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la musica, suonare il pianoforte, suonare il mio violino, la luce del tramonto, ascoltare il mare in una spiaggia deserta, guardare il cielo stellato, l’arte, i frattali, viaggiare, conoscere e scoprire cose nuove, perdermi nei musei, andare al cinema, camminare, correre, nuotare, le immagini riflesse sull’acqua, fare fotografie, il profumo della pioggia, l’inverno, le persone semplici, il pane fresco ancora caldo, i fuochi d’artificio, la pizza il gelato e la cioccolata


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l’ipocrisia, l’opportunismo, chi indossa una maschera solo per piacere a qualcuno, l’arroganza, chi pretende di dirmi cosa devo fare, chi giudica, chi ha sempre un problema più grosso del mio, sentirmi tradito, le offese gratuite, i luoghi affollati, essere al centro dell’attenzione, chi non ascolta, chi parla tanto ma poi…, l’invidia, il passato di verdura





 
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Post n°697 pubblicato il 23 Maggio 2017 da enodas

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Post n°696 pubblicato il 19 Maggio 2017 da enodas

 

 

Se è vero che ogni saluto mi mette sempre in crisi, non importa come, dove e perché, è anche vero che oggi so che ti rivedrò presto. E sarà dall'altra parte del globo, dove, anche se sono già stato, sarà tutto più nuovo...

 

 
 
 

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Post n°695 pubblicato il 11 Maggio 2017 da enodas

 

 

[...]

 

No, difficilmente posso dimenticare una voce come questa, tanto ho atteso di sentirla una volta dal vivo. Ed ora, eccomi qui, tra stelle e sogni, ed un prato di fiori fatto di luci, ed un sapore lontano d’Irlanda. A tratti. Ho ricordato che la musica sia un modo per gli uomini di cercare la felicità.

 

 

“…I want more impossible to ignore,
Impossible to ignore.
And they'll come true, impossible not to do,
Impossible not to do.

And now I tell you openly, you have my heart so don't hurt me.
You're what I couldn't find.
A totally amazing mind, so understanding and so kind;
You're everything to me. …”

 

 

“…Oh, I thought the world of you.
I thought nothing could go wrong,
But I was wrong. I was wrong.
If you, if you could get by, trying not to lie,
Things wouldn't be so confused and I wouldn't feel so used,
But you always really knew, I just wanna be with you…"

 

 
 
 

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Post n°694 pubblicato il 09 Maggio 2017 da enodas

 

 

 

Il vento, il fango, l'acqua che sale, come un destriero che mi insegue, una volta messo in cammino, sono tutti parte di questo viaggio dentro un infinito che si riassume in una linea tracciata sempre un po' più in là. Ho guardato indietro: passi affondati nel mare, un mare che non c’è, scomparso in questo paesaggio desolato eppure così profondo, come un tuffo nell'anima, vi posso camminare dentro, ogni passo osservandomi affondare. Ho guardato avanti, sapendo che improvvisa apparirà, un'isola misteriosa e silente, fatta di una lunga spiaggia bianca che separa dune coperte di erba ed acqua di mare. L'ho cercata, quest'isola fortunata, come un miraggio, giocando coi riflessi di un sole che tarda ad apparire, spazzare via il cielo plumbeo e quel vento gelido che scompare dopo essersi messi in cammino. Ancora, un passo, dove cielo e mare si fondono, perché possa diventare come questo paesaggio... libero, infinito, e leggero.

 

 
 
 

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Post n°693 pubblicato il 05 Maggio 2017 da enodas

 

 

 

Ho attraversato questo angolo di Francia a ritmo blando e leggero. Lasciati gli spettri di Verdun, mi sono avvicinato al confine con la Germania, ritrovando quel fiume che pochi giorni fa avevo percorso controcorrente oltre confine. In un certo senso è stato come completare un viaggio e chiudere un cerchio. Seguendo le sue rive, ho circondato le mura della città, prima di inoltrarmi in ciò che rimaneva delle strade più antiche, per giungere infine a dei colori istoriati che attraversavano l'arte dal Medioevo fino all'ultimo secolo.

 

 

Non importa sia una caffe la mattina di una domenica assolata, o le luci eleganti di una piazza da Belle Epoque una sera qualsiasi: so solo che questa atmosfera è diversa e che mi fa sentire bene. Sono scatti normali di angoli poco conosciuti, dove quasi mi trovo a fermarmi per caso. Piccoli castelli dai cancelli chiusi e fronde riflesse nell'acqua immobile. Immobile sembra l'aria, a volte, giunto in questi luoghi sperduti nella campagna, un gruppetto di case, ed un silenzio disarmante che trasforma il giorno in deserto e sopprime la sensazione del tempo.

 

 

Da una linea all'altra, da una guerra all'altra. Solo vent'anni eppure molto era cambiato anche qui, sotto le montagne. Sempre sul Fronte Occidentale, lungo quella che era la Linea Maginot. Un'ultima tappa, verso le Ardenne, verso un confine condiviso, oggi come allora. Nuovamente, la terra nasconde nel proprio ventre mostri giganteschi e città sotterranee. Sono quasi tutte in abbandono, mastodontiche opere la cui efficacia rimane discutibile col senno di poi. Mi sono calato in uno di questi labirinti sfiorando pieghe di storia, ascoltando nel silenzio il rimbombo dei passi sordi e pesanti che lasciavo dietro di me, e che morivano, come voci, assorbite dai muri, persi nelle stanze buie che si aprivano ad ogni lato. Prima di riconsegnarlo ai libri di Storia.

 

 
 
 

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Post n°692 pubblicato il 02 Maggio 2017 da enodas

 

 

“…A nessuno la terra è amica quanto al fante. Quando vi si aggrappa, lungamente, violentemente; quando col volto e con le membra vi affonda nell'angoscia mortale del fuoco, allora essa è il suo unico amico, gli è fratello, gli è madre; nel silenzio di lei egli soffoca il suo terrore e i suoi gridi, nel suo rifugio protettore essa li accoglie, poi lo lascia andare, perché viva e corra per altri dieci secondi, e poi lo abbraccia di nuovo, talvolta per sempre…”

“…Abbiamo perduto ogni traccia di sentimento l'un per l'altro, non ci riconosciamo quasi più quando l'immagine dell'altro va a incidersi nel nostro sguardo di braccati. Siamo dei morti spietati che per una sorta di trucco, di pericoloso sortilegio sono ancora in grado di muoversi e uccidere…”

“…La vita qui sul crinale della morte ha una linea straordinariamente semplice, si limita all'indispensabile; tutto il resto è addormentato e sordo: in ciò sta la nostra primitività, e in pari tempo la nostra salvezza. Se fossimo più evoluti, da un pezzo saremmo pazzi, o disertori, o caduti in battaglia…”

 

 

E' un contrasto alieno quello che separa il paesaggio di oggi con ciò che lo ha formato. E chissà, forse si arriverebbe a dubitarne se non fosse per le interminabili file di croci disseminate sul terreno, o le infinite steli disseminate tra radure nascoste ed aperture che dalla strada si immettono nel bosco. Questo è un paesaggio irreale, fatto di crateri uno sopra l'altro, ora coperti da una natura che sembra in qualche modo voler affermare l’assurdità della mente umana. Questo è un paesaggio di sofferenza e di violenza inaudite, il momento in cui il mondo moderno si è scoperto colpevole. Sono pochi chilometri di terra, in linea d'aria conquistati e ripresi, perduti, nuovamente occupati, ed alla fine non resta nulla, paesi scomparsi, lasciati intatti nella loro inesistenza nel momento in cui sono stati cancellati dalla terra e dalla vita, non resta che il vuoto, nel terreno, di buche di terra sollevata nell'aria da una violenta esplosione, una dopo l'altra, un inferno in cui uomini si macellavano a vicenda.

 

“…Rows of houses were destroyed by machine guns and fire, the roofs collapsed, the walls perforated and burnt, crumbled in the streets and gardens, with their twisted framework and all their intimate objects desecrated. A strong odor of a charnel-house is released and close by civilians cemetery’s old dead are obliterated, graves are open, bearing the recent dead in horizon blue or field gray. The fury of combat has dispersed everything; the shells have fallen on these ruins submerged in soldiers’ blood, crammed dead bodies gnawed by rats, in advance putrefaction, scrap-iron of war, broken shovels, barbed-wire…”


 

E' questo il contrasto: la pace di un giorno di sole, che filtra tra alberi verdeggianti, e la dolcezza delle colline, il silenzio della foresta, e sapere che tutto ciò che era in realtà è andato distrutto, perché qui oscillava una linea assurda. Niente di nuovo dal Fronte Occidentale. E dal terreno, come spettri che allungano le braccia a strappare il mio passo, affiorano scheletri di ferro, ciò che resta del cemento armato, e qua e là qualche blocco spezzato. E chissà cos'altro giace sotto i miei piedi, scheletri veri di vite spezzate, inghiottite dal sangue, dal fango. Ed il ventre della terra subbuglia, colmo di queste storie interrotte che nessuno saprà mai raccontare ne' ascoltare, ordinaria follia, immense città sotterranee che la terra reclama, con l'acqua, le formazioni di sale, i muschi, l’oscurità. Perché oscuro rimane il tempo che lo ha plasmato.

 

“…Un ordine ha trasformato queste figure silenziose in nemici nostri; un altro ordine potrebbe trasformarli in amici. Intorno a un qualche tavolo un foglio scritto viene firmato da pochi individui che nessuno di noi conosce, e per anni diventa nostro scopo supremo ciò che in ogni altro caso provocherebbe il disprezzo di tutto il mondo e la pena più grave. [...] Ogni sottufficiale per la sua recluta, ogni professore per i suoi alunni è un nemico peggiore che costoro non siano per noi. Eppure noi torneremmo a sparare contro di loro ed essi contro di noi, se fossimo liberi…”

“…Dev'essere tutto menzognero e inconsistente, se migliaia d'anni di civiltà non sono nemmeno riusciti a impedire che questi fiumi di sangue venissero versati, che queste prigioni di tormenti esistano a migliaia. Soltanto l'ospedale mostra che cosa è la guerra…”

 

 

“As far as the eye can see, everything has been burned and crushed, a chaotic mix of earth, stones, debris of all sorts and corpses…
…shell-holes were the only positions of resistance, cut off from the near, without any possibility of reinforcements or supplies. It was here, among the pestilential odour of decomposing corpses, that French soldiers went to ground for days at a time, “chilled to the bone, huddled together for warmth”, sometimes informed of the tactical situation by runners charged with carrying messages. The had only one instruction: “Hold firm”.”

“Today, many French soldiers are still lying on the plateau. This protected area is their shroud, where each shell-hole, each crater lip, each fold of the land, still resonates with the whispers and cries of these combatants, “a thousand times recrucified at the calvary of Verdun…”

“Heavy shells fall continuously over all the visible terrain; in the fiercest moments, up to ten explosions per second are visible; at other times it’s slightly less, but there are twelve-hour periods without single second of respite. The ground shakes and everything both around and inside us is constantly vibrating…”

“…We searched in vain for enemy positions in the chaos of the battlefield. The only thing emerging from this sea of mud, barely 200 meters away, is the famous Ouvrage de Thiaumont, or what’s left of it: a misshapen mound, devastated by shells. This corner of the front is of unequalled horror: this dead earth, the indescribable chaos of the shell-holes filled with corpses, has been taken and retaken more than twenty times since 19th of June…”

 

 

“My body to earth, my soul to God, my heart to France”


 

 
 
 

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Post n°691 pubblicato il 26 Aprile 2017 da enodas

 

 

Non so perché questo luogo risvegli tanti ricordi. Alcuni non sono mai avvenuti. Eppure, è come se fossero fusi tutti insieme. Forse sarà un tocco di magia, che si ripete una volta l’anno. Forse suoni di campanelle azzurre mosse dal vento, come sussurri bisbigliati da elfi. Allungo la mano, voglio sfiorare queste voci silenziose, ma è una delicatezza che fugge, timida e fragile. Vorrei allungare lo sguardo, allora, verso l’alto, e la vista del cielo appare lontana, nascosta dagli aneliti delle sequoie. Non posso competere. Tutto, nel silenzio risuona.

 

 

Non ho molti dubbi che sia questo il momento migliore per venire in Olanda. Tanto che forse sarebbe pure ingannevole. In ogni caso, fare rotta verso nord, in questi giorni, è una specie di rito che mi accompagna da quando sono arrivato qui. E pazienza se questa volta il vento sarà un po’ più freddo di altri anni, le distese di colore che si allungano su linee diritte e regolari brillano in un leggero ondeggiare che è ritmo continuo, quasi una danza. Ho cercato un abbraccio profondo, un tulipano che era un piccolo anatroccolo, perso in un colore differente dal suo, o ancora una sfumatura increspata. Ogni cosa che, su questa linea piatta di paesaggio mi sussurrasse una racconto, un pensiero, un’emozione. Perché potesse anch’essa danzare su un alito di vento.

 

 

Sono stati giorni intensi, con cose da fare, luoghi da vedere e tanto da condividere. Almeno un po’. Colori, luoghi passati e futuri, sapori. Anche una telefonata, a volte, come prima di partire, oggi, verso l’aeroporto. A volte penso, in anticipo, a dove, a come, cercando di annotare nella mente. Anche se il tempo è quello che è, e passa in fretta.

 

 

 
 
 

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Post n°690 pubblicato il 23 Aprile 2017 da enodas

 

 

“Deep within a forest atop a volcano, exists an extraordinary world, where anything is possible: Varekai... From the sky falls a solitary young man, and the story begins. Parachuted into the shadows of a magical forest, a kaleidoscopic world imbued with fantastical creatures, a young man takes flight in an adventure both absurd and extraordinary. On this day at the edge of time, in this place of all possibilities, begins an inspired incantation to life rediscovered…”

 

 

Se Varekai significa “ovunque”, “wherever”, in un certo senso questa storia è un omaggio alla tradizione del circo in sè ed allo spirito di eterno vagabondo che lo accompagna. E’ un vagabondare spiegato su ali artificiali, inseguendo quell sogno che è il volo e che già alla fine dall’antichità divenne mito. E come nei sogni, non c’è da meravigliarsi se sia ambientato in un mondo mistico, una foresta ancestrale popolata da creature bizarre e fantastiche, che dopo la caduta soccorreranno l’anima vagabonda e la salveranno restituendo a quelle ali la capacità di volare.
E come nei sogni, come nel volo, come nel circo, l’impossibile diventa possibile.

Del resto, è questa la sensazione magica che avvolge questa carovana itinerante, che arriva spesso con una storia sempre nuova da raccontare. E’ difficile fare un confronto, perché ogni storia va ogni volta decifrata e riletta una volta finito, quando questa illusione che è quasi magica spegne i suoi riflettori abbaglianti. Alcune, come in questo caso, hanno un filo conduttore più chiaro ed evidenziano meno l’aspetto acrobatico (che rimane comunque di altissimo livello). Non resta che lasciarsi condurre dalle linee disegnate nello spazio e tracciate dalle musiche scritte su un pentagramma impazzito. E quel volo diventa realtà davanti sotto i tuoi occhi.

 

[...]

 
 
 

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Post n°689 pubblicato il 20 Aprile 2017 da enodas

 

 

Aprì gli occhi: la polvere gli oscurava la vista già stretta attraverso la feritoia e gli riempiva le narici rendendo ancora più pesante l’incedere del respiro. Un fitto dolore al braccio, improvvisamente, gli trafisse la mente, un attimo soltanto. Strinse la mano, di rabbia e di forza: lo scudo spezzato era da qualche parte, lì vicino. Ma ormai era inservibile. La spada, mancava. Cercò un respiro profondo che gli si smorzava in gola. Cercò l’aria, oltre la visiera, come se potesse catturarla con gli occhi. Ma la sua stessa caduta gli oscurava la visto del cielo, e dalla fessura, l’arida terra risplendeva di un bagliore d’oro diffuso. Lo vide riflesso nei suoi occhi di bambino, in un tempo che improvvisamente gli appariva lontano, quando il suo destriero era un compagno di sogni. Vide una stanza, ampia e splendente, un tavolo grande che osservava dal basso, ed un alito di vento alla finestra. Vide le trecce della sorella, quando si rincorrevano, e l’abbraccio della madre, che li catturava entrambi. Volava nel tempo, con gli occhi spalancati ed il respiro sospeso, tanto i ricordi passavano veloci. Sentì le mani stringersi in quelle di una donna, ed un senso di comprensione del mondo che mai aveva provato. Voleva urlare perchè improvvisamente capì che guardava un castello allontanarsi. E la mano si strinse, non per cercare quella mano, ma per un ultimo disperato tentativo. La polvere dorata oltre la visiera si scurì di un’ombra improvvisa. Non gliene fece una colpa. Cercò in esso un significato profondo una risposta mancante. Una lacrima voleva sgorgare dagli occhi.
Ma non ne ebbe il tempo. E calò l’oscurità.

 

 
 
 

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Post n°688 pubblicato il 19 Aprile 2017 da enodas

 

 

 

Alla fine, ci sarà sempre un castello. Lo so di averlo scritto ancora, da qualche parte. Perchè dalle sua mura il tempo possa assumere una dimensione diversa, rallentare, magari quasi fermarsi. Un metronomo, quasi, stillato come gocce d'acqua trasportate da un fiume, tra linee e meandri che rinascono dietro ogni curva. E' la lentezza, costante e silenziosa, il comune denominatore di questo viaggiare, inoltrarsi per stradine in salita verso mura abbattute e mastodonti spettrali, passando per i tralci avvitati di vigne quasi sospese nel vuoto, o piccoli borghi rannicchiati su se stessi. Per questo, alla fine, ci sarà sempre un castello, o una fortezza sepolta, o uno sguardo dall'alto: perchè non esiste senza, ogni fiaba del nord. Anche quando ancora resta da scrivere.

 

 

Sono partito da nord, tra calici di vino e ricami di crema. Il cielo era scuro, all'orizzonte, e molto poco parlava di primavera. La valle della Mosella è meno conosciuta rispetto a quella del Reno, con il quale confluisce a Coblenza, e risale fin verso la Francia. Io mi sono fermato prima, in uno degli ultimi avamposti dell'impero romano, dove una porta ancora resta a guardia del cardo, trasformata e ritrasformata nel tempo, e vetrate brillanti illuminano altrove volte di cieli stellati. Ho risalito questo fiume lentamente, come le sue acque esigevano, perchè poi non è che avessi molto altro da fare che adattarmi ed assaporare il paesaggio. E quell'atmosfera un po' cupa che mi ha accompagnato forse tradiva la dolcezza del vino e delle linee sulle quali aveva origine, ma al tempo stesso raccontava quel mondo germanico che proprio qui, simbolicamente, si era arrestato.

 

 

"... Tu, scorrendo con acque placide, non soffri mai
mormorii di vento e urti con rocce nascoste,
non sei costretto a precipitare i tuoi flutti dal ribollire
di nessun bassifondo, non sei interrotto da terre
a metà del tuo corso, in modo che nessun’isola
separando le acque ti tolga l’onore del nome di fiume. ..."

(Decimo Magno Ausonio)

 
 
 
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