LA CRITICAL REVIEW DI BARBARA AUGENTI La magia desnuda di internet

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Sul limitare del mese di esposizione di  Opera Domus, ricco di transiti e pagine sfogliate, la recensione di Barbara Augenti arriva insieme alla nuova serie di IM_PERFEZIONI DIGITALI (Daniela Zannetti) a ricollocare La Domus, la Casa,  al centro del percorso dell’artista Carlo Marchetti come momento di catarsi realizzato con la vendita dell’immobile e il saluto alla Casa. Involucro e contenitore che diventa altro, restando eterno riferimento di Opera. La recensione di Barbara autrice già per Sit N.zero con saggi dedicati al” Tempo e la Velocità. L’efficienza”, “Ruggine” le tendenze moda e colore 2019,  la recensione all’Artista Fabio Masotti “Cuore Pellegrino”, “Astri. Conosci te stesso” e “La donna e la Pipa” nel Caso Lalla, Laura Cambellotti, si affianca al progetto con la sua visione d’insieme, meticolosa e vissuta pagina dopo pagina, Sala dopo Sala.

 REVIEW

BARBARA AUGENTI

La magia desnuda di internet

20 APRILE 2020

In questo Spazio ad invito dedicato a scrittori, critici e appassionati di arte, elaborare uno scritto per Opera Domus diventa – letteralmente – un’impresa paradossale. Come si può, con le parole, raccontare ciò che nelle immagini e delle immagini si svuota per riempirsi e si riempie per lasciare spazio ad un’arte senza mai una fine, dacché la fine, in fondo, mai può esistere? O, almeno, esiste ma solo parzialmente, per le sole cose limitate e ridotte; dunque, se l’arte è assolutezza , la fine non può riguardarla. Come, d’altro canto, non può riguardarla un principio. Non mi fermerò, quindi, ad un artista in dettaglio, ma percorrerò un processo inverso e cercherò l’interezza attraverso il virtuale, proprio soffermandomi sul particolare. Ma un particolare universale. Perché si tratta di un’opera  – un organismo – in nuova sequenza, svincolato dalla sua identità familiare, dalla sua radice, dalla propria abitazione dei sensi e dell’anima, che sceglie di diventare altro…

Così parlerò di uno per dire di tutti e guarderò l’insieme per tentare di comprendere la minuscola rifinitura, cercando di raccontare quello che non si può raccontare senza diventare inconsapevoli bugiardi e provando, se mi riesce, di vedere senza esserci. Anche se, forse, altro paradosso – e per fortuna –  è di gran lunga più facile disfarsi del corpo per poter essere vicini, grazie alla magia desnuda di internet, imprigionata nello specchio, ai tempi del Coronavirus.

Le Sette Sale sono alchimia –il perfezionamento della natura umana, il ternario divino nell’incontro del quaternario terrestre – ed è così che la Casa diventa eterna. E propriamente intinte nella pienezza di una perfezione alchemica, sono le stanze titolate agli artisti radicati – gli abitanti – ospitali residenti e genius loci che aprono le porte, gli ambienti e gli spazi non visibili ai sette artisti transitanti – invitati, ospitati, passeggeri, partecipi – ed alla fine abitanti.

C’è la prima Sala, quella dell’incontro incompiuto, in tensione potenziale, il ritrovarsi evaporato che dissipa ogni azione che possa diventare passato, chiusa in un appuntamento eternamente carnale proprio perché giocato sul piano dei riflessi, ed eternamente ideale proprio perché dissolto dalla natura del desiderio; e poi c’è la seconda, dove nel colore rosso, nel sangue pulsante al centro dell’organismo casa, l’incontro avviene. E c’è incontro perché si respirano i vapori acquei di una contaminazione concatenata nel sostegno, nel conforto, nella protezione e nel nutrimento: una sala che ci parla di cucine e di fucine, di mensole e di argille, di eruzioni ribollenti trasmesse dalla freddezza di una ceramica, sedotta con il marchio del fuoco. Una sala che è un’officina magica e che dispensa cure elementali di ermeneutica per poter evolversi in una coscienza nuova (ma antica) che è, sì, conquista ma anche un ritrovamento di un ricordo. Un futuro che è tale perché dipendente dal passato e che probabilmente ruba la sua stessa giovinezza all’antichità solenne.

La sala numero tre è la sospensione tra ciò che verrà e ciò che è avvenuto, ed è la sala che svela il segreto del tempo, ed impugnando i ricordi ne dimostra l’inesistenza.  I ricordi lo smascherano, perché richiamano il passato in un presente che non può essere in altro che nel futuro; ma legato in cerchio con un passato che lo anticipa. “Se la mostra avesse potuto proseguire nel reale, senza i problemi attuali, si sarebbe già svoltae dopo il Vernissage il casale Marchetti non sarebbe stato più visitabile. Proseguendo nel virtuale, tuttavia e così, la mostra resta aperta…” Dunque che cos’è il tempo? Solo l’arte può dircelo. Perché non solo sa rispondere alle nostre domande, fa di più. Risponde nell’unico modo possibile: ponendocene altre. Ricordi di soffitta e parole ormai vecchie o troppo nuove. E nella sala tre si odono le parole inaudite, trame di un alfabeto che si fa guardare e traccia voli stilizzati ed embrionali con ali di carta, cristallizzati in tempere e matite, cartamodelli ripiegati in allestimenti consapevoli e compiuti oltre la materia conosciuta ( e vecchia, ormai, quella….)

E poi c’è una sala numero quattro, e quella è la sala della scala. O la scala che rende possibile l’esistenza della sala in un salire che al contempo è discendere, in una circolare quanto insolubile continuità. La scala è l’elemento – complemento che congiunge ed è qui che troviamo la grazia, la staticità in movimento, il dinamismo immobile ed immortalato. Ed è possibile che al piano superiore ci sia la quinta sala. Il transito è avvenuto attraverso quei gradini, il passaggio è in atto e la sala numero cinque è il gesto, l’azione che vive nel suo presente continuo di espressionismo filosofico, ritualità informale e gestualità cerebrale. Nella sala ci sono alfabeti migranti appostati tra cordami acrilici che (ci)  liberano dall’annichilimento: perché i segni di ogni linguaggio sono atti di forza che spazzano la propria materia per potersi esprimere, assentandosi in un itinerario disperso ma pur sempre presente.La sala numero sei è quella dell’olocausto emotivo e dello scroscio di cascate emotive solidificate. Una sala obbligata, esattamente quanto gli esili di Persefone. Una stanza che narra la voce della fuga ed il calore di un rifugio che è angoscia già caduta, eppure raccoglimento, un vortice avvolto dinanzi ad un (oltre)mare verticale dove geometrie assolutamente blu sembrano promettere un pacifico compenso di quiete lontana, trafugata da un sogno in discesa, verso mondi reversibili e aperti.

Ed è così che si apre la settima sala. Nel colore viola di una luce musicale e nella rigidità scura di una scala obliqua. La stessa severità impietosa del geologico complesso di non essere: i Monoliti che Gatta ci lascia osservare sono l’Olocausto che non ha facoltà di movimento e urlo, perché, semplicemente, è l’antitesi esistenziale che si fa afferrare. La settima prosegue sulle stesse sfumature di fumo ma in Romani diventano vita di luce senza possibilità di disperanze. Nelle sue intuizioni fotografiche, infatti, la classica staticità di pietra prende vita e movimenti da un’umanità e una dinamicità assenti nella sua natura; ma si apre il cielo nella sua incontaminata manna e in confortevoli nubi angelicate muove l’immobile, senza esserci, e si manifesta il divino nel cerchio irreale di una mano inanimata protesa in una pretesa di preghiera.

Nella settima sala, non poteva non sentirsi il suono dell’alfa e dell’omega all’interno di uno stesso paradosso vitale: il compiuto è un eterno presente che invalida la possibilità di una qualsiasi possibilità; ma il varco dell’altrove compie miracoli oltre ogni  dire. Perché compie l’inottenibile ed ogni ipotesi d’impossibilità, eternamente.

Barbara Augenti

 

LA CRITICAL REVIEW DI BARBARA AUGENTI La magia desnuda di internetultima modifica: 2020-04-20T10:14:41+02:00da Dizzly

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