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la musica, suonare il pianoforte, suonare il mio violino, la luce del tramonto, ascoltare il mare in una spiaggia deserta, guardare il cielo stellato, l’arte, i frattali, viaggiare, conoscere e scoprire cose nuove, perdermi nei musei, andare al cinema, camminare, correre, nuotare, le immagini riflesse sull’acqua, fare fotografie, il profumo della pioggia, l’inverno, le persone semplici, il pane fresco ancora caldo, i fuochi d’artificio, la pizza il gelato e la cioccolata


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l’ipocrisia, l’opportunismo, chi indossa una maschera solo per piacere a qualcuno, l’arroganza, chi pretende di dirmi cosa devo fare, chi giudica, chi ha sempre un problema più grosso del mio, sentirmi tradito, le offese gratuite, i luoghi affollati, essere al centro dell’attenzione, chi non ascolta, chi parla tanto ma poi…, l’invidia, il passato di verdura





 
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Post n°535 pubblicato il 23 Marzo 2015 da enodas

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Post n°534 pubblicato il 20 Marzo 2015 da enodas

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Post n°533 pubblicato il 17 Marzo 2015 da enodas

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Post n°532 pubblicato il 12 Marzo 2015 da enodas

 

 

C'é questo vento gelido che spira tra i pilastri, sotto le arcate, a tratti fischiando. Eppure, la luce é accecante, là in fondo, quando l'arena brilla del sole e si solleva al vento. Doveva essere intrisa di sangue e colma di urla, allora, un unica onda di paura, forse, terrore, chi lo sa, o una scarica di adrenalina pazzesca, mentre botole si aprivano, ascensori venivano azionati, e portoni si spalancavano. Mi rendo conto che quello che vedo é un'immagine imparata, filtrata da secoli di storia. Mi rendo conto che non é possibile veramente capire, immaginare, quello che era il valore dell'arena, del sangue che scendeva così come della vita che pulsava. No, quello che posso percepire é il silenzio maestoso nel presente, quello di una pietra spezzata e di un rumore continuo dei turisti che vi passano sopra, come sopra una spessa coltre del tempo che copre ogni cosa prima che io vi possa camminare sopra.

 

 

Quelle ombre che un musicista scrisse tra le note: osservo i pini, quelli di Roma, quelli mediterranei, ondeggiano dietro a folate di vento gelido, come non avrei aspettato, ora un po' di più quando é buio e ciò che resta sono sagome che scompaiono e luci brillanti in lontananza. E le rovine dei fori restano come illuminate soltanto dalla luna, in silenzio, su un colle buio che dall'alto domina la vista, disegni geometrici e perfetti ai miei piedi, un profilo dietro l'altro in lontananza, dentro una quiete che pare immobile, nel tempo.

 

 

Credo che non mi abituerò mai a questa idea. L'immagine di una città fatta di vicoli, strade e palazzi assiepati nel tempo, nell'ordine di secoli. No, la mia mente rimane inevitabilmente ferma, nel tempo, molto più indietro. E' per questo che ogni volta non smetto di stupirmi: perché ogni passo mi fa ricordare la ricchezza della storia, strato su strato, segno dopo segno. E ne testimonia la bellezza.
In tutto questo, come una maglia invisibile, so che ci sono dei punti a cui non posso rinunciare, non tanto perché fanno comunque parte di un itinerario imperdibile, quanto piuttosto per i ricordi che affiorano come una giornata di sole, un riflesso, una sensazione sulla pelle. Si dissolvono nell'aria, come bolle di sapone che un gruppo di bambini cercano di raggiungere nell'aria, come la musica di un contrabbasso strimpellato come fosse jazz puro od il gusto del gelato che riempie un cono di cialda. E come frammenti d'acqua si spargono nell'aria e scendono nel profondo, laddove rimangono custoditi, indefinitamente.

 

 

Ho osservato la luce, questi giorni. Sembrava quasi scolpire la pietra, modellare edifici, la mattina. Calda e dorata, anche se il vento si alzava in folate tremende. Animava una piazza, o penetrava attraverso fessure per proiettarsi su un cornicione di una sfera perfetta. Ondeggiava incerta, nel buio di edifici sacri, come fiammella isolata, o tagliava di nettostrade strette tra edifici eleganti. A catturarmi sin qui é stata una musica. Come il canto di una sirena, sola e flebile di un violino di strada. Un passaggio segreto, questo mi appare, od un palco invisibile. Ho nella mente un'altra immagine, di un violinista, un'immagine lontana ed impressa con delicatezza.
Nascosto, ti ascolto, nelle pieghe dell'anima.

 



Ho riattraversato quel ponte tra due ali di angeli. A volte é strano come accavalliamo i ricordi, anto da ingannare noi stessi. Pensavo a come sia semplice, inaspettatamente, ascoltare il silenzio: bastano pochi passi, la sera che sale, e forse un piccolo balzo dell'anima. Ho percorso in lungo e in largo, eppure rimane così tanto di non visto.
Poche ore soltanto, e mi trovavo in una galleria. Stracolma di carte geografice ed affreschi. Per arrivare in San Pietro, direttamente dai Musei Vaticani, dovevo ripercorrere l'intero museo. E, nella fine della giornata, attraversavo stanze colme di arte, una dopo l'altra, come solo poco prima non avrei saputo immaginare. Sentendo il rumore dei miei passi sul pavimento, in quel silenzio particolare che é proprio nelle sale di un museo. Ho camminato veloce, pur rallentando quanto potevo, perché era come rivedere qualcosa di nuovo, qualcosa che mi travolgeva tanto stupefacente poteva apparirmi. Ogni passo, ogni sguardo, ogni dettaglio che cercavo di catturare, a fronte di tutti quelli che mi sfuggivano, come se li conoscessi e riconoscessi, eppure affioravano all'improvviso.
Semplicemente, volevo tornare qui.

 

 

 
 
 

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Post n°531 pubblicato il 03 Marzo 2015 da enodas

 

 

Ho riatteso che si spegnessero le luci, quelle di una sala grande come uno stadio, e si accendessero quelle di un palco, al centro. Ho atteso la musica, una melodia stramba e lontana che mi riportasse in un mondo irreale, popolato di caratteri impossibili, come impossibili appaiono la potenza e le capacità del corpo umano. Tornato, a quel circo, attraverso il mondo di un quadro di Magritte, una bambina annoiata, una selva di personaggi sconosciuti che si affacciano sul palco, incrociando questa strada fantastica.
E' sempre una magia ed un trattenere il respiro quando ad accendersi sono le luci del Cirque du Soleil. Del resto, sono spettacoli che mi piacciono, e non solo a me, vista la frequenza con cui le diverse compagnie del teatro canadese approdano in Olanda. Detto questo, rispetto ad altri spettacoli, questo ha lasciato qualche frase in sospeso. Non tanto sulla storia, del resto spesso piuttosto indefinita, ma con un'atmosfera altamente poetica, quanto piuttosto per il programma, un po' carente - rispetto ad altre performances - dell'elemento spettacolare, del numero impossibile, e di un ritmo sostenuto, troppo inframmezzato dagli interventi dei clown, spesso abbastanza esterni al filo logico della storia narrata.
Di tutti, il numero che più mi rimarrà impresso é sicuramente quello di due figure umane, praticamente nude, un Adamo ed Eva che si ponevano al centro di un oscuro universo, sospese nello spazio e nel tempo come fossero statue, sfidando ogni percezione della gravità, dell'attrito, dell'equilibrio. Due sculture viventi che si fondevano in un'armonia impossibile, immerse in un silenzio surreale sottolineato dalla lentezza dei movimenti e dalla profonda concentrazione degli artisti. Allora, anche il tuo respiro, lo senti, gonfiare il petto, risalire e, come fosse paura di spezzare un filo invisibile, smorzarsi in un alito sottile nell'aria.

 

 

[...]


"Young Zoé is bored; her parents, distant and apathetic, ignore her. Her life has lost all meaning. Seeking to fill the void of her existence, she slides into an imaginary world - the world of Quidam - where she meets characters who encourage her to free her soul.
Quidam: a nameless passer-by, a solitary figure lingering on a street corner, a person rushing past and swallowed by the crowd. It could be anyone, anybody. Someone coming or going at the heart of our anonymous society. A member of the crowd, one of the silent majority. The one who cries out, sings and dreams within us all. This is the "quidam" whom this show allows to speak. This is the place that beckons - a place for dreaming and genuine relations where all quidams, by proclaiming their individuality, can finally emerge from anonymity."

(from: Cirque du Soleil)

 

 
 
 

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Post n°530 pubblicato il 28 Febbraio 2015 da enodas

 


Sono sceso dal treno e mi sono trovato in un luogo che non conoscevo. Una stazione nuova. Dopo anni di lavoro, tanto che già scavavano da un bel po' quando me ne sono andato. E' curioso che, senza che lo sapessi, questa stazione sia stata aperta al pubblico proprio oggi: si capisce immediatamente dalla gente che staziona e si muove senza quel piglio di chi un treno lo deve prendere.
Proprio oggi, dopo anni, sono tornato a Delft, e questa stazione dall'aspetto moderno incastrata nel profilo di una città che fa mostra della propria storia dai secoli dell'epoca d'oro, apre i battenti ed onestamente lascia spazio a qualche perplessità sulla necessità, a volte un po' noncuranza, con cui qui si accosta il nuovo al vecchio senza tanti problemi.
Non é semplice tornare qui. Lo sapevo, e l'ho sempre evitato, quasi fosse una promessa al contrario. Mentre ero in treno, mi ero accorto che non riuscivo a ricostruire esattamente il tragitto che dalla stazione mi conduceva alla mia casa. Poi, inavvertitamente, é successo qualcosa che non immaginavo. Senza pensarci, sono uscito dalla stazione ed ho iniziato a camminare, ed automaticamente, ho attraversato ponti e percorso vicoli, come ogni giorno; svoltavo, osservavo le stesse cose, addirittura mi fermavo agli stessi punti dove sai che quasi sempre arriva qualcuno dalla strada.
E sono arrivato davanti a casa: una porta chiusa di cui non possiedo più la chiave. Ho rivisto me stesso, seduto sul pavimento, una mattina di ottobre: di fronte a me c'era uno spazio vuoto che consegnavo indietro all'agenzia. E' l'ultima immagine che avevo portato con me, l'ultima fotografia che avevo scattato. Sono anche ripassato dal lavoro, lungo poche centiania di metri che avevo percorso per quattro anni. Ogni angolo cambiava lentamente, impercettibilemnte, e rimaneva uguale ai miei ricordi. Ricordi appesi ad ogni angolo, ad ogni punto. Del resto ho vissuto qui per quasi cinque anni. Ho riso, ho pianto, a volte mi sono sentito terribilmente solo. Ma ho sempre amao questa cittadina che un pittore immortalò centiania di anni fa con una ragazza enigmatica ed un gioiello di perla.
Ho infranto la mia promessa, ho affrontato me stesso. Perché l'epilogo che rappresentava quel giorno di ottobre, portava con sé tristezze e ferite che non si cancellano. Sapendo che da una tempesta si esce, prima o poi, inevitabilmente trasformati. Sapendo che quella tempesta é comunque sempre lì, pronta ad esplodere in ogni momento. Del resto, per uno fatto così, che ogni ricordo rimane, indelebile e custodito gelosamente, non può essere altrimenti.
Sono tornato per delle compere. Proprio come la prima volta che giunsi qui, in visita di pochi giorni. Mentre il mercato del sabato animava il centro cittadino ed ogni cosa era al suo posto. Ci muoviamo attraverso infinite linee del tempo, ed ognuna ha il suo ritmo, che non é il nostro. Possiamo solo districarvici sull'onda dei ricordi, delle emozioni e della razionalità.
Perché ogni cosa che facciamo lascia un segno e aggiunge un tratto. Magari impercettibile, soprattutto a prima vista. Ed ogni decisione ci indirizza verso un nuovo incrocio. Ed il confine che marca il confine di equilibrio é molto labile e basta poco perché i pensieri lo valichino inavvertitamente per finire chissà dove. Le ferite rimangono, rimarranno, non c'e molto da fare. Così come la malinconia che si accompagna, più o meno inevitabilmente, ai ricordi. Acquerelli lasciati su una tela abbozzata. E qui ce ne sono tantissimi.
Allo stesso tempo mi veniva in mente un'altra immagine, quella di un molo, non molto lontano da qui, spazzato dal vento, dalle onde del mare e dalla sabbia che sibilante striscia sui passi, ed una sedia vuota. E che pensavo che ho le risorse, la forza per affrontare tutto questo. La forza dell'affetto di chi mi ama e mi vuole bene, la forza di quello che faccio e di chi stima per quello che sono, ache a costo di un po' di solitudine, dei viaggi affrontati, della musica e della bellezza, cos
ì come di ogni esperienza. Non eviteranno ferite profonde, ossa rotte e lacrime silenziose, ma terranno le spalle larghe e lo sguardo alzato.
Malinconia, inevitabilmente.

 

 
 
 

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Post n°529 pubblicato il 22 Febbraio 2015 da enodas

 

 

...ho questa immagine impressa, da ieri... quando vediamo qualcuno partire, e lo seguiamo immobili con lo sguardo allontanarsi, quando ci si gira, per un altro saluto, ogni volta un passo più lontano, quando sale un po' di malinconia e di tenerezza, al ritmo di un passo sofferente appoggiato ad un braccio ed una stampella... ho questa immagine, su una strada che scorre sotto le ruote, macino chilometri, uno dopo l'altro, con un senso di tristezza e di silenzi, lunghi come ombre, quasi a sentirsi in colpa di qualcosa, su binari talmente contorti, talmente attorcigliati che non sanno narrare.

 

 

 
 
 

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Post n°528 pubblicato il 20 Febbraio 2015 da enodas

 

 

...perché un numero ogni tanto può avere anche un altro significato, e non é un venerdì come altri, ed un giorno, una sera lontani sono quello che sono per il valore che noi sappiamo dargli...

 


[...]


"...Well, those who speak know nothin'
And find out to their cost
Like those who curse their luck in too many places
And those who fear are lost

I know that the spades are the swords of a soldier
I know that the clubs are weapons of war
I know that diamonds mean money for this art
But that's not the shape of my heart
That's not the shape, the shape of my heart..."


 
 
 

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Post n°527 pubblicato il 19 Febbraio 2015 da enodas

 

La vergogna

 

 

Sono arrabbiato. No, non é nemmeno la parola giusta.
No, sono incazzato. E' una rabbia montante, che cresce ad ogni foto che arriva sui giornali, online o descritta per radio.
Sono arrabbiato per l'ignoranza, innanzitutto.  Perché questa é zoticità allo stato puro. Non ci sono molte parole da spendere
E sono arrabbiato per la provenienza. Esatto. Proprio quel Paese dove mi trovo e dove la gente smebra cresciuta a pane ed arroganza. Ecco, cosa c'entra, uno si domanda. Perché giustamente la vera verità é che gli imbecilli si trovano dappertutto ed anzi si raccolgono spesso come funghi. La stupidità non ha colore. Magari la spocchia, invece, un po' sì. Che onestamente a me queste immagini non mi sorprendono neanche tanto. Che di strade ridotte a spazzatura e fiumi e fumi di alcool non sono una scena molto difficile da trovare. Il mix con una tifoseria tra le peggiori d'Europa, poi, rende il cocktail micidiale. E' di tutta un'erba un fascio? Beh, chiedetelo a chi viene trattato a "pizza, mafia e mandolino", a tutti gli stereotipi che ci appiccicano come adesivi, e poi se ne riparla. Mi fanno bollire il sangue, sempre. Non li ho mai accettati finora, beh ora ho questo schifo in più per continuare a non accettarli.
Io credo che l'immagine che ne viene fuori parli da sola, e valga in un certo senso per il Paese Olanda, una volta. Non perché sono tutti uguali, anzi ritengo questa società capace ed esemplare di grandi esempi di civiltà, come raccontato spesso, e come ha saputo dimostrarsi in contemporanea attraverso le foto che altri Olandesi, a Roma, mandavano davanti a monumenti alla cultura ed alla bellezza che qua nemmeno si immaginano di avere. No, assolutamente. Ma questo é quello che quest'oggi hanno esportato e questo é quello per cui, magari non tecnicamente, ma moralmente dovrebbe essere pagato. Ecco, un altro punto. Un giorno ho noleggiato una macchina, ed ho guidato cinque minuti verso casa per recuperare i miei. Ho accostato, sono andato in cerca del biglietto da pagare, nonostante la sosta breve di prendere le valigie e metterle in macchina. Ecco, in quello che sono stati dieci minuti, due addetti al controllo parcheggio si sono materiallizzati e me li sono trovati a fare una multa. Col biglietto valido, in vista, certo, per il semplice motivo che da due decine di metri iniziasse un tratto per chi era in possesso del tagliando di residenza. Inutile dire che ovviamente non lo sapevo, che le strade erano vuote, lì dove era la mia porta di casa come dieci metri più indietro, inutile mostrare che stavo semplicemente aiutando i miei a salire. 150 euro, inclusa la pratica che passava automaticamente all'agenzia della macchina. E quest'uomo alto ed ignorante che mi diceva di imparare a leggere i segnali quando andavo fuori dal mio Paese. Ecco, questo mi fa incazzare, guardando una foto come quella qua sopra: gli "italiani che si tuffano in area di rigore", gli "stranieri che sono quelli che in realtà vanno veloce nelle autostrade", gli "Europei del sud che non lavorano". Che lo paghino loro questo schifo che hanno fatto imbottiti di birra.
Mi spiace, ma lezioni non ne accetto più.
E questo é l'ultimo punto. Perche sì, sono arrabbiato anche con un certo modo di ragionare italico. Bastava leggere i commenti o aprire una qualsiasi paginetta di social network: ogni volta, qualsiasi occasione é buona per sputare sul proprio Paese e frustarci addosso ramazzate su quanto siamo incapaci. Foto così, e commenti del genere non mancavano, giusto per dire che siamo degli scemi e ce lo meritiamo. Forse sarebbe ora di smetterla di dire che fa schifo tutto. Qui nessuno ha detto di vergognarsi di essere Olandese per questo episodio - che ci si vergognava per un gesto altrui, certo, ma mica per se stessi. L'esatto contrario di qualche italiota che scriveva a base  di queste foto. Perché quegli Italiani che qui "l'Italia é tutto schifo e qui é tutto oro" mi fanno bollire il sangue pure loro. Iniziamo a pretendere rispetto invece di flagellarci con tanto piacere. Io lo faccio, col mio lavoro e la coscienza di quello che porto con me. Che é anche una cultura ed una storia straordinarie, una lingua meravigliosa, una flessibilità mentale ed un senso della bellezza che non sono scontate, assieme a tante altre cose.
Inclusa la Barcaccia del Bernini.

 

 
 
 

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Post n°526 pubblicato il 14 Febbraio 2015 da enodas

 

A volte penso a questa tua bontà che tanto é semplice e cristallina da lasciarmi senza parole. Da mettere a nudo me stesso e tutte le ombre e le ferite che posso nascondere. Agli altri, certo, anche a te, quasi sempre, ma non a me stesso. Allora, le vedo più chiaramente. E nel silenzio nascosto, riesce spesso ad avere l'ultima parola. E' qualcosa di bello che mi sorprende, ogni volta, perhé non é scontata, perché sgorga così, come fosse naturale e con tenerezza. E' un pensiero che addolcisce, allenta leggermente anche i nodi più stretti. E, lievemente, mi disarma.

 


[...]


"...da me non c’erano fiori. La prima a portarmene è stata Bella. Poi in Francia... si può riflettere e pensare a lungo sul senso dei fiori, ma per me sono la vita stessa nella sua smagliante felicità".

 

 
 
 
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