EnodasIl mio mondo... |
... " Non si conoscono che le cose che si addomesticano", disse
la volpe." gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano
dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli
uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!" ...... "Ma piangerai!" disse il
piccolo principe.
"E' certo",
disse la volpe.
"Ma allora che
ci guadagni?"
"Ci
guadagno", disse la volpe, "il colore del grano".
soggiunse: "Va a rivedere
le rose. Capirai che la tua è unica al mondo". ...
... "Addio",
disse la volpe. "Ecco il mio segreto. E' molto semplice: non si vede bene
che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".
"L'essenziale è invisibile agli occhi", ripeté il piccolo
principe, per ricordarselo.
"E' il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha
fatto la tua rosa così importante".
"E' il tempo che ho perduto per la mia rosa…" sussurrò
il piccolo principe per ricordarselo.
"Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la
devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai
addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…"
Tutte le foto contenute in questo blog, se non specificato diversamente, sono mie e come tali sono protette da diritto d'autore. Rappresentano un momento, un istante, un'idea un'emozione.
Ho costruito un sito per raccoglierne alcune, e condividere una passione nata e cresciuta negli ultimi anni. Il sito é raggiungibile cliccando l'immagine qui sotto:
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ultimo aggiornamento: 5 Febbraio 2012

Una pagina bianca...
...perchè non ci siano più pagine bianche
[...]
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Post n°315 pubblicato il 05 Febbraio 2012 da enodas
Ormai si può dire, visto che é passata una settimana dalla chiusura e non serve più mantenere un po' di scaramanzia. Tra metà e fine gennaio ad Eindhoven si sono giocati i campionati europei di pallanuoto. Non avevo mai visto dal vivo una partita di pallanuoto, e nemmeno una gara in piscina (almeno da spettatore), ed in questi giorni posso dire di aver fatto una bella collezione. Con la sensazione particolare di veder giocare una propria nazionale all'estero. Quando le bandiere sono poche e le lingue sono molte, e magari si gioca anche contro la squadra di casa, e si vince pure. Che uno spettacolo sono anche le tribune, quando uno sport é affare nazionale e scopri improvvisamente che tutti gli spalti possono essere Ungheria, Serbia o chissà quale altro Paese dell'area balcanica, anche se dall'altro lato dell'Europa. E' una cosa che fa effetto, e che fa piacere vedere, perché alla fine ognuno si porta dentro i propri colori. Anche quando questi colori si incontrano. Così, accanto a bandiere lanciate per aria o avvolte come mantelli, ci sono visi colorati e copricapo di fantasia. Al di là di questo, la pallanuoto mi ha sempre dato l'idea di uno sport massacrante, tra i più impegnativi, non solo per quello che si vede fuori dall'acqua, ma soprattutto per lo scontro fisico che avviene sotto. Ma corretto, però, nei limiti dell'agonismo. E con una soluzione molto semplice, a mio parere, oltre al doppio arbitro ed i giudici di linea: che appena fischiato, il gioco riprende, e per le proteste - legittime o meno - non c'é molto tempo. Abituato a vederlo in tv, allo scadere delle battute finali del torneo olimpico, con zoom oltre bordo campo che fanno salire la tensione. Qui allo stadio invece si esalta la componente corale, il gioco di squadra che si innesca nel momento iniziale dell'entrata in acqua, nella raccolta attorno al capitano ed il reciproco sguardo negli occhi, nelle palombelle schierate a bordo vasca. Salta all'occhio la disposizione tattica, gli schieramenti d'attacco e di difesa, che sembrano ricalcare mappe d'assalto a fortini medievali. Ed ultimo, si esalta il gesto tecnico, lo sforzo di potenza, che solleva il corpo a busto intero sopra la superficie d'acqua, e la palla fiondata improvvisamente di scatto, che a catturare tutto con l'obbiettivo ci vuole pazienza. Sì, la macchina fotografica, perché anche quella era un'occasione, per provare e studiare, non semplice in posizione defilata ed il movimento così istantaneo e distribuito laddove non punta l'obbiettivo. Come sugli spalti, che la partita si gioca anche lì, almeno per gli occhi e le lenti, e non é semplice come potersi muovere liberamente ed inquadrare come chi lo fa di mestiere, sperando di non disturbare, ma con la soddisfazione che, ogni tanto, i soggetti siano gli stessi. |
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Post n°314 pubblicato il 30 Gennaio 2012 da enodas
"E' sempre triste." Così mi ha detto una volta mio papà, quando gli ho fatto ascoltare un cd con delle arie cantate da Maria Callas. In realtà, non so quante registrazioni si possano ascoltare, quante tracce possano riempire i cd. Tra tutte, credo, c'é ne sia una, di aria d'opera, che più di ogni altra racconta un personaggio. Dalla Norma di Bellini, il canto ieratico di una sacerdotessa druida alla luna. Che é la voce di Maria Callas, così come é Norma. A volte mi sembra di figurarmelo davanti, un cristallo purissimo che vibra al limite della propria fragilità, senza andare in frantumi. E 'sempre malinconica, questa voce, é vero, nella sua limpida bellezza, saranno le foto in bianco e nero di un tempo che fu, sarà che poi ci sono figure che entrano quasi nel mito. "Sono tutti tristi". Così, la scorsa settimana, quando ho aperto la cartella monogrammata dei disegni e glieli ho mostrati. Che a disegnare ho bisogno dei riferimenti dal computer, ma le matite poi sanno pure fare qualcosa. Qualche volta gli acquerelli, ma quelli sono rimasti asciutti da tempo. Pochi disegni, non c'e niente di che, mai, e qualcuno finito invece chissà dove, carta straccia per davvero. Chissa cosa pensavano, mi sono sempre chiesto, ammirando i grandi dipinti, chissà cosa pensava, quando osservo gli acquerelli del nonno. Anche qualche tratto di matita, chissà, forse ha saputo rispondere Così é che come un velo si stenda sugli occhi, sarà così forse, anche sugli strati sottilissimi di chiaroscuro, non lo so. Carta straccia diventata davvero. Anche quando arriva un complimento ma cerchi di mantenere un profilo basso, anche quando passano tante cose sotto gli occhi, giorno dopo giorno, tra un'impegno ed un uscire, o magari stare, semplicemente fare. 'Come se un nodo alla gola ti impedisse di respirare...e tu ti sentissi costretto a staere lì a patire il peso dei ricordi...delle sofferenze subite... del rifiuto inferto...delle umiliazioni... malessere... scollegato da tutto e tutti.' Così é... non saranno due disegni, non sarà certo una voce bellissima che come un flash mi é venuta in mente, anche quando vedo che é un po' che non scrivo, nemmeno qui, ed in realtà non ho molto da scrivere, tra la stanchezza, l'ansia di cercare comunque di fare bene, e tante cose, inclusi i silenzi. Qualche settimana fa ho scoperto che c'é una scuola importante di fotografia, anche qui ad Eindhoven. Un'accademia, di quelle professionali, che all'uscita hai un diploma che vale una laurea. Mi sarebbe piaciuto, era un'idea che affascinava, isomma. Ma al di là dei costi, davvero da colpo al cuore, era la durata che sarebbe stata proibitiva, al momento. Che anche solo l'ipotesi di non terminare sarebbe stato equivalente ad aver gettato tutto. Per me é tutto così, tutto sospeso, ora più che mai senza un significato come vorrei. Come i concerti, tanti che andavo una volta e qui i biglietti sono spropositati, é una cosa che mi manca molto. Amarezza, di tante cose incomplete. Come quando sento che la mia amica, quella che ogni volta mi fa pensare alla leggerezza insostenibile, dice che a marzo andrà in Islanda a vedere le luci del nord, con la famiglia di lui al completo. O come quando le persone parlano del futuro, degli spostamenti che magari significano anche lontananze temporanee e lo fanno insieme, serenamente e camminando uno verso l'altro. Io che certe cose nemmeno le ho pensate, mi fa tanta rabbia. Come quando non parlo, litigo e ferisco, perché ferito, chi non dovrei, perché soffoco nei ricordi, nei tanti angoli del cuore, dove il silenzio vorrebbe gridare. |
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Post n°313 pubblicato il 18 Gennaio 2012 da enodas
Quello qui sotto é un link che un mio amico (immaginare da dove...) mi ha mandato qualche sera fa. Sembra fatto apposta per raccontare la magia delle piccole cose, di quanto possano racchiudere, anche quando non lo sono realmente e ci pensa una lente particolare a farle diventare tali e raccontarle come immagini surreali dipinte su una tela in movimento. La tecnica fotografica che vi é dietro utilizza delle ottiche molto costose, davvero fuori portata, ma con un po' di ingegno ho trovato da qualche parte che ci si può arrangiare con soluzioni alternative. Come notava lui, alla fine saremmo pure due ingegneri per qualcosa... In queste sequenze c'é davvero tutto, dalle immagini che scorrono rapide come la pellicola di una vita che si riavvolge, di tante vite in questo caso, sfiorate soltanto da un'occhio lontano, nascosto e fuori fuoco. E peraltro da una città ed un Paese che davverero porto nel cuore, con i suoi colori, i suoi ritmi, ed i sapori, per tanti motivi. Sono luoghi familiari, perché almeno una volta ho calpestato le stesse strade, battuto la stessa plvere. Tutto diventa poesia, lo so che l'ho già scritto, accompagnata dalle note leggere di una musica che delicatamente muove ogni cosa come eco lontane. |
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Post n°312 pubblicato il 13 Gennaio 2012 da enodas
Presta attenzione quando hai nelle mani un cuore... Che la tua stretta sia dolce e sincera... Se ti senti insicuro non lo afferrare gli potresti far male... Segui il suo ritmo ti sorprenderà delle emozioni che saprà regalarti Quando hai fra le mani un cuore piangi di gioia sii consapevole che è una della cose più di uniche che possono capitare abbine cura non ascoltare il mondo... proteggilo da ogni evenienza… non ci giocare... Quel cuore che hai nelle mani batterà con il tuo e così scoprirai come nasce il suono dell’anima... Ho trovato queste parole su un profilo qualche giorno fa, e, dopo aver chiesto il permesso, ho pensato che mi sarebbe piaciuto annotarle da qualche parte. Visto che in questi giorni non mi sento di scrivere molto, e visto che ogni tanto i giorni sono anche numeri che si ripetono sul calendario, ho pensato di copiarle, che un po' danno fiducia e strappano un sorriso, ed un po' magari hanno pure una punta di tristezza. Così che poi ogni parola detta in più sarebbe di troppo... io penso sempre che si ami una persona quando di quella persona si ama il cuore... sembra tanto semplice da dire, eppure non é mai scontato. Ed allora, non resta che ascoltare nel silenzio... |
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Post n°311 pubblicato il 09 Gennaio 2012 da enodas
Questa sera ero alla cena con i colleghi dell'anno scorso. Era in programma proprio negli ultimi giorni che ero lì. Ho trovato brave persone, un ambiente familiare, ed alcune in particolare sono state e sono tuttora importanti per me. A volte, senza che lo sappiano, anche un appiglio insperato cui aggrapparsi, altre volte mi hanno sussurrato parole che mi hanno sfiorato il cuore in profondità. A volte, certe coincidenze sembrano uno scherzo o uno specchio. Questa sera, comunque, ho raggiunto i colleghi per la cena e come gruppo mi sono seduto al tavolo. Una cosa curiosa, peraltro, dove la cucina orientale veniva preparata sul tavolo a ferro di cavallo tra acrobazie e colpi di prestigio e servita passo passo. Al di là di questo, ad un certo punto, é stato fatto un discorso e mi é stato dato un regalo. Un bel egalo, peraltro, in ipod nano nuovo nuovo. Ma al di là di questo, é il gesto ed il pensiero che ci sta dietro, le parole e la stretta di mano ideale che era per me... e che ovviamente mi ha fatto sprofondare nel commosso imbarazzo di essere proiettato al centro della scena e dover parlare. Sì... per dire che sono stato bene, e lavorato bene, che questi mesi sono stati molto particolari per me, e che, oltre il lavoro, sono contento di aver avuto accanto delle belle persone. E proprio per le persone più mi é pesata la decisione che ho preso qualche settimana fa. E mi é rimbalzata alla mente una frase che mi é stata scritta giusto un paio di giorni fa, che "ovunque sia stato e qualunque cosa abbia fatto finora nella vita, scuola sport interessi lavoro, non ho mai deluso nessuno". Certe cose invece probabilmente accettate, non ci posso fare niente e non posso averne controllo, purtroppo é stato così. Ci sono cose che fanno arrossire, ma come scintille accese d'improvviso, per un istante illuminano, riscaldano e fanno bene al cuore. |
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Post n°310 pubblicato il 06 Gennaio 2012 da enodas
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Post n°309 pubblicato il 31 Dicembre 2011 da enodas
C'é magari un post che avrei voluto scrivere, nemmeno so come, una di quelle lettere che non verranno mai lette, quasi fossero state perdute da qualche parte e mai consegnate, o magari uno sfogo, o magari ancora soltanto parlare. Alla fine scriverò ben poco, forse niente di tutto quanto. Un po' perché guardo il calendario e guardo l'ora, eppure era oggi che dovevo scrivere. Un po' perché é semplicemente giusto così. Ed un po' perché alla fine non importa. Anche se alla fine a furia di dire che non é importante prima o poi qualcosa in realtà si romperà. Così, ho preso l'aereo stamattina e sono già qui, un po' per coincidenza un po' perché questa coincidenza l'ho tirata in ballo come scusa per non voler pensare troppo a capodanno. Che già di per sé é sempre stato una di quelle cose cui dover pensare senza che ci sia poi un motivo. Scrivo così, in fretta, prima di uscire. Inforcherò la bicicletta sotto la pioggerellina che ho trovato fin da stamattina e raggiungerò qualche amico. Scriverò cosa, poi, che le parole non escono e restano sospese, lì come tante lacrime che sono rimaste invisibili e ferite scoperte. Che non ho mai raccontato a nessuno, per amore e protezione, quasi a continuare a farmi male da solo,ed ogni pietra me la sono caricata come un macigno, ed ogni tanto pure mi viene da chiedere scusa ai miei genitori senza che ne sappiano il motivo, per cose che mi sono state sbattute nero su bianco. Che non é importante, e poi alla fine ad un certo punto non avrebbe nemmeno più senso per chi ascolterebbe. E allora chiuderò tutto in un segreto, alla fine di questo post, che pure queste pagine alla fine non diventino ridicole e senza troppo senso, col tempo che passa ed il male che resta. Così, pensavo, e allora capivo, perché "perfino il tuo dolore potrà apparire poi meraviglioso", almeno se stai male sei consapevole di quanto hai amato, hai desiderato dare, di quanto qualcosa fosse importante per te. Almeno sai quello. E questo segreto lo getterò negli angoli più recessi del cuore, segreti agli altri, si intende, dove stanno le ferite più profonde e nascoste. Agli altri, si intende, così che almeno rimangano con il loro senso. E sarà un po' come dipingere una maschera, che tante se ne indossano ogni volta. Alla fine, farò i conti con quello che mi é stato sbattuto in faccia, si fa per dire, che é davvero così e che l'amore é sempre stato in una direzione. Sempre, invisibile al cuore, niente, proprio così. Dovrò pure iniziare a crederci, come se fossi stato tanto stupido all'idea di poter essere amato. Così mi ha fatto pure sentire. Nell'umiliazione di chiedere ad una persona di amarti, di amare il tuo cuore. Queste parole, senza senso, che devo uscire... Se ne é andata, un giorno che ero al lavoro, come fa un ladro che prende quello che può e si ricorda di prendere e sparisce. Non un giorno così, perché volevo festeggiare un traguardo. Con la rapidità con cui si cambiano un paio di calze, peraltro. Solo mail e cattiverie, tante da riempirci schermate intere. Per cosa poi, per i miei regali, un acquerello, una riproduzione in calligrafia, un biglietto nascosto di volta in volta tra le pieghe del cappotto, tutto fatto a mano. Cose materiali, ecco tutto, come un vetrino di Murano ed una rosa di carta di musica. Col piccolo principe che é una cavolata pure lui e non parlare della donna cannone, che la mia famiglia é un circo e non ne vale la pena stare a vedere. E' soltanto l'inizio... e figurarsi cosa potevano meritare i familiari, i miei genitori che il ragazzo di mia sorella li adora e vuole bene pure a me e che l'hanno accolta con tutto il tatto e l'attenzione possibile, come fosse una figlia. Per non scendere nei dettagli di un Paese, il mio che con tutti i problemi attuali rimane mio e parte di me, delle mie radici e di quello che sono. Di quello che sono i miei amici, i miei genitori, le persone a cui voglio bene, e non certo che sessanta milioni di persone sono tutte uguali a quelle caricature che dipingono di noi all'estero. Se n'é andata ed io che attendevo sulle scale, il giorno del dottorato, che alla fine era una cosa su cui ho lavorato tanto, che poi é ciò che mi ha condotto qui, proprio qui, che me l'immaginavo ogni volta che assistevo a quelle di amici e colleghi. Neanche una parola, ecco tutto. Niente, come quello che ho trovato scritto. Niente come i sogni e le scelte fatte con solo un sentimento nel cuore. Nemmeno quello riconosciuto, anzi pure accusato. Le sedie vuote rimangono, come le ferite, specie se nessuno viene a reclamarle. E' un post da non leggere questo, scritto così male e così sbagliato. Male, come quello che vedono le persone che mi vogliono bene, che sempre ci sono e col loro esempio tante volte mi hanno insegnato a fare in modo che si sia davvero in grado di guardare a testa alta. Nella semplicità e nell'umiltà. Bene che c'é in tante altre cose, "in questo mondo intorno a te, meraviglioso". Con una maschera ed una ferita in più certo, ed una lacrima dipinta sull'anima. E allora guarderò ancora una volta, prima di uscire, tutti i miei ricordi, io che li appendo ad ogni cosa, ad ogni pensiero, ad ogni immagine fissa negli occhi, in questo mio essere fatto così male. Guarderò le foto di Roma, un anno fa esattamente, tra le vie attorno al Pantheon, le luci di Piazza Navona ed i Fori Imperiali, che ancora una volta speravo e sognavo tante cose, e che tante altre si aggiustassero con la forza e l'evidenza del cuore. Come per le vie di Verona, poi, che come tutto il resto volevo far scoprire e condividere. Magari guarderò pure quegli stupidi orecchini, che son sempre lì e guarderò tanto altro che resta invisibile. Perché in realtà parlo di immagini e luoghi, ma quello che intendo é il valore del cuore che vi sta dietro. E qui, proprio come ho fatto sei mesi fa, copio quelle parole di Coelho, che nemmeno so come le abbia trovate, un giorno così... "Ci sono momenti in cui vorremmo aiutare chi amiamo, tuttavia non possiamo fare nulla. Allora, non ci resta che l'amore. Nei momenti in cui tutto risulta inutile, possiamo ancora amare, senza aspettarci ricompense, cambiamenti, ringraziamenti. Si, l'amore trasforma e guarisce. Ma, a volte, architetta trappole mortali e finisce per annientare chi ha deciso di concedersi totalmente. È un sentimento davvero complesso, anche se può rappresentare l'unica ragione per continuare a vivere, a lottare, a cercare di migliorarsi. Sarebbe irresponsabile cercare di definirlo perché, come tutto ciò che alberga negli esseri umani, si riesce solo a provarlo." E pazienza, se nessuno le leggerà, le lascio riscritte per me, almeno per dirmi che so di aver dato tutto ed offerto e condiviso fin le cose più preziose e belle che potessi offrire. E sì ormai, che é ora di uscire, penserò anche a questo, più tardi, a chi non penserà proprio per niente ed anzi starà festeggiando. Che alla fine va cosi ed é normale così. Io raccoglierò la mia lacrima, dipinta sull'anima ed invisibile al cuore. Niente, come mi é stato detto. Che tanto, non é importante.
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Post n°308 pubblicato il 29 Dicembre 2011 da enodas
C'è un angolo, in Verona, dietro Sant'Anastasia ed il Conservatorio, il parapetto si apre sull'Adige, Ponte Pietra alla sinistra ed il Teatro Romano di fronte, sull'altra riva, che si arrampica alla base delle Torricelle. E' un po' uno di quei luoghi dell'anima, di quelli che poi uno si porta dietro sempre, un po' più speciale, forse, ancora, perchè ha sempre fatto parte della mia vita. E' un luogo sul quale mi fermavo sempre, con la bicicletta, quelle volte che passavo dal conservatorio, o semplicemente mi spingevo da quella parte della città. E' quel luogo che ho sempre desiderato condividere, un po' come quella scatola di legno decorata nella quale si depositano fogli e fogli di lettere invisibili, un po' il mio oceano mare. La luce è splendida in questi giorni, ed io ho portato la macchina fotografica apposta. La luce è splendida, e, oltrepassato il ponte romano una scalinata sulle pendici delle Torricelle e sale su fino a Re Teodorico. Porte serrate, cancelli un ferro battuto e balconi traboccanti di fiori fanno da ala a gradini allungati e passaggi stratti disegnati da case color pastello. Ed il sole già basso nel primo pomeriggio riscalda, sì, magari un pochino, e taglia di netto le linee sui muri e le ombre delle balconate, mantre la luce è palpabile, nell'aria rarefatta e fredda che sembra fin quasi brillare sopra la città. Una scalinata che è un po' un altro luogo dell'anima, tra angoli netti ed improvvisi, cambi di colori, e chi si arrampica fin quassù, tenendo una mano nella mano o stretta sul cuore. Un po' come le merlature del ponte di Castelvecchio, un profilo a ponte d'asino ed il silenzio interrotto dal fiume, la sera tardi di Natale, che qualcuno è in giro a digerire la giornata ed i profili si materializzano sul selciato dorato dalle lampade puntate verso il castello. Un po' pure come Piazza Dante, il punto della città che amo di più, con il Poeta pensoso al centro di borgate medievali, corti nascoste e le Arche poco più in là, anch'esse quasi nascoste. Mi fa impressione portarci un amico, capitato all'improvviso da un'altra città, lui una mano nella mano e sentirsi dire in un'altra lingua che questo sarebbe un bel posto dove stare e perchè un lavoro non se lo cerca qui, fa malinconia percorrere questi sentieri sempre un po' così, e pensare ogni tanto come vorresti che fosse, camminare e mostrare, quanto avresti sognato, cercato di fare e desiderato vivere, per prendere il tuo mondo, ogni tanto, chiuderlo in una sfera di cristallo come fosse una gemma preziosa e così consegnarlo al cuore. La stessa luce, in questi giorni, che a volte guardi un po' il calendario per esser sicuro di non aver perso qualcosa. Invernale, certo, ma la giornata è bella ed i colori non potrebbero essere più caldi ed intensi. E si materializza su un piano lontano, indefinito, della laguna, con gli attracchi di legno impiantati sul fondo che emergono malinconici ed un po' sinistri, prima di essere inghiottiti nell'azzurro fumoso dell'acqua. Venezia è così... come tutti questi ricordi che si avvinghiano come radici nell'anima ed emergono quando alzo lo sguardo. Come se ne cercassi un altro di sguardo, in questo pulviscolo infinito, in cui attracchi solitari si disperdono, qua e là. Uno fa di tutto per perderesi, per le calli di Venezia, e ci si riesce benissimo, ma poi arriva sempre ad una svolta, un passaggio, un angolo che conosce, che è già percorso, che appare familiare. Come il gondoliere che si appoggia a questi pali contorti, e sembra conoscerli ad occhi chiusi. Così, chiudi gli occhi e credi di vedere, sentire, sfiorare, sotto gli occhi fissi delle maschere sospese nell'aria, ed i riflessi brillanti dei vetri soffiati. Chissà cosa osservano, e chissà cosa vedi, cosa sia ogni ricordo che può avere una scenografia tanto bella e tanto vicina, che in qualche modo è passata tante volte, con ogni luce ed ogni stagione, dove vada a finire se mai sia stato reale. Come le ombre che uno immagina la sera, attraversare un ponte, girare un angolo e smaterializzarsi oltre un passaggio che solo all'apparenza sembra un vicolo cieco. Quando il cielo rosato sul bacino di San Marco è già un altro ricordo, le gondole sussurrano tra gli ormeggi e sussurro sembra ciò che rimane delle anime attorno a Palazzo Ducale. Magari un sospiro, come maschere sinuose che come ricordi si muovono tra una calle e l'altra. |
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Post n°307 pubblicato il 21 Dicembre 2011 da enodas
Ho spento il computer, lo schermo e staccato gli auricolari. Li ho con me, nella tasca interna del cappotto. La scrivania è vuota, fogli di appunti nello zaino, mescolati e sgualciti, assieme a due penne ed un paio di copie della tesi di dottorato, con le sue proposizioni, le sue speranze e le sue dediche. La scrivania è vuota, e le luci, in ufficio, le ho spente io, perchè ho aspettato di essere l'ultimo ad andare. Per salutare un luogo, dopo le persone, che ogni partenza è una malinconica tristezza. Si può essere fatti peggio di così... Spazio aperto, e vuoto silenzioso, come quando arrivato da poco più di un mese ci si era spostati un po' artigianalmente tutti insieme, ad inizio aprile. Quando ancora le finestre a parete erano scoperte. Ad inizio aprile... La scrivania è vuota, restano solo i ricordi. Intrecciati, sovrapposti, nemmeno sono solo ricordi. E quelli sono invisibili agli occhi, specie se li si tiene segreti da qualche parte nel cuore. E puoi pensare di spostarli quanto vuoi, tanto restano lì e pure nella scomoda posizione di fare male. La scrivania è vuota, un po' come i sogni, a volte, c'è solo il coltello che avevo preso per tagliare la torta, il mio compleanno , e mi sono dimenticato sempre di riportarlo, oggi compreso. La torta allora la portai a casa e la tagliai in silenzio. C'è il bicchiere vuoto nel quale trovavo ogni tanto la mattina due fiori colti lungo la strada. Lo schermo è spento, e chissà quante volte ho pianto dietro quello schermo, di lacrime più o meno visibili, prima di ricompormi e coprirmi ogni volta con una maschera. Si può essere fatti peggio di così... |
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Post n°306 pubblicato il 17 Dicembre 2011 da enodas
Lascio scivolare il coperchio, accarezzo i tasti. Li sfioro con le dita. Poggio una mano sullo spartito, come facessi sul petto ad ascoltare il battito del cuore. Che cosa sciocca, lo so... ma alla fine ne ho talmente tante, di queste illusioni... Osservo la prima pagina, come spesso ho fatto, e la linea trascritta secondo bella calligrafia; L'Aurora, la frase di Beethoven, il pensiero al tempio di Apollo di Delfi. Tantissimo tempo, una musica costante. Osservo altre pagine, altri spartiti, segni muti che non riescono a trovare una via. Non so piu' suonare... non sono capace, mi siedo pochi minuti e sono stanco, mi passa la voglia, e allora e' inutile continuare, ogni battuta diventa un macigno. I tasti rimangono immobili, sfiorati soltanto. E le dita non si muovono, anzi perdono agilita'. Da tanto tempo. Incapaci. Di far liberare note dagli angoli piu' profondi, di rafforzarsi, di sanare ferite, di farsi sentire, che ascoltare neanche da illudersi, quella musica che ci portiamo dentro. E cosi' e' per le corde del violino, immobili nell'aria immobile. Semplicemente. Nella custodia che si apre e si chiude, negli occhi che si specchiano sulle striature rossastre, quelle che mi hanno colpito fin dal primo momento, quasi fossero tracciate col fuoco ed il sangue. Come in un film. Come quando ho suonato, incerto, proprio allora, e pensavo che per una volta potevo suonare cosi', due arcate tirate e stonate, ma leggere, tanto che lo avevo proprio notato, dentro di me. E' una di quelle cose lasciate per strada, seguendo una spirale assurda avvolta su se stessa, la musica, che tante cose era dell'anima, tante volte a fianco dell'anima. Aggrappata ad un filo flebile ed invisibile. Ma ancora non so piu' suonare. |
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