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l’ipocrisia, l’opportunismo, chi indossa una maschera solo per piacere a qualcuno, l’arroganza, chi pretende di dirmi cosa devo fare, chi giudica, chi ha sempre un problema più grosso del mio, sentirmi tradito, le offese gratuite, i luoghi affollati, essere al centro dell’attenzione, chi non ascolta, chi parla tanto ma poi…, l’invidia, il passato di verdura





 
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Post n°506 pubblicato il 23 Ottobre 2014 da enodas

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Post n°505 pubblicato il 17 Ottobre 2014 da enodas

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Post n°504 pubblicato il 10 Ottobre 2014 da enodas

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Post n°503 pubblicato il 30 Settembre 2014 da enodas

 


Questa consuetudine della torta é un aspetto culturale. C'é una torta anche per quando qualcuno se ne va. E se ne va non per caso, o per scelta, ma perché così ha deciso qualcun'altro. Ecco, portare una torta, in una situazione del genere, fare un discorsetto due minuti a me suona sempre sempre un po' beffardo ed un bel po' ipocrita. Uno sorride per circostanza mentre ti danno il benservito, neanche il tempo di finire una fetta di dolce e già ognuno torna a parlare degli affari propri, magari in una lingua che non ti appartiene. A me da proprio fastidio. Forse, probabilmente, perché vivo la stessa situazione di incertezza, per cui mi sembra sempre di essere sul punto di ricevere una torta pure io. E di trovarmi dove sono, soltanto fino a che certe condizioni esterne di comodo sussistono e niente altro. Lo so che é una questione di numeri. Ma per come mi trovo io ancora di più. E da qualche tempo é molto frustrante.

 
 
 

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Post n°502 pubblicato il 26 Settembre 2014 da enodas

 

 

 

Forse é un ponte sospeso nel tempo. Deve essere così. Superata l'ampia arcata di ferro frapposta tra due speroni rocciosi, mi trovo al cospetto di porte di pietra e case sospese. E' un passaggio che mi ricorda un altro ponte, un altro balzo nel vuoto tra due rive a strapiombo. Ho la mente che vola indietro, radente, sul profilo di Porto, sulle acque del Douro. E qui, in mezzo alla Spagna, é un balzo sospeso su quel che rimane di un torrente, la cui linea si perde, avvolta nel verde lì sotto.
Ora che faccio... varco una porta, discendo nel tempo su strade che si arrampicano, quasi una sull'altra, sempre più strette e tortuose.In un silenzio che non sembra reale, prostrato dalle ore più calde del giorno. Eppure é settembre, ed uno spiraglio di vento passa, sussurrando, ogni tanto. Acqua e vento. Hanno modellato il paesaggio, fino ad ottenere forme improbabili. Un pugno di roccia, sospeso su un filo che potrebbe essere quasi invisibile. Una conca, quella che é il terreno su cui si impianta questa città, Cuenca per l'appunto, come la chiamarono per primi i Romani.
Il resto, affonda nella storia, tra percorsi labirintici che sbucano, alternativamente, nella piazza principale, laddove la montagna sembra essere spianata, ed i suoi fianchi, su un parapetto che rimane sospeso, come le case, come il silenzio. Affonda nelle cinte murarie ed in quello che rimane del castello, più su, oltre una strada in salita. Da lì la città si scopre assediata, da ogni lato, da rivoli d'acqua che l'hanno disegnata prima ancora che esistesse. Da lì ogni punto si estende verso un orizzonte infinito, verso una parete anturale o verso il profilo di uno dei tanti monasteri fuori le mura. Immagino che la tradizione rimanga radicata, profondamente, qui. Dove la cattedrale racchiude ori ed intagli come uno scrigno, ricca come i tesori scintillanti lasciati a testimonianza della Reconquista e di tutto ciò che ne seguì.
Scendo una scala, assalgo una torre, mi sporgoda una terrazza. Accecato dal sole, spalancando gli occhi quando ormai é buioed il silenzio a tratti sembra più scuro, a tratti pare più semplice da spezzare. Fino a quando mi ritrovo su un ponte, all'inizio di una passerella disegnata nell'aria da chiodi e ferro battuto. E riattraversarlo pare nuovamente di sfogliare rapidamente un libro di storia. Solo, questa volta, in avanti.

 

 

 
 
 

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Post n°501 pubblicato il 24 Settembre 2014 da enodas

 

 

"Come sempre nei giorni di corrida, Juan Gallardo pranzò presto. Un pezzo di carne arrosto fu il suo unico piatto. Vino, nemmeno un assaggio: la bottiglia rimase intatta davanti a lui. Doveva restare sereno. Bevve due tazze di caffè nero e denso e si accese un enorme sigaro, rimanendo con i gomiti appoggiati sulla tavola e la mandibola sulle mani, guardando con occhi assonnati i clienti che via via entravano e si sedevano nella sala del ristorante.
Erano alcuni anni, da quando gli avevano dato "l'alternativa" nella Plaza de Toros di Madrid, che scendeva nello stesso albergo della Calle de Alcalà, dove i padroni lo trattavano come uno di casa e camerieri, portieri, sguatteri e vecchie cameriere lo adoravano come una gloria dell'esercizio."

(V.B.Ibanez - Sangue e arena)

 

 

Sangue e Arena. Lo so che eticamente forse non dovrei essere qui, ma ho voluto vedere, sapere cosa fosse. Un aspetto tanto profondo e radicato della cultura spagnola, del mondo latino. A Madrid si trova l'arena più grande d'Europa ed  una delle maggiori al mondo. Ciononostante, sinceramente, non sembra tanto imponente, né quando la visito, vuota, un pomeriggio, né la domenica, verso sera, quando inizia a riempirsi.
C'é un po' di tutto sugli spalti riempiti a metà, di una domenica qualunque. A cominciare dagli affezionati più stretti, qualche anziano coi nipotini o con gli amici, che urla, si sbraccia e sventola in aria i biglietti, e si intuisce subito che ripetono questo rituale da anni. Oppure qualche compagnia di giovani, che arriva occasionalmente per un'uscita nel fine settimana. Od un gruppo di gente comune, per lo stesso motivo.
Come uno stadio, insomma. E come tale, i partecipanti entrano supportati dalla musica di una banda vera, mentre l'avversario, il toro, é annunciato su un tabellone portato al centro dell'arena. Poi in un attimo di silenzio, si spalanca un cancello e l'animale entra, davvero. Ed allora inizia la danza con la morte, la danza delle banderuole sventolate, delle lance, delle picche e di una spada ricurva.
Ecco come scorre, questo rituale, nell'arco di non troppi minuti. La sorte del toro é segnata, nel momento stesso in cui é calato il silenzio, un istante, e pieno di forza é entrato in questo cerchio di morte. Il torero ed i suoi assistenti che ne saggiano la reattività, i picadores in sella ai cavalli bendati e protetti da una spessa imbottitura, ed infine il torero, nuovamente, sono una sequenza prestabilita. Ed intanto la sabbia inizia a tingersi di rosso, poche gocce di sangue, inizialmente, che colano dall'arco della schiena. Ed ad un certo punto, il torero mostra la spada dalla punta ricurva. Con teatralità, fissa il toro che a pochi metri, dirimpetto, lo fissa a sua volta, forse già stanco di una vita che gli si sta strappando via. Lo punta, letteralmente, e balza in avanti. Quello che accade dopo é forse la sequenza più tremenda: il toro, colpito, viene accerchiato dai toreri, proprio per sfiancarlo, ed in un ultimo sbuffo di rabbia, carica, sempre meno lucidamente. Improvvisamente indietreggia, si immobilizza, quesi realizzasse il tradimento, ed infine si accascia sul terreno, dove uno dei picadores si avvicina con un coltello in mano, pronto a sferrare il colpo definitivo.

 

 

E' così che va in scena la morte. E' così che la sabbia si tinge di rosso, si imbeve di sangue, pesante, ed alla fine rimane una scia, lasciata dall'animale portato via e ripulita, immediatamente, prima che si imponga un nuovo istante di silenzio. E' quello starmazzare al terreno che, oltre un rituale che può apparire più o meno crudele, più o meno segnato, colpisce. E' quello l'istante per cui la gente paga, siede e si acclama? Non ne sono sicuro. Così non so descrivere la pena di fronte al toro morente, laggiù, dentro un cerchio che infuocato gli inveisce contro e gli si stringe attorno sempre più stretto, e lo sguardo colmo di forza lascia spazio ad una tristezza infinita, spaesata ed ormai già priva di coscienza. E' quando cede, rinuncia a lottare, con una lama piantata nel corpo.

 

"La corrida è basata sul fatto che è il primo incontro tra l'animale allo stato selvaggio e l'uomo a piedi. Questa è la premessa fondamentale della corrida moderna; che il toro non sia mai stato prima nell'arena."

(E.Hemingway - Morte nel pomeriggio)

 

 

Ho rivisto questa sequenza sei volte, due per ogni torero che calcava l'arena, quella domenica di tardo pomeriggio. E nello stesso momento in cui sedevo, mi sono reso conto che l'adrenalina e la tensione della prima corrida andavano lentamente scemando, per uno spettacolo che si ripeteva, molto simile uno all'altro. Sapevo già cosa stava per succedere. E, in un qualche modo, già me ne ero abituato. Assuefatto, lentamente anestetizzato. A riprova di quanto ci sappiamo adattare in fretta ad un fatto cruento, a qualcosa che, in ogni modo, non dovrebbe lasciarci indifferenti. Credo sia questo il pensiero più sconcertante e più macabro.
Onestamente, non sono rimasto particolarmente impressionato dallo spettacolo della corrida. Credo che rimanga un aspetto culturale difficilmente comprensibile a chi non ne sia abituato e non lo viva come qualcosa di personale. So che é una sfida alla natura che affonda nella notte dei tempi, so che l'arte ne ha immortalato momenti così come la letteratura ne ha proiettato il significato sul significato dell'esistenza stessa. Sostenitori ed oppositori portano i propri argomenti sugli spalti di questo palcoscenico, e sarebbe tutto sommato anche ipocrita giudicare, senza pensare, tanto per citare l'esempio più vicino, agli animali che vanno incontro al macello per finire sui supermercati.
E' questa una fine più gloriosa? Non lo so, non ha importanza, perché forse é il sedersi assetati di sangue il punto principale. Di sicuro, per quanto venga celebrata come tale, non é una fine equa: lo scontro non é alla pari per l'uomo e l'animale. Nella sequenza, nel modo di colpire, nel supporto, l'uomo ed il toro non si affrontano sullo stesso livello. Tanto che la prorompente carica iniziale del toro la subisce un cavallo, bendato ed imbottito perché mantenga la posizione, spaesato pure lui, in un modo dove il buio é creato ad artificio, mentre il toro viene colpito, per la prima volta realmente, in maniera pesante. Tutto passa dalle mani dell'uomo: i tempi, le armi, le ferite inflitte che costringono il toro a caricare in un certo modo. Non potrebbe essere una lotta equa, del resto, tanto é già pericolosa. Una danza macabra, in un cerchio di morte.

 

 

"La corrida non è uno sport nel senso anglosassone della parola, vale a dire non è una gara o un tentativo di gara tra un toro e un uomo. È piuttosto una tragedia; la morte del toro, che è recitata, più o meno bene, dal toro e dall'uomo insieme e in cui c'è pericolo per l'uomo ma morte sicura per l'animale."

(E.Hemingway - Morte nel pomeriggio)

 

 
 
 

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Post n°500 pubblicato il 20 Settembre 2014 da enodas

 

 

E' stato un paio di mesi fa che ho deciso di fare il backup completo del blog. Ho copiato uno ad uno ogni post depositato a questo indirizzo. E, inevitabilmente, mi sono trovato a leggere. Anche quando magari avrei cercato volentieri di evitare. Un po' indietro, po' dentro di me. Ripenso a come abbia deciso di scrivere su un blog, un po' di tutto, un po' di me, e come abbia continuato a scrivere. Come questo spazio si sia evoluto, sotto il ticchettio di una tastiera. Perché alla fine, scrivere é qualcosa che mi piace. Scrivo per me stesso, innanzitutto. E così arrivato a 500 post, che comunque é un bel numero, mi rendo conto che ho affidato a questo diario virtuale la narrazione di una parte di me. Una parte delle mie esperienze e del mio sentira, ancor più considerando quando, come e dove. Facendo copia e incolla, mi sono reso conto del piccolo, per il resto del mondo forse e probabilmente insignificante, patrimonio che avevo. E che tutto sommato ne valesse la pena averne una seconda copia.
Ma c'é anche altro. Nel ripercorrere istanti come post, nel pensare a come alcune cose siano custodite in queste parole scritte momento per momento, perché in qualche modo rimanessero custodite, anche se solo in una cofanetto virtuale, ho visto me stesso. Com'ero, come sono. E come me, in un certo senso, anche questo spazio in certi momenti si sia trovato quasi sotto attacco, in altri momenti in pericolo. Credo che in quei post ci fosse, ci sia, tutto, anche alcune risposte a chi avesse voluto leggerle. Alcune risposte anche a me stesso. A volte penso anche che chi scrive é inevitabilmente cambiato. E' nell'ordine delle cose. Ma leggendo me, quelle stesse volte, penso che qualcosa sia perduto. Che sia diventata una persona, in un certo senso, peggiore, perché certe cose non sono più capace di "sentirle" in un certo modo. O forse solo scriverle in un certo modo. Non lo so. Come non so spiegare esattamente quello che vorrei dire, che sento e che vorrei sentire. Tanto da chiedermi a volte se sia benefico o meno continuare a scrivere qui. Osservo questi post dipanarsi nel tempo, sparsi laddove lo sguardo non riesce più a penetrare.

 

 

 
 
 

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Post n°499 pubblicato il 17 Settembre 2014 da enodas

 

 

 

Ecco, sono tornato. Le stesse calli, gli stessi paseos. E' quella sensazione strana di conoscere un luogo perché ci sei già passato, anche solo un istante. Eccomi, in quella piazza, così elegante, così uniforme. E traboccante di vita, in una sera di fine estate, anche se il sole di giorno sembra quasi non concedere tregua. Ancora di più questa volta. Sono investito da questa marea, di voci, di ombre che si muovono, scivolano, si perdono, tutto intorno, nelle strade affollate e nei ristorati come nei locali, traboccanti di vita.
Ecco, mi muovo, verso altre destinazioni, in una città che é enorme in realtà. Nello stadio più colmo di storia, per esempio, tra coppe e nomi di grandi calciatori. Come fosse un museo, ed un pallone cucito a mano, il suo punto focale. O respirando la polvere dell'arena, quella sabbia colma di sangue, che ora tace, nel silenzio del giorno e gli spalti vuoti.
Sono andato con mio papà, tra le arene ed i portoni di un museo, quello vero, quello del Prado, che trabocca della storia e dell'Oro di Spagna. Anche quando divenne cupa, nera, come la dipinse un uomo che già non vedeva più. Ci siamo seduti ad uno di quei tavoli, colmi di sapore e colori, immersi in quel calore che viene dall'azzurro del nostro mare. Tanto intenso che ci sorprende. Questa gioia di vivere, di gustare la vita.
E poi, mi sono spinto verso la campagna, tra le mura di un monastero che quasi sembra un labirinto. Pitture veneziane appese alle pareti ed altre, volte elevate, colme di affreschi. Ho letto le battaglie di Spagna lungo il muri di una sala che sembrava non finire più, un lungo corridoio che mi addentrava nel medioevo, l'eco delle armature dei cavalieri, il cozzare delle lance ed i fuochi degli accampamenti: un'epoca intera si spiegava di fronte ai miei occhi. Come una pagina, una di quelle che mani pietose e pazienti vergavano tra disegni miniati e decorazioni d'oro e codici eleganti.
Sono tornato, e questa città mi piace. Moltissimo. Per quello che traspira e che vive. Seduto ad un lato di quella piazza, quando é sera tardi ormai, una luna gigante é gia sorta e ciononostante stiamo ancora aspettando di mangiare. Un bicchiere colmo di vino e frutta é l'ultima immagine che porto con me.
Madrid.

 

 

 

Anche questo, in un certo senso é un ritorno. Tra le sale del Prado per un'occasione speciale. Nell'anno delle celebrazioni del Greco, un'altra mostra ha luogo, questa volta al museo di Madrid, sull'opera del maestro di Toledo. Con un taglio interessante e particolare. Non solo El Greco, ma chi, nella storia della pittura, ha attinto a questo maestro che, dalla lontananza di quattro secoli, sembra rimanere attuale e riferimento. Tanto da sconcertare. Perché ogni movimento, ogni corrente, ha voluto e saputo cogliere un aspetto della sua arte che sapesse fungere da motore interpretativo e da fonte di ispirazione. I maestri dell'Ottocento lo studiavano nelle sale dei primi musei, copiavano schizzi, coglievano gesti o colori. Poi venne il Novecento, la frammentazion delle forme, dell'arte. E quelle figure ch parlavano da così lontano sono divenuti volumi, composizioni, espressione. Perché é questo, a mio parere il messaggio più profondo di questo allestimento. Che egli seppe catturare l'impalpabile, fosse questo il sogno o il lato più recesso dell'animo umano, e lo seppe narrare con una potenza narrativa sconvolgente. Attraverso i colori, o le forme, gli occhi dei suoi personaggi, attraverso uno stile che lo rende sempre immediatamente riconoscibile. Su questi paralleli, si muove l'allestimento de "El Greco y la pintura moderna", talvolta estremamente immediati, talvolta forse un po' forzati ai non addetti ai lavori, facendo luce a suo modo su tutta la modernità di quest'uomo vissuto quattro secoli fa.

 

 

“Il Cubismo ha origini spagnole ed io sono il suo inventore – disse Pablo Picasso negli anni ’50 . – […] Dobbiamo cercare le influenze spagnole in Cézanne .. e osservare l’influenza di El Greco nella sua opera. Nessun pittore veneziano (El Greco da Creta, prima di recarsi in Spagna si fermò per un decennio in Italia, e a Venezia dove il suo stile cambiò radicalmente), eccetto El Greco realizza costruzioni cubiste”. Il senso della mostra allestita al Prado per il 400mo della morte di El Greco è sintetizzato nelle parole del genio di Malaga, ma va oltre. Dove, se è indubbia l’influenza che El Greco ha avuto sull’arte del XX secolo, è altrettanto vero che fu tale l’originalità dell’artista nel panorama del suo tempo, che tre secoli dopo – quando le avanguardie alla ricerca di un racconto più reale della condizione umana hanno cominciato ad allontanarsi dalla realtà apparente – il suo messaggio è sembrato imprescindibile. Insomma, ognuno ha voluto vedere in quelle forme umane stravolte dal furore mistico e in quei colori ai limiti della psichedelia ciò che voleva vedere. Già, perché sarà anche un precursore, ma El Greco resta alfine un artista del ‘600. Javier Barón, curatore della mostra del Prado così ne spiega l’influenza sui moderni: “Come Velázquez è il riferimento per quei pittori che vanno verso il naturalismo (Courbet, Manet), El Greco lo è per coloro che cercano una trasformazione della pittura (cubismo, espressionismo, surrealismo) […] A questo bisogna aggiungere, naturalmente, una dose di leggenda “, quella di un outsider che si allontana volontariamente dai fasti della corte di Spagna per autoesiliarsi nella “periferica” Toledo.

(da Internet - commento alla mostra
El Greco y la Pintura Moderna)

 

[...]

 

 

 
 
 

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Post n°498 pubblicato il 12 Settembre 2014 da enodas

 

 

Forse a volte si tratta di coincidenze che accadono dopo tanto tempo, ma non al momento giusto. Forse non sarà mai il momento giusto, finché non decidiamo noi che lo sia. Forse, non lo so. Ma sono stato incapace di prendere una decisione. Incapace di fare un salto che avevo fatto in altre occasioni. Forse, proprio per questo, ho avuto paura. Paura di rivivere certi momenti dalla mia vita, della mia esperienza. Paura di oscillare fuori da quel punto di equilibrio cui in qualche modo mi sono aggrappato. Non ho saputo scegliere, ed ho scelto di non scegliere. Rimbalzando tra pensiero e sentire, incapace di agire, avvolgendomi in una spirale d'ansia che é arrivata a sfinirmi. Non posso valutare positivamente tutto questo. Non posso valutare quello che in realtà é, che ogni sogno é legato ad un se e ad un ma, probabilmente un'idea, tanto che alla fine non sai nemmeno più cosa volere, e non sai come procedere. Perché magari nel frattempo é successo qualcosa, di bello o di brutto, che ti condizioni in mille modi. Pensando di commettere nuovamente un errore già fatto, ma questa volta consapevolmente nel momento stesso in cui lo si commetteva. Mi sono sempre ripetuto che non ha senso giudicare guardandosi indietro cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, perché nel momento in cui lo facessi userei occhi differenti da quelli che avevo allora, in quel preciso istante. Questo, almeno, mi ha evitato di nutrire rimpianti, ma non un senso di rimorso, a volte, nemmeno so perché. Sono andato in crisi, nel decidere se girare o meno una carta sul tavolo, nel momento in cui infine la tenevo tra le mani. Come se giocassi contro qualcuno, mentre a quel tavolo siede soltanto me stesso. Sono andato in crisi perché non riesco a guardare lontano e le immagini che ho nella mente diventano sempre più sfumate.


 
 
 

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Post n°497 pubblicato il 01 Settembre 2014 da enodas

 

 

[...]

 

"... Io suono le campane
I miei amori, le mie amanti
E le vorrei abbracciare
Farle ballare, farle cantare

Se nevica o piove
Se c'è vento o c'è il sole
Io suono le campane
Coi miei tormenti e le mie gioie ..."

 

 

 
 
 
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