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la musica, suonare il pianoforte, suonare il mio violino, la luce del tramonto, ascoltare il mare in una spiaggia deserta, guardare il cielo stellato, l’arte, i frattali, viaggiare, conoscere e scoprire cose nuove, perdermi nei musei, andare al cinema, camminare, correre, nuotare, le immagini riflesse sull’acqua, fare fotografie, il profumo della pioggia, l’inverno, le persone semplici, il pane fresco ancora caldo, i fuochi d’artificio, la pizza il gelato e la cioccolata


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l’ipocrisia, l’opportunismo, chi indossa una maschera solo per piacere a qualcuno, l’arroganza, chi pretende di dirmi cosa devo fare, chi giudica, chi ha sempre un problema più grosso del mio, sentirmi tradito, le offese gratuite, i luoghi affollati, essere al centro dell’attenzione, chi non ascolta, chi parla tanto ma poi…, l’invidia, il passato di verdura





 
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Post n°569 pubblicato il 01 Settembre 2015 da enodas

 

 

Ho cercato note di violoncello, corde che vibrassero in profondità.
Ho pensato che note non sapevo bene cosa cercare.
E non ho saputo trovare. Stasera.
Anche questo é un po' triste, in fondo.
Poi mi sono ricordato di una pagina di spartito, arcate che sembrano quasi balzi, anche sulla carta ingiallita, quasi pergamena, accompagnata da lettere che quasi creano volute, e piccoli segni neri che danzano tra le righe.
E' una musica silenziosissima, nel buio della notte.

 

[...]

 

 

 
 
 

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Post n°568 pubblicato il 30 Agosto 2015 da enodas

 

 

Sono giunto a questa canzone seguendo un disegno. Quello di un libro, quello di un film. Che non so nemmeno se andrò a vedere, non so come sarà, anche se da un lato malgrado lo scetticismo innato con cui mi avvicino a tentativi del genere, non posso che attendere, desideroso di vedere. Come se certe cose fossero troppo delicate. Anche pagine di un libro possono essere così. E forse, qualche nota, se - con un po' di immaginazione e la magia di un cartone animato - si trasformino in piccoli sonagli tintillanti. Volo spiegato, come musica.
Ho lasciato che venissero sopraffatte, ad un certo momento che non so esattamente come, quando. Sotto una polvere di frammenti e macerie di rabbia. Anche per questo mi sono sentito - e mi sento - colpevole. Come se quelle pagine fossero state strappate. E forse é per questo che la prima volta che ho ascoltato questa canzone ho speso una lacrima silenziosa. Ed invisibile. Come se qualcuno, dopo molto tempo, tornasse a ripetermi qualcosa.

 

[...]

 

 
 
 

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Post n°567 pubblicato il 25 Agosto 2015 da enodas

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Post n°566 pubblicato il 19 Agosto 2015 da enodas

 

 

No, non sono andato in vacanza. Anzi, resto qui assorbito come sono da varie cose, una guida sul tavolo ed il cambiamento di lavoro tra poche setitmane. In compenso, sono stato a Gardaland, il fine settimana scorso. Ci sono tornato dopo tantissimi anni, tanto che l'ultima volta era una giornata di fine agosto, il giorno dopo essere tornato dall'Olanda per il colloquio al dottorato. Ho sempre tenuto un bel ricordo di quel giorno. Ero con mia mamma e mia sorella, durante la settimana.
Cosi', un po' di tempo é passato.
Sono rimasto spiazzato, quasi, una volta entrato. Per qualche tempo non riuscivo ad orientarmi, non riconoscevo le giostre, non le trovavo. E le dimensioni stesse cambiavano, in un certo senso. Le immagini che rimangono impresse sono quelle del ricordo, per come lo abbiamo costruito. Allo stesso tempo, quello che immaginavo fosse aggiunto, in realtà molto spesso era un qualcosa "al posto di", e quell'immagine di fondo legata al parco che nasce dalle sigle dei cartoni animati non esisteva più.
Un pensiero curioso, per una volta.
Legato a doppio filo con quel giorno che ero stato l'ultima volta, e con la voglia di tornare, in modo simile e diverso allo stesso tempo. Anche a costo di salire su una tazza, sui tronchi o pure sull'ortobruco, ed infine sulle navi rotanti di Peter Pan, correndo dal cancello d'uscita e quello d'entrata, come ricordo facevo da bambino. Che nell'ultima ora le code scompaiono, anche sulle montagne russe, quelle storiche, per intendersi, in quella parte di parco che meno é la cambiata, per fare un ultimo giro fino alla fine.

 

 
 
 

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Post n°565 pubblicato il 01 Agosto 2015 da enodas

 

 

Ho esaurito tutte le energie in questi giorni, assalito da dubbi paure e malinconie. E ieri, in qualche modo, ho lasciato un altro pezzettino dietro di me, o almeno così ho iniziato a fare, come sarà nel prossimo mese. In crisi, per una scelta. Credo sia anche per come sono fatto, per come mi vedo e per come intendo sempre ogni cosa. Forse, a volte assegno significati che non ci sono, tutto sommato. Alla fine ho deciso di cambiare. Ma senza venire veramente a capo di tutto. Troppo sentimentale, anche qualcosa, come il lavoro, che non dovrebbe alla fine essere così. Immagino che anche questo racconti qualcosa di me. Senza nemmeno dover speculare sul futuro. Che non so se i punti su cui ho fatto perno siano scelte valide. Ma comunque c'é, con la malinconia di lasciare qualcosa che per molti aspetti mi piace, una certa amarezza, da un lato, e, con la paura, il desiderio che le cose fossero diverse da come sono e come si prospettano dall'altro. Eppure non riesco ad afferrare le redini di quanto ho. Rimango in bilico. Molto tempo fa ho imparato, o almeno deciso, che per voler fare certe cose, ed innanzitutto viaggiare, era inutile aspettere qualcosa o qualcuno. E così, cambiamenti he riguardano alcuni aspetti di me stesso qui, per quanto non cercati, ad un certo punto, ogni tanto, mi sono reso conto che non dovessero essere scartati a priori, per un'attesa di una decisione, di un qualcosa. Solo che ad attendere, sto attendendo me stesso. Il resto... sarà solo a venire, sperando di aver fatto una scelta buona.

 
 
 

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Post n°564 pubblicato il 20 Luglio 2015 da enodas

 

 

 

E' un volo leggero, ancora una volta, lungo linee segnate a matita, disegni, quasi appunti, immagini di una fiaba da raccontare. Ed un po' fiaba, alla fine, sembra questo mondo che é sogno, sempre suggestivo, sempre delicato a sfiorare l'anima. Quasi si animano, in una nuvola di fumo, queste immagini abbozzate su carta, si impossessano del colore, si alzano sospese. Quando ache parlavano di lui, o di tradizione, o personificazioni letterarie. Ed a mancare era la gravità, fisica che grava su ciascuno, ed emotiva, degli occhi che le descrivevano.

Sono arrivato a questa mostra con l'attesa del nome, e gli occhi ancora ebbri, letteralmente dello straordinario evento di pochi mesi fa a Milano. Aspettandomi qualcosa di diverso, certo, ma con certe aspettative. La mostra si concentra praticamente in modo esclusivo sui disegni, molti dei quali appartenenti a serie di illustrazioni. Un aspetto particolare dell'esperienza di Marc Chagall, fondamentale, rispetto alla sua vita, sia personale che artistica, ma molto focalizzato. E tutto sommato, molto interessante ed inedito rispetto alla percezione delle grandi tele. Pochi dipinti, esposti alla fine, sembravano quasi un bonus, più che un complemento al percorso. Un percorso un po' disatteso, rispetto al titolo della mostra, che fa leva sugli aspetti e sul luogo comune più noti ed accattivanti dell'arte di un pittore che ha saputo rggiungere indistintamente un vasto numero di persone. In altre parole, un po' ingannevole ed un po' stiracchiato, per una variazione artistica, quella grafica, meno spettacolare e per certi versi più complicata.

 

[...]

 

 

"Conosco una sola religione: l'amore. L'amore fa miracoli. Salva il mondo. Lo riscatta. Non vedo altra soluzione oltre a quella dell'amore..../nella mia pittura c'è tutto. C'è la religione, c'è la rivolta, l'amore e la fiaba."

 

“Intingi i pennelli. Il rosso, il blu, il bianco, il nero schizzano. Mi trascini nei fiotti di colore. Di colpo mi stacchi da terra, mentre tu prendi lo slancio con un piede, come se ti sentissi troppo stretto in questa piccola stanza. Ti innalzi, ti stiri, voli fino al soffitto.“

 

[...]

 

 

"Dalla collezione dell’Israel Museum di Gerusalemme giungono per la prima volta in Italia 140 lavori di uno degli artisti più amati del Novecento, Marc Chagall, il cui linguaggio è così universale da essere amato da tutti e da tutti conosciuto e riconosciuto e che, tra tutti gli artisti del secolo scorso, è rimasto fedele a se stesso pur attraversando guerre, catastrofi, rivoluzioni politiche e tecnologiche. Attraverso disegni, olii, gouache, litografie, acqueforti e acquerelli, la mostra racconta la sua poetica influenzata dal grande amore per la moglie Bella e dal dolore per la sua morte prematura avvenuta nel 1944, ripercorrendo la sua vita e la sua arte che fu commistione delle maggiori tradizioni occidentali europee - dall'originaria cultura ebraica a quella russa, incontrollato con la pittura francese delle avanguardie.

La mostra "Chagall. Love And Life" attraverso le opere dell’Israel Museum illustra la sua arte, tra le più innovative del Novecento, nonché la poetica dell’artista ebreo più apprezzato e ammirato del secolo scorso. Parafrasando il titolo del libro della moglie Bella, le luci di Chagall risplendono ancora, di colui che non è mai stato un “artista tormentato”, anzi ha mantenuto fino alla fine della sua lunga esistenza ottimismo e gioia di vivere.

Le sezioni tematiche della mostra disegnano una mappa artistica e spirituale complessa e caleidoscopica che sta a fondamento del profilo apolide dell’artista; l’originalissima lingua poetica di Chagall nasce infatti dall'assimilazione delle tre culture cui appartiene: la cultura ebraica (dalla cui tradizione visiva dei manoscritti ornati egli trae gli elementi espressivi, non prospettici a volte mistici della sua opera); la cultura russa (cui attinge sia attraverso le immagini popolari dei luboki che attraverso quelle religiose delle icone); la cultura occidentale (in cui assimila grandi pittori della tradizione, da Rembrandt agli artisti delle avanguardie che frequenta con assiduità). Ma l’opera di Chagall è anche altro, perché la sua meraviglia di fronte alla natura, il suo stupore di fronte alle creature viventi conferisce quell'arcaicità quasi medievale alla sua poetica novecentesca.

La mostra raccoglie in particolare lavori grafici e ripercorre i temi fondamentali della produzione di Chagall: dalle radici nella nativa Vitebsk (Bielorussia), descritta con amore e nostalgia nella serie Ma vie (My Life), all'incontro con l’amata moglie Bella Rosenfeld, della quale illustrò i libri Burning Lights e First Encounter, pubblicati dopo la morte prematura dell’amata. Un’intera sezione è dedicata alle illustrazioni della Bibbia con temi che esercitarono sempre un grande fascino su di lui e che rivelano un’interpretazione straordinariamente “umanista” delle Scritture come il ciclo d’incontri storici tra l’uomo e Dio, interpretazione dell’Antico Testamento.

La rassegna mette in luce anche il rapporto esistente nell'opera di Chagall tra arte e letteratura, tra linguaggio e contenuto. I lavori esposti riflettono l’identità poliedrica dell’artista, che è al tempo stesso l’ebreo di Vitebsk (in mostra Sopra Vitebsk del 1920), autore e illustratore che correda di immagini i libri dell’amata sposa, artista che illustra la Bibbia (in mostra L’angelo caduto, gouache del 1924), originale pittore moderno che attraverso l’iconografia cristiana piange la sorte toccata al popolo ebraico (in mostra la Crocifissione, gouache del 1944), profondo conoscitore di Le Anime morte dello scrittore russo Nikolaj Gogol (in mostra il frontespizio eseguito da Chagall e 15 delle 96 tavole - acqueforti - del 1948) e francese di adozione che disegnò le illustrazioni delle favole di La Fontaine anch’esse in mostra (18 tavole tra acquerelli, acqueforti e gouache)..."

(dall'Introduzione alla mostra)

 
 
 

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Post n°563 pubblicato il 16 Luglio 2015 da enodas

 

 

 

Pietra nella terra, pilastri che affondano nei secoli, e luci riflesse sulla tela. Sono tornato a Rouen, in un'altra giornata di luglio, le luci proiettavano secoli di storia su quella facciata bianca e silenziosa, come silenziose erano le vie tutt'intorno, mentre un orologio rintoccava le ore e come rami squadrati i supporti a graticcio delle case si incrociavano a creare figure geometriche.
Sono partito da qui, sono arrivato qui, verso sud ed un giardino incantato e verso nord, di nuovo, lungo strade leggere che si snodano nel nord della Francia. Sono partito da questa città, che la prima volta fu un po' l'inizio di una scoperta ed una pagina di ricordi, nel segno del Medioevo e delle suggestioni impressioniste. Camminando, dopo anni, é un po' come mantenere una promessa, che si lascia a certi luoghi, ed é un riconoscere, muoversi immaginando già cosa si trovi un po' più in là.

 

 

E poi, ho riguardato il paesaggio, assaporato la bellezza delle strade che vi si snodavano attraverso con la stssa dolcezza. Credo che in questi anni sia diventato più sensibile a tutto questo, perché é qualcosa che mi scalda il cuore, mi fa sentire più vicino e dove mi trovo, un po' meno estraneo. E' così che in qualche modo assaporo come il cibo la luce, più calda. Entrando nel cuore di queste città che si frammentano sulle rive di un fiume o si raccolgono attorno a piazze storiche o grandi cattedrali. Cavalcando, al tempo stesso rimandi storici e note letterarie, dalle razzie dei Cent'Anni ad un volo di notte mentre là sotto infuria una guerra. Ed é un po' strano notare che in fondo questi luoghi si presentino ancora quasi come isole umane nel mezzo di un paesaggio silenzioso che ispira tranquillità. E mi fermo, solo qualche ora, come a scrivere poche note su un diario di viaggio ed arricchire tutte quelle immagini che porto con me.

 

 

 
 
 

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Post n°562 pubblicato il 14 Luglio 2015 da enodas

 

 

 

C'é una farfalla bianca che si mischia tra i fiori. Come un'immagine lontana che riaffiora alla mente. E' la leggerezza dell'anima, quell'essere quasi "insostenibile". E come allora, inseguo, cercando un'immagine da catturare e tenere per me. Che si sovrapponga ad un'altra, in maniera quasi simmetrica, e mi parli di me. Perché, come ho scritto una volta, tanto tempo fa, anche attendere tra steli d'erba cercando di raccogliere un battito d'ali può raccontare qualcosa. Con quella semplicità e quella fragilità che é racchiusa in quel volo. Ed una carezza che a volte, in qualche parte nascosta del cuore, hai sperato di ricevere. Torno ad un messaggio scritto molti anni fa, dove mi rivedo, proprio qui, proprio sfiorando quasi gli stessi fiori, respirandone il profumo simile. Qua dove tutto sembra invisibile, nascosto nei colori sgargianti che esplodono in un giardino fatto di minuscoli sentieri allineati, arcate di fiori e specchi d'acqua silenziosi. E' uno di quei luoghi dell'anima che, una volta scoperti, rimangono per sempre.

 

[...]


 

Qualcosa di un'anima, un po' come quella che si specchiava in un mondo d'acqua e fiori galleggianti e raccoglieva i colori per distribuirli sulla tela. Per raccontare ciò che vedeva, e ciò che ad un certo punto non vedeva più. Allora, é bello e suggestivo immaginare che quest'uomo d'altri tempi dipingesse con l'anima, ed in quegli stessi riflessi annacquasse il pennello che aveva in mano. Oscillano, quasi impercettibilmente, sotto un'onda lieve che sembra un sussulto. Tremano. I petali, le foglie larghe stese sull'acqua, i rami in caduta dei salici. Ed in quello stesso moto lieve si sprigiona tutta la loro preziosa insicurezza. E forse saranno gli occhi stessi ad annacquarsi un po', un istante magari, al pensiero della magia che si concentra dietro questi colori, dentro quegli impasti stesi su tela, come una partitura che non ha finale vero e proprio, ma continua a variare. Una musica costante.

 

 

 

"Vediamo solo quello che vogliamo; é tutta una finzione ma, questa falsità, costituisce l'arte...."

"...non comprendono che per me la danza é stata un pretesto per dipingere dei bei tessuti e rendere dei movimenti..."

 

Degas, an Impressionist Painter?

(dalle note all'allestimento temporaneo a Giverny, Luglio 2015)


"Considered one of the leading figures of the Impressionism, Edgar Degas nevertheless disliked painting outdoors on the motif as most impressionists did, and he had complex relationships with the other members of the movement.  Of course Degas was an impressionist, but he was above all a cutting-edge artist.
Through 80 paintings, pastels, drawings or sculptures, the exhibition explores the links between Degas and the impressionist movement. The artist focused on themes that were more personal, like  horse races, or the work of the ballet dancers of the Opera, where he had the opportunity of studying the effects of artificial lighting.

Studying the antics
After a classical artistical training in Paris, Degas spent three years in his family in Italy where he visited many galleries and copied the masters. In his own compositions he was often inspired by the Antiquity. His painting methods were traditional: studies after living models, preparatory drawings, carefully planned composition... This differs thoroughly from the impressionist technics of seizing instantaneity on the motif.

Portraits and modern life
Degas participated in 7 out of 8 impressionist exhibitions that were held from 1874 to 1886. Moreover, he was much involved in organizing them. He invited his friends to participate, like the American Mary Cassatt. But because most of Degas friends were not impressionists, the result was to discourage Monet and Renoir and lessen the quality of the exhibitions. The exhibits appeared to be more an expression of the broader movement of naturalism than impressionism. They displayed many portraits and scène de genre, that were celebrated in the official Salons of the late 19th century.

What about landscapes?
Degas loved painting dancers, indoors scenes and modern life, and didn't pay much attention to landscape and nature. However he left a series of landscapes pastels that he drew out of his memory in his studio in 1869. Later on, in 1890, he turned back to landscapes through a numerous series of monotypes enhanced with pastel. They appear like memories, almost abstract visions, and were showcased in the Durand-Ruel gallery in 1892.  These works seem to be closer to symbolism than to impressionism.

The moving body
Degas was fascinated by movement,  especially by ballet and dance.  Opera and ballet were fashionable in the late 19th century. They were part of the night life that was made possible by artificial lighting.  Degas works feature the effects of stage light on the body and outfits of dancers, their attitude and movement. Degas also observed the hard backstage work of the young girls.

Degas after 1892
After 1892, Degas withdrew from the artistic life of Paris and refused to exhibit.  The impressionists had divided to go on their own way. At this time Degas painted out of his memory pastels of dancers and nudes taht he described as a feast of colors. This cutting-edge style was to inspire the younger artists at teh tunr of the century, leading to fauvism and cubism. The avant-garde style of Degas appeared in plain sight when his late works were exhibited after he died."

 

 

 
 
 

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Post n°561 pubblicato il 09 Luglio 2015 da enodas

 

 

Varchero' questa soglia immaginando di essere calato dall'alto, come dal culmine di una grotta. Rabbrividero' del calo di temperatura istantaneo, del silenzio che preannuncia spazi enormi e sospesi, del buio che mi avvolge. Spostero', immaginando, valanghe di terra e mura aggiuntive poste a damnatio memoriae. Andando oltre le montagne accumulate nei secoli, e quanto ancora non e' venuto riscoperto. Ed allora si spalancheranno finestre, inondate di luce, dell'oro piu' sfarzoso, riflesso su marmi finissimi, giochi d'acqua, musiche e dipinti a parete. Poi tutto torna silenzio, buio e spazi vuoti. Lontani, su quei muri sfondi bianchi, affraschi, e disegni sfolgoranti. Nascosti sotto una patina di tempo e dimateriale che contemporaneamente nasconde, sbiadisce e protegge. Colori vivaci, ed una varieta' infinita di figure, astratte, umane, di oggetti. Un racconto, la gioia di vivere, una rappresentazione teatrale che l'uomo fa di se stesso. In queste figre, che ancora in parte rimangono nascoste, che si intuiscono su una parete lontana, un soffitto sopra di me, c'e' un'umanita' profonda e senza tempo. Arrivarvi cosi' e' un'emozione intensa e particolare. Grandi maestri, una volta scoperti per caso alcuni accessi a questi spazi sconosciuti, si calarono nel buio ed a lume di candela, distesi su uno strato di terra, iniziarono a copiare, leggere, imparare. Li chiamarono grottesche.

 

 

Difficilmente esiste un luogo che sia piu' strada di questo. Blocchi di pietra levigati dal passaggio dei secoli, una via che correva chilometri e chilometri, verso il mare. Difficile immaginare un luogo cosi', aspettarselo appena fuori dalle mura romane, questo mondo di pace e silenzio, dove improvvisa si apre la campagna e non resta che un alito di vento a smuovere fruscii d'erba e rami degli alberi. Sara' pure che e' un giorno di festa. Sara' che non sono mai stato qui. Ma e' come avere attraversato le porte di un altro mondo. Precario, delicato, quasi salvato all'ultimo istante. Pietra dopo pietra, solco dopo solco, si susseguono vestigia antiche, profili accennati dietro campiture di colore uniforme, passaggi nascosti, che conducono al ventre della terra, e luoghi colmi di memoria storica. E' una scoperta, quella che prende avvio da una diramazione, e si protende lungo un filare di pini, senza una meta precisa, apparentemente. Quo vadis. Ed ogni passo ne porta semplicemente un altro, in avanti, come solo una strada puo essere, una destinazione che rimane sospesa, un miraggio, al termine di una linea rettilinea che si perde laddove l'occhio non arriva, si ferma e lascia l'anima andare oltre. Questo e' un altro passo, nel frattempo, perche' un contorno diventi piu' chiaro ed oltre appaia qualcosa di nuovo, un dettaglio inaspettato, un frammento di pietra, o forse nient'altro. Perche' la strada non e' fatta che di passi.

 

"Chi dice Appia Antica dice Mura Aureliane, Appia Pignatelli, Via Ardeatina, Via Laurentina, e viceversa: chi dice Appia Antica dice campagna romana vergina sconfinata, dice solitudine incontaminata, invito alla memoria e all'intelligenza, dice silenzio, vuoto, deserto, orizzonte infinito."

(A.Cederna, 1953)

 

 

Questo e' il mondo dei morti. Quasi alla raffigurazioen dell'Ade, uno penserebbe, se non si trattasse di tombe cristiane. Buio aguzzo e silenzio finissimo, si scende nell'oscurita' e nella speranza umana. Ed un alito gelido che e' quasi un brivido ti sfiora leggermente. Scavando, scavando, sempre piu' in profondita', queste citta' sotterranee hanno preso forma in un tempo cosi' lontano. Si sono sovrapposte, intricate, annodate. Come quei nodi che stringevano l'anima di chi, ancora vivo lasciava andare qualcuno. Dolore e speranza, tutto racchiuso in una miriade di fessure strappate alla roccia, in una trama di corridoi che sembra, forse non ha, fine. Livello dopo livello, nel ventre della terra. Sono queste speranze, queste storie anonime, che rimangono chiuse qui, intrise nella roccia friabile anche dopo che altri uomini hanno razziato, aperto, violato, che fanno di questi luoghi posti partiolari, eternamente silenziosi ed allo stesso tempo eternamente racconto, di persone cosi' lontane nel tempo ma cosi' vicine nella paura estrema, nella ricerca di un significato a se stessi, nel desiderio i=ultimo di affidare il proprio ricordo ad una fiammella ad olio accesa nel buio e lasciare un segno immutabile nella pietra che la sostiene.

 

 

Sono solo pochi passi sulla Via Ardeatina. Eppure, attraversare la strada e' come attraversare due millenni di storia. Laddove un'estrema speranza lascia spazio ad esistenze spezzate ed estrema disperazione. Entro in questo piccolo santuario che e' una cava silenziosa e, poco piu' in la' oltre una stradina tortuosa, una lunga fila di blocchi squadrati. Lapidi. E nomi, professioni, eta'. Sepolti sotto il silenzio di una calda giornata d'estate, nessuno in giro ed una bandiera che sventola leggermente.
Silenziose strade di Roma, tornano alla mente, la sera prima, quasi per caso, tra le case del vecchio ghetto. Spinto da un ricordo, una canzone e passi sparsi. Basta deviare un attimo per lasciare ogni rumore alle spalle. E lasciare che siano i riflessi delle strade, le forme delle finestre, i portoni chiusi a raccontare cio' che non c'e' piu' ma e' accaduto e vivo rimane.

 

"Sono gocce di memoria
queste lacrime nuove
siamo anime in una storia
incancellabile

Le infinite volte che
mi verrai a cercarenelle mie stanze vuote
inestimabile
e' inafferrabile
la tua assenza che mi appartiene..."

 

 

 
 
 

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Post n°560 pubblicato il 07 Luglio 2015 da enodas

 

 

 

Sta per aprirsi il palcoscenico. Salgo una scala, varco una porta. Una musica maestosa, ed un vorticare di spazi sempre più ampi, sempre più ricchi, sempre più colmi. E' un vortice di sguardi, di emozioni di rimando, sofferenza, passione, sentimento, di dettagli su dettagli, di colori potenti. Educare, narrare, stupendo "attraverso il diletto e la meraviglia". E come questi spazi, che si aprono tra illusione e realtà, la parola Barocco inizia ad identificarsi in una miriade di significati alternativi, coprendosi di una luce che non avevo immaginato. Su questo palcoscenico, perché di grande rappresentazione teatrale del mondo si tratta, riemergono nella mente le parole scritte da Galilei, quel grande libro scritto in linguaggio codificato. A lui, con lui, su questo palco infinito, si elevano dinanzi le spinte della Controriforma, l'espressione quasi sfolgorante del potere assoluto. Il potere dei Papi, a Roma, il cui profilo di grandi mecenati del tempo porta alla città eterna un un volto nuovo, ed una rinascita fatta di oro e bellezza. In scena, il sentimento ed i tormenti dell'anima, l'emozione e la meraviglia. Alla scienza si contrappongono l'anelito mistico, il sentimento religioso e le pratiche devozionali sempre più intense. "Un’epoca che rivendica una diversa concezione del sacro, una rinnovata spinta nell’ignoto piuttosto che una fiducia assoluta nella razionalità: il Barocco è l’anelito a Dio, alla luce dello spirito come invisibilità, trascendenza assoluta, davanti alla quale la forma può solo sfrangersi, accartocciarsi, oppure vibrare di energia perché la divinità la contiene."
E gli sguardi passano, uno dopo l'altro, in questa galleria senza fine, che potrebbe variare all'infinito, tra inquietudini e curiosità. Dall'Italia, dal mondo che era allora, accorrevano a Roma gli artisti più grandi, creavano, mettevano in scena, emozionavano. E si sfidavano, senza esclusione di colpi, ergendo sull'altare dell'arte sempre più incredibili monumenti all'ingegno ed alla sensibilità umani.

"La filosofia naturale è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi, io dico l'universo, ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua e conoscer i caratteri nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto..."

(Galileo Galilei)

 

 

E' con queste premesse che sono sceso per le vie di Roma. Di quella Roma. E' come se un velo si fosse squarciato, se qull'immagine della Roma antica improvvisamente avesse trovato una spiegazione completa nella controparte "moderna". Ho rivisto con occhi diversi i luoghi più noti. Sono entrato in questo teatro magnifico, varcando porte di palazzi, incamminandomi per le strade della Roma dei Papi, sedendomi ai lati delle piazze. Ho riguardato con interesse ciò che una nuova chiave di lettura mi permetteva di leggere.
Architetture monumentali, sacre e non, palazzi dagli interni sfarzosi, con un’esuberanza nuova nei soffitti affrescati. Nelle partiture di musica si trovano piccoli segni a fianco di note chiamati ornamenti: ecco, quei suoni stretti, fioriti non potrebbero avere nome differente. E tra panneggi e decorazioni, da pavimento a soffitto, ogni pareete é coperta di quadri, tele di valore immeno, da Roma all'Europa: quadrerie senza soluzione di continuità che si moltiplicano negli specchi e rifulgono di luce che é arte, oro, o entrambi a llo stesso tempo. Tornano, quei volti scrutatori, piegati in ogni espressione dell'animo umano, in ogni sfumatura e contrasto di colore. E nel vuoto, le mani affondano nella carne fatta pietra, adamantina, così impossibile e tremendamente reale allo stesso tempo. Un volto bloccato nella pietra e tempo. Perso, in pochi metri.
Perso, così come un mondo là fuori, eterno, che sovrascrive se stesso, in continuazione, lasciando strati e strati ogni volta una traccia. Torno sulla riva di un fiume, oltre le sue acque, lasciando il giorno dietro di me, nel frastuono della Roma che é, una sera d'estate, calda, dalla luce viva che sono i cieli di Roma, immerso in un caos di gente che si ferma, in riva al fiume, per le piazze nascoste dietro Trastevere. Quasi respirando, sospirando, in un attimo di brezza, dall'infinita bellezza.

"L'ingegno, il disegno é l'arte magica per mezzo della quale si arriva a ingannare la vita in modo da far stupire".

(Gian Lorenzo Bernini)

 


La mostra Barocco a Roma. La meraviglia delle arti documenta il percorso artistico e intellettuale che ha reso Roma la 'capitale' del Barocco e modello per le grandi città d'Europa e Oltreoceano.

Un percorso espositivo che spiega in modo sintetico e chiaro l’evoluzione dell’arte barocca dalla sua nascita nei primi due decenni del Seicento, alla sua massima ‘esplosione’ figurativa concentrandosi lungo i tre pontificati di Urbano VIII Barberini (grandiosa l’impresa della costruzione del suo Palazzo di famiglia, alla quale lavorarono Carlo Maderno, Gian Lorenzo Bernini, Francesco Borromini, Pietro da Cortona), Innocenzo X Pamphilj e Alessandro VII Chigi, ma arriva a coprire un arco cronologico di circa ottant’anni, dal 1600 al 1680, quando scompare Bernini — scultore, architetto, pittore — colui che del Barocco fu uno dei massimi artefici-inventori. Dalle origini del movimento, cui è dedicata la prima sezione della mostra con opere di Carracci, Domenichino, Guido Reni, Guercino e Simon Vouet e fino alla sua esplosione, passando per la presenza di artisti stranieri a Roma (Poussin su tutti) e senza tralasciare gli arredi cui è dedicata la quinta e ultima sezione, la mostra prova a non dimenticare alcun aspetto di un fenomeno complesso quale fu, appunto, il barocco romano, culminante con i celebri «palcoscenici» architettonici giunti fino a noi, dal colonnato di San Pietro alla Fontana dei Fiumi.

Numerosi i capolavori dell’arte barocca presentati al pubblico: Ritratto di Costanza Bonarelli di Gian Lorenzo Bernini, Atalanta e Ippomene di Guido Reni, Trionfo di Bacco di Pietro da Cortona, Santa Maria Maddalena penitente di Giovan Francesco Barbieri detto il Guercino, Il Tempo vinto dall’Amore e dalla Bellezza di Simon Vouet, i bozzetti del Bernini per le statue di ponte Sant’Angelo e per l’Estasi di Santa Teresa, il prezioso arazzo Mosè fanciullo calpesta la corona del faraone su cartone di Nicolas Poussin nonché disegni progettuali di Francesco Borromini e Pietro da Cortona. Grazie all’intervento di restauro sostenuto dalla Fondazione Roma-Arte-Musei sarà inoltre possibile ammirare gli Angeli musici di Giovanni Lanfranco, opere sopravvissute all’incendio ottocentesco della Chiesa dei Cappuccini a Roma.

(dall'Introduzione alla mostra)

 

[...]

 

 

 
 
 
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