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la musica, suonare il pianoforte, suonare il mio violino, la luce del tramonto, ascoltare il mare in una spiaggia deserta, guardare il cielo stellato, l’arte, i frattali, viaggiare, conoscere e scoprire cose nuove, perdermi nei musei, andare al cinema, camminare, correre, nuotare, le immagini riflesse sull’acqua, fare fotografie, il profumo della pioggia, l’inverno, le persone semplici, il pane fresco ancora caldo, i fuochi d’artificio, la pizza il gelato e la cioccolata


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l’ipocrisia, l’opportunismo, chi indossa una maschera solo per piacere a qualcuno, l’arroganza, chi pretende di dirmi cosa devo fare, chi giudica, chi ha sempre un problema più grosso del mio, sentirmi tradito, le offese gratuite, i luoghi affollati, essere al centro dell’attenzione, chi non ascolta, chi parla tanto ma poi…, l’invidia, il passato di verdura





 
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Post n°484 pubblicato il 18 Luglio 2014 da enodas

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Post n°483 pubblicato il 16 Luglio 2014 da enodas

 

 

16 Luglio 2014

 

No, la data é giusta.
Cosi' si interrompe un racconto di viaggio, con un post che sono due righe e delle immagini, che pure riguardano la stessa terra, le stesse persone.
E che non vuole essere di nessun colore.
E' solo la follia della guerra, secondo l'ennesima declinazione.
Mentre un macabro contatore continua a girare senza speranza, senza logica e senza nessun senso.

 

[...]

 

“Ho una videocamera con me, ma ho scoperto oggi di essere un pessimo cameraman. Non riesco a riprendere i corpi maciullati e i volti in lacrime. Non ce la faccio. Non riesco perché piango anche io”.

(Vittorio Arrigoni)

 

 

"... Quando le immagini dei bambini innocenti dilaniati dalle “bombe intelligenti” pietosamente annunciate dall’Idf, delle donne anziane disperatamente in fuga dalle macerie delle loro case, dei cadaveri di giovani in jeans e pantofole che nulla hanno dei segni distintivi di un miliziano, diventeranno insopportabili per l’Occidente, allora ci si chiederà se, per quanto fondate possano essere le sue paure, così come i pretesti per colpire duramente un nemico irriducibile, Israele non stia semplicemente cedendo alla falsa quanto diffusa assunzione di poter risolver il conflitto che da 65 anni lo vede contrapporsi ai palestinesi, semplicemente usando la forza.
Quello che il giornalista Gideon Levy ha stigmatizzato come un pensiero ricorrente di una parte dell’estrema destra, purtroppo presente anche alla Knesset e alleata con Netanyahu, che si riassume nell’agghiacciante intenzione di annientare l’avversario (“to kill arabs”, scrive Levy) i suoi ascendenti e i suoi successori. Come ha suggerito, sulla sua farneticante pagina Fb la deputata del partito della Casa Ebraica, Ayelet Shaked: “Dietro ogni terrorista – ha scritto – vi sono decine di uomini e donne senza il cui aiuto non sarebbe potuto diventare un terrorista. Sono tutti nemici combattenti e il loro sangue dovrà ricadere sulle loro teste. Ora, questo riguarda anche le madri dei martiri che hanno mandato i loro figli all’Inferno. Anche loro dovrebbero seguire i loro figli, niente sarebbe più giusto. Dovrebbero andare (sottinteso, all’inferno, n.d.r) e dovrebbero andare fisicamente, anche le case dove hanno allevato i loro serpenti…”
Anche nella guerra del 2008-2009 il premier israeliano pro-tempore, Ehud Olmert, ha ceduto all’argomento della forza. Hamas doveva essere cancellata dalla faccia della terra, i sui missili e razzi ridotti in polvere. Eppure, dopo tre settimane di bombardamenti in cui vennero usati anche ordigni al fosforo, dopo 1400 morti palestinesi, la gran parte civili, (13, fa cui 3 civili, le vittime israeliane ) migliaia di case distrutte, Hamas, certamente grazie ad importanti aiuti dall’esterno, forse dall’Iran, o dal Golfo, o dalla nebulosa del jihadismo globale, ha saputo ricostruire il proprio armamento. Non solo, dopo l’Operazione del 2008-2009, il trionfalismo militarista incarnato da Olmert, è stato duramente ridimensionato dal rapporto delle Nazioni Unite, affidato al magistrato sudafricano di origine ebraica, Richard Goldstone, in cui, pur non risparmiando Hamas, si accusa Tsahal di aver commesso crimini di guerra. Sul piano politico, il Movimento Islamico è riuscito a mimetizzare le perdite subite e a mantenere il controllo di Gaza.
L’esperienza del passato dovrebbe, dunque, spingere Israele e i suoi alleati occidentali a non sopravvalutare l’uso della forza contro i palestinesi di Gaza perché questo è un argomento che può ben ritorcersi contro lo Stato ebraico. Una guerra a Gaza, la più grande prigione a cielo aperto del mondo, ma anche uno dei luoghi del pianeta con la più alta densità umana, implicherà sempre e comunque un intollerabile fardello di vittime civili. Ma su questo punto Israele e l’Occidente mostrano di avere la memoria corta."

(tratto da un articolo su Repubblica)

 

 
 
 

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Post n°482 pubblicato il 13 Luglio 2014 da enodas

 

4-6 Giugno

 

 

Direzione sud. Costeggiando il Mar Morto, lungo la strada più lunga del Paese, tra due punti che sono l'estremo di un paesaggio che sa cambiare radicalmente. E man mano il luogo diventa più selvaggio, la costa abbandonata alla bellezza della natura o circondata dagli impianti di estrazione di minerali, e la terra del deserto che dall'altro lato della strada fa da contraltare sempre più friabile e precaria nelle sue sculture di roccia quasi fatte di sale puro, che ovunque, in un posto diverso da questo sarebbero sciolte, letteralmente. Come affondano le scarpe, su una distesa di sale e di fango. Verso sud, agli angoli più remoti di Israele, al confine con la Giordania, dove gli ultimi avamposti sono paesi dietro una cancellata che si frappone sulla strada, una via di mezzo tra l'esperienza dei kibbutz ed i moshav, comunità di cooperative agricole. E' così, in un angolo remoto ed un terreno che sembra un'oasi di pace lontana da tutto, dalle lotte ma anche da una vita freneticamente senza pausa che la terra acquista quel valore così fondamentale di cultura, di lavoro, di fondamento della nazione stessa. Che questi insediamenti sono conquista di una terra impressa nella tradizione, promessa contenuta nelle pieghe della storia, sono conquista dei padri fondatori, pionieri su un suolo dove tornavano dopo generazioni, isolamento ed integrazione, a seconda delle filosofie portanti alla base della comunità e dei gruppi migranti che, dall'Europa e dal mondo, sono giunti sin qui. Variano leggermente secondo differenti sfumature le fondamenta politiche, la divisione dei terreni e dei beni, il concetto, recuperato, di proprietà privata e di entità familiare. Abbracciando una filosofia di lavorazione della terra che rimane ancorato alla genuinità dei suoi frutti, dalla scelta dei semi, quasi della vita stessa, ed al rispetto del suolo attraverso un lavoro duro e semplice. Tanto che il paradosso vuole che siano ormai volontari e stranieri, talvolta proprio arabi, talvolta dall'Asia più lontana e più povera, ormai, a sostentare con la propria forza l'esistenza di queste realtà.
Un esperimento, quello dei kibbutz e dei moshav, tanto legato ed intrecciato alla tradizione ebraica, come rappresentassero per certi aspetti lo sfondo stesso delle storie nelle Scritture, che ho sfiorato, anche solo fisicamente, in superficie. Attraversando luoghi come questo, che per me, in una notte tersa e calda, rimane deserto, una tazza di the caldo ed un fuoco poco lontano. Ma, soprattutto, il silenzio della notte che brilla soltanto di luci lontane, sopra di me.

 

 

Sempre più sud, mi inoltro nel Negev. Costeggiando crateri e formazioni rocciose dall'aspetto imponente e lungo strade ai cui margini si sfilano interminabili reti di protezione, avvisi a non fermarsi, non fotografare, alla presenza di zone di tiro. Nemmeno da immaginare cosa si nasconda, cosa sia tenuto, qui. Un deserto enorme che si spinge fino al Mar Rosso. Un deserto che é l'essenza stessa della tradizione ebraica. E' un'affermazione affascinante, riportata spesso, specie laddove il fondatore del moderno Israele é sepolto. Dinanzi un wadi che si apre spettacolare e curva, poi dietro le montagne. Un tratto di verde smeraldo su una tela arsa dal sole. Il vento sospira, da quassu, smuove la chioma giovane di un alberello ancorato sul ciglio, e le fronde di quelli che, alle mie spalle concedono uno spazio d'ombra. E come gli sprazzi di nuvole che scorrono veloci su un cielo limpido, scorrono gli istanti, la percezione del tempo per come lo conosciamo, per come noi, piccole entità, sappiamo concepirlo.

 

 

E come perso tra le pieghe del deserto, affondo nella storia. Prima di tutto, quando su questo suolo arrivavano le carovane d'oriente colme di spezie e di ricchezze. Un percorso avventuroso, quasi infinito, una sfida che partiva dall'India ed arrivava fino al porto di Gaza. Sulla strada carovaniera sorgevano allora ricche città che fungevano allo stesso tempo da avamposti e luoghi sicuri, sfarzo e ricchezza di un popolo quasi leggendario, quello dei Nabatei. Ecco varcare l'ossatura di un arco significa risalire indietro nella storia. Partendo da quella più recente, quando l'orologio si é fermato per l'ultima volta, ed i Bizantini erigevano chiese e rinnovavano la tradizione Romana, indietro ai Romani stessi che introducevano i loro usi, la cura maniacale del corpo, portata fin ai confini dell'impero, ben curandosi di lasciar prosperare la ricchezza dei commerci, fino alle mura più antiche, fortezze e cattedrali insieme nel deserto, letteralmente. Sulla cima di punti spettacolari e strategici o immerse nel cuore della terra, nella roccia per sfuggire al caldo più atroce, ciò che colpisce maggiormente é l'ingegno e la strenua forza dell'uomo nell'esplorare e nel sopravvivere.

 

 

Ed alla fine sono giunto. Quasi ai confini del mondo, laddove il paesaggio sembra una cartolina della luna. Lungo una propaggine della Rift Vallei si spalanca un cratere che lo sguardo non riesce ad abbracciare. Sull'orlo di un precipizio, su cui si affacciano occhi sognatori e lo sguardo fisso degli stambecchi. E quel senso di vertigine infinita che scaturisce da un dirupo sul quale rimani sospeso, ed allo stesso tempo da un senso di potenza e piccolezza supreme.
Nel centro del Negev, nel centro del cratere, scendo lungo una strada che é attraversamento di wadi, rocce astratte dal terreno e sterpaglie di arbusti. In una giornata in cui il vento alza una foschia diffusa che mi protegge in un certo senso da un sole crudele, ma al tempo stesso limita lo sguardo ed i colori. E' il mio punto di arrivo più estremo, in questo viaggio. Un po' come lungo quella via di ori e di spezie, che passava anche da qui, dove i resti di un avamposto simangono semisepolti dalla sabbia. Una sabbia colorata che si sparpagia a macchie, portate nello stesso punto da ogni angolo del Negev. Mentre poco lontano una distesa interminabile di rocce prismatiche ed annerite affiorano dal terreno in quello che viene soprannominato "il laboratorio del falegname".
Sul ciglio del cratere, ai bordi di Mitzpe Ramon, soge un albergo. Non uno qualsiasi. A fronte di uno spreco assurdo di un albergo superlusso con una piscina d'acqua per ogni appartamento privato, non posso che pensare ai Territori, ai serbatoi sui tetti ed all'acqua razionata.
Il mio ultimo avamposto é una tenda beduina piantata in mezzo al nulla, laddove nemmeno l'elettricità. Esposta al vento che sibila, la sera, ed infine porterà via quella cupola di foschia che avvolgeva il deserto. Quasi gelido. E, per l'ultima volta, ascolterò questo silenzio infinito che mi avvolge e mi sprofonda come l'abisso di un cielo limpido e brillante di stelle.

 

 

 
 
 

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Post n°481 pubblicato il 10 Luglio 2014 da enodas

 

 

1-3 Giugno

 

La strada si apre come una lama dentro il deserto. Tra ali di mura di protezione, scende nel deserto di Giuda, un agglomerato che sembra infinito di colline arse dal sole, drenate d'acqua e piatte sulla cima.  Scendo, come dentro un canyon, seguendo una linea di cemento tracciata in una tela dalle infinite tonalità di giallo, rosso ed arancione. Accecante, come il caldo che ti stringe attorno. Fino al mare, che mare in realtà non è. Forse sarà un miraggio, forse reale, sicuramente uno scherzo della natura, tanto che gli antichi lo avevano battezzato mare di Satana. Ecco, affacciato su questa acque di un blu che appare ancora più intenso, si aprono delle grotte. Un altro scherzo della natura, forse è così. Qualcosa che ha permesso di risalire all'alba dei tempi, della nostra storia e della nostra cultura, affidata a rotoli nascosti alla furia distruttrice dei Romani, a quella lenta ed inarrestabile dei secoli. Osservo i grani di sabia scivolare a pelo sul terreno, coprono un'orma che vi é appena passata. Sono a Qumran.

 

 

Meno quattrocentoventi. Metri. Scendo, anche gli ultimi gradini, fino alla riva. Nel cuor della terra. O almeno, fino al punto più basso del pianeta. Con le mani che affondano nel fango, caldo a contatto con la pelle, sotto il sole cocente. Ed una sensazione incredibile, che a raccontarla uno non ci crede comunque. Resto immerso, per così dire, in queste acque calde ed immobili, i miei movimenti che si fanno lenti, ogni impercettibile ferita esplode sulla pelle e quando stringo le mani ho come la sensazione di smuovere una sostanza oleosa tra i polpastrelli. E' forse questa sensazione, più di tutte, a farmi realizzare che non ci si vita, in queste acque, anche se sento il corpo rilassarsi, lasciar cadere la tensione. Quella dei muscoli e quella accumulata nell'animo, almeno un po'. Che dietro una strada controllata, dietro un kibbutz affacciato sul Mar Morto e dietro l'altopiano frammetato del deserto che si precipita sul Mare, questa terra é, paradossalmente, ancora Palestina.
Affondo la mano sul fondale, convinto di estrarre sabbia, col pugno richiuso, fuori dall'acqua. Rilasso le dita, e non trovo altro che sale.

 

 

Risalgo il wadi, sin dalla mattina. Su un terreno che sale e ridiscende, ogni tanto. Arriva il rumore dell'acqua che sgorga e precipita dalla roccia. L'acqua é vita, é il verde parsimonioso che la circonda, in un luogo che crederesti infernale. Ed invece, nascosta entro canyon che uniscono il deserto al Mar Morto, sgorga la linfa che la nutre. Quella stessa che attraversa le mani immerse nell'acqua fredda dei torrenti. Una sensazione ancora più strana, osservando quel Mare, là dietro, e pensando che qui si incontrano, quasi si scontrano, due elementi estremi. Fuoco. Sulla pietra nuda, e la sommità dell'altopiano che rimane là, sovrastante, dall'alto. E dall'alto io stesso, osservo, precipizi e costoni che spariscono dietro il ciglio friabile di massi e terra arsa. Vertigine. Su una vista che spazia a centottanta gradi, con le montagne della Giordania così vicine, ed una serie infinita di pendii ai miei lati. Aspetta un respiro di vento. Aspetta che una nuvola abbozzata nel cielo copra il sole che già sembra così alto, e si proietti sul terreno come su una tela sconfinata. Vertigine.
Non c'é una descrizione unica del deserto. Credo sia una parola che racchiuda non solo uno spazio immenso tanto da essere indefinito, ma infiniti spazi diversi. Ho camminato arrampicandomi tutta la giornata, rimanendo sul ciglio di qualcosa che non ho realmente visto, irraggiungibile fisicamente e razionalmente. Credo che la bellezza sia anche questo. Come il deserto può essere anche una spiaggia che in realtà é una stradina ripida e sterrata verso l'acqua satura di sali, tanto da vederne i cristalli agglomerati galleggiare in superficie. La spiaggia é un parco, sopra, alberi di palma che lentamente diventano ombre rischiarate dalla luce argentea di una falce di luna e da qualche fuoco acceso qua e là, mentre infine sale un alito di vento quasi a cercare di portare via la stanchezza sfiorando leggermente le immagini ed i pensieri accumulati in una giornata, come a cullarli.

 

 

Quattro e mezza, notte buia. Ed il silenzio che solo il deserto può dare. Placide acque, immobili, poche centinaia di metri in linea d'aria, di un mare che sembra non esistere, tanto è immobile, nella notte come di giorno. E' rossa, nella notte, la roccia. In questo silenzio che sa di viaggio nel passato, e nella morte. Trasuda sangue, questo sembra, illuminata così. Ed ogni passo sembra risuonare del clangore delle armi, delle pietre scaraventate dall'alto, delle urla durante la marcia. Che anch'io sono in marcia, sul sentiero del Serpente. Si avvolge sul costone che dà verso il Mar Morto. Il sentiero del Serpente, più di tutto, sarà il mio deserto. Io, come in una processione che mi toglie il fiato e spezza ogni resistenza. Salita, nella notte che lentamente inizia a scemare. Grondando sudore, dietro ogni gradino che sembra un po' più pesante, su quella roccia illuminata di un rosso vivo e sinistro. Che sinistra è l'eco che attraverso venti secoli giunge da Masada. L'ultima resistenza, l'ultimo orgoglio, l'ultimo gesto estremo. Quando il formidabile esercito romano riuscì infine ad espugnare Masada, non trovò altro che tozzi ardenti e cadaveri. Una storia tetra e commovente di eroismo estremo. Per quanto poco, sono stato in queste terre abbastanza per comprendere che "Masada non dovrà cadere mai più" va ben oltre un motto un po' holliwoodiano da stampare sulle magliette, ma rappresenta l'essenza stessa di questo stato, le uniformi che lo difendono ad ogni angolo, e la fede incrollabile nel ritorno alla Terra Promessa. Ed è un pensiero che fa rabbrividire, lungo questa salita che toglie il fiato pur essendo di prima mattina, agli occhi di questa pietra tinta di rosso.
Respiro, come fosse l'ultimo. Quello che esalavano le anime di coloro che si fecero trovare qui. Ora, invece, un giorno nuovo, e l'alba che appare lontano, ancora solo intravista, dietro le montagne della Giordania. Ecco, oggi, la bellezza del deserto, tutto intorno, come può essere all'alba, ogni giorno, ma per me oggi speciale perchè sono qui, salito fin quassù, e domani sarò già altrove, passato attraverso quella storia di cui questo luogo è intriso. Surreale e magico. Allora, attendo. Come una sentinella dal ciglio di un muro, osservando quel sentiero che ho appena lasciato dietro di me. Che i riflessi sul Mar morto diventino infuocati, e la luce accecante davanti una palla incandescente che inghiotte anche le montagne. Attendo che un alito di brezza salga, chissà da dove, come un sospiro esalato dgli uomini, portando lo stridio delle lame che impattano una contro l'altra. Anche gli uccelli atterrano dal loro volo, si fermano, immobili, sul ciglio delle mura. Come una sentinella.

 

 

[...]

 

 
 
 

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Post n°480 pubblicato il 05 Luglio 2014 da enodas

 

Difficile definire con che stato d'animo mi trovi su questo bus. Un po' per la città ed i giorni che mi lascio alle spalle, un po' perchè è come aprire una pagina bianca. Salito a Gerusalemme Est, direzione un confine che c'è e che non c'è. Tratteggiato sulla mappa, esiste come il muro che lo marca, non per gli occhi di chi questo muro lo controlla...


29-31 Maggio

 


Osservo Betlemme con gli occhi e le parole del mio ospite, un Palestinese cristiano maronita. Anche lui, come tutte le persone che ho conosciuto qui, è un resistente. Racconta, fin dalla sera, porgendomi le mele piccole e leggermente aspre del suo giardino, che mi ricordano quelle della casa a Sano Rocco del nonno, così come le foglie di menta ed i biscotti fatti in casa. Racconta, inseguito dalle mie domande, dai suoi discorsi e dalla storia della sua vita. Che, a mio parere, rappresenta bene ciò che questa terra è. Palestinese, senza passaporto, ed i figli divisi tra la propria terra e l'essere in cerca per il mondo, un'operazione avveniristica allo stomaco fatta nel più importante ospedale di Tel Aviv. La moglie è oroginaria di un luogo che dista meno di dieci chilometri in linea d'aria, un luogo chiamato Gerusalemme, eppure per la legge nessuno dei due potrebbe legalmente fermarsi a dormire nella casa dell'altro, così come non può guidare la macchina dell'altro. La resistenza di quest'uomo, e dell'intera famiglia, sono l'intaglio del legno d'olivo, profumato e nodoso, e soprattutto, a suo modo, la religione. Ancora una volta. Perchè questa è la versione cristiana, della storia. Quella della comunità che sta scomparendo, fuggita, che non si trova riconosciuta nè in una nè nell'altra parte. Che gli scontri ed i dispetti reciproci sono a trecentosessanta gradi, senza distinzione. Che non ci sia acqua, invece, lo sperimento di persona, quando una volta arrivato mi viene chiesto di farne un uso responsabile, che da una decina di giorni si sopravive solo con i serbatoi sui tetti delle case, che i rifornimenti sono chiusi. E' qualcosa che fa contrasto con le piscine nel deserto che intravedo, tra gli insediamenti e che vedrò soprattutto nei giorni a venire, nella torrida caldera del Negev.
Il mio ospite mi prende in simpatia, perchè discute molto, lo fa la sera così come tutto il tempo che si è offerto di portarmi nei dintorni di Betlemme. Dalla collina dell'Herodion, tra spettacolari vedute del Deserto di Giuda, mi indica le colline dalle cui pendici colano gli insediamenti. Non ci sono muri, là, come se potesse davvero esserci una convivenza pacifica. Perchè, esplode ad un certo punto, il muro lo divide da se stesso, il muro lo divide da ciò che ama. Mi domanda come sia possibile pensare che questo fazzoletto di terra, accerchiato da ogni sicurezza possibile, possa approvvigionarsi di armi, quando lui non può fare niente senza che qualcuno dall'altra parte lo venga a sapere. Credo sia un punto delicato, su cui si potrebbe discutere a lungo, anche se è un pensiero anche quello, che una guerra sia qualcosa che fa comodo a molti, ed il business della tensione sia qualcosa da alimentare costantemente. Mi viene in mente la guerra tra stati del romanzo di Orwell... Ed alla fine, insomma, non si capisce bene da che parte stia, in una situazione nella quale la comunità araba cristiana perde comunque, quale possa essere la sua soluzione. Che alla fine tutto ciò che vedo rimane così intrinsecamente allacciato, così complicato ed indivisibile che non ho una risposta, se non quella di un uomo anziano che, per le vie polverose di Jericho mi invita a sedermi e raffreddarmi all'ombra. Dai suoi occhi e dal suo sorriso colmi di vita e di saggezza, mi sussurra che non ha importanza come lo si chiami, noi esseri umani siamo creature di uno stesso Dio e che definirne un nome non serve per fare di un'uomo una buona persona, per determinarne l'amore per la terra o per la propria famiglia.

 

 

Ecco, da una collina fatta erigere e scavare da un re della Giudea, proprio quell'Erode, per la prima volta osservo il deserto. Aspro e montuoso, fatto di wadi scavati sui fianchi delle montagne drenate. Sono sempre profondamente scosso dalla bellezza silenziosa di questa manifestazione della natura. Ecco, la macchina attraversa una strada, supera un incrocio. E già non si capisce più niente di zona A, zona B e zona C, se non fosse per dei blocchi di cemento posti ai lati della strada come i ceppi dlle antiche vie romane, e per i cartelli che proibiscono l'accesso agli Israeliani, a rischio della loro incolumità. Mi ritrovo nel deserto, ad osservare dell'alto un monastero sospeso su un canyon, o sulla strada delle antiche piscine di Re Salomone. Eccomi, in macchina, superare una manifestazione di persone urlanti: perchè è venerdì, e gli uomini sono appena usciti dalla moschea in uno di quei villaggi che sono campi profughi. E nel cielo, tra slogan e proteste non sventolano solo bandiere della Palestina, ma anche quelle verdi di Hamas e quelle gialle di Hezbollah. La tensione è palpabile, come l'aria che respiro.
Ecco, infine, sono per le strade di Betlemme, mi inchino per oltrepassare la Porta dell'Umiltà e scendere infine nel cuore della Basilica della Natività, come un attimo di respiro concessomi oltre un turbinio di immagini e sensazioni. Nella piazza antistante la guida turistica dell'Occupazione mostra lo stesso luogo avvolto nel fumo durante un'azione militare israeliana: un'ombra dietro una cortina impenetrabile, che accompagna le didascalie. Anche se non riesco ancora una volta a tracciare linee così nette, come fanno delle ragazze, volontarie, qui. Me le presenta un omone simpatico che prepara "il thè più buono della Palestina" dentro il suo garage improvvisato a bar, mentre gioco a pallone con due bambini. Uno, tre, sei mesi, vivendo oltra il muro di sicurezza. Io racconto di Hebron, di Gerusalemme, del mio ospite. Una, poi, mi racconta l'esito di quella protesta, cui lei ha deciso di prendere parte. Provocazioni reciproche e fermi. Un po' spavalda, "oltre", in quello che dice, perchè il punto è, mi domando, se sappia sotto quali colori ha urlato la sua protesta portando i diritti umani nel cuore.

 


L'ospitalità di questa gente è incredibile. E si manifesta in cose incredibilmente piccole, una tazza di thè, un bicchiere dell'acqua, una sedia all'ombra. Lungo le strade polverose di Jericho, sembra di vedere la proiezione di uno stato Palestinese che sarà. Un po' lontana dai fuochi, dai muri, dai confini più assurdi, immersa in quella storia che affonda all'alba dei tempi e la renda la città più lungamente abitata senza interruzioni. Sembra incredibile trovare qui, sotto un albero centenario, un uomo che vende spremute d'arancia che torna nella sua terra dall'Olanda. Sì, prorpio pochi chilometri da me. E' un rifugiato palestinese, con passaporto da quasi vent'anni. Eppure le sue vacanze sono qui, tra la polvere a spingere il suo carrettino e parlare in accento brabante di integrazione, di sapore della terra e quello che porta negli occhi goni giorno con sè.
Ecco, sotto il sole cocente, in una città sonnacchiosa che è già deserto sale una strada verso un piccolo monastero incastonato sul fiancone del Monte delle Tentazioni. A me viene in mente un edificio simile, e ben più sospeso che ho visto dall'altra parte del mondo. Asciugo la fronte madida. E l'uomo a cui chiedo la strada insiste, insiste perchè accetti di svuotare la bottiglietta d'acqua che ho perchè l'ha sfiorata con le mani prima che andassi e vuole che prenda acqua fresca. E' un gesto che neel deserto vale un po' più di qualcosa.
E' così. Lungo la strada, dallo stretto balcone che dal monastero si sporge sulla roccia, su uno di quei taxi collettivi, o la sera all'angolo di una stradina di Betlemme. Un uomo si improvvisa un po' panettiere, un po' pizzaiolo, di quelle pizze arabe, focacciose e sovrastate di una salsa di olio d'oliva e sesamo. Con una bombola di gas ed un forno allestito dentro una fornace arrugginita. Un po' come l'altro mio amico qui, che mi invita a prendere il thè più buono dei Territori, buonissimo per davvero, preparato con una ricetta che è un'improvvisazione ed una gioia strenua per la vita.

 

 

Il taxi gira, svolta, si ferma. Quello che ho dinanzi si alza otto metri sopra di me, corre come un serpente e come un serpente si avvita in curvature estreme e si insinua lungo percorsi frastagliati. Quello che ho dinanzi è grigio ed allo stesso tempo una successione di colori ed una linea continua di poster sui quali si raccontano storie. Quello che ho dinanzi è un muro che sembra non finire mai, non tanto nei suoi percorsi in linea orizzontale, dove ad ogni angolo può inframmezzarsi in una torre di guardia, quanto verso il cielo. E' il muro. E' quello che divide Michael da se stesso. Lo stesso che dei quattro lati disponibili attorno una casa ne percorre tre. Quello che non mi fa vedere Gerusalemme, gli olivi e neppure le case nuove che dalla cima di una collina scendono giù come fossero slavina.
E magari si moltiplica in linee di ammortizzamento in alcune zone, tra un campo di cemento e cumuli di mattoni accatastati. Non si sa se siano muri di una casa distrutta, qualcosa di abbandonato o qualcosa da costruire. Magari qualche bambino vi si sta arrampicando, come una metafora ed uno di quei disegni posti là dietro, sul muro vero, quello alto e recintato. 1948-? Come l'indicazione stradale che trovi sulla strada quando entri in un paese. Questo, è un campo profughi.
Sento un senso di oppressione in tutto questo, nel senso di peso al cuore. Lo stesso peso con il quale sono uscito dallo Yed Vashem, a Gerusalemme. Io in questo non avverto distinzioni. E' con questo stato d'animo che torno indietro, risalgo fino alla basilica della Natività, nuovamente mi inchino per attraversare la porta dell'umiltà. E qui, nella sera, tra le impalcature e la nebbia dei fumi di guerra che si vedono nella foto lì fuori e che idealmente sovrappongo, si celebra un matrimonio. Che la vita non si lascia strappare via.

 

 

Il controllo del bus procede liscio come una routine quotidiana. Parcheggio a lato, tutte le persone che scendono e si mettono in fila, aprono una carta, la mostrano, ogni tanto si accenna una mezza discussione ma alla fine risalgono tutti. Subito dopo è la volta del vano bagagli. Io no, non devo scendere. Col mio passaporto in mano ho questo diritto di rimanere seduto sul sedile ed attendere guardando fuori dal finestrino. E' una mattina qualsiasi, di una giornata lavorativa, domenica, ed io mi sento quasi in vergogna. Mentre mi allontano e lascio dietro di me due ali di cemento armato a protezione della strada, guardo fuori, ancora una volta. Il sole che è già caldo, limpido, e non sono nemmeno le nove. Il muro illuminato, dietro, case quasi circondate, disegni spray e poster attaccati. Davanti, invece, si stendono gli olivi, sulla continuazione naturale del terreno. Allora, è vero... Ho letto da qualche parte che i Palestinesi sono tradizionalmente uniti ai loro ulivi da un rapporto simbiotico. E non c'è da dubitarne, considerando la "religiosa" osservanza che le olive rivestono nella cucina arabo-israeliana.
Nella mia mente porto con me una miriade di immagini ed un'infinità di domande senza risposta e senza comprensione. Ma sono molto contento di essere stato qua, di tutto quanto ho visto finora, non potevo richiedere più umana ricchezza da questo viaggio.
E mi viene in mente un foglietto che ho strappato da un libriccino, una specie di mensile sulla vita e gli eventi culturali in Palestina, che in un certo senso risponde a me stesso, a quel poco che ho visto, ed alle mie domande. Ho tenuto questo foglietto strappato pensando a questo post, perchè è una breve testimonianza che mi è piaciuta molto e che riassume alcuni dei miei pensieri. E' scritto da una ragazza americana, volontaria, che immagino simile alle ragazze che ho incontrato a Betlemme. Con tutti gli stessi ma e però.


[...] Much of my time in Palestine has been spent listening and observing. I am here to learn, to serve, and to build relationships with people. As a foreigner, I have a lot of questions. [...]
This is a beautiful land. I continue to marvel at the gnarled strength of the olive trees, as they stand strong and resilient on the terraces of the hillsids. I am intrigued by the multitude of new fruit trees that i have eaten from, and I am fashinated by all of the new insects and landscapes that I have witnessed. Admist the beauty though, I have seen devastating things too, such as the streams of untreated sewage running down from the settlements that are slowly digesting the Palestinian land. I've seen children tossing plastic wrappers out of the windows of the cars, smelled the toxic and unmistakable stench of burning trash, and I have learned to look past the piles of rubbish lining down the streets.
[...]
All that I have seen has inspired anew questions in me. My brain is filled with questions about human rights and the quest for justice, queries about how and when the Occupation will end, why the international community has not come to the aid of such beautiful people, and how we, as fellow human beings, can move forward for a sustainable future. Most of my questions go unanswered, but as I've looked  out at the beautiful wadis and mountains that make up this land, I still have hope.
[...]
I know that no matter how long I stay in palestine, I will always be from somewhere else, that my homeland of origin is an ocean away. Yet, my current home is here. I feel connection to this land, a deep respect for the culture, and a love for the people I have come to know during my time here. As a young woman, a recent graduate college, volunteer, and a foreigner in this country, I might not be able to do a lot in terms of solving some of the extensive and daunting crises facing this land. I cannot end the Occupation, bolster the economy, or restore the Jordan River to its pristine state. What I can do, however, is be conscious of how my behaviours and actions impact the people and the world around me.
Thought I cannot bring the Occupation to an end, I can tell the stories of the people I love here, speaking passionately and honestly about the hope and the faith of my host community, even admist the struggles and the injustices they face. When I return to my own country, I can and must be moved to action, urging the people in postiions of authority to pursue justice for the Palestinian people. I can influence and inform my friends and loved ones at home about the situation here and urge them to come and see for themselves. Environmentally, I can walk rather than take a taxi. I can carry a canvas bag rather than taking a half-dozen plastic bags when I visit my fruit stand. I can pick up the trash I see on the streets, rather than walk around it. None of these actions are going to change the situation overnight, but my behaviour and my actions will have an effect, no matter how small.
Throughout the world, human behaviour shapes the environment in which we live. Your behaviour and your actions tell the story of what you value. This land is filled with so much history, beauty, and culture. Each of us has a role to play in caring and respecting the earth, and I invite all of us to recognise the power that lies in such responsability. Small things make a difference.

(written by Laura Mills)

 


 
 
 

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Post n°479 pubblicato il 29 Giugno 2014 da enodas


30 Giugno

Non è semplice scrivere quanto avevo in mente oggi. Ho aperto il computer per cercare di scrivere questo post, con un giorno di ritardo. E, come spesso accade, visto che non so mai come iniziare, ho aperto il giornale, per vedere il risultato di Francia-Nigeria. Ancora 0-0. Come erano 0-0 Brasile e Croazia una sera di metà giugno, prima partita del mondiale. Quella sera io era ad Haifa, stralunato per la giornata ma soprattutto per la fatica che avevo appena speso nel trovare un albergo che sembrava inesistente ad un indirizzo inesistente. Boccheggiavo sul letto. Oggi inizia il Ramadam. Nessuna di queste credo sia una coincidenza. Nemmeno che aprendo il giornale la notizia in cima non riguardasse una partita in tempo reale dei mondiali brasiliani, quanto piuttosto il ritrovamento dei corpi dei tre ragazzi israeliani rapiti nei pressi di Hebron meno di 20 giorni fa.
Mi sono chiesto cosa dovessi allora raccontare, in questo blog, in questo e nel prossimo post che ho in mente di scrivere. Io, ad Hebron ci sono stato, un mese fa. Ora, immagino, sarà inaccessibile, come gran parte della Cisgiordania. Io ci sono stato, e mi sento privilegiato, in un certo senso, per tanti motivi. Questa giornata è stata per me una delle più significative ed intense del mio viaggio in Israele. E' stato anche l'unico giorno in cui mi sono affidato ad un tour, che mi era stato consigliato da una ragazza italiana (Silvia, di Padova) che ho incontrato per caso a Gerusalemme. Promossa da organizzazioni che tramite il turismo cercano di costruire flebilissimi ponti, mi portava nella prima mezza giornata nella parte palestinese della città, per poi passare dalla parte israeliana con un ragazzo israeliano. Perchè Hebron è una città divisa, nel cuore stesso: al centro la Tomba dei Patriarchi, la tomba di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, in parte moschea dedicata al culto islamico, in parte sinagoga dedicata al culto ebraico. Le die parti son ermeticamente divise ed incomunicabili. Non parliamo nemmeno dei cristiani. E' un luogo di primaria importanza per tutte le tre grandi religioni, anche se per me assurge a monumento dell'assurdità umana. Hebron è una realtà particolare, perchè gli insediamenti si spingono nel cuore del centro città arabo e non si limitano a circondarlo nelle periferie.
"Per secoli Hebron ospitò una piccola comunità ebraica, ma nel 1929 un gruppo di nazionalisti arabi attaccò gli ebrei locali - tutti ultraortodossi non sionisti - uccidendo 67 persone e disperdendo il resto della comunità. Dopo il 1967, gli ebrei ortodossi fecero ritorno in città ed una delle caratteristiche che saltano più all'occhio nella Hebron odierna è la presenza di soldati israeliani a guardia di queste enclavi ebraiche - abitate da alcuni tra i coloni più intransigenti della Cisgiordania - in pieno centro. Nel 1994, durante il Ramadam, e nel giorno della festività ebraica di Purim, Buruch Goldstein, un medico nato a Brooklyn, aprì il fuoco sui palestinesi che pregavano nella Moschea di Ibrahim, uccidndo 29 persone e ferendone altre 200. I coloni più moderati, così come l'Israeliano medio, ritengono che Goldstein sia stato uno spietato assassino, mentr agli occhi dei coloni estremisti, che considerano i Palestinesi come intrusi stranieri in Terra d'Israele, è un eroe e la sua tomba continua ad essere meta di pellegrinaggio". (dalle note della guida Lonely Planet)
Nel giro di poche ore ho sentito due storie, in realtà più di due, completamente opposte riguardo Hebron ed i Territori in generale. Ho visto ed ascoltato, sapendo che non tutto quello che mi arrivava era vero. Ho fatto domande, a cui, per quanto chiare, non sono riuscito ad ottenere risposta.
Per questo, questa storia voglio raccontarla, per come ho ripetuto questo racconto nella mia mente, in questi giorni. Raccontando quello che ho visto. Nella tragedia di oggi. Domandandomi cosa ci sia, a pochi giorni di distanza, ancora, di tutto ciò. Dove siano i due ragazzi che ci hanno accompagnato, i negozianti, i bambini. Dove siano i soldati, intravisti dietro i posti di blocco e le basi avanzate, così come le donne che ci hanno ospitato per il pranzo o gli uomini che mi hanno offerto il the su una terrazza polverosa o quelli che lavorano il vetro secondo l'antica tecnica fenicia che li rende famosi in tutto il Medio Oriente, dove siano le donne della cooperativa che tengono aperto un negozio di tessuti nel suq semideserto.

 


28 Maggio

 

E' un viaggio lungo, in bus, malgrado la distanza. L'autobus è rimasto imbottigliato entro una marea di bambini che sfilavano con la bandiera biancoazzurra della stella di David lungo le strade cantando e giocando. E' un giorno particolare oggi, anche se non ne conosco il motivo. Come dubito lo conoscano i bambini grembiulino e zainetto per le strade. Eppure sono in Cisgiordania. Ma l'autobus, partenza dalla stazione centrale di Gerusalemme è un autobus israeliano, che collega la città con gli insediamenti. Ho perso l'orientamento, quasi subito, ovviamente, ma è evidente che mi muovo di insediamento in insediamento, lungo la strada per Hebron.
E così, siamo arrivati. Al vento sventolano fili di bandierine biancoazzurre ed un palco è in allestimento, perchè, a quanto pare, questa sera qui si terrà la cerimonia di consegna da un reparto all'altro dell'esercito israeliano per il controllo della città.

 

 

Poco lontano, infine, due ragazzotti palestinesi ci attendono in una zona ibrida, in cui non è chiaro quali permessi servano loro per poter stare, all'ombra di un chiosco di cartoline, sotto lo sguardo di un paio di militari annoiati. Mentre si avvicina un bambino in sella ad un asino, facciamo pochi passi e siamo di fronte ad un bivio. Un bivio su tre lati, con cancelli e posti di blocco: una strada in salita, chiusa e guardata a vista, l'accesso alla Mosche di Ibrahim e l'entrata lla città vecchia attraverso quello che era fino a qualche anno fa il suq. Oltrepassare questi cancelli è come oltrepassare la porta di una prigione: i tornelli cigolano, il metallo verniciato di bianco mostra i primi segni di ruggine, in teoria potremmo essere perquisiti e si deve esibire un documento di riconoscimento. Prima di noi passano tre bambine ed una pezza di bambola in mano. Il tornello scricchiola ancora. Ed io sono entrato in un mondo. Ora sono in Palestina, non più solo fisicamente, qualunque cosa possa significare. Questo una volta era un suq colmo di vita e di caos, secondo la declinazione classica araba. Oggi invece passa qualcuno, ma i negozi semiaperti e deserti lungo la strada sembrano testimoniare esattamente ciò che non c'è più. Qui sembra si combatta per non soccombere all'oblio, l'oblio di una situazione politica che nell'oblio diventerebbe uno status quo. Qui sorseggiare una spremuta d'arancia mi sembra un gesto che trascende il sapore intenso dei futti del sole, un bambino si muove con il vassoio del thè e delle donne gestiscono una cooperativa che vende tessuti lavorati sul luogo. Qui sembrano essere rimasti soltanto gli anziani, i cui occhi sembrano accompagnare nel tempo le storie che hanno da raccontare e che sembrano testimoniare una rassegnazione mista a saggezza, quella saggezza tipica di chi ha lasciato alle spalle una porzione sufficiente della propria vita per poter raccontare. Ma anche loro, pur nella loro saggezza, si oppongono all'oblio del mondo. E lo fanno mostrando una mappa dei Territori, di quello che dovrebbero essere secondo una linea tratteggiata e di quello che sono, secondo zone di colori diversi che indicano controlli giuridici differenti. Lo fanno puntando il dito verso il cielo, guidando il nostro sguardo: sopra di noi si alternano strati di lamiera e linee di filo spinato. Ed infine, case nuove, squadrate e di pietra bianca di Gerusalemme, alle cui finestre sventolano le bandiere con la stella di David. Da qui, dicono, vengono lanciate immondizie e rifiuti. Per questo motivo le lamiere e le reti. Il dito si sposta e sfiora delle sciarpe pashmine, imbrattate di uova: quest'uomo le tiene esposte perchè lui non lascerà questo posto.

 

 

Questo, dunque, è il cielo di Hebron. A me l'immagine del filo spinato su sfondo azzurro evoca altre silenziose immagini passate davanti ai miei occhi.
Queste sono le case: in continua costruzione. Dicono. Un piano in aggiunta ad un altro, a poco a poco e silenziosamente. Come silenziosamente, immagino, scendano lungo le colline circostanti, le case che compaiono poco a poco, dei nuovi coloni israeliani. Il ritiro degli insediamenti non esiste, anzi. Questo me lo aveva raccontato quella ragazza italiana incontrata a Gerusalemme: agevolazioni ed incentivi, secondo lei. Ed un'industria edile che non si ferma, non si potrebbe nemmeno fermare perchè interromperebbe un flusso circolare di denaro.
Come un labirinto, è impossibile sapere cosa sia in funzione, cosa abbandonato, cosa distrutto, una scuola sequestrata e dismessa, un centro per l'infanzia chiuso. A volte credi ti stiano conducendo in un vicolo colmo di macerie, e spuntano delle scale, saliamo fino ad una terrazza, e pochi metri più in là è un altro stato, un'altra vita. Poi giro lo sguardo nell'altra direzione e sopra di me trovo una torretta di guardia. Ruoto ancora la testa e vedo filo spinato, macerie e, più in là una bandiera di Israele. Non basta lo zucchero a rendere meno amaro questo the alla menta, caldo tra le mani. Che le storie che mi raccontano sono conosciute: le ispezioni senza preavviso, l'ordine di non avere una seratura alla porta perchè altrimenti sarà distrutta. Sono storie di soldi offerti - a cifre poco credibili, in realtà - per la terra e la casa, del rifiuto ad abbandonare la propria terra, e di ciò che è successo in seguito: irruzioni, arresti, ambulanze ferme al posto di blocco e bambini morti nel ventre materno. Sono storie di bambini perquisiti, acqua che manca e fori di proiettili lasciati nel ventre dei silos d'acqua sul tetto, oggetti lanciati, serpenti fatti entrare dalla finestra dove gioca un bambino.

 

 

Dal suq vecchio si sbuca in una piazza affollatissima, ricca di vita, viavai di animali, merci per terra, ai lati, sui carretti. E' un caos organizzato. E' la strada che prosegue verso un portone d'acciaio che sbarra la strada. Sembra di accedere ad un oracolo, lasciando ai lati dei propri passi i blocchi di cemento armato, le pietre sul terreno, mozziconi di oggetti bruciati. Controllo passaporti, delle sbarre che cigolano. Resta il sole, ma piombo nel silenzio. Pochi metri che sembrano terra di nessuno, ed io ch vedo quelle stessa case, da un altro lato. Nel silenzio, leggendo ai muri una storia che segue le stesse date ma racconta qualcosa di diverso, l'attacco che diventa difesa, invasione che diventa resistenza e risorgimento, e viceversa.
Credo che la storia personale del ragazzo che ci ha preso in consegna sia molto esemplificativa: americano, educazione laica da una famiglia ebrea, questo ragazzo ha deciso di visitare Israele alla ricerca delle proprie origini, ha iniziato a studiare la Torah ed ha trovato se stesso e la propria casa. Qui ad Hebron. Si è arruolato, ha preso cittadinanza israeliana (per diritto immediato, in quanto ebreo), e come israeliano ha servito per tre lunghi anni. Barba lunga, ed accento americano. No sa immaginarsi altrove che qui, in un posto sacro che è la Terra dei Padri e la Terra Promessa. Perchè è proprio questo il punto. La gente che vive qui lo fa seguendo una missione alla ricerca delle proprie origini. In questo, non ci sono barriere, da una parte e dall'altra: il significato della terra e l'identificazione con essa sono fortissimi. Ed attorno ad essa ruotano gli scontri più assurdi, come quello di non poter scavare, nella terra e nel passato, alla ricerca dei Padri, perchè questo, in ottica palestinese, sarebbe un permettere agli ebrei di dimostrare la propria presenza nella notte dei tempi. Questo ragazzo non è così semplice da definire. Certo, l'emozione provata nel luogo da dove siamo arrivati non aiuta. Parla dell'orgoglio di aver riportato i Rotoli nella Tomba dei Patriarchi, narra pen nome, per data, per luogo, ogni uomo israeliano caduto. Dietro ognuno di essi c'è il rispetto di un caduto per la patria e per la patria, ed il ricordo della persona. Ma ci sono nomi oscuri, da una parte e dall'altra: quando glielo facciamo notare, lui risponde che una differenza c'è, che se da una parte questi vengono condannati e si esalti sempre la vita, dall'altra per contro questi nomi sono venerati e si esalti pubblicamente la morte, fin ad inneggiarvi. Le sue dita indicano mura con colpi di mortaio e fori di pallottole, le sue mani puntano ad un parco giochi per bambini, recintato di reti e tettoie perchè qui, proprio per la presenza di bambini, piovono le pietre con maggiore frequenza. La nostra guida dice una cosa che ha senso: che la ricostruzione deve avvenire tra persona e persona, da uomo a uomo, seduti ad un tavolo la sera a sorseggiare the, fumare il narghilè e parlare di affari. Solo così si stabilirà la pace. Ma questo ragazzo si chiede, e ci chiede, come possano delle case di famiglie ebree ad Hebron rappresentare un ostacolo alla pace. Questo ragazzo ha eletto l'esercito, le cui basi si sistemano a ridosso dei giardini delle villette, la propria famiglia in cui rifugiarsi il giorno dello Shabbat. I suoi compagni sono ragazzi che vengono da altre parti del Paese, hanno vent'anni e magari oggi, mentre stazionano sotto il sole cocente ed allungano parte della propria razione ad un bambino palestinese, compioni gli anni. Ancora una volta la realtà è indistinguibile, quasi si dissolve e sembra non esistere. Come l'acqua, fornita continuativamente e senza restrizioni, come la comprvendita di terreni e case, che rimane un tema incomprensibile e senza risposta, come la città di Hebron, che ora appare enorme in confronto all'enclave israeliana situata al centro e come le scuole che ora non sono chiuse ma protette.

 

 

Questo è il mio racconto, queste le domande senza risposta. Posso solo raccontare quello che ho visto: il cielo oscurato dalle reti spinate, le porte senza serrature, le pietre sulla strada, i fori nei muri ed i parco giochi recintati. Posso raccontare di quello che non ho visto ma sentito: una tensione palpabile, pronta ad esplodere, covata dietro ingiustizie, lutti e risentimenti a catena. Questo non avrà mai fine. Non lo dicono apertamente, ma si odiano, nel profondo. E tutto ciò che ognuno vede dell'altro sono soltanto un cancello che cigola, soldati armati fino ai denti e pietre che piovono dal cielo. Nessuno conosce l'altro, nessuno comunica, persona a persona. E noi, siamo spettri, a cui magari cercare di acquisire un po' di consenso, che ci spostiamo da una parte all'altra. E nel momento in cui un uomo dice Shalom e porge la mano, l'altro non la accetta, e tace, quando anche il suo saluto sarebbe lo stesso augurio di pace, quasi la stessa parola, Salam. Eppure, ancora una volta, non c'è comunicazione.
Sono tornato a Gerusalemme, la sera. Una sera di festa, perchè oggi si celebra la celebrazione della città. Questo spiega tutte quelle bandiere sventolate al vento, sin dalla mattina. Qui, per la città vecchia, i piu' giovani soprattuto cantano e danzano, si ammantano della bandiera di Israele e cantano salmi. In un certo senso, mi ricorda la festa della Regina, in Olanda, solo coi colori bianco azzurri al posto dell'arancione ed una danza gioiosa al posto della birra. Scendo fino al Muro del Pianto e, forse ancora più che il venerdì prima dllo Shabbat mi trovo di fronte, e dentro, uno spettacolo di grandissima intensità. E' un sentimento che narra la volontà estrema di Israele di esistere, di fronte alla Storia e nel futuro, il sapore della Terra. Eppure, io mi domando se e quanto ognuna di queste persone si chieda quanto costi questo momento di festa: i cecchini appostati tutt'intorno, i posti di blocco, sulla strada, i bambini che giocano col rumore dei tornelli, gli sguardi che non vedranno mai perchè nemmeno possono entrare, gli Israeliani, nei territori di giurisdizione palestinese, le case senza uscio ed il senso di quelle pietre abbandonate per terra. E forse, la risposta mi arriva quasi per caso, da una coppia giovane, giunta da Tel Aviv che mi chiede di scattare delle foto. Lui dice che gli israeliani vogliono la pace, che l'hanno offerta finanche con tutti i territori, ma niente. Dice che sull'Europa soffiano venti antisemiti, che le politiche del mondo occidentale, America ed Europa sono contro Israele. Io credo ci sia una differenza tra antisemitismo e critica politica. Credo che la situazione sia incredibilmente complicata, solo questo posso dire, come complicata ed inestricabile l'ho veduta e vissuta in questa giornata incredibile. Sono giovani, vestono all'occidentale, ma quando porgo la mano alla donna, per salutarla, lei rifiuta il gesto, perchè per una donna non è conveniente stringere la mano ad un uomo sconosciuto.

 

  

 

 
 
 

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Post n°478 pubblicato il 25 Giugno 2014 da enodas

 

23-26, 29 Maggio


Venerdì. Sono appena arrivato, investito di colori e sapori che sprigionano dal mercato. Avvolto dall'aria calda e quell'atmosfera caotica e rumorosa di una città araba. Eppure le persone che animano le strade non sono arabe. Quasi nessuna. Piuttosto, figure vestite di nero, abito lungo ed ampio cappello, una barba lunga e delle trecce ai lati. Improvvisamente, questa immagine che conosco pur senza averla mai veduta in realtà è tutto attorno a me. Mi sento incredibilmente lontano, estraneo. Mancano poche ore, e sui banconi si contrattano gli ultimi shekel. Poi, al tramonto, sarà Shabbat, tutto di colpo si fermerà, calerà il silenzio. Tutto freme, ora, in attesa di quel momento. In attesa di scendere, lungo le vie della città vacchia, una volta superata la porta di Giaffa, attraversare la strade strette traboccanti di oggetti in vendita, infilarsi tra le vie del suq, che sembrano quasi cunicoli. Cristiani, arabi cristiani, arabi musulmani, gente che esce ora dal Monte del Tempio. Venerdì è giorno sacro per l'Islam. Mentre due strade più su sale la Via Dolorosa, le stazioni della Passione a volte scompaiono dentro un caravanserraglio, ed infine terminano nel chiostro in decadimento del monastero copto. Un uomo vestito di nero, la faccia scura, si confonde nella penombra di una finestrella dietro una grata. Il Sacro Sepolcro è poco oltre, passando un cunicolo che conduce alla piazza. Pellegrini ripercorrono su questi passi la Passione di Cristo.
Io, io mi sono già perso. Travolto dai richiami dei minareti, la folla che sale trascinando una croce, e le sagome dei chassidim che si preparano alla preghiera. Penso che questo da solo dovrebbe essere un inno alla pace, invece di essere l'intonazione di un canto di guerra. Stavo scendendo, certo, lungo la città vecchia e mi trovo a risalire, lungo il percorso del Calvario, e camminare nel luogo sacro che vi si erge sopra. Nel silenzio che ispirano i volti contratti, la fiamma ondeggiante delle candele di cera di miele appoggiate contro una parete, nell'oscurita delle arcate di pietra, urtato dal viavai di cerimonie che si alternano quasi salmodiando e quasi sgomitando l'una con l'altra. E qualcosa che aggiunge ed al tempo stesso toglie sacralità al luogo dove mi trovo.
Torno indietro, torno lungo quella strada in discesa. Mentre pervadono l'aria gli ultimi raggi di sole. Seguendo a debita distanza quelle figure nere che a volte nelle strade anguste ed ombrate mi turbano come se fossero spettri. Difficile distinguere, capire, ora che sono appena arrivato. Arrivato, infine, sì, di fronte ad un Muro, alla base del Monte. Il luogo più sacro nel momento piuù sacro della settimana ebraica. E quello che mi colpisce è l'incredibile varietà che confluisce in un unico denominatore: la gioia della festa, forse davvero come dicono loro la celebrazione della vita, attraverso i canti, abbracciati in cerchio, come facevano i pastori del deserto. Altri invece oscillano, poggiando sui talloni, avanti ed indietro, appoggiando una mano sulle pietre enormi del Muro Occidentale, chi anche il capo, chi ergendosi fisso in posizione eratta. Tutto quello che colgo, in un calderone di persone che affollano questo spiazzo, osservando la sera che scende e le innumerevoli immagini di fronte a me, è una sensazione di felicità mista ad un profondo sentire.

 

 

Rieccomi lungo la stessa strada. La mattina è già calda e silenziosa. Come la luce che filtra dalla cupola della Basilica del Santo Sepolcro, sovrapponendosi ai riflessi dei mosaici ed andandosi a posare sulle arcate di pietra. Pietra, appunto. Quella bianca degli edifici della città vecchia, estratti dalle cave mitiche di re Salomone. E quella che scende, nel cuor della terra, trasudando gocce d'acqua e storia. Perchè questa è una delle sensazioni che mi colpisce più intensamente. Imboccare una porta, scendere dei gradini e penetrare nel corso della storia. La storia di Gerusalemme, innanzitutto, della vecchia città di Re David, posta altrove, in realtà, rispetto al Tempio ed alla città vecchia. Tutto ruotava attorno all'acqua, il bene assoluto. Allora una strada scendeva alle piscine di Siloe, e doveva essere magnifica e colma di vita; ora non è altro che un tunnel, lunghissimo che dalle piscine riporta al tempio, e corre parallelo ad un altro tunnel, straordinario ed ingegnoso, che assicurava l'approvvigionamento d'acqua alla città da una sorgente segreta.
La storia del Vangelo, con i luoghi della Passione e del culto. Ancora, si scende, nell'oscurità, per toccare con mano le pareti della prigione, e quelle della sofferenza. Ogni luogo ha un'ubicazione precisa, a volte anche più di una, tra tradizione e testimonianze tramandate che fondono storia e credo. Tutto quello che ci viene tramandato, che fa parte della nostra cultura, lo abbiamo scelto o no, trova riscontro e rappresentazione qui, a Gerusalemme. Non è necessario essere ferventi religiosi per rimanere colpiti da tutto questo, dalla forza di camminare su queste stesse pietre di cui narrano libri sacri, di cui parlano i Vangeli, di cui siamo stati cresciuti.
Toccare con mano la pietra di migliaia di anni, quella che ha visto le distruzioni del Tempio, le rivolte soffocate nel sangue ed il Sangue del Dio fatto uomo, il sangue di coloro che hanno combattuto, distrutto, ucciso e ricostruito nel nome di una o un'altra religione. E' come se tutte queste pagine di storia rieccheggiassero, una sopra l'altra, rumori infiniti che rimbombano, come una goccia d'acqua che dal soffitto di una parete grezza scavata a colpi di piccone cade nell'immensità di una di quelle cisterne sotterranee scavate nel cuore della terra. Perchè gli antichi lo sapevano e lo temevano, non c'è vita senza acqua.

 

 

Sotto un sole cocente sale la strada lungo il Monte degli Ulivi. Attraversando un'immensa distesa di lapidi bianche e piccoli sassi depositati sopra. Uno dei cimiteri più antichi ed utilizzati ininterrottamente al mondo. Perchè qui, per gli Ebrei, avverrà il Giorno del Giudizio. Di fronte, dirimpettaie, le lapidi di un cimitero musulmano. E nel mezzo, appunto, gli ulivi. Quelli del Getsemani, innanzitutto, alcuni di essi hanno davvero vita millenaria. Ulivi, come vita, come profumo. Quello del paesaggio Mediterraneo. Questa parte della città si estende in realtà nella zona araba e, con la valle del Cedron, in direzione dei Territori. Gli ulivi sono storia, ma sono anche vita contesa. Io, invece, risalgo lentamente, lungo questa strada colma di testimonianze e di luoghi ricchi di significato. A volte, calandomi nuovamente entro anfratti e rocce scavate, a volte respirando un alito di vento che sale con me. Gerusalemme appare splendente e pacifica, da quassu, con la cupola della roccia che risplende, sempre più dorata man mano che il sole inizia a scendere, con le sagome degli edifici che ho lasciato alle spalle, in una giornata intera, che si distinuono in ogni direzione. E da questa prospettiva, di attesa, di silenzio e di tranqullità, così differente dal brulicare infinito di cui facevo parte anche io la città appare ancora più bella, più scintillante, più eterna. Perchè eterna l'hanno resa i popoli, i personaggi che l'hanno attraversata, fermandosi o soltanto per sostare, eterna la rendono le persone che la popolano ancora oggi, così come quegli arabi che la osservano con me, con qualche altro turista e qualche altro viso occidentale, da questo punto sacro ai piedi del quale ondeggiano fronde di ulivi antichi migliaia di anni, una sera qualsiasi.

 

 

Sembra incredibile. Eppure è così. Nelle prime ore della mattina sono salito al Monte del Tempio, ho osservato da vicino la Cupola della Roccia e camminato attraverso la Spianata delle Moschee. COme altri luoghi di culto, anche questo enorme spiazzo è in realtà un'oasi di pace e silenzio raccolto entro le sconfinate vie di Gerusalemme. Ho osservato le donne condividere il pane, i bambini correre di qua e là, magari con qualche arma giocattolo in mano, e sbirciato gli uomini che si purificavano prima di entrare scalzi nelle moschee.
E' così. Sono sceso, lungo un'uscita secondaria e dopo pochi minuti le mie mani poggiavano su una di quelle pietre enormi che costituiscono il Muro del Pianto. Con la kippa sul capo che rischiava di essere trascinata via dal vento. Ho chiuso gli occhi e, accompagnato dalle parole incomprensibili di un salmo, ho lasciato in un anfratto del muro la mia preghiera e quella della mia famiglia. Accanto a me un uomo piangeva, letteralmente, addossato al muto, mentre un altro, rosso in volto, sfiorava anch'egli la pietra già calda del sole. Più indietro, un ragazzo leggeva la Torah, per la prima volta, attorniato dalla propria comunità ed abbracciato infine dal rabbino che celebrava la Bar Mitvah.
Tra immensi cordoni di sicurezza, per la visita del Papa, ho girovagato per le strade bianche ed ordinate del Quartiere Ebraico e sono arrivato nella zona più a nord, denominata Quartiere Armeno. Qui, in Armeno, una decina di officianti, seguiti da 50/60 ragazzi, ognuno vestito secondo il proprio ruolo, celebravano la messa completamente in lingua cantata, secondo il rito ortodosso. Avvolto dalla penombra, dall'incenso e dai riflessi che a tratti apparivano e scomparivano, dentro questa chiesa ricchissima, dove tutto in realtà si scorgeva come un contrasto di ombre e rara luce abbagliante che penetrava attraverso il portone. Non ho saputo muovermi di lì per tutta la celebrazione.
Tutto questo in poche ore, senza nemmeno uscire dalla cinta di mura medievali. Come quei canti che si erano mescolati il venerdì, appena arrivato. Questo rende Gerusalemme indivisibile, troppo intricati i percorsi della storia che si sono intrecciati ed hanno piantato radici, troppo intense le emozioni ed il sentire. Questa è l'eternità di una città che raccoglie anche le mie radici, come cultura, come insegnamenti, come uomo. Questo, a mio parere, dovrebbe renderla città libera, inno di pace e luogo da visitare, almeno una volta, nella vita. Questo, non è.

 

 

Da visitare, anche se appesantisce il cuore. Verso la periferia della città, su una collina non strappata alla foresta, sorge il memoriale della Shoah. Attraverso edifici, parti museali e luoghi commemorativi. Attraverso fiamme che non si spengono, nomi di bambini ripetuti senza soluzione di continuità ed altri nomi, terribili, scolpiti su lastroni di pietra. Altrove, un vagone di legno è fermo sulla prima campata di un ponte interrotto sospeso nel vuoto. Perchè sia necessario arrivare sin qui, non è sono per rendere omaggio ad una tragedia immane, ma anche per comprendere un popolo ed una nazione. Quella di Israele, appunto, fondata sul principio che ci sia un luogo dove ogni Ebreo possa trovare rifugio, ma anche la volontà di preservare la vita e la propria identità. Un senso fortissimo di identità, che è missione proteggere e tramandare. Inno alla vita, mi ripetono in molti, durante il mio viaggio, come lo ripetono nelle parole dei salmi stessi. A volte mi riesce difficile combinare questo con l'immagine degli Ebrei ultraortodossi, gli haredim, quelli che ho visto per le strade di alcuni quartieri, abbandonati dal tempo ad un secolo fa, figure a volte inquietanti, avvolte di nero, inavvicinabili per me. Come le donne, col capo coperto, forse rasato, ed i vestiti umili che coprono ogni parte del corpo. Spesso giovani, giovanissime, in compagnia di uomini decisamente più anziani, circondate da uno stuolo di bambini e col pancione in attesa. Sono immagini che si sono impresse subito nella mia mente, così come quelle dei soldati, praticamente ovunque, colti in ogni momento con il kalashnikov in spalla, compagno costante di un servizio che esige due o tre anni, a seconda che sia donna o uomo. Ragazzi armati, in giro per strada, in divisa, e magari con la borsetta o la mano nella mano di un fidanzato o una fidanzata. Anche questo, in quelche modo, ha una chiave di lettura qui, in un senso di accerchiamento, sia reale e fisico, ma anche psicologico, che porta ad una visione della situazione politica secondo una direzione ben precisa, ad un relazionarsi con lo stesso occidente in modo particolare, secondo una sindrome da accerchiamento ed un perenne stato di guerra (come di fatto è in realtà il Paese) che interpretano come antisemitismo in maniera ben diversa, e non sempre condivisibile, gli avvenimenti nel mondo. Quel mondo, diviso, di cui Gerusalemme rimane l'emblema.

 

 

 
 
 

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Post n°477 pubblicato il 23 Giugno 2014 da enodas

 

 

 

Ecco che alla fine sono tornato. Già da qualche giorno, in realtà, che ormai scopro sia passata una settimana. Sembra incredibile la rapidità con cui ci distacchiamo dai nostri ricordi. Sono tornato ed ho guardato velocemente le foto che mano a mano copiavo sul computer. E rivedevo immagini e coloriche ogni tanto già iniziavano a sparire. Come se questo tempo fosse necessario per assimilare e cercare di comprendere tutta la ricchezza del viaggio che ho compiuto e del Paese che ho visitato. E non saprei nemmeno come chiamarlo, veramente, secondo un nome ufficiale che recita "Israele & Territori Palestinesi", come se esistessero da qualche parte, almeno su una carta, due Paesi differenti. Quello che ho trovato, e l'impressione che porto con me è quella di una terra complicata, una situazione complicata, talmente intrecciata lungo i fili della storia, anche e soprattutto quella recente, da non essere più districabile. Questo è il mio parere, per quanto non si debba giudicare, anche se probabilmente credo sia giusto e doveroso avere un'idea. La soluzione dei due Paesi indipendenti è ben lontana dall'essere realizzata. Nella terra, innanzitutto, nelle divisioni laceranti che si perpetuano, ancora ed ancora, ognuna chiamandone un'altra. Nelle menti e nelle anime, tante, infinite voci, che si levano ognuna secondo una propra accordatura, una propria scrittura, una propria prospettiva, tanto che le storie, le versioni e le interpretazioni della stessa storia, rimangono differenti. E ben più di due. Ecco, nel mio piccolo ho cercato di ascoltarne qualcuna, qua e là, ed altre di scriverle da me, attraverso i miei occhi, quello che vedevo, sentivo, ed in un certo senso sperimentavo su me stesso. Pensando e ripetendo tra me e me che ognuno ha una propria storia, interessante, da raccontare. Anche secondo le dclinazioni e le coincidenze più improbabili.
Coincidenze, certo. Come quelle che mi fanno pensare ora che tutto è andato bene, e che sia riuscito ad andare ovunque volessi. Non una cosa tanto scontata, a quanto pare, leggendo i casi che stanno montando, proprio a partire dagli ultimi giorni che io stesso mi trovavo in Israele. Ed io invece, sono passato, giusto in tempo, mi viene quasi da pensare, con la fortuna di poter considerare, per quanto possibile, il mio viaggio completo, e non solo a metà, menomato di territori che testimoniano una cultura ed al tempo stesso un'altra storia, ancora incompiuta.

 

 

E' così che i primi dieci giorni sono stati di un'intensità come poche. Tra Gerusalemme ed i Territori Palesinesi raggruppati come West Bank. Nel sentire dentro e fuori di me, nei miei tentativi di capire e discernere la realtà, ricostruirla ed analizzarla. Negli incontri, in un senso molto ampio del termine, che portano a contatto con culture e tradizioni talmente diverse da far vorticare un mondo davanti agli occhi. Gli stessi di una persona che in un modo o nell'altro, fa parte ella stessa di quella base culturale e spirituale, per quanto molto lontana nel percorso e nel sentire. Che tutto parlava di qualcosa che so, che mi è stato tramandato, che ho sentito ed assimilato. E questo aggiungeva ulteriore intensità al mio sentire, il percorrere questa strada scendendo i gradini della Storia, immergendomi nel profondo dell'animo umano, non solo per quanto riguarda me in particolare, ma per tutto quello che siamo. Tutto questo, unito ad un mondo che sin da subito testimoniava la propria fragile tensione e peculiarità, mi hanno provato molto, anche da un punto di vista mentale. Ne sono uscito pensando, ancora una volta, che ogni fondamentalismo è pericoloso e limitante, ancor più quando dettato dalla religione. In questo, non ho trovato molta differenza. Ne sono uscito chiedendomi cosa fosse Israele, cosa rappresentasse per il suo popolo e cosa significasse allo stesso tempoper gli altri, e quale fosse il prezzo di tutto questo. Rimarrei a scrivere pagine intere di questo, di quanto ogni angolo ed ogni parola aggiungesse una voce, una linea alle mie riflessioni, che spero di saper raccontare prossimamente.
Una volta tornato a Gerusalemme mi sono messo alla guida e sono sceso nel deserto, passando dal Mar Morto. Se precedentemente avevo avuto l'impressione di immergermi nella storia, adesso mi trovavo a scendere nel cuore della terra, in un luogo che rimane un mistero ed una testimonianza selvaggia. I giorni del deserto, sebbene ben meno di 40, mi hanno provato e sono stati impegnativi, anche se mi hanno aperto il cuore su paesaggi ed esperienze di rara bellezza.
Ed infine, mi sono diretto a nord, a volte seguendo le tracce del Vangelo, a volte quelle della Cabala, altre volte infine l'eco dei crociati. Il paesaggio cambiava, tornava il verde, gli alberi, i colori. Sono passato dal Golan, un luogo dove la bellezza dei paesaggi contrasta con la tensione che si nasconde, neanche tanto, dietro un filo spinato ed i campi minati. Ancora una volta, verrebbe da dire in questi giorni, appena in tempo.
Per ritrovare per ultimo il mare, calmare, quasi annegare le emozioni nelle acque del Mediterraneo, azzurro come non avrei immaginato.

 

 

Quello che posso raccontare ora è che non mi sono mai sentito in pericolo. Anzi. Resta una sicurezza altissima, per quanto dietro una tensione palpabile. Sotto molti aspetti probabilmente molti passi più avanti di noi, sotto altri un'incredibile commistione di Paesi occidentali e modo arabo. Dove le differenze ed i contrasti, nella vita delle persone, possono essere più che evidenti, fino a rasentare l'assurdità. E non mi riferisco a popolazioni differenti. Ho visto piscine private nel mezzo del deserto, resort come cattedrali isolate e gruppi senza elettricità e connessione alcuna al mondo moderno, difficile dire quanto per scelta e quanto per necessità. Ho sentito un'incredibile quantità di persone parlare con accento americano, ho guidato una macchina col cambio automatico e passato la carta di credito con la stessa frequenza con cui si lanciano in aria le monetine, pagato lo stesso bigliettto d'ingresso a Parchi molto diversi tra loro, osservato la gente chiedere l'autostop come ordinaria amministrazione e letto prezzi assurdi, quando raramente erano esposti, all'ingresso di alcuni ristoranti. Ma la terra è ricca, ed annusando le spezie al mercato, o intingendo il pane nell'hummus, o ancora gustando la frutta dai colori intensi e succosi, davvero viene da pensare che sia una terra "di latte e miele". Martoriata, certo, ancora adesso. E' una costante da non dimenticare, per non cadere nello stesso errore di chi ritiene Israele uno stato compiuto. Ecco, secondo me, non è così.

 

 

Ma quello che voglio dire, dopo tanto scrivere senza aver realmente raccontato, è che questo è stato un viaggio bellissimo, forse uno dei più belli, e che sono molto contento di essere andato e di ciò che ho visto e vissuto. In questo, mi ritengo molto fortunato, ed un po' caparbio.
Nella marea immensa di foto che mi ritrovo, mi sono chiesto infine quali immagini accompagnare a questo post. Idealmente, avrei dovuto seguire con i luoghi quello strano giro "a otto" che ho compiuto in queste tre settimane abbondanti. Ed invece, alla fine, mi sono fermato ad un singolo giorno, o quasi, almeno idealmente, per le strade di Gerusalemme. Qui, come detto, in tutta la sua massima espressione, si incontrano e si scontrano più o meno silenziosamente, non solo tre grandi culture ma anche tutte le loro varianti. Fondersi in esse, col proprio passaggio, è una sensazione molto particolare e rende, a mio avviso, Gerusalemme una città eterna, uno di quei luoghi che andrebbero visitati e vissuti, almeno una volta nella vita. In questo senso è stato il mio pellegrinaggio, se così si può chiamare. Ma è anche la stessa ragione che mi ha accompagnato ovunque, in questo luogo, ed il mio pensiero più ricorrente nel rimettermi, ogni volta, in cammino.

 

 

 
 
 

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Post n°476 pubblicato il 18 Giugno 2014 da enodas



Quando le porse ciò che aveva portato nella valigia, scorse un cenno di dissenso. Un silenzio dissenso negli occhi, nell'espressione lontana da quanto potesse immaginare ed aspettarsi. Sentì un lontano, fievole sconforto, e tanta insicurezza. Non seppe bene che dire, se non di lasciare tutto, eventualmente, che non aveva importanza. Pensò che in fondo non potesse decidere quella reazione, guidare quel momento. Lui poteva solo fare ciò che sentiva. Si sentì un po' solo ed un po' sconfortato. Senza sapere bene se ne avesse ragione o meno.
Ma si sentì anche in colpa, rivedendo da un'altra angolazione la stessa pellicola. Sentì il peso di altri momenti, di non aver saputo accettare con soddisfazione un gesto, un regalo. Vorrebbe non addossarsi la nostalgia, ed un senso di colpa per tante cose, per i genitori, innanzitutto, per il loro amore, per i ricordi che si intrecciano in un modo e lungo percorsi che rimangono difficili da spiegare. Forse perchè in realtà in fondo alcuni ponti lungo questi percorsi sono stati ricostruiti con la mente, secondo una prospettiva personale e ferita maturata nel tempo. E per i silenzi che lo fanno viaggiare lontano, a volte, chissà quanto lontano.
Affiorano sempre alla mente, appena si alza un alito di vento.

 
 
 

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Post n°475 pubblicato il 22 Maggio 2014 da enodas

 

Ho il passaporto sul tavolo...
...una valigia da chiudere
ed il cuore sospeso...

...via, per qualche settimana...

 
 
 
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