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l’ipocrisia, l’opportunismo, chi indossa una maschera solo per piacere a qualcuno, l’arroganza, chi pretende di dirmi cosa devo fare, chi giudica, chi ha sempre un problema più grosso del mio, sentirmi tradito, le offese gratuite, i luoghi affollati, essere al centro dell’attenzione, chi non ascolta, chi parla tanto ma poi…, l’invidia, il passato di verdura





 
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Post n°640 pubblicato il 18 Agosto 2016 da enodas

 

 

 

“La vita si ascolta così come le onde del mare... Le onde montano... crescono... cambiano le cose... Poi, tutto torna come prima... ma non è più la stessa cosa..."

 

Comincerò dalla fine. Come se esistesse un punto, all'infinito, in realtà di questa immagine che mi colma gli occhi ed inonda la mente. Come se davvero potessi raggiungere quella linea che pare sempre un po' più in là. Comincerò dalla fine, forse, perché alla fine il sole é uscito, nascosto magari, oltre una bufera di vento, pioggerellina sottile, ogni tanto, ed onde di sabbia che colmano quel vuoto che mi separano dal mare. Come se fosse vuoto, veramente, questo paesaggio incredibile, inspiegabile, inenarrabile, che si delinea nell'anima, prima ancora di raggiungere i sensi, gli occhi che cercano un punto all'orizzonte, l'olfatto che assapora l'aria di mare, la pelle sferzata dal vento e le orecchie che si tendono ad ascoltare un suono lontano, lontanissimo, di onde. Perché il mare c'é, laggiù, presenza oscura, ma presente, che mi attira come canto di sirena, anche quando é un canto sommerso dal sibilo del vento, canto del'anima, prorompe quando ormai sono giunto a riva, centinaia di metri di spiaggia bianca e deserta alle spalle, e le scarpe sono ormai coperte di sabbia, e le orme dietro di me già sono scomparse. Camminando in questo luogo sospeso, in questo luogo di tutto e di niente, cercando qualcosa, una meta che é quel suono dell'acqua che ogni volta sa ammansire l'anima. Ecco, dunque, perché inizierò da qui, perché, come un cerchio che si chiude, questo luogo dell'anima é un punto invisibile e immensità che mi sommerge.

 

 

"...Ed è qualcosa da cui non puoi scappare. Il mare.
Il mare incanta, il mare uccide, commuove, spaventa, fa anche ridere, alle volte, sparisce, ogni tanto, si traveste da lago, oppure costruisce tempeste, divora navi, regala richezze, non dà risposte, é saggio, é dolce, é potente, é imprevedibile.
Ma soprattutto: il mare chiama.
Non fa altro, in fondo, che questo:chiama
Non smette mai, ti entra dentro, ce l'hai addosso, è te che vuole.
Puoi anche far finta di niente, ma non serve.
Continuerà a chiamarti.
Questo mare che vedi e tutti gli altri che non vedrai, ma che ci saranno, sempre, in agguato, pazienti, un passo oltre la tua vita.
Instancabilmente, li sentirai chiamare.
Senza spiegare nulla, senza dirti dove, ci sarà sempre un mare, che ti chiamerà..."

 

 

 
 
 

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Post n°639 pubblicato il 15 Agosto 2016 da enodas

 

 

 
 
 

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Post n°638 pubblicato il 10 Agosto 2016 da enodas

 

 

 

Sono a corto di parole nel cercare di descrivere la bellezza e la sensazione del paesaggio che ho accarezzato in questi giorni. In una toccata e fuga, sono sceso giù, in un cuore di Francia, dove le colline si dipanavano, una dopo l'altra, come onde leggere che si aprivano al passo. Ho sentito la dolcezza, di questo paesaggio, la sua luce, la sua aria, muovendomi lento, paese dopo paese, lungo una strada tortuosa. La dolcezza dell'uva, ancora acerba tra i filari di vite, un'unico, infinito tappeto verde, striato a tracciare ricami geometrici sul terreno ondulato, intervllato da cippi che richiamano etichette celebri, raccolta con cura maniacale, pestata, imbottigliata, nascosta nelle cave scavate nel terreno, e protetta da un forte senso della tradizione e dal prestigio di un nome. Un nome cui ogni cosa, tra queste colline, é intimamente connesso, come i tralci di una vite aggrappati ai propri sostegni, edifici, case, oggetti e mezzi. Ho pensato che questo tempo fosse non abbastanza, tanto che avrei voluto fermarlo, fermare me, tra le viuzze deserte della domenica, un senso diverso della vita ed un sapore diverso dell'aria.

 

"...E perché meno ammiri la parola,
guarda il calor del sole che si fa vino,
giunto a l’omor che de la vite cola..."

 

 

E' sempre sorprendente osservare quanti segni della storia si raccolgano muovendosi tra le regioni francesi. Non potrebbe essere diverso tra le mura di quella cattedrale che ha visto l'incoronazione di quasi tutti i re di Francia, é rimasta semidistrutta nell'ultima guerra, prima di risorgere nelle sue sembianze originali. Non potrebbe essere diversamente, a pochi chilometri dalla linea di trincea della Grande Guerra e sul terreno dell'avanzata alleata in quella più recente. Capita così che tra queti villaggi ed i continui declivi non mancino mi monumenti commemorativi, se non veri e propri cimiteri militari, le pietre candide allineate, il silenzio attorno. Di arcata in arcata, lungo il perimetro della cattedrale, scorrono i secoli, in una narrazione continua e solo leggendo si ha per un attimo la sensazone di questo lungo percorso, come se ogni mattone, ogni pietra, fosse parte di uno di questi eventi e fosse stato lasciato lì, aggiunto come testimone, dai re carolingi fino alle guerre mondiali, passando da Giovanna d'Arco ed il Re Sole. Sole, certo, tra l'azzurro riflesso di Chagall ed i colori da miniatura delle vetrate più antiche. Si tinge di colore, anche nella notte d'estate, una facciata coperta che prende vita e, come un colpo di pennello, sembra imprimersi su una tela impressionista.

 

 

Ho sfiorato l'erba, ho allungato la mano verso i tralci. Nella sofferenza della vite, nella necessità di un sostegno che l'uomo le provvede quasi come ricompensa in cambio dei suoi frutti, nel suo arrampicarsi attraversi nodi tracciati nel legno, trova espressione l'amore per la terra. Immagine. Forza, adattamento, trasformazione.
Labirinti striati a perdita d'occhio e silenzio interrotto, da un alito di vento, un rumore dalla strada lontano, il suono di un insetto. Queste onde lasciano lo stesso effetto del mare.

 

 

 
 
 

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Post n°637 pubblicato il 31 Luglio 2016 da enodas

 

 

"...Sabbia a perdita d'occhio, tra le ultime colline e il mare - il mare - nell'aria fredda di un pomeriggio quasi passato, e benedetto dal vento che sempre soffia da nord.
La spiaggia. E il mare.
Potrebbe essere la perfezione immagine per occhi divini mondo che accade e basta, il muto esistere di acqua e terra, opera finita ed esatta, verità - verità - ma ancora una volta è il salvifico granello dell'uomo che inceppa il meccanismo di quel paradiso, un'inezia che basta da sola a sospendere tutto il grande apparato di inesorabile verità, una cosa da nulla, ma piantata nella sabbia, impercettibile strappo nella superficie di quella santa icona, minuscola eccezione posatasi sulla perfezione della spiaggia sterminata. A vederlo da lontano non sarebbe che un punto nero: nel nulla, il niente di un uomo e di un cavalletto da pittore.
Il cavalletto è ancorato con corde sottili a quattro sassi posati nella sabbia. Oscilla impercettibilmente al vento che sempre soffia da nord. L'uomo porta alti stivali e una grande giacca da pescatore. Sta in piedi, di fronte al mare, rigirando tra le dita un pennello sottile. Sul cavalletto, una tela..."

 

 

Affonda, il passo. Si perde, lo sguardo. In questo paesaggio che sembra dipinto direttamente dall'anima. Se c'é una cosa soltanto che dovessi scegliere di fare, quassù, é questa. Una camminata, sospesa nell'infinito, scendendo direttamente nel mare e dal mare approdare quasi naufrago nel nulla e nel tutto che é una linea d'orizzonte, camminare dove c'é il mare, e la sabbia a tratti affonda, a tratti é coperta di piccoli sassi incrostati, conchiglie e gusci di cozze. Un deserto, sospeso, dove il cielo é terra, riflesso, ed il mare come lo intendiamo semplicemente scompare. Un deserto dove il profile di un'isola fortunata é un miraggio che sembra a portata di mano eppure continua a sfuggire. Sempre lontano, e chi mai mi domando, in realtà, avrebbe tutta questa fretta di arrivare, se non fosse fore per la marea, questa forza quasi ancestrale che si fatica a quantificare, se questa é la ricompensa, ogni passo che sembra un balzo nella mente, spazio assoluto, amplificato negli occhi socchiusi, magari in una goccia di sudore che evapora nell'aria intrisa del sapore del mare. Così, ancora una volta, penso a quell'Oceano Mare, che non esiste, forse, ma almeno per un attimo ho l'illusione di poter sfiorare.

 

 

Quale voce viene sul suono delle onde
che non è la voce del mare?
E’ la voce di qualcuno che ci parla,
ma che, se ascoltiamo, tace,
proprio per esserci messi ad ascoltare.

E solo se, mezzo addormentati,
udiamo senza sapere che udiamo,
essa ci parla della speranza
verso la quale, come un bambino
che dorme, dormendo sorridiamo.

Sono isole fortunate,
sono terre che non hanno luogo,
dove il Re vive aspettando.
Ma, se vi andiamo destando,
tace la voce, e solo c’è il mare.

(Fernando Pessoa)

 
 
 

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Post n°636 pubblicato il 25 Luglio 2016 da enodas

 

 

 

Sono tornato quest'oggi con la voglia di scrivere. Scrivere di questo luogo, un ritorno, dopo anni, e di un nome di città che nel mio immaginario di bambino si sposava a guglie gotiche e vetrate colorate. Sono tornato con l'idea di raccontare il fascino di questa città, elegante, bella ed antica, segnata dalla storia, angoli tanto grigi da far rabbrividire e fari di luce brillanti come speranza. Speranza come quella energia che sprigiona dalla Giornata della Gioventù ormai alle porte, una coincidenza, essere qui, senza volerlo e scoprirlo prima di partire a dispetto di problemi logistici che ne conseguono; quella forza positiva che arriva, osservando e sentendo, non importa dove sia perso il tuo cuore, in tema di fede. E su questo sfondo, ho ritracciato immagini, scatti di fotografie, testimonianze della storia ed in parallelo ricordi personali. Il castello, le  vie principali della città vecchia, lo sbuffo di un drago e soprattutto una piazza stupenda, una delle più belle che abbia mai visto, a mio parere. E lontano, dirimpettaia, suonava musica klezmer, o quel che ne rimane, almeno, di un solco cancellato con forza brutale. Più vicino, invece, venditori di giada scintillante ed anziani con mazzi di fiori freschi mantengono in vita una tradizione come molte altre. Vorrei assorbirla, sovrapponendo quello che era la prima volta, anni fa, e quello che é ora, di nuovo, un'altra sera d'estate. Tutto quanto, fuso in un'immagine continua. Tra luci, mille movimenti, musica ed una brezza leggera quanto basta per poter respirare. Tanto bella, da non volermene più staccare.

 

 

Da Katowice a Cracovia, andata e ritorno. Quasi avevo dimenticato quell'impressione che mi avevano lasciato le strade polacche. In costruzione, in crescita, ancora, potenzialmente, lente, quelle  "che arrivano ovunque ma in tempi lunghissimi". Quella crescita visibile, di un Paese che ha cambiato volto, rapidamente. Ma che al tempo stesso racconta anche un'altra anima, forse sempre un po' più lontana, ma presente. Questa é la lentezza di una strada, come il volto ed i gesti di un'anziana.
Ho sceso villaggi, lungo la strada, alla ricerca di cavalieri e dei loro castelli. Era questa la mia idea di percorrere questo breve tratto di viaggio lungo una terra al centro d'Europa. Sperduti tra foreste o magari sovrastanti la pianura polacca, o forse ancora sorvegliati da profili rocciosi che hanno il profilo non troppo nascosto di un drago. Forse anche allora, la strada rallenta. Non erano draghi ma piccozze di raccoglitori di sale, invece, i rumori nel ventre della montagna. Sempre più profonda, una discesa nel labirinto. Anche questo, in realtà, é un ritorno che marca quanto é cambiato. Ho respirato il verde degli alberi e seguito il corso di un fiume. Quando già era tardi e quasi sembrava un luogo sospeso nel nulla; e dovevo tornare, tanto lento sapevo essere il tragitto.

 

 

 
 
 

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Post n°635 pubblicato il 18 Luglio 2016 da enodas

 

 

Anche le fronde degli alberi restano immobili ad ascoltare. Sembra così. Non c'é un alito di vento. Ho sollevato lo sguardo, ormai era buio, ed ho composto questa immagine. Mi sono osservato intorno, appena arrivato, e durante il concerto. L'idea di un parco ampio, la luce radente sul profilo del castello sullo sfondo, il palco, mi hanno catapultato per un attimo in un luogo lontano, un angolo di Central Park così come l'ho salvato nlla mia immaginazione. E mi sono affacciato sui volti della gente, un'amalgama sorprendente quando si parla di musica, da giovani dall'aspetto semi-punkettaro a vestiti da concerto, giovani coppie, gruppi di amici, e persone più anziane. Tutto, raggruppato in un gesto che fosse un abbraccio, un bacio, lo stendersi sull'erba o sostenere un bicchiere di vino. in tante persone, o forse in una persona allo stesso tempo. Questo, mi ha colpito, sotto il segno unico di una musica che un pianista una manciata di anni fa poco conosciuto ha saputo raggiungere ora. Con qel linguaggio unico delle sue note che riescono in qualche modo a dialogare in profondità. Semplici ed affascinanti, dialogano con l'anima.

 

 

Qualunque sia il programma, termina sempre oon "Le Onde". Sicuramente non cauale, mi piace pensare che sia un richiamo alle origini ed al primo pezzo conosciuto, a chiunque ascolti e magari un po' anche a se stesso. Mi piace pensare così, e con la mente tornare ad una sera d'estate lontana.
"Elements", il nuovo album, che guida questo nuovo tour da biglietti esauriti, onestamente, mi é piaciuto meno di altri. Si può chiamare sperimentazione, o allargamento del pianoforte ad altri suoni, ad altri mezzi, ma a volte le deviazioni degli ultimi lavori di Einaudi mi fanno sentire il rimpianto del pianoforte di quelle Onde. Anche per questo mi piace pensare che la conclusione di ogni concerto sia un'idea ribadita. Sui tasti soli, bianchi e neri, da dove tutto é iniziato.

 

[...]

 

"I saw new frontiers – on the edge between what I knew and what I didn’t know – that I had long wanted to explore: creation myths, the periodic table, Euclid's geometry, Kandinsky’s writings, the matter of sound, and of colour, the stems of wild grass in a meadow, the shapes of the landscape. For months I wandered in a seemingly chaotic mix of images, thoughts and feelings. Then, gradually, everything came together in a dance, as if all the elements were parts of the same world, and myself within it."

(Ludovico Einaudi)

 

[...]

 

 

 

Il resto é una lunga strada che si inoltra nella foresta: attraversa il cuore della Germania e scorre veloce, sfiora un castello impiantato con il suo piccolo villaggio su uno sperone, squadrato dal profilo di un cavaliere errante, oppure un paesino nascosto, fatto di saliscendi e case a graticci, oppure infine tra le luci ed i bagni naturali di una città posta al termine della Valle del Reno, là dove "i fiumi scorrono più silenziosi" e le sere d'estate si trasformano in una piccola promenade.

 

 

 
 
 

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Post n°634 pubblicato il 14 Luglio 2016 da enodas

 

 

Sarà anche vero che nel loro modo di esaltare ed ingigantire sempre tutto, non mi sorprende che gli Olandesi chiamino questo posto il "Sahara del Brabante", ma tre poche dune ed un parco nazionale si nasconde un frammento di deserto.
Trenta chilometri di dune mobili, escursioni termiche tra i 40 gradi nei giorni d'estate a temperature prossime allo zero la notte. Un luogo che un tempo era coperto di ontani, olmi e querce, quando il fiume Maas, quello che arriva fino a Rotterdam, era quasi ancora un torrente sulle cui sponde sorgevano piccoli villaggi. La deforestazione ed il clima proveniente dal Mare del Nord hanno spostato sabbia, modellando un paesaggio che a poco a poco venne ricoperto di vegetazione, circondato da paludi, la cui acqua in eccesso lentamente sprofondava nel terreno. Quella sabbia che gli antenati olandesi usarono per proteggere la terra dall'acqua, in un terreno ch veniva drenato per aumentare i raccolti. Foreste mutarono rapidamente in brughiere, un paesaggio sempre più arido fino a quando la sabbia tornò in superficie e l'azione del vento prese il sopravvento, muovendo banchi di sabbia con sempre maggior facilità.
Questa é la storia di un luogo curioso, immerso in un verde tanto comune nel paesaggio olandese, questo é un pezzettino di deserto, racchiuso da foreste, quasi trasportato fuori luogo. In apparenza soltanto, in realtà. Alla fine, bastano pochi granelli di sabbie e qualche passo per sfiorare l'immaginazione.

 

 

 
 
 

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Post n°633 pubblicato il 05 Luglio 2016 da enodas

 

 

Qualche granellino di sabbia scorre, quasi impercettibile. Del resto, é inevitabile, anche quando non c'é vento. E le pale eoliche si muovono lentamente. E' un'immagine lontana ed impressa, questa della sabbia che scorre sopra se stessa, spinta da un vento a tratti irresistibile. La osservo, sbiadita, sotto un giorno di sole, puntando gli occhi verso l'oceano, ed il suo colore verdastro. Ho pensato, ogni tanto che sarei dovuto venire più spesso qui, su queste spiagge, limbi di sabbia adamantina che si monta in dune e colline di cespugli. Paesaggio nordico, é un mare che una volta non conoscevo. Ho pensato che sarei dovuto venire molte più volte, quando abitavo più vicino, magari sciogliendo un po' di pigrizia e quel senso di routine delle cose a portata di mano. Perché le onde che si spengono sulla spiaggia, il rumore dell'acqua, per me hanno sempre avuto questo potere calmante, messaggio nascosto tra le linee di un'onda. Ed in qualche modo, vorrei che quelle immagini sbiadite si riferissero ad altro, mi parlassero di momenti differenti, pensieri diversi. Qualche granellino, del resto, anche quando sembra quasi sia bonaccia, é sempre in movimento.

 

 

Dalle linee di sabbia alle linee di roccia, a fatica gettata nel mare: tutto questo non esisteva. Ed ora, come guardiani, quasi nel mare, si ergono i piloni delle pale eoliche. Anche questo é un luogo particolare. Per me, che qui ci sono passato in varie occasioni, per vedere proprio questo, quasi un'assenza di niente, indefinita e senza voce, e perché poi alle mie spalle passa una strada tracciata dal nulla, estratta dall'acqua, e più in là una schiera di barriere che proteggono una buona parte dei Paesi Bassi. Silenzioese, le pale, si muovono con pigrizia quasi esasperante. Anche se qui, quasi in mezzo all'oceano, c'é sempre un alito che sussurra e ti porta lontano, sia esso un fischio od un rombo assordante, tra spazi e tempi diversi, a seconda di come scendo dalla macchina, e mi arrampico sul molo di pietre e cemento a guardare un profilo, osservare un ponte ormeggiato allo stesso identico modo, e linee quasi astratte e segretamente familiari.

 

 

 
 
 

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Post n°632 pubblicato il 25 Giugno 2016 da enodas

 

 

Sono giorni che contavo alla rovescia, seguendo il calendario. Aprendo e riaprendo una foto. Oggi é arrivato, anche se non proprio come avevo desiderato, e più di un'ombra é passata avvolgendomi. Ma questa é un'altra storia. A volte, si tengono desideri a termpo continuato. E magari, si osservano linee amate da anni. Ho pensato in questi giorni a tanti anni fa, quando ero bambino, un'altra storia. Ed oggi... beh, semplicemente, e letteralmente, non vorrei fermarmi per niente, solo lasciar scorrere la strada...

 

 

 
 
 

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Post n°631 pubblicato il 18 Giugno 2016 da enodas

 

 

Come un'immagine che che si materializza davanti agli occhi, sconosciuta e familare, dopo averla scorta su fogli e locandine sparse qua e là: ha spalancato le braccia metre ancora le corde vibraano, come a lasciar esplodere un'ultima eco, come se quella cascata di note non fossero state finora capaci di tenere la stessa velocità delle dita che le avevano generate. Fotogramma di un film passato come un lampo.
Ho sempre provato un'invidia ammirante - non so nemmeno se questa parola esista - per chi ha saputo raggiungere un tale livello in qualsiasi campo, certo, ma nella musica in particolare. Semplicemente, per un recondito desiderio di poter lontanamente avvicinarmi a tanto. Quel dominio totale delle corde, o dei tasti binco e neri, in questo caso, che permetta all'anima di cantare, letteralmente, ogni canzone sentita, esprimersi, in un  mondo cifrato e chiaro allo stsso tempo. A volte, il sudore della fatica, della dedizione, é invisibile e sconosciuto. E nell'aria svanisce rapidamente come un fotogramma, quest'esplosione di note e questo racconto quasi trascendentale. Del resto, così li chiamava, i suoi studi, un compositore dalla lettura impossibile.

 

 

 
 
 
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