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la musica, suonare il pianoforte, suonare il mio violino, la luce del tramonto, ascoltare il mare in una spiaggia deserta, guardare il cielo stellato, l’arte, i frattali, viaggiare, conoscere e scoprire cose nuove, perdermi nei musei, andare al cinema, camminare, correre, nuotare, le immagini riflesse sull’acqua, fare fotografie, il profumo della pioggia, l’inverno, le persone semplici, il pane fresco ancora caldo, i fuochi d’artificio, la pizza il gelato e la cioccolata


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l’ipocrisia, l’opportunismo, chi indossa una maschera solo per piacere a qualcuno, l’arroganza, chi pretende di dirmi cosa devo fare, chi giudica, chi ha sempre un problema più grosso del mio, sentirmi tradito, le offese gratuite, i luoghi affollati, essere al centro dell’attenzione, chi non ascolta, chi parla tanto ma poi…, l’invidia, il passato di verdura





 
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Post n°684 pubblicato il 28 Marzo 2017 da enodas

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Post n°683 pubblicato il 20 Marzo 2017 da enodas

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Post n°682 pubblicato il 16 Marzo 2017 da enodas

 

 

"... Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare. Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza. Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come un primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde.
[...] Perciò rifugga dai motivi più diffusi verso quelli che le offre il suo stesso quotidiano; descriva le sue tristezze e aspirazioni, i pensieri effimeri e la fede in una bellezza qualunque; descriva tutto questo con intima, sommessa, umile sincerità, e usi, per esprimersi, le cose che le stanno intorno, le immagini dei suoi sogni e gli oggetti del suo ricordo. Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri. E se anche si trovasse in una prigione; le cui pareti non lasciassero trapelare ai suoi sensi i rumori del mondo, non le, rimarrebbe forse la sua infanzia, quella ricchezza squisita, regale, quello scrigno di ricordi? Rivolga lì la sua attenzione. Cerchi di far emergere le sensazioni sommerse di quell’ampio passato; la sua personalità si rinsalderà, la sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri. E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita. Un’opera d’arte è buona se nasce da necessità..."

(Rainer Maria Rilke - Lettere ad un giovane poeta)

 

 

Questo è un libretto che sto leggendo con molta difficoltà. Ciononostante, non posso nascondere che leggendo questo passaggio, un po’ inflazionato in realtà, tra le prime pagine, non abbia potuto evitare di guardarmi e soppesarmi su queste parole.
Forse, la realtà è che non sappia se e cosa sia ciò che voglio con tutto me stesso. A seconda dei momenti, si trattava di qualcosa che facevo, e di cui avrei voluto fare la mia vita, malgrado fosse solo una passione, o vedere, conoscere, imparare, oppure un luogo che mi porto dentro. In alcuni momenti, si trattava forse pure di una persona che da qualche parte esisteva, fuori dai miei sogni.
Ma la realtà è che non so definire me stesso e non so trovare molto di tutto questo. In un certo senso, ho fallito. In un altro, probabilmente, non ho dato abbastanza di me. Non lo so. Ma non posso evitare che poche righe, un po’ belle ed un po’ fatte, siano capaci di bloccare il mio sguardo ed immalinconirmi. In ogni caso, mi sento in colpa e rimango nascosto dietro me stesso, dietro il mio “sovrapensare” e la mia incapacità di cambiare le cose, finanche di definirmi.


 
 
 

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Post n°681 pubblicato il 14 Marzo 2017 da enodas

 

 

 

Quando sono atterrato non ci avevo fatto caso. E’ stato guardando fuori dal finestrino e scorgendo i profili dei pini marittimi che ho davvero realizzato di essere in Italia e di essere tornato a Roma. In quel profilo, d’improvviso, ho identificato tutto ciò che mi piaceva nel trovarmi lì.
Roma fa schifo. Per essere chiari, è una provocazione. Ma è anche una presa di conoscenza dolorosa nell’osservare con gli occhi distaccati di un mezzo straniero quello che è la città: la vergogna delle immondizie, pure in un centro che sicuramente beneficerà del suo status, la condizione pietosa degli autobus che partono per Tivoli, così come per altre destinazioni in periferia, il sali scendi che lo accompagna, ed altre piccole cose che magari saranno solo dettagli pesanti, sono una storpiatura ed uno sfregio ad un passato del quale inappropriatamente ci si fa vanto.

 

 

Ho visitato due luoghi belli ed affascinanti in questa domenica romana. Sono giunto a Tivoli, a Villa d’Este, ascoltando madrigali d’epica cortese e note pirotecniche estratte sul pianoforte da mani gigantesche. Tutto ruotava attorno a quei giochi d’acqua, un giardino incantato, così sembra, come spettacolare è la vista che da qui si gode sulla campagna romana. Ho trattenuto il fiato, come il tempo incero che rimaneva sospeso all’orizzonte. E, seguendo decorazioni a grottesca, sala per sala, all’ombra di gesta eroiche e racconti epici, riecheggiavano note di musica e si riaffermava lo smisurato potere dei principi di Roma.

 

“Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!
Eran rivali, eran di fe’ diversi,
e si sentian degli aspri colpi iniqui
per tutta la persona anco dolersi;
e pur per selve oscure e calli obliqui
insieme van senza sospetto aversi,
da quattro sproni il destrier punto arriva
ove una strada in due si dipartiva…”

 

[…]

 

 

“…Vi sono già zone della mia vita simili alle sale spoglie d'un palazzo troppo vasto, che un proprietario decaduto rinuncia a occupare per intero…”

 

Sono sceso a Villa Adriana. E la sensazione che mi ha preso, in questo labirinto di rovine eleganti che potrebbero benissimo essere un’intera città romana, questo silenzio impresso nei ruderi, riflesso nell’acqua e protetto dai pini, mi è suonata come un’antica narrazione di solitudine. Questo ho pensato, nell’immaginare cosa sorgesse tra questa immensa distesa di ulivi, forse al posto di questi stessi ulivi. Era un silenzio di pace, una luce tranquilla che riscaldava il terreno umido di pioggia. Eppure, attraverso i secoli, mi trasmetteva questo tocco gelido di solitudine.

 

“…Mi dicevo che è vano sperare, per Atene e per Roma, quell’eternità che non è accordata né gli uomini né alle cose, e che i più saggi tra noi negano persino agli dei. [...]
«Natura deficit, fortuna mutatur, deus omnia cernit.» La natura ci tradisce, la fortuna muta, un dio dall'alto guarda ogni cosa. [...]
Là dove un tessitore rattopperebbe la sua tela, dove un calcolatore correggerebbe i suoi errori, dove l'artista ritoccherebbe il suo capolavoro ancora imperfetto o appena danneggiato, la natura preferisce ricominciare dall'argilla, dal caos; e questo sperpero è ciò che si chiama l'”ordine delle cose”.”

 

 

 
 
 

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Post n°680 pubblicato il 10 Marzo 2017 da enodas

 

 

Questa è una “non-mostra”. Forse una specie di viaggio, un tuffo nel vuoto, un navigare nel mare dell’anima, alla ricerca di un colore perduto, un tratto che è graffio, volo nel cielo, ondeggiare di un fiore. Accompagnato da frammenti delle numerose lettere scritte al fratello Theo, che come brevi lampi possano squarciare il buio di questo mare ed accompagnare la rotta. Non solo colore, ma sentimento. E tormento, soprattutto. Questo è il viaggio.

Sono uscito col cuore pesante, segnato da questo tormento interiore, dai rapidi passaggi, come una musica violenta ed improvvisa, e dal disperato tentativo di cercare la felicità. In un labirinto senza vie di fuga, uno sforzo continuo ed implacabile. Le parole ed i colori, uniti a questa storia che chiunque conosce, sono sassi che affondano e, una volta fuori per strada, nel tentativo di immaginare e rivivere le linee tortuose della notte e cercando in un cielo nascosto la luce delle stelle, ancora premono sul cuore.

 

“Sono alla ricerca, mi sto sforzando,
ci sono dentro con tutto il cuore.”

 

 

“Non si può essere al polo e all’equatore allo stesso tempo. Devi scegliere la tua linea, come spero di fare anche io e probabilmente la mia sarà il colore.”

“Un grande fuoco è dentro di me ma nessuno ci si siede accanto per scaldarsi. I passanti vedono solo una breccia di fumo e continuano per la loro strada.”

“Desidero esprimere non la malinconia ma la vera sofferenza sia nei personaggi che nei paesaggi.”

“Al momento sento il bisogno assoluto di disegnare un cielo stellato. Spesso ho l’impressione che la notte sia più colorata rispetto al giorno: ci sono tonalità di viola, blu e verdi più intensi. Se presti attenzione, vedrai che alcune stelle sono giallo limone, altre rosa o di una brillantezza verde o blu non ti scordar di me. E senza dilungarmi sul tema, è ovvio che mettere puntini bianchi sul blu-nero non è sufficiente a creare un cielo stellato.”

 

 

Però va sottolineato che questa è una non-mostra. Un’installazione multimediale che ha lo scopo di coinvolgere il visitatore a 360 gradi. E forse per questo l’installazione a Roma non è stata delle più felici, organizzata in due uniche sale ampie sulle pareti delle quali scorrevano le immagini Quella sensazione di surrounding veniva un po’ meno e quasi si riduceva ad una proiezione. Un’idea in generale interessante, anche se un po’ eccessivamente di facile marketing e prezzo del biglietto decisamente spropositato.

 

 

 
 
 

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Post n°679 pubblicato il 07 Marzo 2017 da enodas

 

 

 

"...non sempre il cielo ci accorda cio che desideriamo [...]
Le note rimasero sospese nel buip che si andava infittendo, e sapevo che anche quella serata sarebbe rimasta sospesa, come una stella dietro le nubi, nella mia memoria..."

 

Sono rimasto alle pagine di un libro. Tra le vie di Roma, Firenze, Napoli. Vi si alternavano donne eroiche, pagine di sangue, fragilità e solitudine. Passione. Come tratti di pennello, colpi alla tela ed alla vita. Eccole, quelle donne, i loro mille volti che si riconoscono nella stessa immagine, come uno specchio d’acqua per quegli stessi occhi che ora guidano il pennello, trasformano l’ombra in colore ed il colore in luce. Vittime e vendicatrici: dagli sguardi amorevoli di una madre agli occhi orgogliosamente infuocati di nobildonne e regine della storia, dalla furia intrisa del sangue delle eroine della Bibbia all’estasi di un altro mondo di sante, è un universo intero che sembra ruotare attorno ad un volto, che osserva, e si mostra, dietro dei lineamenti nascosti. Sono gli occhi di una donna ed a volte, oltre quei colori, di cui era “maestra illustrissima”, la sensibilità dei gesti parla per loro. Come a dire, anche, quanto abbia perso il mondo dell’arte in passato. Come a dire, questo è un viaggio affascinante che arde negli occhi e nei colori.

 

“Ricordai la mia delusione quando papà mi aveva fatto vedere la Giuditta di Caravaggio…aveva concentrato tutta l’emozione sull’uomo. Evidentemente non riusciva a immaginare che una donna fosse in grado di pensare. Io invece volevo dipingere i suoi pensieri, se una cosa del genere era possibile…”

 

 

Questo nome, questi sguardi: è un viaggio affascinante in una vita romanzata ed un periodo in subbuglio. Perché, se ci sono veramente pochi artisti dei quali è possibile dire che abbiano avuto, in vita, vicende intense e appassionanti quanto la loro arte, tra loro c'è, senz'ombra di dubbio, Artemisia. Anche a rischio di ripercorrere un cliché ed in qualche modo tradire la forza straordinaria di una pittrice che seppe farsi largo nel mondo chiuso e prettamente maschile del suo tempo. All’ombra di quello stupro subito e del processo che ne conseguì: rimane difficile nonostante tutto credere che le sue eroine ne fossero uscite distaccate e lontane. Ma certo ci fu anche l’artista, il cui talento esplose presso le corti più prestigiose del tempo, consapevole di se stessa. L’amicizia con Galileo, con i grandi nomi della Roma artistica prima, Firenze e Napoli poi, la gestione di uno studio di pittura proprio e le lotte alla pari con i fratelli ed un padre padrone, testimoniano una personalità emancipata, ed intellettualmente vivace, forte come le donne che pose al centro dei suoi racconti.

 

 

“…Una mattina, passò nella nostra stretta via della Croce una pescivendola con due ceste di pesce secco. Aveva le maniche arrotolate e le braccia muscolose erano robuste e nerborute come quelle, solcate di vene, del Mosè di San Pietro in Vincoli. Erano quelle le braccia che doveva avere Giuditta: più robuste e forti di quanto le avessi disegnate e anche con le maniche arrotolate, pronta al bagno di sangue, irrigidita nella determinazione e dalla ripugnanza, mentre affondava nella gola di Oloferne la sua stessa lama d'acciaio. E la serva di Giuditta, Abra, anche lei doveva avere braccia robuste, per poter schiacciare il petto del tiranno. Inoltre, la mia Giuditta avrebbe tenuto un ginocchio sul letto del tiranno, come una contadina che sta scannando un maiale…”



 

[...]

 

“Un viaggio nell’arte della prima metà del XVII secolo seguendo le tracce di una grande, vera donna. Una pittrice di prim’ordine, un’intellettuale effervescente, che non si limitava alla sublime tecnica pittorica, ma che seppe, quella tecnica, declinarla secondo le esigenze dei diversi committenti, trasformarla dopo aver assorbito il meglio dai suoi contemporanei, così come dagli antichi maestri, scultori e pittori. La parabola umana e professionale di Artemisia Gentileschi (1593-1653), straordinaria artista e donna di temperamento, appassiona il pubblico anche perché è vista come un’antesignana dell’affermazione del talento femminile, dotata di un carattere e una volontà unici. Un talento che le consentì, giovanissima, arrivata a Firenze da Roma, prima del suo genere, di entrare all’Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze; che le fece imparare, già grande, a leggere e scrivere, a suonare il liuto, a frequentare il mondo culturale in senso lato; una volontà che le consentì di superare le violenze familiari, le difficoltà economiche; una libertà la sua che le permise di scrivere lettere appassionate al suo amante Francesco Maria Maringhi, nobile raffinato quanto tenero e fedele compagno di una vita. Una tempra la sua, che pure sotto tortura (nel processo che il padre intentò al suo violentatore Agostino Tassi) le fece dire: “Questo è l’anello che tu mi dai et queste le promesse”, riuscendo così a ironizzare, fino al limite del sarcasmo, sulla vana promessa di matrimonio riparatore. […]”

(dall’Introduzione alla mostra: Artemisia e il suo tempo)

 

 

“[…] Il tempo, i documenti, le carte uscite fuori dagli archivi, e forse ancora molte da trovare, han reso giustizia a una donna, a un’artista, a un’eroina che non si fa scrupoli perché solo in questo modo è possibile esser donna e pittrice in quell’epoca, in quel mondo. Non era affatto bambina quando conobbe il Tassi che amò per quasi un anno. E certo il processo ci fu e alla fine non si sposarono. Sposò lo Stiattesi ma chi tra i due ci guadagnò, non è chiaro. Amò furiosamente un suo coetaneo alla corte di Firenze, il nobile Francesco Maria Maringhi, come testimoniano le sue lettere appassionate, che la salvò dall’accusa di furto di colori quando scappò con i figli, che molti ne ebbe, da Firenze a Roma. Cambia case, si fa nuovi amici, non paga i debiti, pur di lavorare e di essere grande tra i grandi del suo tempo. L’amico Vouet ci lascia un suo ritratto (ma il suo volto lo si conosce a memoria, che lo regala alle sue donne di pennello più crudeli). È a Venezia e poi a Napoli. Si fa agente di se stessa. Ha a che fare coi grandi della nostra penisola, come d’Europa, raccomandando perfino famiglia e parenti, rimandando consegne di lavori, scrivendo lettere tanto supplichevoli quanto furbe. Scrive a Galileo di cui è amica. Il suo amante di sempre, il Maringhi, la raggiunge a Napoli. Girolamo Fontanella compone un’ode per lei e negli anni successivi addirittura sette per le sue opere. Parte per Londra, dove raggiunge il padre, e dove rimane anche dopo la sua morte per rientrare poi a Napoli dove lavora molto e molto promette, pur di farsi anticipare danari e colori.
Secondo le fonti vien sepolta nella Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini. “Heic Artemisia” sulla sua lapide. Perché da questo momento è solo Artemisia, la grande, immensa pittrice.”

(dall’Introduzione alla mostra: Artemisia e il suo tempo)

 

 

 
 
 

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Post n°678 pubblicato il 28 Febbraio 2017 da enodas

 

 

Sono seduto ad ascoltare. Immerso nel buio della sala e nella cascata di note. Ho cercato di lasciare che fossero loro e loro soltanto a portarmi in questo mondo incantato che è la musica, che è l’anima, senza appoggi concreti e linee soltanto senza fine. Ho cercato che fosse così, libero da quelli che secondo me sono un po’ artefatti costruiti da un personaggio attorno a se stesso. Perché, tutto sommato, la musica si ascolta e non dovrebbe avere bisogno di altre parole. E per momenti è stato così, tra melodie conosciute, altre quasi dimenticate come sotto una coltre di polvere, altre infine scoperte, magari immaginando una piccola storia dietro ognuna di esse. Allora, ho lasciato che fossero le mie corde nascoste a vibrare insieme a quelle scoperte del pianoforte.

 

[...]                                   [...]

 

 

 
 
 

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Post n°677 pubblicato il 24 Febbraio 2017 da enodas

 

 

30 Novembre – 2 Dicembre

 

Tronador significa ‘tuono’. Tronador è il rumore del ghiaccio che si spezza e si dissolve in una nuvola compatta mentre frana verso valle. Tronador è il suono che mi accompagna mentre cammino, mi fa alzare lo sguardo, alla ricerca in qualche punto di quel ghiaccio distrutto. E’ una delle mie ultime variazioni di blu, quelle infinite che ho raccolto finora. Anche quando, complice i detriti lasciati nei secoli dall’azione di un vulcano fanno sì che il mio ultimo ghiacciaio sia ‘nigro’, nero come il carbone. Ultimo ruggito meraviglioso di questa natura indomata, così come si è presentata ai miei occhi.

 

 

Dalla pampa a delle esplosioni di fiori: un giallo intenso presente ovunque, eppure clandestino, pianta straniera importata dagli Europei. E nascosti, silenti, allungati, lungo una strada di montagna, si lasciano laghi, il profilo andino, il confine col Cile. In questa colonia, che sembra un angolo alpino, un incrocio tra paesaggi svizzeri ed atmosfera bavarese, e chissà quale piega della Storia sia riuscito a nascondere.

 

 

"...Il sole tramonta a ovest, si inabissa nel Pacifico, e i suoi ultimi riflessi proiettano sulla candida pampa l’ombra del Patagonia Express che si allontana in senso contrario, verso l’Atlantico, là dove iniziano i giorni..."

 

Ancora una volta, ero in errore. Ho pensato a Puerto Natales che non avrei più visto un cielo del genere. Forse non lo stesso, ma quest’ultima sera, scendendo per le strade di San Carlos de Bariloche, ho ritrovato quel cielo tinto di sangue. L’ho trovato mentre dipingeva il profilo delle Ande, oltre il lago, verso quella frontiera scomparsa che idealmente per me è rimasta segnata da qualche parte nella Terra del Fuoco. Come una musica fatta di silenzi, di suoni inghiottiti dalla forza de vento, questo è il mio ultimo sguardo verso di essa.

 

Sempre è commovente il tramonto
per indigente o sgargiante che sia,
ma più commovente ancora
è quel brillio disperato e finale
che arrugginisce la pianura
quando il sole ultimo si è sprofondato.
Ci duole sostenere quella luce tesa e diversa,
quella allucinazione che impone allo spazio
l'unanime paura dell'ombra
e che cessa di colpo
quando notiamo la sua falsità,
come cessano i sogni
quando sappiamo di sognare.

(Afterglow – Jorge Luis Borges)

 

 

Calafate non è solo il nome della città più vicina al ghiacciaio Perito Moreno, ma è soprattutto il nome di un frutto che cresce in Patagonia, una via di mezzo tra delle bacche e dei mirtilli. La gente del luogo lo usa per ottenere distillati e marmellate. Ho trovato questi mirtilli selvatici lungo le rive di un lago, laddove uccelli di ogni tipo planavano e decollavano in uno sciame continuo. La voce perduta delle leggende dice che una volta mangiate, queste bacche assicurino il ritorno lungo le strade della Patagonia.

 

 

Il mio racconto termina qui, su una lunga pedalata fatta di sali-scendi, pendenze e sbuffi di vento. Ed aperture improvvise di laghi, acque cristalline, ed i picchi ghiacciati in lontananza. Con un occhio all’orologio, che non manchi la partenza. Ho ancora poco, per guardarmi indietro, per raccogliere immagini e soprattutto pensieri, di un luogo che era un sogno già evocato dal solo nome. Ed un tassello in più del mio animo, segnato da un senso di inquietudine e paura, i primi giorni, che ha rischiato di far saltare tutto e mi è costato non poco. Sarebbe stato un peccato, davvero, un’occasione colpevolmente mancata, ed un desiderio tradito. Anche se non sempre i miei pensieri e le mie immagini si sovrapponevano esattamente con le mie aspettative e la mia immaginazione.
Infinite variazioni di blu e straordinari cieli di Patagonia: se è difficile narrare lo spettacolo che la natura ha ingaggiato con me in questi giorni, questo è stato il mio filo conduttore e questo sarebbe idealmente il titolo raccolto per i miei appunti di viaggio. Quello che rileggo adesso, mentre scrivo, sotto una nuova luce che forse ne risalta maggiormente la forza e la distanza. Qualcosa che già, inizia a mancarmi. Ed aspetti nuovi di me lungo una strada che, nella realtà, prosegue ancora, chilometri e chilometri.

 

"...Non ero solo. Non sarei stato mai più. Coloane mi aveva passato i suoi fantasmi, i suoi personaggi, gli indio e gli emigranti di tutte le latitudini che abitano la Patagonia e la Terra del Fuoco, i suoi marinai ed i suoi vagabondi del mare. Adesso sono tutti con me e mi permettono di dire a voce alta che vivere è un magnifico esercizio."

 


 

 
 
 

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Post n°676 pubblicato il 22 Febbraio 2017 da enodas

 

 

26-29 Novembre

 

"... Strada dritta, grigia, polverosa, e senza traffico. Vento implacabile, che ti porta via. A volte senti un camion, sei sicuro che sia un camion, ma è solo il vento. O senti il rumore che fa il cambio quando ingrana la marcia più bassa, ma anche quello è il vento. A volte il vento da' l'impressione di un camion scarico che sobbalza su un ponte. Anche se un camion arrivasse alle tue spalle, non lo sentiresti..."

 

Posso lasciarmi alle spalle quanto fatto finora, ogni tratta spezzata del mio viaggio. Sento che ora, davvero, per qualche giorno saranno una denominazione ed un numero a tracciare la via. Ruta 40, Patagonia, verso nord: questa lunga linea tracciata sulla mappa che cavalcherò come parte di questo viaggio, come viatico del cuore, e come avventura tracciata oltre i riflessi di un finestrino. Lo affronterò tra spirali di polvere, ore interminabili, pagine di libri ed orari annotati su frammenti di carta. Frammenti saranno poi le immagini che porterò con me.

 

 

"...un uomo che cavalcava nella pampa del Castillo sorpassò quattro cavalieri, che si portavano appresso una fila di focosi cavalli. Erano tre gringos ed un peone cileno, armati di Winchester col calcio di legno. Uno di loro era una donna vestita da uomo..."

 

Laddove briganti in fuga incrociarono la strada, ancora adesso questo è un passaggio obbligato nell’immensità di un paesaggio che non lascia scampo nella sua espressiva monotonia, ed un rifugio comparso nel nulla rimane selvaggio e punta in ogni direzione. Da lì, allontanandosi da un fiume le cui acque turchesi scivolano dai ghiacciai andini verso una lunga via per l’oceano, una deviazione lungo una strada sterrata apre un cancello del tempo ed una finestra su tutto quanto di spettacolare si nasconde oltre la linea retta che fende la Pampa.

 

 

Qui è come scendere in un passato che sfugge alla nostra comprensione, quando questo paesaggio era tutt’altro e le forze della natura scavavano montagne e sommergevano foreste. Come cenere solidificata pronta a svanire al minimo tocco, queste pietre che sono tronchi, fossili, vita perduta trasformata in qualcos’altro, trasmettono un senso di estrema fragilità. Un po’ come la vita ancora nel presente, una lotta continua testimoniata dagli scheletri animali dispersi nel terreno, e le impronte impresse sul terreno argilloso. E sale forte e selvaggia quella sensazione di deserto, quel silenzio che si perde attraverso conformazioni rocciose che alternano pinnacoli a striature graffianti, e comignoli a perdita d’occhio: tutto rimane precario, come ogni passo su un terreno argilloso umido di pioggia, la terra che di sedimenta sotto le suole, ed un cielo minaccioso che mi sfiora soltanto, prima di proseguire verso sud.

 

 

In cammino. Contro il vento che mi sibila accanto, verso profili di montagna sempre più vertiginosi. Ho immerso le mani nell’acqua pura che scendeva da ghiacciaio e ne ho bevuto a piccoli sorsi. Perché l’acqua più di ogni altra cosa in queste situazioni mi fa sentire la forza della vita e la calma del mio cuore. Tra tutte, oggi sarà il percorso più lungo. Verso altre torri, verso un ghiacciaio che scende nell’acqua, plumbea ed immobile, nella sua conca nascosta da nude rocce, verso infine una volpe, che veloce tra quelle stesse rocce appare, scompare, e già fugge via. Sono arrivato, su questo costone che il vento spazza senza pietà, che mi fa mantenere una posizione obliqua lungo un cammino esposto, sempre più in alto, seguendo le rocce. E quasi invisibile, lontano, sopra di me scorgo l’ombra di un condor andino, un battito d’ali enorme ed irraggiungibile, che allarga il mio respiro all’eternità.

 

“…Amaro camminare, perché pesa
il cammino sul cuore. Il vento freddo,

e la notte che giunge, e l'amarezza
della distanza... Sul cammino bianco,
alberi che nereggiano stecchiti;

sopra i monti lontani sangue ed oro...”

(Antonio Machado)

 

 

Ho ripreso la strada nella notte. Ed il bus procede insicuro su un terreno ruvido e smottato. Nella notte scorgo la polvere sollevata dal terreno, il susseguirsi dei paletti che demarca la Ruta, uno ogni venti metri, ed il profilo sinistro di un qualche edificio che in rovina sorge dal nulla. Ombre, spettri, rumori, pure il pianto di un bambino, in fondo al bus. E’ una notte senza luci attraverso un mondo surreale.

Surreale è l’alba, gelida, che mi vede giù sul ciglio di un marciapiede di una città deserta. Silenzio ancestrale, e le ossa che tremano. Ed io cerco riparo dietro un garage. Un paio d’ore interminabili: guardavo fuori ed osservavo il silenzio, attraverso quell’unica strada da nord a sud, contando i raggi di luce ed i chilometri attraverso la Patagonia.

 

 

Terra di uomini, terra di colori. Ad un certo punto ho pensato che non avrei visto un qualcos’altro di pari bellezza. Mi sbagliavo: abbiamo camminato in mezzo ad un deserto fatto di steppa, ed improvvisamente tra ali di cavallette in movimento si intravedevano colori vivaci. Rosso, giallo, terra bruciata. Qui, molto lontano, giunsero mani a graffiare la roccia, raccogliere un po’ di quei colori, e ripartire, verso sud. Verso una vallata nascosta, una ferita che spacca la roccia, e corre giù, in profondità, laddove l’acqua porta la vita e gli accecanti colori di una pietra arida si tramutano in verde sgargiante. Mi è tornato in mente un racconto di un possidente terriero trasformato in mostro dallo sventurato intervento di una natura feroce, un racconto letto durante uno di questi interminabili viaggi: è accaduto intravedendo i ruderi in legno di una estancia abbandonata vicino al greto del fiume. Ho osservato rose del deserto, anche se non so assolutamente di quali piante si trattasse: a me bastava che fossero lì e con la loro bellezza rimanessero in vita. E, sempre camminando, sono risalito lungo il costone del canyon, seguendo come uomini prima di me la traccia millenaria dei guanachi. Là, infine, in anfratti protetti dal vento, si imprimevano sulla roccia orme di mani, una sull’altra, intrise di quei stessi colori raccolti miglia più a nord. Pitture geometriche, scene di caccia gli uomini, i guanachi, un ciclo continuo, e, ancora, infinite mani, una sull’altra. Come a dire, “io esisto, io ho vissuto, ed appartengo a questa gente”, un alito di vento trasportato lungo la valle per migliaia di anni.

 

 

"...mentre l'autobus attraversava il deserto, guardavo assonnato i brandelli di nuvole d'argento che si spostavano in cielo, e il mare grigio-verde di sterpaglia spinosa sparsa sulle ondulazioni del terreno e la polvere bianca delle saline e, all'orizzonte, la terra ed il cielo che si fondevano, mescolando e annullando i loro colori..."

 

Ancora, una strada interminabile. Anche se, questa volta, lentamente, il paesaggio sta cambiando, ed io altrettanto lentamente, avverto il distacco. Non è ancora così, ma la Patagonia, per quello che risveglia e lascerà impresso questo nome, sta rimanendo indietro. Occhi riflessi da un finestrino sporco di polvere. Come in altri momenti passati su un bus, questi giorni, avverto un senso profondo ed inspiegabile di tristezza e malinconia, come se il paesaggio che mi scorre davanti amplificasse questi sentimenti, uniti ad un senso di solitudine, ed un’orma nel terreno che presto scomparirà.

 

 

“Lungo la nuda terra della strada
sboccia l’ora fiorita,
biancospino solingo,
d’umile valle nella svolta ombrosa.
oggi con voce tenue
al cuore, e sulle labbra
la parola interrotta e trepidante.
Dormono i vecchi mari miei; si smorza
il suono delle spume
sopra la spiaggia sterile.
Lontano va la bufera nella nube torva.
Torna la pace in cielo;
la brezza tutelare ancora aromi
sparge sui campi, e nella benedetta
solitudine appare la tua ombra.”

(Antonio Machado)

 



 
 
 

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Post n°675 pubblicato il 20 Febbraio 2017 da enodas

 

 

...fino a qui...

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