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la musica, suonare il pianoforte, suonare il mio violino, la luce del tramonto, ascoltare il mare in una spiaggia deserta, guardare il cielo stellato, l’arte, i frattali, viaggiare, conoscere e scoprire cose nuove, perdermi nei musei, andare al cinema, camminare, correre, nuotare, le immagini riflesse sull’acqua, fare fotografie, il profumo della pioggia, l’inverno, le persone semplici, il pane fresco ancora caldo, i fuochi d’artificio, la pizza il gelato e la cioccolata


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l’ipocrisia, l’opportunismo, chi indossa una maschera solo per piacere a qualcuno, l’arroganza, chi pretende di dirmi cosa devo fare, chi giudica, chi ha sempre un problema più grosso del mio, sentirmi tradito, le offese gratuite, i luoghi affollati, essere al centro dell’attenzione, chi non ascolta, chi parla tanto ma poi…, l’invidia, il passato di verdura





 
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Post n°559 pubblicato il 05 Luglio 2015 da enodas

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Post n°558 pubblicato il 02 Luglio 2015 da enodas

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Post n°557 pubblicato il 30 Giugno 2015 da enodas

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Post n°556 pubblicato il 25 Giugno 2015 da enodas

 

 

Mi gironzola intorno cercando di strapparmi un sorriso. Di strapparmi ad un pensiero che é misto di rabbia e frustrazione. Anima buona. Ma non riesco ad evitare che la mia mente sia assorbiata da altro. Che alla fine dovrei lasciarmi alle spalle. Rimugino. E vedendola cosi' mi sento in colpa. Molto. Per la delicatezza di una piccola attenzione. Per non essere in grado di sorridere. Andare oltre questo momento di inutile malinconia, contro qualcosa di esterno. E rispondere alla semplicità di un gesto. Mi sento inadeguato. Anima bella.

 
 
 

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Post n°555 pubblicato il 23 Giugno 2015 da enodas

 

 

Non so bene cosa scrivere. Mi rendo conto che ultimamente queste pagine siano un racconto di tutto quanto non sia la mia vita quotidiana. Troppe cose da fare per la testa, molte connesse col lavoro, non riesco a trovare il tempo per raccogliere me stesso e nemmeno scrivere. Lascio pagine bianche riempite di un punto da rimpiazzare, con fatica, in seguito. Come se ci fossero due binari paralleli tra i quali saltare, uno sempre in movimento e l'altro che mi assorbe piene energie, che senza accorgermi é quello in corsa continua, e di cui non trovo molto da parlare. Né spazio né ispirazione. Scivola via, scivolo io.

 
 
 

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Post n°554 pubblicato il 12 Giugno 2015 da enodas

 

 

 

"Chi vuole sapere di più su di me, cioè sull’artista, l’unico che vale la pena di conoscere, osservi attentamente i miei dipinti per rintracciarvi chi sono e cosa voglio."

 

C'era un filo sottile che univa Parigi a Vienna. Una linea in due direzioni sulla quale scorrevano le luci della Ville Lumiere, il rivoluzionario approccio degli Impressionisti e lo stile di vita della città imperiale e la cultura mitteleuropea. Lungo questa strada si pose anche Gustav Klimt, ed il gruppo dei Secessionisti, in generale, testimoniando la loro rottura con la Scuola d'Arte tradizionale ed il proprio abbraccio a quell'arte totale che voleva “tutte le arti su un piano di parità, la pittura, la scultura, l’architettura, disegno, fotografia”. Laddove "tradizionalmente, a Vienna il primo posto spettava alla pittura. Poi era arrivata la scultura. E la fotografia non aveva importanza”. L'arte di Klimt nasceva da questo mondo, in trasformazione, espressione di una nuova era. I Secessionisti indagavano, scrutavano i ritratti, davano vita a donne dalla fragilità infinità o dalla sensualità estrema, addirittura mortale. Era la donna fatale, la donna nuova. Scrutava altera e conscia del proprio potere. L'arte di Klimt nasceva da lontano, da colori brillanti e dorati, mille ornamenti ed un rimando continuo all'arte antica, i profili egizi, le forme greche, gli sfondi bizantini. Fino quasi a scendere nel mondo dei sogni, dove figure sembrano fluttuare, sospese in un baratro, perse in un recesso dell'anima, un paesaggio che é un intrico di alberi, linee sottili che si perdono, come profili che si sovrappongono. Alla fine risplenderà, come l'oro prezioso che permea lo sfondo di un bacio, un abbraccio forse, che risplende, fuori dal tempo.

 

 

“Al tempo la sua arte, all’arte la sua libertà”

 

Silenzio. Poche note, tremanti, salgono da un vuoto che é orizzonte imperscrutabile. Si alza un cavaliere. Sostenuto da quelle note, sempre più solide, sempre più forti, come pilastri che si reggono su un terreno ignoto, sconosciuto. Si arma, il cavaliere, condotto da ombre fluttuanti che ondeggiano nell'aria. Le stesse che quasi sembrano narrare, con il loro movimento, una storia drammatica. Mostri spaventosi, volti contratti, figure grottesche e paurose. E' una battaglia, quello scontro titanico, quasi impossibile, contro tutto quello che é malvagio nell'uomo, contro l'uomo stesso, le forze sovrannaturali. La senti, la musica. Un ingresso violento, note quasi impazzite. Sembra. Scivolano via, come l'attimo feroce della battaglia. Le figure fluttuano. Linee ridotte al minimo su sfondo candido, motivo decorativo di un fregio. La chiave é la musica, il suono di un'arpa, una ragazza che sembra una vestale in processione. Ed una calma infinita, come infinito sembra il canto spiegato. La forza dell'uomo, quel cavaliere bardato, non lo vedo ma sembra procedere nel buio più profondo dell'anima, laddove é sceso a combattere, soffrire, fin quasi cadere, accompagnato da quelle corde pizzicate che si annidano in un filo d'Arianna. Perché possa riemergere, spogliato delle armi, nella gioia di un bacio.

 


[...]

 

"Noi, esseri limitati dallo spirito illimitato, siamo nati soltanto per la gioia e la sofferenza. E si potrebbe quasi dire che i più eminenti afferrano la gioia attraverso la sofferenza."

(Lettera di Beethoven alla contessa von Erdödy, 1815)

 


"...The Pinacothèque de Paris wishes to examine an essential aspect of Art Nouveau, which was developed in Vienna at the start of the 20th century under the name Secession. Gustav Klimt's part in the emerging of that movement is a major one. The artist's talent and brio, from his precocious start to his excessive decorative effects, where gildings and the emerging expressionism are dominant, are the foundations of a new period, which flowered in Vienna at the turn of the century. That artistic movement is, in fact, at the origin of the birth, a few years later, of one of the major currents in modern art, Expressionism.
The exhibition - Au Temps de Klimt – La Sècession à Vienne - relates in detail that development in Viennese art from the end of the 19th century, beginning of the Viennese Secession, until the first years of Expressionism.
The core of the exhibition is based on a selection of major works by Gustav Klimt, from his first years of studying until the major works of his golden age, like Judith I (1901) or the Beethoven Frieze, a monumental work, reconstituted to scale.
A group of rare documents regarding the artist's life, his family and his brothers Ernst and Georg, who were also artists, with whom Gustav often collaborated, accompanies the visitor throughout the exhibition.
A very particular attention is furthermore paid to the first years of the Secession and to the influence it exercides on the artist's formation through the major Viennese intellectuals, such as Carl Schuch, Tina Blau, Théodor Hörmann, Josef Engelhart, Max Kurzweil, who, just like him, spent time in Paris at that period. Thus, the exhibition shows important masterpieces from the Secession and from the Austrian vanguard, such as the first works by Egon Schiele and Oskar Kokoschka.
The exhibition shows over 180 works taken from the collections of the Belvedere museum in Vienna, as well as from private collections..."

(dall'Introduzione alla mostra)

 

  

 

 
 
 

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Post n°553 pubblicato il 08 Giugno 2015 da enodas

 

 

 

Arriva una musica, da dietro le piante. La suonano, archi, trombe trionfanti, a tratti voci acute. E scrosci d'acqua. Brillano nell'oro, quello che ormai é rimasto come riflesso di un tempo che fu, un mondo che non esiste più, ed un regno che allora era di un re che si faceva nominare come il Sole. Nel cuore d'Europa, irraggiava, un misto di moda, modello da copiare, ed espressione estrema di potere, nel segno di un universo impossibile, distaccato da tutto. Brillava, come brillano i riflessi d'acqua, istantanei e fulminei, immaginari, come le creature mostruose che sbucano fuori dall'acqua, la biga di Apollo che si lancia furiosa dietro a cavalli mossi da fuoco divino. Immaginario, come le figure che si muovono sulle note fuse in una goccia d'acqua, altisonanti, ornamentali, ristrette in quel mondo che aspirava all'idillio e tutto si traduceva in cerimonia e maniera.
La musica no, quella no, invece, fluisce ancora, splendente e gioiosa, quasi trionfale, a tratti, passo dopo passo, giardino dopo giardino, piccoli pianeti, uno diverso dall'altro, nascosti dietro file di labirinti o arcate di rampicanti. Come se ci fosse un'orchestra oltre ogni angolo, tra gloria ed oro, anche se solo immaginato, si rincorre, nota dopo nota come cavalli al galoppo o il passaggio di una carrozza. Furente, dalle acque emerge Apollo al comando del suo carro di fuoco.

 

[...]

 

 

Eccomi, sono tornato. Ogni angolo di Parigi é per me ormai una pittura sfocata che chiude dentro un ricordo. C'é spesso un qualcosa che parla al profondo dell'anima, per una città che mi piace tanto, fino all'invidia, anche quando questo si nasconde dietro al particolare più semplice, sia un'insegna di un ristorante od un venditore ambulante all'interno dei giardini di un palazzo reale. Non avevo mai varcato le porte della reggia. Tanti anni fa, ricordo, ci si era passati in macchina, in partenza, dopo giorni che avevano lasciato un ricordo amaro. E più di recente, una manciata di anni fa, alla vigilia della festa nazionale, quando la sera si giocava una finale di calcio dall'altra parte del mondo, lungo i giardini... quella volta, meglio lasciar perdere... Anche così ogni angolo può ricordare qualcosa. C'é un sole caldo e sereno. Le fontane si accendono, come si accendono gli sfarzi del palazzo reale, tessuti preziosi, una galleria infinita di ritratti ed una, enorme, di campi di battaglia rievocati, lungo tutta la storia di Francia. Ed un corridoio si riempie di luce, uno specchio dietro l'altro, moltiplica le luci dei candelieri, i colori del soffitto... e la vista che si apre sui giardini.

 

 

 
 
 

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Post n°552 pubblicato il 29 Maggio 2015 da enodas



Ti rivedo, seduta su un muretto. Ti rivedo, tanti anni fa, una sera d'estate perduto entro i confini di una città tra i colli toscani. Ti rivedo, come quei giorni, perché quella é alla fine l'immagine che mi é rimasta di te. Poche, immagini, sempre più sfocate, nei ricordi e nel tempo. Allora, batteva il mio cuore. Ho sempre pensato, o forse una volta ho pensato, che ci siano rare occasioni per cui questo succeda. Sapere che quella é una di quelle persone, una di quelle che sa parlare un linuaggio segreto di cui sai anche tu il codice per decifrarlo. L'ho sentito, quei giorni, a Cortona. L'ho sentito, molte volte, su righe d'inchiostro, su voci attraverso un filo, parole e sorrisi che si materializzavano altrove. L'ho sentito nell'anima, quella da amare, quella che voleva essere amata. A te che mi hai sfiorato, dicendomi per prima che ti ricordavo il piccolo principe e che ti insegnavo che l'essenziale é invisibile agli occhi. Non lo dimenticherò mai. Righe nascoste tra le pagine di una lettera. A te, che mi hai accarezzato con le tue parole. C'é sempre un angolo del mio cuore che mi parla di te, e che sempre avrebbe desiderato viverti. E cosi' mi ritrovo davanti ad un muretto, con un dolore più grande di me nel cuore, e quasi la sensazione che conoscerti non sia stato un caso. E poi, c'é un treno che sfreccia lontano. Come lontano ti porta la vita, oggi, domani, sarà un giorno importante per te, bellissimo, certo, ma non ci sarò, non ci sono mai stato, ed un po' anche se con tenerezza, ne soffrirò, perché io sono ancora fermo a quel muretto, inutile cercare perché due strade non si siano mai incrociate davvero, né la geografia, né il colore del mare, nient'altro. Forse, la verità é semplicemente che non ci sia stata la volontà che accadesse, la volontà di rischiare. Non esiste, lo so, ragionare cosi', ma come fare, per dirti ancora che per me sei sempre una persona speciale.

 

 

 
 
 

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Post n°551 pubblicato il 27 Maggio 2015 da enodas

 

 

 

La Rosa di Fuoco era Barcellona. Una mattina d'estate, agli inizi del Novecento, prese questo nome. Un mondo sta scomparendo, avviato a quel cambiamento che avrà come spartiacque la Grande Guerra. Il mondo borghese ha affinato una nuova sensibilità del gusto, sta conoscendo la modernità e le sue conseguenze. A fianco, gli invisibili, la parte della società che pagava dazio a quella stessa modernità e popolava i sobborghi di un'altra città, ai margini della prima, una polveriera pronta ad esplodere. Anche tra le vie della città catalana.
La Rosa di Fuoco non é soltanto un nome evocativo, che associa passione e furore, ma é anche un nome passato alla storia per indicare eveti di sangue e battaglie sociali. Proiettata in avanti dall'Esposizione Universale di fine secolo, che celebrava sviluppo economico, culturale ed urbanistico, Barcellona viveva la sua Renaixenca.
A cavallo di questa epoca, coinvolti in un vortice, gli artisti si interrogavano, scomponevano, indagavano nuove forme e nuovi canoni di bellezza e di rappresentazione della realtà. Il più geniale degli architetti ed il più graffiante talento della pittura del suo tempo provenivano da Barcellona. L'uno viaggiava, sconvolgeva l'ambiente parigino col suo talento e figurativamente era capostipite di quegli artisti catalani che dalla capitale francese importavano una visione nuova; l'altro costruiva edifici arditi e quasi fiabeschi sfidando la gravità ed ammirando la natura, per riportarla in pietra.
Accanto a loro fluiva il genio di altri nomi nell'indagare la società del loro tempo, e la sua espressione più potente, quella donna fatale, quasi dotata di poteri magici ed ancestrali. E poi, quella esausta sul divano dopo un ballo, quella abbandonata agli effetti della morfina, quella assorta nella lettura di un romanzo. Sulla tela si svolgevano istantanee di vita moderna, tra café e locali notturni, tornava il teatro, e cartelloni riempivano gli spazi della città raggiungendo anche i ceti più popolari, mentre il paesaggio compariva marginalmente nell'interpretazione, al limite dell'astratto, di una profusione di colori.
Di contro, quasi vittime di quella stessa esplosione economica e sociale, gli ultimi vivevano relegati in un inferno urbano e quotidiano. Sugli ultimi, quasi spettri, sui miserabili, si concentrava il racconto della solitudine e del dolore, della sofferenza di sopravvivere in un mondo che procedeva ad un'altra velocità. E lo facevano con un colore ben preciso, un blu che era sensazione di freddo ed assenza di spirito. Del resto, di questa spietata visione, la fine stessa di Gaudi fu racconto inclemente: travolto da un tram, rimase per ore sul ciglio di una strada, tradito dagli abiti modesti che lo fecero scambiare per un barbone, prima di essere trasportato in in ospedale cittadino, dove mori' in pochi giorni. Cosi' la Rosa di Fuoco era anche distruzione e disgregazione della coscienza umana.

 

 

Sono arrivato attratto da questo titolo, questo nome quasi magnetico nell'associaretumulto e delicatezza. Mi sono trovato immediatamente nel mondo rovesciato di Gaidi e nelle proiezioni immaginate che evocavano le foto alle pareti. Eppure... eppure, mi sono presto perduto, lungo un percorso che abbozzava, suggeriva, ma continuamente mi sembrava povero e mancante. Cosi' che, rileggendo me stesso, adesso, colgo il significato, passaggio dopo passaggio, di una storia suggerita ma, a mio parere non ben raccontata. Piuttosto breve, un po' carente. Sono uscito deluso, con la sensazione che un po' le parti fossero accozzate dietro un nome ed un'idea affascinanti. E non parlo dei nomi. Anzi, alcuni sono stati stupore e piacere, sguardo nuovo e diverso. Mancava tutto il fuoco, da narrare.
Resteranno impressi lo sguardo di un giovane Picasso, emerso d'istinto su un foglio ingiallito e da un carboncino veloce, la stanchezza di una donna esausta in un salotto d'inizio secolo, ma soprattutto quel blu insistente che chiudeva il percorso espositivo. Toccante, fortemente indagatore, ed estremamente sofferente, l'immagine di chi rimane ultimo e distante, cosi' come l'aveva saputo cogliere questo gruppo di artisti catalani. Profondi, come il colore che li accompagna, scendono nell'anima.

 

 

"La rosa de fuego. La Barcellona di Picasso e Gaudí evoca la straordinaria fioritura che, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, ha cambiato il volto della città catalana e ne ha fatto uno dei più effervescenti centri dell’arte e dell’architettura in Europa.
I capolavori di Antoni Gaudí e di Pablo Picasso rappresentano i vertici assoluti di questo periodo aureo, accanto alla produzione non meno significativa di un’ampia cerchia di architetti, pittori, scultori, musicisti, poeti, scrittori e drammaturghi, protagonisti di quel movimento di rinnovamento artistico e culturale che ha preso il nome di modernismo catalano.
La mostra presenta un ritratto a tuttotondo della scena artistica di Barcellona tra il 1888 e il 1909, mettendo in luce la sua variegata fisionomia. L’entusiasmo per il dinamismo della vita moderna convive con la consapevolezza delle profonde lacerazioni che proprio la modernizzazione portava con sé. Di qui il titolo della mostra – “la rosa de fuego” – nome in codice attribuito all’epoca a Barcellona in alcuni circoli anarchici internazionali a causa delle aspre tensioni sociali che ne hanno contraddistinto la storia.
Di questi orientamenti si fanno, di volta in volta, interpreti i grandi nomi dell’arte catalana, a partire da Lluís Domènech e Gaudí, geniali innovatori del linguaggio architettonico e delle arti decorative; accanto ad essi un gruppo di artisti, tra i quali Ramón Casas, Santiago Rusiñol, Hermenegildo Anglada Camarasa, Isidre Nonell, Juli Gonzalez e il giovane Picasso, che mettono in scena con stili differenti una sorprendente rappresentazione della vita moderna tra Barcellona e Parigi, loro seconda patria.
I capitoli della mostra mettono a confronto le multiformi espressioni di questa stagione creativa, dai dipinti ai manifesti, dagli arredi ai gioielli, dalle scene teatrali alle sculture, facendo risaltare una rete di influenze reciproche e di interessi comuni."

(dall'Introduzione alla mostra)

 

 

 
 
 

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Post n°550 pubblicato il 26 Maggio 2015 da enodas

 

 

 

"...Hebbero sempre di mira que' Principi gloriosi d'accoppiare assieme l'utile et il dilettevole... particolarmente nelle fortificazioni fatte da essi attorno le mura della città con tanta magnificenza e maestà... poche furono cosi' costruite e disposte, che non solo rendessero sicura e forte questa piazza, ma nello stesso tempo riuscissero vaghe... a questo scopo furono per la maggior parte ordinate in guisa che in se stesse contenevano e pianure, e colline, e montagne, e palazzi e giardini, et horti, e parchi, et uccelliere, e vivai e vigne..."

 

Mura spesse e buio intenso. Scendo, livelli di terreno, date della storia. Attorno ad una città illuminata dal sole, separato da un fossato colmo d'acqua. Qui non arriva niente, o quasi, in uno spazio separato dal tempo. Ora che é vuoto, che le segrete sono silenziose, ed i piani più alti rimangono solo illuminati di luce, che danza, quasi, come le immagini alle pareti. E qualche nota, qua e là, racconta la vita dei signori, uno per uno, la storia di una casata, della città di cui avevano preso possesso, le lotte per sopravvivere, i fasti e le grandi operazioni politiche, fino alla fine, fino a quando scomparve. Una galleria di personaggi, evocati da poche linee, in italiano arcaico, si sfogliano come pagine di un libro di storia, quasi udendo danze rinascimentali, tratti curiosi, patti e congiure quasi sussurrate, tra queste pietre squadrate, possenti e, infiine silenziose. Cosi', ho pensato che lascerò siano alcune di queste descrizioni, un po' curiose, un po' altisonanti, ad affiancare questi passi, quasi come se il Castello Estense rimanesse ancora loro, e si muovessero invisibili, di stanza in stanza, accostando arte all'arte, ciò che rimane, a distanza di secoli, di epoche, talvolta quella che era allora semplicemente vita e che ora si eleva a testimonianza delo spirito.

 

"Io vidi celesti dee, ninfe leggiadre e belle,
novi Lini ed Orfei; ed altre ancora,
senza vel, senza nube,
e quale e quanta a gl'immortali appar,
Vergine Aurora sparger d'argento
e d'or rugiade e raggi; e fecondando illuminar
d'intorno vidi Febo, e le Muse;
e fra le Muse Elpin seder accolto..."

(Torquato Tasso)

 

 

"...Borso era un uomo prestante, di statura superiore alla media, aveva bei caplli e un aspetto piacevole: loquace, stava ad ascoltarsi mentre parlava, anche perché la sua conversazione piaceva più a lui che agli ascoltatori. Sulle sue labbra molte lusinghe e insieme molte menzogne... Ovunque si recasse, fra i suoi sudditi, il popolo non aveva per lui che voci di plauso, ma in terra straniera il suo nome era disprezzato, nonostante egli usasse dire che Ferrara era la scuola in cui gli Italiani avevano imparato tutto ciò che sapevano, ed egli era il maestro che a quella scuola presiedeva..."

 

E' un tratto veloce che da solo crea, materializza e come un alito, lo stesso delle donne cui restituisce forma e vita, sfugge via. Si', lo stesso pittore, quello della Belle Epoque e delle donne eleganti ed impossibili. Scorre, via, tra i salotti, le strade di una città illuminata la sera, sulle acque in movimento della Laguna. Scorre, quasi fosse poesia, versi raffinati o volute che si sollevano, come segni veloci di matita su un foglio appallottolato.

 

"...Al cardinal Ippolito era stato detto da una donzella che valeva più gli occhi di Don Giulio che non valeva tutto lui, et per tal parole detto cardinale gli havea fatto cavar gli occhi con stecchi aguzzi nella campagna di Belriguardo... et era stato in prigione 53 anni, 6 mesi e 17 giorni, et chi non era vecchio o sapesse ben le cose della corte non sapeva la prigionea di questo signore. Et io per me non lo sentei mai nominare, come se non fosse mai stati a questo mondo: e quando fu liberato mi parse - come anco alli due terzi di Ferrara - ch'el venisse dalla più estrema parte del mondo..."

 

Ed era poeta, nel senso stretto della parola, Filippo De Pisis. Si tratti di una delle città vissute lungo una vita, una riflessione filosofica od un mazzo di fiori. Anche e quando scende la sera, scura e silenziosa là fuori, e quegli stessi fiori, quasi appassiti, sembrano ormai uscire dal vaso, distaccati da un mondo che si allontana, proprio come una falena, appoggiata al davanzale, un istante soltanto. Ed il rumore delle strade, ogni cosa in movimento, le persone, le carrozze, scompaiono dietro una linea di colore che già si fonde nel cielo.

 

"...[Leonello] Aveva un modo di parlare dolce, la fronte derena, gli occhi allegri, e si muoveva sempre con compostezza, avvenente com'era... Aveva un ingegno cosi' vivace da non tralasciare quasi nessuno degli esercizi intellettuali: sempre assorto nella scrittura e in pensieri elucubrativi in inverno, d'estate dopo i doveri di governo si dedicava volentieri alla lettura e alle dispute letterarie..."

 

 

"...[Ercole I] Lui s'é piato tuti li piaceri che li é parso, e con musiche e con astrologie e negromancie, con pochissima audencia al suo puopulo... più tirano che mai benché se mostrava esser grande helimoxiniero e chatolico: la mazore parte del tempo vestiva de pano de lana et in testa uno capello pelloso, hora de uno collore e hora de l'uno l'altro..."


"Eleganti ritratti di protagoniste della Belle Epoque tra sale rinascimentali fastosamente decorate, camerini segreti che fanno da scrigno a paesaggi e nature morte pulsanti di emozioni. La città estense conserva le più ricche collezioni di opere di Boldini e De Pisis: questi tesori sono rimasti celati in seguito al terremoto del 2012 e torneranno accessibili al pubblico grazie all’allestimento nelle sale del Castello previsto fino alla riapertura dei musei a Palazzo Massari.
Nel sontuoso appartamento di rappresentanza al piano nobile si svilupperà un racconto per immagini dell’intero percorso boldiniano, attraverso una vasta selezione di dipinti e opere su carta: dalle prime prove eseguite a Firenze accanto ai macchiaioli, ritratti che hanno l’immediatezza della pagina di un diario, alle brillanti invenzioni che evocano le atmosfere della vita moderna nella Parigi degli impressionisti, fino alle icone della pittura boldiniana, effigi di aristocratiche quali la contessa de Leusse o Madame Lydig, quando Boldini si era ormai imposto come interprete incontestato del ritratto della Belle Epoque.
Nei celebri Camerini di Alfonso I, il testimone passa a De Pisis, altro più giovane ferrarese attivo sul palcoscenico parigino. Il percorso restituisce un intenso ritratto della personalità artistica depisisiana, a partire dalle testimonianze del periodo giovanile, dense di memorie, sogni e speranze alla vigilia del trasferimento a Parigi, per concentrarsi poi sulle creazioni della maturità, quando l’artista ha assimilato il ricordo di De Chirico e della pittura metafisica e plasma un linguaggio del tutto personale, trascrizione pittorica delle emozioni vissute nella Ville lumière. A chiudere il cerchio saranno infine le opere dell’ultima stagione in cui la poesia delle immagini si spoglia fino all’essenziale."

 

"...[Alfonso I] Era di statura onesta, mente grande, di faccia lunga, di aspetto grave e  signorile, ma piuttosto malinconico e severo che liscio e giocoso... et peritissimo musico, ebbe grandissimo giudizio d'armi, d'uccelli e di cavalli, fu mirabil nuotatore e della maggior parte di quelle arti che son ad uso e necessità degli uomini sapea più che mezzamente parlare e di molte eziandio di propria mano lavorare non mediocremente né volgarmente; delle quali sendo poi anco duca si prese spasso ed esercizio, quando non avea occupazion d'importanza..."

 

 

"...[Alfonso II d'Este] Quand'é in Ferrara i giorni festivi tiene quasi sempre pubblica corte, né piglia godimento maggiore d'esser salutato e corteggiato con umilissimi inchini da corteggiani et gentiluomini suoi sudditi, per il mezzo de' quali passando per andare alla cappella dove ode messa alle riverenze spessissime che gli fanno si vede gonfiar apparentissimamente... Ha la pronuncia articolata; ma la voce viscosa e crassa, apre molto gli occi quando spiega il concetto suo; et gira molto spesso il capo: tutti gli altri gesti sono pieni di decoro e venusità. Nel procedere gentile  emanieroso, né é quasi possibile far con più garbo et con più destrezza cerimonie di quelle faccia egli..."


 
 
 
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Erg Chebbi (Morocco)


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Aufous Oasi (Morocco)


Midelt (Morocco)


Atlas Region (Morocco)


Ain Leuh (Morocco)


Volubilis Morocco


Fez (Morocco)


Fez (Morocco)


Fez (Morocco)
 

Rhein Valley (Germania)


Rhein Valley (Germania)


Rhein Valley (Germania)


Bruges (Belgio)


Monnickendam (Olanda)


Berlino (Belgio)


Veghel (Olanda)


Loonse Duinen (Olanda)


Berlino (Germania)


Berlino (Germania)


Berlino (Germania)


Zijpe (Olanda)


Zijpe (Olanda)
 

Riva del Garda (Italia)


Folgaria (Italia)


Venezia (Italia)


Verona (Italia)


Eindhoven (Olanda)


Istanbul (Turchia)


Istanbul (Turchia)


Istanbul (Turchia)


Anadolu Kavagi (Turchia)


Istanbul (Turchia)


Istanbul (Turchia)


Istanbul (Turchia)


Biesbosch (Olanda)


Shanghai (Cina)