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Creato da estremalatitudine il 19/06/2008

estremalatitudine

racconti di vita, di sesso

 

 

non c'è signora

Post n°306 pubblicato il 13 Marzo 2013 da estremalatitudine

se mai esiste una signora cui non piaccia fare pompini (e in verità qualcuna esiste), non ne esiste nessuna cui non piaccia tenerlo in mano e massaggiarlo.

la pancia dell'uomo deve essere soda, tesa, il cazzo bello grosso e teso anche esso (e se non lo è la signora provvede) e poi farlo andare su e giù è un piacere che nessuna si negherebbe.

avvicinarlo, guardarlo, desiderarlo e farlo andare su e giù. nessuna signora. nessuna signora per bene.

e più il cazzo è sconosciuto, più è la prima volta o le prime volte, più è stato trovato per caso (a una festa, al cinema, in auto, sul divano di una sala mai vista), più è grosso più il piacere aumenta, tanto che molte, quasi tutte (ma non tutte), se il cazzo è mai visto prima, se è la prima volta o le prime volte, poche, poche resistono ad assaggiarlo anche se per poco, poco, giusto un pochino, ché il piacere è tenerlo, averlo, menarlo, sentirlo indurirsi, ancora di più, ancora di più.

e poi quando viene, quando viene è festa grande, soddisfazione, eccitamento, sopresa e furore, grande, tanto che qualcuna assaggia, poco, solo poco, un pochino e poi, poi si rialza, si pulisce, si aggiusta, si aggiusta la gonna o il pantolone, la camicetta e via che va, felice, la signora, tornando al lavoro, ai figli, al marito.

 
 
 

buon compleanno

Post n°305 pubblicato il 13 Marzo 2013 da estremalatitudine

la signora. una occasione speciale. da festeggiare in modo speciale.

quella sera, dopo una bella cena, appena fuori dal ristorante, prima di salire in macchina, lui la bendò, la bendò stretta e lei, lei si fece bendare, bendare stretta, sorridendo della sua iniziale imbranataggine e poi assaporando il buio, il silenzio della notte, la mano di lui che ferma la fece salire in auto e chiuse la portiera dietro di lei.

"dove andiamo?" "fidati"

un percorso breve. tutto curve e giravolte. musica dolce. il loro disco. la loro musica. poi la macchina si fermò, lui scese e, dopo poco, la fece scendere a sua volta.

i tacchi alti a cui era poco abituata sull'asfalto, scendendo, scivolarono poco, ma lui era lì, pronto a sorreggerla, a condurla. "dove?" "aspetta."

un locale. molte voci. musica forte, la mano di lui che la conduce a sedersi. le chiede cosa vuole da bere. roba forte. come una volta. come una volta.

lei beve bendata. tutto intorno le voci. alcuni sussurri. immagina che la guardino stupiti e parlino di lei. immagina lui che sorride in giro e tranquillizza tutti.

"cosa succede?" "niente. tranquilla."

poi, dopo aver bevuto e parlato, lui la fa rialzare e la conduce nuovamente fuori. pochi passi. un portone. silenzio. ascensore. una porta. silenzio.

un corridoio, o almeno passi lunghi, diritti, sempre aggrappata alla mano di lui, una porta, un divano. voci soffuse. sussuri. voci di uomini. basse. calde. parlano. dicono "guardala". dicono "eccola". dicono "è lei"

lui si avvicina. è lui. ne riconosce l'odore. inizia a baciarla. senza sbendarla. le voci continuano. aumentano forse. i suoi baci sono fuoco. la spoglia. "sei pazzo!" "non voglio" "tranquilla, amore mio" le voci quasi scompaiono. sono lontane. li ha mandati via, lui, lui li ha mandati via. immagina il gesto, lo sguardo e lui, lui riprende a baciarla e lei, lei si concede, si lascia, si lascia carezzare, spogliare, voci lontane, voci di uomini, come rumori della campagna, come voci di là da una porta, solo che dicono ancora, li sente, chiaro, dicono "eccola", "guardala", "è bellissima", mentre lui la carezza e la bacia. immagina i loro sguardi, sul suo seno che piano si scopre, mentre la sua bocca la cerca, la sua bocca santa, lui, lui solo, eccolo, mio.

lui la invita ad alzarsi e piano la spoglia completamente.

Silenzio in quell'attimo. come respiro trattenuto. Soli? Sono là, in piedi, stretti, vicini, lei nuda, completa, appoggiata al corpo di lui, ancora vestito. Silenzio. e lui le dice "spogliami" e lei sorride e dice "è difficile" "provaci"

e mentre lo fa, mentre ci prova, le voci riprendono, forti, chiare, vicine, sensuali, voci di maschi che dicono ancora una volat "guardala" "guarda come è bella" "guarda cosa fa"

lui adesso è completamente nudo e lei lo cerca con le dita, col palmo della mano e lo trova, ovvio, facile e lo prende, mentre le mani di lui le prendono i seni.

la risedere. le allarga le cosce. le voci degli uomini sono fortissime adesso. "guarda" "guarda che figa" "baciala" "leccala" "è tua" "prendila" 

"dove sono?" "chi?" "loro" "loro dove sono?" "ssss. taci" "non ti preoccupare" "stai calma. "fidati" e detto questo inizia a baciarla, in silenzio, in silenzio improvviso, completo, assoluto. solo il rumore delle sue labbra su di lei, della sua lingua su di lei, solo quello, solo quello.

lei si scioglie. lei si liquefà. lei si rilassa. silenzio.

lui si rialza. si inginocchia sul divano e le si offre. lei apre la bocca e lo prende. e proprio mentre inizia a baciarlo, a succhiarlo, le voci riprendono. forti, improvvise. "anche il mio" "anche il mio" "guardalo" "guarda come è grosso", ma lei, lei è partita, non sente più nulla, se non le mani di lui che le carezzano il capo e il sapore di lui che piano la invade.

"ti piaceva prenderlo?" "come era farti scopare?" "ti piace il cazzo?"

le voci, le voci, la sua voce, chiara, distinta: "ti piaceva farti scopare?!?"

e mentre lui trema, lei lo lascia, lo tiene, lo massaggia e piano, come con un gorgoglio, dice, lei, lei dice: "sìììììììììììì"

e lui viene, immediatamente.

dopo, dopo un bel pezzo, le toglie la benda. nessuno intorno. casa loro, lei gli prende la mano e si addormentano insieme.

 

 
 
 

Miracolo

Post n°304 pubblicato il 20 Febbraio 2013 da estremalatitudine

Tutte le volte che dopo, in un momento di calma, passata l'onda della passione, così, sdraiati l'una di fianco all'altro, lei glielo guardava, non poteva fare a meno di pensare che fosse un miracolo.

Un cazzo così grosso e così duro, così duro a lungo, poteva essere solo un miracolo.

Eppure lei non poteva dirsi di non avere avuto esperienze. I fidanzati. Il marito. Il secondo marito. Eppure, eppure uno così non lo aveva mai visto. nè sentito.

La prima volta, quando si era spogliato, lei, lei era rimasta senza parole. "farò piano" le aveva detto, affrettandosi a rassicurarla. Poi non era stato neppure così vero. Pian piano, certo, ma poi, in fondo, una volta partita... e meno male che lei non era mai stata una clitoridea pura...

Tanto era gentile lui, quanto era sfrontato e aggressivo il suo cazzo. Strano connubbio. Da impazzire.

Era capace di essere gentilissimo e premuroso durante le loro cene al ristorante, mai che si dimenticasse di riempirle il bicchiere o di smettere se lei lo desiderava, mai che le facesse mancare acqua o pane o si servisse per primo o non avesse cura di lasciarla ordinare per prima (per non parlare del fatto che con delicatezza e senza metterla in imbarazzo in qualche maniera pagava sempre lui, senza mai mostrarle i quattrini o la carta di credito) e poi, dopo, in camera da letto, sfoderato l'arnese, tremendo, spietato, insistente, affamato, passionale, aggressivo, volgare, diretto, sfrontato, duro, mai sazio e mai domo, con una energia che la sfiniva e la travolgeva e quel cazzo, quel benedetto cazzo che lei non si stancava di leccare e baciare e mangiare.

Anche perché, a dire il vero, quando lui si spogliava e le mostrava fiero il suo bel pezzo di carne già pronto, ecco lì tanto lui si sentiva forte, tanto lei era debole, arrendevole, femmina, piena di desiderio di essere presa, condotta, portata, afferrata, e di sentirlo dentro di sè, tutto, ovunque, comunque, come se una fame, una fame tremenda la possedesse e solo il suo coso, quel coso, quel benedetto coso potesse saziarla, bearla, farle salire le scale del desiderio, su, su, fino all'ultimo piano, quando aperta la finestra, lei gridava, gridava, gridava la sua gioia e il suo piacere.

Di giorno, lontani, lei avvertiva raramente il desiderio. Era adulti. Grandi. Pieni di esperienza e self control, ma quando si incontravano, appena lo vedeva, lei, lei a stento si tratteneva, riusciva a trattenere le mani, che nervose volevano solo poggiarsi lì, su di lui, su quello.

In quei momenti era talmente persa, tanto dimentica di tutto e di tutti (salvo che del cazzo) che non le importava se lui le dava della puttana o se a volte insultava i suoi amanti precedenti. Era vero. Era tutto vero. Nessuno l'aveva mai scopata così, così a fondo, così bene, così tanto da farla tornare ragazza.

E quando una sera lui le fece entrare nel letto un altro e le chiese di fargli un pompino, mentre lui piano si toccava, lei, lei era come ammaliata, come sempre, da quel miracolo e l'aveva fatto, così come aveva fatto tutto quello che le aveva chiesto, mettersi le autoreggenti, dipingersi le unghie di rosso accesso, mettere le scarpe col tacco o al contrario i sandali leggeri, truccarsi molto o presentarsi acqua e sapone, tutto, tutto, tutto per lui, perché era eccezionale, gentile, premuroso, presente eppure, eppure il più bel cazzo mai visto fin lì.

Lui la lasciò fare per un po', poi con un gesto allontanò quel ragazzo e prese il suo posto tra le sue cosce.

"senti come sei pronta adesso"

"lo sono sempre per te, amore." Quanto sono stupidi a volte gli uomini (e le donne)

 

 
 
 

Un fisico imbarazzante

Post n°303 pubblicato il 18 Dicembre 2012 da estremalatitudine

Estate. Spiaggia. Compagnia. Gli stessi amici da sempre. Ogni tanto qualche new entry. Il nuovo compagno di una amica, la nuova compagna di un amico. Fidanzati, qualche marito e moglie. Cose così. Chiacchiere fino a tardi la sera. Aperitivo e poi doccia, cena e discoteca. Estate, insomma, estate in riviera. Spiaggia, stessi amici e amiche da sempre.

Arrivavano dalla città alla spicciolata. Lavoravano ormai. Quasi tutti. Iniziavano le ferie, lì, come sempre, a casa dei genitori o, rari, in grandi appartamenti che poi dividevano tra loro.

C'erano in compagnia singles e accoppiati, scapoloni impenitenti e qualche zitella acidula come yogurth senza zucchero, nulla di eccezionale, normale, normali amici che si erano conosciuti al tempo del liceo e adesso continuavano a frequentarsi. Un miracolo quasi.

Lei, lei era single. Da poco. Un paio di mesi. E ci soffriva. Non si era ancora abituata. Alla solitudine, a non avere nessuno, a non avere un uomo con cui chiacchierare la sera, prima di andare a letto. Le mancava anche quello? Certo, sicuro, ma non era quello, non era quella la cosa fondamentale. Le mancava qualcuno con cui essere complice, fidarsi, darsi, ricevere.

Il fisico per lei era importante, certo, ma fondamentale la testa, diceva, pensava, ed era sempre stato così, davvero, diceva alla sua amica, mentre confessava la pena di essere senza compagno, anche se lei, l'amica, un poco scuoteva la testa dicendole che sarà stato un caso, ma lei aveva sempre avuto i più bonazzi della compagnia.

"non te ne sei mai perso uno. tutti intelligenti? Anche quel coglione di Carlo?"

Sorrideva lei maliziosa a quel ricordo e sussurrava all'amica che ad ogni regola c'è sempre una eccezione. Risa, risa complici, piccole spinte sulla spalla. ancora risate.

Proprio quel giorno Giulia si presentò in spiaggia con il suo nuovo compagno, un ragazzo di colore, alto e grosso, senza un grammo di grasso addosso com due spalle da pallanuotista. Presentazioni. Imbarazzo. Il primo ragazzo di colore in compagnia.

"Che problema c'è?" "Nessuno, salvo che con quel fisico fa sembrare tutti i nostri amici delle mezze seghe." "E non solo i nostri amici...."

Il costume attillato aderiva ad un culo enorme e scolpito, mentre l'elastico gli scompariva nell'incavo degli addominali. Si chinava a salutare educatamente gli altri della compagnia sdraiati al sole e lei, lei non poteva fare a meno di osservarne la muscolatura impressionante.

"Mai visto uno così! Solo in tv. Ma quanto è grosso?" "Ssssss" rispose l'amica "Ci sente"

E dopo, mentre Giulia e Selo facevano il bagno: "insomma è enorme. che sport fa?" "pallanuoto a quanto ho capito" "bestiale" "smettila di mangiartelo con gli occhi, però, se no Giulia si incazza. "e si incazzi quanto vuole: una non può presentarsi con uno così... lo fa apposta! Ma hai cisto che pettorali? e i bicipiti? con un braccio ci tira su tutte e due come ridere...." "avrà tutto in proporzione?" "bè nero è nero..."

Quella sera e le sere seguenti fu tutto uno studiare, uno sbirciare, un commentare, uno spettegolare. Compagnia, amici, amiche. Che quella santerellina di Giulia stesse adesso con una specie di statua ambulante non poteva certo passare sotto silenzio. Tutti sparlavano di tutti.

Lei notò che lui in discoteca era proprio un pesce fuor d'acqua. Non sapeva proprio ballare. Troppo grosso. Sgraziato, nonostante il colore della pelle. Evidentemente non era vero che i neri hanno il ritmo nel sangue. E forse non erano vere anche altre cose. Doveva smettere di pensarci. Giulia era sua amica. Da sempre. Anche se da sempre era stata più amica di Laura che sua. Insomma, basta.

In discoteca fece finta di non avere voglia di ballare e mentre tutti si fiondavano in pista lei rimase seduta. Lui anche. "Sola?" Diretto il ragazzo. Bene. Parlarono. Fidanzamenti e innamoramenti. Lei si convinse che non era innamorato di Giulia. Praticamente glielo aveva detto.

Di giorno in spiaggia il momento clou era quando, finito il bagno, lui andava a fare la doccia. Sotto l'acqua scostava il costume per togliersi la sabbia e scopriva il sedere e, sembrava a volte, anche qualcosa d'altro. Quando usciva dal mare loro, le amiche, complici, si giravano tutte verso la doccia e qualche cretino di amico ogni tanto faceva loro il verso. Come se non li avessero visti, loro, i maschi, se capitava qualche ragazzina con le tette di fuori...

Aveva davvero il classico culo da neri. Duro, di marmo, in fuori, grosso, con le natiche rotonde, poggiate su quelle cosce enormi, dai quadricipiti scolpiti.

Lei non se ne perdeva un movimento.

La sera in discoteca una chiacchiera da sola non se la perdeva neanche quella.

Poi arrivò un giorno in cui lui non si presentò in spiaggia. partito? come partito? la squadra? ma che cazzo! finito lo spettacolo, finita la festa degli occhi, finiti i pettegolezzi? no, quello no. Giuliaaaa......

Lo rivide d'inverno in città. Con Giulia si erano lasciati. L'aveva chiamata lui. Erano usciti e poi, dopo poco, erano finiti a letto. I pregiudizi sui neri non erano infondati.

Dopo, sdraiati sul letto, lui a braccia e gambe larghe e lei appoggiata sulla sua pancia, minuscola quasi su quegli addominali perfetti, lui, così, con un tono senza importanza, mormorò qualcosa come "è da questa estate che hai voglia di farti scopare da me" Stronzo, pensò lei. Sempre diretto. "l'avevi capito?" "me lo diceva Giulia. io non l'avevo notato. tu non ti comportavi in maniera diversa dalle altre, no?" "infatti volevamo scoparti tutte. Giulia aveva ragione" "tutte?" "io sì"

Nel silenzio che seguì lei prese a giocare con il suo pisello, che pian piano si riprese. "sei ebreo?" "no, perchè?" "per via del coso qui" "no, quella è un'altra storia. ma adesso ne ho voglia. succhia, dai" e lei succhiò.

Averlo sopra era come essere travolta da un'onda, una grande onda nera, mare di notte, spinto dal vento, le sue cosce bianche aperte davanti a lui, la sua mano a cercare di aggrapparsi al suo sedere. impossibile. marmo. stava per venire. uscì di corsa e le si offrì. la cappella fremeva. "succhia, dai, ora, su, puttanella" e lei, viceversa tirando fuori la lingua prese a carezzargli solo la punta della cappella per poi passare sotto dove allargando la lingua glielo cinse tutto. Il fremito era impressionante.

"Ancora, ancore. succhia ti ho detto" ruggì. lei si sentì piccola, piccola di fronte a quell'ammasso di muscoli. "eccomi" sussurrò lei aprendo le labbra. "succhia, dai, puttanella" e subito le venne in bocca e davanti.

non lo vide più. ne aveva avuto abbastanza.

 
 
 

Ricordare

Post n°302 pubblicato il 17 Dicembre 2012 da estremalatitudine

dopo tutta sta noia, penso ad una signora indaffarata, preoccupata, di corsa, affannata, che, ecco, si ferma, un attimo, un momento, lungo, breve, non importa, si ferma, si siede e pensa.

tutto intorno il mondo continua a girare. non per lei. lei sta, ferma, riflette, ricorda, per un momento, un attimo, una sosta.

pensa a quel che successe, a ciò che accadde e che è ancora accaduto, da poco, ieri, ier l'altro, da poco, a ciò che aveva provato, alle mani, alle gambe, al torace, al caldo, al calore, alla fiamma delle parole, all'agitazione che crebbe, al paradosso di una frenesia che è calma, benessere, distanza dal mondo, assenza d'ogni ansia, piena fusione, mente accesa solo per seguire, ecco, ora, il ritmo ossessivo dell'onda.

e al pensiero di lei che si siede, del suo sedere che elastico sostiene ed ammortizza la schiena, luce verticale tesa, scapole che si aprono nel permettere il volo del seno, ecco al pensiero di quella signora, anch'io mi fermo, un attimo, un momento, lungo, breve, non importa, mi fermo, mi siedo e penso, rifletto, ricordo.

 
 
 

Giovane e fresca.

Post n°301 pubblicato il 17 Dicembre 2012 da estremalatitudine

Era giovane e fresca, curiosa della vita, piena di desideri, di passioni, molte delle quali non sapeva bene neanche lei quali e quante fossero.

Studiava. L'università. Fuori sede. Lontana dalla sua città, dalla sua gente, bella, giovane e colma di vita.

In quel periodo si vedeva con due ragazzi, all'insaputa l'uno dell'altro. Il lunedì e il mercoledì di regola con Bruno; gli altri giorni con Giacomo.

Tanto Bruno era geloso e irruente, quanto Giacomo era un signore, distaccato, elegante, sempre sorridente e ironico.

Nessuno dei due aveva mai sospettato dell'altro, ché se l'avessero saputo se ne sarebbero viste delle belle.

Se qualche amico si stupiva di questa sua situazione, lei sorrideva e lasciava correre. Se qualche amica la criticava, ecco lì lei si incazzava. "Possibile, diceva, che se fosse un uomo nella mia situazione tutti riderebbero benignamente e invece se sono io, se è una ragazza, allora la si critica? "Che poi sia una donna a criticarmi è ridicolo! Fa incazzare!" "Io non ho promesso niente a nessuno dei due. Ci vado. Sono divertenti, a loro modo mi amano e io, io non sono innamorata, certo, ma gli voglio bene. E allora?"

Le amiche battevano in ritirata. Una sola alla fine aveva confessato che a parlare in lei era stata l'invidia. "Chi troppo e chi niente! Io sarà sei mesi che non ne vedo uno e tu, invece..."

"Io, che devo dirti: è capitato. Truccati un po' di più. Molla un po' di più. Sorridi. Dai l'impressione di avere voglia di darla e vedrai che avrai la coda fuori dalla porta"

"Come sei sciocca! Non è che posso andare in giro col cartello 'la voglio dare', no?"

"Solo un pochino meno rigida. Meno discorsi sull'amore. Nessun accenno mai al matrimonio o al fidanzamento. Sono parole che non devono neanche entrarti in testa. Se solo le pensi, gli uomini lo capiscono e fuggono."

"Minchia" pensò l'amica e se ne andò.

Lei, lei continuò un bel pezzo con quell'andazzo. Due giorni alla settimana l'uno e poi l'altro. Balle su balle. Bugie su bugie. Nessuno scoprì mai nulla, finchè lei un giorno si stufò di entrambi e li lasciò per un terzo. Un vero uomo. Lui sì.

Alle amiche che chiedevano meravigliate di quella decisione improvvisa, lei rispondeva che non sapeva come spiegarlo, ma quando lui, lui lui, quello nuovo, il suo amore, era entrato per la prima volta nella sua vita, ecco lei s'era detto che quello sì che era un uomo.

"ma perchè Bruno e Giacomo no? Neanche Bruno che dicevi che ti scopava con passione infinita?"

"No, neanche Bruno. Con lui, davvero, è tutto diverso. Mi fa fare quello che vuole, comunque, sempre, e sono contenta di farlo"

"Ma cosa? Cosa ti fa fare? Cosa fai adesso che non avevi mai fatto?"

"Essere pronta sempre...... avete presente......quando lui vuole, io non so come, ma sono sempre pronta, subito, immediatamente. Lo vedo, vedo che mi vuole e mi va il sangue alla testa, non capisco più niente e sono pronta, subito, immediatamente, ovunque e comunque."

"Ma dai, esageri"

"Una volta nella sala di aspetto di un tizio, un avvocato. Ci faceva aspettare. E lui, lui ha voluto farlo lì e l'incredibile è stato che io ero pronta, ne avevo una voglia bestiale, incontenibile, davvero."

"E....."

"Bè niente, dai, su, ragazze"

"Cosa? Non fare la furba. Parla!"

"Gli ho fatto un pompino lì, nella sala di aspetto. Il più bel pompino della mia vita, ragazze. non avete idea!"

Le altre la guardarono stupite. Poi la faccia di lei, le fece sognare e ridere insieme.

 
 
 

Lascia o raddoppia

Post n°300 pubblicato il 11 Dicembre 2012 da estremalatitudine

Niente di preordinato, niente di previsto o programmato. Solo succede. Capita. Può capitare. E se fosse successo a voi avreste lasciato, abbandonato? sareste scappate, fuggite, scandalizzate, perplesse, imbarazzate?

La serata è morbida, lieve, mezza stagione. Siete fuori con un vostro amico. Vi corteggia da giorni, settimane. E' carino, premuroso, attento, innamorato, quasi. chissà.

Terrazza. Vista sulla pianura e poi, di lì, sotto, lontano, il mare.

Chiacchiere, sorrisi, bevendo qualcosa, dopo cena, una bella cena, leggera, gustosa, buon vino, un dolce al cucchiaio stupendo, e ora lì, sulla terrazza, lui vicino, non troppo, vicino, tanto da sentire un poco il calore, non tanto, giusto, quel tanto che basta per sfiorarsi e poi scappare, ritrarsi, aspettare il gesto dell'altro, di lui, che sfiora la mano, il braccio, carezza, lieve, leggera, e poi fugge, fugge anche lui e voi, voi, ne siete contenta, vezzeggiata, corteggiata, lusingata.

Siete vestite con cura, scoprendo i vostri lati migliori, le gambe, le braccia, il collo, lungo, sottile, e gli occhi lucenti e anche lui è carino, elegante, accorto, preciso, con i capelli tagliati di fresco e il sorriso contagioso.

Un bel pezzo dopo, quando la notte ormai rifresca, un brivido, lui se ne accorge, attento, e si avvicina, vi abbraccia, vi protegge con la sua giacca e intanto vi lascia un piccolo bacio sul collo, brivido al brivido, sorriso, sorridente vi girate, sorriso e lui, incoraggiato vi bacia, leggero, ancora, sulle labbra.

I baci si fanno protratti, gli abbracci lunghi, stretti come corde secche d'estate, non vi lasciate, non lo lasciate, bocca su bocca, viso su viso, braccia strette, mani a cercare spalle, avambracci e poi, le sue, curiose, affamate, il vostro seno e l'addome, la pancia e, ancora, il seno, le braccia, le spalle.

Vi lasciate così, più tardi, molto più tardi, sotto casa vostra, nessun invito a salire, troppo tardi, domani, domani sera, cena, casa vostra, va bene.

E l'indomani lui si presenta con un amico. Siete sorpresa, imbarazzata. La sua risata è contagiosa, ancora, leggera, acqua che corre, ride, vi abbraccia e accenna un passo di danza. L'altro vi guarda. Il suo migliore amico. "Non potevo tacere" "Volevo mostrargli la tua bellezza" lusingata, ancora, di nuovo. contenta. quasi. anche delusa. poco. vi stringe la mano. "Si è portato la cena" offesa. sicuro. ma lui ride e il vederlo ridere vi riempie il cuore. maschi. ragazzi. sempre, comunque, scapestrati, sempre, comunque, maschi.

Cenate. Insieme. Le battute sommergono l'imbarazzo. Simpatico anche l'amico, l'altro, quell'altro, quello che non doveva esserci. Anche bello, in fondo. Forse più bello. Sì. Fronte alta, capelli lunghi scuri. Occhi profondi. Bello? Sì, bello, maschio. Di più. Lui, lui più allegro, contagioso, intelligente, vivace, elegante, divertente. L'altro più maschio? Davvero? Sì, forse sì. Che importa. Solo per passare la cena. Guardarli di sottecchi, intanto che ridono tra loro. Maschi. Ragazzi, sempre, anche se adulti, sempre ragazzi, dentro, maschiacci.

Dopo, dopo cena, lui si alza e vi prende per mano. Accenna di nuovo ad un passo di danza. Sussurra all'orecchio. "Ho voglia" e ancora al giro di valzer immaginario "voglio baciarti" voi sorridete, ridete quasi. Poi, tenendovi per mano, di corsa prende il corridoio e grida: "quando vai via, chiudi la porta!" e subito dopo, spingendovi contro il muro, vi stringe, vi bacia, prepotente, affamato, caldo, seducente, forte, champagne ghiacciato che va immediatamente alla testa, vi stringe, vi abbraccia, vi mangia, solleva la gonna, scuote le coscie, siete senza fiato, sorprese, colpite, di colpo eccitate, quello che la sera prima era solo un sogno, ecco, ora, adesso, toccate, carezzate, prendete e lui prende voi.

Due passi: la camera. Il letto. Vestiti che volano. Il calore dei corpi, il suo sesso fra le vostre mani, la sua bocca sul vostro seno, ecco, ora, adesso, finalmente, quel che ieri notte non era successo, la promessa implicita, ecco, ora adesso e adesso anche l'altro compare, già nudo, pronto, potente, nudo, eccitato, con un cazzo mostruoso, più maschio, ecco, più maschio e vi gira la testa e protestate e le vostre proteste finiscono in baci, baci tentanti, accolti, a metà, poco, non del tutto, non subito, ecco, altri baci. Avreste dovuto scappare dal letto.  Correre, correre via. Avete tardato. Un attimo. Stupore. "Non se ne era andato?" e adesso è lì anche lui, maschio, più maschio, baci, tanti, una pioggia di baci.

Che avreste fatto? Niente di preordinato, niente di previsto o programmato. Solo succede. Capita. Può capitare. E se fosse successo a voi avreste lasciato, abbandonato? sareste scappate, fuggite, scandalizzate, perplesse, imbarazzate?

lei, l'eroina di questo racconto non fuggì. solo l'amore non continuò. non era innamorato si disse, il giorno dopo. se no, non l'avrebbe mai fatto, permesso.

ma quella notte e la notte seguente, lei, l'eroina di questo racconto si tolse quella voglia a cui spesso aveva pensato: due uomini insieme, maschi, ragazzi, sempre, nonostante l'età adulta, uomini, pronti, affamati, di lei, lei sola, per loro, per loro e loro, loro solo per lei.

sareste fuggite?

 
 
 

Il personal trainer

Post n°299 pubblicato il 04 Novembre 2012 da estremalatitudine

Aveva deciso di improvviso, come faceva spesso. Stava mesi senza decidersi e poi d'un tratto prendeva la decisione. Si iscrisse nella palestra consigliata. Non troppo lontana da casa e dal lavoro. Comoda.

Iniziò ad andare. Il primo giorno un personal trainer le fece un sacco di domande. Sembrava di confessarsi. Quando l'ultima volta. Per quanto tempo. Perchè lo fai. "Che palle" pensò.

Ma ormai la decisione era presa e non mollò. Non lo faceva mai. Se partiva, partiva. Aveva deciso di fare ginnastica e avrebbe fatto ginnastica. Basta. Era così.

Andò avanti così per un bel pezzo. Poi la sua amica le parlò di un corso il sabato mattina, tenuto da un figaccione pazzesco. "solo per stare in compagnia, ché da sola mi annoio" le disse "se vieni anche tu, vengo anche io" e iniziò ad andare il sabato.

L'insegnante in effetti era un gran bel ragazzo e lo sapeva. Laureato in filosofia. Non aveva trovato lavoro e si adattava. Simpatico. Bello. Giovane. Curioso e intelligente. Tutte ce le aveva. Fin da subito la sua amica si premurò di farle sapere le voci che giravano in palestra tra le altre signore. Pare che lui, il bellone, se appena poteva non se lasciava scappare neanche una. Prima delle lezioni o dopo. Non importava.

"Ma secondo te è vero?" chiese lei ingenuamente. "guardati intorno" fu la risposta dell'amica. "Forse, e dico forse, ci siamo solo io e te che non siamo qui per farcelo"

"tu dici?" rispose lei che non aveva colto il doppio senso. "ripeto: guardati intorno"

Si girò verso le altre. In effetti molte avevano uno sguardo sognante diretto verso l'insegnante. Se lo mangiavano con gli occhi? Forse.

"ma secondo te quante se ne è fatte quello lì?" chiese dopo la lezione nello spogliatoio. "Tutte!" "Tutte?!?!?" e poi soggiunse "hai capito il filosofo! un bel mandrillo ad averne sempre voglia" "giovane è giovane e gli ormoni a quella età girano. ti ricordi?" "in effetti....ma.... andrà solo con delle ragazze, no?" "macché: t u t t e! specie le signore sono la sua specialità. ho sentito delle confessioni, che figurati!" "ok, va bè, pensiamo ad altro"

Pensarono ad altro, ma ogni tanto ne riparlavano. Lui, il ragazzo, l'insegnante era così carino anche nei modi che era difficile non commentare. Partivano col dispiacersi che la vita non gli concedesse altre possibilità, sulla ingiustizia della società italiana, uno così carino, intelligente, e bello. Partivano così e poi finivano, sempre per colpa di quella disgraziata della sua amica, a fare osservazioni salaci su qualcuna che ci aveva proprio perso la testa. Quella della prima fila. Quella. Loro no, certo. No. "insomma basta" disse una volta lei all'ennesimo commento della sua amica sulla fila di signore che frequentavano l'insegnante. "Basta. Non mi interessa. Affari loro. Basta!"

E in effetti per un po' non tornarono più sull'argomento. Arrivò l'estate e il sabato mattina in palestra faceva caldo. Tenevano le finestre aperte, ma non bastava. Una estate precoce, dicevano alla tv. Un caldo da agosto pieno. Le altre erano cambiate un bel po'. Di quelle che c'erano d'inverno erano rimaste in quattro o cinque. Lui, l'insegnante, sempre perfetto, entrava in palestra all'ora stabilita (mai in ritardo neanche un minuto) e iniziava la lezione. Dopo i primi esercizi di solito si toglieva la maglietta e le braghe della tuta rimanendo in pantaloncini e a torso nudo. Era da urlo. "Dovrebbero dirgli qualcosa, dai. Uno non può andare in giro così, con delle signore. Pensa ai nostri mariti. Sembra un'altra razza. Ma degli addominali così te li ricordi?" "Io no" "Guarda quando si piega....neanche un filo di grasso, perfetto, ummmm....." "smettila!" "ripeto: dovrebbero vietargli di girare così tra delle tardone come noi, dai, su"

In effetti anche lei, spesso se lo rivedeva così in pantaloncini nei momenti più strani. Mentre faceva la spesa. O se su un cartellone pubblicitario un bel modello le sorrideva. Oppure al lavoro nella pausa caffè. E la frequenza di quelle visioni aumentava. pericolosamente.

Prese il coraggio a due mani e ne parlò alla sua amica che con un sorriso a trentadue denti disse: "finalmente, amore mio. Anche tu nel club. Io me lo sogno tutte le notti e sapessi che notti! meno male che mio marito dorme della grossa"

"ma non possiamo andare avanti così, no?" disse lei quasi piagnuccolando.

"una soluzione ci sarebbe...." "quale?" "quella" "quella??? no dai ti prego" "sai come si dice: via il dente, via il dolore" "impossibile" e poi aggiunse "io non lo farò mai"

E invece ad agosto, all'ultima lezione prima delle ferie, capitò che lei fosse praticamente l'unica del turno. Capitò che lui la aiutasse a prendere una certa posizione. Capitò che da dietro le ordinò qualcosa, che lei eseguì male e che lui fu costretto a farle ripetere. Capitò che lui le disse di passare da lui dopo che le faceva vedere una rivista in cui era spiegato bene l'esercizio. Capitò che lei entrò nella sua stanza e lo trovò con l'asciugamano in vita che si era appena fatto la doccia. Capitò che lui chiuse la porta a chiave. Capitò che lei pensò: "anche io?" e capitò che la risposta dopo un po' fu un sì deciso. Partita era partita. E non si fermò.

Mentre scopavano lui la guardava infoiata e le dava ordini con una voce fredda e distante. La sua voce apparentemente inflessibile e non eccitata unita al suo cazzo duro la eccitavano da pazzi. Lecca qui, diceva. Mangialo, diceva. E anche: tira fuori la lingua. Scendi. Sali. Apri le cosce. Sdraiati. Mettiti giù. Apriti bene le chiappe. Su da brava. Aveva una voce calda, anche se quasi professionale. Profonda. Che non ammetteva eccezioni, e lei, lei eseguiva. Come le altre? Allontanò il pensiero. Cosa importava? In quel momento, poi. Cosa importava, davvero?

In una pausa, con lui per un momento in silenzio, lei pensò che era giovane e che lei era matta, ma cazzo se sapeva assolutamente il fatto suo. E poi aveva un mattarello decisamente all'altezza. Sembrava si fosse allenato anche quello. Pensò che con tutta quella ginnastica anche i muscoli pelvici erano proprio a posto. Scolpito. Avvallamenti di carne tesa, dura. Prominenze. Allungò una mano e lo carezzò. Che Dio lo benedica. Quanto le piaceva essere femmina.

Lui si risollevò e le ordinò  qualcosa tenendosi il cazzo in mano e scapellandolo lentamente. I muscoli guizzavano.Lei ipnotizzata non riusciva a togliere lo sguardo dal cazzo. Come se non lo avesse visto prima. Come se non ne avesse mai visto uno prima. E' che lui se lo scappellava e lo ricopriva, fissandola, guardandola tra le cosce, guardandole il seno, la bocca, le spalle. Lentissimamente. Era come se anche lui non avesse mai visto una donna prima. C'era solo lei, solo lei per lui, per il suo cazzo, solo per lui. La cappella luccicava secca, rossa, tesa, calda, pronta. Lui si avvicinò e lei, lei disse solo: "sì" e poi ancora "Sì, sì, sì"

 
 
 

Bendare

Post n°298 pubblicato il 02 Novembre 2012 da estremalatitudine

se il vostro amante una sera vi benda, completamente, impossibile vedere alcunché, e poi tutto diventa un gioco da bambini, di quelli fatti per ingannare i sensi, il tatto, perché il bendato o la bendata cerchino di indovinare cosa è ciò che ore li sfiora, cosa li tocca, cos'è che entra in loro, ecco forse il gioco è sprecato, l'attesa delusa, tutto ritorna in un rassicurante abbraccio al termine del breve esperimento. Non è così?

se il vostro amante vi benda, completamente, impossibile vedere alcunché, forse vale la pena che quella volta, quell'unica volta la sorpresa sia vera, novità assolute, nulla che potesse essere neanche lontanamente immaginato, gente che entra, profumi che assaltano i sensi, calore improvviso, ma soprattutto ciò che gli occhi non vogliono vedere, ma che il corpo e la mente desiderano. quello è un gioco da adulti. quello, non altro.

 

 
 
 

Orgia

Post n°297 pubblicato il 02 Novembre 2012 da estremalatitudine

Ne discussero a lungo, la sera, a cena, loro due, Marco e Carla, loro due, soli, senza figli, col cane accucciato lì sotto, sotto al tavolo, che ogni tanto li guardava come se capisse, capisse di cosa parlavano, di orge, di sesso, di desideri.

Lui l'aveva impostata sul razionale. Lei intuiva che di argomenti razionali lui alla fine, a ben guardare, non ne aveva, nulla, nulla, gli piaceva l'idea e basta, trovava che poteva ravvivare il loro rapporto, ringalluzzire un desiderio inevitabilmente calante, sia in lei, ma anche in lui, forse soprattutto in lui, ché in lei quello, il desiderio, era sempre andato a folate, come il vento, impetuoso in certi giorni e in certe stagioni e completamente assente in altri.

Ne discussero a lungo e alla fine si decisero. Un sabato. Quel sabato.

L'indirizzo glielo aveva dato un collega, che evidentemente con lo scambio di coppie e cose del genere ci bazzicava parecchio. Ogni tanto lei si chiedeva come fossero arrivati su quell'argomento, in ufficio, durante l'orario di lavoro, ché anche lei lavorava, ma non riusciva neanche a immaginare di poter parlare di cose intime con qualche collega, femmina, si intende, ché maschi, mai e poi mai.

Glielo aveva anche chiesto e lui, lui era stato evasivo e lei, lei si era incazzata, parecchio, per parecchi giorni, ma poi le era passata. Lui rimaneva sul vago. Cazzo! pensava, ogni volta. Ma se non voleva dirglielo cosa ci poteva fare. Ormai era fatta. Doveva prendere atto che il suo compagno parlava di cose del genere con degli estranei. Se ci ripensava si incazzava di nuovo. Meglio di no.

Quel sabato, dopo essersi preparati per bene, ognuno nel proprio bagno, un minimo di intimità personale, erano partiti, in macchina, per quel locale lì, quello che gli aveva detto il collega e lì, durante il percorso, a lei erano girate ancora una volta, alla sola idea di quel tizio, quel collega, che evidentemente sapeva cose che era meglio non sapesse.

"ma tu cosa gli hai detto?" gli disse ad un certo punto.

"a chi, cara?" rispose lui gentile e calmo guidando.

"al tuo collega:" rispose lei secca e tagliente.

"ancora con questa storia? ma cosa vuoi che gli abbia detto? niente. proprio niente. mi sono fatto dare solo il nome del locale e poi sono andato su internet a vedere l'indirizzo. tutto qui." la sua calma dava ancora più sui nervi a lei.

"sì, va bene, ma come sei arrivato in argomento con quel tizio? non è che uno tra una pratica e l'altra si mette a parlare di scambio di coppia, no?" la voce tradiva lo sforzo di rimanere calma. suadente, quasi.

Lui non rispose. Al che lei lo incalzò:"non rispondi? non hai niente da dire?"

"guarda, cara, sai che ti voglio bene, ma è la centesima volta che facciamo questi discorsi. se non sei dell'umore torniamo a casa e basta, no?"

"no, certo che no. questa cosa mi fa talmente incazzare e la tua calma ancora di più che ho voglia di darla via al primo che passa! dai, guida, stronzo!"

Dopo una bella mezz'ora arrivarono a destinazione. Il locale aveva una insegna illuminata di rosso. Come i casini in Germania, pensò lui, uomo di una qualche esperienza.

Carla scendendo dalla macchina rifiutò il braccio di Marco e con passo deciso sui sui tacchi dodici avanzò verso il portoncino cercando di evitare le insidie del pavè.

Un nero aprì loro la porta e li fece entrare. Un singore alla cassa con l'aria del magnaccia chiese loro di sottoscrivere due tessere associative. Potevano tornare quando volevano pagando solo le consumazioni di lì in avanti. "Che culo!" pensò lei.

Terminate le cerimonie, scesero delle scale ampie e arrivarono in una sala, abbastanza piena di gente, che conversava e beveva, seduta su divani di pelle. Sembravano comodi. Lui la invitò verso la zona della sala meno affollata e lì si sedettero. La stoffa del vestito che si era messa le tirò fastidiosamente sul sedere. Si sistemò e accavallò le gambe. Erano la parte del suo corpo che lei preferiva. Snelle, slanciate. Belle. belle gambe. Glielo avevano sempre detto tutti, amici e parenti. Bene.

Un cameriere chiese loro cosa desideravano e dopo poco si materializzò con quanto avevano richiesto.

Nonostante un piccolo sorso di alcool, lei continuava a sentirsi nervosissima e incazzata. Aveva davvero voglia di fargliela vedere a quello stronzo. Solo che non c'era nessuno di papabile. Non è che poteva davvero andare col primo venuto o, addirittura, alzarsi e andare lei dai signori presenti a chiedere loro se gentilmente la scopavano. Va bene tutto, ma....

Marco tentò una conversazione che rimase senza frutto. Non voleva parlargli. Lui non era stato trasparente con lei e quindi non ne vedeva il motivo. E poi fosse almeno mio marito, pensava, ma anche su quello aveva sempre fatto confusione. Niente. La serata era quella. Basta.

Dopo un bel pezzo di silenzio e dopo aver finito, abbondantemente, le bevande, lui, Marco, la invitò ad andare a fare un giro. Non erano certo venuti fin lì solo per stare seduti su un divano in uno scantinato. Lei accettò. Era ragionevole.

Si alzarono e si diressero verso una porta sulla loro destra, dove avevano già notato che ogni tanto qualche coppia spariva.

Al di là della porta si apriva un'altra stanza tenuta appositamente in semi oscurità. Camminando si capiva che sia a destra che a sinistra c'erano dei divanetti, sui quali alcune coppie erano, per così dire, in intimità. Non è che si vedesse molto. C'era solo un forte odore di umanità che fece loro affrettare il passo. Rumori soffocati. Sospiri. Caldo. Opprimente.

Attraversata la stanza quasi di corsa e superata la soglia di uscita, si trovarono in un corridoio, finalmente ben illuminato. Erano soli. Lei lo guardò e le si inumidirono gli occhi: "portami a casa, ti prego". le era passata completamente. non era più incazzata, ma semmai depressa. Quella stanza, quell'odore, quelle coppie che non si capiva neanche bene cosa facessero, anche se non era difficile da immaginare, insomma non ne aveva più nessuna voglia. neanche quella di fargliela pagare. Lui la guardò e la tirò a sè, abbracciandola stretta. Rimasero così un minuto o più. Lei, al riparo tra le braccia di lui, si calmò e lui le disse che era sciocco scappare. Ci avevano messo dei mesi a prendere quella decisione. Come poteva vedere non c'era nessuno che li costringeva a fare ciò che non volevano fare. Potevano solo dare una occhiata e poi tornare a casuccia loro. "Non credi?" Lei in silenzio acconsentì.

Percorso il corridoio videro che sulla destra si apriva una stanza illuminata, mentre sulla sinistra una porta socchiusa lasciava intravedere un'altro locale nella oscurità. Entrarono dove c'era la luce. Grazie a Dio la stanza non puzzava, anzi era piena di un odore fresco e lievemente esotico. Era vuota salvo una coppia che in fondo ballava stretta un valzer lento e dolce. Lei era una bionda alta, non giovanissima e lui, lui era un nero molto elegante.

Attratti dalla musica e dalla atmosfera rilassata e piacevole si sedettero a guardare la coppia ballare. Erano bravi. Sembravano dei professionisti. Ruotavano su loro stessi leggeri e lui la conduceva con sicurezza e grazia. Ballarono a lungo e loro a lungo rimasero in silenzio a guardarli.

La musica cessò. I due ballerini si staccarono e lui, il nero, venne verso di loro. "Vi spiace se chiudo la porta? L'eccessiva promiscuità non ci piace."

Loro rimasero stupiti, poi Marco abbozzò un "se volete vi lasciamo soli" a cui l'uomo rispose che non era affatto il loro desiderio, anzi al contrario. Avevano apprezzato che loro si fossero seduti ad ammirarli e pensavano, speravano, di aver trovato in loro il pubblico adatto. Per questo voleva chiudere la porta, cosa che fece senza aspettare altre indicazioni.

La musica ripartì e loro ripresero a ballare. Incredibilmente e con grande perizia i due ballerini volteggiando iniziarono a spogliarsi senza interrompere il ritmo. Era una delizia guardarli. I loro corpi emergevano piano piano da sotto i vestiti che scivolavano via, buttati sui divani contigui, quasi stessero ballando anche loro, i vestiti. Avevano muscoli ben disegnati, elastici, tesi. Uno splendore di corpi.

Presto rimasero a torso nudo, sia lei che lui. Lei, si scoprì, non portava reggiseno ed esibiva un petto da ragazzina. Non sembrava rifatto, anche se qualche dubbio poteva ancora rimanere.

Quando la musica terminò, i due vennero verso di loro e la ballerina si sedette a pochi centimetri da loro. La musica riprese. Il bolero di ravel o qualcosa di molto simile, al ritmo del quale lui si spogliò completamente.

Mentre la ballerina rimase impassibile a quella vista, la caduta delle mutande di lui provocarono una esclamazione in Carla che istitivamente portò le mani alla bocca e si strinse al petto di Marco. Non aveva mai visto altri uomini nudi. Da ragazzina, sì, certo, con i ragazzi della sua età, ma mai in età adulta. mai. neanche su internet, come a volte aveva supposto Marco.

E poi quel ballerino di colore era talmente dotato che l'esclamazione, di cui si vergognò per un bel pezzo, le era uscita naturale, una sorpresa, quel che non ti aspetti. Ma tutti gli altri uomini sono così? chiese poi a Marco tornati a casa.

Il ballerino avanzò verso la sua compagna di ballo e quando le arrivò abbastanza vicino, sempre seguendo la musica, lei glielo prese in mano e iniziò a carezzarlo facendolo indurire con rapidità. Carla non sapeva dove guardare. Guardava e non guardava. Era ammaliata da quel coso tanto grosso e che stava crescendo ancora di più. Nero poi. sembrava scolpito nel legno. Quel legno scuro con cui la sua amica Giulia aveva fatto il parquet. Magnifico. Non c'erano altre parole, ma anche imbarazzante, cazzo se imbarazzante, anche perché, contro la sua volontà, iniziò a sentirsi a disagio in mezzo alla gambe.

Che avesse ragione lui, Marco, quando glielo aveva predetto? Quello stronzo.

Lo spettacolo era affascinante. Lei, la ballerina, sciolse i lunghi capelli biondi e poi avvicinò il viso al cazzo di lui. Iniziò a baciarglielo. Carla istintivamente si inumidì le labbra. Baciarlo, baciare il cazzo del suo compagno, era la cosa che le era sempre piaciuta di più. Un senso di possesso, di sicurezza, di proprietà.

Il viso bianco avvolgeva quel palo scuro, nero e lo scopriva e lo ricopriva sempre seguendo il ritmo dei tamburi che si erano fatti più lontani. O almeno così sembrava.

Marco la abbracciò. Lei lo lasciò fare. La mano di lui sul suo seno. La scollatura gli permise di coglierlo e di iniziare a carezzarle il capezzolo che si indurì immediatamente.

Lei non riusciva a togliere gli occhi dal cazzo del nero e ogni qual volta la cappella emergeva dalla bocca della ballerina, lei istintivamente, anche se solo in maniera accennata, apriva le proprie labbra. Le sembrava di sentire il gusto.

Senza che lei quasi si accorgesse di nulla, il nero lasciò la ballerina e con un passo fu davanti a lei che si girò a guardare Marco che fece un cenno di assenso col capo.

Fu l'inizio vero della serata. Memorabile. Ne convenne anche lei.

Dopo poco, baciandolo, baciando e leccando quel coso, quel affare così grosso, quel cazzo benedetto che caldo le riempiva salato le labbra, dopo poco si snetì quasi svenire dal piacere. Marco aveva preso a baciarla a sua volta.

Quello fu solo l'inizio. Dopo mezz'ora Carla aveva dimenticato ogni cosa, ogni cosa e godeva, godeva, godeva, come mai le era capitato. Serata memorabile, davvero.

Ciò nonostante non tornarono più. Non lì, almeno. Non ce ne fu bisogno. Il nero poteva gentilmente venire a casa loro e la ballerina anche, cosa che si ripetè per un bel pezzo, fino a quando i sensi di entrambi non si furono placati.

 

 
 
 
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Qui ci sono storie di sesso. Non necessariamente tutte eccitanti, ma a volte sì. Non necessariamente tutte esplicite, ma a volte sì.

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Se vi interessano, spero di riuscire ad essere all'altezza delle vostre attese.

 

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