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la musica, suonare il pianoforte, suonare il mio violino, la luce del tramonto, ascoltare il mare in una spiaggia deserta, guardare il cielo stellato, l’arte, i frattali, viaggiare, conoscere e scoprire cose nuove, perdermi nei musei, andare al cinema, camminare, correre, nuotare, le immagini riflesse sull’acqua, fare fotografie, il profumo della pioggia, l’inverno, le persone semplici, il pane fresco ancora caldo, i fuochi d’artificio, la pizza il gelato e la cioccolata


Non mi piace


l’ipocrisia, l’opportunismo, chi indossa una maschera solo per piacere a qualcuno, l’arroganza, chi pretende di dirmi cosa devo fare, chi giudica, chi ha sempre un problema più grosso del mio, sentirmi tradito, le offese gratuite, i luoghi affollati, essere al centro dell’attenzione, chi non ascolta, chi parla tanto ma poi…, l’invidia, il passato di verdura





 
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Post n°674 pubblicato il 16 Febbraio 2017 da enodas

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Post n°673 pubblicato il 09 Febbraio 2017 da enodas

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Post n°672 pubblicato il 05 Febbraio 2017 da enodas

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Post n°671 pubblicato il 02 Febbraio 2017 da enodas

 

...non so raccontare quanto mi senta solo in questi giorni...

 
 
 

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Post n°670 pubblicato il 30 Gennaio 2017 da enodas

 

 

 

Non ci avevo pensato, che avrei dovuto guardare a sud. Era semplice, in realtà, in queste zone dove una collina svetta come una montagna. Così, ci sono arrivato quasi per caso. Un unico manto di neve che si inoltrava tra le vallate e la foresta, attraverso un labirinto di sentieri. Ho affondato il passo, in questa coltre di neve, ed ogni movimento raccoglieva cristalli di neve a contatto con la pelle. Fradicio, un po' forse, alla fine. Sono immerso in questo dipinto di acqua e di gelo dove il bianco sconfina nell'azzurro, in una tela monocolore, e tutto é contrasto, un albero, un ramo piegato, il corso di un torrente e lo spettacolo curioso dei vortici d'acqua sotto uno specchio di ghiaccio. Assaporo il silenzio che lascia spazio al cadenzare dei passi, al respiro che si materializza nell'aria, ad un vuoto senza riferimenti apparenti che semplicemente mi lascia libero da ogni pensiero che non sia il camminare osservandomi attorno. Leggero, come quel colpo di pennello che, intinto nell'acqua, ha steso questo paesaggio ai miei piedi.

 

 

"Neve che turbini in alto e avvolgi
le cose di un tacito manto.
Neve che cadi dall’alto e noi copri
coprici ancora,all’infinito: imbianca
la città con le case,con le chiese,
il porto con le navi,
le distese dei prati"

(U. Saba)

 

 
 
 

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Post n°669 pubblicato il 25 Gennaio 2017 da enodas

 

 

19-20 Novembre

 

"Sapevo che la frontiera era vicina. Un'altra frontiera, ma non la vedevo. L'unica cosa che interrompeva il monotono tramonto andino era il riflesso del sole su una struttura metallica..."

 

Patagonia è anche il nome di una nave. Un traghetto, per la precisione. Ma, come il nome che evoca, non uno qualsiasi. Il Patagonia fa la spola attraverso lo stretto di Magellano, laddove il nome fonde l’epico con l’energia delle onde che fanno danzare la piattaforma della nave. Se ovunque da queste parti il vento è un urlo continuo, qui con i bozzi sordi delle onde assume ancora più potenza.

Ho viaggiato per ore guardando oltre un finestrino. La Ruta, in qualche modo, è iniziata ieri, da quella radura silenziosa, ma è oggi, con le sue dodici ore, i controlli di frontiera sulla strada sterrata, il paesaggio piatto che prende consistenza. E’ un inizio, che scorre su quattro ruote, lascia pagine sfogliate, una dopo l’altra, e riflette il mio sguardo sul vetro, oltre il vetro. Mentre il passare delle ore, con quella linea che mi segue da fuori, mi lascia un pensiero di triste malinconia, senza ragione propria, sempre più appresso.

 

"...La superficie sembra una lamina di metallo, alla quale il sole che spunta sulle cordigliere e le nubi strappano riflessi argentati. Sul ponte di comando, il timoniere e due ufficiali scrutano attenti la superficie. Agli uomini di mare di queste regioni piacciono i fiordi con le onde. Nel movimento dell'acqua riconoscono i banchi di sabbia traditori e gli scogli affilati che si nascondono sotto la superficie..."


 

"...Rivali all'inizio, si accordarono poi per mettere insieme un impero di estancias, miniere di carbone, celle frigorifere, grandi magazzini, navi mercantili ed un reparto per il recupero delle navi e merci danneggiate in naufragio, operazione nel loro caso più simile ad un atto di pirateria che ad un recupero..."

 

Era un’entrata anonima in una via laterale. Ci sono giunto perché dall’altra parte, sulla via principale il ristorante dove ero entrato non aveva posto e mi hanno suggerito di venire qua. Ho aperto la porta ed ho trovato una taverna di porto, conosciuta dai cileni del luogo, con pezzi di imbarcazioni appese, brandelli di reti ed immagini di personaggi importanti da Punta Arenas e dintorni. Credo sia stata la cena più bella che abbia avuto. Porzioni abbondanti, birra spillata artigianale, una ragazza gentile a servirmi e le note cantate da un donnone alle mie spalle. Ho lasciato che la gioia e la semplicità del luogo, della gente, mi riscaldassero il cuore e mi accogliessero dopo un lungo viaggio. La luce filtrata del locale aggiungeva colore, riflettendo sui volti, fossero essi reali ed anonimi o quelli in foto su una parete che ripercorreva attraverso di essi un secolo e mezzo di storia, lotte politiche ed avventure dei mari, e modellava la musica.

 

 

Chissà se la frontiera era questa: le vie vuote, pezzi di molo interrotto, banchetti allestiti sulla piazza con lana di alpaca. So che queste poche ore sono come un balsamo, forti di quella sensazione di essere giunto a destinazione. Anche in mezzo a questa città di frontiera, dove tutto è silenzio surreale e relitti del passato: quelli fisici, delle imbarcazioni venute a disintegrarsi su queste rive, più in là, verso sud, lungo una spiaggia che diventava via via più ruvida e maledetta, e quelli scolpiti sulla pietra, di nomi di un secolo fa da regioni di mezza Europa.
Questo deserto mi ha affascinato, più forte ed autentico di quanto visto finora, e più alla portata di quanto cercassi. Sì, forse quella frontiera scomparsa era oltre confine, spazzata dal vento certo, e ricca di un fascino povero colmo di autenticità.

 

 

 
 
 

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Post n°668 pubblicato il 22 Gennaio 2017 da enodas

 

 

16-18 Novembre

 

Terra del Fuoco. Nome mitico, quello che risuonava dentro di me. Terra del Fuoco, ora realtà, sono giunto, laddove la terra scompare, e non resta che gelo, la fine del mondo. E’ un azzurro infinito, nascosto dalle montagne, riflesso sulle acque piatte del Canal Beagle, che separano Ushuaia, dall’ultimo avamposto cileno. A tratti, si alza un vento gelido, eppure nemmeno tanto considerando le latitudini, sebbene rimangano cumuli di neve, sparsi qua e là, a dispetto dell’estate che dovrebbe ormai essere. Ed anche se qui, più di ogni altro luogo, questo spirito è stato in un certo senso tradito, non posso che abbracciare un’emozione, un sentire che questi colori inenarrabili sono un luogo dell’anima e dei pastelli che porterò via con me.

 

"Tierra del Fuego, Terra del Fuoco. I fuochi erano quelli di un campo di indios fuegini. Secondo un'altra versione Magellano vide solo fumo e la chiamò Tierra del Humo. Terra del Fumo. Ma Carlo V disse che non poteva esserci fumo senza fuoco, e cambiò il nome.
I fuegini oggi sono scomparsi e tutti i fuochi si sono spenti. Soltanto le fiamme degli impianti petroliferi innalzano una nuvola nera nel cielo notturno."

 

 

"...nel diciassettesimo secolo, l'esploratore John Narborough capitò nello stesso posto e li descrisse: 'Stavano dritti, tutti insieme in compagnia, come bambini con grembiulino bianco'."

 

Sono in navigazione, attraverso quelle acque gelate e cristalline, ghiaccio fuso incontaminato e quell’idea di un’esplorazione estrema che sarà, non oggi, ma con tutto il cuore un’altra volta. Sono in navigazione solcando il vento, gelido, che mi investe appena il catamarano si mette in moto, sfiorando colonie di cormorani, leoni marini e pinguini, parte di quella natura che già ho toccato nei giorni passati, ora in questa cornice di gelo, e l’ultimo faro a guidare le navi verso quel mondo di ghiaccio. Esploratori, avventurieri, storie disperate, tutti scrivevano qui un capitolo proprio, fosse il primo verso la gloria, o l’ultimo, verso l’oblio. E no, non ci saranno fuochi, lungo la riva, ormai estinti, anche se quell’eco lontana di una cultura scomparsa sembra affacciarsi silenziosa e dalle rive seguirmi con lo sguardo, come ombre invisibili. Ciò che resta sono avamposti, sorti chissà come, in mezzo a distese assolute, una conquista estrema dell’uomo, oltre ogni limite, in profonda solitudine ed un alone di racconto epico, spazzato da un vento che piega la natura degli alberi.

 

 

"Arrivandoci da terra, si poteva scambiare Harberton per una grande tenuta delle Highlands scozzesi, coi suoi recinti per le pecore, solidi cancelli e torrenti ricchi di trote color torba. La estancia del reverendo Thomas Bridges era situata lungo la costa occidentale della piccola baia di Harberton. riparata dalle tempeste da una bassa collina. I suoi amici Yaghan avevano scelto il posto, e lui lo aveva chiamato con nome del villaggio di sua moglie, nel Devonshire.
La casa importata molto tempo prima dall'Inghilterra, era in lamiera ondulata, dipinta di bianco, con finestre verdi ed il tetto di un rosso sbiadito. Dentro conservava il mobilio di mogano massiccio, l'impianto idraulico e l'onesta apparenza di una canonica vittoriana..."

"...Da giovane Thomas Bridge aveva avuto la pazienza di passare ad ascoltare un indio chiamato George Okkoko, imparando a fondo, con lui, la lingua che Darwin scherniva. Con sua meraviglia scoprì una complessità di struttura ed un'abbondanza di vocaboli che nessuno avrebbe sospettato in un popolo 'primitivo'..."

"...Thomas Bridge coniò la parola 'Yaghana' dal nome di un posto chiamato Yagha: gli indios chiamavano se stessi 'Yamama'. Usato come verbo, yamama significa 'vivere come come respirare, essere felice, rimettersi da una malattia o essere sano'. Come sostantivo significa 'persone' in contrapposizione ad 'animali'. Una mano con suffisso yamama è una mano umana, una mano offerta in amicizia, in contrario di un artiglio-generatore-di-morte."

 

 

Questa era una prigione. Ushuaia è nata così, tra i peggiori criminali, i prigionieri politici e le loro guardie. Da lì, ogni giorno partivano, in un calvario di lavori forzati, stendendo rotaie che portavano in un luogo che non c’è. Forse sarà quella la ‘frontiera scomparsa’, quel luogo invisibile che sembra sempre un po’ più in là dell’orizzonte.
O forse sarà solo un’iperbole, un’illusione, solo un altro indizio da collocare su una mappa.
Mi piace tornare, verso sera, lungo la riva. Ad osservare ancora questi cieli patagonici ed un relitto immobile salvato soltanto per essere lasciato alla deriva di fronte al porto. Ed è un attendere lungo, oltre il fuoco accarezzato su tavole imbandite ed una coppa di gelato a sfidare le temperature della sera, prima che sia finalmente notte.

 

 

"Nella vita non ci sono soluzioni. Ci sono delle forze in cammino: bisogna crearle, e le soluzioni vengono dopo."

 

Sto camminando da ore. Una giornata intera, ormai. Ho attraversato sentieri nella foresta, pantani, e l’ultimo avamposto postale. Dalla foresta, a tratti distrutta dall’azione micidiale dei castori, sono sceso nuovamente, verso l’acqua. Mare, canale, lago, non so definirlo, questo specchio plumbeo che varia colore a seconda delle rocce e del paesaggio. Cambia la luce, del resto, tra pioggia, sole e nuvole basse ad avvolgermi in una foschia impalpabile, se non fosse per delicate gocce di condensa che pendono dalle piante. Anche il ramoscello fiorito più minuscolo, all’obbiettivo, appare come un microcosmo sconosciuto. Ho camminato in silenzio, saltuariamente interrotto dal passaggio di qualche altro viaggiatore, e passo dopo passo ho assaporato i versi di questa natura. Terra del Fuoco. E sì, ogni passo diventa a poco a poco più strenuo e lentamente mi lascio sopraffare dalla stanchezza. Non so descrivere il mio stato d’animo, forse mobile come la luce del giorno, forse semplicemente svuotato da ogni pensiero che non sia il mio camminare. Lontano da tutto, lontano da tante cose, brevi lampi si fanno strada tra i pensieri, li illuminano e si spengono. Perché, alla fine, continuo a camminare, e ad esplorare con gli occhi e con le gambe ogni angolo che riesco a raggiungere di questo mondo lontano, tanto da non sembrare il mio.

 

 

Ho lasciato che l’acqua calmasse il mio cuore.
Un altro passaggio, ed una radura. E la strada, la strada semplicemente scompare. Ruta numero 3, 3063 chilometri da Buenos Aires, come inciso su due assi di legno. Qui termina, questa è la mia fin del mundo, un abbozzo di isolotti spogli e macchie di laghi che si perdono, via nell’orizzonte, dove regnano le montagne. Ed è come se tutta la stanchezza accumulata si sciogliesse, in un pianto, in un riso, un sospiro. E’ come se infine fossi giunto a questo appuntamento, al termine di una strada percorsa idealmente, realmente, con ogni senso. Arrivato.

 

 

"...La Terra del Fuoco è quindi la terra di Satana, dove le fiamme tremolano come lucciole in una notte d'estate, e nei gironi sempre più stretti dell'Inferno il ghiaccio imprigiona le anime dei traditori come cannucce di paglia in un bicchiere di acqua gelata..."

 

 

 
 
 

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Post n°667 pubblicato il 19 Gennaio 2017 da enodas

 

 

13-16 Novembre

 

"Sotto l'aeroplano, le colline scavavano già il loro solco d'ombra nell'oro della sera. Le pianure si facevano luminose, ma di una inconsumabile luce: in quelle regioni esse non finiscono mai di restituire il loro oro, così come dopo l'inverno non finisce mai di restituire la loro neve."

 

Questo paesaggio è la mia porta d’ingresso, e anche se oggi è un inizio, è un po’ come se fossi arrivato, luogo raggiunto dopo tanto averlo immaginato. E un nome, Patagonia, su cui avevo concentrato tutto il suo fascino. E’ così. Non sarà un “volo di notte”, ma basta guardare dal finestrino per capire. Oppure, scendere, uscire dall’aeroporto e scoprire di essere stati ingannati dal sole, perché una raffica di vento ti investe. Basta un’occhiata, per capire dove nasca l’epica di un luogo, ed io lo osservo, correndo su una strada dritta senza fine: una distesa sconfinata, arida e brulla, coperta di piante basse e cespugliose che preservano questa terra da diventare deserto. E non c’è nulla, oltre un recinto, un animale strano che da solo appare da qualche parte, una linea costante interrotta raramente dal profilo di un piccolo edificio in rovina o un curioso agglomerato di oggetti dipinti di rosso, utensili e finanche elettrodomestici, nastri e gomme, forse segno votivo a qualche Dio dei viaggiatori.

 

 

La Festa del Cordero è la festa di Puerto Madryn. Ho camminato fino all’estremo nord della cotta’, lungo la costa, seguendo la linea del mare in bassa marea. Lontano, giaceva un cimitero delle navi e tutto non era altro che desolante silenzio. Oltre una collina, tra polvere e sole, bruciava la carne al fuoco e si riprendevano rodei, coltelli intagliati nell’osso erano stesi sul tavolo e giovani in maschera danzavano su note marcianti. Lentamente, con cadenza precisa, ed uno sguardo fisso. Era una festa di paese, quasi, e chissà quanta Puerto Madryn si trovava lì, come quei naviganti, giunti da lontano, un giorno, riuniti attorno al fuoco.

 

"...Magro, silenzioso, con grandi mani rosse, era vestito di un completo marrone cioccolata e non si levava mai il cappello. Aveva un coltello ricavato da una baionetta, con un pomolo di avorio giallastro. Stendeva ogni pecora su un ripiano e ne spogliava la carcassa finché rimaneva, rosa e rilucente e con le zampe all'aria, sulla bianca parte interna del vello. Poi faceva scorrere la punta del coltello sopra la pancia, dove la pelle è più tesa, e il sangue sgorgava caldo sulle sue mani. Ci provava gusto. Capivi che ci provava gusto dal modo in cui socchiudeva gli occhi, sporgendo il labbro inferiore e succhiando l'aria attraverso i denti. Tirò fuori gli intestini, tolse il fegato e i rognoni e buttò il resto ai cani.
Portò le cinque carcasse vicino al fuoco e crocifisse ciascuna sulla sua croce di ferro, sistemata in pendenza verso la fiamma..."

 

 

Il deserto della Patagonia non è un deserto di sabbia o di ghiaia, ma una distesa di bassi rovi dalle foglie grigie, che quando sono schiacciate emanano un odore amaro. Diversamente dai deserti d'Arabia non ha prodotto nessun drammatico eccesso dello spirito, ma ha certamente un posto nella storia dell'esperienza umana. Darwin trovò le sue qualità negative irresistibili..."

 

Credo che in poche ore questo luogo mi abbia regalato tutti gli aspetti di quello che sarà il mio viaggio: un paesaggio affascinante nella sua monotona desolazione, una natura incontenibile, carne d’agnello stesa sul fuoco, gente solare e cordiale, di quella semplicità che innata si associa a chi vive lontano, sul filo di un deserto, relitti abbandonati a se stessi che come spettri al largo, non importa se essi siano soccombenti ad un’immane tragicità o ad una lenta incrollabile solitudine. Ma, soprattutto, incredibili cieli patagonici: fusioni indescrivibili di colori e di variazioni, minuto dopo minuto, che, specialmente verso sera, liberano una potenza ed un mondo di emozioni incontenibili.

 

 

Quando sale il vento non è uno scherzo. E questi giorni sono parte di quelli, e camminare diventa uno sforzo curioso tra scegliere se avvolgersi dentro un poncho e lasciare l’aria sibilare tutt’intorno, come se rimanessi richiuso in un mio piccolo riparo mobile, o sfidarlo, questo vento, e rimanerne storditi nel giro di pochi minuti.
Come sorta dal nulla, Puerto Madryn mi è apparsa come una città di frontiera. Ma forse, tanto grande è questa terra, che sarà sempre così da ora in poi. Quando non esisteva, ed era non molto più di un secolo e mezzo fa, il Mimosa, un’imbarcazione colma di speranze e disperazione, come tante che attraversavano l’oceano, apparve in questa baia ed i suoi naviganti cercarono riparo presso le cave verso sud. Io, le osservo dall’alto, a strapiombo, avvolto nella mia tela anti-vento. E non saprei dire quale rumore, se il suono delle onde che si infrangono sotto di me, o quello sordo e persistente del vento, uniti al turbinio scuro e profondo delle acque, mi crei più vertigine in questo momento, e tanto mi risulta difficile immaginare uomini cercare di scolpire la pietra, cercare un riparo, senza cadere, e senza cedere alla natura.

 

"La bandera argentina con el dragon rojo en su centro, ondeaba en la colina que està sobre las cuevas.
La habia izado Edwin Roberts en un mastil erigido en este punto para indicar el lugar donde donde desembarcar.
Aunque muy singular, fue la primera bandera con los colores argentinos que flameò en Puerto Madryn"

 

 

Qui, o nelle vicinanze, una sera arrivo’ un aviatore. Una sera qualsiasi e comune, perché il pilota conosceva il luogo, fermata necessaria per rifornire nella sua lunga corsa tra nord e sud, sempre più oltre, fin dove si spingeva l’uomo. Un punto sulla mappa cui era abituato. E quando si fermava per rifornire, capitava che qualche famiglia del luogo lo invitasse a cena. Così nacque una leggenda: si dice che quella sera il pilota guardò fuori dalla finestra con la figlia del suo ospite. Guardava lontano, da questo curioso limbo di terra stretto dal mare, verso una piccola isola che dalla finestra pareva poco più di uno scoglio. La bambina puntò il dito verso di essa e descrisse allo stanco aviatore cosa vedeva: un enorme serpente che aveva appena inghiottito un elefante…

 

“Mostrai il mio capolavoro alle persone grandi, domandando se il disegno li spaventava.
Ma mi risposero: “Spaventare? Perché mai, uno dovrebbe essere spaventato da un cappello?”.
Il mio disegno non era il disegno di un cappello.
[...]

[...]
Fu così che a sei anni io rinunziai a quella che avrebbe potuto essere la mia gloriosa carriera di pittore.
Il fallimento del mio disegno numero uno e del mio disegno numero due mi aveva disarmato.
I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a spiegargli tutto ogni volta.
Allora scelsi un’altra professione e imparai a pilotare gli aeroplani.”

 

 

Natura ed indigeni. Due parole che riassumono l’essenza di questo luogo. La prima, stupefacente e delicata, è quell’equilibrio precario che si riassume dentro una ratio che stabilisce non più di una pecora ogni cento ettari, o nel cartello posto all’inizio di un sentiero dove l’obbligo è quello di lasciare il passaggio ai pinguini. E’ un uovo, forse due, nascosto sotto il ventre di uno di loro, maschio o femmina, sotto un cespuglio di rovi. E per una volta, attorno a tutto questo, viene osservata una certa sacralità per la vita, per questo ecosistema che rimane in bilico. L’eco degli indigeni è una voce spenta nell’aria, un passato che non c’è e rimane scolpito in una pietra, o magari un luogo segnato da una frase affidata il vento. E’ una testimonianza perduta, quasi, che si fonde in quel rispetto per la natura o nel profilo di un animale che appare all’orizzonte, tra la polvere sollevata di una strada sterrata ed che io non ho mai visto prima di allora.

 

"Alguna vez el mismo sol que hoy miro,
canelto' tu figura y tus mananas.
Cuando eras uno, junto con el viento
y era tuya esta tierra y sus entranas"

 

 

Uno spruzzo dal mare, gelida acqua sul viso. Siamo usciti in mare al limite della forza vento consentita, ed appena raggiunto lo scopo a timone non hanno aspettato altro che navigare a massima potenza verso il porto. Sono salito a prua, laddove ora rimane aggrappato un uomo dell’equipaggio. Da lì in equilibrio tra scossoni ed ondeggiamenti, ho guardato, anche solo un istante. Ed il tempo purtroppo non è favorevole, ma tant’è abbastanza per scorgere un profilo, due affiancati, uscire dall’acqua sbuffare, scomparire di nuovo. Quegli animali giganti che popolano le storie, per una volta sono comparsi, reali, anche se solo di sfuggita: e anche se può essere poco, agli occhi basta per sentire il profondo che è sotto la barca, sapere che sono qui, in un certo senso a contatto con me, un’imbarcazione di minuscoli uomini, rimane un’emozione di fronte alla vita.

 

 

Non ho molti nomi salvati nel taccuino di viaggio. Ma quello che più ricorderò sarà quello di Pablo, un personaggio buono che in due giorni mi ha guidato attorno alla sua terra. Lo scrivo perché di lui so poche cose, in realtà, ma la foto della figlia vicino al posto da guidatore, la sua disponibilità ad aiutarmi ed il suo amore per questo luogo, il suo parlarmi in spagnolo di animali, fabbriche e celebrazioni patagoniche, ed i suoi aneddoti in cui ha legato la propria giovinezza all’Italia, sono qualcosa di semplice ed allo stesso tempo infinitamente profondo. E soprattutto, segretamente, sono una sorta di benvenuto involontario al mio viaggio.

 

"Lessi i suoi formidabili libri di racconti e i suoi romanzi quando ero bambino, e dalla loro lettura nacque il desiderio di viaggiare, di essere una specie di nomade, il prurito alla pianta dei piedi che mi spinge a vedere che diavolo si nasconde dietro l'orizzonte, a sapere come vivono, sentono, amano, odiano, mangiano e bevono, le genti di altre terre."

 

 

 
 
 

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Post n°666 pubblicato il 17 Gennaio 2017 da enodas

 

 

"Un'arte più moderna, più acuta, più nervosa,
più libera dalle ieratiche presenze degli antichi..."

 

 

Lo chiamano filo rosso, quel filo d'Arianna che stanza dopo stanza, sezione dopo sezione, dovrebbe guidarmi in questo viaggio. Per me, é una linea, elegante, sinuosa, di raffinata bellezza. Che, nel suo essere innata, trova il proprio trionfo. Ed alla fine, Liberty rimane per me una parola che non saprei descrivere, ma che immediatamente mi conduce a quella linea elegante, come un carattere sconosciuto che tuttavia conduce ad un'associazione immediata. Anche in questo risiede il successo di un'idea. E su questa linea ho cercato di farmi condurre, ascoltando l'eco delle voci di un café, le musiche proveniente da un locale dalle luci soffuse, una neonata metropoli, lo stridio di qualche mezzo ferrato. Tra scritti onirici e scintillanti serate da ballo, o dietro uno sguardo perduto, sullo sfondo di una luce d'oro abbagliante.

 

 

Filo rosso era la linea grafica e la ricerca sul segno, base di partenza di ogni opera, fosse essa quella più propriamente "fluente e floreale", o quella "più severa e moderna". Liberty in Italia é variazione. Partendo dalla pittura, dove la tradizione e l'accademia si fonde col nuovo guidando la mano dei nuovi pittori. Nella stampa, poi, i grandi temi della letteratura contemporanea offriva non solo ispirazone ma, alimentando quel concetto di arte totale, dava vita a veri e propri sodalizi tra artista e scrittore. Ed il disegno era anche protagonista di una nuovo profilo nel mondo di un'architettura che iniziava a confrontarsi con la classe borghese, quella di designer, artisti che progettavano e realizzavano magari per se stessi, moderne case d'artista, dove architettura, pittura, scultura e arti decorative si incontravano sotto una matrice comune. Oggetti normali, progetti monumentali, ampie pitture decorative. Ed in questo mondo di massa, sulla scia di un design appena nato, Liberty era anche arti applicate, rapporto tra industria e artigianato ed un nuovo senso di bellezza infuso negli oggetti più quotidiani e difeso attraverso quella che era la neonata moderna pubblicità.

 

 

Uno stile moderno che rimane affascinante. Liberty é in un certo senso l'approccio stesso al secolo e a tutto ciò che, prima delle rotture delle avanguardie, appare nuovo, fresco, dinamico e vivace. Un'arte nuova che mirava a mettere a confronto e far dialogare, su scala internazionale ed in tutti i settori delle arti, le orme e le espressioni artistiche più nuove ed aggiornate. Un'arte completa, che trascendeva le proprie espressioni in un linguaggio unico, una sinfonia completa che variava in ogni campo. Architettura, oggetti e mobilio, pittura, scultura, la musica stessa, fin'anche un cartellone pubblicitario. Liberty divenne una tendenza ed una moda, oltre che movimento artistico. Espressione di un mondo nuovo - ed in un certo senso impreparato alle nubi che si affacciavano all'orizzonte - un passaggio unico perché in qualche modo definiva il moderno come lo conosciamo noi.

 

 

"...Sette sezioni che vedono riunite quasi 300 opere: dipinti, sculture, grafica, progetti architettonici e decorativi, manifesti, ceramiche, selezionatissimi prestiti provenienti dai più importanti Musei italiani e da straordinarie collezioni private.

Ogni sezione della mostra – dedicata al dialogo tra le diverse arti – mette in luce l’alternanza tra le due “anime” del Liberty italiano: quella propriamente floreale e quella “modernista”, più inquieta e vicina a influenze europee, e che porterà da lì a poco alle ricerche delle avanguardie e allo sviluppo in chiave più stilizzata ed essenziale del linguaggio decorativo.

[...] porre a confronto le due diverse tendenze; cercando di assecondare in questo modo il dibattito storico artistico dell’epoca che individuava, come vera essenza del Liberty, la linea fluente, floreale e decorativa e, d’altra parte, recuperando il modello critico della letteratura coeva che identificava nel Liberty tutto ciò che era considerato moderno e di rottura, includendo quindi anche quelle esperienze non propriamente classificabili in Italia come floreali ma piuttosto moderniste o secessioniste.

[...] Filo rosso che collega tutte le sezioni: la linea grafica e la ricerca sul segno, che erano allora alla base della concezione progettuale e formale di ogni opera, sia di quella più propriamente fluente e floreale, sia di quella più severa e moderna. Si sono, infatti, accostati a pitture, sculture, ceramiche, grandi manifesti pubblicitari, i bozzetti preparatori, i cartoni per gli affreschi, i disegni relativi a vasi, illustrazioni, incisioni.
Una chiave inconsueta che rivela, entrando nel vivo del 'fare' e nella mente dell’artista, la vera essenza concettuale e espressiva del Liberty, un movimento, una tendenza e una moda che, a distanza di più di cento anni, non ha ancora esaurito il suo potere seduttivo."

(dall'Introduzione alla Mostra)

 

[...]

 

 

 
 
 

.

Post n°665 pubblicato il 14 Gennaio 2017 da enodas

 

 

"...I’ve got all I need
to feel like I’m a star.
I’ve got my sisters by my side.
I’ve got my sisters' love and pride.
And in my sisters' eyes
I recognize the star I want to be.
And with my sisters standing strong,
I’m on the stage where I belong.
And nothing’s ever gonna change that fact.
I’m part of one terrific sister act..."

 

 

Unico, travolgente... Divino! Con queste parole, sul tabellone, si presenta Sister Act. Fin troppo facile, del resto, il gioco di parole. Comunque sia, é una promessa pienamente mantenuta: sull'onda di uno di quei film (anzi due, visto il seguito) che ogni tanto fa sempre piacere riguardare quando capitano in caso di zapping senza meta, questo musical si presenta allegro, estremamente ironico e divertente. Accompagnata da colori scintillati e luccichini, la storia, leggermente modificata, sfila via su musiche vivaci ed originali, nella più classica tradizione musical.
Ho passato un bel pomeriggio, col sorriso. Leggero.

 

[...]

 

"...First rule of singin' -
Get the rafters ringin'!
Toss everything in -
dig down deep inside.
When you’ve got a song worth hearin'.
There’s one thing to do -
just keep your fear from interferin',
and let that sucker burst through!
Raise your voice!
Lift it up to heaven!
Raise your voice!
Come on, don’t be shy!"


 
 
 
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