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l’ipocrisia, l’opportunismo, chi indossa una maschera solo per piacere a qualcuno, l’arroganza, chi pretende di dirmi cosa devo fare, chi giudica, chi ha sempre un problema più grosso del mio, sentirmi tradito, le offese gratuite, i luoghi affollati, essere al centro dell’attenzione, chi non ascolta, chi parla tanto ma poi…, l’invidia, il passato di verdura





 
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Post n°510 pubblicato il 20 Novembre 2014 da enodas

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Post n°509 pubblicato il 18 Novembre 2014 da enodas

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Post n°508 pubblicato il 13 Novembre 2014 da enodas

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Post n°507 pubblicato il 09 Novembre 2014 da enodas

 


Osservo una foglia, come tante. Rattrappita sul terreno, uno spuntone di pietra, intona il suo canto del cigo in un colore. Come a dire che un altro tempo è passato, un anno, una stagione, un respiro, ed è nuovamente l'autunno, coi suoi colori, qualche nebbia leggera e l'aria pungente la sera. Come a dire che la levetta degli anni da quando un giorno di età novembre sono salito su un aereo e sono andato si è spostata leggermente un po' più in là. C'è un'intrinseca contraddizione tra la bellezza di questi colori e l'ultimo sussulto che li accompagna, sospeso in un volo oscillante nell'aria ed è questa bellezza, credo, forse un po' malinconica e poetica, ad affascinare tanto.
Scorrendo le ultime pagine, più o meno scritte, mi accorgo bene che ci sono degli spazi lasciati bianchi, e degli spazi non scritti del tutto, tenuti altrove come appunti appesi su una parete. Avanzo con un po' di stanchezza tra varie cose da fare, la difficoltà di tenere per le mani i fili di un lavoro, mille idee sparse qua e là e qualche pensiero difficile, che, con delle decisioni, sembra quasi scivoli via perchè nemmeno sono riuscito a metterlo a fuoco come avrei dovuto. Caduto, oscillando leggermente nell'aria, come un riflesso che magari torna, improvviso, o un riflesso nuovo che scintilla dal nulla. Ogni tanto, da racconare.

 

 

 
 
 

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Post n°506 pubblicato il 23 Ottobre 2014 da enodas

 


La mia mente vola, lontano. Torna ai profumi marocchini, alla luce abbagliante, al deserto torrido e le acque spumose dell'oceano. Torna, sulla catena dell'Atlante, in un posto sperduta, nella valle del Dades. Chilometri e chilometri di strada. Ed io, verso il tramonto, siedo sotto una tenda stesa a proteggere una terrazza. Sento l'aria fresca che mi conforta, come un viaggiatore giunto alla meta, almeno per oggi. Ascolto la musica, comunico tra gesti, infiniti linguaggi, qualcosa racconto, e più ancora cerco di farmi narrare. Ospite, questa sera.
Ospite, in una sala coperta di tappeti colorati, circondata da una cornice unica di divani. Ed una montagna di couscous sul tavolo, il cucchiaio posto nel piatto per condividere, i colori dell'insalata ed il sapore intenso di un pane speziato colmo di carne. Certo, si potrebbe discutere di tante cose, delle mie sensazioni, allora, così come di altro, davanti ai miei occhi, ora. Ma non é questo il racconto di questa pagina. No, invece é la sensazione di accoglienza, é il ricordo che in un attimo mi ha portato indietro, lungo una strada di migliaia di chilometri, in un caleidoscopio di immagini e sensazioni fuse insieme ed all'improvviso, di fronte ad un mondo sconosciuto, appena sfiorato ma inafferrabile in tutto e per tutto, per la sua varietà, i suoi opposti ed il fascino delle sue tradizioni.

 

 

 
 
 

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Post n°505 pubblicato il 17 Ottobre 2014 da enodas

 


In una casa per studenti di Delft c'é una festa. Una come tante, di quelle che si organizzano nel fine settimana, ed in cui si vede, letteralmente, di tutto e di più. Ho perso un amico e lo trovo, con altri, in una stanza più in là, aperta a parlare e strimpellare una chitarra. In un attimo, ho capito chi ci vive, una ragazza bionda e timida che ho già visto e che rappresenta l'immagine stessa dell'Olandesina, in un attimo ho capito che sa suonare il pianoforte e che le note aperte sulla tastiera le conosco, appartengono ad un notturno di Chopin. Ho deciso di suonare, quelle note che conoscono le mie dita, che conosco io. Per dire, come fosse un linguaggio segreto, che anch'io sapevo suonare, perché altro non sapevo dirle. Ma comunque non sono stato capace di raccontare molto oltre, bloccato da me stesso, da quante scuse troviamo, finanche dalla convinzione che ci sarebbero state altre feste.
A volte le coincidenze lasciano di stucco. Ho trovato, all'imbarco dell'aereo quella stessa ragazza. In mezzo, tanto tempo e tante cose. Circa sette anni, tanto - o pure di più - alla fine sono venuto su. Riassunte un po', in fondo, anche nei motivi di un viaggio. Ne ricordavo il nome e quelle due cose in croce che fugacecmente potevo sapere di lei. Lei, invece, mi ha riconosciuto ed é venuta a parlarmi. Ho pensato ad uno specchio, virtuale, immaginario e costruito, a volte situazioni così semplicemente lasciano pensare un momento un se e chissà, forse qualcosa sarebbe andato diverso. Nel bene e nel male. In questo temo di essere terribilmente bravo. A volte si perde l'attimo giusto e quella che prendiamo, anche senza saperlo, é come se fosse una decisione che cancella una strada potenziale tra tante.
Credo semplicemente che questi specchi spingano a guardarsi indietro per un attimo. E' strano che questo mi capiti oggi, su questo volo che in qualche modo mi porta ad una decisione. Una decisione che probabilmente ho già abbozzato, che mi ha assorbito un sacco di energie, e che, comunque la guardi, mi lascia la sensazione che in ogni caso dacida di fare una scelta sbagliata.
Nelle mie indecisioni, nelle mie difficoltà, nei solchi che mi porto dietro. A volte, uno specchio così.


 
 
 

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Post n°504 pubblicato il 10 Ottobre 2014 da enodas

 

Come ogni anno, questi ultimi anni, ho la fortuna di poter visitare la mostra del World Press Photo, in una tappa praticamente dietro casa. E' inutile raccontare la rilevanza di questa associazione e del valore e del prestigio che i suoi riconoscimenti significhino per chi dell'immagine fa la propria professione e della narrazione un punto cardine della propria vita. Per chi la vita, in situazioni estreme, al fine di raccontare la rischia davvero. Di questi tempi, più che mai.
All'introduzione alla mostra, una nota del presidente di giuria poneva l'attenzione sui criteri di giudizio, in particolare chiedendo e chiedendosi se una foto dovesse essere premiata per la bellezza della foto in sé o per il carico narrativo ed emotivo della situazione che si trovava a rappresentare. Ho pensato che non fosse una domanda banale e che a volte il giudizio in effetti possa essere legato all'emotività ed al contesto. Onestamente, credo sia tutto sommato inevitabile.
A parte tutto questo, della selezione di vincitori, ho voluto stilare anche io la mia classifica personale, molto più incompleta e limitata, senza vere categorie, di quelle immagini che più di tutte mi hanno colpito, sperando, tra tante storie, di raccontare quelle che mi hanno colpito ancora di più.

 

 

http://www.worldpressphoto.org/awards/2014/spot-news/taslima-akhter#fullcontext


Final Embrace (Taslima Akhter)

25 April 2013

Savar, Bangladesh

Victims lie in the rubble, on the day after the Rana Plaza building, which accommodated five garment factories, collapsed. The relationship between the two people is not known.
In the days following the disaster, more than 800 bodies were visually identified by relatives, or by using ID cards or personal possessions. Relatives of others had to give DNA samples, but months after the incident many had still not been able to identify missing family members. The collapse of the Rana Plaza ranks as one of the worst industrial accidents in history.


- Questa é la foto più potente per me: raccoglie un dramma umano e della società globale, inchiodandola alla propria responsabilità. L'ingiustizia del lavoro, l'ineguaglianza politica ed uno sguardo profondo quanto accusatorio su quello che é l'ultimo istante di un'esistenza, l'uomo di fronte alla morte. Questa foto sconvolge, a mio parere, ad ogni livello. -

 

 

http://www.worldpressphoto.org/awards/2014/contemporary-issues/john-stanmeyer#fullcontext


Signal (John Stanmeyer)

26 February 2013

Djibouti City, Djibouti

African migrants on the shore of Djibouti City at night raise their phones in an attempt to catch an inexpensive signal from neighboring Somalia—a tenuous link to relatives abroad. Djibouti is a common stop-off point for migrants in transit from such countries as Somalia, Ethiopia and Eritrea, seeking a better life in Europe and the Middle East.


- Questa é la foto vincitrice del World Press Photo di quest'anno, quella riportata nelle locandine. Il fenomeno dei flussi migratori, di quella gente che semplicemente scappa, cercando di inseguire un sogno migliore, viene narrato da questa immagine attraverso gli occhi di chi sta per partire, rimettendo la propria vita al mare, ai suoi aguzzini ed al destino: l'ultimo pensiero, come una luce flebile di speranza volge indietro, agli affetti lasciati. Potentissima, nel suo contesto drammatioco, a sottolineare l'umanità e la comunanza di chi può apparirci tanto diverso. -

 

 

http://www.worldpressphoto.org/awards/2014/contemporary-issues/robin-hammond/07?gallery=1125526


War and mental health after crisis (Robin Hammond)

10 October 2012

Niger Delta, Nigeria

Traditional healer Lekwe Deezia treats mental illness through the power of prayer and with herbal medicines, in the Niger Delta, Nigeria.  While receiving treatment, which can take months, patients are chained to trees in his courtyard. They say they are fed at most once a day, are beaten, and not given shelter from the elements.
In areas of crisis—in failed states, in refugee camps, in countries where the infrastructure has collapsed—the mentally ill are frequently condemned to neglect or lives of misery. Disregarded in parts of the world by government and the aid community, sometimes far from family support networks, the mentally ill can lead isolated lives, subject to ill treatment.


- E' il reportage che scelgo. Ogni foto, di cui questa é rappresentativa, é lo specchio della solitudine dell'anima e della mente, vera e presunta, come poteva essere (forse ancora, in alcune zone) nella nostra società e come é ancora nel presente, in mondi tanto lontani, dove religione, superstizioni e credenze cancellano ogni speranza ed ogni dignità a chi già ha perso se stesso. -

 

 


http://www.worldpressphoto.org/awards/2014/observed-portraits/markus-schreiber?gallery=1125526


Farewell Mandela (Markus Schreiber)
13 December 2013

Pretoria, South Africa

A woman is turned away disappointed at the close of the third and final day of the lying-in-state of former South African president Nelson Mandela, at the Union Buildings in Pretoria, on 13 December. Nelson Mandela had died on 5 December at the age of 95, after a prolonged respiratory infection. Over 100,000 people lined up to pay respects to the former leader, but many were unable to gain access in time to file past the casket.


- Questa foto l'ho scelta per la delicatezza con cui il volto di questa bella ragazza improme sulla pellicola un avvenimento storico. Nello sguardo, così come nel gesto della mano, si condensa tutta la parabola umana di un personaggio gigante ed un capitolo intero della storia dell'Africa. -

 

 


http://www.worldpressphoto.org/awards/2014/sports-action/quinn-rooney/03


World Swimming Sports (Quinn Rooney)

27 July 2013

Barcelona, Spain

A member of the Russian team competes during the synchronized swimming free combination final on 27 July, day eight of the World Aquatics Championships, at Palau Sant Jordi.


- Più leggera rispetto alle foto precedenti, in un contesto ed in una categoria completamente diversa. Semplicemente, questa foto mi é piaciuta molto, e merita la menzione nella propria categoria: perché nel mondo e negli uomini può esserci anche tanta bellezza. -

 

 
 
 

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Post n°503 pubblicato il 30 Settembre 2014 da enodas

 


Questa consuetudine della torta é un aspetto culturale. C'é una torta anche per quando qualcuno se ne va. E se ne va non per caso, o per scelta, ma perché così ha deciso qualcun'altro. Ecco, portare una torta, in una situazione del genere, fare un discorsetto due minuti a me suona sempre sempre un po' beffardo ed un bel po' ipocrita. Uno sorride per circostanza mentre ti danno il benservito, neanche il tempo di finire una fetta di dolce e già ognuno torna a parlare degli affari propri, magari in una lingua che non ti appartiene. A me da proprio fastidio. Forse, probabilmente, perché vivo la stessa situazione di incertezza, per cui mi sembra sempre di essere sul punto di ricevere una torta pure io. E di trovarmi dove sono, soltanto fino a che certe condizioni esterne di comodo sussistono e niente altro. Lo so che é una questione di numeri. Ma per come mi trovo io ancora di più. E da qualche tempo é molto frustrante.

 
 
 

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Post n°502 pubblicato il 26 Settembre 2014 da enodas

 

 

 

Forse é un ponte sospeso nel tempo. Deve essere così. Superata l'ampia arcata di ferro frapposta tra due speroni rocciosi, mi trovo al cospetto di porte di pietra e case sospese. E' un passaggio che mi ricorda un altro ponte, un altro balzo nel vuoto tra due rive a strapiombo. Ho la mente che vola indietro, radente, sul profilo di Porto, sulle acque del Douro. E qui, in mezzo alla Spagna, é un balzo sospeso su quel che rimane di un torrente, la cui linea si perde, avvolta nel verde lì sotto.
Ora che faccio... varco una porta, discendo nel tempo su strade che si arrampicano, quasi una sull'altra, sempre più strette e tortuose.In un silenzio che non sembra reale, prostrato dalle ore più calde del giorno. Eppure é settembre, ed uno spiraglio di vento passa, sussurrando, ogni tanto. Acqua e vento. Hanno modellato il paesaggio, fino ad ottenere forme improbabili. Un pugno di roccia, sospeso su un filo che potrebbe essere quasi invisibile. Una conca, quella che é il terreno su cui si impianta questa città, Cuenca per l'appunto, come la chiamarono per primi i Romani.
Il resto, affonda nella storia, tra percorsi labirintici che sbucano, alternativamente, nella piazza principale, laddove la montagna sembra essere spianata, ed i suoi fianchi, su un parapetto che rimane sospeso, come le case, come il silenzio. Affonda nelle cinte murarie ed in quello che rimane del castello, più su, oltre una strada in salita. Da lì la città si scopre assediata, da ogni lato, da rivoli d'acqua che l'hanno disegnata prima ancora che esistesse. Da lì ogni punto si estende verso un orizzonte infinito, verso una parete anturale o verso il profilo di uno dei tanti monasteri fuori le mura. Immagino che la tradizione rimanga radicata, profondamente, qui. Dove la cattedrale racchiude ori ed intagli come uno scrigno, ricca come i tesori scintillanti lasciati a testimonianza della Reconquista e di tutto ciò che ne seguì.
Scendo una scala, assalgo una torre, mi sporgoda una terrazza. Accecato dal sole, spalancando gli occhi quando ormai é buioed il silenzio a tratti sembra più scuro, a tratti pare più semplice da spezzare. Fino a quando mi ritrovo su un ponte, all'inizio di una passerella disegnata nell'aria da chiodi e ferro battuto. E riattraversarlo pare nuovamente di sfogliare rapidamente un libro di storia. Solo, questa volta, in avanti.

 

 

 
 
 

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Post n°501 pubblicato il 24 Settembre 2014 da enodas

 

 

"Come sempre nei giorni di corrida, Juan Gallardo pranzò presto. Un pezzo di carne arrosto fu il suo unico piatto. Vino, nemmeno un assaggio: la bottiglia rimase intatta davanti a lui. Doveva restare sereno. Bevve due tazze di caffè nero e denso e si accese un enorme sigaro, rimanendo con i gomiti appoggiati sulla tavola e la mandibola sulle mani, guardando con occhi assonnati i clienti che via via entravano e si sedevano nella sala del ristorante.
Erano alcuni anni, da quando gli avevano dato "l'alternativa" nella Plaza de Toros di Madrid, che scendeva nello stesso albergo della Calle de Alcalà, dove i padroni lo trattavano come uno di casa e camerieri, portieri, sguatteri e vecchie cameriere lo adoravano come una gloria dell'esercizio."

(V.B.Ibanez - Sangue e arena)

 

 

Sangue e Arena. Lo so che eticamente forse non dovrei essere qui, ma ho voluto vedere, sapere cosa fosse. Un aspetto tanto profondo e radicato della cultura spagnola, del mondo latino. A Madrid si trova l'arena più grande d'Europa ed  una delle maggiori al mondo. Ciononostante, sinceramente, non sembra tanto imponente, né quando la visito, vuota, un pomeriggio, né la domenica, verso sera, quando inizia a riempirsi.
C'é un po' di tutto sugli spalti riempiti a metà, di una domenica qualunque. A cominciare dagli affezionati più stretti, qualche anziano coi nipotini o con gli amici, che urla, si sbraccia e sventola in aria i biglietti, e si intuisce subito che ripetono questo rituale da anni. Oppure qualche compagnia di giovani, che arriva occasionalmente per un'uscita nel fine settimana. Od un gruppo di gente comune, per lo stesso motivo.
Come uno stadio, insomma. E come tale, i partecipanti entrano supportati dalla musica di una banda vera, mentre l'avversario, il toro, é annunciato su un tabellone portato al centro dell'arena. Poi in un attimo di silenzio, si spalanca un cancello e l'animale entra, davvero. Ed allora inizia la danza con la morte, la danza delle banderuole sventolate, delle lance, delle picche e di una spada ricurva.
Ecco come scorre, questo rituale, nell'arco di non troppi minuti. La sorte del toro é segnata, nel momento stesso in cui é calato il silenzio, un istante, e pieno di forza é entrato in questo cerchio di morte. Il torero ed i suoi assistenti che ne saggiano la reattività, i picadores in sella ai cavalli bendati e protetti da una spessa imbottitura, ed infine il torero, nuovamente, sono una sequenza prestabilita. Ed intanto la sabbia inizia a tingersi di rosso, poche gocce di sangue, inizialmente, che colano dall'arco della schiena. Ed ad un certo punto, il torero mostra la spada dalla punta ricurva. Con teatralità, fissa il toro che a pochi metri, dirimpetto, lo fissa a sua volta, forse già stanco di una vita che gli si sta strappando via. Lo punta, letteralmente, e balza in avanti. Quello che accade dopo é forse la sequenza più tremenda: il toro, colpito, viene accerchiato dai toreri, proprio per sfiancarlo, ed in un ultimo sbuffo di rabbia, carica, sempre meno lucidamente. Improvvisamente indietreggia, si immobilizza, quesi realizzasse il tradimento, ed infine si accascia sul terreno, dove uno dei picadores si avvicina con un coltello in mano, pronto a sferrare il colpo definitivo.

 

 

E' così che va in scena la morte. E' così che la sabbia si tinge di rosso, si imbeve di sangue, pesante, ed alla fine rimane una scia, lasciata dall'animale portato via e ripulita, immediatamente, prima che si imponga un nuovo istante di silenzio. E' quello starmazzare al terreno che, oltre un rituale che può apparire più o meno crudele, più o meno segnato, colpisce. E' quello l'istante per cui la gente paga, siede e si acclama? Non ne sono sicuro. Così non so descrivere la pena di fronte al toro morente, laggiù, dentro un cerchio che infuocato gli inveisce contro e gli si stringe attorno sempre più stretto, e lo sguardo colmo di forza lascia spazio ad una tristezza infinita, spaesata ed ormai già priva di coscienza. E' quando cede, rinuncia a lottare, con una lama piantata nel corpo.

 

"La corrida è basata sul fatto che è il primo incontro tra l'animale allo stato selvaggio e l'uomo a piedi. Questa è la premessa fondamentale della corrida moderna; che il toro non sia mai stato prima nell'arena."

(E.Hemingway - Morte nel pomeriggio)

 

 

Ho rivisto questa sequenza sei volte, due per ogni torero che calcava l'arena, quella domenica di tardo pomeriggio. E nello stesso momento in cui sedevo, mi sono reso conto che l'adrenalina e la tensione della prima corrida andavano lentamente scemando, per uno spettacolo che si ripeteva, molto simile uno all'altro. Sapevo già cosa stava per succedere. E, in un qualche modo, già me ne ero abituato. Assuefatto, lentamente anestetizzato. A riprova di quanto ci sappiamo adattare in fretta ad un fatto cruento, a qualcosa che, in ogni modo, non dovrebbe lasciarci indifferenti. Credo sia questo il pensiero più sconcertante e più macabro.
Onestamente, non sono rimasto particolarmente impressionato dallo spettacolo della corrida. Credo che rimanga un aspetto culturale difficilmente comprensibile a chi non ne sia abituato e non lo viva come qualcosa di personale. So che é una sfida alla natura che affonda nella notte dei tempi, so che l'arte ne ha immortalato momenti così come la letteratura ne ha proiettato il significato sul significato dell'esistenza stessa. Sostenitori ed oppositori portano i propri argomenti sugli spalti di questo palcoscenico, e sarebbe tutto sommato anche ipocrita giudicare, senza pensare, tanto per citare l'esempio più vicino, agli animali che vanno incontro al macello per finire sui supermercati.
E' questa una fine più gloriosa? Non lo so, non ha importanza, perché forse é il sedersi assetati di sangue il punto principale. Di sicuro, per quanto venga celebrata come tale, non é una fine equa: lo scontro non é alla pari per l'uomo e l'animale. Nella sequenza, nel modo di colpire, nel supporto, l'uomo ed il toro non si affrontano sullo stesso livello. Tanto che la prorompente carica iniziale del toro la subisce un cavallo, bendato ed imbottito perché mantenga la posizione, spaesato pure lui, in un modo dove il buio é creato ad artificio, mentre il toro viene colpito, per la prima volta realmente, in maniera pesante. Tutto passa dalle mani dell'uomo: i tempi, le armi, le ferite inflitte che costringono il toro a caricare in un certo modo. Non potrebbe essere una lotta equa, del resto, tanto é già pericolosa. Una danza macabra, in un cerchio di morte.

 

 

"La corrida non è uno sport nel senso anglosassone della parola, vale a dire non è una gara o un tentativo di gara tra un toro e un uomo. È piuttosto una tragedia; la morte del toro, che è recitata, più o meno bene, dal toro e dall'uomo insieme e in cui c'è pericolo per l'uomo ma morte sicura per l'animale."

(E.Hemingway - Morte nel pomeriggio)

 

 
 
 
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