Creato da indiana_63_883 il 12/08/2008

Vita On The Road

Storia di un uomo e della sua moto..."In Viaggio"

 

 

THE ROAD

Post n°132 pubblicato il 08 Aprile 2012 da indiana_63_883


Onnipresente nelle nostre vite...
Una frase che lascia pensare…

Quando la strada alle tue spalle è più lunga di quella che hai davanti, vedi una cosa che non avevi mai visto prima: la via che hai percorso non era dritta ma piena di bivi, ad ogni passo c'era una freccia che indicava una direzione diversa; da lì si dipartiva un viottolo, da là una stradina erbosa che si perdeva nei boschi. 
Qualcuna di queste deviazioni l'hai imboccata senza accorgertene, qualcun'altra non l'avevi neanche vista; quelle che hai trascurato non sai dove ti avrebbero condotto, se in un posto migliore o peggiore; non lo sai ma ugualmente provi rimpianto.
Potevi fare una cosa e non l'hai fatta, sei tornato indietro invece di andare avanti.

Susanna Tamaro

 

 
 
 

Buon 2012

Post n°131 pubblicato il 31 Dicembre 2011 da indiana_63_883

A tutti sento di dedicare questa bellissima frase di Jaques Brel

Indy

 

Vi auguro sogni a non finire la voglia furiosa di realizzarne qualcuno vi auguro di amare ciò che si deve amare e di dimenticare ciò che si deve dimenticare vi auguro passioni vi auguro silenzi vi auguro il canto degli uccelli al risveglio e risate di bambini vi auguro di resistere all'affondamento, all'indifferenza, alle virtù negative della nostra epoca. Vi auguro soprattutto di essere voi stessi.


Jaques Brel
Buon Anno

 
 
 

Il Mio Amico Andrea

Post n°130 pubblicato il 31 Dicembre 2011 da indiana_63_883

Rockettari di una volta.....

(per motivi di esclusività video, copia, incolla e guarda)

http://www.myspace.com/giardinodeisemplici/videos

 
 
 

Toy Run

Post n°128 pubblicato il 19 Dicembre 2011 da indiana_63_883
 

 

Sono le sette e mezza di domenica diciotto dicembre, suona la mia sveglia come un lunedì, piove e fa freddo, me ne accorgo dal rumore della pioggia che batte sulle persiane.

Ma non fa soltanto freddo, fa freddo, piove e tira vento… il massimo per un motociclista.

Il meteo parla di rigido ed improvviso calo delle temperature e tempesta in arrivo da nord-ovest sull’Italia meridionale, mari molto mossi.

Bella giornatina per un run importante, diventato un “must” negli ultimi anni, al quale non posso mancare.

Oggi è il “Toy Run day” la giornata speciale dedicata ai bambini meno fortunati ai quali gli “Angeli” del Napoli Chapter porteranno doni e prelibatezze alimentari, per far si che il loro Natale sia un pò più caldo, un po’ più dolce e anche un po’ più divertente.

Sono sotto la doccia, ricevo una serie di sms, qualche telefonata, faccio fatica a prendere il cellulare con le mani bagnate a metà strada tra il davanzale della finestra e la cabina doccia.

Che fai vieni?

Risposta: “Certo che vengo! Ci vediamo all’appuntamento”

E ancora: “Piove, fa freddo che facciamo?”

Ed io: “Andiamo ovviamente, ci vediamo lì”.

Un altro messaggio: “Giovà, ma tu ci vai al toy run?”

Ed io: “ma perché me lo chiedi, è certo che ci vado”.

Non mi spiego il perché di tutte queste domande via sms.

In accappatoio, guardo fuori dalla finestra e mi rendo conto…

Finalmente comprendo.

Cielo nero, pioggia dirompente, temperatura crollata in una notte di dieci gradi, il termometro segna 7° e sono le otto di mattina…

Tutto nel parco dove abito: tace.

Sarebbe stata meglio una bella giornata di sole, magari fredda, ma soleggiata…

Me ne faccio una ragione, non batto ciglio, scelgo senza esitare i capi adatti alla giornata, maglia in microfibra, t-shirt Napoli Chapter, maglia nera sottile a collo alto, inseparabile giubbotto di pelle, pantalone mimetico d’assalto, tuta antipioggia, sottocasco, casco semi integrale, guanti + guanti di ricambio + altri guanti di stra-ricambio.

Esco sotto la pioggia, il mio primo incontro è con Maurizio, Marino e Antonio che già è da mezz’ora sotto l’acqua perché viene dalla zona vesuviana e dato che si era basato solo sulle “Schiarite” e non sulle “piogge”, ha l’abbigliamento un po’ più “light” ma sempre super fashion e da vero harleysta, con il suo caschetto modello “isle of man” con tanto di nastro a scacchi bianchi e neri senza visiera, da vero hard biker.

Antonio, ha già testato il peso di alcuni chicchi di grandine sulla faccia, li ha considerati solo un dettaglio ma è lì, infreddolito e pronto all’azione.

Arriviamo al primo rendez-vous in tangenziale, e la pioggia ci tiene compagnia, i primi amici sono già sul posto.

Il primo tratto di una ventina di chilometri ci ha già “regalato” un assaggio di quello che ci aspetta per il resto della strada.

Poco dopo, Vittorio il nostro Director, propone di ripartire e presto siamo al “one minute to go” pronti e meravigliosamente ripetitivi nei nostri piccoli gesti di sempre prima della partenza, finalmente andiamo…

L’acqua è tanta, viene giù come da un Canadair, il vento laterale fa scorrere via le gocce dalla visiera che si ripulisce all’istante come sotto l’effetto di un tergicristallo, procediamo in formazione sfalsata e nonostante tutto le montagne d’acqua alzate dalla ruota di chi mi precede sono muri impenetrabili, il rumore assordante delle marmitte tapered di Maurizio mi induce a sorpassarlo e mi allineo al director che procede come un treno, è tosta, ma dobbiamo procedere, dobbiamo continuare, dobbiamo andare avanti, ma se pure volessimo, qui in questo punto dell’autostrada e ancora per almeno trenta chilometri siamo nel “nulla” non c’è assolutamente niente alla nostra destra e alla nostra sinistra tranne i campi coltivati e le bufale da latte, materia prima per l’ottima mozzarella.

Procediamo a ottanta, cento all’ora, andiamo piano ma restiamo compatti, nessuno resta indietro e guardiamo avanti.

D’un tratto, davanti a noi, davanti ai nostri occhi il grande simbolo, il segno che quello che stiamo facendo qui e ora ha un senso, ha un motivo, ha una ragione ben precisa.

Come cavalieri templari sulle loro cavalcature, vediamo di fronte a noi uno stupendo arcobaleno, grande colorato, un arco grandissimo sotto il quale passiamo presi da un brivido di meraviglia.

Mi risuona nella testa la canzone del mago di Oz, contemporaneamente il suono di una stratocaster che magistralmente suonata evoca il il famosissimo riff eseguito da Ritchie Blackmoore, non ho più freddo, non sento più la pioggia, non accuso più il vento laterale, è come una magia.

Vedo davanti a me tutti i colori come in un disegno, e penso, speriamo che Marco il nostro photographer riesca ad immortalarlo, seppure con difficoltà dovuta al moto, è veramente bellissimo!

La pioggia diminuisce, il vento si calma, aumentiamo un pò l’andatura, gli amici ci aspettano.

Arriviamo all’appuntamento finale di metà percorso e incontriamo tutti gli altri.

Il Toy Run è l’evento ufficiale di chiusura d’anno del Napoli Chapter, è il momento in cui si fa qualcosa d’importante, e vedere da lontano la marea di moto e persone ti da l’idea che fai parte in “un qualcosa”.

E’ difficile da spiegare, ma il “Sound”, i colori, le moto e le persone di ogni tipo, la diversità degli harleysti con i loro sorrisi, le pacche sulle spalle, fanno parte di un mondo al quale fa piacere appartenere.

Poco ancora e siamo in marcia, è un serpentone di moto rumorose e colorate, di bikers vestiti da Babbo Natale, di auto al seguito e di furgoni pieni di ogni ben di Dio, di ogni cosa di cui i piccoli ospiti del centro sociale al quale siamo diretti, possono avere bisogno.

Giungiamo nel piazzale del centro annesso alla chiesetta e parcheggiamo ordinatamente tutte le moto, i bambini vedendoci arrivare hanno gli sguardi di chi non sa cosa sia una moto; subito un corteo di Babbo Natale inizia a distribuire caramelle, cioccolatini, bomboloni tra i mille flash e le mille foto scattate di chiunque lì in quel preciso momento cerca di fermare un istante di felicità su quei visini di colore, in quegli sguardi tristi di chi non ha avuto la fortuna di una vera famiglia.

E in questo giorno, tanti omoni apparentemente rudi e inavvicinabili, con gli sguardi celati da impenetrabili occhiali scuri, con i capelli raccolti in bandane, mostrano la loro parte più umile e diventano bambini nei loro gilet pieni di patch ricordo di posti visitati, di run partecipati, di spille e di frasi uniche per ognuno, solo per tanti altri bambini un po’ più piccoli di loro.

Vedere la felicità negli occhi di un piccolo “biker” con il pollicino all’insù che ha avuto l’occasione per la prima volta nella sua vita di fare “un giro” nel piazzale della chiesa a bordo di una rumorosissima Heritage con trombe pneumatiche o a bordo di un road king custom che spara peggio della “grande Berta” il famoso cannone Francese con un mortaio da 305 mm., praticamente come se non avesse le marmitte è un’esperienza disarmante, è un momento bellissimo al quale ieri ho partecipato e di questo, ringrazio tutti gli amici del Napoli Chapter che sono stati attori, organizzatori e protagonisti di questo bellissimo evento.

 

 

 

 

 

 
 
 

Big Twin

Post n°127 pubblicato il 16 Gennaio 2011 da indiana_63_883
 


E' domenica, la "mia" domenica libera, esco presto, più presto del solito, da solo.

Fa freddo, ma va bene così.

Come sempre non ho un programma, né una meta né un itinerario preciso.

Lascerò al caso la scelta.

Come sempre, in autostrada, dalle mie parti ho tre possibilità: nord, sud, est, oppure la costiera.

Sono in sella da pochissimi minuti e già la "terapia"  harley, fa effetto.

I miei pensieri per adesso sono solo strettamente pratici: raggiungere la giusta temperatura del motore, fare il test dell'abbigliamento per vedere da dove passa  il vento e dove devo intervenire per stare bene, la ricerca del prossimo benzinaio per fare il pieno, e poi lascerò che la mia mente vada, vada via libera...

Per strada non c' è quasi nessuno, è troppo presto per i motociclisti da bar.

La moto non è perfettamente pulita, ma non importa, oggi non sono le poche cromature tirate a lucido di questa moto che m'interessano, oggi devo capire altre cose, ben più importanti.

Non mi accorgo di nulla mentre in automatico la mia fedele compagna di avventure imposta da sé la giusta andatura, mi rendo conto di andare piano, molto piano, forse anche troppo per essere su un'autostrada, ho una marcia alta, forse l'overdrive,  e il ritmo del motore è basso, cupo, corposo, quasi dormiente, però gira bene e mi piace, non mi stressa, la moto non richiede particolari attenzioni da parte mia, né tanto meno quella concentrazione che stamattina sento di non avere.

Mi rendo conto di non aver mai guardato il tachimetro da quando sono partito, cosa che abitualmente faccio d'istinto, né per verificare il chilometraggio, azzerare il trip, o controllare la velocità.

Ah, la velocità... dimenticavo.

Un concetto astratto che riempie le nostre vite, sempre, in ogni istante.

Ognuno di noi combatte dal primo risveglio contro il pochissimo tempo che non basta mai, contro gli orologi, contro le sveglie, contro i ritmi esageratamente stressanti, contro i budget che oramai tutti devono rispettare, contro i clienti, contro il lavoro, contro le persone che viaggiano lente quando invece dovrebbero correre, e non parlo solo di velocità "fisica" ma anche "mentale".

Allora mi domando: "Ma perché una persona che corre e combatte contro tutto e tutti dal lunedi al sabato, dovrebbe correre anche la domenica"?

Perché?

E' una libera scelta o solo una stupida emulazione?

E di chi poi?

Di chi corre per professione come il 46 nazionale?

Mi viene in mente una canzone di Fabio Concato di qualche tempo fa: "Guido piano" le cui parole regalano ancora qualche emozione.

Ognuno è libero di percorrere la propria strada come vuole, è ovvio che cinquant'anni fa per fare un tratto di strada ci voleva un giorno, a piedi, a cavallo e poi con la bici qualche ora.

Il mezzo meccanico ci aiuta a ridurre le distanze, ed è giusto usarlo nella sua massima accezione quando serve per spostarsi; ma se invece serve per "curare" la malattia del secolo che è la mancanza di stimoli, di interessi, di introspezione, di relazioni sociali, di contatti umani, di domande, di curiosità, di voglia di sapere, allora no, il mezzo meccanico diventa solo il prolungamento di arti e pensieri per colmare appunto, queste ed altre lacune.

Se devo andare a Milano per lavoro, prendo l'aereo o la freccia rossa, parto alle sei del mattino alle otto sono a linate, alle nove in riunione fino alle quattordici, poi un giro in centro, un taxi, l'aereo delle diciassette e in meno del tempo che ci impiega un bancario di Napoli, Roma o Milano nelle ore di punta per raggiungere il suo posto di lavoro in centro, beh, sono a casa.

Comodo, veloce, poco stressante, molto operativo, forse un pò costoso, ma in fondo se volessi mettere in conto di andarci con l'Harley dovrei partire alle sei del giorno prima per stare a Milano alle otto del giorno dopo fresco, docciato e risposato.

E allora?

Che voglio dire?

Voglio solo trasmettere un pensiero, uno su tutti: "La vita è fatta di scelte e di strade".

Le scelte e le strade spesso o quasi sempre si somigliano moltissimo.

C'è chi ha venti moto in garage e non ricorda nemmeno la targa di una di esse, non ricorda quando le ha comprate, quanto le ha pagate, perché le ha (forse solo per sfizio o per emulazione), c'è chi con la moto ci lavora, chi ci va al bar la domenica, chi indossa la tuta con il quarantasei e ti sfreccia in autostrada a trecent' allora, magari nella corsia d'emergenza che fa più "pilota", c'è chi ha lo scooter... scooterone, ma poi lo prepara, ci mette la centralina, le marmitte aperte, le gomme a profilo ribassato per andare a"bonneville" e poi resta impilato nel traffico a sgasare con la ruota appoggiata al bus davanti e a fare i "burn out" sull'asfalto umido, per dimostrare che ha la "moto".

C'è poi il guzzista, il mukkista, il moto retrò, l'harleysta (da aprire un capitolo a parte sulle mille sottospecie di harleysti, di sicuro non sono solo gioie ma anche tantissimi dolori...) ci sono i chapter, i viaggiatori solitari, i mods del ventunesimo secolo e tanti altri.

Ognuno di loro, a modo suo ha operato una scelta.

Le scelte vanno rispettate, ed io rispetto quelle di tutti.

Dice un mio carissimo amico, ma non lo dice solo lui: "il mondo è bello perché è vario".

E' anche verissimo ciò che dice il mio amico Mario in arte "Merio" che per andare dove dobbiamo andare... dove dobbiamo andare... è meglio arrivarci presto e bene e poi divertirsi sul posto "usando" l'autostrada solo come mezzo di "grande comunicazione" per giungere a destinazione.

E' verissimo, non ho nulla da dire, è anche vero che se si ha a disposizione un solo giorno, torna complicato fare cinquecento chilometri andata e ritorno, con pranzo annesso e rilassamenti vari se la media è di "ottantallora", più che vero!

Ma resta il fatto che a ottantallora, a sessantallora, a quarantallora, si vedono cose, si sentono odori, si osservano situazioni, si ricordano oggetti e immagini che già a centoventiallora non si notano nemmeno.

Conosco tanti motociclisti che dalla ducati, dalla suzuky, dalla MV e da tante altre moto, per "loro" naturale scelta, sono passati ad altre marche più "Lente" "riflessive" e ne sono felici.

Ma guarda un pò... pensando pensando, e senza accorgermene... sono arrivato a Vietri sul Mare... sai che faccio... esco e mi vedo la costiera Amalfitana, tanto sono solo le nove, la gente dorme ancora, sono andato pianissimo, eppure, alle nove sono già qui... ho tutto il giorno davanti, eppure sono le nove.

Il big twin procede cupo, massimo tremilacinquecentogiri, ottantallora, Vietri sul mare, la costiera amalfitana, io sono a cavallo di  centootto anni di storia sulla mia harley, qui ed ora, sono felice.


Indy_loner

 

 
 
 

Black Soul

Post n°126 pubblicato il 26 Luglio 2010 da indiana_63_883
 

street bob nera

Il calore dell’asfalto bollente saliva verso di lui e il motore della moto sembrava quello di un piroscafo.

Trentacinque gradi all’ombra, umidità da foresta amazzonica, David era ancora una volta “on the road” e percorreva la sua strada, andava dritto e nulla poteva fermarlo.

Le sue braccia erano arrossate, le sue labbra rinsecchite dall’aria caldissima, i suoi pantaloni e la camicia sventolavano come le bandiere di una nave pirata, il gilet appena chiuso evitava che questa diventasse una vela, ma lui imperterrito continuava ad avanzare tagliando l’afa e l’aria senza esitazioni.

La sua Harley “nero opaco” bassa e pesante  procedeva maestosa e fiera,  correva nel vento, le mani tenevano il manubrio senza particolare forza, ma governavano la traiettoria con sicurezza.

Il motore girava basso e tranquillo come un vecchio diesel di un gozzo antico e vissuto.

I pensieri si avvicendavano nella testa di David, inseguendosi, l’uno con l’altro, amava visualizzarli come bimbi in un prato che si rincorrono e si rotolano nell’erba.
Pensava a tutto e a niente nello stesso momento.

La strada davanti era infinita, poche auto, nessuna moto, era solo, avanzava e apprezzava le bellezze del paesaggio circostante.

La linea dritta davanti ai suoi occhi tagliava in due le campagne verdi, sui lati della strada vialoni alberati delimitati da querce e pioppi allineati secondo schemi precisi; il cielo era terso, azzurro e punteggiato solo da rondini in volo.

La sensazione era molto vicina a quella di un pilota di biplano che sorvola le grandi praterie dell’oregon o del Kansas osservando l’orizzonte senza fine e senza ostacoli, stava provando la libertà allo stato puro, era in armonia con il paesaggio e con il mezzo meccanico, era parte di una miscela composta di calma, serenità e di benessere.

David viaggiava da ore, senza fermarsi, faceva appena le pause per la benzina e per un caffè, ma nulla che potesse chiamarsi: vera sosta.

Andava avanti e proseguiva dritto senza mai voltarsi indietro, le montagne avevano preso il posto delle pianure e l’aria si era rinfrescata, il sole era quasi al tramonto, e David attraversava ponti e viadotti a cavallo di rigogliosi fiumi.

Lo scenario era stupendo, l’aria meravigliosa, la moto era tutt’ uno con lui.

Si fermò sul ciglio della strada e spense il motore.

Lo scricchiolio tipico dell’acciaio in ritenzione gli fece subito compagnia  con i suoi crik dopo aver girato la chiave su off.

Espirò profondamente l’aria dai polmoni e rimase fermo, in sella, con lo sguardo perso nella valle sottostante, c’erano tanti alberi verdi, un posto davvero unico, le vette circostanti erano impervie e in lontananza sembravano insormontabili.

Davanti la strada proseguiva senza fine.

Era bellissima quella visione, quell’aria, quel silenzio, quella tranquillità, in compagnia solo dello scricchiolio del motore che a poco a poco si riduceva sempre di più lasciando spazio al suono del silenzio.

David, avvertì un senso di secchezza al viso e guardandosi nello specchietto retrovisore comprese il perché; era bruciato dal sole, aveva viaggiato per ore con la luce negli occhi e con il sole di taglio, nonostante gli occhiali scuri e la visiera del casco, i suoi occhi erano arrossati e stanchi, vide le rughe del suo volto parlargli e comunicargli la sua storia, l'espressione non era più quella di un tempo, non c’era più la spensieratezza di chi ha tutta la vita davanti, non c’era più la pelle tonica, il suo volto era lo specchio di se stesso, era vissuto come lui che aveva vissuto tanto e sempre.

Non aveva mai accettato compromessi con nessuno, nell’amore e nel lavoro, con gli amici e con i nemici era sempre stato se stesso.

La sua stanchezza era tutta disegnata sul suo volto, David non si fermava mai, era sempre “in viaggio”, la sua era un’esperienza continua e costante della vita, viveva giorno dopo giorno affrontando ogni alba con lo sguardo della tigre, ma quella scintilla negli occhi che da sempre lo aveva contraddistinto alle volte non scoccava e lui si domandava perché.

Erano pensieri andanti, pensieri senza una meta precisa, che come detto… si rincorrevano e poi si fermavano per ricominciare a rincorrersi, questo stato di cose, questi pensieri, queste riflessioni lo rilassavano moltissimo, e David restava in contemplazione.

Scese dalla moto e fece due passi, si voltò per guardarla, era affascinato da quel “pezzo di ferro” pieno di vita, vivo nella sua più profonda essenza, quasi pensante, ma seppure non pensante certamente con un’anima propria.

Quelle due ruote lo rendevano felice, quella bassa, nera e possente moto sembrava l’unico toccasana per  David; era l’inizio e la fine era emozione allo stato puro, era svago, era rilassamento, era viaggio, era libertà, era desiderio e appagamento, era lei, la sua harley.

Un uomo e una moto, una strada di montagna, una valle, tanto verde, il silenzio, lo sguardo all’orizzonte e la capacità di guardarsi dentro, stando bene con se stesso, questo era David.

 

 

 
 
 

Mio concetto di moto....

Post n°125 pubblicato il 01 Luglio 2010 da indiana_63_883
 

no comment....

 

 
 
 

Cavalieri Teutonici

Post n°124 pubblicato il 10 Novembre 2009 da indiana_63_883
Foto di indiana_63_883

Ai miei amici mukkisti

Spesso, per una serie di motivi, non si riesce ad organizzare un gruppo per fare un giro in moto.

Non dovrebbe essere una cosa particolarmente difficile o complicata, ma ciò nonostante, mettere d’accordo le teste ed i cervelli, i desideri di ognuno, i tempi, gl’impegni familiari, il meteo, i percorsi e loro durata con tanto di  mete finali,  diventa sempre più difficile e complicato.

Ma l’intreccio dei destini non perdona e non lascia spazio alla casualità.

Domenica I° novembre, giorno di tutti i santi, le strade di alcuni amici, tutti motociclisti si dividono  e prendono direzioni diverse.

Gigi con i suoi nuovi amici “mukkisti” (in gergo i proprietari di BMW) opta per un itinerario di circa 500 km. da farsi in un giorno per metà in autostrada con medie abbastanza sostenute e un’altra parte di strade statali.

Marino esce con i suoi amici “hard biker” personaggi da film “interceptor” tipo era post atomica.

Mario ha da fare in famiglia e gli altri chi per un motivo chi per un altro sono impegnati.

Personalmente, poco dopo aver riflettuto soltanto su quale autostrada prendere e in che direzione andare, mi vesto e scendo.

La bambina è lì, fedelissima mi aspetta, e come sempre mi regala ancor prima di partire grandi soddisfazioni, visive, olfattive e sensitive.

Imbocco la tangenziale, l’aria si è un po’ raffreddata rispetto al week-end precedente, ma il fedele dainese di pelle mi tiene caldo e assolve in pieno il suo compito.

Mi da un po’ fastidio il vento sotto la visiera, ce n’è veramente tanto in autostrada, allora mi accosto e metto una bandana arancione a protezione del naso e della bocca, guardandomi nello specchietto sembro un bandito dall’assalto alla diligenza, nel west alla fine dell’ottocento che attraverso le praterie cavalca il suo fedele mustang.

Imbocco la napoli-bari, ignaro dei percorsi che avrebbero fatto i miei amici, dell’orario della loro partenza e delle loro destinazioni.

Comincio a rilassarmi nella guida, a svuotare la mia mente dai pensieri che come dice il mio amico Roberto, “diventano come pesci in un acquario senza meta e senza direzione”.

Guardo davanti e vedo la strada, sempre lei, dritta e lunga, a destra pianure ancora verdi e non intaccate dal giallo dell’autunno, a sinistra le prime montagne e i primi rilievi irpini.

La storia di questi posti mi rimanda indietro di alcuni secoli, nel medioevo, al tempo dei cavalieri.

Non sono più un cow-boy nel vecchio west, ma un cavaliere che in sella al suo fido destriero attraversa la terra che  ospitò i sanniti ai tempi dei romani.

Cavalco fiero e il vento mi taglia il viso, guardo avanti e sono concentrato.

D’improvviso sento lo scalpitìo di quattro o più cavalli alle mie spalle, e da buon cavaliere solitario, mi preoccupo di guardarmi le spalle per capire cosa succede.

Vedo quattro cavalieri teutonici, bardati di tutto punto e pronti a combattere una crociata.

Io, sul mio piccolo ma veloce cavallo, sono una goccia nel mare al cospetto di questi cavalieri, alti sulle loro cavalcature, maestosi e imponenti.

Li vedo passare al mio fianco, e lo spostamento d’aria mi fa sbandare leggermente, ma tengo la linea e gestisco il cavallo.

Poco più avanti, c’è una stazione di posta, e lì, è obbligatorio fermarsi per rifocillare i cavalli e riposarsi un po’.

Scorgo tra gli elmi ancora chiusi degli altri cavalieri, il volto di Gigi, che sceso dal suo destriero grigio e nero mi guarda, mi riconosce e mi saluta.

Mi avvicino in groppa alla mia fedele puledrina e saluto anch’io.

Ci si ferma a parlare un po’, della coincidenza e della casualità che ci ha visti ancora una volta protagonisti e amici on the road.

Si parla del più e del meno, delle loro nuove moto (i cavalli teutonici) e della meta che raggiungeranno nel corso della giornata.

La mia bambina è alta la metà delle bmw e pure in lunghezza sembra un modellino rispetto alle “mukke”, ma ha la sua personalità e non sfigura.

Facciamo il pieno di benzina, due battute e via di nuovo on the road, ognuno per la sua strada, ma sempre amici, cavalieri, motociclisti.

Loro vanno… ad una velocità improponibile per la mia 883.

Il cavaliere solitario, ha la strada davanti, l’aria sul viso, i pensieri come pesci in un acquario... sta bene con se stesso, guarda avanti e va…

Penso: tutto questo, è meglio di qualsiasi cura, meglio di qualsiasi medicina, è meglio di qualsiasi terapia, ognuno di noi in tutta amicizia, ha scelto ciò che gli fa bene al cuore, alla testa, alla salute.

Ognuno ha scelto, la passione della sua vita.

Ognuno è felice così e sta bene così.

Carry on, live to ride….

 

 
 
 

Crazy Horse

Post n°123 pubblicato il 21 Settembre 2009 da indiana_63_883
 
Foto di indiana_63_883

 

Ci sono persone che dicono sempre di voler fare delle cose e poi non le fanno mai.

Ci sono persone che dicono di voler fare tante, ma tante cose… e poi ne fanno solo alcune.

Poi ci sono delle persone che non dicono mai niente e fanno tutto quello che gli passa per la mente.

I casi sono due, o sono pazzi e quindi senza più freni inibitori oppure sono cavalli allo stato brado con la libertà negli occhi e la voglia di vedere oltre quella porta che cosa c’è.

Una di questi cavalli selvaggi, si chiama Roberto, Roberto Parodi per la precisione.

Roberto è un biker convinto, è un “Arlista” come ama definirsi, ed è uno che oramai la moto la usa come il prolungamento del suo corpo per esprimere se stesso e per dimostrare che certe cose si “possono” e si “devono” fare.

Roberto ha una Harley Davidson modello Road King del 1998.

Questa moto conserva solo le “linee base” del modello originale,  ma ormai per mano sua è diventato uno di quei bobber minimali, bassi, scuri e tenebrosi che parlano pur stando fermi sul cavalletto.

E’ una bella moto carica di personalità.

Roberto ha interpretato il pensiero di molti biker, iniziando un’impresa incredibile che tutti, con una sviscerata passione per la moto, per le harley in particolare  e per certe altre “piccole attrazioni” di tipo filosofico-trascendentale avremmo voluto fare.

Sto parlando della famosa “Via dell’India”.

Roberto è partito per l’India in moto.

Noi tutti siamo con te, ti siamo vicini in questa impresa davvero difficile da compiere, ma sappiamo fin d’ora che vorremmo essere lì con te, per attraversare il ponte di Istambul a cavallo delle nostre moto e guardare in faccia l’altro lato del mondo, quello più complicato, incomprensibile, magnetico e inspiegabile che si chiama Oriente.

A presto leggere sul tuo sito www.threepercenters.it gli aggiornamenti che “Il Depia” aggiungerà day by day.

In bocca al lupo

“Ride to live”

Indiana

 
 
 

Il Contachilometri della vita....

Post n°122 pubblicato il 10 Settembre 2009 da indiana_63_883
 
Foto di indiana_63_883

Stamattina, diversamente dal solito, ho settato il contachilometri della moto sulla visualizzazione  totale anziché su quella parziale.

Premetto che con la nuova moto ho percorso pochissimi chilometri, ma sono ugualmente rimasto sorpreso nel leggere la cifra 1963 che corrisponde al mio anno di nascita.

Che stranezza, che coincidenza… ho pensato.

Ma guarda un po’ che va a succedere, e soprattutto cosa attira la mia attenzione.

Immediatamente, nello stesso istante in cui ingranavo la prima per andare, è partita ancora una volta, nella mia mente la proiezione del film della mia vita chilometro per chilometro.

Ogni mille metri avanti di “un” chilometro, ma soprattutto nella mia fantasia, avanti di “una anno”.

Mi sono visto in fasce, appena nato e con tutti intorno che mi guardavano.

Poi ho cominciato a sentire la musica dei platters, e poi un rock ‘n roll.

A seguire nella mia testa le note di “California Dream” e poi la chitarra di Gilmour alla fine del 1968 che suonava in un disco dal vivo.

Passato il 1970, ho sentito esplodere nella testa le bombe degli attentati durante gli anni di piombo, le sirene delle ambulanze e delle volanti.

Poi il vociare della gente ai cortei e la voce nel megafono e l’odore del limone nella bandana per attenuare il fumo dei lacrimogeni.

Poi la musica rock dei grandi gruppi verso la metà degli anni settanta, i gruppi psicadelici.

Verso il 1977, ho sentito stridere i timpani per il rombo di motori preparati ed impazziti pronti alle gare di motocross ed ho rivisto la mia foto sulla tessera della licenza di cadetto per “correre”.

Il chilometro 1980 dà inizio ad un altro decennio, le moto da strada, le ragazze, le comitive, gli amici e i punti d’incontro, i diciotto anni, le discoteche, i libri, la cultura on the road, l’università, i precotti della mensa,  le vacanze, il fuoristrada in montagna, il freddo di notte durante il trekking, i tramonti e le albe, il mare, la prima fidanzata seria, l’esame di matematica, il rock, “il chiodo” punk con la fodera rossa,  la musica di ogni tipo, le Camel, la birra Adelscott, i pub, le delusioni d’amore, i genitori sempre attenti, le radio libere.

Mi distraggo e sono già nel 1990, il lavoro, le responsabilità, le trasferte, Milano, altri amici, altre donne, altre storie, altre moto, altri viaggi, altri libri, altra musica, altre storie, radio Med.

Scatta il 1992, il mito dell’harley, le moto inglesi, il concetto di retrò e di vintage, la fotografia, la nikon,  il tiro con l’arco, lo zen, la filosofia orientale, le arti marziali, la scuola di sopravvivenza, il campeggio, l’avventura, il club dei nuovi amici, le serate in terrazza con la wodka tra le mani, le lucky strike, le marlboro, i primi sigari, lo scontro tra i miei amici matematici e fisici sulle teorie dell’origine del mondo .

Quinta, quarta, terza, scalo di marcia e imbocco la curva a gomito, riaccellero, la moto tira e il motore sale di giri, sono nel 1996.

Il matrimonio, la casa, i mobili, i quadri alle pareti, le tende,  i parenti, l’ordine costitutito, la felicità mista ad una strana sensazione di aver fatto qualcosa di grande o di troppo grande nella quale forse non mi riconosco.

Le domande, le notti insonni, le crisi di coscienza e la sensazione di aver sbagliato tutto.

Il contachilometri segna il 1999.

La paura del “millennio” la fine del secolo, la fine del mondo, il millenium bag, i computers che forse impazziranno…

E ancora… la fine di un’amicizia, le litigate sulla spiaggia, la bolla speculativa, la borsa alle stelle, i nuovi ricchi, il denaro facile, la yamaha enduro, il primo catalogo harley con la foto della Softail Heritage Springer, l’eterna domanda che mi pongo prima di addormentarmi, il terremoto dentro, la paura del domani, la crisi matrimoniale.

Il 2000!

Mi alzo sulle pedane e urlo Yeppaaaa, finalmente… i primi duemila chilometri della mia bambina!

Grande moto.

Come faceva il compianto Bettinelli che ogni mille chilometri in vespa durante i vari giri del mondo, si alzava in piedi e fischiava una musichetta…per esorcizzare l’incertezza del domani.

Continuo a guidare e mi concentro sulla strada che ho davanti, guido ancora, poi, mi fermo perché sono arrivato al lavoro.

Spengo la moto, guardo il contachilometri, segna 2010, giro la chiave, abbasso il cavalletto laterale, lascio scendere la mia 883 e la faccio adagiare a sinistra.

E’ l’alba di un nuovo giorno.

Andiamo a cominciare.

Buona giornata Indy.

 
 
 

Corri fiero, vivi libero...

Post n°121 pubblicato il 23 Agosto 2009 da indiana_63_883
 

 

Quando corri fiero sulla strada libera, i sensi si acuiscono man mano che assorbi il panorama.
All'inizio fai una specie di monologo interiore; parli a te stesso.
Dopo un pò tutto si placa a livello celebrale; diventi immobile.
Con una visuale panoramica a 360 gradi, tutto si lascia catturare e registrare.
Quella vocina che chiacchiera e mormora nella tua testa alla fine scompare.
Molti bikers scivolano in una sorta di meditazione libera, solo con una più alta soglia di attenzione.
Lontano da casa, devi stare pronto a essere messo alla prova in qualsiasi istante.

(Ralph "Sonny" Barger - Corri fiero, vivi libero)

 
 
 

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Foto di indiana_63_883

Spesso nella vita ci capita di viaggiare e stare lontani da casa per molto tempo.

Per lavoro, per necessità, per passione, per scelta, si lascia la propria casa, le proprie abitudini i propri affetti e si va lontano.

Ma poi, irrimediabilmente e inseguendo una recondita e misteriosa necessità, si cerca la propria casa, il proprio letto, le piccole cose di ogni giorno che ci danno sicurezza e ci aiutano a stare bene.

Nella vita si fanno delle scelte.

Nella vita si fanno cose giuste.

Nella vita si commettono degli errori.

La cosa importante per ognuno, è avere la consapevolezza degli errori commessi,  che se non ripetuti ci aiutano a crescere e a diventare migliori.

La brama di possesso e il desiderio di avere di più,  spesso ci portano fuori dalla linea principale e ci inducono a percorrere una strada che non  porta da nessuna parte, e ci si rende conto prima o poi che la meta primaria è ormai lontana.

Dopo tanti mesi di silenzio, prima interiore e poi sulla carta, adesso sento nuovamente la voglia di esternare le mie sensazioni, proprio come un tempo.

La mia passione più grande, è la moto, aggiungerei, l’harley.

La motivazione che giustifica la mia tenacia ad uscire con ogni tempo, in qualsiasi situazione e a vivere in simbiosi con la mia moto è molto forte, altrimenti non potrei mai affrontare il freddo, il caldo, la pioggia ed ogni avversità climatica.

Potrei vivere comodamente seduto nell’abitacolo di un’automobile per i trasferimenti da e per il lavoro, con aria calda d’inverno e aria condizionata d’estate, ma non lo faccio, o almeno non lo faccio abitualmente se non in caso di strettissima necessità.

In moto nonostante le dovute protezioni, mi ustiono le braccia e il viso al sole percorrendo chilometri su strade assolate o deserte in piena estate quando gli altri scelgono di farlo stesi su un lettino di una spiaggia affollata, rabbrividisco d’inverno e arrivo a congelarmi le mani sul manubrio quando qualcun altro prova la medesima sensazione in alta montagna scalando una parete o sciando, mi godo la frescura di un sottobosco in piena estate, pennellando dolcemente curve e pendii, mentre altri scelgono di fare altre cose.

Perché faccio queste cose al limite del masochismo ma che al tempo stesso mi fanno star bene?

Libertà mentale, ecco di cosa sto parlando.

Non più tardi di sette mesi fa, commisi un imperdonabile errore, vendetti la mia stupenda 883R, la mia prima harley, la solare moto di color arancio, la compagna di mille avventure, situazioni e contesti, colei che mi “somigliava” nella forma e nel carattere fu venduta solo per un mio capriccio, un mio vezzo che tra l’altro non appartiene al mio modo di essere, forse fu solo il desiderio di volere di più e possedere un qualcosa di più grande e più imponente.

Ma l’harley non è una cosa.

L’harley non è un comune oggetto.

Non necessariamente devi possedere un big twin, puoi essere felice anche con qualcos’altro, purchè risvegli quella parte profonda di te che solo una grande emozione può tirar fuori.

La scelta di una moto più grande, più performante, più grossa, più grassa e più più… non si è rivelata giusta.

Ci ho pensato e ripensato per notti intere restando insonne a fissare il soffitto in attesa di prendere una decisione.

Era bella anzi bellissima, questo è fuori discussione, però muta, priva di feeling verso di me.

Muta da farmi soffrire e non poco, e spesso pronta a lasciarmi senza parole e colmo di solitudine mista ad insoddisfazione.

La mia Darky non mi comunicava alcuna sensazione al di là del grande peso e del forte ingombro unito ad una scarsissima manovrabilità nell’uso quotidiano.

L’harley non è un oggetto, l’harley non è una moto qualsiasi, l’harley è parte di te, è parte di quella profonda essenza che si trova in fondo alla tua anima e al tuo cuore.

Se devo spiegartelo, è perché non puoi capire…

Darky non mi apparteneva ed io non appartenevo a lei.

Dopo molti tormenti, ho deciso di tornare a casa, nella mia casa di sempre che è la 883R, stesso colore, stessa cilindrata, stessa borsa di cuoio nero compagna di mille avventure.

Ho venduto darky e ho ricomprato una stupenda harley di color arancio, che mi ricorda l’alba sull’oceano o il tramonto su cuba, è solare, mi assomiglia, non ostenta mai le sue capacità, resta lì e ti guarda, ti ascolta, non pretende ma è lì da cinquant’anni, stessa forma, stesso modello, stessi colori.

Non è mai cambiata, è solo stata migliorata nel tempo e adeguata ai giorni nostri.

Non desidera bruciare i semafori, non vuole fare gare di velocità, non vuole affermare il suo carattere a tutti i costi, nonostante la sua sigla R (racing o forse rock) è dolce e comprensiva come poche, ma non esita a mostrarsi in tutta la sua grinta se la situazione lo richiede.

Quando sono montato in sella, la mia sensazione è stata:

“Sono a casa”.

E questo la dice lunga, questo significa, per me, di tutto e di più.

Evidentemente non sono dark.

Mi sono sentito immediatamente a mio agio, memore di tante avventure vissute insieme, delle migliaia di chilometri bruciati su strade statali e provinciali, autostrade, tangenziali cittadine, tra boschi, spiagge, colline, montagne e passi appenninici, dei serbatoi di benzina colmati e svuotati, delle gomme ormai lisce che slittavano in uscita di curva, delle staccate al limite in costiera prima di affrontare quell’ultima benedetta curva a gomito.

In un flash, montando in sella,  ho rivissuto tutto questo.

Ecco perché, chi come me cavalca una harley, sa cosa significa avere una espressione strana, direi un po’ inebetita, mista tra un sorriso ed un pensiero profondo che fa pensare a chi guarda dall’esterno, chissà che avrà questa moto che li riduce tutti così allo stesso modo.


 
 
 

Angeli e Diavoli - di Giorgio Gasparrini

Post n°119 pubblicato il 24 Aprile 2009 da indiana_63_883


Angeli e Diavoli


Si dice che ogni volta che saliamo in sella ad i nostri destrieri insieme a noi salgano pure angeli e diavoli... è vero... Rappresentano quel dualismo che rende questo modo di vivere così denso di emozioni che a volte il cuore pare voler saltar via dal petto e mettersi a correre... ad urlare... diavoli che girano quel polso in maniera a volte così irrazionale e violenta che lo schizzo di adrenalina ti arriva diritto al cervello senza passare dal via lasciandoti i tremori per lunghissimi interminabili minuti... che ti spingono a piegare quel tanto che basta da far diventare bianche le mani e diventare tutt'uno con la nostra passione... la nostra vita... tanto da pensare di averlo sfiorato quel limite... di aver scosso quel mantello con il nostro passaggio radente... e angeli che portano il volto e la voce di chi non è più con noi... dei nostri affetti... delle nostre paure ed esperienze costruite sulle nostra ossa rotte... angeli che ti accarezzano quel polso che torna a colorarsi e lascia andare la manetta quel tanto che basta per godere senza infastidire quel mantello che fino ad un secondo fa avremmo strappato urlando per lo spostamento d'aria per vedere s'è veramente così bella e sinuosa questa mitologica creatura perennemente celata dall'ombra della paura...

Pazzi? A volte forse... ma gli anni.. i kilometri e quelle risate che non sentiremo più ci fanno crescere più di qualsiasi schiaffo o cinghiata presa in gioventù... eppure "gli altri" non ci capiscono... esser Motociclisti è pericoloso... si muore... ma chi ve lo fa fare?

Poi ci trovate i WeekEnd in qualche strada di campagna sperduta tra i monti... seduti su un muretto con la sigaretta che si consuma lenta all'angolo delle labbra... con lo sguardo perso all'orizzonte e una mano che inconsciamente segue le sinuose linee del serbatoio o dell'affilato cupolino... colorati come farfalle... bardati come antichi cavalieri... da soli o in sfavillanti sfilate di scintille e riflessi... con il saluto sempre pronto anche se chi incroci non l'hai mai visto e mai più lo rivedrai...

Poi ci vedete seduti intorno ad un tavolo di trattoria o stesi su un prato vicino ad un lago.. con le nostre belle in vista.. rigorosamente in vista... che facciamo baldoria e ridiamo e mangiamo e beviamo tra noi come se fossimo nati tutti lo stresso giorno, dallo stesso grembo... tutti delle medesima classe sociale, estrazione e famiglia... ma come potreste credere che magari ci si è semplicemente trovati sulla stessa strada senza essersi mai visti o parlati prima? Ci crederebbero? Mai...

...ma in moto si muore... è vero... capita... ma quanta Vita è capace di regalarci questa passione?

Il papà di uno di noi che ora non c'è più... il papà di un Angelo con il 24 sul cupolino e nel cuore ci ha definiti così:

"...Mi aveva tanto parlato di voi, ma a dire il vero non lo avevo mai ascoltato più di tanto, ma essendo un gran "capoccione" me li ha voluti far conoscere uno ad uno,questi ragazzi e ragazze meravigliose da abbracciare e baciare come figli propri, immersi in quelle loro tute di pelle, con i loro tatuaggi, con i loro caschi da i colori sgargianti, tutti veri DURI! Gente che su strada non abbassa mai lo sguardo,ma provate ad alzare loro quelle visiere scure da marziani e troverete occhi splendidi, puliti, gonfi di quelle lacrime vere in cui puoi annegare ed arrivare fino in fondo alla loro anima per vedere com'è candida,occhi che solo la gioventù più sana può avere. Provate poi a togliergli quelle tute e troverete al loro interno dei bambinoni innamorati della vita,delle scorribande,dei week end a bistecche e salsicce, ma ancora tanto bisognosi di un padre o di una madre che li prenda per mano quando la sorte inizia a giocare così duro...."

...si, è vero.. in moto si muore, capita... può capitare ad ognuno di noi... ci si fa male... tanto male... ma quanta vita si trasforma in ricordi bellissimi, in attimi eterni, in risate così fragorose da far tornare il sole anche in una fredda e piovosa giornata di novembre?

Parlate con ognuno di noi... fatevi raccontare un giro, un aneddoto, una curva... e perdetevi in quello sguardo che comincia a scintillare come quello di un bimbo che scopre la vita per la prima volta... nelle risate... nel sorriso che, spontaneo, stira gli angoli del viso e distende la fronte...

Parlate con ognuno di noi... e chiedetegli cosa sarebbe di lui se un giorno dovesse rinunciare a questa passione... e preparatevi a sentire l'urlo del silenzio... e a vedere quello sguardo di bimbo diventare lo sguardo di un marinaio costretto a vivere a terra con il mare in vista... di un pilota che guarda il cielo ancorato a terra...

Già.. in moto si muore... ma ora credete di poterci capire? Io non credo... non ancora...

Chiedete allora di portarvi ad un raduno, ad una scampagnata... bagnatevi di pioggia scrosciante che vi penetra fino alla biancheria intima.. che vi entra nelle ossa... lasciate che il freddo vi punga fino a farvi lacrimare... lasciate che il sole tenti di liquefarvi mentre indossate l≠immancabile giacca tecnica... o semplicemente provate a chiedergli di fermarsi così, senza nessun motivo apparente per strada accostandosi al ciglio per stupirvi di quanti (automobilisti) non vi degneranno di uno sguardo e quanti (motociclisti) si fermeranno per offrirvi aiuto, compagnia, un semplice passaggio al più vicino distributore anche se esso si trovi a svariati km o un posto nel proprio box per la moto e un pasto caldo per voi mentre aspettate i soccorsi...

..fatelo e allora, solo allora arriverete a sfiorare l'essenza di essere Motociclista...

In moto si muore, è vero... ma non esiste modo migliore per vivere il tempo che ci è concesso... e se ancora non lo avete capito beh.. lasciate perdere, non lo capirete mai... ma se un domani mentre andrete a mare con la vostra famiglia automobilisticamente corretta dovesse sopraggiungere uno di Noi e vedreste vostro figlio girarsi di scatto e salutare sbracciando come un pazzo rinunciate a capire anche lui... lui che nella sua incoscenza vede in Noi quella scintilla che voi non siete stati capaci di scorgere... e se vedere il Motociclista ricambiare il saluto... beh... non c'è nulla di strano sapete? Tra Angeli in terra ci si saluta sempre... ma questo, chi ha perso le ali, non lo ricorda...

Motociclisti... strana, meravigliosa gente...

Giorgio Gasparrini

 

 
 
 

Into The Wild

Post n°118 pubblicato il 20 Marzo 2009 da indiana_63_883

 
 
 

Buon Compleanno a Gigi

Post n°117 pubblicato il 01 Marzo 2009 da indiana_63_883
 

 

 

 

Nel millenovecentosessantanove succedevano molte cose...


Non starò qui a fare l'almanacco del giorno dopo... però alcuni eventi è giusto ricordarli:

- Lucio Battisti cantava: un'avventura;

- Fabrizio De Andrè scriveva la guerra di Piero;

- L'uomo sbarcava sulla luna nel mese di luglio con l'Apollo 11;

- Fu creato il Network Control Protocol (NCP), il primo protocollo tra nodi denominato ARPAnet per la comunicazione tra host...  l'attuale internet;

ma tante altre ancora...

Molti le  hanno vissute in prima persona (grandi fortunati) altri come il sottoscritto ne hanno ricordi di bambino ma vivi e sonori come se fossero di ieri, ed altri ne hanno sentito solo parlare... 

Tra queste cose importanti, il 28 febbraio di quell'anno ci fu la nascita di Gigi, il mio caro amico, che appunto il VENTOTTO FEBBRAIO 2009 ha compiuto quarant'anni.

A lui  dedico questo stupendo video, testimone di un'epoca che ha lasciato "il segno" un pò in tutti, in quelli che c'erano, in quelli che erano bambini e anche in quelli che ne hanno soltanto sentito parlare.

Un fatto è certo, gli anni sessanta, ma in particolare gli anni che vanno dal '68 in avanti... sono stati e saranno anni veramente indimenticabili per tanti e tanti motivi.

A Gigi dedico questo video di un Carlos Santana esordiente noto come "Soul Sacrifice", molto coinvolgente.

Un piccolo consiglio o suggerimento, per vivere l'atmosfera è necessario tornare quarant'anni indietro, spegnere il cellulare, alzare il volume delle casse e lasciarsi trasportare dalle note...

Buon compleanno, ottimo ragazzo!

sempre "On The Road" con qualsiasi mezzo meccanico...

 Indy


Carlos Santana - "Soul Sacrifice"

Concerto di Woodstock 15 Agosto 1969 -

 

 
 
 

Stati d'animo

Post n°116 pubblicato il 28 Febbraio 2009 da indiana_63_883
 
Tag: harley

 
 
 

Marzo 1975

Post n°115 pubblicato il 07 Febbraio 2009 da indiana_63_883
 


Quel pomeriggio del marzo 1975 ero triste, pioveva forte e c'era una fitta nebbia.
Mio padre mi aveva punito perchè la pagella era nera e le insegnanti gli avevano detto che non avevo nessun futuro in quella scuola.
Il sette in condotta proprio non gli era piaciuto.
Avevo dodici anni e frequentavo la seconda media.
Nel mio petto batteva già un cuore che sembrava un pistone in un cilindro.
La mia stanzetta, i miei spazi, e tutto quanto girava intorno a me, parlava del mio amore per i motori, ma soprattutto per le due ruote.
Erano gli anni della regolarità, della tendenza agli sport motoristici che prediligevano le strade senza asfalto e le piste in terra battuta, uno su tutti, per me era il motocross.
Mio padre, pur non essendo un motociclista, in qualche maniera mi ascoltava, ma non soddisfaceva mai le mie richieste come gli altri padri facevano con i miei amici o compagni di scuola, tutti già possessori di ciclomotori o vespa cinquanta.
Ricordo in modo chiarissimo, quasi come fosse ieri, di come tutti i miei coetanei, riuscissero ad ottenere ogni cosa dai genitori pur non essendo dei campioni a scuola o in famiglia.
Pensai che forse ci fosse qualcosa di sbagliato in mio padre, perchè non mi potevo spiegare il motivo di tutti i suoi tentennamenti nell'appagare qualunque mio desiderio o richiesta, pur trattandosi di cose semplici o legittime per un ragazzino di dodici anni.
Mi faceva veramente desiderare una cosa prima di farmela avere, e senza lesinare ritardi su ritardi.
Mia madre invece, era il supervisore negazionista di ogni mia richiesta motoristica, ma avallava altri desideri tipici degli adolescenti, tipo la felpina o il jeans o gli stivali da cow boy.
Qualunque parola contenesse, motore, motorino, ciclomotore, bicicletta a motore, veniva bandita e censurata immediatamente senza possibilità alcuna di ritrattazione da parte mia.
Il bello era sempre vedere i miei genitori nemici e complici allo stesso tempo nel prendere una decisione che riguardasse il mio futuro a due ruote, dopo la classica ed immancabile bicicletta a pedali.
Quel pomeriggio, entrai nello studio di mio padre che era assorto nella lettura di un libro sul mondo del paranormale, e mi guardai bene dal distrarlo o dall' attirare la sua attenzione fino a che lui stesso non alzò gli occhi dal libro per domandarmi con tono tra l'infastidito e l'austero: Che c'è?
Ed io consapevole di essere in errore per il risultato presentato dalla scuola su di me, ma soprattutto per quel maledetto sette in condotta, gli risposi: ho capito di aver esagerato quel giorno in refettorio, quando ho strappato la cuffia alla suora per vedere se aveva i capelli.
Mio padre, seppur nella sua severità, non riuscì a trattenere un'espressione che definirei un misto tra un sorriso appena abbozzato, ma direi più uno scoppio di risata abortita, e l'incapacità di non mostrarmi la sua parte più naturale.
Iniziai le trattative diplomatiche, e in quella stessa sede, promisi che mi sarei rifatto dei cattivi voti, soprattutto quello in italiano scritto, e avrei superato brillantemente gli altri due trimestri che mi separavano dalla sicura promozione a giugno.
Mio padre mi guardò fiero, e comprese che non stavo scherzando, perchè nonostante l'età avevo già una certa personalità, ma soprattutto ero uno che la parola la mantiene.
Si decise di comune accordo per delle ripetizioni d'italiano.
Alcune settimane dopo, un pomeriggio ero a casa a studiare e suonò il citofono al solito orario di rientro di mio padre dal lavoro.
Non era solo, l'accompagnava un uomo, ed io dall'alto delle scale distinsi le due figure maschili.
Entrato in casa, mio padre mi salutò e mi presentò il suo amico e mio futuro professore, ma direi di più, il mio mentore.
Era un uomo alto, dai tratti medio orientali, con uno sguardo magnetico ed una barba folta e scura, nella mia mente di ragazzino lo associai a sandokan.
Sono Francesco, mi disse, ma puoi chiamarmi Franco, tuo padre mi ha chiesto di aiutarti ed io sarò felice di insegnarti quello che ho imparato soprattutto nel corso dei miei lunghi viaggi.
Franco era il classico uomo non convenzionale, uno dall'aria vissuta, con le rughe intorno agli occhi ed uno sguardo incredibile,  profondo,  accentuato dal colore nero dell'iride, era quasi inquietante.
Guardando le foto nella mia stanza, mi disse: sei appassionato di moto eh?
Si, risposi, sono tutta la mia vita.
E lui: anche io lo ero, sono stato campione italiano di motocross, ma poi l'incidente mortale del mio migliore amico mi ha spinto a lasciare, non riesco più a salire su una moto, nemmeno se è ferma sul cavalletto.
Rimasi male, cercai di dire qualcosa, ma si sa, a quella età in presenza di una persona più grande, per giunta un professore e per di più un professore di quel tipo... cosa vuoi dire... restai in silenzio e cominciammo la lezione.
Venne giugno, e il risultato atteso giunse preciso e puntuale come l' orient express.
Ottimi voti, disse mio padre, bravo, hai mantenuto la tua parola, ed io risposi: si l'ho mantenuta, ma devo tanto anche al mio nuovo professore, Franco il tuo amico.
Quel giorno stesso, nel pomeriggio, citofonò Franco per complimentarsi con me, ma non volle salire, al contrario mi pregò di scendere nel cortile.
Ero molto indaffarato, ma nonostante tutto, il rispetto che nutrivo per lui e la stima, mi spinsero a rimandare qualsiasi impegno pur di scendere un momento.
Uscii dal portone e vidi dinanzi ai miei occhi un qualcosa che mi tolse il respiro, non riuscivo nè a parlare, nè a sorridere, nè a piangere, nè ad abbracciare Franco, ero lì impietrito, senza forza nelle gambe e non potevo nemmeno avanzare.
Di fronte a me, c'era una delle più belle e desiderate moto da cross del momento, era una Simonini 50 cc. di colore azzurro metallizzato, altissima, con le ruote da cross e i parafanghi bianchi.
La guardavo come non avevo mai fatto prima verso qualsiasi altro oggetto, trovai la forza di camminare e mi ci avvicinai, era incredibilmente bella.
Franco, che era di poche parole, guardandomi mi disse: Allora, ti piace? Ed io senza parole, consapevole di aver ricevuto il regalo più bello della mia vita sino ad allora, alzai la testa verso la finestra e vidi mio padre e mia madre affacciati che mi guardavano dall'alto sorridendo, e risposi: E' stupenda, è proprio quella che desideravo, ma ero convinto che non l'avrei mai potuta possedere.
In quel momento mi resi conto di essere un ragazzino fortunato, molto fortunato, anche se il premio era stato solo merito di Franco che scoprii in seguito, aveva insistito con mio padre per regalarmi la sua moto, dal momento che non l'avrebbe mai più guidata.
Mi iscrissi alla federazione motociclistica italiana e l'anno seguente vinsi il campionato regionale nella classe cadetti con la licenza junior e la voglia di vivere nel cuore e fare sempre meglio.
Da allora non ho mai smesso di guidare, cambiare e possedere moto.
Oggi mio padre ultra settantenne, quando gli parlo di una nuova moto o di un nuovo modello, mi chiede sempre le caratteristiche tecniche, da buon perito meccanico;  e mia madre, dal canto suo, ogni volta... ripete sempre le stesse parole: quando la smetterai con queste moto, sarà sempre troppo tardi, i tuoi soldi li hai spesi tutti con questi benedetti giocattoli.
Di Franco, non ho saputo più nulla da oltre vent'anni, e cioè da quando mio padre andò in pensione.
Le ultime notizie, più che altro,  voci di amici degli amici, risalgono ad alcuni anni fa, quando si racconta che Franco lasciò il posto di ingegnere meccanico nell'azienda americana dove era un progettista e con la liquidazione sanò parte dei debiti contratti dalla ex moglie e con l'altra metà comprò un moto guzzi california 1000 e partì alla volta di Kathmandu nel Nepal per cercare se stesso e l'essenza della vita su questa terra.
Chissà, se l'occhio di shiva avrà vegliato sulla sua anima e chissà se Franco, nel corso del suo "Viaggio" avrà trovato ciò che cercava.
Spero vivamente che abbia raggiunto la meta.

Indy


Kathmandu l'eterna ricerca dell'uomo


 
 
 

Gioco Narrativo di Writer

Post n°114 pubblicato il 04 Febbraio 2009 da indiana_63_883
 

Questo Blog partecipa al gioco narrativo "Incipit" promosso da writer, il regolamento e le modalità di adesione sono sul seguente link:

 

http://blog.libero.it/AltreLatitudini/6426612.html

 

 

David

Era una magnifica giornata, tiepida e  trasparente.

Le montagne formavano un semicerchio di vette innevate  e sembravano così vicine da poterle toccare allungando un braccio.

Le otto del mattino.

Pareva impossibile che avesse potuto rovinarsi in quel modo la sera prima…”

 

David vide la luce filtrare nelle persiane, e toccare il bianco tappeto ai piedi del letto e mentre ancora assopito ascoltava il vento soffiare fuori dalla finestra, si svegliava lentamente.

Era fuggito da tutto e da tutti, aveva preso la sua moto d’impulso ed era andato via, era partito senza una meta precisa, con il minimo indispensabile nello zaino, giungendo in questo posto stupendo.

La strada era piena di curve, la percorreva in salita verso l’alto del passo, dove le aquile volano fiere.

Giunse alla locanda al tramonto, la sera prima, dopo un lungo viaggio, stremato da migliaia di chilometri percorsi tutti d’un fiato e intervallati solo dalle soste obbligate per i rifornimenti o per il caffè.

Deviò a destra sulla statale, perché era troppo stanco, e capì che era il momento di fermarsi,  la strada bianca terminava davanti alla casa.

Sistemò la moto sotto il portico di pietra viva e travi in legno ben lavorate, era un casale antico,  che si affacciava su una verde valle, e trasmetteva grande sicurezza.

Nel cielo blu scuro, sirio teneva compagnia ad una luna stupendamente luminosa.

Salito in camera, senza nemmeno cenare, poggiò tutte le sue cose sul baule di legno antico ai piedi del letto.

Tardò a prendere sonno e gli tenne compagnia una bottiglia di Jack Daniels, fino a tarda notte.

Due ore dopo l’alba, i postumi dell’alcool ancora si facevano sentire, il cerchio alla testa era ancora molto forte e per riprendersi, decise di fare una doccia corroborante e mentre risuonava una musica alla radio, riprese conoscenza e cercò di dimenticare le brutture del suo passato.

Un brano dei pink floyd aleggiava nella camera la cui finestra guardava la valle sottostante e in lontananza, nuvole bianche e soffici circondavano le alture come in un disegno fatto da un bambino con i pastelli colorati.

Aveva già dimenticato, ora, era pronto per il viaggio, quello vero, quello che aveva sempre bramato e mai realizzato.

La ciniglia morbida dell’accappatoio color azzurro, carezzò la sua pelle, e David presto stette meglio.

La fender stratocaster rimarcava il riff più famoso della storia del rock, e le note dell’assolo di  “wish you where here” gli diedero la giusta carica.

Bevve un caffè amaro, si vestì con i suoi abiti informali, un jeans, un pull-over nero il suo fedele giubbotto di pelle.

Scese in garage, accese il motore della sua harley davidson, che sul cavalletto vibrò come se fosse viva, ne ascoltò il profondo sound, ingranò la prima e  partì senza guardarsi indietro.

L’aria dolce di primavera, soffiava sotto il casco ed il suo foulard color arancio sventolava come una bandiera dietro di lui.

Sul ciglio della strada c’erano ancora tracce di neve, ed il rigoglioso torrente di lato accompagnava David nel suo percorso, suonando una suadente musica di acqua sulle rocce.

Il cielo terso, aumentò il suo buon umore, e presto dimenticò le angosce e i vecchi ricordi della sera precedente.

La strada era di fronte a lui, la moto fiera compagna di viaggio e amica di tante avventure lo assecondava nei suoi pensieri, David andava avanti, e sapeva che non si sarebbe fermato, la meta era ancora lontana, ma il viaggio lo avrebbe aiutato a rispondere a tutte le sue domande.

Era il protagonista del film della sua vita e come un’aquila in volo, dall’ alto del cielo,  vide la sua immagine a cavallo della moto che correva libera, e la valle circostante verde e rigogliosa fu cornice del più bel quadro che la sua fantasia avesse mai dipinto fino ad allora.

Indy

 
 
 

Biker-Enduro o Enduro Biker?

Post n°111 pubblicato il 02 Febbraio 2009 da indiana_63_883

Di figure mitologiche se ne sono sentite tante nella storia del mondo, pegaso era il cavallo alato, poi il minotauro, e ancora il centauro e tanti altri, ma un biker con lo stemmino harley davidson, il giubbotto di pelle nero e i frey neri al piede su una yamaha xtz 660 Ténéré del 1997, icona rigorosa del fuoristrada a tutti i livelli, non si era mai visto prima d'ora.

Ho infranto questa regola conformistica, come sempre accade, e stamane sono montato in sella alla mia nuova (si fa per dire perchè ha dodici anni ben portati) moto da città, che come già detto, rappresenta un gesto d'amore verso "Dark Princess" perchè a causa delle intemperie stagionali che non accennano a terminare o a diminuire, si stava veramente rovinando.

Adesso, pur contravvenendo alla mia filosofia base, che prevede da sempre "una ed una sola moto", ma ripeto solo per salvaguardia di un bene che lo merita, ho finalmente il mezzo "Totale" adatto ad ogni sfida cittadina.

Tombini, canaloni, rotaie, pavè, acqua, fango, fossati pieni d'acqua, scalini, parcheggi impossibili, sterzate al limite, da oggi per me non sono più un problema.

"L'Enterprise", vecchio nome di battaglia della precedente moto "gemella" che a causa di una limitazione del traffico in vigore nella mia città e poi mai applicata realmente, fu "svenduta" per pochi euro, è ritornata a "navigare" sulle strade impervie di questa city sempre più al limite della sopravvivenza.

Sono contento di aver fatto questo passo per tutta una serie di ragioni, ma soprattutto perche la mia "Strada" non può e non deve mai terminare, dove finisce l'asfalto inizia lo sterrato ed io sinceramente, non posso fermarmi nella mia ricerca e nei percorsi di vita che non ammettono ostacoli di alcun tipo.

L'Harley è stata, è, e sarà sempre la mia compagna di avventure "di lungo raggio" ma come l'enterprise, resterà solo un mezzo per il raggiungimento di una "meta" che da sempre è il mio obiettivo di vita, fermo restando un lungo viaggio, tutto ancora da vivere.

Indy

Camel Trophy

 

 
 
 

Gocce come diamanti...

Post n°110 pubblicato il 28 Gennaio 2009 da indiana_63_883
 

Mille piccolissime gocce d’acqua vibrano sul manubrio cromato della mia Harley e sembrano minuscoli diamanti.

Il ritmo regolare del motore al minimo le fa muovere mentre sono fermo nel traffico sotto una pioggia torrenziale e incessante,  non c’è la minima speranza di andare avanti né di tornare indietro, almeno nell’immediato.

I miei guanti sono inzuppati d’acqua, la temperatura è scesa e fa freddo, soffro in silenzio perché nulla posso fare se non gestire l’imprevisto come posso.

Ho lo sguardo perso nel vuoto, davanti a me solo gli stop dell’autobus di colore arancione fermo da un quarto d’ora, cerco una soluzione, un’alternativa un percorso diverso, ma tutte le strade sono bloccate.

Altro che “mother road”, altro che coast to coast.

Sono al centro di un ingorgo megagalattico di cui non riesco a spiegarmi l’origine.

Più tardi, in serata ascoltando il telegiornale, capirò.

Apprenderò che è successo di tutto e di più, con l’aggravante del concetto  “All’unisono”.

Muri crollati, voragini che ingoiano autobus turistici, incidenti mortali e concorsi pubblici… tutto magistralmente suddiviso nei quattro punti cardinali di una città grande non più di un quartiere di Los Angeles, con la contestuale paralisi totale.

Sono ormai consapevole di vivere, se così si può dire, se è ancora lecito usare questa parola desueta,  in una città assurda, affogata nell’acqua che incessantemente viene giù ormai da mesi, preda del traffico e dello stress ai massimi livelli.

Sere fa, guardavo in tv un documentario dal titolo: “Aria di neve” girato nelle più belle e affascinanti comunità montane di questa nostra Italia.

Mi sembra impossibile o inverosimile che a soli novecento chilometri da qui esistano dei luoghi così incontaminati, puri, puliti, dove la gente ha lo sguardo trasparente e si emoziona ancora guardando una vetta in lontananza o un tramonto tra le guglie delle dolomiti a tremila metri.

In particolare, ho seguito la storia di un boscaiolo che usa ancora una sega verticale mossa da una’apparecchiatura legata ad una ruota di legno mossa dalla corrente del fiume vicino alla sua casa, per tagliare le tavole.

Un uomo così pacato, calmo, dallo sguardo bambino che spiegava tutto nei particolari, ed io affascinato dal racconto seguivo e mi distraevo.

E’ gente che vive in un’altra dimensione, che non immagina nemmeno lontanamente il significato della parola stress  e frenesia.

Sono contento per loro, abitanti di quelle valli che mi ricordano Heidi e Peter;  un po’ meno per noi tutti che ogni giorno dobbiamo affrontare la follia dei centri urbani, delle città caotiche, delle sirene, dei semafori sempre rossi e degli incroci funzionanti come la “roulette russa” dove non sai mai se arrivi dall’altra parte perché qualcun altro è passato a tutta velocità col rosso incurante del fatto che non tutti i mezzi hanno una carrozzeria e quattro ruote o più, ma ci sono pure quelli a due ruote che espongono il conducente a molti più pericoli.

Sono solo riflessioni, sicuramente inutili.

Guardo le gocce d’acqua sul manubrio, mi sembrano stelle brillanti nel firmamento scuro di una notte di mezza estate, forse in Australia.

Siamo lontani da tutto, distesi su un tappetino di paglia a naso in su, forse è la notte di San Lorenzo, tu ed io siamo lì e guardiamo le stelle cadere… sono solo gocce d’acqua sul manubrio della mia Harley.

Indy

 
 
 
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IO E L'HARLEY


"La vernice che scottava e toccarla era un piacere.
Il motore incerto e pigro nei primi chilometri.
Ne è passato di tempo e di strada.
Ne abbiamo visto di mondo.
Ne abbiamo avuto di freddo.
E abbiamo riso.
E una volta ti ho spinta per sei chilometri.
E però ci siamo divertiti.
E le rughe non le sento più.
E quel fumo leggero che vien fuori dagli scarichi è senz'altro allegria.
Non può essere olio.
Ma poi ti guardo nel tappo e capisco che hai sete.
Ho sete anch'io e siamo in un bar.
Io dentro che bevo e tu fuori che stai lì.
C'è una ragazza bionda che mi parla.
Io intanto bevo."
Carlo Talamo

 

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POESIA DI CARLO TALAMO.


Non vivo per te.

Vivo con te.

Da tanto tempo,sono abituato ai tuoi difetti e ai tuoi capricci.

Da cent'anni sopporto gli scherzi e la malattie immaginarie che tanto inquietano chi

non ti conosce.

Sto qui.

Sto con te.

Me ne vado a spasso con te.

Traffico con tutti quei pezzi che hai.

E mi diverto.

E vibro.

E vivo.

 

IL VIAGGIO DEI PENSIERI....

Are You Going With me?

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PINK FLOYD - HIGH HOPES

Per Viaggiare... anche oltre la strada...

 

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Perché io viaggio su una moto

E assaporo il vento

Si è vero…è piena di bulloni…

Ma quando mi perdo nei miei pensieri

Lungo questo asfalto

Non c’è nessuno che

Mi può fermare!

 

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L'AMORE E LE PASSIONI NON DORMONO...

Niente è più brutto di una parola d'amore pronunciata freddamente da una bocca annoiata.

(Nagib Mahfuz)

 

VAGABONDO - I NOMADI

Dedicato a tutti coloro che ancora conservano un bimbo nel profondo...
 

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