Post n°1232 pubblicato il
11 Gennaio 2009 da
snoopy68
Una conquista di coscienza
Vincenzo Andraous
Certo è che del carcere tutti sappiamo tutto, ma a pochi importa qualcosa davvero.
Questo vale anche per chi in carcere muore, per chi in galera sopravvive e per chi ci lavora, perchè ognuno parla, agisce, dimentica, per idelologia, per appartenza, di conseguenza ognuno mira al proprio interesse personale, al rafforzamento della propria casta, al male minore da scegliere.
E così i morituri non fanno notizia, nè suscitano pietà, quella è finita da un pezzo nelle carceri italiane.
Esaurita la pietà, come la sensibilità, perchè la prigione così deve essere: un luogo di morte, in cui ipocritamente è richiesta speranza e riabilitazione.
Il carcere e la pena, il carcere e la persona umana, il carcere e gli operatori mai sufficienti, il carcere e la sicurezza, il carcere...e l'uscita con i piedi in avanti.
Un tempo ( fortunatamente superato ) si "evadeva" in questo modo tra rivolte e omicidi, oggi per somma di sofferenza e abbandono,e seppure la differenza sia abnorme, non saprei quale delle due eredità sia un fardello accettabile.
In questa umanità che allontana e divide, appare pressante una domanda. Si tratta di stabilire una certezza, non solo quella della pena, troppo spesso usata come nascondimento di ben altre assenze politiche, occorre piuttosto delineare un'altra certezza, quella della vita, della dignità, della speranza. E lo si può fare partendo da un interrogativo che può apparire anacronistico:
a chi il compito di educare? Educare perché e a che cosa e quando?
Queste domande, che possono riguardare ambiti diversi e ruoli distanti tra loro, sono interrogativi esistenziali, e dalla rispostae che daremo, responsabile o disimpegnata, dipende in generale la qualità della vita sociale, nello specifico invece il sentire e l'agire di chi il carcere lo gestisce e ancor di più lo vive, subendolo passivamente.
Quando una persona muore tragicamente e, peggio, in solitudine, non ci sono soluzioni esaustive o convincenti per far sì che quanto accaduto non si ripeta, ma almeno si può tentare di chiamare con il suo nome quella assenza che ha causato il danno: in questo caso l'attenzione.
Si parla spesso di rieducazione, di trattamento, di pena che recupera, di mezzi e strumenti che mancano, forse occorre fare un passo indietro, e pensare, dentro e fuori, nella posizione che ognuno occupa, che siamo educatori ed educandi, sempre e comunque, ed educare alla vita può diventare un imperativo anche in galera: se sapremo riconoscere il valore della dignità umana.
Educare e rieducare non è uno slogan, né una critica, bensì è intendimento e capacità operativa, affinchè il costruire e ricostruire insieme non rimangano forme dialettiche rinsecchite, che servono solo a giustificare il proprio compito, ma ritrovino un sistema di valori, di diritti e doveri condivisi, come processo veritativo per una conquista di coscienza.
dal sito fuoriregistro.it
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il 20/12/2011 alle 08:42
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