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la musica, suonare il pianoforte, suonare il mio violino, la luce del tramonto, ascoltare il mare in una spiaggia deserta, guardare il cielo stellato, l’arte, i frattali, viaggiare, conoscere e scoprire cose nuove, perdermi nei musei, andare al cinema, camminare, correre, nuotare, le immagini riflesse sull’acqua, fare fotografie, il profumo della pioggia, l’inverno, le persone semplici, il pane fresco ancora caldo, i fuochi d’artificio, la pizza il gelato e la cioccolata


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l’ipocrisia, l’opportunismo, chi indossa una maschera solo per piacere a qualcuno, l’arroganza, chi pretende di dirmi cosa devo fare, chi giudica, chi ha sempre un problema più grosso del mio, sentirmi tradito, le offese gratuite, i luoghi affollati, essere al centro dell’attenzione, chi non ascolta, chi parla tanto ma poi…, l’invidia, il passato di verdura





 
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Post n°668 pubblicato il 22 Gennaio 2017 da enodas

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Post n°667 pubblicato il 19 Gennaio 2017 da enodas

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Post n°666 pubblicato il 17 Gennaio 2017 da enodas

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Post n°665 pubblicato il 14 Gennaio 2017 da enodas

 

 

"...I’ve got all I need
to feel like I’m a star.
I’ve got my sisters by my side.
I’ve got my sisters' love and pride.
And in my sisters' eyes
I recognize the star I want to be.
And with my sisters standing strong,
I’m on the stage where I belong.
And nothing’s ever gonna change that fact.
I’m part of one terrific sister act..."

 

 

Unico, travolgente... Divino! Con queste parole, sul tabellone, si presenta Sister Act. Fin troppo facile, del resto, il gioco di parole. Comunque sia, é una promessa pienamente mantenuta: sull'onda di uno di quei film (anzi due, visto il seguito) che ogni tanto fa sempre piacere riguardare quando capitano in caso di zapping senza meta, questo musical si presenta allegro, estremamente ironico e divertente. Accompagnata da colori scintillati e luccichini, la storia, leggermente modificata, sfila via su musiche vivaci ed originali, nella più classica tradizione musical.
Ho passato un bel pomeriggio, col sorriso. Leggero.

 

[...]

 

"...First rule of singin' -
Get the rafters ringin'!
Toss everything in -
dig down deep inside.
When you’ve got a song worth hearin'.
There’s one thing to do -
just keep your fear from interferin',
and let that sucker burst through!
Raise your voice!
Lift it up to heaven!
Raise your voice!
Come on, don’t be shy!"


 
 
 

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Post n°664 pubblicato il 11 Gennaio 2017 da enodas

 

 

 

12 Novembre

 

"Un uomo presiedeva il rituale. Riempiva delle zucche marroni di un liquido verde, che schiumava fino all'orlo. Tutti tenevano amorosamente le zucche fra le mani e sorbivano quella bevanda amara, parlando del mate come molti altri uomini parlerebbero di donne..."

 

Questa era una data che avevo segnato. Una di quelle attorno cui ho pensato questo viaggio. E' un giorno che mi accoglie sotto un sole cocente, disceso dal bus, un centinaio di chilometri e tre ore di viaggio, in un luogo deserto. Cammino nascondendomi sotto le ombre corte degli edifici, un po' trascurati, un po' eleganti, io che non ho il cappello, quello da gaucho, come si dice qui, in questa scenografia che sebra preludere ad uno di quei punti di svolta di un film western. E' questo silenzio ardente ad avvolgermi. Scendo, verso la piazza centrale. Scendo, verso il fume, oltrepassando la carne stesa sul fuoco, seguendo un rumore, lontano. Un nitrito, forse, o forse un colpo di frusta, o il suono gutturale di un uomo.

 

 

Ho oltrepassato un ponte e, credo, sono entrato in questo mondo. Dove alcuni elementi di Argentina mi vengono svelati, nella loro quotidiana semplicità. A partire dalle tavole, imbandite ed improvvisate, banchetti portatili e scorte titaniche di cibo, oppure dal mate, onnipresente, in quelle calabazas che passano di mano in mano e davvero, nel fumo aromatico, avvolgono un gesto normale e tradizione. Tradiccion é il dia che si celebra, a cavallo tra sabato e domenica, dove il mondo della Pampa semplicemente si mostra. E non dico rivive, perché questo é qualcosa che orgogliosamente persiste, nei bambini a cavallo che si muovono come su biciclette, nei gesti degli uomini e negli abiti complementari delle donne. Come una carovana giunta da un desserto. Anche se queste sono mandrie, cavalli scalcianti o gruppi di cavalli ansimanti, Ed il deserto é il mondo sconfinato dell'Argentina, e di un continente enorme che si apre a terreni vasti quanto disabitati, il cui unico limite é un recinto tracciato come una linea senza limite di continuità. Ma ancora, non lo so. Catturo queste immagini, di rumori e di colori, tanta polvere sollevata nell'aria, mentre la terra a tratti trema, o forse sono io che esagerando la immagino così.
E la sera, sarà un fuoco enorme, spiedoni di carne, una musica sfrenata e l'immancabile mate. Sapore amaro ed intenso, come lo sguardo di un uomo accigliato alla luce traballanti delle fiamme. Prima che l'anima orgogliosa si liberi in un volteggio di danza, una gonna orlata oscillante per le strade, un cappello da gaucho sollevato, ritmicamente, per quelle strade deserte dove si affacciano edifici coloniali candidi e resi ruvidi dal tempo. Il giorno dopo, sarà così.
Sotto un sole cocente.

 

 

"...Stavano tosando le pecore. Nel capannone c'erano venti scomparti e altrettanti tosatori: cileni magri e forti, a torso nudo, coi pantaloni che il grasso della lana aveva reso neri e lucidi. Un nastro trasportatore, azionato d auna macchina a vapore, percorreva in tutta la sua lunghezza il capannone. C'erano rumori di pistoni che sbuffavano, di cinghie che sbattevano, di macchinette per tosare, di pecore belanti. Una volta legate le gambe, le pecore perdevano ogni volta di combattere e giacevano come morte finché la tortura era finita. Poi, denudate e coperte di tagli rossi intorno alle mammelle, spiccavano un salto selvaggio, come per scavare un recinto immaginario, o per balzare verso la libertà."

 

 

 

 
 
 

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Post n°663 pubblicato il 07 Gennaio 2017 da enodas

 

 

 

10 Novembre


Sembra incredibile, ma passato un giorno, ho già attraversato una frontiera. Una di quelle visibili, in realtà, anche se sommersa dall'acqua lattiginosa di un fiume giunto al suo ultimo passo verso l'oceano. L'ho attraversata a fianco di uomini e donne che prendevano un traghetto come un altro, magari con una borsa della spesa od un trolley dalle dimensioni ridotte al seguito, come una routine che per me era una strada unica, marcata da timbri e contro-timbri tra le pagine del passaporto, un Paese piccolo e sconosciuto che per me si traducea in un sole stampato sulla targa ammaccata di un'auto in disuso, e quella sensazione del viaggio sul ponte di una nave.

 

 

Mi sono ritrovato all'ombra di un sicomoro, cercando  dietro i riflessi abbaglianti il profilo di una metropoli. Nella calma di questo luogo, anche quello, oltre la vista, appare meno tumultuoso. Meno tumultuose le mie inquietudini, ora a contatto col mare, quando posso sentirne il rumore, assaggiarne l'aria trasportata dal vento che sbuffa ad intermittenza, come un sospiro, quasi, lo stesso che da il nome ad una stradina che dalle mura a strapiombo sale fino alla piazza, o come la brezza che spira tra i finestrini di un'auto lanciata in corsa, in una passato lontano ed indefinito, altro non resta che un profilo d'epoca, sia esso uno scheletro contro la luce del sole, od un contenitore di un giardino intero. Perché c'é un pizzico di artistico ed 'alternativo', in questa colonia portoghese silente sotto il sole cocente, dove le ore sembrano passare con una calma silenziosa.
Ho camminato su e giù, su ciottoli bianchi come i calcinacci degli edifici. Ed era come se ogni cosa traspirasse quel fascino di un'epoca gloriosa andata, una ricchezza scintillante sparita chissà dove, che lascia dietro di sé un alone di trasandata poesia e la calma di un anziano che ha visto infiniti volti attraccare al porto, attraversare quella lingua di mare.

 

 

 
 
 

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Post n°662 pubblicato il 04 Gennaio 2017 da enodas

 

 

9, 11 Novembre / 3, 4 Dicembre

 

Inizio e fine. Ovvio, per motivi logistici. Eppure questo é il motivo principale che mi ha mandato in tilt prima di partire. Senza davvero volerlo, sono arrivato a leggere un po' di tutto su Buenos Aires, e come sempre in questi casi, si trova ogni cosa ed il suo contrario.
I primi giorni li ho passati così, cercando di scemare, almeno leggermente, quella paura ed quell'allarmismo. Era giustificato, non lo era? In realtà, non lo so. Io alla fine non ho avuto problemi, ma ho incontrato persone che condividendo qualche loro storia poco piacevole a quei post mi hanno rimandato. Gli Argentini amano Buenos Aires, nel senso che chiunque abbia incontrato ne parla orgoglioso, ed orgogliosamente la evoca come la Parigi del Sud America. Sarà anche vero che ogni grande città ha le sue pecche e richiede la sua buona dose di attenzione e buon senso, ma nonostante questo, penso che il paragone non regga. Ho visto i Portenos, praticamente chiunque, andare in strada con lo zaino o la borsa ben piazzati di fronte al petto, stretto tra le braccia, e mai portati sulle spalle. Ho visto baraccopoli contrapporsi a quartieri eleganti, basta solo svoltare dall'altra parte all'uscta della stazione, tanto per fare un esempio. Ho ascoltato un venditore anziano dirmi di prendere la strada più in là sì e no 25 metri, nel darmi delle indicazioni. Cose come queste, qualcosa significheranno. E se sicuramente, guardandomi indietro, in altri luoghi, é un qualcosa che ho già sperimentato, peraltro in maniera molto più estrema, é anche vero che il contesto e l'approccio culturale possono giocare un ruolo fondamentale nel definire quella che può essere una sensazione, o qualcosa di più.
Così, ho camminato con questo stato d'animo, in punta di piedi quasi, a tratti, laddove magari avrei dovuto assaporare ogni nota danzante di tango.

 

 

Ho raccolto diversi volti di Buenos Aires, per quella sequenza temporale che mi ha portato e riportato lungo le strade. E non é un caso ce abbia iniziato da una città silenzosa, recintata di mura e colma di pietre lavorate, e storie ad ogni incrocio. Nel cimitero di Recoleta si alternano storie drammatiche, lotte politiche ed aneddoti al limite dell'esoterico. E' un luoo che in qualche modo mette i brividi, perché sebbene sia uno dei più ambiti della città, alterna cura ed abbandono, bare in vista, legni spaccati e chiavistelli arrugginiti. E' anche il luogo di una città aristocratica che ha molte pieghe nel passato, rovesciamenti repentini e quella Storia che diventa via via più complicata da raccontare man mano che ci si sporge verso il presente, fino a diventare semplicemente tabù, un discorso che é semplicemente meglio evitare, senza sapere ci sia l'interlocutore.

 

"Ho sempre evitato di trattare il tema del carcere durante la dittatura in Cile. L'ho evitato perché la vita mi é sempre sembrata appassionante e degna di essere vissuta fino all'ultimo respiro. Per cui trattare un incidente così osceno era un modo vile di offenderla..."

(Luis Sepulveda)

 

 

Se c'era un posto in cui volevo ascoltare eco disperse, questa era Plaza de Mayo: un luogo significativo, ben oltre il sole cocente e le ombre immobili che vi trovo quando vi arrivo. Forse tra questi silenzi, tra i presidi fissi e le proteste a cadenza settimanale, tra le croci delle Isle Malvinas e manifesti colorati di tutta l'America Latina, o forse ancora dalle barriere su cui la polizia monta presidio e, tra tutti i luoghi silenziosamente segreti di questa città, rimane quello più noto. E quello che resta diventa un'eco lontana di quel poco che so da immagini ed articoli sparsi. L'ho attraversato a fianco di quel Libertador, Jose de San Martin, il cui memoriale, avvolto in una bandiera argentina, rimane presidiato a breve distanza.

Credo che di Buenos Aires, mi abbiano colpito due cose, a prima vista. La prima era gli alberi in fiore, di un blu violaceo che si disvelavano come ventagli sopra il capo, ogni volta che alzavo lo sguardo verso il cielo terso, fin quasi abbagliante. Allora, vi si stagliano come ombre cinesi ed infondono in senso di gioia. La seconda riguarda il fascino dei libri e delle numerose librerie antiche (ma anche moderne) che nascondono in città, pronte ad apparire dietro una svolta, a lato di un marciapiede. Per chi ama i libri, per chi ama assaporare il profumo della carta e magari ogni tanto immagina café letterari un po' retro e luoghi segreti tra gli scaffali, si tratta di una caratteristica della città che crea molta atmosfera.

 

 

Ed infine, scriverò di musica. Per quanto sia difficile, a volte, trovare l'anima più autentica di qualcosa che é estremamente famoso. Forse, un po', resterò sognando, aggrappato ad un'idea sognante ed appassionata, tanto da lasciar tremare, il fiato, il palpito di uno sguardo, l'aria tesa sulle note del bandoneon, ogni centimetro della pelle, vibrante, in un'attesa spasmodica e senza orizzonte. In un labirinto perso tra melodie struggenti ed attimi di fuoco, intenso, ardente, camminerò su strade nascoste nell'ombra, su archi di note sulle quali non saprò danzare, ma che rapiscono per un istante, ogni senso possibile. Si muoveranno, come il profilo di una coppia danzante, illuminata appena da una luce notturna.

 

"Tango Mio,
te gradue en mi alma recien
florencida, y te hiciste sentir entre
broncas y nostalgia.
Escibi para vos versos bien debutes,
y con cinco guitas de amor,
fui laborando por la yeca
i academia superior.
Arrabal Boquense sin
desaliento te canto este tango
farabute y a las musas munecas,
per cantas. reos gallegos, tanos,
rebecas y al gotan los convido a
revivir a Juan de Dios Filiberto."

 

 

"Caminito que el tiempo ha borrado
que juntos un dia nos viste pasar
he venido por ultima vez
he venido a contarte mi mal.

Desde que se fue   Triste vivo yo
Caminito amigo     Yo tambien me voy
Desde que se fue   Nunca mas volvio
Seguire sus pasos  Caminito adios..."

 

Immagini sparse sono i colori pastello e le note di tango. Sparse, come cartoline che non ho mai ricevuto, ma soltanto immaginato. Ora, per un attimo, le tengo tra le mani, di sfuggita, magari, camminando avanti ed indietro per un vialetto che tutto sommato é stato all'origine di molte paure. Così, vi sono giunto alla fine, con tante immagini raccolte ed un ultimo giorno. Tornare dopo settimane passate nel profondo sud della Patagonia é stato come scoprire una città cambiata, che nell'arco di poco tempo si era aperta ad una nuova stagione, un balzo di temperatura impressionante, e la vita che esplodeva ben oltre mezzanotte, come se la prima volta non fosse abbastanza sera d'estate. Era come se potessi ora osservare questi colori con un'intensità nuova. Così ho passato le ultime ore alla Boca, prima, tra i canali del Rio de la Plata, poi, ed infine tra i mercati della domenica di Sant'Elmo. In pochi istanti ho riunito immagini e sensazioni estremamente differenti, così come i colori riflessi nella luce di una giornata calda ed il carattere stesso dei luoghi, i caratteri anzi, fortissimi e peculiari, quotidianità opposte, tra ozio spensierato e palcoscenici montati ad arte, almeno in parte, davanti ad una realtà che é ben più ruvida. Ne ho gioito, e forse in certi istanti ho abbandonato un po' di saudade. Ho raccolto tutto, proprio come delle cartoline comprate alla fine, e non ancora scritte quando si é sulla strada del ritorno.

 

"La Vuelta de Rocha era un cuadro natural y magnifico, siempre igual y siempre diferente. Alli estaban los trabajadores del puerto. Con sus largos dias de duro trabajo. Lo unico que faltaba era expresarlo, interpretarlo y convertirlo en obra de arte."

(Benito Quinquela Martin)

 

 

 
 
 

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Post n°661 pubblicato il 01 Gennaio 2017 da enodas

 

 

Davvero, non ho molto da scrivere qui... soltanto un'immagine rubata al telefono... tra freddo pungente, una via di luci, canzoni danzanti ed il calore di una cena improvvisata...

 

 

 
 
 

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Post n°660 pubblicato il 30 Dicembre 2016 da enodas

 

 

 

In qualche modo, queste sono righe paperella. Sì, suona un po' strano così, però credo che qualunque cosa trovi sempre una sua strada tra ricordi e connessioni. Così, volevo solo dire che oggi ho camminato dopo tanto tempo in una città che mi piace tantissimo, anche se vi sono stato davvero poche volte, e pure di fretta. Una di quelle dove proprio mi piacerebbe vivere. Ho camminato per poco tempo, quanto mi concedeva una giornata d'inverno, il sole basso, il cielo freddo ma limpido e, lungo la strada, il paesaggio piatto della pianura inghittito da banchi di nebbia, tra ciottoli, torri e chiese nascoste dentro altre chiese. Ma soprattutto, ho attraversato labirinti di portici, quei portici, che mi portavano chissà dove, o chissà forse lo so, mi piacerebbe, fin fuori la città, verso una collina che non ho in realtà mai raggiunto. E siccome le immagini spesso ritornano, io poi sono fatto così, ho gettato uno sguardo anche alle spalle, perché un gesto bello é sempre piacevole, anche quando lo si osserva da lontano, anche con occhi diversi. Allora, ho pensato a tante cose che rimarranno scritte nel calamaio di un inchiostro, o magari su un foglio nero su nero, non importa, perché so che valgono molto.

 

 

 
 
 

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Post n°659 pubblicato il 26 Dicembre 2016 da enodas

 

 

 

"Alcuni giornalisti si stanno chiedendo da quindici giorni perchè gli artisti che hanno esposto in Rue la Pelet si siano dati il nome di Impressionisti. E' molto semplice. Essi hanno posto la parola Impressionisti sulla porta d'ingresso della loro esposizione per non essere confusi con altri gruppi, e perchè tale parola
 li rappresenta in modo chiaro ed evidente agli occhi degli altri. Il nome anzi li rassicura, perchè gli Impressionisti sono abbastanza conosciuti e così nessuno sarà ingannato circa la direzione delle opere esposte.. Tutti questi artisti, vi rassicuro, sono sinceri; se ciò che realizzano non è buono, non
è colpa loro, perchè non possono fare nient'altro e in nessun altro modo. Impressionisti sono e le loro opere sono il risultato delle sensazioni di cui hanno esperienza. Mi è difficile capire che gli artisti possano mettere in dubbio, anche per un istante, la sincerità delle loro opere e dei loro atelier."


"Nel campo del colore, hanno fatto una autentica scoperta la cui fonte non si può trovare altrove. Scoperta che consiste propriamente nell'aver riconosciuto che la luce forte scolora i toni, che il sole riflesso dagli oggetti tende, a forza di chiarore, a riportarli a quell'unità luminosa che fonde i sette raggi prismatici in un solo splendido incolore, la luce."

 

 

Un ritratto, un oggetto, uno scorcio. Storie, racconti, percorsi. Con questa idea, coe una bussola, si attraversano gli anni dell'Impressionismo, dalla sua comparsa fino alla trasforazione verso un'eredità nuova ed un'identità differente. Come ogni pagina letta d un libro, anche il percorso del mondo dell'arte non sarebbe allora piu' stato lo stesso. Organizzata ed ordinata secondo lo stile consueto dell'organizzatore, nei suoi pregi e nei suoi difetti, questa mostra sembra voler tracciare filoni come racconti, ai quali legare una nuova moderna concezione di sentimento, di percezione, di rappresentazione dell'anima.
A tratti, avrei voluto scrivere qualcosa di me, lungo questi corridoi, magari immaginando che fossero rami di un labirinto senza destinazione. In questa conversazione che assume sfumature filosofiche, corde segrete sfiorate appena, delicatezza di un'arte che nella sua poesia, nella poesia di un'epoca, ha sfiorato l'infinito. Spazio, tempo. E' una storia che conosco, appresa passo dopo passo, attraverso immagini e luoghi, visitati, vissuti, osservati. Fusione di ricordi, come un'amalgama di colore e luce. Scrivo questo leggendo le note che hanno guidato questo percorso espositivo. Ed osservando le immagini che lentamente svaniscono nella loro definizone e diventano altro, qualcosa di piu' potente che si imprime negl occhi e si deposita sull'anima.
Ed allora, tra un appunto e l'altro, questa é la sua storia.

 

 

"Mio caro amico, esco dalla vostra esposizione strabiliato, meravigliato! Posso dunque dirvi di aver visto una pittura di acqua viva, mobile come il viso di una giovane donna, acqua dove i misteri si sono rivelati, acqua che l'ombra abita ed il sole svela, dell'acqua dove tutte le ore del giorno s'inscrivono, come gli anni sulla fronte dell'uomo."

 

Come punto di partenza dell'anima, lo sguardo, il ritratto: il modernismo della nuova pittura abbandona i toni celebrativi e si focalizza sull'introspezione. L'esempio dell'Autoritratto di Raffaello, in una copia di Ingres d'inizio secolo ("é all'anima che gli antichi volevano parlare...") pone l'accento su un modo nuovo di pensare il ritratto. Gli occhi, prima di ogni altra cosa si riempiono di una luce nuova e raccontano... raccontano, pensieri, delusioni, speranze, malinconia. Tutto accennato, perché sia il nostro, di sguardo, a poterlo percepire, come un alito che soffi oltre la nostra immaginazione. Siano quelli di un ragazzo con un frustino in mano, una bambina vestita con costumi esotici, una amante selvaggia, o un pagliaccio al centro del circo: il loro sguardo, nel silenzio, ci parla.

Dalla figura al paesaggio, nuovo, attuale, riempito di quelle stesse persone che lo popolavano ogni giorno nel proprio vivere quotidiano. Entra nelle tele degli Impressionisti quel giardino personale che riassume in sé il concetto di spazio. Qualcosa che si apre sul mondo, all'aria aperta, appunto, lungo i binari di una ferrovia, per esempio, che improvvisamente spalanca nuovi orizzonti ed apre ad un'esplosione di luce e colore. Tutto, segretamente, destinato ad evolvere in qualcosa di sempre piu' intimo e personale, quel giardino, appunto che diventerà spazio dell'anima.

Come un intermezzo, oggetti, immagini senza vita sospese nella tela, nerrano una storia dell'Impressionismo meno conosciuta, ed obbiettivamente meno esplorata. Ma anche in questo esercizio, terreno comune della pittura, sperimentazioni di luce e colore suggeriscono un'interpretazione elevata della percezione dello spazio, suggerendone, nuovamente, un'idea "sospesa, silenziosa, quasi sentimentale"

 

 

"La pittura di paesaggio non rappresenta ciò che vediamo o, meglio, che notiamo osservando una determinata regione, bensì - ed il paradosso è inevitabile - essa rende visibile l'invisibile, però come un che di lontano. I grandi paesaggi hanno tutti un carattere visionario. La visione è un divenire visibile dell'invisibile.
Il paesaggio è invisibile: perchè noi tanto più lo conquistiamo, quanto più ci perdiamo in esso. (...) Non abbiamo memoria per il paesaggio, e nemmeno per noi quando siamo nel paesaggio. Sogniamo in pieno giorno e ad occhi aperti. Siamo rapiti al mondo oggettivo, ma anche a noi stessi. E' il sentire. La coscienza vigile di sè è invece orientata in senso opposto: è il percepire."

 

Oltre gli sguardi silenziosi che mi hanno preceduto, infine, la seconda parte della mostra racconta per capitoli il filone piu' esplorato ed affascinante. Natura, paesaggio, ed infine un'arte, quella dell'Impressionismo che va oltre se stessa. Partendo da un'onda: quella colma di forza, natura pura traslata in immagine da Courbet.
Affascinato conoscitore, e collezionista, delle stampe giapponesi, e della bellezza lonana in esse contenuta, ogni artista si protende verso questo mondo fluttuante, da cui ognuno racconterà la propria storia. Rami spogli in un abbaglio di colore, manti di neve catturati tremando nel freddo, volumi gemetrici colmi di colore: la natura viene intesa in maniera nuova, come dimensione privilegiata nel quale dipingere la propria anima.

 

 

"Quelli che dissertano sulla mia pittura concludono che sono giunto all'ultimo grado di astrazione e di immaginazione legato al reale. Sarei più lieto se volessero riconoscervi il dono, l'abbandono totale di me stesso."

 

E' un viaggio che volge al termine: ognuno secondo la propria inclinazione ha saputo portare se stesso ad un estremo. Temporalmente, ed artisticamente, le ultime firme, lungo direzioni differenti, saranno quelle di Cezanne e Monet. Quel "Plen Air" é stato sostituito, o meglio si é evoluto, in rielaborazione ed investigazione intima. Nascono le serie, soggetti osservati e dipinti come fossero parti di un'incredibile Aria con Variazioni. Lo spazio si sposta, appunto, entro quel giardino personale che diventa sempre più impalpabile, eterno, in un punto dove spazio e tempo sembrano trovare una dimensione comune sulla tela. Non più luogo, ma labirinto di colore, di forme, di materia, in cui lasciare l'anima alla deriva. Un'immersione totale, in cui rifulge, abbagliante, l'espressione del sentimento.

 

"Non ho altro desiderio che fondermi più intimamente nella natura..."

 

 

"...una mostra storica che potesse racchiudere i motivi più distintivi della ricerca mia personale e di Linea d’ombra quale strumento organizzativo. Una vasta esposizione dedicata alle Storie dell’Impressionismo, raccontata in 140 opere (soprattutto dipinti, ma talvolta anche fotografie e incisioni a colori su legno) e sei capitoli, con un forte intento di natura didattica. Per dire in ogni caso non solo quel mezzo secolo che va dalla metà dell’Ottocento fino ai primissimi anni del Novecento, ma anche quanto la pittura in Francia aveva prodotto, con l’avvento di Ingres a inizio Ottocento, nell’ambito di un Classicismo che sfocerà, certamente con minore tensione creativa, nelle prove, per lo più accademiche, degli artisti del Salon. Ma anche, con Delacroix, entro i termini di un così definito Romanticismo che interesserà molti tra i pittori delle nuove generazioni, fino a Van Gogh.

Quindi mettendo in evidenza quanto preceda l’Impressionismo - e lo prepari anche come senso di reazione rispetto a una nuova idea della pittura - e quanto da quell’esperienza rivoluzionaria, e dalla sua crisi negli anni Ottanta, nasca e si sviluppi poi, fino a diventare pietra fondante del nuovo secolo ai suoi albori.
...le diverse sezioni della mostra – d’impostazione tematica sui grandi argomenti del ritratto, della figura, della natura morta e del paesaggio - non sono mondi a se stanti e indipendenti, e invece la pittura accademica viene inserita quale contrappunto nelle sezioni stesse, così da far comprendere uno degli assunti fondamentali del progetto: cioè che il linguaggio nuovo dei giovani Impressionisti, e prima di loro dei pittori della scuola naturalistica di Barbizon, vivesse nel tempo stesso del Salon. Un’esperienza storica che si esprime in parallelo, e simultaneamente, nelle strade di Parigi e nelle campagne di Francia, lungo i suoi fiumi e le sue coste. Quel Salon al quale del resto, pur rifiutandone lo spirito di rievocazione e di conservazione, gli Impressionisti ambivano a partecipare, essendo comunque il solo luogo che poteva garantire visibilità e fama.

..."

(dall'Introduzione alla Mostra)

 

 

 
 
 
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Tamdaght (Morocco)


Valle du Dades (Morocco)


Tamtattouche (Morocco)
 

Tinerhir (Morocco)


Rissani (Morocco)


Erg Chebbi (Morocco)


Erg Chebbi (Morocco)


Erg Chebbi (Morocco)


Erg Chebbi (Morocco)


Aufous Oasi (Morocco)


Midelt (Morocco)


Atlas Region (Morocco)


Ain Leuh (Morocco)


Volubilis Morocco


Fez (Morocco)


Fez (Morocco)


Fez (Morocco)
 

Rhein Valley (Germania)


Rhein Valley (Germania)


Rhein Valley (Germania)


Bruges (Belgio)


Monnickendam (Olanda)


Berlino (Belgio)


Veghel (Olanda)


Loonse Duinen (Olanda)


Berlino (Germania)


Berlino (Germania)


Berlino (Germania)


Zijpe (Olanda)


Zijpe (Olanda)
 

Riva del Garda (Italia)


Folgaria (Italia)


Venezia (Italia)


Verona (Italia)


Eindhoven (Olanda)


Istanbul (Turchia)


Istanbul (Turchia)


Istanbul (Turchia)


Anadolu Kavagi (Turchia)


Istanbul (Turchia)


Istanbul (Turchia)


Istanbul (Turchia)


Biesbosch (Olanda)


Shanghai (Cina)