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la musica, suonare il pianoforte, suonare il mio violino, la luce del tramonto, ascoltare il mare in una spiaggia deserta, guardare il cielo stellato, l’arte, i frattali, viaggiare, conoscere e scoprire cose nuove, perdermi nei musei, andare al cinema, camminare, correre, nuotare, le immagini riflesse sull’acqua, fare fotografie, il profumo della pioggia, l’inverno, le persone semplici, il pane fresco ancora caldo, i fuochi d’artificio, la pizza il gelato e la cioccolata


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l’ipocrisia, l’opportunismo, chi indossa una maschera solo per piacere a qualcuno, l’arroganza, chi pretende di dirmi cosa devo fare, chi giudica, chi ha sempre un problema più grosso del mio, sentirmi tradito, le offese gratuite, i luoghi affollati, essere al centro dell’attenzione, chi non ascolta, chi parla tanto ma poi…, l’invidia, il passato di verdura





 
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Post n°548 pubblicato il 20 Maggio 2015 da enodas

 

 

"Cinque son le vie che mi portano a te
Cinque i sentieri che mi parlano di te
Cinque son le terre
Terre di mille fatiche
Cinque le farfalle che vivono in me."

(Elisabeth Booms)

 

 

Sin da quando sono arrivato, la sera, ho desiderato sedermi ed ascoltare. Scendere il parapetto, verso la lingua di sabbia che é la spiaggia, o davanti al porticciolo che che si apre davanti alle case, una fianco all'altra. Così, questa sera, ormai prima di partire, mi ritrovo qui. Luci soffuse alle spalle e stradine che scompaiono prima di inerpicarsi, entro pochi metri, oltre la vista. Sono deserte, completamente. Ma non c'é silenzio. No, non del tutto. Non per come lo si intende comunemente, almeno. E' un rumore, un suono costante, l'infrangersi di onde che indebolite giungono fino a riva, increspano, e poi si ritirano, con l'acqua che smuove i sassolini, in un rigurgito che é un misto di sibilo e ruggito. E l'oscurità che mi avvolge, si proietta in questo suono costante, ripetitivo, un notturno senza fine, che mi parla nel profondo, in quello stesso buio che mi nasconde l'indefinito del mare, dinanzi a me, presente, con la sua voce, le sue vite, ed in me stesso.
E così, con il corpo che sente ancora l'acqua fresca, del mare, a  contatto, soltanto poche ore prima, mentre il sole calava, a ponente, e si nascondeva dietro la costa, osservo avanti ed alle mie spalle. Cosa vedo, i colori, sgargianti e vivaci, pastello, delicati uno sull'altro. Sono illuminati dal sole, a volte oscurati da nubi improvvise, uno scroscio di pioggia e poi la luce, nuovo. Sono pace e bellezza, quasi fuori da l mondo, una terra dopo l'altra, una terra più bella dell'altra, gemm nascoste da rivelarsi dopo strade tortuose. Vedo, e sento, il sapore del mare, nell'aria, così come nel cuore, che si sente sfiorato da un tocco sopito, e nelle cose, nelle barche tirate e secco e nel profumo del cibo.
Difficile immaginare luoghi così.

 

 

"Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio..."

(Eugenio Montale)

 

Ecco la scala. La salita. Avrà inizio, gradino dopo gradino, sulla strada mi inarpicherò. Per confondermi nella veger=tazione, cercare l'ombra di un albero, respirare. E sì, voltarmi indietro, a guardare lo strapiombo che mi sto lasciando alle spalle. Da qui posso abbagliare i miei occhi di quell'azzurro che rende invisibile la linea dell'orizzonte. In salita, una goccia di sudore, un respiro profondo: quello di arrivo, a metà strada, ma che é anche cima. Il mare lo domino così, con gli occhi, nel silenzio che circonda un santuario, le sue storie che si perdono nel tempo e si rivelano come una scoperta attraverso un racconto, appollaiato su una terra in discesa, quasi in picchiata, verso l'acqua, e due tavolini. Ora la strada sarà in discesa, dolcemente, verso la prossima terra, verso un altro paese che in linea d'aria é solo pochi chilometri. E quella linea intracciabile, sfumata ed inesistente mi segue, sulla destra, mi accompagna e come magnete richiama il mio sguardo. Perché ora ogni passo posso goderne la vista. Sfiorando steli d'erba che arrivano fino alle mani. Attraverso, attraverso. Seguo una piccola linea di terra tracciata lungo il costone. Quando inizia a tramontare. Il mio racconto ha quasi termine: dietro un mazzo di fiori, sotto di me, la meta, la città illuminata dal sole, il mare che schiuma ai suoi fianchi. Sono arrivato, per oggi. Colore, pastelli nel cuore.

 

"La montagna si tuffa nel mare profondo
a cercare refrigerio dal sole
che scalda i chicchi d'uva ad uno ad uno
e scotta la pietra che si erge maestosa e imponente
a lambire il cielo."

(Mogol)

 

 

Golfo di poeti, e terra strappata alla natura. Del resto, non mancono di sottolinearli, entrambi gli aspetti, tra parole incise nella pietra e segni tracciati sul terreno. Sembra quasi difficile immaginare come effettivamente siano sorti questi villaggi. Uno appollaiato sulla roccia, gli altri divisi tra terra ed acqua: laddove un minimo riparo lo consentiva, mani hanno scavato verso la montagna ed al tempo stesso si sono protese, quasi a strappare un minimo spazio vitale, nel mare. Ed infatti si presentano, così le Cinque Terre: incastonate nelle pieghe della costa. Belle, bellissime oltre ogni immaginazione, lambite da un mare cristallino, ancora co quell'aria un po' da dimenticate, a dispetto delle folle che compaiono di giono e del nome che hanno tra i viaggiatori esteri. Fragilissime, come testimoniano quei sentieri colpevolmente lasciati inagibili. Fragilissime come il silenzio che le avvolge, con un senso di tranquillità e quella soddisfazione che si prova quando si arriva da qualche parte, ogni volta che si giunge in una delle cittadine. Cambiano colore, all'ora della giornata. Ed ogni passaggio é una scoperta, una di quelle barche alla deriva, pronta ad essere tirata in acqua, o una delle rocche, immancabili nella linea del cielo, come il profilo di una chiesa nascosta, o l'abbraccio di una piazzetta infilata dietro un paio di arcate, ogni passaggio si svela, ad un dato momento del giorno, attraverso gradini, salite, o curve scavate nlla roccia a picco sul mare. Dietro, il mare sibila incessantemente, mentre davanti, il sole scompare dietro la terra seguente.

 


"... Il bacio del poeta
posa lettere sulle labbra
parole nella bocca
un'impronta sul cuore.

...Appena percettibile
accarezza il cuore
espone pensieri
disegnando sulla retìna
immagini d'amore
come un pennello sussurrante."

(Elisabeth Booms)


 
 
 

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Post n°547 pubblicato il 14 Maggio 2015 da enodas

 

 

E' stata una strana associazione di idee a ricondurmi qui. Una fettina sottile di zenzero per il the più buono della Palestina. Sono tornato ad una giornata di sole, ormai un anno fa, di già. E la strada assolata di Betlemme, una voce che mi invita, ad un angolo della strada. Ed un sorriso bonaccione che esce da quello che in realtà é poco più di un garage, invitandomi a sedere ad un tavolino da giardino a bere il the più buono che possa gustare in questa terra assolata. Che sono pure in compagnia di alcune ragazze, volontarie qui a Betlemme. Eccolo, allora, menta, limone, zucchero ed una fettina di zenzero. Cinque shekel e chissà che altro. Lui esce, sparisce dietro una strada col vassoio pieno di bicchierini di the e caffe, per distribuirli di qua e di là e tornare dopo poco al suo bar. Amico mio, che mi riconosci per strada, giorno dopo giorno, e con sorriso mi inviti a bere l'essenza del deserto, il tuo volto rimane impresso come il sapore dolce della menta e quello pungente delle spezie. Come la luce, calda tra le vie strette di una città antica, e lo sguardo assorto di un bambino, dall'altra parte della strada, appoggiato ad un muretto, o altri due, un po' più grandi, che nel cortile dietro la chiesa vogliono giocare a pallone. Questa immagine rimane, come molte altre, di un viaggio che mi ha toccato come non mai. E proprio come per me, anche nel blog, ritorna. A volte per rivederle, quasi chiudo gli occhi e le osservo nel buio. Magari cercando di ricreare quel the un po' speciale.
Ed é già passato del tempo.

 

 
 
 

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Post n°546 pubblicato il 12 Maggio 2015 da enodas

 

 

...se qualcuno ti dice di sussurrare all'orecchio sinistro perché si trova più vicino al cuore...

 

 
 
 

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Post n°545 pubblicato il 09 Maggio 2015 da enodas

 

E' un altro amico che se ne va. Lontano, tornerà a casa. In fretta, praticamente un battito di ciglia. Sono passate sì e no un paio di settimance che ha annunciato: "lo scorso mese, che sono tornato a casa ho conosciuto la mia futura sposa, tra qualche mese siete invitati al nostro matrimonio". Lontano, e già il tempo scorreva velocissimo. Oggi ci ha detto che sarà ancora più veloce: un lavoro già lasciato, praticamente un biglietto di solo ritorno in tasca.
Poche settimane, appena.
Ma la sua vita é già cambiata, proiettato com'é su una nuova strada, ed in quel mondo dal quale proviene. A parte questo, che ovviamente é difficile da comprendere per le distanze culturali, ancora più complicato da capire, se si pensa che sì, é anche vero che per anni ha vissuto in un mondo diverso del quale ha assorbito inevitabilmente i caratteri. Ancora una volta é proprio vero che la felicità é qualcosa di impossibile da definire, ancora di più se mai si avesse la presunzione di applicare la stessa definizione ad altri. A parte questo, sempre più velocemente, vedo un altro amico in partenza. Un amico importante, di questi anni. E come altre volte, é come un puzzle che si sgretola, in questa terra di passaggio, dove molti - appunto - passano, lasciano un segno, chissà, e proseguono. Sempre più persone sono andate. E' sempre così comunque, ancora di più, in questo contesto in continuo movimento. E non c'é molto da fare, che essere contenti, ovviamente, per un amico, per una nuova strada, e probabilmente accettare come inevitabile quel po' di malinconia che questo accada, che a poco a poco un gruppo di amici si allenti, fino a frammentarsi, per la strada di ognuno, a volte disperatamete cercando di intuire la propria.

 

 
 
 

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Post n°544 pubblicato il 02 Maggio 2015 da enodas

 

 

 

Avevo quasi scordato cosa significhi quell'atmosfera "British" su cui magari si scherza ogni tanto. E' bastato scendere per strada, camminare tra le case in mattoni tutte simili, entrare in un pub rivestito di moquette e mille cianfrusaglie alle pareti e quasi spostare con le mani quell'aria di luogo sovraffollato. E' bastato sentire l'accento e quasi non capire. Ed il profilo dei comignoli, le strade un po' grigie, gli autobus a due piani.
C'é un luogo di Manchester in cui tutto sembra fuori posto. Una via soltanto, lunga poche decine di metri, giusto dietro la cattedrale. Vi si affacciano due pub, un paio di edifici a graticcio ed un apssaggio stretto. E' un'eco momentanea di un mondo talmente lontano, di un passato nascosto, quasi sepolto, da una città moderna che vive da millenni, ha nel nome una derivazione latina, ed ha vissuto in pieno la Rivoluzione Industriale prima, dello sviluppo economico dell'ultimo secolo poi.
E' così che mi sono ritrovato tra i silenzi di biblioteche contenute  tra arcate gotiche e teche di lucido legno scuro, e subito dopo girovagavo nel silenzio di edifici di industria pesante ormai sprofondati in un letargo che é quasi un oblio. Due aspetti che convivono e si fondono.
E poi, ho immaginato soltanto il rimbombo caotico del tifo avvicinandomi ad uno dei tempi del calcio: allora il silenzio irreale di una domenica senza partita rendeva le strade verso l'Old Trafford ancora più deserte. Lo stesso di una mattina dopo una serata da sbornia, quando una nebbia grigiolina prende forma senza che si sia materializzata realmente, ma esala dalle strade ancora dormienti.

 

 

Ho immaginato un cavaliere. Nel buio della sera arrivava, sotto un cielo grigio che rovesciava secchiate d'acqua. Le mura si imponevano dinanzi a lui, ed un portone, tra esse improvviso si apriva. Dentro era un dedalo di strade, stradine, strette e lastricate su cui si affacciavano insegne, locande di legno e case ammassate, qualcuna inclinata, con i graticci di legno in bella vista. Le luci si riflettevano, diffure sui sanpietrini bagnati. E folate di vento attraversavano la via.
Lo stesso cavaliere si muove, tra i vetri istoriati di una finestra enorme, una finestra su un mondo, che narra storie su storie, un Medioevo intero, una sequenza quasi infinita, da perdercisi dentro, tra colori improvvisamente illuminati dal sole e personaggi. Cammino letteralmente su secoli di storia, lungo l'asse di un castro romano, tra le fondamenta dei pilastri della terra.
Eccomi, dunque, tra casate reali, Rose che non sono soltanto quelle fiorite nel giardino dietro le cattedrale, immenso, di York, che svetta nel paesaggio da miglia di distanza. E lungo le mura, di rimando, scruto il mondo oltre, al di fuori, e quell'universo che si cinge attorno a quella cattedrale, all'interno. Eccomi, lungo una stradina che sarà poche centinaia di metri, un tempo appartenuta a schiere di macellai, e come ombre spettrali gli edifici quasi si incurvano sopra la mia testa. E di spettri é piena, la città, non potrebbe essere diversamente, siano essi nomi di re, leggende di uomini o pietre diroccate che tratteggiano linee gotiche. Come figure scure e silenziose scivolano, nella notte, tra le vie chiuse in una penombra, guardandosi bene di nascondersi da quelle fonti di luci e di vita corrente che filtrano dalle finestre. Suggestivo. Scivolo come il vento.

 

 

Sembra di trovarsi in uno di quei film, o tra le pagine di un libro, ancora meglio, di Jane Austen o di una delle sorelle Bronte. Prima ancora di varcare il cancello, lo senti, osservando una linea continua ed un tappeto verde della campagna inglese. Tutto sembra un abbozzo idilliaco, un dipinto dell'Ottocento inglese, un'eleganza ostentata ed un costrutto intero di buone maniere, piacevole e tranquillo. I nomi stessi dei luoghi quasi mi portano tra quelle pagine. Sotto un cielo che é sole e abbozzi di nuvole, lungo la riva di un lago, salendo un pendio e da lontano inseguendo il profilo di un castello, un cancelletto affiancato da due querce si apre sul nulla, ancora verdo, una distesa regolare che si perde alla vista. Passaggio illusorio. E parla, con quell'accento forte, che poi é la lingua reale, la parlata originale, stanza per stanza, dove le informazioni sono persone, personaggi che sembrano usciti da un'altra epoca, ognuno secondo i suoi canoni, che si avvicinano e parlano, testimoni curiosi e reali degli spazi nei quali si muovono, del mondo che rappresentano.

 

 
 
 

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Post n°543 pubblicato il 29 Aprile 2015 da enodas

 

E' un nome, su uno schermo, ed un pallino colorato a fianco, quello che rimane. Lo fisso, come se stessi fissando degli occhi. Ma non é così, non é mai stato. Tutto ciò che rimane. Fitti e taglienti come cristalli di ghiaccio, mi entrano dentro, affondano, cosa sono, pensieri, o immagini agglomerate nella notte, o più semplicemente nodi stretti al cuore.
Non so, non posso associare altro. Arido deserto o rovine silenziose, tutto ciò che rimane, é un solo profondo, un nodo che non si scioglierà mai, sommerso, strato su strato, appartiene ad un mondo che non c'é perché non esiste, nella mente, nel cuore, nella vita. Caratteri che sono pixel, illuminati di un colore o di un altro, pixel é quello che vedo.
Buonanotte.
Come nel buio più spento, nel nulla, si osservano proiezioni e pensieri. Nient'altro. Taglienti, come frammenti.
Chissà se mi senti. No, perché io non esisto.

 

 
 
 

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Post n°542 pubblicato il 25 Aprile 2015 da enodas

 

 

 

Una tavolozza di colori. Ed un cielo che a tratti sprofonda di nubi, a tratti si tinge "di sole e d'azzurro". Colori stesi su una tela che non conosce dimensioni. Brillano, quando mi abbasso alla loro altezza, come quei luccichii brillanti che normalmente si riflettono sull'acqua, perdono quasi forma e diventano un impasto unico, un'onda di colore, una tinta diversa, per ogni sezione, che riscalda come la luce di fine aprile, quella che cambia volto, improvvisamente, di questo Paese fatto di una linea piatta spazzata dal vento. Cambia, quello sguardo lanciato dall'aereo, se ti avvicini, e li scorgi, i campi in fiore, una marea di tulipani a definire dall'alto forme geometriche perfette tra linee tracciate dai canali ed invisibili mulini a vento. Così mi apparvero la prima volta che ne rimasi stupito. E pensai, come ogni volta, che se c'é un momento dell'anno in cui l'Olanda sfoggia tanta bellezza sia proprio questo, quei giorni d'aprile che improvvisamente vedono cambiare le temperature, e fanno sbocciare un mondo intero di tulipani. Mi appaiono così, radenti al terreno, questa volta, le mani sfiorano leggermente le punte dei fiori, per sentire quella freschezza che é la vita, per passare come un alito di vento ed assaporare l'intensità dei colori. Con le dita, come quando si sfiora l'acqua del mare, prima di immergersi.

 

 

Ci sarà un motivo per cui lo chiamano bosco delle fate. Quasi sospeso, su un tessuto leggero e monocromo. Un bosco di per sé é il luogo delle fate. E qui, infinite campanelle, con lo sguardo ricurvo, suonano nel silenzio che é proprio del bosco. Ecco, le fate sono quel colore, azzurro, violaceo, pallido e delicato, che improvviso si spande, solo pochi giorni, alla fine d'aprile, un manto che oscilla sull'alito del vento. E per me é sempre molto particolare tornare qui, quando ce n'é la possibilità, anche se questa volta sembra quasi che il segreto della magia sia un po' meno segreto, e sui sentieri si trova più di qualche persona. Ascolta... Mi vengono sempre in mente gli stessi versi. E mi sembra sempre si disperdano ogni volta nel vento per orecchie che non ci sono. E non so perché, forse il colore, forse la timidezza di queste campanule con il volto abbassato, c'é sempre una punta di malinconia, in questo luogo, che mi stilla, non so dove, non so come, come se volessi mostrarlo ad un destinatario immaginario, o forse a chissà quante persone cui vorrei rivelare questo segreto, racchiuso nell'ombra delle sequoie, ridipinto dalle chiazze di sole che passa tra i rami e giunge fino in fondo, dove un tappeto di piccoli fiori sussurra dolcemente di vita e di fiabe.

 

 

 
 
 

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Post n°541 pubblicato il 22 Aprile 2015 da enodas

 

 

Non posso che sentirmi a disagio nello scrivere di me, o di quello che mi accade o che faccio, del mio mondo sempre tanto piccolo, quando mi pongo di fronte a cose come queste. Non posso che sentirmi a disagio anche solo a parlarne, perché ogni parola sarebbe banale, forse pure un po' ipocrita. C'é un orrore infinito per questa mattanza continua, per tutte le altre mattanze che vi si celano dietro, perche' ogni esistenza é una storia, per il disprezzo. E la tristezza per la nostra assuefazione.

 

(Giannelli su Il Corriere della Sera)

 
 
 

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Post n°540 pubblicato il 17 Aprile 2015 da enodas

 

"... Nunca persequí la gloria,
ni dejar en la memoria
de los hombres mi canción;
yo amo los mundos sutiles,
ingrávidos y gentiles,
como pompas de jabón..."

(A.Machado)

 

 

Bisogna attendere che il pomeriggio volga al termine, e che col sole più basso all'orizzonte calasse anche la tensione, l'energia del giorno. Come prendere un respiro, soltanto più lentamente, ed essere più a contatto col silenzio, quello amplificato dal paesaggio, una distesa di fili lunghi ed ingialliti che ondeggiano come le fronde di una foresta. Bisogna attendere, un istante, rapidissimo, e sono dei profili sfuggenti che attraversano la strada, corrono su quei fili d'erba. Con la leggerezza stessa della luce che a quest'ora cambia colore. E lontano, due occhi tranquilli osservano, sulle ali di nuvole verdi, come in un quadro d'altri tempi ed un velo romantico, si girano, e si nascondono, scompaiono via.

 

 

In un parco che era dune e sabbia una volta, pianura e vento, tra laghi ed acquitrini, si trova un museo. Alle pareti scivolano veloci i colpi di pennello pastosi e sofferti di Van Gogh, su tutti, sfolgoranti, risvegliano un inconscio che già li conosce. Ed oltre, la natura ne lambisce il perimetro, si fonde, nel silenzio, nella calma e nel pensiero, lascia che sia così, una suggestione, che lambisce il colore.

 

 

 
 
 

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Post n°539 pubblicato il 13 Aprile 2015 da enodas

 

 

 

"...la linea deliziosa e interrotta della sua figura era il preciso punto di partenza, il richiamo inevitabile di quel complesso di linee invisibili che l'occhio non poteva trattenersi dal prolungare idealmente, miracolose, generate intorno alla donna come lo spettro di una figura ideale che si proietti sulle tenebre..."

 

Sembra quasi di volare, un colpo di pennello, un tratto di colore, come se fosse il vento stesso quello che senti nel seguire con gli occhi, per quanto veloce, impalpabile e denso allo stesso tempo. Un tratto che sembra quasi astratto, singolo, come fosse un graffio, ed invece é eleganza infinita, delicatezza e porta d'accesso, finestra su un mondo che se ne é andato, splendente come le luci la sera di una città che brilla nella notte, proprio come quelle figure, immortalate nella loro affascinante bellezza, in un tempo che visto così sembra già lontano, nell'attimo esatto che i colori si fissavano alla tela. Donne belle, bellissime, al limite della perfezione e dell'irraggiungibile, sotto quelle pennellate veloci che quasi scompaiono, in un punto qualsiasi, in uno sfondo senza riferimento, quasi comparissero all'improvviso e subito scomparissero nel nulla, sotto abiti splendenti, in un fremito che é un'alito di vita consegnato all'eternità. Gli occhi risplendono, di questa tavolozza brillante e senza limiti, in una serie infinita di variazioni sulla bellezza. Tanto da accendere il desiderio, cosa impossibile, a cavallo del tempo, nell'atto di un movimento, in un'espressione improvvisa, rubata, eppure non a caso, perché ogni segno era narrazione e sguardo indagatore.

 

 

"...ma dove Boldini emerse su tutti fu quando consacrò tutto se stesso nel ritrarre la donna francese, o meglio la parigina del suo tempo, mettendone in luce l’anima coi suoi sprazzi di passione, di vizio, di febbre, di tormento. Nessun artista francese ha saputo veramente comprenderla o renderla viva e palpitante come l’ha resa Boldini nelle sue tele che sembrano carezze, schiaffi e baci. [...] Né Duez, né Flameng, né Besnard o De Nittis, e neppure i modernissimi che della donna francese hanno soltanto riprodotto le sconcezze e il vizio, nessuno come il pittore ferrarese ne ha indovinato tutta l’intimità, la grazia, la duttilità, la dolcezza, o l’affabile condiscendenza in ogni manifestazione dell’anima di lei, sposa, amante, madre. [...] Più miracolosi se non sempre perfetti di forma, sono i ritratti di donna, nei quali perfino certe scorrettezze di dsegno sembranovolute di proposito, perché ne venisse al soggetto quella più viva intensità di espressione che forse si sarebbe attenuata, se per il dovuto rispetto alle regole del disegno, l'artista ne avesse corretto i contorni."

(V.M.Corcos - La parigina di Boldini)

 

Le donne. Ecco, gli appunti partono da qui, non possono non indugiare di fronte a questa galleria scintillante ed affascinante, come del resto non potevano ignorare il legame intrinseco tra un genere, quello del ritratto mondano ed il nome dell'artista che più di ogni altro lo seppe portare ad un livello estremo, fino a legarvi il proprio nome. Ecco, indipendentemente da tutto il resto, non può essere che questa l'immagine di partenza, di un ricordo e di un'immagine raccolta.
Ma é vero, la mostra su Boldini allestita a Ferrara é molto di più, e narra una vita intera e, in parallelo, accende i riflettori su una società ed un periodo - la Parigi di fine Ottocento e la Belle Epoque - di grande fascino. Mondana, raffinatissima, frivola. Un tempo perdoto, un mondo che si spegnerà, di lì a poco, inghiottito dalle ombre della Prima Guerra Mondiale, di cui rimangono le prime fotografie, in bianco e nero, così affascinanti e così distanti, ed immagini come queste.
Boldin arriva a Parigi da Firenze, e nella città delle luci si fermerà definitivamente. A contatto, fin da subito con fini pensatori e straordinari artisti, primo fra tutti Degas, quasi inondato da questo mondo intenso e dinamico, ne fissa ogni istantanea in disegni, appunti, bozzetti, eccellendo in ogni tecnica, spingendo al massimo le potenzialità dei colori, e la vivacità di uno stile pittorico inafferrabile.

 

"Il pittore aveva saputo immortalare il moto delle ore nell'attimo luminoso in cui la donna aveva sentito caldo ed aveva smesso di danzare, in cui l'albero era avvolto da un'alone d'ombra, in cui le vele sembravano scivolare su uno smalto dorato. Ma proprio perché l'attimo gravava su di noi con tanta forza, quella tela così fissata nel tempo dava l'impressione di un'estrema fuggevolezza, si sentiva che presto la donna se ne sarebbe andata, le barche sarebbero sparite, l'ombra si sarebbe spostata; che la notte stava per scendere e il piacere per finire; che la vita passa e gli attimi, mostrati contemporaneamente con tutte le luci che vi si fondono, non si recuperano più."

(M.Proust - Alla ricerca del tempo perduto)

 

 

Questo é il biglietto da visita, la premessa. Come un passo indietro, oltrepassando le prime sezioni, si torna a Firenze, ai Macchiaioli, per dirigersi poi, in Francia, via Londra, verso gli Impressionisti ed il mercante d'arte Goupil. Boldini non é Macchiaiolo, ne Impressionista, ma dialoga ed attinge a queste correnti, sviluppando uno stile ed un gusto propri. E' qui che, quasi, irrompe la moda, la vita della Parigi borghese, un mercante d'arte che dà un nome ad uno stile ed un gusto. In un mondo trasognato ed ovattato, occhi luccicanti scintillano e figure si muovono con la leggerezza di un passo di danza. Mentre lui cambia, ancora, entra dentro le proprie narrazioni, indaga personaggi famosi, belle donne e giovani amanti. Lui, che era dichiaratamente carattere chiuso e scontroso, sembra quasi sovvertire se stesso nei propri quadri. In una Parigi nella quale una generazione di artisti giunti dall'Italia cercò ispirazione, ma della quale rimase il nome più acclamato e più rappresentativo.
Per me, una mostra ricca ed affascinante, non solo per l'artista, che conoscevo poco, ma anche per l'epoca nella quale si colloca. "Lo spettacolo della modernita", il titolo, in questo senso, mantiene le promesse. Ed ogni passaggio di questo racconto trova spazio e rappresentazione, per quanto non se ne voglia se le immagini che ho scelto sottolineino soltanto alcuni di questi passaggi. Che del resto, soo quelli che mi hanno affascinato di più. Una mostra raffinatissima, dunque, che per un attimo, fa immergere in uno di quei "tempi che fu".

 

[...]

 


“C’est un classique!”. E’ questo il riconoscimento dato a Giovanni Boldini (Ferrara 1842 – Parigi 1931), fin dalla prima esposizione postuma che si tenne a Parigi a pochi mesi dalla morte. “Il classico di un genere di pittura”, ribadì in quella occasione Filippo de Pisis.
La Fondazione e i Musei di San Domenico di Forlì proseguono nella esplorazione, attraverso nuovi studi e la riscoperta di opere poco note, della cultura figurativa tra Otto e Novecento, proponendo per la stagione espositiva del 2015 una approfondita rivisitazione della vicenda di Giovanni Boldini certamente il più grande e prolifico tra gli artisti italiani residenti a Parigi.

Nella sua lunghissima carriera, caratterizzata da periodi tra loro diversi a testimonianza di un indiscutibile genio creativo e di un continuo slancio sperimentale che si andrà esaurendo alla vigilia della prima Guerra Mondiale, il pittore ferrarese ha goduto di una straordinaria fortuna, pur suscitando spesso accese polemiche, tra la critica ed il pubblico. Amato e discusso dai suoi primi veri interlocutori, come Telemaco Signorini e Diego Martelli, fu poi compreso e adottato negli anni del maggiore successo dalla Parigi più sofisticata, quella dei fratelli Goncourt e di Proust, di Degas e di Helleu, dell’esteta Montesquiou e della eccentrica Colette.

[...] Uno di punti di maggior forza, se non quello decisivo, della mostra sarà la riconsiderazione della prima stagione di Boldini negli anni che vanno dal 1864 al 1870, trascorsi prevalentemente a Firenze a stretto contatto con i Macchiaioli. Questa fase é caratterizzata da una produzione di piccoli dipinti, soprattutto ritratti, davvero straordinari per qualità e originalità.
Le prime sezioni saranno dedicate alla immagine dell’ artista rievocata attraverso autoritratti e ritratti, alla biografia per immagini, all’atelier, alla grafica così rivelatrice della sua incessante creatività.
Le sezioni successive ripercorreranno attraverso i ritratti di amici e collezionisti la grande stagione macchiaiola.
Seguirà la prima fase successiva al definitivo trasferimento a Parigi, caratterizzata dalla produzione degli splendidi paesaggi e di dipinti di piccolo formato con scene di genere, legata al rapporto privilegiato con il celebre e potente mercante Goupil.
Avranno subito dopo un grande rilievo, anche per la possibilità di proporre confronti con gli altri italiani attivi a Parigi, come De Nittis, Corcos, De Tivoli e Zandomenenghi, le scene di vita moderna, esterni ed interni, dove Boldini si afferma come uno dei maggiori interpreti della metropoli francese negli anni della sua inarrestabile ascesa come capitale mondiale dell’ arte, della cultura e della mondanità. Seguiranno infine le sezioni dedicate alla grande ritrattistica che lo vedono diventare il protagonista in un genere, quello del ritratto mondano, destinato ad una straordinaria fortuna internazionale."

(dall'Introduzione alla mostra)

 

 

 
 
 
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