credenze e di costruzioni simboliche.

Le cure mediche hanno fatto enormi progressi:le sopravvivenze si sono allungate sensibilmente insieme con le aspettative di vita libera dalla malattia.

 Ma per quanto riguarda i segni è necessario tornare a quell’immagine del corpo che ora è ferita, che rischia di essere infranta,perché ora i gesti dell’altro, i suoi sguardi rimandano a una immagine che non si sente più’ appartenere a se ma che appartiene al passato e nel quale non ci si riconosce.

 

 Inizia per Patrizia un periodo di grande angoscia,da quando le hanno diagnosticato un cancro all’utero, riferisce di guardare le altre donne per strada e di chiedersi se anche loro sanno cosa vuol dire sentirsi diverse, estranee anche a se stesse, sole.

Emerge una grande paura, un senso di solitudine,la difficoltà della ricerca delle parole giuste per parlare agli altri, che “non avendo provato, non sanno cosa vuol dire essere malati di cancro”.

Niente è più uguale a prima, la casa in campagna che voleva realizzare diventa un traguardo impossibile,il figlio che cresce un compito superiore alle proprie forze,il marito, con cui aveva avuto fino a prima della malattia un rapporto di forte complicità, diventa  un estraneo che non può capire. Il dolore si impadronisce del suo corpo giorno dopo giorno senza tregua nessuna terapia sembra “fare effetto”.

 

 

Un evento improvviso destabilizza un intero nucleo familiare, la sfida è per la “famiglia tutta” riuscire a recuperare un nuovo equilibrio, un nuova visione del mondo che rielabori  l’accaduto e lo integri all’interno del proprio percorso di vita.

 Accade  frequentemente infatti che  il “dolore di una lesione” assuma connotazioni esistenziali,  metta in crisi una identità soggettiva e si allarghi,  coinvolgendo un intero sistema di relazioni importanti per il soggetto divenendo il “dolore di una famiglia”.

 

Che dire poi del” carico emotivo”  dell’ operatore sanitario che assiste il malato?

 All’operatore infatti è richiesta la capacità di accogliere l’altro con tutte le sue angosce, senza per altro lasciarsi travolgere dal dolore. Nel caso di malati terminali, il contatto con la morte dell’altro costringe l’operatore a un continuo confronto con le proprie paure e le proprie angosce di morte e infrange la fantasia onnipotente di poter guarire l’altro, con un inevitabile conseguente senso di frustrazione che alimenta i vissuti di impotenza di  inutilità e di paura.

 Pertanto può accadere che di fronte al paziente oncologico,specialmente se in fin di vita, molti operatori si sentano sopraffatti dalle emozioni dei pazienti e dei loro familiari,si identifichino completamente nelle loro sofferenze e non possano fare a meno di” portarsi il paziente a casa” continuando a pensare a lui anche al di fuori del contesto lavorativo.

Al contrario può succedere di difendersi da questo eccessivo impegno emotivo creandosi una sorta di” corazza”  che protegga dal contatto con emozioni troppo dolorose.

 Entrambe queste modalità relazionali impediscono un reale contatto con l’altro e comportano gravi rischi sia per l’operatore che per il paziente.

 L’ invischia mento causa una usura emotiva per l’operatore che finisce con il non essere più’ in grado di aiutare  poiché  incapace di separare i propri bisogni  da quelli del suo paziente su cui finisce col proiettare le proprie paure.

 La  corazza ugualmente determina un distanziamento che inevitabilmente raffredda la relazione come un muro che non permette di lasciar passare le emozioni.

 Anche in questo caso l’operatore non può  accorgersi del paziente che ha davanti. E queste modalità relazionali sono solo due esempi di possibili  comportamenti di fuga dalla relazione  che possono essere messe in atto da medici e infermieri.

 L’ampliamento del concetto di salute  intesa non più come  “assenza di malattia” ma come ” uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale”(Organizzazione Mondiale della Sanità) obbliga a interventi centrati sulla persona nella sua globalità, ad una presa in carico che sia in grado di accogliere e soddisfare i bisogni fisici, psicologici, spirituali e sociali , attraverso un approccio  multidimensionale in cui le  diverse figure professionali (oncologi, medici, fisioterapisti, psicologi psichiatri, radioterapisti,volontari ),  possano integrarsi al fine di assicurare  un’assistenza  continua e coerente.

 Il compito della medicina pertanto non può esaurirsi nella cura della malattia, e la cura del dolore,   nel passaggio  dal curare la patologia al prendersi cura della persona malata e delle sue sofferenze, passa necessariamente attraverso la costruzione di una relazione d’aiuto con la persona malata.  Solo all’interno di  una relazione di aiuto l’operatore può davvero prendersi cura dell’altro e delle sue sofferenze.

La persona malata ha necessità di essere accolta  nella sua unicità’ di persona  per poi  affidarsi alle cure dell’operatore sanitario.  La cura del dolore, è perciò cura del dolore fisico, ma anche cura dell’anima,  degli atteggiamenti mentali, delle paure, delle  emozioni che accompagnano il duro viaggio della malattia.

 In conclusione e per rispondere all’interrogativo iniziale è evidente che nella” cura  del dolore”, una buona pratica terapeutica deve  tener conto delle  implicazioni psicologiche spesso correlate alla  malattia e che accompagnano il lungo viaggio che il paziente,la sua famiglia e l’operatore sanitario  devono affrontare insieme.  

  Ciò si traduce, da una parte, nel prestare attenzione e dare risposta ai vissuti emozionali del paziente  spesso espressi in un “grido di dolore” ma il cui  significato e’ di più della sola sofferenza fisica, e dall’altra nel  tener conto del carico emotivo dell’operatore  sanitario  che può  definirsi  altrettanto “ doloroso” soprattutto se, come sovente accade,  mancano le condizioni ideali di lavoro.

Sicché, può accadere che , nonostante l’altalena di ansia e di paura, la disperazione  per ciò che non si conosce ancora, la tristezza di ciò che si è perso per sempre, la rabbia per il danno subito,  il nuovo rapporto con la fine della vita, la sofferenza fisica , il difficile percorso verso l’accettazione, il sentire il proprio corpo che ti tradisce “ faccia cosi bene sentire di non essere lasciati da soli nel dolore” per cui e’ possibile  affidarsi alla cure di operatori sanitari ,competenti e professionali,  per  poi  riprendere in mano la propria esistenza e continuare la propria  strada tortuosa, con la fiducia che seppure non si possa guarire e’ pur vero che ci si possa curare.    

   E magari lungo il viaggio scoprire che ­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­” per vivere con onore bisogna struggersi, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttare via tutto e di nuovo ricominciare e lottare(…)” (Tolstoj).

 

  articolo a cura di  maria donata ancona

 

tratto da "La malattia senza il dolore"

dossier pratico di terapia antalgica

curato dalla fondazione ANT Italia ODO Brindisi

Miro devicienti

Sebastiano Argentiero

Carmelo Sconosciuto

 

 

 

 

 

 
 
 

Quando l'ansia ci protegge dalla sofferenza dell'amore

Post n°4 pubblicato il 17 Marzo 2013 da Psicologiaexpress
 

                               amore ansiosoO

 

"Silvana ci racconta la sua storia. Ha 35 anni, e da 10 soffre di attacchi di panico. Sta vivendo una relazione con un uomo sposato e un'altra con uomo che vive lontano. E' venuta in consultazione per risolvere i suoi attacchi di panico. Ma cosa segnalano in realtà???"

 

Gli attacchi di panico segnalano il pericolo che Silvana percepisce in relazione al suo coinvolgimento affettivo.Si manifestano con una sintomatologia improvvisa e inspiegabile, attraverso sintomi come: tachicardia, sensazione di svenimento, vertigini.  Ha paura di impazzire, morire e venir meno.

 L’insorgenza di tale sintomatologia si correla a un primo episodio scatenante, e da quel momento è subentrata la paura che accadesse ancora. La PAURA della PAURA è diventata l’alimentatore dei suoi numerosi attacchi di panico. Corse in ospedale, giri di medici nel tentativo di scoprire e capire cosa le stesse accadendo. Dalla ricostruzione delle sue precedenti relazioni emergono storie precarie con persone già impegnate, lontane o "impossibili".

 Ricostruire insieme al terapeuta le sue scelte e timori le hanno permesso di far luce sulla paura, segnalata dai sintomi, di coinvolgersi intimamente con un partner e soffrire per un eventuale abbandono. In questo caso i sintomi rappresentano una possibilità di fuga da una situazione di coinvolgimento, ma allo stesso tempo non preserverano dal dolore per una relaazione insoddisfacente.

 L' ansia ha preservato Silvana da una relazione fatta di quotidianità  e di cui ha paura. Ora con la psicoterapia potrà acquisire quella sicurezza  e fiducia di base che l'è mancata nella sua prima grande relazione d'amore: quella con la madre.

  

 
 
 

E dopo la scuola..? Prospettive dell’inclusione lavorativa per persone con disabilità.

Post n°3 pubblicato il 17 Marzo 2013 da Psicologiaexpress
 

 

 

 L’attuale scenario politico ed economico non è rassicurante per nessun cittadino del nostro paese: licenziamenti, disoccupazione, precarietà lavorativa sono temi che assillano moltissime famiglie. I bisogni lavorativi e le problematiche d’inserimento nel mondo del  lavoro appartengono a tutti. Oggi inoltre milioni di persone soffrono a causa di una condizione di salute che, in un ambiente sfavorevole, diventa disabilità. Del resto “La vita è tutto quello che succede mentre stai facendo altri progetti” (JOHN LENNON, Beautiful BOY) e chiunque può ritrovarsi all’improvviso in una condizione di disabilità. È necessario intendere la disabilità come un problema successivo all’Essere Persona. Senza questo presupposto si rischierebbe di pensare a un disabile come a “altro” rispetto all’essere umano, quando invece, la disabilità è parte della sua stessa complessità.

 Tale consapevolezza ha indirizzato l’OMS ad adottare l’ICF (International Classification of Functioning, Disability and Health - presentato in Italia nel 1998), che è diventato lo standard internazionale, per misurare e classificare salute e disabilità. L’ICF ha introdotto, quale variabile determinante  nella  definizione dello stato di salute e benessere, “la relazione dell’ individuo con l’ ambiente”, producendo un grande cambiamento culturale con un notevole impatto sui  processi di presa in carico e sugli  interventi di politica  sociale e sanitaria.

    Il cambiamento  culturale    in relazione alle “evoluzioni concettuali” delle classificazioni dell’OMS

 Prima dell’ICF le Classificazioni internazionali  utilizzate dall’OMS nella definizione della Disabilità erano l’ICD e l’ICIDH.

Nel 1970, l’ICD (International statistical classification of diseases ) è stato  il primo sistema di classificazione delle malattie,  basato sulla sequenza: eziologia, patologia, manifestazione clinica;      un modello eziologico che non consentiva di cogliere le eventuali situazioni disabilitanti a seguito delle patologie.

Nel 1980, l’ICIDH (International Classification of Impairments, Disabilities and Handicaps ) fu pensato come complementare all’ICD al fine di  classificare le conseguenze delle patologie e le loro interdipendenze e per focalizzare l’attenzione sul recupero mirato e individuale delle potenzialità’ esistenti sia a livello di menomazione sia soprattutto di disabilità e di handicap.

Si basava su un modello sequenziale di base che distingueva fra menomazione, disabilità e handicap.

1.     Menomazione (impairment): perdita di sostanza o alterazione di una struttura o di una funzione psicologica, fisiologica o anatomica;

 

2.     Disabilità (disability): riduzione parziale o totale, conseguente a una menomazione, della capacità di compiere un’attività, nel modo e nei limiti considerati “normali” per un essere umano di quell’età, in condizioni basali, in eguale contesto;

 

3.     Handicap: condizione di svantaggio esistenziale e sociale conseguente a una menomazione o a una disabilità che limita o impedisce all’individuo lo svolgimento di un ruolo e un’attività sociale” normale”.

   La classificazione del 1980, nata per studi sul campo, ha costituito un progresso reale e ha contribuito al miglioramento della prevenzione, della presa in carico e della gestione della disabilità offrendone una base concettuale e uno strumento di analisi.

La sequenza descritta nell’ICIDH non corrisponde sempre alla realtà dei fatti: l’handicap può essere conseguenza di una menomazione senza la mediazione di uno stato di disabilità.  Una deformità può per esempio dare origine a ostacoli nei normali tentativi di instaurare dei rapporti sociali; essa determina l’handicap ma non la disabilità. Una persona può essere menomata senza essere disabile e disabile senza essere handicappata.

Accade inoltre che due persone con la stessa malattia possano avere diversi stati funzionali e che due persone con lo stesso stato funzionale non abbiano necessariamente la stessa malattia.

  Inoltre uno dei principali difetti dell’ICIDH 80 consisteva nel fatto che non prendeva in considerazione il ruolo dell’ambiente fisico e sociale nella genesi dell’handicap e di conseguenza questa classificazione non poteva essere utilizzata per descrivere e ancor meno misurare gli effetti prodotti da un ambiente inadatto sulla vita delle persone.

 L’ICIDH inoltre considerava il mondo fisico fisso e immutabile e non riconosceva ne’ la presenza di barrire ambientai e sociali ne’ l’assenza di facilitatori ambientali e sociali  che sono all’origine della disabilità!

Sicché le revisioni successive  dell’ICIDH hanno prodotto l’ ICF e l’utilizzo congiunto  con l’attuale  ICD- 10 ha accresciuto la qualità dei dati, ha veicolato una serie di importanti cambiamenti a livello culturale sui concetti di salute, funzionamento, e soprattutto disabilità.

 L’ICF rappresenta una classificazione delle caratteristiche della salute delle persone (non è assolutamente una classificazione delle persone)all’interno del contesto delle loro situazioni di vita individuali e degli impatti ambientali, oltre che una classificazione delle “conseguenze delle malattie.”

La salute (non è solo assenza di malattia) è uno stato dell’intera persona, pertanto è benessere strettamente legato al funzionamento umano a tutti i livelli: biologico, psicologico e sociale.

L’inclusione dell’ambiente nella definizione dello stato di salute è di primaria importanza: la salute di un individuo influisce direttamente sul suo contesto di vita (implicando dei cambiamenti sulle sue abitudini, sul lavoro, sulle sue relazioni), così come l’ambiente influisce sulla salute delle persone( per esempio a livello di leggi,atteggiamenti,barriere,inquinamento o stress situazionale)

Il concetto di funzionamento promosso dall’ICF esce dalla vecchia concezione di abilità residua per promuovere una visione positiva della persona con disabilità e indica gli aspetti positivi dell’interazione tra un individuo e l’ambiente in cui vive. La capacità di un individuo di svolgere un’attività se facilitata dall’ambiente si trasforma in un miglioramento della performance, diversamente,in presenza di ostacoli e barriere,in una diminuzione. 

 Infatti, il concetto di disabilità indica gli aspetti negativi dell’interazione fra l’individuo e il suo ambiente, per cui a parità di capacità due individui messi in condizioni ambientali differenti avranno performance diverse.

 L’ICF (non ha adottato un modello medico lineare) ma ha fatto proprio il modello bio-psico-sociale per cui la disabilità è la risultante delle interazioni reciproche fra le lesioni o le menomazioni a livello delle strutture e funzioni del corpo, le limitazioni dell’attività, le restrizioni della partecipazione e i fattori contestuali ambientali e personali . Un sistema di misura della disabilità non più legato alla sommatoria di ciò che manca a una persona ma a un’accurata valutazione del funzionamento e dell’ambiente.

Un metodo che impone di prendere in considerazione non solo la patologia ma l’intera persona con i suoi problemi le sue capacità  in relazione all’ambiente in cui vive.

 Da queste condizioni imprescindibili, ne consegue che, per favorire adeguati processi d’inserimento lavorativo, è necessario attivare percorsi mirati, processi riabilitativi, politiche sanitarie e azioni sociali efficaci e più che mai efficienti. Occorrono azioni mirate e specifiche nel rispetto dell’individualità e specificità dell’essere umano, che non possono non includere valori di sussidiarietà e solidarietà e azioni di responsabilità  di tutti gli attori sociali che insieme devono contribuire a creare “il Sistema dell’Inserimento Lavorativo”, poiché in assenza di tali azioni l’individuo più bisognoso di aiuto è destinato a soccombere.

Come si fa l’inserimento lavorativo?   Che fare per un ragazzo che esce dalla scuola e che si affaccia al mondo del lavoro  con diagnosi di autismo?

In questo territorio l’ASL si ‘è dotata di una U.O. collocata nel Dipartimento di Riabilitazione, che nell’ambito delle proprie attività riabilitative, svolge un’azione di mediazione al lavoro con programmi di inclusione lavorativa diretti alle persone disabili e alle aziende e in attuazione delle “norme per il diritto al lavoro dei disabili”,L..68 del 12/03/1999 , di concerto con il Servizio di Collocamento Obbligatorio della Provincia di Taranto, persegue la finalità  dell’inserimento lavorativo mirato. Per collocamento mirato delle persone con disabilità s’intende secondo quanto dispone l’art.2 della legge 68 ”quella serie di strumenti tecnici e di supporto che permettono di valutare adeguatamente le persone con disabilità nelle loro capacità lavorative e di inserirle nel posto adatto, attraverso analisi dei posti di lavoro,forme di sostegno, azioni positive e soluzioni dei problemi connessi con gli ambienti, gli strumenti e le relazioni interpersonali sui luoghi quotidiani di lavoro e di relazione.”

 Utilizzando gli strumenti messi a disposizione dalla normativa vigente il Servizio si occupa della presa in carico di persone disabili adulte che hanno l’esigenza di collocarsi nel mondo del lavoro e allo stesso tempo attua interventi  orientati alla conoscenza e alla sensibilizzazione del mondo del lavoro, oltre che, al reclutamento di aziende sensibili e/o obbligate dalla L.n.68/99. Attua interventi sulla società civile promuovendo una cultura positiva dell’handicap aderendo a iniziative aventi lo scopo di valorizzare le esperienze positive di inclusione sociale e lavorativa  di persone disabili.  

È il profilo di funzionamento (ICF) che consente di individuare i reali bisogni formativi e riabilitativi della persona nell‘ambito di un Progetto di Vita concordato insieme all’utente e teso a realizzare e soddisfare i bisogni specifici compresi quelli riferiti alla sua inclusione sociale e lavorativa. Le azioni di valutazione e di costruzione di un profilo di funzionamento  hanno lo scopo di individuare e conoscere i punti di forza e di debolezza della Persona, le sue capacità cognitive, funzionali, relazionali,  le sue attitudini e le sue motivazioni, le capacità di gestire le situazioni di frustrazione e di risolvere problemi  e  di individuare le risorse personali e ambientali utili per il suo inserimento nei  programmi di inclusione sociale e lavorativa. Questi elementi di conoscenza emergono nell’ambito dell’attività che consente la Presa in Carico della persona.

  Parallelamente al lavoro sugli utenti, un’area del servizio attua interventi finalizzati alla conoscenza del mercato del lavoro, al reclutamento delle aziende disponibili a ospitare esperienze di formazione al lavoro al proprio interno o in obbligo di assunzione. Le aziende, (sia quelle soggette agli obblighi della L. 68/99 e anche quelle non soggette), possono stipulare una convenzione con gli Uffici Provinciali del Lavoro per il collocamento dei disabili al fine di concordare i tempi e le modalità di assunzione. 

Le convezioni prevedono un insieme di misure e di strumenti che permettono di modulare l’accesso al mondo del lavoro in funzione dei bisogni e delle necessità della persona: chiamata nominativa; misure di selezione, agevolazioni, incentivazioni fiscali e rimborsi; misure di accompagnamento da parte dei servizi di mediazione;programmi di formazione sia all’interno che all’esterno dell’aziende programmi dei tempi delle assunzioni; tempi di prova più lunghi di quelli contrattuali, incentivi e agevolazioni per l’aziende.

È altrettanto necessario, alla stregua di quanto accade per l’utente, costruire un profilo del funzionamento dell’azienda.

Alla fine dei processi suddetti si realizza il maching: l’incrocio fra le abilità possedute dalla persona e i pre-requisiti richiesti dalle posizioni di lavoro. La conoscenza del profilo di funzionamento della persona e del profilo di funzionamento dell’azienda favorisce l’interazione positiva fra la persona e l’ambiente (ICF), laddove l’ambiente/lavoro rappresenta uno di quei molteplici ambienti di vita dell’individuo.     

 
 
 

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