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la musica, suonare il pianoforte, suonare il mio violino, la luce del tramonto, ascoltare il mare in una spiaggia deserta, guardare il cielo stellato, l’arte, i frattali, viaggiare, conoscere e scoprire cose nuove, perdermi nei musei, andare al cinema, camminare, correre, nuotare, le immagini riflesse sull’acqua, fare fotografie, il profumo della pioggia, l’inverno, le persone semplici, il pane fresco ancora caldo, i fuochi d’artificio, la pizza il gelato e la cioccolata


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l’ipocrisia, l’opportunismo, chi indossa una maschera solo per piacere a qualcuno, l’arroganza, chi pretende di dirmi cosa devo fare, chi giudica, chi ha sempre un problema più grosso del mio, sentirmi tradito, le offese gratuite, i luoghi affollati, essere al centro dell’attenzione, chi non ascolta, chi parla tanto ma poi…, l’invidia, il passato di verdura





 
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Post n°468 pubblicato il 18 Aprile 2014 da enodas

 

 

Era inevitable: el olor de las almendras amargas le recordaba siempre el destino de los amores contrariados...

 

Era inevitabile. Che se ne andasse, prima o poi. Anche se persone così grandi, con un talento talmente enorme da diventare un nome familiare, ci sembra a volte abbiano quel potere di farci pensare che saranno per sempre. Certo, in un certo senso sarà così. Cento anni, altri cento e ancora cento. Di sicuro, resterà per me, le sera passate a divorare le pagine, i momenti in cui ho chiuso gli occhi ed ho ascoltato le voci di un mondo che usciva dalle pagine. Cantava la solitudine come non saprei dire, in ogni personaggio, in ogni storia che ha raccontato, e la proiettava nei suoi mondi immaginari e fantastici. Penso al finale dei Cent'anni, ora che leggo una pagina virtuale aperta sullo schermo. Ed ho come l'impressione che a chiudere gli occhi sia stata una persona che conoscevo, che mi ha preso per mano e mi ha raccontato. Attraverso ogni libro. Attraverso una vita spesa nel talento e nell'impegno. Credendo e cercando. Col dono di saper incantare.
Tornerò allo scaffale ed aprirò nuovamente quelle pagine, anche se sarà un po' diverso. Mi é entrato nel cuore, con la sua penna e quel suo mondo che senza averlo immaginato andava a legarmi attraverso fili lunghissimi e sottili a ricordi e pensieri.
E mi mancherà.

 

 

Muchos años después, frente al pelotón de fusilamiento, el coronel Aureliano Buendía había de recordar aquella tarde remota en que su padre lo llevó a conocer el hielo. Macondo era entonces una aldea de veinte casas de barro y cañabrava construidas a la orilla de un río de aguas diáfanas que se precipitaban por un lecho de piedras pulidas, blancas y enormes como huevos prehistóricos. El mundo era tan reciente, que muchas cosas carecían de nombre, y para mencionarlas había que señalarlas con el dedo. Todos los años, por el mes de marzo, una familia de gitanos desarrapados plantaba su carpa cerca de la aldea, y con un grande alboroto de pitos y timbales daban a conocer los nuevos inventos. Primero llevaron el imán. Un gitano corpulento, de barba montaraz y manos de gorrión, que se presentó con el nombre de Melquíades, hizo una truculenta demostración pública de lo que él mismo llamaba la octava maravilla de los sabios alquimistas de Macedonia...

 

 
 
 

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Post n°467 pubblicato il 15 Aprile 2014 da enodas

 

 

Quando mi abbraccia così sento che mi vuole bene. Sento la sua amicizia, la sua stima per me, per come sono.
Vorrei ringraziarla, quando mi saluta, mi abbraccia in quel modo, e salutandomi mi bacia, davvero, premendo le labbra sulle mie guance.
E per quell'essere amica mia, qui, parlando la stessa lingua e per quanto possibile le stesse impressioni. Intuendo cosa ferisce la mia anima, da molto lontano.
Ma soprattutto, per quello che mi dice con i suoi abbracci.

 

 

 
 
 

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Post n°466 pubblicato il 12 Aprile 2014 da enodas

 

 

Ecco, non mi muoverò. Resterò seduto in questa stanza dalle pareti neutre e dalle forme curve, a disegnare un gigantesco otto o forse chissà, lo stesso infinito. Perché infinita é la bellezza che ho dinanzi agli occhi, immersi nei colori dell'acqua, del cielo, del cielo riflesso nell'acqua così come i rami cadenti che ne sfiorano la superficie. Infinita la bellezza delle ninfee, che corrono lungo grandi continuum secondo la luce del giorno e le increspature dell'acqua. Secondo gli occhi che osservavano, estraevano, magari già si strizzavano alla ricerca di una vista che iniziava a mancare. E poi dipingevano, tratti di pennello sull'anima, un'emozione indescrivibile osservare ed osservare ancora. Ed il ricordo di quando già sono stato. Tutto questo lo rende per me un luogo dell'anima. Seduto al centro di queste due stanze, potrei chiudere gli occhi e vedere, ammirare, sentire. Vorrei sfiorare quello che mi entra nell'anima, attraverso questi colori, impalpabili e pastosi allo stesso tempo. E, commosso, ascoltare il silenzio.

 

 

L'avevo inteso così, come un lungo viaggio di un giorno, un giorno e mezzo nel colore. Lo so che ripeto questa parola, ma non so trovare espressione diversa da questa. Immerso nel colore. Quello indescrivibile dell'Impressionismo, questo periodo unico della storia della pittura che in pochi anni ha cambiato il modo di narrare e parlare all'anima di chi osserva.
Così, questo percorso si snoda attraverso Parigi, che altro posto non potrebbe essere per generare e custodire un tale tesoro. L'Orangerie é l'ultima tappa che si riserv ad un approdo conosciuto, una storia iniziata anni fa. Partenza dal Museo Marmottan, mai visto, defilato nella Parigi bene, a ridosso di un parco che potrebbe essere un quadro adesso come allora. Qui é custodita la nascita stessa dell'Impressionismo, con la tela che con disprezzo fu usata per affibbiare un nome. Una tela che adesso non é nemmeno pensabile trasportare, tanto é preziosa. Qui convergono Berthe Morisot, la pittrice dell'Impressionismo, i precursori e primi sperimentatori, Daubigny, Corot, Jonkind. Per poi sfociare nell'infinita arte di Renoir e Monet. La luce, il modernismo, i soggetti. Senza confini, come la grande sla che al termine del museo racchiude una serie impressionente di ninfee, una narrazione continua di venti anni di ricerca, osservazione e, alla fine sofferenza. Tanto che alla fine, tutte queste ninfee mi lasciano una lieve malinconia, una tristezza indefinita, siano i riflessi, le forme che scompaiono, l'acqua increspata, quell'immensita in cui "s'annega il pensier mio".

 

 

Il Musee d'Orsay, invece, é semplicemente pazzesco. E' una parola che gira e rigira nella mente, mentre cammino lungo il Quai di questa stazione. E' uno dei musei più belli in assoluto che conosca, che solo la consapevolezza di camminarvi, di sala in sala, di quadro in quadro, é una sensazione particolare. E se il pianterreno da solo colmerebbe il prestigio di un museo ricchissimo, pazzesco é il quinto piano, soprattutto, interamente dedicato all'Impressionismo. E' lo sguardo che si spalanca su un mondo di capolavori, uno accanto all'altro, mentre fuori, dalla finestra che é in realtà il quadrante di un orologio, si aprono i giardini del Tulerie e la collina di Montmartre. Come se tutto fosse la suggestione di una tela, ed un luogo dove degli uomini hanno saputo estrarre dalla propria sensibilità quanto di più bello potessero narrare e tramandare. Ecco, mi piace tornare qui, quasi mi esalta e mi scuote tremante passare tra queste sale, in questa stazione dove a volte ho lasciato qualche bagaglio di ricordi, in una sala d'attesa coperta dei colori più belli.

 

 

 

Quello che conoscevo di Gustave Doré era legato alla Commedia. Era legato alle incisioni, disegni evocatori in bianco e nero di un mondo fantastico che finalmente si materializzava su carta dopo averlo studiato a scuola. Tutto quanto ho visto al Musee d'Orsay é una lunga storia di un artista incredibilmente prolifico e, senza che mai lo avessi saputo, a tutto tondo. Illustratore, pittore, scultore. E grande viaggiatore, curioso di tutto quello che riportava su carta come istantanee dell'epoca, camminatore filosofo, sugli ampi paesaggi montani che schiudevano la sua arte e quell'interpretazione a tratti quasi religiosa che si trasfigurava nel paesaggio. Ma soprattutto, come dice questa mostra al Musee d'Orsay, era una straordinaria potenza immaginativa. Quella potenza che dava vita a fiabe, mostri e figure magiche, luoghi incredibili ed inaccessibili se non al nostro subconscio. Ecco, osservare questa straordinaria collezione fa piombare, pezzo per pezzo, in un mondo onirico, a volte lugubre e pauroso, a volte divertito, come se tutto il resto diventasse un'eco lontana. Avevo inteso questa esposizione come una scusa per tracciare un tragitto, un fine settimana, ed invece si é rivelata una scoperta di un artista tutt'altro che secondario, ricchissima di immagini e di suggestione, di colori scuri e fortemente evocativi, o di linee finissime tratteggiate una accanto all'altra a dar forma e volume. Quelle figure che popolano i libri che leggiamo da bambini o il mondo che vediamo da grandi, tutto incluso in un substrato che entra a far parte dell'immaginario collettivo, tanto potente da essere stato attinto ed utilizzato a piene mani da chi é venuto dopo, primi fra tutti i protagonisti delle arti del secolo moderno, il cinema, i cartoni animati, i fumetti.

 

 

 

Gustave Doré è indubbiamente uno dei più prodigiosi artisti del XIX secolo. Appena quindicenne, intraprende una carriera di caricaturista prima e di illustratore professionista poi - che gli procurerà una fama internazionale – prima di dedicarsi a tutti i settori della creazione: disegno, pittura, acquerello, incisione, scultura.
Lo sconfinato talento di cui Doré è dotato porta l’artista a coltivare inoltre svariati generi, dalla satira alla storia, realizzando così, uno dopo l’altro, quadri giganteschi e tele più intime, brillanti e luminosi acquarelli , disegni a inchiostro sfumato di grande virtuosismo tecnico, vignette graffianti realizzate a penna, incisioni, illustrazioni bizzarre e perfino sculture barocche, stravaganti, monumentali, enigmatiche...

Gustave Doré ha subito come Edouard Manet, suo esatto contemporaneo, il rifiuto della critica del suo tempo. Tuttavia, se Manet è diventato l'eroe della modernità, Doré rimane per molti il più illustre degli illustratori, e alcune sue illustrazioni della Bibbia o dell'Inferno di Dante resteranno per sempre impresse nella memoria collettiva.

Forte di una straordinaria diffusione sia in vita che dopo la morte, in Europa come negli Stati Uniti, Doré è stato uno dei maggiori trasmettitori della cultura europea attraverso le illustrazioni dei grandi classici (Dante, Rabelais, Cervantes, La Fontaine, Milton…), ma anche di autori a lui contemporanei (Balzac, Gautier, Poe, Coleridge, Tennyson…).
Lo sua creatività sembra non conoscere limiti: disegnatore, caricaturista, illustratore, acquerellista, pittore, scultore... Doré si afferma come artista proteiforme nei maggiori generi e formati dell'epoca, dalla satira alla religione, dallo schizzo alle tele monumentali.

Oltre ad occupare un posto di primo piano nella cultura visiva del XIX secolo, egli segna l'immaginario del XX e quello di inizio XXI, tanto nel fumetto, di cui è considerato uno dei padri fondatori, quanto nel campo cinematografico. Come nessun altro artista del suo secolo, Doré adopera le tecniche più disparate per mostrare attraverso il filtro del suo "occhio visionario" lo spettacolo ricco e pullulante della poesia frutto della sua immaginazione, come alla perenne ricerca di nuovi confini.

 

[...]

 
 
 

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Post n°465 pubblicato il 07 Aprile 2014 da enodas

 

 

 

Non so se sarebbe stato così. Forse, probabilmente, no. Però mi sembra quasi di vedere riflesso in uno specchio ciò che avrei potuto avere e ciò che per contro non sarebbe. Nel bene e nel male. Alla fine, siamo una catena di esperienze che ci plasmano di continuo, arricchiscono o deturpano, ma ogni cosa é qualcosa di vissuto che ha lasciato un segno. Davanti a due occhi che mi son sempre piaciuti. Ed un sorriso di ragazza semplice. Questo sì, lo é sempre stata. Osservo la sua vita, dentro un quadro impressionista, come dice lei seduta al tavolino di un bar. Credo che no lo saprà mai, non lo avrà mai capito. Del resto, ho sempre pensato che certe cose si impara a vederle solo in certe condizioni. E' arrivata a Parigi tre anni fa, proprio in questo periodo, giorno più giorno meno. Poi é tutto andato molto in fretta. E' strafelice, dice. Di tante cose. Penso come tre anni possano essere tanto diversi, perché da qualche parte nella mia testa immagino mondi che scorrono parallelamente. Mi sento abbattuto nel mio, nella pesantezza dell'anima, frustrato quando osservo fuori di me delle cose che fanno salire una specie di rabbia amara e silenziosa.
A me é sempre piaciuta, per quel che importa, non molto, nemmeno oggi, quando la incontro dopo tanto tempo. Tanto che alla fine, di mille cose che avrei mai potuto raccontare, non ho molto da dire.

 

 

 

Arrivo così presto che pure la fermata della metro é deserta. Del resto, é sabato mattina. Arrivo e scendo fino a Notre-Dame, per strade che sono avvolte nel silenzio e sfilano tortuose. Anche l'accesso alla cattedrale é libero, come libero é il percorso al suo interno. Con l'aria frizzante del primo mattino, la stanchezza del viaggio, é come un rifugio. Poi, decido di scendere a livello della Senna, dove qualche raggio di sole inizia finalmente ad essere un po' più caldo, e dove un salice piangente sfiora la superficie dell'acqua ed avvolge un tavolino imbiancato. E' una scena un po' strana ed un po' incomprensibile. Non credo ci voglia molto ad amare la bellezza di questa città. Una grande bellezza, in una sua variazione. Risalito, tra ombre e sole, stanno aprendo i primi banchetti, di stampe, libri usati e qualche cianfrusaglia.

Mi metto in cammino.

 

 

 

Questa foto non é ritoccata. L'ho scattata domenica, dalla parete trasparente dell'ultimo piano del Centre Pompidou. Una persona si era raccomandata che ci andassi, quando mi fossi sentito stanco di tele che già sapevo non avrei capito molto facilmente. Una persona che ha studiato architettura ed é fanatica di Renzo Piano. E' quasi finita questa sortita per l'Ile de France. Penso che questa parete trasparente dovrebbe essere pulita in qualche modo, ogni tanto, per apprezzare il sole radente sui tetti di Parigi. E per permettermi di scattare una foto come vorrei. Stringendo molto il cerchio attorno a me. Penso che in mano tengo una cartolina con un dipinto di Marc Chagall, e so che é uguale ad un'altra cartolina comprata sempre qui, anni fa. Era una giornata di luglio, ma non importa perché in realtà é come se fossa anche lo stesso giorno, oggi 6 aprile. Lo stesso giorno che, tra l'altro, già otto anni fa, ormai, mi sono laureato. Lo stesso giorno che in qualche modo deposita ricordi su ricordi. Tanto che questa data implicitamente ho iniziato a temerla. Come temo me stesso, con una cartolina in mano. Tornare in questa città alla fine era anche una prova che per lungo tempo sarebbe stata inaffrontabile. Non che non riemergano ferite. E' un attimo soltanto, quello che colora il panorama sui tetti di Parigi, prima che venga inghiottito dietro una nuvola bassa. Pensavo più di qualche momento che il cielo qui é molto fotogenico, con le nuvole che vi scorrono davanti creando grande profondità. Penso che scenderò, prima di ripartire, camminerò di nuovo verso la Senna e l'isoletta dove sorge Notre-Dame. Li mi siederò, in un luogo dell'anima e dei miei ricordi, di una lacrima ed una sensazione di riposo allo stesso tempo, ed insieme al momento di riprendere l'autobus, attenderò quello che non c'é.

 

 

...non c'é razionalità,non c'é tempo che passa che basti a dimenticare..


 
 
 

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Post n°464 pubblicato il 02 Aprile 2014 da enodas

 

 

 

E' una fiumana di gente quella che mi investe quando riemergo dalla metropolitana. Non potrebbe essere diversamente, immagino, il sabato sera, nel punto più centrale di Madrid. Ma a me sembra di riemergere da un mondo lento e silenzioso, fatto di scorci e di eco, appena sfiorato, da un tramonto osservato dietro il finestrino di un autobus, e ripiombare nella vita caotica e chiassosa di una metropoli, quando sono solo luci a sfrecciare per le strade come flash continui sul volto.
Eppure, non mi manca molto, di questa capitale europea, per sfilarsi e trovare il proprio angolo. Due isolati oltre, verso l'Opera ed il Palazzo Reale, o due calli dietro, in un giardino o la mattina presto, per le strade del centro. Allora, sono soltanto la figura china di un uomo che avanza per la strada col pane tra le braccia, o i colori pastello che si alternano lungo le pareti esterne delle case, interrotti da piccoli quadri di ceramica che marcano i nomi ed i temi delle calli. O come quando la sera, infine, torno a sedermi in qualche punto della Plaza Mayor, quasi semplicemente a respirare.

 

 

C'é qualcosa che mi piace di questa città, così come sulla scia di luoghi e paesaggi che mi ha portato fino qui, in un punto imprecisato di una piazza enorme ed elegante. E' qualcosa che credo si riassuma in quella cioccolata calda che, ostinatamente, per cinque giorni ho ordinato la mattina da qualche parte assieme a del pane caldo ed all'olio d'oliva, nella sua consistenza, nel gorgogliare che sentivo mentre la preparavano dall'altro lato del bancone del bar. E' la sensazione che la vita sia diversa, che ci sia un modo differente di intenderla, di goderla, che ci si debba domandare cosa sia la propria definizione di qualità della vita. Alcuni anni fa non avrei notato tutto questo con tanta forza, ora invece mi entra nel profondo. Come sembra nel profondo della gente, semplicemente, guardando la disposizione dei tavoli ed i banconi in fila nelle cervezeria. E' forse niente più che l'aria, come il sole, ed un sorriso diverso. E' così che cammino per Madrid, accompagnato da questa sensazione, che magari sarà anche un po' suggestione da viaggiatore, ma non solo. Scendendo per calli, varcando portoni di angoli misteriosi come i conventi da romanzo ottocentesco, attraversando piazze colme di tavolini e di ombre intense come i colori abbaglianti sopra i quali contrastano. Lascio indietro molto, da vedere, un'altra volta, di una città che mi ha sorpreso su qualcosa che non avevo previsto, che non saprei raccontare ma che pure rimane lì, ancorato ad una sensazione che riemerge, specie la sera, quando mi siedo in un angolo indefinito di una piazza e sui sanpietrini illuminati dalla luce dorata dei dei lampioni, passano ombre in movimento sparso.

 

 

A lato di tutto questo, delle strade caotiche e delle suggestioni frenetiche, ci sono tre musei enormi che ho visitato. Ripercorrendo peraltro buona parte della storia dell'arte, paradossalmente a ritroso, dall'arte moderna, entro cui mi muovo con rapida difficoltà indietro attraverso la Spagna della Guerra Civile e delle sollevazioni dell'Ottocento fino a quella più profonda della Controriforma e delle sontuose collezioni reali. Così, é con una soggezione istintiva che entro al museo del Prado, verso sera, quando l'accesso é gratuito, per vedere quanto più riesco. Quasi impossibile in un labirinto di forme e colori che colmano questa raccolta piena di tesori. Quasi impossibile senza perdersi, fisicamente. Accontentandomi allora di cercare solo alcune sezioni, passando in principio dalla scuola italiana per approdare alla ricchissima controparte spagnola. El Greco, Velazquez, Ribera, Murillo. Un filo lungo con tratti ben distinti ad ogni passo. E se i ritratti di Velazquez non sono i miei preferiti, e tutti i colori contrastati del Greco hanno già trovato ampio spazio nella mia mente questi giorni, é la dolcezza della pittura di Murillo, dei suoi personaggi, in particolare i volti dei bambini a riempire gli occhi, così come, per contrasto gli sconcertanti chiaroscuri di Ribera. Mi muovo tra infinite vie di colore ed infinite strade dell'arte. Velocemente, con poche parole. L'approdo finale é la pittura di Francisco Goya e chi, subito dopo di lui, ha cercato di imitarne lo stile ed i temi. Il Goya dell'ultimo periodo, quello più moderno per intendersi, quello dell'uomo che iniziava a perdere la vista, che culmina nella "pintura negra", che sconcertante ed inquietante penetra fino alle ossa. Una sala che in un certo senso fa rabbrividire. Così che uscire, quando le porte del museo si chiudono alle spalle, nella calda sera di Madrid é quasi un respiro. Un riemergere, ancora una volta.

 

 

 
 
 

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Post n°463 pubblicato il 28 Marzo 2014 da enodas

 

 

 

Si chiamava Dominikos Theotokopoulos, ed apponeva la propria firma in originale, in caratteri greci. El Greco, appunto, così é rimasto il suo nome, un soprannome, in una terra lontana dalla sua Candia. E' come se quelle lettere in greco con le quali ostinatamente si firmava, continuassero a testimoniare il sapore della sua terra. E così, dopo Venezia, dopo Roma, approdava nella cattolicissima Spagna, varcava le porte della cinta di Toledo e qui si stabiliva per il resto della sua vita. Nasceva "El Greco", uno stile personalissimo ed immediatamente riconoscibile, tra migliaia di tele, nasceva a contatto con una tradizione secolare, nel solco profondo della Reconquista e della Controriforma, non così lontana. Lo maturava in questa terra, di sole e di riti, sul germoglio impiantato durante l'esperienza italiana, gli incontri con la pittura veneziana, primo tra tutti Tiziano, ed i grandi maestri che aveva osservato a Roma. Le forme plastiche di Michelangelo, i colori delicati di Raffaello. Le opere di questo periodo rispecchiano una fase della vita artistica del Greco, e lentamente iniziano a fondersi in quei tratti tanto peculiari che trionferanno nella seconda metà della sua vita, interamente spesa a Toledo.
Certo, Toledo, la città dove torna, idealmente, attraverso le sue opere, a quattrocento anni dalla morte, Dominikos Theotokopoulos, in una mostra che ne copre e ripercorre tutta la parabola artistica. Anche attraverso le preziose testimonianze rimaste nella città, tesori preservati lungo un percorso di calli, saliscendi e passaggi angusti.
Rosso. Giallo. Verde. Blu. Quasi abbagliano, tanto sono vivi e brillanti. Merito delle pennellate di bianco che formano contrasti vertiginosi, nelle pieghe delle vesti. Sono la prima cosa a catturare l'occhio, a guidarlo. E poi, i volti, non so trovare una parola per descriverli, non belli, non precisi, tratteggiati secondo uno stile unico che li rende così riconoscibili, così legati ad un mondo antico ed impalpabile. Suonano melodie profonde, lente, fatte di buio e di un passato che rimane lontano, distaccato. Così El Greco diventava il pittore dell'invisibile, di quella spiritualità, di quel moto interiore e quel mistero religioso che l'arte cercava di svelare, contrapponendosi al realismo caravaggesco ed alle poderose figure michelangiolesche. Qualcosa che non si vede, come fosse passato un attimo prima di essere impresso nella tela, eppure rimasto lì in qualche modo. Un mondo lontano e visionario, quasi mistico, che racconta in modo originale quella parte più inafferrabile dell'animo umano.

 

 

Aunque parezca sorprendente, nunca se ha realizado una exposición sobre el Greco en Toledo. En 1902 se celebró la primera muestra sobre el artista en el Museo del Prado y, desde entonces, la figura del pintor se ha dado a conocer a través de exposiciones en el mundo entero, pero nunca en Toledo, su ciudad.
El Museo de Santa Cruz es la sede, junto a los llamados Espacios Greco, de la mayor exposición jamás realizada de la obra del pintor: la Sacristía de la Catedral de Toledo, la Capilla de San José, el convento de Santo Domingo el Antiguo, La Iglesia de Santo Tomé y el Hospital Tavera. Estos espacios conservan los lienzos originales, lo que ofrece a la exposición un carácter único e irrepetible fuera de Toledo.

Esta exposición parte de la actividad del Greco antes de llegar a España, de Candía y Venecia a Roma, con la mirada puesta en su primera formación como maestro pintor en Creta y su paulatina apropiación de los modos occidentales italianos, a la sombra de Tiziano, Tintoretto, Giorgio Giulio Clovio, Miguel Ángel y otros artistas italianos de lienzos o estampas.
Pone un importante énfasis en su labor como retratista, la única con la que obtuvo fama y el reconocimiento de sus clientes contemporáneos, incluso a pesar de su contraste con el tipo de retrato vigente en la España de Felipe II.
Se presenta al Greco como pintor de imágenes devocionales en España, vinculándose esta actividad con sus estrategias comerciales y su tendencia a la réplica seriada de sus composiciones, así como a la difusión final de las mismas a través de la estampa, medio que le permitía ampliar su oferta y diversificar sus clientes. Además, en España desarrolló sus capacidades escenográficas evolucionando como artista, de pintor a inventor y pintor de retablos complejos y pluridisciplinares en los que diseñaba su arquitectura y sus esculturas, lo cual le exigió un nuevo aprendizaje, transformándolo en un artista plural. [...]

 

 

[...]

 

 
 
 

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Post n°462 pubblicato il 24 Marzo 2014 da enodas


 

Osservo il paesaggio che scorre oltre il finestrino. Verso Segovia, o Sego, come scrive sul telefonino la ragazza seduta vicino a me. Su un autobus chiamato La Sepulvedana. Ecco, per me basterebbe questo ad aggiungere una tonalità di colore in più ad un paesaggio che si svela così, attraverso un vetro che scivola via. Viaggerò in bus, nel cuore della Spagna. La mattina presto, con i bambini che vanno a scuola da paese a paese, nel primo pomeriggio con una ragazza che studia a Madrid e torna verso casa.
E' un paesaggio dolce, appena lasciata Madrid. Mi fa venire in mente quello del centro Italia. Con un soffio di vento freddo che arriva dalle montagne, intorno, punte bianche che si incuneano nell'azzurro del cielo. Sceso. Mi pizzica il volto, e già mi affanno tra salite e discese. Le prime, soprattutto. Sego. Città medievale, una cattedrale in cima alla collina e le mura che corrono fino al castello, sulla punta di una rocca che precipita nel verde. Clamore di armi e riflessi dorati sulle armature. Eppure, le strade sono silenziose, quasi vuote. Quasi senza presenza, come lo spazio enorme della cattedrale. Mi sembra di calarmi in un angolo di storia che sembra più di un'eco che rimbalza tra i muri delle case, uno sopra l'altro, uno sopra millenni di storia. Che sulla strada, o sotto di essa é tracciato il percorso dell'acquedotto romano, che riforniva quella stessa rocca del castello. Poi, esce fuori all'improvviso, monumentale, di colpo vertiginoso, accompagna scale che scendono e scale che si arrampicano. Una, due arcate, due arcate che potrebbero essere tre, dal basso in alto, sullo sfondo di un cielo blu. Prima di immettermi giù lungo una strada, che scivola, ancora, e si arrampica, non lo so, come una figura, in lontananza, mentre da dietro l'angolo, chissà se per quella via, musicanti itineranti disperdono note avvolti nei loro mantelli.

 

 

Sono partito con l'autobus della mattina. Ho disceso le strade della città deserta quando ancora era buio. A malincuore, le ho lasciate dietro di me. Quasi nel silenzio di una notte che ancora allungava le mani. Assonnato per l'orario, che non ho potuto scegliere. Il bus si ferma attraverso agglomerati di case, tra un punto e l'altro della Castilla y Leon, raccoglie ragazzini che vanno a scuola. Ed io, con loro sono in viaggio per Avila, arrivo che é tutto chiuso, e quell'aria fredda dai monti vicino mi afferra le ossa. E così questa volta la mattina, cammino per una città deserta, entro le navate di una cattedrale buia e silenziosa, unica porta aperta per le funzioni mattutine che mi protegge dal freddo.
Ho la cioccolata calda davanti, il pane tostato ed una bottiglia d'olio d'oliva. Che qui tra l'altro si dice quasi aceto, ma é un sapore, quello dell'olio d'oliva sul pane caldo, che mi entra quasi nell'anima, dove sono ancorate quelle cose che da sempre parlano di noi. Così come la cioccolata, densa, che ho tra le mani, che sale il profumo alle narici, quasi credevo d'averlo dimentiato e risveglia, in me, come l'uomo al bancone di un bar deserto che me la porge, dagli occhi bonaccioni.
E l'aria si scalda, la porta si schiude, e salgo delle scale, in cima alla cinta muraria che corre tutto attorno ad un pezzettino di medioevo racchiuso entro trorrioni merlati, che sembrano troppo perfetti per essere ancora lì. Li scalo uno ad uno, lungo tutto il camminamento, o quanto é consentito, solo metà da nord a sud, sui tetti delle case, sopra i bastioni coperti di verde, tra fronde di pini, rosoni scavati nella pietra e campane silenziose.

 

 

Era la città delle spade, e non lo sapevo. E' la città dei cavalieri, e pure questo non ne ero molto sicuro, Eppure già qui si spalancano le porte della Mancha, e la sagoma del cavaliere che leggeva libri e si lanciava contro i mulini a vento, e quella del suo scudiero compaiono ovunque nelle vetrine. I mulini chissà, saranno là, oltre le colline, oltre la piega del Tago che gira attorno la città. Non immaginavo Toledo così bella. Lo capisco da subito, appena passato sotto la porta senza capire dove fossi e dove dovessi andare. Che queste strade di un altro mondo, vecchio di secoli, tutte in salita, in discesa, formano un labirinto affascinante. Mi colpisce il silenzio, ancora. Quello che improvvisamente si dissolve come si spalanca la piazza di fronte, nel cuore della città. Mi colpisce perché sembra carico di una storia intera, sotto le volte imponenti e la foresta di pilastri della cattedrale, dietro lo scrigno di tesori che sono dispersi tra le calli. Ecco, le spade sembrano quasi tintinnare, incrociarsi una con l'altra e sferragliare, dietro l'angolo, come il lavoro preciso di un artigiano che incide sull'argento o il colpo di pennello sulla ceramica.
Ho deciso che non me ne andrò tanto presto, domani. Ma sono fuori dalla città, la osservo, mentre mi arrampico sulla sponda di fronte, oltrepasso un eremo, scambio due parole con qualcun'altro che mi vede la macchina fotografica nelle mani. La carretera. In salita, neanche a dirlo. Mentre a scendere é il sole, lasciando le luci accendersi, ed un alito di vento a portare fin quassù qualche sguardo sognatore, qualche altro ad osservare il giorno lasciato alle spalle.

 

 

Mi affascina sapere che proprio da questa porta passò il pittore, appena giunto in città. Come quel suono lontano, quasi un'evocazione, di campane, nelle tenebre del tempo. Si fermò qui, e non vide qualcosa di molto differente da ciò che vedo ora. Così, su quelle stesse note, evoco i suoi passi tra le strade illuminate la sera. Scendo giù fino alla Juderia, il vecchio quartiere ebraico, dove peraltro quel pittore visse, e poi ancora fino al ponte, prima di svoltare verso il convento, lasciando l'ultima sinagoga alle spalle, risalendo le scale, sotto il passaggio. Mi immergo nel silenzio di queste strade. Suggestione. Una musica lontana, ed il movimento di un gatto che fa cadere qualcosa, sui ciottoli, la interrompe, un attimo soltanto; le luci delle taverne invece filtrano, così come una voce dietro un portone. Risalgo fino al castello, la Placa Mayor, la stretta strada che gira attorno la cattedrale, tutto questo labirinto che gira attorno ad un centro spirituale e di potere, nel profondo della Spagna, mi perdo una notte d'inizio primavera.

 

 

[...]

 

 
 
 

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Post n°461 pubblicato il 20 Marzo 2014 da enodas


Mi sono reso conto che aveva esattamente la mia età. Venti anni fa. E' andata a morire in una terra di nessuno, contesa tra una miriade di capetti locali, sotto il patrocinio silenzioso del mondo civile che non solo se ne stava a guardare, ma entrava e si impantanava in una delle guerre più sporche che possano venire in mente. Sporca anche per noi, lorde le mani, per il nostro Paese, con scandali che sono venuti fuori a poco a poco ed altri che rimangono sepolti. Dagli atteggiamente dei soldati ai commerci di ogni genere. Sepolti, la parola esatta. Proprio come quei rifiuti tossici portati de quel mondo civile che doveva bloccare una guerra e nel frattempo la usava. Non c'é verità, ma anche se probabilmente certe cose rimangono addirittura non immaginabili, non serve troppa fantasia per intuire. Ha scavato, Ilaria Alpi, nella sporcizia, nelle ferite della gente, nel disastro di una guerra. Guerra che continua, dopo vent'anni, insuccessi e chissà quante altre schifezze sepolte. Noi che non sappiamo, noi che la nostra coscienza può decidere cosa credere. Anche lei ha deciso. Faceva un mestiere straordinario e bellissimo, e straordinariamente pericoloso. Ed oggi mi rendo conto che aveva la mia età. Mi fa sentire piccolo piccolo, io che me la vedo dietro lo sguardo meraviglioso di Giovanna Mezzogiorno che ne racconta la storia, io che la conosco attraverso le immagini di questo film e le interviste di una mamma, quella vera, che non dimentica. Lo stesso coraggio nelle vene. Dopo vent'anni. Dopo schiaffi morali ed una di quelle storie italiane inconfessabili. Ma non basta ad oscurare la silenziosa grandezza di persone fatte così, che non si piegano. Aveva la mia età.

 

 
 
 

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Post n°460 pubblicato il 12 Marzo 2014 da enodas

 


Mi ritrovo sulla spiaggia, là nel sud del Marocco, dove uomini lontani si muovono come ombre piccoline avvolte nella nebbia creata dall'acqua di mare sospesa nell'aria. Mi trovo a camminare su una spiaggia deserta di fronte ad un oceano altrettanto deserto, ed il deserto, quello vero, alle spalle. E' l'immagine che più mi avvicina a questa musica, stasera, a questa voce, calda e leggermente roca, ai suoni, contaminati da colori moderni ma ancora legati alle tradizioni. E' l'Africa che più posso immaginare, quella che ho visto, almeno. Un fascio di luce azzurrognolo che si disperde nella sala verso il palco, ad illuminare una voce. Lontana, come le onde del mare, come le coste del Mali, da cui questa cantante proviene. Alterna ritmi danzanti a melodie struggenti, francese, spagnolo ed una lingua sconosciuta. Seguo i movimenti convulsi del corpo, quasi ancestrali. Sento il ritmo battere nelle vene. Eppure continuo a vedere quella spiaggia, gli archi di roccia, la sabbia candida, la foschia tutto attorno. Come questa voce che scende ed ha nel timbro, una punta sempre nascosta di un non so che che non so descrivere, se sia malinconia, silenzio, nostalgia, o canto profondo nella notte.

 

 

La guardo ed ho questo pensiero strano. Se solo si potesse isolare una cosa, far sì che altro non esistesse, far sì che... non lo so neanche io cosa intendo. Forse vorrei soltanto isolare questo momento, immaginare che sia una cosa diversa. Vorrei isolare i capelli neri, lisci, e gli occhi scuri. Come un'immagine che racchiude una persona buona. In realtà sono tutte le mie paure che pesano come macigni. Tutto quello che mi fa dire che no, non andrebbe bene. Credo sia la voce che intona questa musica a portarmi lontano, su questi pensieri. Ho sempre temuto la mia timidezza, la temo e la soffro, perché da sempre mi limita oltre ogni ragionevole misura. Questo penso, adesso. Eppure, credo non sia più nemmeno questa la pietra più pesante che mi porto dietro. La paura più grande é il disprezzo. Sì proprio così. E' una parola che mi buca lo stomaco anche solo a pensarla. Che ti fa sentire solo anche quando non lo sei. Ed ora mi fa togliere, togliere, togliere. Senza senso, ovviamente.

 

 
 
 

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Post n°459 pubblicato il 04 Marzo 2014 da enodas

 

 

 

Stendi il trucco. Colori vivaci, sul viso, come sui vestiti, come per le strade. Dipingi la pelle, gli occhi nascosti. Bambino o adulto, per qualche giorno sarà così. Una maschera emerge sul volto, con cui diventa un tutt'uno il doppio che nasconde. Certo, ci sarebbe molto da scrivere sulle maschere. Ma queste sono gioiose, dichiaratamente sfacciate, ostentatamente un gioco di partecipazione collettiva. Ed allora, forse un po' strano, ma all'obiettivo quei volti sembrano più vicini, più semplici a lasciarsi catturare, anche se poi la storia che raccontano é trasformata dai loro stessi colori. Come a dire che una storia c'é sempre, anche quando si tratta di un sogno. Alcuni nella bellezza semplice e straordinaria che emerge anche dietro uno sguardo ed un telo di trucco, altri nella bellezza del sorriso largo che li illumina. Sfilano, volti illuminati da sorrisi e sguardi un po' corrucciati un po' perplessi dei più piccoli. In un mondo rovesciato, come vuole la tradizione. Sentita da tutti, ma tutti letteralmente, da queste parti, tanto che gli occhi estranei fanno fatica a comprendere, almeno fino in fondo. Almeno, anche per me, che da qualche anno osservo questa carrellata itinerante di un mondo onirico che sfila per la strada sulla quale cammino. E d'improvviso mi immagino dentro una cornice dai bordi sfocati, colori di seppia ed un alito di vento che porta alle orecchie il rumore di quest'armata in lontananza. Si avvicina. Forse é per questo, per fermare nella realtà almeno alcuni dei suoi protagonisti, che con il teleobbiettivo puntato scruto i volti alla ricerca di uno sguardo che mi illumini o di un gesto semplice che mi sfiori l'animo.

 

 

 

 
 
 
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