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la musica, suonare il pianoforte, suonare il mio violino, la luce del tramonto, ascoltare il mare in una spiaggia deserta, guardare il cielo stellato, l’arte, i frattali, viaggiare, conoscere e scoprire cose nuove, perdermi nei musei, andare al cinema, camminare, correre, nuotare, le immagini riflesse sull’acqua, fare fotografie, il profumo della pioggia, l’inverno, le persone semplici, il pane fresco ancora caldo, i fuochi d’artificio, la pizza il gelato e la cioccolata


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l’ipocrisia, l’opportunismo, chi indossa una maschera solo per piacere a qualcuno, l’arroganza, chi pretende di dirmi cosa devo fare, chi giudica, chi ha sempre un problema più grosso del mio, sentirmi tradito, le offese gratuite, i luoghi affollati, essere al centro dell’attenzione, chi non ascolta, chi parla tanto ma poi…, l’invidia, il passato di verdura





 
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Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso,
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Post n°542 pubblicato il 25 Aprile 2015 da enodas

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Post n°541 pubblicato il 22 Aprile 2015 da enodas

 

 

Non posso che sentirmi a disagio nello scrivere di me, o di quello che mi accade o che faccio, del mio mondo sempre tanto piccolo, quando mi pongo di fronte a cose come queste. Non posso che sentirmi a disagio anche solo a parlarne, perché ogni parola sarebbe banale, forse pure un po' ipocrita. C'é un orrore infinito per questa mattanza continua, per tutte le altre mattanze che vi si celano dietro, perche' ogni esistenza é una storia, per il disprezzo. E la tristezza per la nostra assuefazione.

 

(Giannelli su Il Corriere della Sera)

 
 
 

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Post n°540 pubblicato il 17 Aprile 2015 da enodas

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Post n°539 pubblicato il 13 Aprile 2015 da enodas

 

 

 

"...la linea deliziosa e interrotta della sua figura era il preciso punto di partenza, il richiamo inevitabile di quel complesso di linee invisibili che l'occhio non poteva trattenersi dal prolungare idealmente, miracolose, generate intorno alla donna come lo spettro di una figura ideale che si proietti sulle tenebre..."

 

Sembra quasi di volare, un colpo di pennello, un tratto di colore, come se fosse il vento stesso quello che senti nel seguire con gli occhi, per quanto veloce, impalpabile e denso allo stesso tempo. Un tratto che sembra quasi astratto, singolo, come fosse un graffio, ed invece é eleganza infinita, delicatezza e porta d'accesso, finestra su un mondo che se ne é andato, splendente come le luci la sera di una città che brilla nella notte, proprio come quelle figure, immortalate nella loro affascinante bellezza, in un tempo che visto così sembra già lontano, nell'attimo esatto che i colori si fissavano alla tela. Donne belle, bellissime, al limite della perfezione e dell'irraggiungibile, sotto quelle pennellate veloci che quasi scompaiono, in un punto qualsiasi, in uno sfondo senza riferimento, quasi comparissero all'improvviso e subito scomparissero nel nulla, sotto abiti splendenti, in un fremito che é un'alito di vita consegnato all'eternità. Gli occhi risplendono, di questa tavolozza brillante e senza limiti, in una serie infinita di variazioni sulla bellezza. Tanto da accendere il desiderio, cosa impossibile, a cavallo del tempo, nell'atto di un movimento, in un'espressione improvvisa, rubata, eppure non a caso, perché ogni segno era narrazione e sguardo indagatore.

 

 

"...ma dove Boldini emerse su tutti fu quando consacrò tutto se stesso nel ritrarre la donna francese, o meglio la parigina del suo tempo, mettendone in luce l’anima coi suoi sprazzi di passione, di vizio, di febbre, di tormento. Nessun artista francese ha saputo veramente comprenderla o renderla viva e palpitante come l’ha resa Boldini nelle sue tele che sembrano carezze, schiaffi e baci. [...] Né Duez, né Flameng, né Besnard o De Nittis, e neppure i modernissimi che della donna francese hanno soltanto riprodotto le sconcezze e il vizio, nessuno come il pittore ferrarese ne ha indovinato tutta l’intimità, la grazia, la duttilità, la dolcezza, o l’affabile condiscendenza in ogni manifestazione dell’anima di lei, sposa, amante, madre. [...] Più miracolosi se non sempre perfetti di forma, sono i ritratti di donna, nei quali perfino certe scorrettezze di dsegno sembranovolute di proposito, perché ne venisse al soggetto quella più viva intensità di espressione che forse si sarebbe attenuata, se per il dovuto rispetto alle regole del disegno, l'artista ne avesse corretto i contorni."

(V.M.Corcos - La parigina di Boldini)

 

Le donne. Ecco, gli appunti partono da qui, non possono non indugiare di fronte a questa galleria scintillante ed affascinante, come del resto non potevano ignorare il legame intrinseco tra un genere, quello del ritratto mondano ed il nome dell'artista che più di ogni altro lo seppe portare ad un livello estremo, fino a legarvi il proprio nome. Ecco, indipendentemente da tutto il resto, non può essere che questa l'immagine di partenza, di un ricordo e di un'immagine raccolta.
Ma é vero, la mostra su Boldini allestita a Ferrara é molto di più, e narra una vita intera e, in parallelo, accende i riflettori su una società ed un periodo - la Parigi di fine Ottocento e la Belle Epoque - di grande fascino. Mondana, raffinatissima, frivola. Un tempo perdoto, un mondo che si spegnerà, di lì a poco, inghiottito dalle ombre della Prima Guerra Mondiale, di cui rimangono le prime fotografie, in bianco e nero, così affascinanti e così distanti, ed immagini come queste.
Boldin arriva a Parigi da Firenze, e nella città delle luci si fermerà definitivamente. A contatto, fin da subito con fini pensatori e straordinari artisti, primo fra tutti Degas, quasi inondato da questo mondo intenso e dinamico, ne fissa ogni istantanea in disegni, appunti, bozzetti, eccellendo in ogni tecnica, spingendo al massimo le potenzialità dei colori, e la vivacità di uno stile pittorico inafferrabile.

 

"Il pittore aveva saputo immortalare il moto delle ore nell'attimo luminoso in cui la donna aveva sentito caldo ed aveva smesso di danzare, in cui l'albero era avvolto da un'alone d'ombra, in cui le vele sembravano scivolare su uno smalto dorato. Ma proprio perché l'attimo gravava su di noi con tanta forza, quella tela così fissata nel tempo dava l'impressione di un'estrema fuggevolezza, si sentiva che presto la donna se ne sarebbe andata, le barche sarebbero sparite, l'ombra si sarebbe spostata; che la notte stava per scendere e il piacere per finire; che la vita passa e gli attimi, mostrati contemporaneamente con tutte le luci che vi si fondono, non si recuperano più."

(M.Proust - Alla ricerca del tempo perduto)

 

 

Questo é il biglietto da visita, la premessa. Come un passo indietro, oltrepassando le prime sezioni, si torna a Firenze, ai Macchiaioli, per dirigersi poi, in Francia, via Londra, verso gli Impressionisti ed il mercante d'arte Goupil. Boldini non é Macchiaiolo, ne Impressionista, ma dialoga ed attinge a queste correnti, sviluppando uno stile ed un gusto propri. E' qui che, quasi, irrompe la moda, la vita della Parigi borghese, un mercante d'arte che dà un nome ad uno stile ed un gusto. In un mondo trasognato ed ovattato, occhi luccicanti scintillano e figure si muovono con la leggerezza di un passo di danza. Mentre lui cambia, ancora, entra dentro le proprie narrazioni, indaga personaggi famosi, belle donne e giovani amanti. Lui, che era dichiaratamente carattere chiuso e scontroso, sembra quasi sovvertire se stesso nei propri quadri. In una Parigi nella quale una generazione di artisti giunti dall'Italia cercò ispirazione, ma della quale rimase il nome più acclamato e più rappresentativo.
Per me, una mostra ricca ed affascinante, non solo per l'artista, che conoscevo poco, ma anche per l'epoca nella quale si colloca. "Lo spettacolo della modernita", il titolo, in questo senso, mantiene le promesse. Ed ogni passaggio di questo racconto trova spazio e rappresentazione, per quanto non se ne voglia se le immagini che ho scelto sottolineino soltanto alcuni di questi passaggi. Che del resto, soo quelli che mi hanno affascinato di più. Una mostra raffinatissima, dunque, che per un attimo, fa immergere in uno di quei "tempi che fu".

 

[...]

 


“C’est un classique!”. E’ questo il riconoscimento dato a Giovanni Boldini (Ferrara 1842 – Parigi 1931), fin dalla prima esposizione postuma che si tenne a Parigi a pochi mesi dalla morte. “Il classico di un genere di pittura”, ribadì in quella occasione Filippo de Pisis.
La Fondazione e i Musei di San Domenico di Forlì proseguono nella esplorazione, attraverso nuovi studi e la riscoperta di opere poco note, della cultura figurativa tra Otto e Novecento, proponendo per la stagione espositiva del 2015 una approfondita rivisitazione della vicenda di Giovanni Boldini certamente il più grande e prolifico tra gli artisti italiani residenti a Parigi.

Nella sua lunghissima carriera, caratterizzata da periodi tra loro diversi a testimonianza di un indiscutibile genio creativo e di un continuo slancio sperimentale che si andrà esaurendo alla vigilia della prima Guerra Mondiale, il pittore ferrarese ha goduto di una straordinaria fortuna, pur suscitando spesso accese polemiche, tra la critica ed il pubblico. Amato e discusso dai suoi primi veri interlocutori, come Telemaco Signorini e Diego Martelli, fu poi compreso e adottato negli anni del maggiore successo dalla Parigi più sofisticata, quella dei fratelli Goncourt e di Proust, di Degas e di Helleu, dell’esteta Montesquiou e della eccentrica Colette.

[...] Uno di punti di maggior forza, se non quello decisivo, della mostra sarà la riconsiderazione della prima stagione di Boldini negli anni che vanno dal 1864 al 1870, trascorsi prevalentemente a Firenze a stretto contatto con i Macchiaioli. Questa fase é caratterizzata da una produzione di piccoli dipinti, soprattutto ritratti, davvero straordinari per qualità e originalità.
Le prime sezioni saranno dedicate alla immagine dell’ artista rievocata attraverso autoritratti e ritratti, alla biografia per immagini, all’atelier, alla grafica così rivelatrice della sua incessante creatività.
Le sezioni successive ripercorreranno attraverso i ritratti di amici e collezionisti la grande stagione macchiaiola.
Seguirà la prima fase successiva al definitivo trasferimento a Parigi, caratterizzata dalla produzione degli splendidi paesaggi e di dipinti di piccolo formato con scene di genere, legata al rapporto privilegiato con il celebre e potente mercante Goupil.
Avranno subito dopo un grande rilievo, anche per la possibilità di proporre confronti con gli altri italiani attivi a Parigi, come De Nittis, Corcos, De Tivoli e Zandomenenghi, le scene di vita moderna, esterni ed interni, dove Boldini si afferma come uno dei maggiori interpreti della metropoli francese negli anni della sua inarrestabile ascesa come capitale mondiale dell’ arte, della cultura e della mondanità. Seguiranno infine le sezioni dedicate alla grande ritrattistica che lo vedono diventare il protagonista in un genere, quello del ritratto mondano, destinato ad una straordinaria fortuna internazionale."

(dall'Introduzione alla mostra)

 

 

 
 
 

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Post n°538 pubblicato il 07 Aprile 2015 da enodas

 

 

 

Che cos'é la notte... un buio che divora, un'assenza, un viaggio od un riparo... cos'é, forse lo specchio di quello che osserviamo, come un riflesso sull'acqua, di quello che siamo, degli occhi spalancati, socchiusi, piangenti. O forse sarà una nota dopo l'altra, come l'estratto di una poesia intonata alla luna, solo un po' più malinconica, un po' più sola, perché la musica penetra con profondità quel buio che é la notte ed il profondo dell'anima.
Ho pensato che, parlandone, si dice sempre che la notte ci avvolge: ecco, cosa significa, incosciamente, lo si esprime in una parola, questo qualcosa che non si tocca e che comunque si fa strada colmando lo spazio di un qualcosa che lo rende inaccessibile.
Ho pensato che é vero, ogni scritto del pilota aviatore, parla della notte. Nel sud della Patagonia, dentro un temporale mortale o in volo su Arras, su un pianeta lontano coi suoi quarantatre tramonti ed in mezzo al deserto. Proprio al deserto, ho pensato. Alle dune colorate quando la luce diventava radente ed i contrasti sulla sabbia erano così intensi da far brillare la sabbia d'oro e di rosso, ai colori dei monti, oltre un mare salato senza vita, ed all'esplosione di stelle nel silenzio del vento.
E poi, sono tornato indietro, su scogli flagellati di vento sotto un cielo cupo di nuvole, o mi sono ritrovato ad osservare ona luce che si spegneva dietro una linea che non esisteva e che anzi era prossima a scomparire. Mi sono trovato in una stanza, steso a guardare una fioca luce accesa, tremolante, e niente più, nel silenzio, o magari guardare dalla finestra verso il cielo.

 

"Night time sharpens, heightens each sensation
Darkness stirs and wakes imagination
Silently the senses abandon their defenses

Slowly, gently night unfurls it's splendour
Grasp it, sense it, tremulous and tender
Turn your face away from the garish light of day
Turn your thoughts away from cold unfeeling light
And listen to the music of the night

Close your eyes and surrender to your darkest dreams
Purge your thoughts of the life you knew before
Close your eyes, let your spirit start to soar
And you'll live as you've never lived before..."

 

 

 

"...Incominciava ad addormentarsi, io la presi tra le braccia e mi rimisi in cammino. Ero commosso.  
Mi sembrava di portare un fragile tesoro.  
Mi sembrava pure che non ci fosse niente di più fragile sulla Terra. Guardavo, alla luce della luna, quella fronte pallida, quegli occhi chiusi, quelle ciocche di capelli che tremavano al vento, e mi dicevo:  
"Questo che io vedo non é che la scorza. Il più importante é invisibile..."   

... Sentivo che stava succedendo qualche cosa di straordinario. Lo stringevo fra le braccia come un bimbetto, eppure mi sembrava che scivolasse verticalmente in un abisso, senza che io potessi fare nulla per trattenerlo...  
Aveva lo sguardo serio, perduto lontano..."

 

Inizia di notte. Le luci si spengono, o quasi, e sul suffitto, davvero, sembra sia un cielo stellato. Mi addentro nell'ombra di una civiltà scomparsa, millenni addirittura, ed immagino l'ondeggiare dei giunchi sul Nilo. La prima notte é quella del distacco dalla vita, quella delle tenebre che avvolgono. Ed in questo viaggio ignoto, l'uomo portava con sé la vita, le immagini scolpite sulla pietra od un ritratto introspettivo dipinto su legno che osserva, a distanza di ere intere, ma anche gli oggetti di una vita, cui restare col cuore aggrappato, in un'eterna speranza, e gli ushabti, le piccole figure di pietra azzurra che allora, in quel mondo, avrebbero seguito la persona nel viaggio. In queste figure si condensa tutta la tenera fragilità di quegli uomini tanto lontani, anche quando avevano il potere di consegnare il proprio volto alla pietra.
Quindi, si spalanca una finestra e si accende la luce. La notte é là, fuori, oltre lo sguardo. La notte avvolge, é contesto, racconto. E' il buio che riempie la scena, a volte elemento che focalizza la scena su episodi differenti a livelli differenti, ma anche un mondo nascosto oltre un ostacolo. E' qui che il buio quasi diventa attore, selezionando, o rinchiudendosi su personaggi ritratti, in una serie infinita di San Francesco, fino alle declinazioni più estreme che lambiscono gli orrori del Novecento, dove figure indefinite, spettri, quasi emergono dal buio più profondo ed orribile.
Mi calo in un ambiente senza colore, fatto di bianco, di nero, e di segni graffiati su una lastra: attraverso prigioni profonde e tanto cervellotiche da sembrare un'anticipazione di secoli rispetto ad Escher, fino al buio infinitamente variato delle incisioni di Rembrandt.
E mi trovo nel Romanticismo, nelle note di un notturno che diventa musica dell'anima, sfocia in un cielo immenso ristretto in una cornice di piccole dimensioni. Niente é per caso, e quel momento in cui il giorno si congiunge alla notte é quello che più sa amplificare il contatto con l'invisibile che é dentro di noi. Così, si spalanca il mondo di due grandi personalità della pittura romantica, uno viaggiatore ed avventuroso instancabile, Turner, l'altro riflessivo e profondamente intimo, Friedrich, lui che non permetteva a nessuno di entrare nella stanza dove dipingeva, quasi potesse essere messo a nudo nell'atto stesso di dipingere se stesso. Talmente diversi, nei segni del pennello, nello spirito, nei significati nascosti che si celavano dietro la tela. E diverse erano le vie sulle quali si incamminavano, oltreoceano i pittori americani, scorgendo tra alba e tramonto un riflesso interiore o il lampo di un sogno. Ma il colore, nel segno della notte diventava sempre più intenso, sempre più intimo, attraverso i tratti pastosi e contorti dell'anima, quelli di van Gogh, su tutti, che partendo dalle proprie fonti di ispirazione (Millet) approdava ad un'espressione di sentimento puro e disperato.
L'ottocento aveva consegnato alla pittura una tavolozza di colori completa, quasi satura, raggiungendo il traguardo "di aver saputo descrivere la luce notturna"; il Novecento sembrava invece spalancarsi su un'altra notte, quella dell'uomo e della storia. Sullo sfondo scorrono le immagini di tragedie del mondo e tragedie esistenziali, si alternano nelle vite, finanche nelle storie singole dietro ogni tela. Ed un quadro di girasoli quasi sembrano la resistenza a tanta disperazione. Mentre tutto attorno ogni anima indaga la notte per indagare se stesso ed il tempo della vita. Notturni semplici, immagini presaghe, oggetti sospesi nel blu di una notte eterna , la ricerca della variazione dentro l'uniformità, infinite storie che si intrecciano, in sequenza, in questo racconto che volge al termine.
Un finale che ripartiva dall'inizio, dalle molteplici variazioni della parola "notturno", in un ultimo, ampio respiro, che vuole essere "mistero, forza della carne e dello spirito nella luce della notte, immagine del destino".

 

"Le colline, sotto l’aereo, scavavano già il loro solco d’ombra nell’oro della sera.
Le pianure divenivano luminose ma d’una lucentezza inconsumabile: in quei paesi non smettono mai di rendere il loro oro così come dopo l’inverno, non smettono mai di rendere la loro neve.
E il pilota Fabien, che portava dall’estremo Sud, verso Buenos Aires, il corriere della Patagonia, riconobbe l’approssimarsi della sera dagli stessi segni che fanno riconoscere le acque d’un porto: da quella calma, da quelle leggere rughe che appena disegnavano tranquille nubi. Egli entrava in una rada immensa e felice. Avrebbe potuto credere, in quella calma, di fare una lenta passeggiata, proprio come un pastore.."

 

 

Personalmente, penso che l'idea del notturno come protagonista di una mostra sia un'idea brillante e suggestiva, quanto estremamente ambizioso e complesso. Viene mantenuta questa promessa? Onestamente, non lo so... L'impostazione di questa mostra é fortemente personale ed introspettiva, e non potrebbe essere altrimenti, e come tale va, a mio parere interpretata. A partire dalle motivazioni e dai richiami, lo si comprende sin da subito, scorrendo il pannello introduttivo, le citazioni, ed iniziando a leggere questo racconto. Questo significa anche che il percorso proposto possa essere a sua volta manipolato secondo una teoria costruita ad hoc per ottenere richiamo. Passando di sala in sala, immaginavo a quanto, in questo racconto, fosse mancante, tessere di un puzzle enorme come enorme era appunto il tema che effrontavo, mentre altrove connessione e passaggi suonavano perlomeno stirati in una forzatura voluta.
Ma in ogni caso c'é la bellezza, quella presente di ogni tela, di ogni storia... questa comunque assoluta, indipendentemente dall'intento preciso di un'esposizione. Un'esposizione che, facendo leva sulle emozioni, sulle suggestioni, ha voluto riflettere sulle infinite variazioni della notte, soprattutto di fornte all'animo umano. Forse, mai come in questa occasione, "linee d'ombra" sembra un'espressione appropriata. Sorprendentemente (per me), la sezione incentrata sul Novecento l'ho apprezzata molto e mi ha preso per mano (in maniera giusta o meno, non importa) attraverso pittori che non conosco, o che conosco poco e mi ha permesso di sbirciare dentro la loro vita. "Il mare dell'anima", era scritto ad un certo punto, su un pannello. Pannelli che peraltro erano ampiamente ditribuiti e permettevano, passsaggio dopo passaggio, di seguire con coscienza, questa storia affascinante. Tanto, come appariva evidente nell'ultima sala, dove ognuna di queste variazioni si trovava insieme, condensava in un vortice sapientemente costruito. Lo specchio d'acqua come riflesso di un mondo infinito, un paesaggio impossibile che in sé agglomerava le immagini di una vita. Allora, l'idea principale da cui aveva preso, dichiaratamente, avvio questo percorso, si riaffacciava, con forza, e su un sentiero al tramonto, di linee contorte e colore, si perdeva nel buio.

 

 

"...Volevo raccontare una perdita, che si avvicinava e che infine è avvenuta. E volevo farlo evocando i colori della notte, nella luce del crepuscolo, di una prima sera che viene. Mi sembrava bello poter chiamare accanto a me tanti artisti che nella notte si erano perduti, dipingendo. E costruire così una storia dei notturni, nelle diverse loro motivazioni stilistiche e di sentimento, ma pur sempre una storia che al suo centro avesse la sublime dilatazione dello spazio, il nostro perderci in esso. Così come nello spazio si perde, svaporando, chi si congeda e vive fino in fondo, a noi sconosciuta, l’esperienza della notte stessa.
[...]

L’idea di questa mostra si feconda nell’approfondimento della Fenomenologia della percezione di Maurice Merleau-Ponty, libro epocale per gli studi nel XX secolo, uscito nel 1945 da Gallimard a Parigi. C’è un passo, in modo particolare, attorno a cui si è sviluppata la mia riflessione circa il tema della notte, e dal quale parte il progetto di questa esposizione: “Quando, per esempio, il mondo degli oggetti chiari e articolati si trova abolito, il nostro essere percettivo amputato del suo mondo delinea una spazialità senza cose. E’ ciò che accade nella notte. Essa non è un oggetto di fronte a me, ma mi avvolge, penetra attraverso tutti i miei sensi, soffoca i miei ricordi, cancella quasi la mia identità personale. Io non sono più trincerato nel mio posto percettivo per vedere, da lì, sfilare a distanza i profili degli oggetti. La notte è senza profili, è la notte stessa che mi tocca, e la sua unità è l’unità mistica del mana. Anche delle grida o una luce lontana la popolano solo vagamente, essa si anima tutta quanta, è una profondità pura senza piani, senza superfici, senza distanza da me. Per la riflessione ogni spazio è fondato su un pensiero che ne collega le parti, ma tale pensiero non si forma in nessun luogo. Per contro, mi unisco allo spazio notturno dal cuore di questo stesso spazio”.

La notte dunque come esperienza psicologica, come immagine di uno spazio che è vicino e lontano al tempo stesso. Immagine della realtà e del dissolversi di quella stessa realtà. Racconto e annullamento del racconto, nuovamente realtà che si spinge oltre la realtà. Da questa apparente contrapposizione tra elemento della concretezza ed elemento della dispersione, nasce l’idea di un racconto che vuole diventare cammino attraverso le immagini. Che fa della notte il simbolo di un viaggio che avviene e di un luogo al centro del quale si sta.

Se nella prima parte, infatti, la mostra intende soffermarsi, con la presenza di 22 tra reperti e statue egiziane rinvenute all'interno delle piramidi, sul senso della notte eterna e spirituale, ma fortemente collegata alla vita, in quella cultura. Notte intesa in senso figurato, come cammino nell’oscurità di un dopo morte che invece si illumina con la resistenza delle immagini della vita, degli oggetti della vita, le figure, i segni, i simboli. È la parte dell’esposizione in cui i dati della realtà diventano oggetti, gli oggetti che venivano custoditi nelle Piramidi, simbolo luminoso della notte dell’eternità, che però si portava dietro la vita.

Con le altre cinque sezioni ci si sposta molti secoli più avanti, nell’ambito questa volta della pittura, ma anche dell’incisione. La pittura che ha rappresentato la notte. La notte piena, oppure il suo giungere nell’ora del tramonto e del crepuscolo, la mareggiata delle stelle, la conclusione della notte stessa quando l’alba sta per giungere. Non ci si aspetti però di visitare un’esposizione fatta solo di neri notturni del cielo, o al più dei lumi delle stelle e della luna. La notte, e prima di lei la sera, sono intese in senso fortemente psicologico, e anche, in modo preponderante, quali scatole di contenimento di storie, di vicende, di forti dichiarazioni di fronte all’immenso o nella brevità dei giorni. Quando si confrontano il senso della casa e quello dell’eterno. E per far vivere questo sentimento, farlo scoccare come la freccia che lascia l’arco teso, è stata scelta la tematizzazione, così da consentire che sullo stesso argomento potessero essere vicini pittori che, pur a secoli di distanza, avevano creato la loro pienezza nel tratteggiare una stessa immagine..."


(dall'introduzione alla mostra)

 


[...]

 
 
 

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Post n°537 pubblicato il 03 Aprile 2015 da enodas


Immagini come diapositive che ritrovano luce dopo tanto tempo. Foto lasciate in un angolo chiuso perché non potessero uscire senza fare inevitabilmente del male. Sono tornate, per un qualche motivo ed una pagina, fisica, su cui scrivere. Ho guardato un volto, degli occhi, un tratto qualsiasi. Ho osservato, scavando nei ricordi, scavando nell'anima, tra quello che rimane impresso nella mente e quello che racocnta un'immagine. Ho pensato con amarezza che non riuscivo a non associare a tutto questo quella cattiveria che mi ha frantumato l'anima. Ho pensato che non é, come potrebbe pensare razionalmente qualcuno, una presa di coscienza, od una cicatrice chiusa. No, é piuttosto uno strato pesante che copre ogni cosa. Lo stesso che a volte penso abbia sepolto una parte di me, o ne abbia addirittura plasmata un'altra, che non vorrei mi appartenesse.
Penso spesso che ci sono gesti cui darò sempre un certo significato. Tra questi c'é quello di tagliare le fragole, sentirne il profumo, spandervi sopra lo zucchero. E' talmente difficile da spiegare, forse anche un po' sciocco.
E rimango con questa sensazione, di fronte a delle immagini. Come se fossero graffiate, segno sopra segno. Ed io potessi solo vedere quello che é il mio cuore, e niente più.

 

 
 
 

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Post n°536 pubblicato il 29 Marzo 2015 da enodas

 

 

 

Sono luoghi che conosco. Attraverso questa regione sfrecciandovi sopra, guidando per ore. Sono luoghi che ricordo e che ho amato, la prima volta, per la bellezza e per le sensazioni. I ricordi scorrono, emergono e si sovrappongono. E rendono anche l'angolo più normale, qualcosa di significativo e la sensazione che sia familiare. Le barche di pescatori narrano silenziose che questo era un luogo di commercio, esploratori e pirati, un luogo di mare che si consegna oggi nelle tinte colorate di un porto che in una domenica di marzo contrasta con i nuvoloni in movimento nel cielo.
Forse é un'immagine in bianco e nero. Sospeso sull'acqua, sospeso nel vento. La strada continua su un ponte che é meraviglia ed ingegno. Strano o no, anche questo tratto di strada particolare é uno di quei ricordi che rendono un'immagine familiare. Sempre su un cielo in cambiamento continuo, ed i fili d'erba che lo rispechiano, come fosse davvero acqua mossa dal vento. E' questo il fascino dei ponti, le due rive, in realtà, separate ed unite allo stesso tempo, da due braccia che si tendono una verso l'altra.

 

 

La "marea del secolo" é anche una terra asciutta. E' anche il contrario di quello che potremmo immaginare in un primo momento: acqua che si ritira, rivoli quasi impercettibili che scivolano tra sassi umidi lasciati scoperti. Scricchiolano, sotto le scarpe. E tratti di mare che improvvisamente diventano accessibili, laggiù, oltre le barche tirate a riva, dove le scogliere svelano venature normalmente raggiunte dall'acqua ed incavi lavorati dal mare. E dove, infine si ergono spuntoni rocciosi, altri invece calano dall'alto, sa quelle stesse scogliere, verticali, vertiginose e come un arco si gettano avanti. Si svela, quasi, questo tratto di mare, presente come un'eco lontano, solo poche ore, ed un paesaggio fantastico si proietta come ombre silenziose, come in una scenografia sulla quale lentamente si avvicina la sera.

 

 

Ansimo. Un po'. Voglio salire, più in fretta, gridare silenziosamente, urlare di gioia. E guardare giù in basso, a volo d'uccello, rabbrividire, per l'altezza, per il vento che quasi mi fa oscillare, mi spinge, mi fa sentire vivo come il respiro profono che prendo. Il sapore del mare, il rumore di ciò che é troppo grande per essere contenuto. Ho affrettato il passo per vedere la luce calda e radente sulle rocce verticali che da bianche diventavano rosate. Sono salito, per sfiorare l'erba che ondeggia e nel frattempo sedermi ed osservare quella linea invisibile. E poi, camminare, sul bordo, seguendo la scogliera, fino al prossimo sperone, quello che soltanto un attimo fa mi stava davanti e componeva il paesaggio, e poter così seguire la linea della costa, con lo sguardo, un altro po', almeno un altro tratto, svelato, agli occhi. E lascerò che tutto questo si imprima nel cuore. Ancora.

 

 

 
 
 

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Post n°535 pubblicato il 23 Marzo 2015 da enodas

 

 

Il monte é là, un profilo che delinea un'unica ombra oltre una coltre invisibile di nebbia e di nubi. Lo scorgo all'improvviso, mentre ancora sono alla guida, come una meta che mi attende e mi chiama. E' solo un raggio di luce, quello che attraversa i campi allineati che vanno, indefiniti, chissà dove, verso quella linea impercettibile dominata dal profilo di uno scoglio gigante che é fortezza inespugnabile e castello invisibile. Quegli stessi campi che percorro, passo sopo passo, sfiorando l'erba, gia ssaporando il sapore del mare. E mi avvicino, lentamente, lungo una strada che entra nell'acqua, anche se acqua veramente non c'é. E l'ombra diventa più definita, il cielo cambia, tanto rapidamente, che uno squarcio lascia passare un po' di luce, si riflette, sull'acqua immobile, prima, poi su quel profilo silenzioso, e subito scomprare, sotto il fischio del vento.

 

 

Come un pellegrino, sono tornato. Mi piace pensare che i luoghi rappresentino una promessa. Alcuni, soprattutto. E questo é uno di quelli. E passa attraverso una strada stretta, in salita, subito dopo le mura, segue un villaggio sospeso nel tempo, quasi che quelle mura lo avessero protetto non solo dall'acqua, non solo dalle invasioni. Affonda, le radici, come pilastri possenti impiantati sugli scogli di uno sperone roccioso, uno di quegli scherzi della natura, quasi, che l'ingegno dell'uomo ha levigato, costruito, sovrapposto. Sale, la strada, come a spirale, oltre le scale, sulla rocca, prima di immergersi dentro la terra, mi perdo, , la luce arriva da finestre che spaziano su una baia che esiste e non esiste.

 

 

Mare e non mare. Quell'oceano mare, si trova qui. Anche le sabbie sono luogo dell'anima. Sabbie mobili, oggi, limacciose e bianche, sempre più sullo sfondo. Laddove non si sa più se sia acqua o sia terra, o se l'acqua, più veloce di un cavallo al galoppo, stia riconquistando la terra. E sospesa, come in un mondo irreale, come un nodo dell'anima, rimane adagiata una barca, come se fosse stato ilv ento a trasposrtarla, fin lì, ed impiantarla su un deserto di sabbia.
Ecco, come un pellegrino, sono tornato in uno dei luoghi più belli che abbia mai visto. Ad ogni ora del giorno, una nuova riga da scrivere, come un soffio di vento che mi spinge sui bastioni, o la sera, lontano, ad osservare. Un'altra riga, ancora, o una moneta, lasciata cadere, per tornare di nuovo.

 

 

E' un vento freddo che profuma di mare. Sale, sale, arriva chissà da dove, da un'orizzonte infinito che già inizia a nascondersi nel buio. Folate che ti investono e penetrano sotto la giacca. Mentre resto seduto su un costone di massi, in equilibrio, accucciato, e respiro a pieni polmoni quasi tremando. Ed arriva l'acqua, quasi da nulla, quasi improvvisa, scroscia tra le rocce, come un torrente che si gonfia, le sommerge già, più veloce di un sole che scende, nascosto dietro alle nubi dell'atlantico. E' il silenzio dell'acqua, delle luci che si accendono, laggiù, su uno sperone di roccia avvolto su se stesso, attorno la guglia più alta dell'abbazia che sale come un fuso verso il cielo, proprio dove le nuvole sembrano squarciate da una potenza immane, come quella dell'acqua che sale. E come la sabbia, starto su strato, così ogni immagine che porto con me, colore sopra colore, respiro dopo respiro.
Sono pochi i luoghi che racchiudono una magia come questo. Anche tra quei luoghi dell'anima. Specie quando é sera, quando sale la marea. Ancora di più in un giorno speciale quando solstizio ed eclissi si sovrappongono ad originare una forza starordinaria. Dopo oltre cent'anni, Mont-Saint-Michel tornerà ad essere isola.

 

 

 
 
 

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Post n°534 pubblicato il 20 Marzo 2015 da enodas

 

E' un post senza foto, questo. Malgrado fossi partito stamattina da casa con la macchina fotografica, l'obiettivo e tutte le buone intenzioni, suggerite dal fatto che ancora più a nord, in terra d'Olanda, lo spettacolo dell'eclissi sarebbe stato ancora più corposo.
A me, con l'eclissi di sole, viene sempre in mente la nonna che quel giorno era preoccupata davvero, tanti anni fa. Nella sua buona ingenuità, che rispecchiava la saggezza popolare, questo fenomeno era qualcosa che la spaventava, tanto che la andai a prendere a casa, per vederla insieme, dal balcone di casa nostra, e la prendevo affettuosamente in giro.
Ricordo il "freddo", improvviso, di un giorno d'estate.
Lo stesso che, credo, sia sceso stamattina. Niente altro, forse leggermente più buio. Il resto, invece, é rimasto inghiottito in una coltre di nubi e di nebbia, un grigio chiuso ed uniforme che non ha lasciato spazio nemmeno all'immaginazione.
E silenziosa quanto invisibile, é scivolata via.

 

"... Sgorgava loro un improvviso pianto,
E di prevista disventura il duolo
Ne' lor petti regnava. E qui levossi
Teoclimèno, il gran profeta, e disse:
"Ah miseri, che veggio? E qual v'incontra
Caso funesto? Al corpo intorno, intorno
D'atra notte vi gira al capo un nembo.
Urlo fiero scoppiò; bagnansi i volti
D'involontarie lagrime; di sangue
Tingonsi le pareti ed i bei palchi;
L'atrio s'empie e il cortil d'ombre, che in fretta
Giù discendon nell'Erebo; disparve
Dal cielo il sole, e degli aerei campi
Una densa caligine indonnossi"... "

 
 
 

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Post n°533 pubblicato il 17 Marzo 2015 da enodas

 

 

 

Laddove c'é un grumo di colore, un impasto di luce che sprigiona nel buio, un gesto impercettibile di straordinaria umanità, lì arrivava il suo pennello. Partendo da se stesso, in una serie di autoritratti lunga una vita, in cui non nascondeva se stesso, i cambiamenti del volto e, infine, la decadenza del corpo. Senza indugio, e senza commiserazione. L'ultimo sguardo che lascia impresso rimane vivace, quasi beffardo, di quel lampo che illumina gli occhi di chi sa di conoscere qualcosa che noi ancora non sappiamo. Lo stesso sguardo indagatore, che osservava una galleria di personaggi, reali o immaginati, colti nel momento in cui il loro mondo interiore veniva a galla. Intimacy. E conflitto, un'emozione sospesa, e riconciliazione: é così che ci si perde nello sguardo di un bambino, nel gesto di una mano, negli occhi ciechi di un vecchio. Ognuno specchio di un animo intero, messo a nudo, per quanto leggero, pesato, quasi impercettibile. Questi colori si muovono. E non sono movimenti fisici, ma un turbine di emozioni e sentimenti.

 

 

Un percorso per raccontare le rivoluzioni e la poliedricità di Rembrandt. Attraverso le opere degli ultimi anni, quelle che, per forza di cose, rappresentano un punto di arrivo di uno studio ed una riflessione continua. Inizialmente un po' difficile, con i riflettori puntati sui disegni e le sperimentazioni tecniche nelle stampe e nei soggetti: dall'interesse per la natura, senza idealizzazione, alle citazioni artistiche rivisitate, a quelle convenzioni che lo fecero dichiarare "pittore eretico", fino all'interpretazione del proprio rapporto con i ritratti della committenza. In ogni campo c'era un passaggio innovativo ed antitradizionale che in alcuni momenti costò a Rembrandt sfortuna nelle vicissitudini quotidiane ma assicurarono all'artista un posto tra le vette dell'arte. Passaggi straordinari, come quello, già riconosciuto allora, della capacità di cogliere e descrivere la luce, o come quello, toccante, della capacità di penetrare i soggetti che dipingeva. Uno scrutare continuo, del mondo, della natura e degli uomini, che si accantuava negli ultimi anni di vita del pittore, quasi che la vicissitudini personali e l'esperienza degli anni gli permettesse di soffermarsi con indulgenza e comprensione nei momenti di massima emozione. Dopo una lotta violenta, o immediatamente prima un conflitto, tutto interiore che determina il punto massimo del soggetto, prima che dell'azione in sé. Una differenza sottilissima ma strabiliante, che raccontava una storia da una prospettiva differente, estremamente interiore e personale, con un'intimità difficilmente raggiungibile e mai giudicata che, specie nelle ultime sezioni, l'esposizione cerca di sottolineare. E non a caso, sono quelle che mi sono piaciute maggiormente e mi hanno effettivamente emozionato. GLi sguardi raccolti, quelli sfuggenti e quelli assorti, allora, così impastati di colore e di una luce che si rivelava come intensi bagliori e cupe zone scure, assumevano un altro significato, affascinante e profondo.

 

 

"Having already suffered the early loss of his wife and three of their children, Rembrandt’s later years were burdened with bankruptcy, acrimonious legal proceedings with a former lover, and the loss of his common-law wife and only remaining son. However, far from diminishing as he aged, Rembrandt’s creativity gathered new energy.
From the 1650s until his death in 1669, Rembrandt pursued an artistic style that was expressive and radical. His bold manipulation of printing and painting techniques and progressive interpretations of traditional subjects inspired generations of artists, earning him a reputation as the greatest master of the Dutch Golden Age.
Through famous masterpieces and rare drawings and prints, ‘The Late Works’ examines the themes that preoccupied Rembrandt as he grew older: self-scrutiny, experimentation, light, observation of everyday life and even other artists’ works; as well as expressions of intimacy, contemplation, conflict and reconciliation. 
“Even three-and-a-half centuries after his death, Rembrandt continues to astonish and amaze. His technical inventions, and his profound insight into human emotions, are as fresh and relevant today as they were in the 17th century.”
‘Rembrandt: The Late Works’, organised by the National Gallery, London and the Rijksmuseum, Amsterdam, offers an opportunity to experience the passion, emotion and innovation of the great master."

(dall'introduzione alla mostra "Rembrandt - The late works")

 

 

[...]

 
 
 
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