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Post N° 111
Post n°111 pubblicato il 23 Settembre 2006 da Makataimeshekiakiak
Ex Libris Perchè ci odiano (BUR 2006) di Paolo Barnard, collaboratore di Report e Rai Educational (per cui ha curato un servizio su noti medici divenuti pazienti, dal quale è scaturito il libro Dall’altra parte, dopo Aiutami a morire sui malati “terminali”) è una ricerca onesta e coraggiosa sul terrorismo basata solo su fonti israeliane e angloamericane. Va segnalato insieme a Cento miti sul Medio Oriente (Einaudi 2006) di Fred Halliday, docente di relazioni internazionali alla London School of Economics, che smaschera i miti sul mondo arabo, sul mondo libero non occidentale. A cominciare da questi: “sono fondamentalmente diversi da noi, un altro mondo” per cui “ci vogliono regole speciali per capirli” e “potenze straniere o dispotismi interni per governarli”. Secondo Edward Said, gli scrittori occidentali hanno costruito “l’Oriente come un’invenzione conveniente e semplicistica, spesso come una fantasia oscena”. Lo scrittore anglo-pakistano Hanif Kureishi, in La parola e la bomba (Bompiani 2006), aggiunge: “I governi non parlano per noi. Abbiamo le nostre voci, per quanto possano sembrare soffocate”. E la storica iraniana Farian Sabahi, in Islam: l’identità inquieta dell’Europa. Viaggio tra i musulmani d’Occidente (Il Saggiatore 2006), insiste: “Non siamo terroristi. Non fateci sentire diversi”. Barnard smaschera i miti sulla lotta al terrorismo: inventati dagli “esperti”, radicati, ma tanto inconsistenti quanto attuali in tempi nei quali non riusciamo a dare un senso comune, condiviso, alle mattanze in Iraq, alle sofferenze in Palestina e alle macerie in Libano. Ci odiano perché sono fondamentalmente uguali a noi e prendono in parola le nostre stesse regole per cui, se le cambiamo o le violiamo apposta contro di loro, diventano fanatici e integralisti. Se poi li reprimiamo, massacriamo, torturiamo, allora ne faremo terroristi da distruggere col terrorismo di Stato. L’economista inglese, fonte autorevole e non sospetta, afferma: “L’origine della rabbia araba non va ricercata in una pretesa specificità culturale, religiosa, bensì nell’adesione dei popoli del mondo arabo alle rivendicazioni di giustizia e uguaglianza universale diffuse negli ultimi due secoli nel resto del mondo, dove sono ormai ampiamente garantite”. Si richiamano ai nostri sacri principi (autonomia, indipendenza, diritti umani) e contestano i loro regimi autoritari e corrotti, sostenuti da potenze straniere. Halliday svela un altro luogo comune, uno dei pregiudizi che inquinano i conflitti nel Medio Oriente, secondo cui tali popolazioni non hanno elaborato autonomi valori morali, bensì sono preda di credenze religiose e fanatismi dommatici che le predispongono al terrorismo: “anche in epoca moderna la storia del mondo musulmano è punteggiata da rivolte popolari, movimenti di popolo spontanei, nuove tendenze non solo sociali, ideologiche e religiose, ma anche politiche”. Secondo il ricercatore statunitense Daniel Dennet (in L’incantesimo della religione, “Micromega”, 6/2006) se guardiamo la Palestina e il Libano, dopo l’occupazione israeliana, ma anche l’Iraq dopo l’invasione, cioè Stati dove non c’è più alcuna fiducia collettiva, dobbiamo riconoscere che il “bagaglio di certezze reciproche e condivise che protegge una popolazione dalla rovina è prezioso e fragile” e sforzarci di capire, anche quando l’uscita dalla rovina si presenta sotto le forme tragiche e irreversibili del martirio: uccidere uccidendo se stessi per ridare un senso alla vita e alla propria gente. Una scelta per noi incomprensibile, orribile. Ma l’avvertenza vale anche per un’altra uscita, quella dei vincitori, gli USA: mercato delle religioni, più di 1.300. La Bibbia di una di queste, Vita vissuta con uno scopo, è stata comprata da “milioni di americani che guardano la loro vita moderna e stressata e non riescono a trovare alcun senso alle domande fondamentali del perché si vive, perché si muore..Ma i contenuti sono intolleranti, estremisti: spazzolare via tutte le altre religioni in nome della superiorità del Cristianesimo”. Osserva Dennet: “non sono così diversi da quelli di molti estremismi religiosi come l’islamismo radicale. Ed è comprensibile perché questo sia attraente per i giovani. Se fossi un ventenne musulmano istruito e cercassi di capire quali sono le mie reali possibilità, sarei probabilmente alquanto disperato e frustrato, pronto quindi a trovare soluzioni più semplici. Non è un mistero perché al-Qaeda ispiri i giovani. In un certo senso, il rev. Warren propone una versione più pacifica, meno sanguinaria, della stessa cosa”. L’onestà e la chiarezza di questo filosofo le ho ritrovate nel libro di Barnard sulla lotta al terrorismo. In tempi in cui gli orrori dei contendenti vengono spacciati nel mondo come errori (il bombardamento di una centrale sta provocando una tragedia ambientale) e al terrore individuale, omicida e/o suicida, si contrappone il terrore collettivo di un “partito di Dio” (Hesbollah) o dello Stato del “popolo eletto da Dio” (Israele), leggere pagine scritte con un rigore metodologico inusuale è antidoto salutare alla confusione e all’ipocrisia. Come studioso che, nell’Hospice Antea di Roma, ha tempo per meditare, aggiungo: qui ai pazienti oncologici inguaribili come me è garantita libertà dal dolore fisico con la speranza di una vita dignitosa sino alla morte. Soffro l’immobilità, ma più l’impotenza: la devo condividere con civili e bambini che in Palestina, Libano e Israele subiscono stragi in nome di Dio (cluster bomb USA, katiuscia) e con gli osservatori ONU: bombardati, uccisi (258), ostaggi di Israele che “impone di fatto la pulizia etnica a ridosso del confine” e di Hezbollah che “lancia una guerra santa e mira in ultima analisi alla distruzione dello Stato ebraico” (Comando Unifil). Una comune impotenza, una perdita di fiducia e verità inflitta da tali crimini di guerra (“Amnesty International”), miste a paura, odio e indifferenza, in un periodo in cui in Medio Oriente pare che al “prossimo” si possa fare tutto: Angelo Frammartino, ucciso a Gerusalemme da un palestinese, lavorava per il loro recupero scolastico. Per i responsabili del progetto “gli spazi di dialogo e tolleranza si restringono, la legge sembra esser quella della barbarie, c’è un comitato per difendere il progetto dalle minacce di esproprio dei militari israeliani”. Paolo Barnard ci avverte: “se vogliamo sconfiggere il terrorismo dobbiamo smettere di essere terroristi. E fermare Stati Uniti, Israele, Gran Bretagna, Russia”. Semplice ma terribile. Perché ci odiano? Perché nei rapporti sociali e nelle politiche estere, invece della regola ama il tuo prossimo come te stesso si applica questa: il fine giustifica i mezzi. Ovvero il principio secondo cui uno scopo etico (cioè ritenuto buono e nobile da una persona o da uno Stato) giustificherebbe qualsiasi strumento, anche i più ignobili. Barnard li elenca: crociate, roghi dell’Inquisizione, Shoah, lager, gulag, Hiroshima, torture della CIA, del Kap-Gestapu in Indonesia, dello Shin Bet e del General Security Service in Israele, della Jandarma nel Kurdistan turco, come nei centri di detenzione degli Stati arabi laici o coranici. Lo scrittore Claudio Magris, a chi ammette la tortura per sventare attentati e sostiene che in guerra i principi vanno adattati alla bisogna, replica: “i principi hanno un solo peso. Soldati americani sono morti per liberare l’Europa, ma dubito che la loro morte tolga valore ai principi che li hanno mandati a morire”. Stefano Rodotà richiama la recente sentenza di un giudice USA: ”l’equilibrio tra libertà e sicurezza non può basarsi su abusi”. Mezzi sono anche i bombardamenti, le stragi, da Guernica e Marzabotto a Cana, a quelle provocate da singoli terroristi: atti infami, tutti in nome di Dio (dal “Dio è con noi” dei nazisti, al “partito di Dio”). Cui si sommano menzogne, complicità, forniture d’armi, doppiezze: due pesi a seconda dei Paesi coinvolti (criminali condannati, come E.Constant, O.Bosch, D. Walker, Dan Mitrione, R. D’Aubisson, protetti a seconda della convenienza). Per Barbara Spinelli la strategia USA “tratta anche Israele come un mezzo e non come un fine e lo debilita anziché proteggerlo”. Per il filosofo Etienne Balibar e il fisico J-Marc Lévy–Leblond pure “la causa palestinese è stata strumentalizzata dagli stati arabi. Ma anche gli USA se ne andranno lasciando un oceano di rovine, diffidenza, odio”. Perchè gli altri, arabi compresi, dovrebbero fidarsi di noi? Integralismo, fondamentalismo e clericalismo dilagano. C’è chi si chiede se la intossicazione religiosa (Piergiorgio Donatelli, in Diritti, scienza e religione, “Critica liberale”, 123-124/06) non stia avvelenando l’intera convivenza sociale. Ma il Libano resta “un laboratorio di convivenza da custodire” (mons. Paglia, presidente commissione ecumenismo e dialogo). Altri religiosi hanno favorito la convivenza pagando di persona: da Spinoza, espulso dal popolo di Israele 350 anni fa per aver detto che “si può vivere senza Dio e i suoi sacerdoti” e che “solo gli uomini liberi sono gratissimi gli uni agli altri” (vedeva il Medio Oriente in guerra e suggeriva come fare la pace affidandosi alla ragione e non alla religione); al pastore luterano Bonhoeffer, che ammoniva dal lager nazista: “il tempo della religione come potere è ormai giunto alla fine, resta quello dell’interiorità, della coscienza. La mia diffidenza e la mia paura nei confronti della religiosità sono diventate qui più grandi che mai”. Giovanni XXIII pochi giorni prima di morire (3 giugno ‘63) ha lasciato una Preghiera per gli Ebrei che chiede “Perdonaci per la maledizione che abbiamo ingiustamente attribuita al loro nome di Ebrei. / Perdonaci per averTi una seconda volta crocifisso, in essi, nella loro carne, / perché non sapevamo quello che facevamo”. Oggi dovrebbe elevarsi da Israele e da coloro che ne negano il diritto all’esistenza o ne sostengono acriticamente ogni atto, compresi quelli che provocano odio. Se il Libano evoca la Spagna del ‘36 (sembrava una guerra civile, invece fu il primo atto della più grande tragedia dell’umanità), basterà che l’Europa impegni i maestri del pensiero nel confronto delle idee con il mondo dell’Islam invece che nello scontro di civiltà? Il libanese Gilbert Achcar, Università Parigi VIII, in Scontro tra barbarie (Alegre 2006) scrive: “la civilizzazione è un processo che va verso la pacificazione e il rispetto del diritto. Non c’è scontro tra Occidente e Islam, ma tra le barbarie che ogni civilizzazione ha in sè”. In un attentato a Baghdad dell’agosto 2003 morì a 33 anni Jean-Sélim Kanaan, funzionario ONU. Kofi Annan così lo ricorda: “Onesto e generoso, aveva già dedicato metà della sua giovane vita alla battaglia per la giustizia e la libertà”. J.-S. Kanaan ammoniva: ci siamo presi gioco di tutte le norme internazionali, un fallimento segnerà “l’inizio di una guerra civile fratricida tra le diverse comunità etniche e religiose, curdi, sciiti, sunniti”. Aveva ragione. Ma Susan Podziba, studiosa MIT dei conflitti per l’acqua nel West Bank (“il mio lavoro consiste nel socchiudere le porte che erano sbarrate e fare in modo che la passione le spalanchi. Qui è possibile l’impossibile. Dipende da noi”) in Il dialogo, senso comune democratico (“Una città”, 6-7/06) narra “la fatica emozionale e il coraggio quasi eroico” di operatori della sanità israeliani e palestinesi per riuscire reciprocamente ad ascoltarsi e darsi spazio: come i musicisti della Wester-Eastern Divan Orchestra diretta da Daniel Barenboim. E Vittorio Foa in La convenienza, la convivenza (“Una città”, 5/06) conferma: “possiamo lavorare per gli altri solo se lavoriamo su di noi: se si vuol cambiare gli altri si deve cambiare se stessi, essere sinceri con se e i propri sbagli, presenti, attivi nella trasformazione, autonomi”. Di più, anche nelle situazioni peggiori resta spazio alla consapevolezza che l’obbedienza non è più una virtù (don Lorenzo Milani), al cuore vigile (Bruno Bettheleim), alla responsabilità personale (Primo Levi, Zygmunt Bauman). Barnard segnala alcuni esempi: il tecnico nucleare Mordechai Vanunu, che ha svelato l’esistenza dell’arsenale israeliano (scontando anni di carcere e isolamento), l’ex paracadutista eroe di guerra Gideon Sapiro, divenuto attivista per il disarmo, i refusenik che nel 2003 si rifiutarono di bombardare i palestinesi. Ma anche l’ex direttore del centro culturale Ibn Khaldun del Cairo, Saad Eddin Ibrahim, confinato in casa per “essersi opposto al pugno di ferro del presidente Mubarak e impedito di cercare aiuto medico all’estero per l’ictus cerebrale che l’ha colpito”. Giorgio Fornoni segnala la giornalista Anna Polikovskaya, che osa criticare Putin in Cecenia. E ora? Bastano la ribellione morale di Shabbat e Fester (rifiuto del richiamo); l’invito del giornalista Plocker (chiedere perdono); la lettera di 40 registi; gli appelli di Grossman, Yehoshua, Oz e Warschawski? Nel ’93 ero in Bosnia, occhio del tifone degli odi, nel tentativo d’interposizione civile di massa Pace subito, imbelle e disorganizzato. Ora andrei in Libano e Palestina per sospendere gli accordi militari segreti e disarmare chi viola la tregua, compresi gli israeliani, senza odio. Le cure palliative, quelle per gli inguaribili, donano la speranza di una vita senza dolore inutile (Sergio Zavoli): donerà l’ONU il rispetto delle regole per garantire la comunicazione e la convivenza, oggi e domani? |
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Sappi in te stesso vivere soltanto.
Dentro te celi tutto un mondo
d’incanti, magici pensieri,
quali il fragore esterno introna,
quali il diurno raggio sperde:
ascolta il loro canto e taci!…
Fedor Ivanovic Tjutcev
Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch'essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.
Vincenzo Cardarelli
La festa mi accoglie con il profumo di copeta calda, vecchio amico fraterno. Ricevo il suo schiaffo scherzoso tra le sgomitate della solita gente. Mi fa bene, è aria di casa.
Seguo la fila, mi faccio spazio nella ressa e vado avanti con un’occhiata scettica alla bancarella dei falsi d’arte, il passo segue la musica andina nell’aria mista alla polifonia dell’orchestra in piazza, poi mi perdo nel fumo di salsicce arrosto e con quell’aria di fantasma smarrito ritorno a Porta San Biagio.
Sono un po’ deluso, lieve consolazione, aspettavo di vederti spuntare fra i passanti, temevo il tuo ciaobacinibacinicomestai, la palpitazione al cuore. Lo attendevo spaventato. Ma niente. Si torna a casa, incamminiamoci.
Non dimenticherò mai la scena. Una parte di me è uscita fuori ad osservarla, a scolpirla nel cuore della mia eternità, piuma che cade nel vuoto.
Forse non mi stai riconoscendo, dici. Eri là, in ombra sotto le fronde degli alberi, quasi uno schizzo in bianco e nero a forti contrasti, un accento nuovo nei gesti e nella voce, tecnangelo col cellulare in mano, lo sguardo è lo stesso, fulgido come le stelle, come sempre. Certo che ti riconosco, dico.
Un sorriso di saluto, il tuo lunare, il mio goffo, comebacinistaibacini.
E’ il terzo sant’Oronzo che ci vediamo così, ogni volta brucia sempre di più, e sempre di meno. Quattro chiacchere allegre, il solito lettore, ma eri tu a Gallipoli, e poi un altro sorriso, ciao. Giro l’angolo sulla corrente dell’emozione, è stato un attimo, mi lascio andare sul muro alle mie spalle. Una signora mi scruta dal balcone.
Buonasera, le faccio. Buonasera, mi fa lei.
A casa ho preso sonno in fretta, nelle orecchie il tuo respiro mi ha cullato.
Ed ora penso al tuo profumo terribile e dolce, più di ogni altro rubato e gustato ierisera.
Non dimenticherò mai la scena.
Jk
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