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la musica, suonare il pianoforte, suonare il mio violino, la luce del tramonto, ascoltare il mare in una spiaggia deserta, guardare il cielo stellato, l’arte, i frattali, viaggiare, conoscere e scoprire cose nuove, perdermi nei musei, andare al cinema, camminare, correre, nuotare, le immagini riflesse sull’acqua, fare fotografie, il profumo della pioggia, l’inverno, le persone semplici, il pane fresco ancora caldo, i fuochi d’artificio, la pizza il gelato e la cioccolata


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l’ipocrisia, l’opportunismo, chi indossa una maschera solo per piacere a qualcuno, l’arroganza, chi pretende di dirmi cosa devo fare, chi giudica, chi ha sempre un problema più grosso del mio, sentirmi tradito, le offese gratuite, i luoghi affollati, essere al centro dell’attenzione, chi non ascolta, chi parla tanto ma poi…, l’invidia, il passato di verdura





 
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Post n°564 pubblicato il 20 Luglio 2015 da enodas

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Post n°563 pubblicato il 16 Luglio 2015 da enodas

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Post n°562 pubblicato il 14 Luglio 2015 da enodas

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Post n°561 pubblicato il 09 Luglio 2015 da enodas

 

 

Varchero' questa soglia immaginando di essere calato dall'alto, come dal culmine di una grotta. Rabbrividero' del calo di temperatura istantaneo, del silenzio che preannuncia spazi enormi e sospesi, del buio che mi avvolge. Spostero', immaginando, valanghe di terra e mura aggiuntive poste a damnatio memoriae. Andando oltre le montagne accumulate nei secoli, e quanto ancora non e' venuto riscoperto. Ed allora si spalancheranno finestre, inondate di luce, dell'oro piu' sfarzoso, riflesso su marmi finissimi, giochi d'acqua, musiche e dipinti a parete. Poi tutto torna silenzio, buio e spazi vuoti. Lontani, su quei muri sfondi bianchi, affraschi, e disegni sfolgoranti. Nascosti sotto una patina di tempo e dimateriale che contemporaneamente nasconde, sbiadisce e protegge. Colori vivaci, ed una varieta' infinita di figure, astratte, umane, di oggetti. Un racconto, la gioia di vivere, una rappresentazione teatrale che l'uomo fa di se stesso. In queste figre, che ancora in parte rimangono nascoste, che si intuiscono su una parete lontana, un soffitto sopra di me, c'e' un'umanita' profonda e senza tempo. Arrivarvi cosi' e' un'emozione intensa e particolare. Grandi maestri, una volta scoperti per caso alcuni accessi a questi spazi sconosciuti, si calarono nel buio ed a lume di candela, distesi su uno strato di terra, iniziarono a copiare, leggere, imparare. Li chiamarono grottesche.

 

 

Difficilmente esiste un luogo che sia piu' strada di questo. Blocchi di pietra levigati dal passaggio dei secoli, una via che correva chilometri e chilometri, verso il mare. Difficile immaginare un luogo cosi', aspettarselo appena fuori dalle mura romane, questo mondo di pace e silenzio, dove improvvisa si apre la campagna e non resta che un alito di vento a smuovere fruscii d'erba e rami degli alberi. Sara' pure che e' un giorno di festa. Sara' che non sono mai stato qui. Ma e' come avere attraversato le porte di un altro mondo. Precario, delicato, quasi salvato all'ultimo istante. Pietra dopo pietra, solco dopo solco, si susseguono vestigia antiche, profili accennati dietro campiture di colore uniforme, passaggi nascosti, che conducono al ventre della terra, e luoghi colmi di memoria storica. E' una scoperta, quella che prende avvio da una diramazione, e si protende lungo un filare di pini, senza una meta precisa, apparentemente. Quo vadis. Ed ogni passo ne porta semplicemente un altro, in avanti, come solo una strada puo essere, una destinazione che rimane sospesa, un miraggio, al termine di una linea rettilinea che si perde laddove l'occhio non arriva, si ferma e lascia l'anima andare oltre. Questo e' un altro passo, nel frattempo, perche' un contorno diventi piu' chiaro ed oltre appaia qualcosa di nuovo, un dettaglio inaspettato, un frammento di pietra, o forse nient'altro. Perche' la strada non e' fatta che di passi.

 

"Chi dice Appia Antica dice Mura Aureliane, Appia Pignatelli, Via Ardeatina, Via Laurentina, e viceversa: chi dice Appia Antica dice campagna romana vergina sconfinata, dice solitudine incontaminata, invito alla memoria e all'intelligenza, dice silenzio, vuoto, deserto, orizzonte infinito."

(A.Cederna, 1953)

 

 

Questo e' il mondo dei morti. Quasi alla raffigurazioen dell'Ade, uno penserebbe, se non si trattasse di tombe cristiane. Buio aguzzo e silenzio finissimo, si scende nell'oscurita' e nella speranza umana. Ed un alito gelido che e' quasi un brivido ti sfiora leggermente. Scavando, scavando, sempre piu' in profondita', queste citta' sotterranee hanno preso forma in un tempo cosi' lontano. Si sono sovrapposte, intricate, annodate. Come quei nodi che stringevano l'anima di chi, ancora vivo lasciava andare qualcuno. Dolore e speranza, tutto racchiuso in una miriade di fessure strappate alla roccia, in una trama di corridoi che sembra, forse non ha, fine. Livello dopo livello, nel ventre della terra. Sono queste speranze, queste storie anonime, che rimangono chiuse qui, intrise nella roccia friabile anche dopo che altri uomini hanno razziato, aperto, violato, che fanno di questi luoghi posti partiolari, eternamente silenziosi ed allo stesso tempo eternamente racconto, di persone cosi' lontane nel tempo ma cosi' vicine nella paura estrema, nella ricerca di un significato a se stessi, nel desiderio i=ultimo di affidare il proprio ricordo ad una fiammella ad olio accesa nel buio e lasciare un segno immutabile nella pietra che la sostiene.

 

 

Sono solo pochi passi sulla Via Ardeatina. Eppure, attraversare la strada e' come attraversare due millenni di storia. Laddove un'estrema speranza lascia spazio ad esistenze spezzate ed estrema disperazione. Entro in questo piccolo santuario che e' una cava silenziosa e, poco piu' in la' oltre una stradina tortuosa, una lunga fila di blocchi squadrati. Lapidi. E nomi, professioni, eta'. Sepolti sotto il silenzio di una calda giornata d'estate, nessuno in giro ed una bandiera che sventola leggermente.
Silenziose strade di Roma, tornano alla mente, la sera prima, quasi per caso, tra le case del vecchio ghetto. Spinto da un ricordo, una canzone e passi sparsi. Basta deviare un attimo per lasciare ogni rumore alle spalle. E lasciare che siano i riflessi delle strade, le forme delle finestre, i portoni chiusi a raccontare cio' che non c'e' piu' ma e' accaduto e vivo rimane.

 

"Sono gocce di memoria
queste lacrime nuove
siamo anime in una storia
incancellabile

Le infinite volte che
mi verrai a cercarenelle mie stanze vuote
inestimabile
e' inafferrabile
la tua assenza che mi appartiene..."

 

 

 
 
 

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Post n°560 pubblicato il 07 Luglio 2015 da enodas

 

 

 

Sta per aprirsi il palcoscenico. Salgo una scala, varco una porta. Una musica maestosa, ed un vorticare di spazi sempre più ampi, sempre più ricchi, sempre più colmi. E' un vortice di sguardi, di emozioni di rimando, sofferenza, passione, sentimento, di dettagli su dettagli, di colori potenti. Educare, narrare, stupendo "attraverso il diletto e la meraviglia". E come questi spazi, che si aprono tra illusione e realtà, la parola Barocco inizia ad identificarsi in una miriade di significati alternativi, coprendosi di una luce che non avevo immaginato. Su questo palcoscenico, perché di grande rappresentazione teatrale del mondo si tratta, riemergono nella mente le parole scritte da Galilei, quel grande libro scritto in linguaggio codificato. A lui, con lui, su questo palco infinito, si elevano dinanzi le spinte della Controriforma, l'espressione quasi sfolgorante del potere assoluto. Il potere dei Papi, a Roma, il cui profilo di grandi mecenati del tempo porta alla città eterna un un volto nuovo, ed una rinascita fatta di oro e bellezza. In scena, il sentimento ed i tormenti dell'anima, l'emozione e la meraviglia. Alla scienza si contrappongono l'anelito mistico, il sentimento religioso e le pratiche devozionali sempre più intense. "Un’epoca che rivendica una diversa concezione del sacro, una rinnovata spinta nell’ignoto piuttosto che una fiducia assoluta nella razionalità: il Barocco è l’anelito a Dio, alla luce dello spirito come invisibilità, trascendenza assoluta, davanti alla quale la forma può solo sfrangersi, accartocciarsi, oppure vibrare di energia perché la divinità la contiene."
E gli sguardi passano, uno dopo l'altro, in questa galleria senza fine, che potrebbe variare all'infinito, tra inquietudini e curiosità. Dall'Italia, dal mondo che era allora, accorrevano a Roma gli artisti più grandi, creavano, mettevano in scena, emozionavano. E si sfidavano, senza esclusione di colpi, ergendo sull'altare dell'arte sempre più incredibili monumenti all'ingegno ed alla sensibilità umani.

"La filosofia naturale è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi, io dico l'universo, ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua e conoscer i caratteri nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto..."

(Galileo Galilei)

 

 

E' con queste premesse che sono sceso per le vie di Roma. Di quella Roma. E' come se un velo si fosse squarciato, se qull'immagine della Roma antica improvvisamente avesse trovato una spiegazione completa nella controparte "moderna". Ho rivisto con occhi diversi i luoghi più noti. Sono entrato in questo teatro magnifico, varcando porte di palazzi, incamminandomi per le strade della Roma dei Papi, sedendomi ai lati delle piazze. Ho riguardato con interesse ciò che una nuova chiave di lettura mi permetteva di leggere.
Architetture monumentali, sacre e non, palazzi dagli interni sfarzosi, con un’esuberanza nuova nei soffitti affrescati. Nelle partiture di musica si trovano piccoli segni a fianco di note chiamati ornamenti: ecco, quei suoni stretti, fioriti non potrebbero avere nome differente. E tra panneggi e decorazioni, da pavimento a soffitto, ogni pareete é coperta di quadri, tele di valore immeno, da Roma all'Europa: quadrerie senza soluzione di continuità che si moltiplicano negli specchi e rifulgono di luce che é arte, oro, o entrambi a llo stesso tempo. Tornano, quei volti scrutatori, piegati in ogni espressione dell'animo umano, in ogni sfumatura e contrasto di colore. E nel vuoto, le mani affondano nella carne fatta pietra, adamantina, così impossibile e tremendamente reale allo stesso tempo. Un volto bloccato nella pietra e tempo. Perso, in pochi metri.
Perso, così come un mondo là fuori, eterno, che sovrascrive se stesso, in continuazione, lasciando strati e strati ogni volta una traccia. Torno sulla riva di un fiume, oltre le sue acque, lasciando il giorno dietro di me, nel frastuono della Roma che é, una sera d'estate, calda, dalla luce viva che sono i cieli di Roma, immerso in un caos di gente che si ferma, in riva al fiume, per le piazze nascoste dietro Trastevere. Quasi respirando, sospirando, in un attimo di brezza, dall'infinita bellezza.

"L'ingegno, il disegno é l'arte magica per mezzo della quale si arriva a ingannare la vita in modo da far stupire".

(Gian Lorenzo Bernini)

 


La mostra Barocco a Roma. La meraviglia delle arti documenta il percorso artistico e intellettuale che ha reso Roma la 'capitale' del Barocco e modello per le grandi città d'Europa e Oltreoceano.

Un percorso espositivo che spiega in modo sintetico e chiaro l’evoluzione dell’arte barocca dalla sua nascita nei primi due decenni del Seicento, alla sua massima ‘esplosione’ figurativa concentrandosi lungo i tre pontificati di Urbano VIII Barberini (grandiosa l’impresa della costruzione del suo Palazzo di famiglia, alla quale lavorarono Carlo Maderno, Gian Lorenzo Bernini, Francesco Borromini, Pietro da Cortona), Innocenzo X Pamphilj e Alessandro VII Chigi, ma arriva a coprire un arco cronologico di circa ottant’anni, dal 1600 al 1680, quando scompare Bernini — scultore, architetto, pittore — colui che del Barocco fu uno dei massimi artefici-inventori. Dalle origini del movimento, cui è dedicata la prima sezione della mostra con opere di Carracci, Domenichino, Guido Reni, Guercino e Simon Vouet e fino alla sua esplosione, passando per la presenza di artisti stranieri a Roma (Poussin su tutti) e senza tralasciare gli arredi cui è dedicata la quinta e ultima sezione, la mostra prova a non dimenticare alcun aspetto di un fenomeno complesso quale fu, appunto, il barocco romano, culminante con i celebri «palcoscenici» architettonici giunti fino a noi, dal colonnato di San Pietro alla Fontana dei Fiumi.

Numerosi i capolavori dell’arte barocca presentati al pubblico: Ritratto di Costanza Bonarelli di Gian Lorenzo Bernini, Atalanta e Ippomene di Guido Reni, Trionfo di Bacco di Pietro da Cortona, Santa Maria Maddalena penitente di Giovan Francesco Barbieri detto il Guercino, Il Tempo vinto dall’Amore e dalla Bellezza di Simon Vouet, i bozzetti del Bernini per le statue di ponte Sant’Angelo e per l’Estasi di Santa Teresa, il prezioso arazzo Mosè fanciullo calpesta la corona del faraone su cartone di Nicolas Poussin nonché disegni progettuali di Francesco Borromini e Pietro da Cortona. Grazie all’intervento di restauro sostenuto dalla Fondazione Roma-Arte-Musei sarà inoltre possibile ammirare gli Angeli musici di Giovanni Lanfranco, opere sopravvissute all’incendio ottocentesco della Chiesa dei Cappuccini a Roma.

(dall'Introduzione alla mostra)

 

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Post n°559 pubblicato il 05 Luglio 2015 da enodas

 

 

Parlo un po' di pancia, inevitabilmente. Difficile dire cosa succederà. Nemmeno tanto semplice giudicare, alla luce degli ultimi giorni. Quello che mi ha colpito é che, leggendo sui giornali, anche sullo stesso giornale, si argomentava di tutto ed il contrario di tutto. Ogni firma, alcune anche con articoli molto interessanti. Al di là di quelle argomentazioni, il messaggio é chiaro, e non é nemmeno la prima volta che succede, contro burocratismi e lontananza dalla gente. E' affascinante pensare che questo schiaffo arrivi da quegli stessi luoghi all'ombra delle cui pietre é germogliato quello che siamo. Secondo me, semplicemente, questo referendum andava fatto molto tempo fa. (E forse pure in una forma un po' più chiara.) E, sempre secondo me, a dispetto dell'idea nobile che la anima, questa Europa così come sta diventando é un giocattolino mal riuscito che non funziona granché. E non lo dico come uno di quei slogan da piazza popolare che si spareranno magari ancora più ad alta voce per salire sul carro del (fugace) vincitore. No, lo dico per l'esperienza diretta di discorsi ascoltati in terra straniera, giorno dopo giorno, persona dopo persona. Visto da fuori, da chi viene da lontano ed é spettatore, l'Europa é una terra piccola, distanze contenute, l'equivalente di una di quelle estese nazioni sparse nel mondo, nel quale l'Unione permette vantaggi non scontati di movimento e di possibilità a chi vi appartiene. E questo, va detto, noi chi ne beneficia, non sempre ne riconosce lo straordinario valore. Sembra impossibilie, per chi é estraneo, capacitarsi degli strati di storia e delle differenze culturali così marcate, delle variazioni che emergono dietro confini "minuscoli". Per noi, invece, l'Europa é quasi un mondo intero. E come tale, un mondo dove si guarda all'orticello proprio, peraltro presupponendo ignoranza, generalizzazioni e stereotipi, al limite della banalità. Alimentati da un atteggiamento di burocrazia, tante parole vuote e distacco finanche crudele dall'Europa dei popoli. Così che quando l'erba cresce verde si guarda altrove con noncuranza e supponenza, mentre laddove cresce malata monta odio e risentimento. Che si tratti di titoli, controlli sul cibo ed anime disperate di migranti, alla fine tutto si riduce ad interessi "personali". E dunque, onestamente, per come la vedo io, il risultato particolare di questo referendum non lo so giudicare ma il significato più intrinseco ha un gran fondo di verità. Così é sbagliato. E forse questo schiaffo sonoro quanto tardivo, cambierà ben poco, aggraverà danni o aggiungerà malessere a malessere. Ma almeno, un po' di rumore lo ha fatto. Si spera.

 

 
 
 

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Post n°558 pubblicato il 02 Luglio 2015 da enodas

 

 

E' partito un giorno di sole. Caldo come difficilmente se ne ricordano qui. E' partito per tornare a casa. Definitivamente. Così in fretta sono passati queste ultime settimane, dopo che aveva condiviso le sue intenzioni. Ci rivedremo presto, spero, in un giorno di festa.
Ma il mio amico se ne é andato. Uno di quelli che ho conosciuto appena giunto ad Eindhoven, e cui quindi ho legato questa esperienza, sin dai primi momenti, che hanno marcato passaggi anche dolorosi. E nella sua notevole diversità é stato una presenza costante. Come altri, é giunto ad un incrocio ed ha svoltato altrove.
Mai come qui, in questi anni, ho visto gli amici andare e venire. E' una regola che ho imparato molto tempo fa, in realtà, per quanto ogni volta non eviti di immalinconirmi. Mai come qui. Perché questa, alla fine, come diceva molti anni fa un mio amico, é una terra di passaggio. Un passaggio nel quale io non sono più riuscito a districarmi, per ironia della sorte, per le mie paure ed a tratti pure il mio cuore.
Non sono fatto per gli addii. E non ho nemmeno tanti amici. Soprattutto per quello che intendo con la parola amico. Molti di quelli che avevo qui se ne sono andati o se ne stanno andando, e qualcuno se ne sta andando pur rimanendo. E' come se un capitolo si stesse in qualche modo chiudendo. Non posso evitare l'amarezza e la malinconia. Così, stasera mi sentirò un po' più triste ed un po' più solo, qui che la solitudine é sempre stata un accento molto forte, pur essendo nella forza delle cose e nello stupore di osservare da vicino questo cambiamento, così netto, immediato ed impulsivo. Di passaggio, appunto, per tornare poi sulla via di casa.
Buon viaggio.

 
 
 

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Post n°557 pubblicato il 30 Giugno 2015 da enodas

 

 

Sono tornato a Roma. L'ho fatto con in mente delle mete ben precise che si snodavano tra quei punti che sono l'immagine della città. Ho macinato chilometri, dietro un caldo notevole che mi si é aggrappato dal momento stesso in cui si é aperto il portellone dell'aereo. Pur non essendo ufficialmente che all'inizio d'estate. E come d'estate, la sera ho vagato quasi in sogno. Non perché mancassero le folle di turisti, né tantomeno la cronica congestione delle strade, ma perché su altre vie brillavano luci, quasi fossero punti sfocati e fuochi leggeri che emanavano silenzio. Così, sono tornato a Roma d'estate, quando percorrere queste vie é piacevole la sera, coperto di gelati, comprati magari da quella gelateria che per caso ho scoperto tanti anni fa e che mantiene il suo nome e le sue porzioni. Sono stato una manciata di giorni, ma é come se fosse stato molto di più. Perché é una città di una bellezza infinita, custode di altrettanta bellezza, che tutto meriterebbe molto di più di quanto viene fatto, ed un calarsi continuo nella storia. Così, per pochi giorni ho comunque raccolto un racconto di viaggio che cercherò di narrare, inchiostro su carta. E questo racconto inizierà in realtà dall'ultima immagine, l'ultima sera, da un ponte percorso da angeli, che non so esattamente perché rimane sempre l'ultima immagine impressa prima di partire, e dal silenzio di un fiume.

 

 

Come su una tela cercherò di imprimere queste immagini. Non ho portato la macchina fotografica. Perché ho scoperto quasi per caso appena arrivato che questa sera sarebbe stata un po' speciale. Perché di fronte a Castel Sant'Angelo si prepara una festa. Come su una tela stesa tra le stelle, Michelangelo progettò la Girandola. I colori saranno luce, fuochi d'artificio e note lasciate nell'aria. Acque quasi immobili, solcate da quelle che allora avrebbero dovuto essere una battaglia navale. E per un attimo ho in quelle acque si forma nella mia mente l'immagine del navigare. Quasi fosse un richiamo, silenzioso e profondo. Oytis. Si specchia il tramonto, con il profilo di San Pietro, dietro le arcate del ponte degli Angeli, ed attendo che quelle luci si spegnino ed altre inizino a danzare. Perché sarà la scenografia costruita attorno, sarà il fascino di tutto quanto posso aver visto in pochi giorni cha ancora mi riempiono gli occhi, o sarà la musica, ora gioiosa ora struggente, che scivola via, sono fuochi speciali. E su di essi sovrappongo me stesso, attraverso quei nodi di pensieri, di immagini, che riaffiorano, in ordine sparso, quasi come le note, seguendo melodie diverse. E' tutto in me, quello che sono, che porto con me, con immagini sempre nuove che si aggiungono a quelle che già ho, come chissà quante lettere depositate in un cassetto che non ha posto ben preciso. Per un attimo soltanto, luci esplose nel cielo ne illuminano il profilo, si accendono, e tornano silenziose.

 

[...]

 

 
 
 

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Post n°556 pubblicato il 25 Giugno 2015 da enodas

 

 

Mi gironzola intorno cercando di strapparmi un sorriso. Di strapparmi ad un pensiero che é misto di rabbia e frustrazione. Anima buona. Ma non riesco ad evitare che la mia mente sia assorbiata da altro. Che alla fine dovrei lasciarmi alle spalle. Rimugino. E vedendola cosi' mi sento in colpa. Molto. Per la delicatezza di una piccola attenzione. Per non essere in grado di sorridere. Andare oltre questo momento di inutile malinconia, contro qualcosa di esterno. E rispondere alla semplicità di un gesto. Mi sento inadeguato. Anima bella.

 
 
 

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Post n°555 pubblicato il 23 Giugno 2015 da enodas

 

 

Non so bene cosa scrivere. Mi rendo conto che ultimamente queste pagine siano un racconto di tutto quanto non sia la mia vita quotidiana. Troppe cose da fare per la testa, molte connesse col lavoro, non riesco a trovare il tempo per raccogliere me stesso e nemmeno scrivere. Lascio pagine bianche riempite di un punto da rimpiazzare, con fatica, in seguito. Come se ci fossero due binari paralleli tra i quali saltare, uno sempre in movimento e l'altro che mi assorbe piene energie, che senza accorgermi é quello in corsa continua, e di cui non trovo molto da parlare. Né spazio né ispirazione. Scivola via, scivolo io.

 
 
 
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