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la musica, suonare il pianoforte, suonare il mio violino, la luce del tramonto, ascoltare il mare in una spiaggia deserta, guardare il cielo stellato, l’arte, i frattali, viaggiare, conoscere e scoprire cose nuove, perdermi nei musei, andare al cinema, camminare, correre, nuotare, le immagini riflesse sull’acqua, fare fotografie, il profumo della pioggia, l’inverno, le persone semplici, il pane fresco ancora caldo, i fuochi d’artificio, la pizza il gelato e la cioccolata


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l’ipocrisia, l’opportunismo, chi indossa una maschera solo per piacere a qualcuno, l’arroganza, chi pretende di dirmi cosa devo fare, chi giudica, chi ha sempre un problema più grosso del mio, sentirmi tradito, le offese gratuite, i luoghi affollati, essere al centro dell’attenzione, chi non ascolta, chi parla tanto ma poi…, l’invidia, il passato di verdura





 
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Post n°522 pubblicato il 21 Gennaio 2015 da enodas

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Post n°521 pubblicato il 16 Gennaio 2015 da enodas

 

 

 

Era apolide. Nel senso che non ebbe mai passaporto. Non poteva essere presente quando i suoi dipinti venivano esposti. Non poteva osservare i dipinti presentati dai suoi contemporanei, se non per immagini riportate. Eppure giunse talvolta a soluzioni estremamente simili.
Ma sorattutto, non doveva essere una personalità semplice. Il suo sguardo passa attraverso un foglio di carta ed un segno a matita, profondo entro abissi sconosciuti, come in una successione di ritratti che trascendono il volto dell'uomo e lo caricano di significati, di simboli appunto, dell'artista eroe che sacrifica se stesso. Si apre così, sui ritratti, nel corso di una breve esistenza - poco più di quarant'anni appena, la mostra su Giovanni Segantini. Si apre su una delle parole chiave, Simbolismo, filone da cui declinano molte delle opere in mostra. A partire da se stesso. Ciò che veniva rappresentato era più di una figura, ma una concatenazione di idee, una reazione emotiva, uno sguardo oltre.
E prosegue, per temi, intrecciati alla vita, di Segantini. Di sala in sala, si entra nel mondo milanese, si attraversano gli sguardi dei ritratti, si osservano le nature morte. Fino ai grandi paesaggi, lontano dalla città, quindi verso le montagne, tutti accostati a dei bozzetti, ripresi come variazioni di uno spartito su cui stendere la melodia definitiva, alcuni addirittura modificati, stravolti, colore sopra colore, figura sopra figura. C'erano poi le suggestioni letterarie, quelle di un periodo in forte trasformazione, il progetto per l'Esposizione di Parigi ed infine il tema della maternità. Un'ossessione, un solco profondo, nella vita di un uomo rimasto orfano in tenera età.
Non doveva essere una personalità semplice. Passato di mano da bambino, recluso per vagabondaggio, infine avviato alla nascente fotografia. Il disegno, la pittura, lo salvarono e lo fecero emergere prepotentemente come figura di spicco e sensibilità cristallinia. Riflettendo sulle emozioni e sui significati intrinsechi, sulla potenza del colore, sui tratti brevi ed intensi con cui essi venivano applicati.
E questo mi é piaciuto della mostra, l'avermi fatto conoscere ed approfondire un nome che non conoscevo raccontandomi al tempo stesso una storia, quella dell'uomo accanto a quella della fine di un secolo e l'ingresso nel Novecento, periodo critico di passaggio culturale. Lungo una serie di dipinti intensi e di grande bellezza, che recavano un'unica, profondissima, firma.

 

 

E' un colore intenso e pastoso. Più mi avvicino, più diventa denso, spesso. E' un azzurro fatto di rosa, di verde, di blu.
E' uno sguardo assorto e silenzioso. E rimanendo a fissarlo appare chiaro che é ciò che accade dietro, oltre una finestra, la riflessione stessa di quegli occhi fissi in un punto nel vuoto.
E' quasi un cerchio, quello che si disegna sull'acqua. E nella luce crepuscolare sembra quasi risplendere il suono di una campana, lontano, in un silenzio che ha colore. Riflessi in movimento. A fronte di infinite variazioni, una accanto all'altra. Riflessi nell'acqua, in un cerchio perfetto, ed una scena umile e tenera che risplende.
Risplende. Come la luce. Una luce luminosa, calda, che prende corpo. Attraverso quel colore, così fitto, così spesso, e quei tratti, uno sull'altro, strato su strato. Nei paesaggi più ampi, su vette irraggiungibili, o dentro il focolare degli umili, quando una fiamma risplende sul volto di due madri messe a confronto. E la tenerezza di questo legame, profondo, può trasformarsi in cruda allegoria di figure al limite del fantastico, o declinare sull'abbraccio della vita, prima di tornare a quel mondo semplice  di luminosa umiltà.

 

 

"Giovanni Segantini (1858-1899), uno dei più grandi artisti europei di fine Ottocento, ebbe in Milano una vera e propria patria dello spirito, una città di riferimento per tutta la sua breve vita. Anche a seguito del trasferimento nei Grigioni, infatti, Milano continuerà a restare il fulcro della parabola segantiniana e piazza favorita per l’esposizione delle sue opere.
Il suo avventuroso pellegrinaggio dai colli della Brianza alle creste granitiche dell’Engadina narra la storia straordinaria della creatività culturale che si sviluppò nelle valli tra l’Italia e la Svizzera all’inizio del secolo scorso.
[...]
Nell’anno che precede l’Expo, la mostra è una straordinaria celebrazione della “milanesità” dell’artista: un’intera sezione è dedicata proprio agli esordi milanesi del pittore, che con il suo ingresso all’Accademia di Brera diede il via a un promettente e fecondo percorso artistico. Pittoreschi scorci dei Navigli rievocano lo splendore della Milano di fine Ottocento.
Non mancano sezioni dedicate alla natura morta e al ritratto. "Costume grigionese", "La mia Famiglia", "Ritratto della Signora Torelli" e alcuni autoritratti, non sono in mostra solo per permettere allo spettatore di ripercorrere i legami affettivi dell’artista, ma soprattutto per testimoniare la sua indubbia potenza di ritrattista.
Immancabile, poi, il percorso dedicato a Natura e vita nei campi. Un nutrito numero di quadri, tra i quali possiamo citare i bellissimi "Sul balcone" e "L’ultima fatica del giorno", esalta il ruolo della montagna nella sua opera pittorica, che offre in mostra uno spaccato del paesaggio alpino, con le sue scene di vita nei campi, i suoi costumi caratteristici e una peculiare rappresentazione della società contadina.
La sezione Natura e Simbolo, nella quale si possono ammirare i celeberrimi "Mezzogiorno sulle Alpi" e "La raffigurazione della Primavera", esplora il dualismo iconografico caro a Segantini: una fusione tra i due opposti che determina la ricchezza del suo linguaggio.
Infine, a ideale conclusione del percorso della mostra, una sezione dedicata al tema della maternità ospita "L’Angelo della vita" e "Pascoli di primavera", capolavori delle istituzioni milanesi: la Galleria d’Arte Moderna e la Pinacoteca di Brera.
Una nutrita raccolta di lavori provenienti da numerose e importanti istituzioni museali europee e statunitensi, a cominciare dal Museo Segantini di St. Moritz, che si fa testimone, attraverso il cammino artistico, della stessa vita del maestro: dall’infanzia trascorsa nella vivace metropoli post-unitaria, al trasferimento sulle Alpi svizzere, uno degli ultimi, incontaminati, paradisi naturalistici."

(dall'Introduzione alla mostra)


[...]


 

 
 
 

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Post n°520 pubblicato il 13 Gennaio 2015 da enodas

 


Mi sento inghiottito dalla terra. Eppure cammino sospeso nel vuoto, sopra un canion profondo decine di metri. Là, in fondo, rigurgita rabbioso uno dei tanti fiumi sotterranei di queste parti, si spezza sulle rocce che lo costringono ed immediatamente riscompare nel buio. E buio sarebbe, ovunque, in questa stanza gigantesca dove il freddo là fuori scompare, ed il rumore si amplifica, si amplica ancora di più, assordante, spaventoso, in questo mondo fatto di giganti , personaggi immaginari, ombre di pietre costriute dall'acqua migliaia di secoli. Sorgono dal terreno scosceso, si calano dal soffitto, su quelle stesse pareti dove i segni lasciati dai primi esploratori si intravedono appena, nei gradini appena sbozzati, nelle assi pericolanti di un ponte aggrappato al nulla.
Fino a quando é luce, abbagliante, infine, ed un alito gelido che spira, dalle rocce imbiancate, letteralmente ghiacciate, e come una gemma incastonata a forza, come fosse aggrappato sul nulla, si trova un castello. Silenzioso, come il gelo che lo circonda, che blocca il portone e fa scendere lentamente il sole oltre la vallata. La neve si tinge gradualmente dell'azzurrognolo di un cielo senza luce. E due ceppi ardono in un calderone, improvvisato, all'ingresso, come se fosse acceso per due guardie invisibili, fantasmi lasciati in custiodia, alla fine del giorno.

 

 

Manca un giorno alla fine dell'anno. E si sente tutto. Ogni grado sottozero. Ogni passo lugo la riva, tutto intorno. Seguendo con lo sguardo il profilo da fiaba che mi segue, oltre uno specchio d'acqua di colori e di riflessi. La neve lo separa dal tempo. Lo separano i fuochi, accesi la sera, si mettono in cammino lungo la sponda, proprio il giorno prima della fine dell'anno. Lo separano i banchi, già allestiti nel pomeriggio, ad accogliere lungo questo percorso circolare, lungo la strada, candida e ghiacciata, di una bevanda calda, un boccone sostanzioso o l'impasto del pane arrotolato su uno spiedo da mettere al fuoco. E soprattutto, lo separa il silenzio, quello che prende il colore azzuurro intenso delle montagne seminascoste, dell'acqua limpida e fredda, e che si materializza in una scalinata, vuota, che scende fino al pelo dell'acqua, laddove approderanno le barche, i viaggiatori che vorranno salire, in un altro tempo, in un altro giorno, quei gradini, fino al profilo esile di un campanile. Là, forse, rintoccherà una campana, un suono per ogni desiderio, per un augurio, che come un rintocco si scopra, fenda l'aria immobile come immobile é la sensazione di trovarsi sospeso in qualcosa che non cambierà, come un ricordo impresso da portare via, e rimbalzi tra le montagne fino a scomparire. Saranno i passi incerti, sarà il silenzio che accompagna una luce lontana, l'aria gelida di un inverno profondo, sarà la bellezza del paesaggio. Mi entra nell'anima.

 

 

Ho in mente una stradina in salita. E' ghiacciata, per un tratto, ed oltrepassarlo non é stato semplice. Respiro, una folata di vento gelida. Dal castello che domina Lubijana. Si vedono li montagne, vicine, e nascosti dietro, laghi cobalto, paesaggi silenziosi ed avvolti in una distesa di bianco candido, un rivolo d'acqua che scorre, ancora, sotto un ponte arcuato, le taverne nella pietra grezza che sono angoli di calore nascosto la sera. Questo silenzio, questo manto di neve, queste luci, hanno creato un'atmosfera d'inverno come un po' avevo dimenticato.

 

 

Respiro, a cavallo di un ponte. Buio, ormai, e difficile trovare un posto, improvvisamente, ed il volto é come se fosse anestetizzato. Guardo oltre una finestra, e vicino arde la legna nel forno. Sarà così, in semplicità, attendere. Respiro. Un'aria sempre più gelida, appena si alza un po' di vento. Ed attendo che il castello, là sopra, si accenda di fuochi. Per un attimo, almeno. Nell'aria si sente il sapore del vino caldo e molte voci in italiano. Ed uno scroscio di luci, veloce, si accende, crepita, e scompare nel buio.

 

 

 
 
 

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Post n°519 pubblicato il 11 Gennaio 2015 da enodas

 

 

Dicembre 2014



...  La nebbia si scioglie in figure danzanti.
Un gabbiano d'argento si stacca dal tramonto.
A volte una vela. Alte, alte stelle. ...

(P.Neruda)

 
 
 

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Post n°518 pubblicato il 07 Gennaio 2015 da enodas

 

 

...vorrei sapere come dire basta a tutto questo...



Questo blog é per la libertà di pensiero.

 

 
 
 

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Post n°517 pubblicato il 05 Gennaio 2015 da enodas

 

 

Ho guardato le figurine del presepe con una certa malinconia. Mi capita spesso, quasi ogni volta. Guardo la posizione di uno o dell'altro, qualche dettaglio, qualcosa di nuovo o di meno nuovo, cercando di memorizzarne l'immagine. Ogni volta, penso che nei giorni precedenti, in un modo o nell'altro, é qualcosa che ho quasi dimenticato di fare. Così, in questi giorni, la sera tardi, qualche volta, ho spento le luci e nel silenzio sono rimasto ad osservare, un paesino illuminato, un albero ricco di oggetti bianco ed azzurri. E' questo pensiero che mi mette un po' di malinconia.
Come ogni tempo che é sempre veloce e non si sa mai come guardarlo, perché già si rischia di trovarsi voltati all'indietro. Per un istante, é così.
Ho pensato per un attimo che oggi, davvero oggi, avrei potuto essere in una situazione diversa, su una strada diversa, dopo un incrocio che tra mille voli pindarici ho deciso di non intraprendere. Anche questo, é soltanto un pensiero, uno di quelli che passano come flash istantanei.
Ogni cosa, come me, rimane complicata.

 

 

 
 
 

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Post n°516 pubblicato il 28 Dicembre 2014 da enodas

 

 

"Dio, tu che ti celi nelle nuvole,
o dietro la casa del calzolaio, fa che la mia anima,
anima dolorosa di ragazzo balbuziente si riveli,
mostrandomi la strada.
Non vorrei essere uguale a tutti gli altri:
voglio vedere un mondo nuovo."

 

 

Credo di esere in un sogno. Non ho altra spiegazione che questa. Accanto a me fluttuano immagini, volti blu in un tentero bacio, capre, mucche, violinisti, figure danzanti, fiori e vagabondi. Un uomo si libra nell'aria, tenuto per mano dalla sua donna. La stessa che, volando, si volta a baciare. Ho ancora in mente quel titolo, pochi anni fa. Un mondo sottosopra. Ecco, oltre ad essere sottosopra, credo che questo sia un mondo onirico, un mondo dell'anima, dei sentimenti. L'amore dovrebbe essere come lo descrive Marc Chagall, ho letto da qualche parte.
Ogni volta che guardo un dipinto é come se sentissi questa frase. Non saprei immaginare altro. Una poetica straordinaria, che parla dritto al cuore, che commuove, coinvolge e carezza l'animo. Usando un linguaggio universale, tanto da rimanere impresso e riconoscibile da chiunque. Mi prende per mano e mi guida, attraverso la storia di una vita, quella di un uomo, attraverso i ricordi che lega a sé, attraverso anche agli orrori del mondo. E con leggerezza mi sostiene, forse anche io sospeso su questa bellezza semplice e profonda che mi entra dentro.

 

"E' soltanto mio
Il paese che é nell'anima mia
Vi entro senza passaporto
Come a casa mia
Vede la mia tristezza
E la mia solitudine
Mi addormenta
E mi copre con una pietra profumata."

 

 

"I fiori possono fare dimenticare un momento drammatico,
ma possono anche rievocarlo."

 

Non si tratta soltanto del titolo. La mostra di Palazzo Reale mantiene davvero le promesse di offrire una visuale ampia e completa della parabola artistica di Marc Chagall. Più, ancora, di una vita intera. Una vita lunga, attraverso un secolo che rappresenta il passaggio alla modernità con tutti i suoi drammi. Gli stessi che Chagall visse di persona, spettatore della storia a cavallo di due guerre, esule sempre, e su se stesso, sconvolto da quei drammi che lacerano il cuore. Tutto questi, questi passaggi stretti, quasi obbligati, dell'uomo Chagall, vengono scomposti di sezione in sezione, mettendo in luce tutti quegli aspetti che vanno oltre le immagini più immediate degli amanti abbracciati in un volo pindarico. No, Chagall seppe guardare in faccia le grandi tragedie dell'uomo, ritrasse e denunciò il male assoluto, il torbido dell'uomo, le sofferenze del suo popolo, raccontò la perdita inaspettata della sua Bella, il suo vuoto interiore, ed infine i colori, i fiori, come gioia, che seppe ritrovare, una volta rientrato nel sud della Francia. Lo ha sempre fatto con un linguaggio particolare, immediatamente riconoscibile ed immediatamente immediato, guardando il mondo con quella stessa meraviglia, quella stessa voglia di vivere e quello stesso ottimismo che respirano dalle sue opere. Un linguaggio che ha attinto alle avanguardie, alle correnti artistiche, senza mai aderirvi completamente, ma attingendo, come attinse, a piene mani nella tradizione del suo popolo, la cultura ebraica, le reminescenze della sua Russia, e della cultura cristiana, tutte filtrate attraverso i colori e le figure che come reminescenze popolano i suoi quadri narrando sempre una storia differente. Il violino, le capre, l'ebreo errante, i paesi innevati, il crocifisso, i fiori, tutti protagonisti che tornano, mai a caso. Perché Chagall, raccontava l'uomo, anche a rischio di mettere a nudo la propria fragilità, e lo faceva con grazie e poesia, trasfigurando in un mondo onirico, la sua propria riflessione sulla vita.

 

"Devo dipingere la terra, il cielo,
Ciò che porto nel cuore
La città in fiamme, la gente in fuga
I miei occhi pieni di lacrime
O devo fuggire, verso chi volare via
Colui che da laggiù dona la vita
Colui che decide della morte
Forse farà sì
Che il mio quadro risplenda"

 

 

"[...] La mostra è la più grande retrospettiva degli ultimi 50 anni mai dedicata in Italia a Marc Chagall, con oltre 220 opere che guideranno i visitatori lungo tutto il percorso artistico di Marc Chagall, accostando, spesso per la prima volta, opere ancora nelle collezioni degli eredi, e talvolta inedite, a capolavori provenienti dai maggiori musei del mondo, quali il MoMa, il Metropolitan Museum di New York, la National Gallery di Washington, il Museo Nazionale Russo di San Pietroburgo, il Centre Pompidou, oltre a 50 collezioni pubbliche e private che hanno generosamente collaborato.

Il percorso scientifico nasce da un interrogativo e da un’esigenza: da una parte il tentativo di capire quale fu la forza che permise a un pittore che pure sperimentò i linguaggi di tutte le avanguardie, di rimanere sempre così coerente con se stesso; dall’altra, l’esigenza di individuare nell'opera di Chagall, il segreto della poesia di quest'uomo fragile che pure seppe mantenersi sempre fedele alla propria tradizione e, insieme, alla propria umanità in un mondo scosso da catastrofi indicibili e fino ad allora inimmaginabili.

Il tema dell’esposizione è dunque centrato su una nuova interpretazione del linguaggio di Chagall, la cui vena poetica si è andata costruendo nel corso del ‘900 attraverso la commistione delle maggiori tradizioni occidentali europee: dall’originaria cultura ebraica, a quella russa, all’incontro con la pittura francese delle avanguardie.
[...]

Lungo il percorso espositivo i visitatori avranno modo di capire come fu possibile che Chagall, pur vivendo in un perenne esilio, non abbia mai perso quel filo rosso che gli tenne sempre nel cuore il bimbo che era stato; come seppe mantenere intatta, attraverso il tempo e le vicissitudini terribili che attraversarono la sua esistenza, la forma dello stupore, la gioia della meraviglia di fronte alla natura e all’umanità e, insieme ad esse, la fiducia di credere e di provare in tutti i modi a costruire un mondo migliore.

E ancora scopriranno la sua originalissima lingua poetica, nata dall’assimilazione delle tre culture cui appartiene: la cultura ebraica (dalla cui tradizione visiva dei manoscritti ornati egli trae gli elementi espressivi, non prospettici a volte mistici della sua opera); la cultura russa (cui attinge sia attraverso le immagini popolari dei luboki che attraverso quelle religiose delle icone); la cultura occidentale (in cui assimila grandi pittori della tradizione, da Rembrandt come gli artisti delle avanguardie che frequenta con assiduità).

Insieme a tutto questo vedranno anche il suo senso della meraviglia di fronte alla natura, di stupore di fronte alle creature viventi che lo colloca più vicino alle fonti medievali che a quelle novecentesche.
I fiori e gli animali, presenza costante nei suoi dipinti, gli consentono da una parte di superare l’interdizione ebraica della raffigurazione umana, mentre dall’altra, come nell’antica cultura medievale russa, essi divengono le metafore di un universo possibile in cui tutti gli esseri viventi possono vivere pacificatiLa sua arte viene a costituire una sorta di "metissage" fra le culture e le tradizioni e nella volontà di fare della contaminazione un valore, dell’opera d’arte un linguaggio in grado di esprimere alcuni interrogativi a tutt’oggi irrisolti dall’umanità, sta la radice fondamentale della sua modernità."

(dall'Introduzione alla mostra "Chagall. Una retrospettiva")

 

[...]



"Forse non dirò tutto. Non mi bastano le forze per pensare a me stesso, quando i miei quadri mi fanno tanto soffrire, non mi bastano le forze per parlare di me, quando ogni parola é come una lacrima che brucia la pelle. E se queste parole rimanessero per sempre, rimanessero dopo di te, come ombre, queste parole che implorano grazia? Eppure, non c'é stato giorno della mia vita in cui abbia dubitato di me, del mio lavoro, in cui non abbia ricordato di essere stato l'ultimo della classe. Come se camminassi su un ponte d'aria, e gli anni della mia vita, trasparenti come nuvole, si estendessero come una veste luminosa, senza corpo. Vedo la danza di mani e piedi, colgo il suono delle parole, sento l'eco dei secoli, come se qualcuno mi baciasse e mi parlasse della vita che ho vissuto, e sono tutto come un mazzo di rose, un mazzo di marmo, ricoperto dalla rugiada del mattino."

 

 

 
 
 

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Post n°515 pubblicato il 23 Dicembre 2014 da enodas

 

 

Come linee astratte che ornano le pagine di una storia. Una favola. Su un lago ghiacciato, forse. In un mondo lontano, una foresta incantata. Scivolano, danzando, librandosi in aria, saltando. La piuma di un cigno bianco volteggia sospesa, ed infine si posa sul ghiaccio. Scivolano, come la musica, nell'aria, le note una cascata ora furente ora passionale ora drammatica. E nell'aria si alza una polvere d'acqua, impercettibile se non in controluce. Scivolano, i pattini, scivola via il tempo, nell'illusione che sì, in questo mondo da fiaba sono entrato anch'io, rapito dalla bellezza dei gesti, dalla bellezza della musica. Un palco di ghiaccio: é il lago dei cigni.

 

 

 

Pensavo che quest'anno non sono realmente andato in nessuna di quelle città che qui attorno hanno mercatini di Natale. Certo, li ho trovati in un altro luogo, dall'altro capo d'Europa, ed erano molto belli. Ma qui no. Semplicemente, non sono riuscito a pensarci, tra cose da fare ed un periodo intenso. In un certo senso, é una specie di rituale che lega insieme molti ricordi e tante immagini di natura differente.
Forse, anche quello di una valigia semivuota da preparare. E credo che anche questa sia un'immagine che raccolgo dietro un ricordo, unito alla voglia di mostrare qualcosa, il più possibile, di una parte di mondo che mi porto dietro, intrinsecamente. Di raccontare e di vivere. E' un desiderio anche questo, in fondo. Ho pensato una volta che fosse così, fin quasi a sognarlo, naturale. Sono rimasti graffi profondi come solchi. Lo stesso, oggi, sognando che sia diverso.

 
 
 

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Post n°514 pubblicato il 14 Dicembre 2014 da enodas

 

 

 

Ricordo questa finestra. Ricordo lo scorrere silenzioso del Danubio. Incastonata, ai due lati, "la perla", la città di Budapest. E' inverno, l'aria é densa di una pioggia sospesa che scende e non scende. Diametralmente opposta all'estate di pochi anni fa. E' dicembre, le piazze della città sono colme di casette che servono piatti corposi ed i tipici dolci dell'est europeo scottati attorno uno spiedo. Mi sono immerso nel mercato, quello centrale, come mi sono immerso nelle acque calde e solforose dei bagni termali. Sotto un cielo che colava una pioggerellina fine e tagliente. Poi, sono salito su un tram, l'ho sentito sferragliare, da un ponte all'altro, sul Danubio, e magari mi portava lontano, una danza, del legno intagliato dai colori vivaci o un merletto finemente lavorato. Una musica tzigana animava la taverna, la sera, prima che risalissi su un bus che si arrampicasse sulle pendici del castello, laddove quasta finestra si apre, un tavolo vuoto qualche metro più in là, e segni araldici intagliati su vetrate colorate inondate di luce. Sono sceso nelle viscere di questo luogo, che la sera rimane silenzioso e malinconicamente poetico, mi sono immerso in cunicoli che erano prigione e rifugio. La perla splendeva, nobile ed elegante, anche là sotto, carica di storia, dei suoi graffi, e di tradizioni. Riemergevo, come dall'acqua, sotto una pioggia impalpabile, tornavo, scoprivo cose nuove e rivivevo luoghi che conoscevo. Forse, ogni tanto, con una punta di malinconia. I luoghi, a volte, sono una promessa.

 

 

Si é spenata la luce del giorno come si fossero spenti dei riflettori. Nella vecchia Buda, sulla parte alta, dove i bastioni cingono la vecchia chiesa di San Mattia é come se fosse calato un sipario. Le strade sono svuotate, ancor più questa sera che i ciottoli sono specchi d'acqua piovana, ed il silenzio risplende tra viuzze in discesa ed edifici imponenti. Quello che spezza questo silenzio é il suono di un violino. Un suono solitario e malinconico, che si affaccia dal parapetto sulDanubio e l'intera città. Riconosco questo violino, riconosco quest'uomo. Ed ho un tuffo al cuore. Si protegge le mani, almeno fino ai polpastrelli, e si ripara sotto il portico, invece di ergersi al centro di una scalinata. Lo conosco, come l'ho conosciuto tre anni e mezzo fa, questo stesso luogo, un'altra sera un po' triste e molto silenziosa. Allora, suonava. E come allora mi avvicino, lascio cadere due monete ed ascolto. Ascolto ed attendo che finisca. E' a quel punto che vorrei parlargli. Ha una voce gentile, come il suono del suo violino. Vorrei raccontargli tante cose, d'istinto. Raccontargli dei miei graffi, quella volta, dentro il cuore, delle sue note che vi sono entrate dentro. Vorrei raccontargli del violinista pazzo, quello che da una strada arrivava nel villaggio ed apriva il cuore della gente, o forse di un ragazzo che canta una ninna nanna con lo zaino sotto il violino, vorrei raccontargli che cosa sia per me la fragilità dell'anima, come quella dello strumento che imbraccia. E vorrei sapere. Perché ogni sera sale queste scale, osserva la città ed intona Bach. Perché lui che suona la Ciaccona sotto un freddo pungente come fosse un maestro di sala non abbia altro palco che questo. Vorrei sapere il suo nome. Vorrei ringraziarlo della sua musica, questa sera, come allora. Seppellisco nel cuore molte domande, così come molti racconti, se non che mi ricordo di lui, che per me esiste, ed esiste come uno dei ricordi più vividi che potessi avere. E poi lascio che il silenzio riprenda il sopravvento, che lui ricominci a suonare, mentre io mi appoggio al parapetto ed osservare.
Credo che questo resterà per me un luogo dell'anima, uno di quelli che mi entrano dentro, indissolubilmente. Questo punto sopraelevato, la sera, il suo silenzio antico fuso nelle pietre illuminate d'oro e la veduta che da quassu si scorge. Forse inestricabilmente legato ad un senso di tristezza e delle ferite che non andranno mai via, anche se questi passi nascondono in realtà soltanto cose belle ed affetti profondi. E soprattutto, il mio violinista pazzo, quest'uomo reale e dalla voce gentile, che ogni sera sale fin quassù, si affaccia su un mondo e con grazia intona Bach sul proprio violino, ed inconsapevolmente accarezza il mio cuore.

 

 

 
 
 

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Post n°513 pubblicato il 11 Dicembre 2014 da enodas

 

 

...le cose più semplici sono le più belle...

 

 

 
 
 
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Nell'ultimo anno...


 

Venezia


Parigi (Francia)


Schiermonnikoog (Netherlands)


Erg Chebbi (Morocco)


Marrakech (Morocco)


Marrakech (Morocco)


Marrakech (Morocco)
 

Marrakech (Morocco)


Taroudannt (Morocco)


Tarfaya (Morocco)


Tarfaya (Morocco)


Plage Blanche (Morocco)


Sidi Ifni (Morocco)


Sidi Ifni (Morocco)


Legzira Plage (Morocco)


Tafraute (Morocco)


Draa Valley (Morocco)


Tamdaght (Morocco)


Valle du Dades (Morocco)


Tamtattouche (Morocco)
 

Tinerhir (Morocco)


Rissani (Morocco)


Erg Chebbi (Morocco)


Erg Chebbi (Morocco)


Erg Chebbi (Morocco)


Erg Chebbi (Morocco)


Aufous Oasi (Morocco)


Midelt (Morocco)


Atlas Region (Morocco)


Ain Leuh (Morocco)


Volubilis Morocco


Fez (Morocco)


Fez (Morocco)


Fez (Morocco)
 

Rhein Valley (Germania)


Rhein Valley (Germania)


Rhein Valley (Germania)


Bruges (Belgio)


Monnickendam (Olanda)


Berlino (Belgio)


Veghel (Olanda)


Loonse Duinen (Olanda)


Berlino (Germania)


Berlino (Germania)


Berlino (Germania)


Zijpe (Olanda)


Zijpe (Olanda)
 

Riva del Garda (Italia)


Folgaria (Italia)


Venezia (Italia)


Verona (Italia)


Eindhoven (Olanda)


Istanbul (Turchia)


Istanbul (Turchia)


Istanbul (Turchia)


Anadolu Kavagi (Turchia)


Istanbul (Turchia)


Istanbul (Turchia)


Istanbul (Turchia)


Biesbosch (Olanda)


Shanghai (Cina)