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Un blog creato da Jiga0 il 21/11/2010

Schwed Racconta

Su e giù per la tastiera

 
 

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JIGA MELIK E IL SIG. SCHWED

 

Jiga Melik è l'alter ego intermittente dello scrittore Alessandro Schwed. Il signor Melik nasce nel 1978 nella prima e provvisoria redazione del Male, un ex odoroso caseificio in via dei Magazzini Generali a Roma. Essendo un falso sembiante di Alessandro Schwed, Jiga Melik si specializza con grande naturalezza nella produzione di falsi e scritti di fatti verosimili. A ciò vanno aggiunti happening con Donato Sannini, come la consegna dei 16 Comandamenti sul Monte dei Cocci; la fondazione dell'Spa, Socialista partito aristocratico o Società per azioni, e la formidabile trombatura dello Spa, felicemente non ammesso alle regionali Lazio 1981; alcuni spettacoli nel teatro Off romano, tra cui "Chi ha paura di Jiga Melik?", con Donato Sannini e "Cinque piccoli musical" con le musiche di Arturo Annecchino; la partecipazione autoriale a programmi radio e Tv, tra cui la serie satirica "Teste di Gomma" a Tmc. Dopo vari anni di collaborazione coi Quotidiani Locali del Gruppo Espresso, Jiga Melik finalmente torna a casa, al Male di Vauro e Vincino. Il signor Schwed non si ritiene in alcun modo responsabile delle particolari iniziative del signor Melik.

 

 

 

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La scoperta della via invisibile del sole

Post n°109 pubblicato il 25 Settembre 2015 da Jiga0
 

Diario dai confini delle giornate (Huffington Post, 23-09-15) 

di Jiga Melik 

Nella Toscana del sud, a dodici chilometri da Montalcino, si trova un gioiello dell'architettura romanica, la chiesa abbaziale di Sant'Antimo. Il viaggiatore la vede apparire sul fondo di una piccola conca, una navicella appena inclinata nell'erba. La leggenda riporta che venisse fondata da Carlo Magno come ringraziamento a Dio per l'epidemia di peste scampata dal suo esercito, ma a determinarne l'esistenza furono nel 770 i longobardi, i quali progettavano di erigere nell'area un monastero benedettino. Per ammirarla quale è oggi, fu necessario arrivare al tredicesimo secolo e costruirla. Di quest'abbazia, posizionata per esaltare le energie della natura e la corsa del sole al suo interno, parla una guida che dire insolita è poco. Il libro, breve come un lampo, e bello, guida appunto il lettore alla scoperta della strada di luce tracciata dall'architetto, e poi, cosa insolitissima, alla scoperta della via invisibile posta dentro l'abbazia, che esiste se la troviamo, proprio come quando troviamo un tesoro se lo cerchiamo, altrimenti giace da qualche parte ed è come se non esistesse.

Chiesa o apparizione? Il libro "Una finestra aperta, la chiesa abbaziale di sant'Antimo", è stato scritto da Jean Charles Leroy, padre priore della comunità dei premostratensi che dal 1992 vivono nel casolare apprestato come convento accanto all'abbazia, la quale fu da loro riaperta nel 1992 dopo la lunghissima chiusura avviata nel 1439 per decisione di papa Pio II. Da allora la chiesa era rimasta deserta, incontro occasionale di viaggiatori, di appassionati della bellezza e dei montalcinesi in gita come in un proprio giardino incantato, o se preferite in visita da un familiare.

Il testo del padre priore è il reportage di un viaggio che inizia nell'abbazia e conduce ad una porta che si erge con evidenza invisibile a pochi passi da noi - attraversata la porta, c'è il regno. "Una finestra aperta", potrebbe essere definito un insolito testo profetico, scritto nel XXI secolo e originato dalla professione monastica di padre Jean Charles Leroy, che dalla sua vita quotidiana a Sant'Antimo enuclea la mappa delle luci che solcano le mura e accompagnano pensieri che solitamente non pensiamo.

Sant'Antimo è la casa di padre Jean Charles, lui l'ha esplorata senza sosta: all'ora sesta e nona; in grandi come normali occasioni liturgiche; nel cuore della notte; in inverni rigidi; digiuno; in piedi; seduto; oscillando nella preghiera; tossendo; pronunciando un'omelia; nel gregoriano, dove i "sanctus" mimano la possibilità di volare coi nostri corpi.

Dagli acquerelli accanto al testo affiorano il crocifisso di scuola senese, la trabeazione vertiginosa, i colonnati trapassati dal sole, quegli animali fiabeschi accovacciati tra i capitelli che scalpellini insigni tracciarono. E il testo è il colloquio di Padre Jean Charles col suo fedele compagno di vita, il tempo, e il dialogo con qualcuno che pare lasciarlo solo, e a un tratto viene e risponde.

Il testo è lo scavo di un minatore. Il mercanteggiare abramitico di chi vuole strappare uno sconto alle peripezie nomadiche dello spirito. Quasi possiamo vedere la dislocazione di quei mercanteggiamenti e delle invocazioni. Tra le navate; proni davanti all'altare; imploranti giù nella minuscola cripta - davanti alla Resurrezione del Sodoma; gridati nella vastità del matroneo; sussurrati nel torace di Jean Charles. A scrutare il testo contro l'argento abbaziale, traspaiono microscopiche densità. Crepe sottilissime: la lotta con un'immanenza sovrumana. E a ogni rigo, il confine che a scavalcare scortica, quello tra la materia e lo spirito.

Traspare il chiarore dell'intuizione che appare un giorno e si completa un altro giorno di due inverni dopo. Si vede dove trasporti l'architettura e come sia possibile approdare, nel viaggio si scivola, si cade, ci si rialza da una via che appare-scompare e non afferri mai sino in fondo: solamente durante l'intuizione. Per utilizzare il libro, vi proporrei di operare una sorta di regia sulla scrittura: prendete una matita e separate i pensieri di Jean Charles Leroy. Tracciate una barra tra i periodi, frazionate il testo.

Recuperate i silenzi tra mezzo rigo e mezzo rigo, tra i giorni, le stagioni. Ricollocate la massa del silenzio nella vostra lettura; meditate al ritmo di chi ha meditato: setacciate il vostro cuore che assomiglia a quello di ognuno, e la paura è paura, la gioia gioia, così come acqua è acqua e giallo e verde sono giallo e verde. E ci rimarranno i respiri, i lamenti, le attese, le esultanze, forse risposte arrivate - e le risposte furono davvero risposte? Ci fu più delusione o più speranza? Dunque, mentre siete lì che setacciate, appare la frazione della parola divisa coi lettori. "Ma appena varcata la soglia/ ti accorgi/ che il tempo/ si è fermato/ sei entrato/ nell'eternità".

Trasformate le vostre barre in giorni, ore, decenni, e vi appaiono le frazioni del tempo monastico, e forse anche le frazioni del vostro tempo. Vagliate questo tempo che scorre per tutti, e solo dopo leggete, pensando a che possa essere lasciarsi macinare dalla pretesa di conseguire Dio, come accade in Tolstoj alla vita di Padre Sergio: "Appena varcata la soglia/ ti accorgi/ che il tempo/ si è fermato".

Guardiamo dunque la prima stazione: "Appena varcata la soglia", il ricordo di un lontano ieri, quando spinto dalla scelta di lasciare il mondo, tu padre priore arrivasti sulla soglia della chiesa e apparve tutta la vita nuova; allora, nel ricordo, nel varcare la soglia un'altra prima volta, viaggiando nel tempo, senti solamente adesso che in quell'ora stavi entrando in un'altra vita, imponderabile. Dopo "Appena varcata la soglia", seconda stazione del testo: "ti accorgi". Che succede quando si capisce tutto?

 

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