Creato da estremalatitudine il 19/06/2008

estremalatitudine

racconti di vita, di sesso

 

 

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Post n°453 pubblicato il 27 Maggio 2015 da estremalatitudine

Immaginate voi signore, mie gentili lettrici, di essere per un giorno una geisha dedita a fare massaggi. Null'altro. Nessun altro obbligo. Solo massaggi. Potete farli come volete e alla parte del corpo che preferite. Potete farli a maschi o femmine. Potete rifiutarvi se il soggetto non è di vostro gradimento. Potete stare vestite, in tuta o come vi pare, oppure mettervi comode in maglietta e costume (la sala massaggi è estremamente calda), oppure andarci vestite di tutto punto, come se andaste in ufficio, dal notaio o ad una festa.

Il vostro complito e rilassare e dare piacere massaggiando il corpo.

Per questo la casa vi ha dato una infinità di olii dai diversi profumi, vi ha dato creme, balsami e guanti, guanti leggeri oppure pesanti, alcuni ruvidi, altri vellutati come rose.

Voi siete in piedi e attendete. Entra un cliente o una cliente e potete scegliere se accettare o meno. Anche loro possono. Vi guardate in silenzio o con poche parole di circostanza e poi i vostri destini si separano oppure proseguono nella cerimonia del massaggio.

Immaginate che sotto le vostre mani oggi ci sia un corpo perfetto, perfetto. Nudo, completamente. Con lentezza si è spogliato, riponendo con cura i vestiti sulla sedia in fondo alla stanza e con lentezza, così nudo, si è avvicinato al lettino. Quel corpo. Uomo o donna. Come volete. Vi siete scelti. Con uno sguardo. Con poche parole. Con un cenno del capo. Avanza. Cammina. E già vedere quel movimento è un piacere. Un vero piacere per gli occhi. E le mani. Non un rilassamento, non un gonfiore eccessivo, perfetto. I muscoli seguono le loro linee flessuose e sfociano gli uni negli altri. si sdraia. sorride. prima di girarsi e poggiare la testa sul cuscino, lasciandovi sole con quella visione. Perfetto. Perfetto. Le cosce. I polpacci, Il sedere. La schiena. Le spalle. Il collo. Lentamente i vostri occhi salgono e scendono da quelle alture. Un corpo perfetto. Sottile, slanciato. elegante. potente. perfetto. Iniziate. Le vostre mani sulla sua pelle. calore. calore contro calore. Salire dalle cosce al ventre e al torace e ridiscendere è piacere di continunità e grazia e armonia.

siete in piedi al suo fianco, in alto, rispetto a quel corpo. Ne osservate ogni particolare. La testa reclinata. Gli occhi chiusi. Come se il vostro tocco l'avesse addormentato. Lo fate girare sulla schiena. se il sedere era un trionfo di solidità e armonia, il davanti un cesto di frutta matura, profumata, pronta al morso e all'assaggio.

Le vostre mani salgono e scendono. entrano e escono. Sollevano o scostano. Le vostre dita sottili spalmano creme e olii in ogni più piccola piega.

Continuate? Smettete? Vi fate più audaci? Nessuno saprà. solo il vostro giudizio. solo il suo giudizio. Soli. Voi due. Voi e quel corpo stupendo. solleva la testa. poi torna supino. Raccogliete altra crema e continuate. Sollevate e scostate. Ritmicamente. Si sveglia. Vi guarda con sorpresa. Uomo o donna. Chi preferite. Vi guarda con stupore. Quel corpo che sembrava dormire rilassato dalle vostre mani e tra le vostre mani adesso è vivo, si muove, trema.

Continuate? Smettete? Nessuno saprà. solo il vostro giudizio. solo il suo giudizio. Soli. Voi due. Voi e quel corpo stupendo.

Gheisha per un giorno, una notte. Solo per chi volete. Solo per il vostro e nostro piacere.

 
 
 

domanda

Post n°452 pubblicato il 26 Maggio 2015 da estremalatitudine

domanda ai miei lettori e lettrici: qui non ci sono immagini. è una scelta per non depotenziare le parole. siete d'accordo? ciao

 
 
 

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Post n°451 pubblicato il 26 Maggio 2015 da estremalatitudine

I patti erano stati chiari. solo un pompino. niente altro. Se quello di cui lui si vantava era vero, allora lei gli avrebbe fatto un pompino, lungo tanto quanto lui avrebbe saputo resistere, ma solo uno, senza vederla mentre lo faceva.

lui aveva riso ed era abbastanza sicuro che poi al dunque tutto sarebbe stato normale, ma lei, lei era stata irremovibile. "solo perché è due ore che mi secchi" gli aveva detto.

Alla fine ovvio aveva accettato. 

Erano andati in camera e lui si era spogliato. era come si era vantato tutta sera. aveva un cazzo grosso e scuro con una cappella ancora più grande.

Lei era andata un attimo in bagno ed era ritornata con una benda nera spessa che con cura legò sugli occhi di lui. Poi lo fece sedere. Il cazzo svettava tra le cosce da atleta.

Lei gli sedette un poco più in là. Si chinò ed iniziò. poi smise. Non era comoda. Cercò la posizione più comoda. Gli chiese di alzarsi. Lui lo fece. Lei lo condusse vicino al divano e poi gli si sedetta davanti. Il cazzo era un po' troppo alto.

Si guardò intorno. Il letto era una specie di letto alla medioevale, molto alto. Allora lei, prendendolo per il coso, lo portò a bordo del letto, dove lei si sdaiò. Era perfetto. Prese a leccarlo e baciarlo, tenendolo con la sinistra, mentre con la destra sollecò la gonna e prese a carezzarsi il clitoride. Era un sogno di quando era ragazzina. Giocare col la lingua sulla cappella di un uomo mentre lei si toccava. E quella era davvero una signora cappella.

aprendo la bocca e mangiandolo tutto pensò a cosa doveva voler dire avere un cazzo così tra le cosce. se quello non fosse stato così insistente e stupido!

glielo mangiò e leccò su e giù, su e giù, dalle palle alla cappella più volte e tenendo la lingua dritta e dura gli solleticò il prepuzio, poi gli baciò a bocca aperta il glande e poi di nuove lo prese tutto in bocca assaporandolo con calma e infinito piacere. Intanto le sue dita le procuravano fitte sottili tra le cosce e un paio di volte fu lì lì per venire e dovette smettere di corsa.

quando iniziò a sentirlo tremare riprese anche lei sulla sua figa e riuscì a venire insieme a lui, che libero le riempiì la bocca e il palmo della mano sinistra.

Lei si rialzò, gli intimò di non muoversi ancora, andò in bagno, si lavò le mani e il viso e sempre ordinandogli di stare fermo sparì. L'ultima immagine nei suoi occhi fu quella tenera del suo corpo nudo col grosso cazzo finalmente dormiente.

 

 
 
 

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Post n°450 pubblicato il 26 Maggio 2015 da estremalatitudine

dai racconti delle amiche c'è un momento nel quale la donna che ha iniziato una avventura con un nuovo amante si tranquillizza o si agita o si deprime. Per la verità, mi correggono, ce ne sono molti. Sarà educato come sembra? Sarà spiritoso come sembra? E poi ancora, avrà gusti normali? non sarà mica un maniaco? ah, no, scusate, queste sono domande che vengono dopo, nel durante, quando si ha già iniziato e l'antipasto è stato servito e si inizia a mangiare il primo e qualche secondo.

Quel momento, il momento della verità, quello che può far virare quella che fin lì era una bella serata in una rapida fuga è il momento in cui lui si spoglia e scopre per così dire le carte. Molte non sanno aspettare e indagano prima, ancora da vestiti, oppure cercano di estrarre l'attrezzo dalla sua sede abbassando la zip, come da ragazzine, quando non c'era tempo e modo di spogliarsi, mettersi comodi e, tra l'altro, guardarsi per bene.

Lì è il momento. Normale. Bene. Ben dotato, meglio. Sotto dotato, fuga. Lì la donna si tranquillizza o si agita definitivamente. Ma quando tutto va come dovrebbe sempre andare e le carezze  e la vista e il tatto libero da vincoli e lacci e laccioli confermano alla signora che la scelta è stata fortunata e il signore, che dio l'abbia in gloria, ha davvero ciò che serve ad una signora, ecco, lì comincia la festa. Lei si rilassa e la sua passera con lei. Così iniziano i preparativi veri per accogliere come si deve il suo nuovo padrone.

 
 
 

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Post n°449 pubblicato il 25 Maggio 2015 da estremalatitudine

Lei era bella ed elegante. Lui un truzzo come pochi. Però aveva uno sguardo magnetico e una sensualità nel muoversi che l'avevano colpita fin dalla prima volta.

Era iniziata che lei e suo marito erano arrivati e la società aveva mandato loro una macchina. L'autista era lui., il truzzo. Suo padre faceva l'autista. Quanti anni e quanti sforzi per togliersi quella cadenza e quello strano odore di benzina che lui, il padre, riportava sempre in casa, quando rientrava la sera.

Poi le scuole, l'università con le borse di studio, la laurea e suo marito, carino, colto, di buona famiglia, odore di pulito, in cucina spesso leggerissimamente burro, nelle camere lavanda e le sue mani curate, sempre profumate e lui, il marito, che la voleva, la voleva, la voleva.

Così era stato e lei, lei era orgogliosa della loro casa, dei figli, della donna di servizio, che ci aveva messo anni a trovarne una decente, del terrazzo, dei fiori, di quelle amiche stupidotte, nate ricche, che non sapevano neanche cosa stavano facendo. Era serena e orgogliosa.

Poi quel viaggio a vedere la loro nuova casa di campagna e quel tizio, quello stronzo che le apre lo sportello e si inchina elegante. Lo sguardo. Il gesto dell'aprirle la porta della macchina. Il leggero inchino e il sorriso, il sorriso che voleva dire, senza dubbio, senza dubbio, io le donne le conosco.

Ed era vero. Caspita se era vero. Le conosceva eccome. Di lei ormai sapeva tutto, conosceva ogni piega, ogni rilievo, ogni ruga della sua pelle, del suo corpo e quando facevano l'amore sembrava che lui la suonasse, che le sue dita su di lei accendessero luci, lampadine, suoni e lei, lei sospirava e godeva, godeva, godeva come forse non aveva mai fatto prima.

Eppure ogni volta, ogni volta che lui entrava nella stanza che lei aveva affittato, prima di spogliarsi, prima, ché poi da nudo il suo corpo era perfetto, perfetto, ecco prima che tutto iniziasse e lei, lei lo guardava entrare elegante e sinuoso e gli osservava i pantaloni e le scarpe e la camicia e quell'orecchino orribile che lei per prima cosa gli faceva togliere, ecco lei ogni volta, ogni volta si chiedeva come aveva fatto, come aveva fatto a cascarci, a cadere tra quelle braccia che adesso erano ricoperte da un giubbotto di pelle nera secca e dura. Orribile.

"Spogliati, ti prego." diceva lei ogni volta, seduta comodamente sull'immancabile poltrona delle suite che affittava. "Lo sai che così non ti posso vedere"

Lui si spogliava e completamente nudo si presentava a lei che ancora seduta e vestita si sentiva poggiare una mano sulla testa nel chiaro invito di un pompino.

Grazie a dio lui era sempre pronto e, in quelle attese, anche lei.

 
 
 

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Post n°448 pubblicato il 25 Maggio 2015 da estremalatitudine

le due amiche rimaste sole col tizio decisero che la serata era appena iniziata e che se lui era la metà di quello di cui si vantava quella sera poteva diventare memorabile.

così lo provocarono chiedendogli di scarozzarle nella discoteca più bella della zona.

"ma voi cosa mi date in cambio?"

risate. ammiccamenti. se era solo la metà di quello di cui si era vantato dargliela era l'ultimo dei problemi, pensarono entrambe.

via con la coupè rossa fiammante. I loro lunghi capelli volavano e le risa si perdevano nella valle scura che stavano percorrendo.

La discoteca era bellissima e stracolma. Ballarono stretti tutti insieme. I corpi strusciavano per necessità. "Offrici da bere" gli chiesero. E lui sparì tornando dopo poco con tre vodka ghiacciate e una bottiglietta d'acqua. Dopo le vodke tutte e tre si passarono la bottigletta. Lui ridendo ficcò la lingua dentro al collo della bottiglia. Ma deve essere così volgare per forza? chiese una all'altra, ma l'altra abbracciandola e ridendo le disse di rilassarsi che tutto andava bene.

Alla terza vodka erano rilassate sul serio. Ballavano ondeggiando e scontrando di continuo ragazzi e ragazze che le guardavano in cagnesco e loro, loro si scusavano con dei sorrisi che spesso finivano ancora una volta in risate.

Alle quattro del mattino una delle due tirò l'altra dicendo che si era stufata.

Uscirono e ripresero la macchina. "dove si va?" chiese lui. "in albergo" rispose una delle due, mentre l'altra sembrava dormicchiare.

Arrivati le ragazze scesero e lui rimase appoggiato alla macchina. Una alla volta le amiche passarono da lui e lo baciarono profondamente. Le mani di lui ogni volta carezzarono i loro sederi.

"Finito?"

"In albergo amore mio non ti fanno entrare. Se hai coraggio la finestra del nostro bagno e la scogliera sono vicine. Sarà un metro. Se salti dentro di lì....."

Quella proposta fu adrenalina nelle vene di tutte e tre. Anche l'amica mezza addormentata si svegliò completamente. "ma sei pazza?" chiese alla amica appena rimaste sole.

"io una scopata me la farei per finire la serata. tu no?"

"con quello lì?!?"

"oh, senti: aveva detto che ci avrebbe portato nella disco più bella e in effetti era stupenda. ci ha pagato da bere. è simpatico. bello. dice che scopa come un mandrillo. Di innamorarsi neanche il più lontano pericolo... che vuoi di più?"

"a me sembra un maiale!"

"meglio no, per quello che deve fare!"

si guardarono e salendo le scale si tennero per mano. Poi prima di aprire la porta la dubbiosa disse: "ok, va bene. però lo facciamo insieme. non ti lascio da sola con quello. e poi se no, che faccio dormo nella vasca?"

si guardarono e si misero a ridere all'idea di lei nella vasca, mentre l'altra nel letto scopava.

Aperta la porta lui era già dentro.

Le amiche si guardarono ancora una volta e poi gli andarono incontro abbracciandolo in mezzo a loro.

 
 
 

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Post n°447 pubblicato il 21 Maggio 2015 da estremalatitudine

Suo marito ce lo aveva piccolo. Da fidanzati ne aveva avuto il sospetto, ma si sa l'amore travolge ogni cosa. Anzi col tempo si era convinta che in fin dei conti, sì, dai, non era enorme, ma era giusto, giusto per lei. E poi lui, suo marito, era adorabile e anche adesso dopo tutti quegli anni era ancora innamorato e la riempiva di attenzioni e l'aiutava in casa e con i figli era stupendo, ma...  fatto sta che ce l'aveva piccolo.

Non che quando scopavano lei non raggiungesse l'orgasmo, anche se, a dir la verità, il desiderio con gli anni era calato e non poco, ma tutto sommato quelle rare volte quando lo facevano era ancora più che soddisfacente, ma..... ce l'aveva piccolo. non c'erano dubbi.

Mannaggia ad internet si diceva e a quando aveva dato una occhiata, per sbaglio, ad altri uomini. oddio, c'era già stata quella volta che quegli strani amici li avevano coinvolti nel vedere un film porno una sera. ricordava le risate e l'imbarazzo reciproco. Anche lì si era meravigliata della virilità di quegli attori, ma, si sa, sono attori, non gente normale.

Adesso, invece, su internet una sera si era incuriosita e aveva fatto un giro e al di là delle schifezze varie che le era toccato vedere non c'era dubbio che la media degli uomini, attori, ma anche sconosciuti, era decisamente, ma decisamente più dotati di suo marito.

Questa certezza le aveva procurato un dolore lontano, come un senso di inutilità, di spreco, di tristezza.

Poi un giorno un tizio in ufficio prese a corteggiarla. All'inizio non ci aveva fatto caso. Le colleghe la prendevano in giro, ma lei non ci credeva. Si sbagliavano sicuramente. Quel tizio forse era addirittura più giovane di lei e lei, sì, certo, era una bella donna, ma talmente seria, che in vita sua solo un paio di volte qualche matto ci aveva provato fraintendo una sua parola o sguardo. Col passare dei giorni e delle settimane dovette convincersene. Quel tizio la corteggiava proprio. Non particolarmente insistente, ma certo quelle attenzioni non erano casuali. Ne fu lusingata. Le amiche le dicevano che non c'era niente di meglio per tirarsi su di un bel corteggiatore. Avevano ragione. Solo a sentirlo parlare, a vederlo, quando arrivava puntuale a trovarla e le si sedeva di fronte con le scuse più assurde, ecco solo a vederlo lei si sentiva meglio, allegra, più contenta.

Dopo un mese la invitò per un aperitivo. Lei sulle prime rispose picche, ma poi accettò. Sto già tradendo? Lo dico a casa? No. Non stava facendo niente di male e non lo avrebbe detto a casa. Aveva diritto ad una vita propria, no?

L'aperitivo fu estremamente piacevole e lui, al solito, galante, educato, simpatico e divertente. Se ne stava invaghendo?

Fatto sta che alla lunga finirono a letto. Lei quando lui si spogliò non smetteva di guardarlo. Solo a guardarlo si ritrovò completamente bagnata. Finalmente, diceva una voce. Finalmente. Lui, nel prenderla, le sussurrò che l'aveva cercata così tanto proprio perché sembrava inarrivabile. Una moglie devota. A sentire la parola moglie invece di bloccarsi lei sentì un brivido dietro la schiena. Un brivido forte. Lui se ne accorse e ripetè ancora e ancora: una moglie devota, una moglie devota, una moglie devota e lei a quelle parole rispose gridando sì, sì, sì, sisìsì.

Quella storia durò un pezzo. Poi lui si stancò della moglie devota e lei per un po' ne pianse in segreto. Non era tipa da passare da un letto all'altro, ma certo che quando una si ritrova con un marito col cazzo così piccolo....

 

 
 
 

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Post n°446 pubblicato il 21 Maggio 2015 da estremalatitudine

La signora lasciò la porta aperta. Già questo per lei era un brivido. Da quando era rimasta sola la sera chiudeva la porta con tutte le mandate posssibili. Prima a farlo era suo marito, ma da quando lui, quello stronzo, una sera aveva cercato di entrarle in casa ubriaco per fare la pace, lei, lei aveva cambiato tutte le serrature e la sera si chiudeva dentro per bene.

Lasciò la porta aperta e andò in camera da letto. Guardò l'orologio. Giusto. Avrebbe dovuto arrivare tra poco. Gli accordi erano quelli. Dieci minuti tra le 10 e le 10 e dieci. Poi si sarebbe chiusa dentro di nuovo.

Ma lui aveva giurato che sarebbe stato puntuale. La puntualità era essenziale per lei. Odiava quei cazzoni che arrivavano sempre in ritardo inventandosi ogni volta una scusa nuova.

In camera si preparò e si sedette sul letto. Solo la lampadina sul comodino. Di là la luce del corridoio. Basta solo quelle.

Sentì la porta che si apriva e subito dopo le mandate che la richiudevano. Glielo aveva chiesto lei. Con quel che avevano in testa ci mancava qualche balordo o quella testa di cazzo del suo ex marito.

Velocemente si spogliò e spense la luce su comodino. Si sdraiò e attese.

All'inizio i passi furono pesanti. Lo aveva immaginato alto e grosso e quindi dei passi pesanti ci stavano. Pochi passi. Poi niente. Nessun rumore. Cosa faceva? S'era tolto le scarpe evidentemente e evidentemente stava camminando in punta di piedi. Il legno del aprquet attutiva tutto. C'era da impazzire. Istintivamente allungò la mano verso il comodino dove aveva messo un grosso coltello da cucina. Il più grosso. Il manico liscio invece di tranquillizzarla la agitò di più.

Una mano si posò sul letto e cercò le sue gambe. La sorpresa fu così forte che non riuscì a non gridare. Lui le sibilò un ssss, sono io, Estrema. Lei lasciò il coltello. Era lui. L'adrenalina scese improvvisa e il suo corpo, i suoi muscoli immediatamente furono come svuotati. Abbandonata a se stessa. Rilassata. Sfibrata?

S'erano conosciuti in rete e in rete avevano architettato quella cosa. Le fantasie reciproche collimavano. Lei farsi prendere da uno sconosciuto nel buio più completo. Lui conquistare una donna con parole, carezze e baci. Le parole erano state su internet. Adesso mancavano i baci e le carezze.

Infatti.

La sua bocca e le sue mani cominciarono. Esattamente come aveva immaginato. Calde e lisce, secche, anche la bocca, anche la bocca e la lingua, la lingua ruvida come quella di un gatto. Poi si sciolse e la sua bocca con lei.

Quando fu pronta, quando lui si rese conto che i suoi sospiri chiedevano oltre, lui, lui le si avvicinò al buio. Sentì la sua coscia vicino al seno. Allungò una mano e lo prese. Prenderlo, afferrarlo era sempre una emozione. Non c'era cosa più sexi di prenderlo in mano. Un bel bastone. Grosso. Doveva essere grosso, certo, se no era solo schifezza. E quello lo era. Lo era. Lo era. Non aveva mentito. Lei glielo aveva chiesto in chat e lui aveva risposto senza dare misure. Solo ben dotato. Ben dotato. Cazzo, se lo era. Non le aveva mentito. In niente. Poteva fidarsi. Di uno così ci si poteva fidare. Forse. Sì. Decisamente sì, si disse, mentre glielo massaggiava, scapellandolo e ricoprendolo. Poi si avvicinò con le labbra. Mai assaggiato un cazzo completamente al buio. Bellissimo, si disse. E lui, lui si lasciò fare, per un po', per un bel po', fino a quando non si sfilò dai suoi baci e la prese con forza.

Il mattino dopo al risveglio, trovandosi sola nel letto per un attimo si chiese se avesse sognato. Era nuda. Completamente. Non era un sogno. Lei non dormiva mai nuda. Si carezzò e trovò conferme. Non era stato un sogno. Sul comodino un biglietto da visita e un numero di cellulare. Marco, si chiamava. Non Estrema, come sulla rete.

Marco, bello, no?

Si alzò di scatto e andò a chiudere la porta a doppia mandata. Mai più? Non lo avrebbe più rivisto come si era prefissata all'inizio? Fece colazione, abbondante, giocarellando con il biglietto da visita. Se lo rigirava tra le mani e le sembrava che in qualche modo lui fosse ancora lì. Almeno adesso sapeva più o meno quanto era alto e grosso e che voce avesse. Un puzzle. Uno di quei giochi nei quali le informazioni ti vengono date un po' per volta. Voleva giocare ancora? Non ne aveva avuto abbastanza? Sospirando, si alzò per andarsi a lavare e vestire. Poi, quando uscì per andare al lavoro, il biglietto finì sul tavolo in sala insieme ad altri pezzi di carta.

 

ps: ho usato il mio nick per questo racconto (è la prima volta) per non tirare in ballo involontariamente altri sconosciuti internauti. Il racconto nasce da una fantasia confessatami da una amica.

 

 
 
 

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Post n°445 pubblicato il 24 Aprile 2015 da estremalatitudine

Ripensandoci non avrebbe saputo dire perché aveva accettato. Nei giorni e settimane successive ci aveva ripensato spesso e ogni volta avvertiva come un languore, un senso di spossatezza, stanchezza, qualcosa che le faceva piegare le gambe. la indeboliva, la faceva sentire indifesa, insicura, femmina. Femmina era il termine giusto, si chiedeva? Lei di solito non si sentiva così. Era una donna sana, robusta, con belle spalle e gambe tornite dalla palestra. Era femmina, certo, ma non debole, o insicura, o almeno non sempre. Eppure quella volta e il ripensarci, insomma, quella era la sensazione, il sentimento, ciò che tornava.

Era successo tutto in palestra. Un'amica le aveva detto di quella esperienza strana che le era capitata proprio lì, in palestra, quell'episodio di sesso, perché su questo l'amica era stata chiara, lì, in palestra, le sembrava impossibile, in quelle stanze, negli spogliatoi dove aleggiava sempre quell'odore e calore, che nonostante tutti i ventilatori del mondo e l'aria condizionata non c'era verso di togliere del tutto. Impossibile. Lei, l'amica, non le aveva detto dove, esattamente, o come, insomma su quello era rimasta sul vago e quella vaghezza aveva punto la sua curiosità, quella sì femmminile. Dove? Come? Con chi? Niente. L'amica non aveva detto una parola in più. Solo sesso, lì, in palestra, soddisfacente, molto.

Mitomane? S'era chiesta quella sera facendo la doccia e rivestendosi. Sembrava tutto così tranquillo, normale, senza fronzoli, mai una battuta da parte di nessuno, inservienti, istruttori o clienti. Niente. Una palestra. Bella, certo, la più bella in città, ma solo una palestra.

Era andata a casa e aveva continuato a pensarci. La sua amica forse aveva bisogno, ma lei, lei non aveva bisogno di sesso. Lo faceva ogni volta che voleva e anche bene, no? insomma benino, bene, sì, come due che scopano insieme da ventanni e che sanno tutto, ma proprio tutto dell'altro, dell'altra.

Solo qualche settimana dopo era tornata sull'argomento con quell'amica. Si era detta stupita che avesse potuto capitare lì. Le sembrava impossibile. Lei aveva confermato. Se voleva poteva farglielo capitare. Lei aveva smesso, un bel gioco dura poco, ma sapeva con chi parlare ovviamente. Voleva?

Niente. Ancora niente. Quella volta non aveva detto né sì, né no. La volta dopo, anzi no, dopo altre due volte le aveva detto che sì, voleva provare. Ci aveva pensato davvero su. Un momento per lei, solo per lei, come la palestra, ma di più, lei sempre pronta a tutto per tutti, la spesa, sua mamma, il compagno, sempre pronta, ecco, un momento per lei. e che cazzo!

La volta successiva l'amica le aveva detto che se ancora era interessata si poteva fare per il mercoledì sera della settimana entrante. Bene, si era detta. Mercoledì ci sono le partite in tv. Avrebbe potuto rimanere fuori senza dover raccontare granché. Ok. Fu così che iniziò e finì, anche. Solo una volta, solo una, ma era bastata, ché quando ci ripensava non poteva fare a meno che aggiungere "meno male"."

Quella sera, dopo la doccia ed essersi rivestita con calma, con molta calma, chè la sua amica le aveva detto che doveva aspettare praticamente che la palestra chiudesse, fu avvicinata da una donna che non aveva mai visto. "mi segua" le disse soltanto. E lei, presa la borsa, la seguì.

Nel seguirla per le sale e le stanze, schivando gli attrezzi, si disse che non aveva mai davvero realizzato quanto la palestra fosse grande. Poi in fondo all'ultima sala, la donna aprì una porta perfettamente mimetizzata con la parete.

Oltre c'era solo una poltrona e, al centro, due pali, con degli inserti di cuoio. Un signore corpulento entrò. Gentile le si rivolse e le spiegò che quanto stava per accadere poteva sembrare una sottomissione (al sentire solo la parola un brivido le percorse la schiena), ma in realtà ne era solo una lontana parente. L'avrebbe legata, certo, ma il patto era che il dolore che le avrebbe procurato sarebbe stato sicuramente e perfettamente sopportabile e che comunque lei in qualsiasi momento avrebbe potuto dirgli che voleva finire e lui, lui avrebbe finito. Immediatamente.

Disse immediatamente con lentezza e forza, in modo da non lasciare dubbi che quella fosse la sua volontà. Come non fidarsi?

Poi le chiese di spogliarsi completamente, cosa che lei fece con un certo imbarazzo. Spogliandosi continuava a guardare quell'uomo pesante, in maglietta e blue jeans. Non aveva esattamente l'aspetto di Eros, il dio dell'amore. Ma forse suppliva con la tecnica. La sua amica aveva detto che il sesso era stato estremamente soddisfacente. Mistero.

Quando fu nuda, del tutto, istintivamente si coprì con un braccio il seno e una mano lil pube, che, sempre senza pensarci, teneva ben serrato tra le cosce. Il signore si avvicinò e senza parlare le prese il braccio e lo scostò, Poi andò indietro e la guardò attentamente. Le parve che quel che vedeva fosse di suo gradimento.

Le chiese di indossare delle scarpe. Sandali, con lacci e tacchi molto alti. Stava per mettersi a ridere e dichiarare che lei, non metteva tacchi, non li aveva mai messi, piccola com'era le sembrava qualcosa di esagerato, non suo, insomma. Poi li prese in mano. Erano della sua misura. Da seduta ne indossò uno. Perfetto. Mise anche l'altro e si alzò. Emozione. Paura anche di camminare. Sì, un po' di tacco qualche volta l'aveva messo. Ma quelli erano altissimi. Dodici? Almeno. L'uomo le si fece di fianco e, presela per mano, la aiutò a fare qualche passo. Se andava piano non c'era pericolo.

Quando fu pronta, l'uomo la condusse ai pali, le sollevò i polsi e la legò, con un nodo che stranamente era sia molto resistente che indolore sulla pelle. Meno male, pensò, proprio gente che se ne intende. Al pensiero di lui che faceva quella cosa anche con altre un moto di ribellione. Come se l'avesse intuito l'uomo le carezzò una spalla e chianandosi un poco le baciò la scapola. Le labbra erano secche e calde. Quel contatto la tranquillizzò un po'. E poi non era ormai troppo tardi?

L'uomo facendola piegare in avanti le aprì le gambe. Era stato un movimento lentissimo, attento a non sbilanciarla sui tacchi. Piegata in avanti a novanta gradi. che cazzo di posizione, pensò.

Proprio in quel momento sentì sulla pelle un brivido. L'uomo aveva iniziato a frustarla molto lentamente. Certe volte, nel momento del piacere il suo uomo le aveva dato delle sberle sul sedere, anche ripetutamente e la cosa, strano, ma le era piaciuta e glielo aveva detto, così a volte lui lo rifaceva, mentre lei era sopra di lui, o mentre lo facevano da dietro. quel caldo, estremo, sulla pelle, l'arrossarsi, il suono secco del suo palmo su di lei, il ritmo che si univa a quello dei suoi colpi, ecco, sì, la eccitava. Quei brividi della frusta glielo ricordarono. La cosa andò avanti un po', con colpi alternati. a volte quasi carezze, altre vere e proprie sferzate. sentiva il proprio sedere bollente, proprio come quando lui le dava quelle sberle, mentre la prendeva, deciso, forte.

Poi l'uomo smise e per un poco fu solo silenzio. Non lo vedeva. Messa com'era non vedeva praticamente niente. Solo i pali e uno specchio che le ritraeva il viso e l'inzio del costato. Il suo seno. Libero. Pesante. Libero. I capezzoli s'erano induriti e le sembrarono particolarmente scuri.

Un altro brivido la feca sobbalzare. Un liquido caldo su di lei. Acqua? No, più consistente. Una crema molto liquida, calda, che l'uomo prese a spruzzarle sul sedere e la schiena e le braccia e le gambe, i polpacci, i piedi. E poi le sue mani grandi, calde anche loro che la massaggiavano e gliela spalmavano, gliela facevano assorbire, profumata, e lì sul sedere, sembrava le avessero versato acqua fresca, invece che calda e la sua mano, delicata, passando sulla pelle arrossata sembrava conoscerne la resistenza.

Altro silenzio. Pausa. Sola.

Poi un ronzio, come un rasoio elettrico, un depilatore. Qualcosa le si appoggiò sotto, tra le cosce e vibrava. Sobbalzò e irrigidì il busto. Le pelli che le legavano i polsi si tesero. Quel coso che vibrava continuava a starle attaccato alle grandi labbra, che adesso, le sentiva, le sentiva bene, si stavano ingrossando e aprendo, piano, pian piano, e più si aprivano più il piacere diventava intenso, su verso il clitoride e poi giù, dove la sua rosa s'era fatta più grande, adulta, donna. Altri minuti. Sospiri. Si sentiva respirare e sospirare nel silenzio generale. Dieci minuti, mezz'ora, quanto? non l'avrebbe saputo dire. Si ricordava solo che anche quello finì, improvvisamente, lasciandola come orfana, insoddisfatta, nervosa.

nel silenzio che seguì le luci si abbassarono e la musica del bolero di ravel iniziò a farsi sentire lontana.

Di fronte a lei passò l'uomo corpulento, che, passando, si inchinò alla maniera orientale e scomparve da una porta. Sola. Sola? Cercò di rialzarsi, ma i tacchi e le corde le impedivano i movimenti. 

poi quella stessa porta si aprì ed entrò un pezzo d'uomo così alto e grosso che ne riuscì a vedere il viso solo quando entrò, prima che le si avvicinasse troppo. Bello? Certamente non grasso. Normale. Maschio. Lineamenti normali, forse un po' duri, muscoloso, con un torace sviluppato e le spalle tornite. Nudo. Nudo!?!?! Nudo. Compeltamente. Il suo coso ballonzolava tra le cosce. Era proporzionato, o almeno sembrava. La cappella rosata era mezzo scoperta e lui, il coso, il cazzo, era mezzo eretto, o, meglio, no, consistente, ma non eretto. Gonfio. Gonfio? Ma no, non gonfio, non ancora eretto, ma neanche completamente rilassato. A metà. Consistente. Come un bicipite prima che sollevi un peso. Ecco, sì, così.

Le scomparve alle spalle, in silenzio, muovendosi agile a piedi nudi. Secondi. Tanti.

Poi le ricomparve davanti tenendo con la mano destra la poltrona sollevata da terra come fosse un fuscello. La posò davanti a lei e si sedette.

Iniziò a parlarle, con una voce profonda, baritonale, dicendole quanto era bella, e sinuosa e aggrazziata e proporzionata e quanto era stata brava a sopportare quelle prove in silenzio, senza lamenti o attacchi isterici. Non è da tutte, diceva, e i suoi occhi lo dicono, diceva, che lei non è una donna come le altre, e mentre parlava, mentre le parlava a voce bassa e sicura, e il bolero continuava ossessivo il suo ritornello, lui, quello, seduto, a gambe larghe, cosce massicce, da atleta, s'era preso il cazzo in mano e lo scapellava e lo ricopriva lentamente e lui, quello, il cazzo, aveva smesso di ballonzolare e si induriva sempre più, sempre più grosso, sempre più proporzionato a quella massa di muscoli, senza un filo di grasso, tesi, pronti, rilassati, che gli facevano da contorno, a lui, al cazzo, che aveva una cappella rosso scuro e brillava nella semi oscurità della stanza e lei, lei era nervosa, nervosa, chè quelle pirlate su di lei, lei bella, lei unica, lei forte, lei dagli occhi profondi, che adesso le si chiudevano un poco, dalla stanchezza, dalla voglia, dal desiderio, ammaliati da quel cazzo, bello, grosso, pronto, che lui continuava a menarsi lentamente, tenendole fisso lo sguardo addosso, stronzo, che era pronta, pronta, pronta, non lo capiva?!

Poi lui si alzò e sparì alla sua vista. Dopo poco le mancò il respiro come le capitava sempre quando veniva presa di colpo. Il suo uomo lo faceva spesso, quando erano più giovani. Un'emozione. Di colpo. Di colpo presa. Fino in fondo. Di colpo. E poi, quasi subito, colpi ritmati, secchi, profondi che dopo poco aumentarono il ritmo, molto, di più, forte, quasi che quello la volesse violentare, prendere, aprire e quella foga, quella foga, e il vibratore prima e l'acqua e la crema e le mani ecco tutto, tutto la fece venire con un urlo.

Mentre ancora tremava il suo corpo fu abbracciato da quello di lui, che alto e lungo le si sdraiò sopra, alto com'era, sopra di lei, in piedi, sui suoi tacchi stratosferici, e allungava una mano e le slacciava i polsi, per poi raccoglierla e aiutarla a rimettersi in piedi per abbracciarla, da dietro, ancora dentro di lei, abbracciarla tutta, con le sue braccia grosse che le stringevano le spalle e lei, lei che pensava, per un attimo, un minuto soltanto, ma quanto sei alto, tesoro mio?

Poi lui uscì da lei, veloce come era entrato e la condusse per mano ad un grande divano in fondo alla sala, nascosto da una pesante tenda, dove scoparono ancora e ancora, lentamente stavolta e ogni volta che lui entrava e usciva, che entrava pian piano in lei e poi usciva facendo scorrere lentamente il cazzo lungo le sue labbra, ecco lei lo sentiva e si domandava quanto fosse grosso, e bello, e lungo e ben di dio. A metà lui le strisciò a lungo con la cappella sulle labbra e il clitoride. Poi di colpo la prese e rimase ficcato, fermo, immobile, dentro di lei. Il suo respiro che s'era interrotto nell'essere presa, riprese come dopo uno scampato pericolo. Normale, ma non troppo. Accelerato dalla pressione che il suo cazzo faceva dentro di lei, grosso, lungo, fermo, immobile. Le sembrava quasi di sentire il rilievo della cappella, dentro, dentro di lei, ferma, scolpita, immobile. Poi riprese a danzare dentro e su di lei e la condusse, più volte, al capolinea del viaggio.

quando ad un certo punto lei finalmente riuscì a divicolarsi e farlo sdraiare e mettersi sulla sua pancia e come una gattina leccarglielo e mangiarglielo, ecco lì si rese conto del perché e per come le era piaciuto tanto e per un poco, un minuto soltanto, per un attimo si chiese: ci si può innamorare di un cazzo?

si può, di disse tornando a casa, ma non si deve.

 

 
 
 

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Post n°444 pubblicato il 19 Aprile 2015 da estremalatitudine

Mi capita tutte le volte, cioé non tutte, tutte quelle che andavano a finire bene, con soddisfazione, sì, insomma, bene, no?

La prima volta mi aveva portato un tizio, uno degli amici, quelli che per un po' frequenti, sembrano parte del giro, della tua vita e poi, pluff, spariscono, se ne vanno loro, o forse anche tu, anche io, non so, sì forse anche io li mollo, non so, fatto sta che non ricordo chi cazzo era, che poi cazzo ci sta proprio bene, che mi portò lì la prima volta, e anche la seconda, perché la prima, ricordo, fu proprio una esperienza del cazzo, uno schifo, troppo teso, preoccupato, impaurito.

Me lo aveva detto, giurato e spergiurato, ma io sono fatto così, a me piace il controllo, io voglio sempre sapere prima cosa succederà, prima, esattamente, ecco, forse esattamente no, ma più o meno, insomma niente sorprese e neanche lì ci sono sorprese, certo, ma di sicuro devi abituarti un po', perché, sì, insomma, abbassarsi la patta e infilare il cazzo in un buco, anche se sai che di là c'è una ragazza, o dovrebbe esserci, e se fosse un frocio? ecco non è che la prima volta me la sia goduta proprio. Ma forse neanche la seconda. Non ricordo.

So che la chiave è stata quando ho iniziato a rilassarmi pensando alla bella ragazza che delicata come una foglia stava prendendosi cura del mio bambino, lo stava accarezzando, lo stava baciando, delicatamente, con cura e grazia infinita, mi viene sempre in mente un ballo, un valzer lento, nel quale io e lei balliamo stretti, cullati dalla musica nel caldo di una stanza infinita, illuminata in pieno dal sole, caldo, caldo, caldo.

io e lei balliamo e io vengo come quando apri un tubetto di crema tenuto troppo a lungo in mano. Lo apri e la crema esce spontaneamente e non c'è modo o maniera di fermarla, almeno per un po' e se non ne vuoi tanta, bestemmi, che non sai che cazzo farne dell'altra, di quella che è uscita e non serve. Ecco io vengo così, immaginando quel ballo, quella musica, quel calore, lei mi abbraccia, mi sostiene, mi coccola ancora un po' e poi la musica finisce ed io torno a casa.

Un altro mi ha detto che a lui piace perché può immaginarsi le peggio porche che glielo ciucciano. A me solo l'idea di una vecchia maiala, con le labbra secche dall'età, che me lo prende mi viene da vomitare. Fossi sicuro non ci andrei più, lo giuro. Ma io, io sento la musica adesso, che dirvi, lei balla con me e io, ecco, adesso, io vengo.

 

 
 
 

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Post n°443 pubblicato il 19 Marzo 2015 da estremalatitudine

Notte. Albergo. Fuori per lavoro. Distante. Città straniera. Sola. Non riesce a dormire. Stanchezza, ma anche eccitazione, solitudine, dopo tanto, quella missione improvvisa, la cena, il bar con la televisione che andava e quei tizi che la guardavano sfacciati, maleducati, come ormai in Italia non la guardavano più, non guardano più nessuna, il cubalibre, poi, niente, su, la camera, adesso, ecco, adesso, lì, sdraiata sul letto, senz riuscire a prendere sonno, quella città, bella, rumorosa, ancora rumorosa, piena di vita, straniera, lei, sola, di nuovo, come da ragazza, quando andò negli stati uniti a studiare, quelle camere, come questa, no questa più bella, ci mancherebbe, con quel che costa, tanto paga la banca, fame, ancora fame, non dovrebbe, ma fame, a quell'ora, un grande albergo, d'altronde aveva cenato con poco, imbarazzo quella grande sala, lei, e tutti quei camerieri e ospiti che la guardavano, anche quelli a cena con le proprie mogli, che appena potevano la fissavano, le fissavano le gambe, cazzo la gonna troppo corta, e il seno che si notava sotto la camicetta.

Chiamò. Una voce maschile rispose. "Posso avere qualcosa da mangiare?" "Certamente. Adesso provvedo." "Quanto tempo?" "Poco"

Si mise ad aspettare. I minuti. Passano. Quanti? Troppi! Richiamare? A che serve? Aspettare. Notte. Sonno. Occhi che bruciano. Abbassa la luce. Il minimo. Oscurità diffusa. Tanto busseranno e accenderò allora. Sonno.

Un suono. Un rumore. Mezza addormentata non capisce. Apre gli occhi. Cerca di individuare da dove è venuto il rumore, il suono. Lì vicino. Vicino al letto, di fianco. Ancora un suono, strano, come qualcosa che struscia. Si gira. Un cazzo enorme spunta da un buco nel muro.

Sveglia di botto. Cosa?

Accende le luci. E' un cazzo. Un bel cazzo di un giovane, si direbbe. Ha una strana piega verso destra. Non è eretto, ma quasi. Completamente scoperto. O cazzo!

"chi è?" domanda. Nessuno risponde. Solo ciondola lentamente. Bussa nel muro. Nessun rumore o risposta. Finto? Un sogno?

Lo tocca. Nessun sogno per niente. Reagisce. Si alza. Grosso. Lungo. Eretto. Come se stesse aspettando solo lei, che lei lo toccasse.

Quanto tempo? Quanto tempo che non toccava un cazzo che non fosse quello di suo marito! Tanto. Troppo? Allontanò quel pensiero biricchino. Ma quel coso, come dire, la guardava. Come quegli uomini al bar, al ristorante. Avevano fama di essere ben dotati in quel paese e in effetti.... Lo toccò ancora. Più duro di quel che si ricordasse. Troppo tempo. Troppi anni. Sì, certo, anche suo marito, per qualche minuto era così. ma alla fine, quasi alla fine. Non subito. Doveva essere un ragazzo. L'idea della pancia piatta di un ragazzo le fece girare la testa. Come fa una donna a rimanere insensibile al ventre piatto e duro di un uomo. Addominali. Non eccessivi, certo.

Lo prese in mano e lo carezzò. La cappella immediatamente si bagnò di un liquido trasparente.

Mi vedrà qualcuno? Una telecamera nascosta? Li frego io. Spense le luci e lo cercò al buio. Meglio. Molto meglio. Il suo calore era irresistibile. Un pompino? Se non toccava un cazzo da anni, non faceva un pompino da millenni! Suo marito ogni tanto glieli chiedeva ancora, ma lei non aveva proprio più voglia e quindi aveva smesso. chiuso il negozio, gli diceva. Non del tutto, aggiungeva maliziosa, carezzandogli il cazzo ogni tanto, ma pompini basta, non ne ho proprio voglia. A suo marito. Chè ogni tanto quando le capitava, raramente, di vedere in un film un attore completamente nudo, ecco, sì, insomma, se era ben dotato, un pensierino lì lo faceva, ma ancora quello di suo marito? no, grazie.

Quello lì era meglio. E poi non vedeva nessuno. Gli si avvicinò e gli diede come un bacino sulla punta, proprio dove la cappella era più bagnata. Con le dita corse intorno alla base, proprio dove era attaccato al corpo. Duro e potente. Duro e potente. Cazzo! Cazzo che voglia, pensò, aprendo la bocca e mangiandolo. Quanto mi piaceva fare pompini! E a quel pensiero la figa le si bagnò completamente. Una mano le corse di sotto. Da ragazzina le piaceva da pazzi baciare un pisello e contemporaneamente pian piano toccarsi.

Iniziando ad andare su e giù, tenendolo tra le labbra, il suo sapore e durezza la vinsero completamente. Non mi vede nessuno. Neanche il proprietario di questo cazzo stupendo, pensò, allungando la lingua aperta e slinguandologli tutto sotto la cappella. Quanto tempo!

Non vedere niente. sentire solo sapore e calore e consistenza tra le dita e sulla labbra e dentro le labbra e sulla lingua  e la sua grossezza le ricordò quel ragazzo che aveva lasciato poco prima di incontrare suo marito. Scopavano completamente al buio. Era timida allora. Non voleva farsi vedere. Anche adesso, ma quello, quello era stato il più bravo. Decisamente. Come lo usava lui, cazzo, nessun altro mai più. Era anche dotato, come questo qui, questo qui, questo qui.

L'orgasmo di lui la sorprese e il fiotto dapprima le riempì la bocca e poi le si sparse sulle labbra e le mani. Salata. Non se la ricordava quasi più.  Bugia. Ogni tanto alla fine quando suo marito le veniva in mano lei la leccava un poco.

Il fiotto in bocca era stato troppo violento e quindi aveva tossito e quasi aveva dovuto sputare, lasciando il cazzo per un momento. poi lo riprese gustandosi quella rilassatezza improvvisa. Nessuno mi vede, pensò, raccogliendo con l'indice una goccia di seme e mettendoselo in bocca. Una chicca. Peccato che il cazzo stesse rapidamente mollandosi. Avvicinandosi lo leccò completamente per finire come aveva iniziato, con un piccolo bacio sulla punta della cappella.

Chissà se domani.... in fondo devo fermarmi qualche notte, no? 

 

 

 
 
 

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Post n°442 pubblicato il 19 Marzo 2015 da estremalatitudine

Mi fanno ridere le mie amiche che dicono che a loro non piace fare i pompini. E' così intimo! E' l'unico momento in cui il cazzo è a nostra completa disposizione. Diamo piacere, certo, ma ne riceviamo altrettanto. Almeno così la penso io. Averlo lì, baciarlo, leccarlo, sentirne la consistenza e il sapore e contemporaneamente, se una vuole, potersi toccare o comunque sfregare, sotto, come da ragazzine... ragazze non mi ci fate pensare....

 

 
 
 

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Post n°441 pubblicato il 19 Marzo 2015 da estremalatitudine

"rimaniamo stretti così, ti prego"

Avevano appena finito e lui, lui se ne uscì con quella richiesta. Strana per lei, che ogni volta, ogni volta che finiva, che tutto era finito, che lei era venuta, ecco, immediatamente provava un forte desiderio di libertà, di allontanamento, come se il suo corpo, il corpo di lui, del suo amante, fosse divenuto improvvisamente e d'incanto bollente, troppo sudato, ostico, spiacevole, insomma qualcosa da cui allontanarsi, almeno un poco, così, quel tanto da non rimanere a contatto.

E invece lui, lui le aveva chiesto di poterla tenere abbracciata.

Sentiva il suo coso molle e viscido sulle sue cosce. Sentiva il suo respiro caldo. Ecco da che cosa voleva fuggire.

Sì certo, il romanticismo della richiesta l'aveva sedotta, poco, un poco, e qualche secondo lì abbracciati, come a rincuorarsi, come a stringersi e affratellarsi dopo il sesso, sì, insomma era stato anche piacevole, forse, sì, dai, ma adesso non ce la poteva fare più e così si alzò di scatto, lasciandolo lì sul letto, quel bel pezzo di ragazzo che si era rimorchiato giù in discoteca e che certamente pensava di essere stato lui, il coglione, a rimorchiare lei, forse addirittura pensava che fosse scattato qualcosa, qualcosa di più della voglia di una sana scopata, da come la guardava adesso, con quello sguardo un po' sbilenco e annebbiato e quel sorriso, cazzo, va a finire che si era innamorato!

"scusa. voglio fare una doccia" e volò in bagno. D'altronde era casa sua, no? Poteva fare quel che voleva, no?

Quando rientrò in camera lui si era addormentato, così, nudo, come la mamma l'aveva fatto, proprio un bel tipo, basta che non si fosse innamorato, domani, domani l'avrebbe scoperto e se sì, se era innamorato avrebbe tagliato subito, e basta, su, ne era appena uscita, con quanti stronzi doveva cascarci?

Si accucciò in un angolo, attenta a non toccarlo. Si rannicchiò, tirò su le ginocchia, le strinse e poi pian piano si addormentò anche lei, anche lei solo con la maglietta bianca, quella lunga che d'inpiedi le arrivava sotto il sedere, ma che lì, lì s'era arricciata e le scopriva i fianchi.

Dopo qualche ora, lui si svegliò. La luce era ancora accesa. La guardò. Le osservò quel bel culo imperiale. Gli si rizzò. Le andò dietro e le si appoggiò. Poi, si scostò un poco, quel tanto che bastava per poter scendere col capo all'altezza del sedere di lei e con le mani, delicatamente, aprirlo e iniziare a baciarlo, a baciarlo in mezzo, sotto, più sotto, con la lingua che ostinata cercava di scendere sempre più giù.

Lei mugugnò nel sonno, ma non si spostò.

Lui con coraggio si rimise in posizione, le si appoggiò e la prese. Col torace e il bacino posto ad arco lui si introdusse dentro di lei più che potè e lei, lei si riprese, si svegliò a quel calore, e i sogni confusi di sesso migrarono decisamente verso la sensazione che potente le veniva da sotto. Con una mano su un fianco lei cercò di aprirsi ancora di più.

"sì, prendimi, amore mio" disse, pentendosi immediatamente di quella concessione.

Poi i giochi di lui le fecero perdere completamente il controllo.

 

 
 
 

Domanda biricchina

Post n°440 pubblicato il 13 Marzo 2015 da estremalatitudine

alle signore lettrici, una domanda a cui rispondere protette dal l'anonimato del web: così come esistono seni e culi più belli e sexi di altri, così come esistono cazzi più grossi e più piccoli, ricurvi, larghi, molto spessi e corti o al contrario lunghi e sottili, ebbene esistono cazzi più sexi, più maschi, più appetitosi di altri? Cazzi che al solo vederli, a riposo o già sull'attenti suscitano più desiderio di altri, a parità di dimensioni? Il colore della pelle conta? Più scuro e' più sexi? Con tanti peli o quasi glabro? C'entra la magrezza del proprietario nel rendere sexi un pisello?

 
 
 

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Post n°439 pubblicato il 12 Marzo 2015 da estremalatitudine

"Ma tu non vieni mai?" "Difficile" rispose lui. "E non ti diventa mai molle?" "Solo dopo che sono venuto"

Lei lo guardò con tenerezza. L'aveva già fatta godere un sacco. E lui niente. Si sentiva in colpa.

Buttandoglisi contro lo abbracciò e gli disse "Amore mio, vieni. ti prego." e riprese a baciarlo con passione.

Dopo qualche minuto lui si divincolò, le allargò le cosce e la prese. Era ancora pronta. Nonostante fossero lì da un paio di ore. Lei venne ancora.

Sconvolta si allontanò un poco. Lui le si sdraiò di fianco. Il suo cazzo ancora duro la sfiorava.

Appena ebbe ripreso fiato lei domandò: "perchè non ti lasci baciare fino all'orgasmo?"

"perché godo troppo. mi pare di impazzire da desiderio e devo averti ancora."

"benedettuomo...."

 
 
 

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Post n°438 pubblicato il 12 Marzo 2015 da estremalatitudine

la intravide per strada. il fidanzato (o un amico, chissà) le carezzava i fianchi stretti da una cintura alta, alta, di cuoio, scura. Camminanvano vicini e le sue dita non la stringevano, solo la sfioravano. Fianchi sottili, senza un filo di grasso, fasciata in una maglietta che si infilava sotto quella cintura.

Fu quello che attirò il suo sguardo o il fatto che appena sotto quella cintura la rotondità impressionante del sedere esplodeva in una gonna stretch nera?

Un culo da nera, gonfio, denso, esplosivo.

La seguì con lo sguardo fino a quando i due si infilarono in un portone poco più in là.

Non aveva molto da fare quel giorno e ancora turbato entrò in un bar difronte a quel portone e si sedette ad un tavolino, senza una vera intenzione di aspettarla, quanto ancora turbato, con quella curva nel cuore e negli occhi.

Dopo dieci minuti lei uscì. Sola. Lui si alzò, pagò e iniziò a seguirla. Quello scondinzolare era ipnotico. La seguì a lungo per i marciapiedi della città. Lei zampettava su dei tacchi sottili. Le sue gambe erano muscolose e fasciate in pesanti collant neri. Non sembrava avere una gran fretta. Era come se stesse rientrando verso casa senza un orario preciso.

Dopo quasi un chilometro si decise a cercare l'approccio.

Il trucco della banconota persa funzionava sempre.

"Signorina, signorina, le è caduta questa." Sorpresa si ferma e si volta. Lui la guarda sorridendo con un venti euro in mano.

"E' sicuro? Da dove mi è caduta?"

"Non so: io l'ho solo vista svolazzare dietro di lei prima di cadere per terra e allora ho pensato di chiamarla. Per la verità il primo impulso è stato quello di tenermela - sorrise con l'aria da figlio di puttana che gli riusciva benissimo - ma poi...."

"Grazie, ma non capisco. Non ricordavo neanche di avere un pezzo da venti euro"

"Allora a maggior ragione bisogna festeggiare. Io che ho conosciuto una bella ragazza e lei che ha ritrovato venti euro, no? Entriamo?"

Entrarono, bevvero e alla fine si scambiarono i numeri di cellulare.

La corte durò qualche giorno. Poi finirono a letto. Era esattamente come lo aveva immaginato, grosso, potente, sodo, teso, quasi stesse per esplodere, un culo da sogno, da favola, che al solo sfiorarlo gli si rizzava completamente e in maniera irresistibile.

Finì quando lui per strada vide una ragazza con delle gambe stratosferiche.

 
 
 

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Post n°437 pubblicato il 11 Marzo 2015 da estremalatitudine

La moglie era curiosa e tormentava il marito con domande e punzecchiature.

Da quando l'aveva beccato una volta a vedere un film porno in rete, spesso le loro chiacchiere finivano su quell'argomento.

Ovviamente lei non aveva creduto che lui non fosse un habitué della cosa. Neanche un secondo.

Per quello lo prendeva in giro e gli chiedeva, lo tormentava, lo sfrucugliava, finché una sera lui le promise di fargliene vedere uno e dopo cena, messi a letto i bambini, chiusa per bene la porta della camera e anche quelle in mezzo, lui accese il computer e cercò il suo sito preferito.

Lei gli si appoggiò ad una spalla per vedere meglio. Lui regolò lo schermo piatto del pc.

Due attori entrarono nella stanza dove una bella ragazza aspettava mezza nuda. La moglie si mise a ridere: perché è mezza nuda? perchè i tipi sono vestiti?

La trama di solito non è importante, spiegò lui. I film sono belli se sono curate le luci, le ambientazioni e soprattutto se gli attori e le attrici ti muovono qualcosa dentro, spiegò ancora lui.

Ahhhh, sospirò lei.

I due uomini si spogliarono lentamente, mostrando bene tutta la loro attrezzatura. La camera indugiò sulla cappella di tutte e due e su la loro pesantezza. I loro cazzi mezzi rigidi si poggiavano su due coglioni gonfi come mandarini.

Durante quella specie di spogliarello lei non parlò.

L'attrice prese a baciarne uno mentre teneva in mano e carezzava l'altro.

ma sono enormi! disse lei, come se li avesse visti solo in quel momento.

L'attrice leccò l'altro a lingua piena mentre l'altro attore iniziava a baciarle la figa.

Che schifo! esplose la moglie, alzandosi di colpo. e questa roba ti eccita?

Il marito non disse niente, cercando col mouse di beccare l'icona per chiudere il film.

Aspetta ancora un attimo, disse lei.

Mentre quell'altro la baciava, l'attrice si passò il cazzo che stava baciando lentamente sul naso e poi se lo poggiò sugli occhi per finire a passarlo ancora più lentamente sulle proprie labbra. Come fosse un rossetto o un lucida labbra. Chiuse, le labbra. Labbra chiuse, rosso fuoco. Il cazzo enorme gliele socchiudeva spinto dalla mano di lei che lo guidava. 

L'inquadratura cambiò di colpo soffermandosi sul cazzo dell'altro attore che iniziava a prenderla, ad entrare.

L'attrice era certamente magra, forse molto magra, fatto sta che quel coso sembrava ancora più grosso. Dopo quasi un minuto solo la cappella era scomparsa, per poi ricomparire e scomparire ancora una volta. L'attrice faceva delle smorfie. Non si capiva se di piacere o di dolore.

Basta! Vado a letto. dichiarò lei, rialzandosi definitivamente e andandosene.

Lui spense il computer e la raggiunse a letto.

Ma come fai ad eccitarti con quelle cose lì? Quei cazzi sono finti, è evidente. Non ne esistono così se non prendi qualcosa. sono talmente esagerati. cosa se ne fa una donna di un cazzo così grosso?!?!

Intanto che lei parlava, lui le carezzò la pancia scendendo lentamente sul pube.

Cosa fai?

Ti tocco.

Appena le sue dita l'aprirono, sfiorandole il clitoride, bagnato, sensibile, pronto, lei, lei lo abbracciò forte e stringendoglielo gli disse ancora una volta (stavolta in un orecchio): sono troppo grossi, troppo... cosa se ne fa una ragazza di una cosa così.... così grosso.... sì, sì, grosso.... così grosso e poi...... due, due insieme..... così grossi, insieme..... dai....

un bacio appassionato del marito la fece tacere

mentre la prendeva lei, lei con le mani gli stringeva con forza il sedere tirandolo a sè.

troppo grosso, troppo grosso, grosso, sì, sì, amore, grosso lo voglio, come il tuo, come il tuo, grosso, sì, grosso....

il marito le mise in bocca le dita che lei baciò e leccò avidamente

 
 
 

Corto 101

Post n°436 pubblicato il 09 Marzo 2015 da estremalatitudine

La signora, dopo il divorzio, passò momenti non belli. Depressione. Paure. 

Poi passati i mesi, quasi un anno, si riprese e si disse che gli uomini non meritavano tanto.

Grazie a Dio suo marito e la sua famiglia le avevano lasciato abbastanza da potersi permettere qualsiasi sogno e lei, lei uno alla volta si tolse tutti gli sfizi.

Una bella auto, cambiò casa, cambiò domestica e poi, poi iniziò a viaggiare.

Fu una volta lontano, ben lontano da casa che si disse che era arrivato il momento di togliersi anche quello sfizio.

Chiamò il suo amministratore fidato e gli ordinò per quella sera di radunare nel salotto della suite che occupavano quanti più giovani attori potesse. Dovevano essere talentuosi? Chiese l'amministratore. Ma certo, fu la risposta.

Quella sera la sala era piena di venti ragazzi tra i venti e i trentanni. Si ricordò che il suo marito, grande tifoso di calcio, le aveva detto una volta che gli atleti raggiungono la piena matutità fisica e atletica tra i ventisette e i ventiotto e allora chiese quanti tra i presenti avessero quella età.

Forse qualcuno barò, ma quasi la metà rispose di sì. Gli altri furono invitati ad uscire.

A quel punto dopo un breve discorso, molto fumoso e assai poco concreto, la signora pregò i ragazzi di cavarsi nudi, cosa che loro in qualche minuto fecero.

"Per il film che stiamo organizzando è fondamentale che il protagonista sia ben dotato" disse.

"Un film porno?" chiese una voce. "Per favore esca. Come si permette?!?"

Un altro lasciò la sala.

"Come dicevo serve come dire un buon fisico e quindi siete pregati di voler mostrare quel che avete pronto per l'uso." Qualcuno chiese spiegazioni. La cameriera glielo spiegò paziente.

Dei nove rimasti, un paio o poco più si dichiararono incapaci o non disposti alla prova.

Anche questi furono licenziati, dopo aver ben pagato il loro disturbo e il loro silenzio.

Gli altri si prepararono. La cameriera della signora, che continuava a stare seduta in posa molto elegante su una poltrona di pelle rossa, passò di fianco a tutti con un righello e misurò ciò che c'era da misurare.

Dei sei che erano rimasti i due più scarsi furono scartati. Le differenze, salvo in un unico caso, erano davvero minime, ma un criterio bisogna pur averlo, no?

"Adesso per avere la parte, la prova di resistenza. Mettetevi comodi e masturbatevi. Chi resiste di più avrà la parte."

"Scusi, signora, con rispetto parlando, ma di che film si tratta?"

"il copione vi verrà dato a suo tempo e solo al vincitore. Queste sono le regole. Se non vi piacciono saremo lieti di accompagnarvi all'ingresso."

I quattro in silenzio presero a fare ciò che era stato richiesto loro.

La signora e la cameriera in silenzio osservavano quei visi che si contraevano e quelle mani veloci che andavano su e giù. La signora in cuor suo sperava vincesse un partecipante che oltre ad avere tutto quel che serviva la turbava con uno sguardo che sembrava aver capito e intuito ogni cosa. Quello era certamente il più maschio di tutti. Si disse che con ogni probabilità avrebbe barato. Non poteva lasciarsi andare uno che a quella età metteva in imbarazzo solo con lo sguardo una donna come lei.

La prova finì. Non vinse quello con cazzo più grosso, ma non vinse neanche quello che piaceva a lei.

A tutti fu chiesto comunque di lasciare un recapito che si sarebbe fatto sapere loro.

La sera dopo la signora invità a cena il vincitore, chiacchierarono e poi lei gli chiese nuovamente di spogliarsi. Scopare con quel ragazzo fu fantastico, tanto era dotato sia in quantità che in durata. Non finiva mai. Lei venne un numero impressionante di volte, finché con il permesso di lei lui la innondò di seme caldo.

Dopo tre giorni, di pomeriggio la cameriera chiamò quello dallo sguardo strano, che appena arrivato si impose con una personalità che metteva i brividi.

la signora finì la nottata legata alla spalliera del letto, pancia sotto, con la testa adagiata sul cuscino e lui, lui inginocchiato di fianco a lei che lei ordinava di succhiarlo ancora, che anche lui durava, durava, durava. "Succhia, su da brava!" E lei, nonostante fosse stravolta da due ore di sesso tirava fuori la lingua e lo cercava, lo leccava, cercava di mangiarlo ancora, mentre lui le dava delle piccole pacche a palmo aperto sulla schiena e, quando riusciva, sul bel sedere sodo.

Dopo quindici giorni, il giorno prima della partenza, essendosi confidata con quello circa la sua prima esperienza dopo quella specie di provino, lui le ordinò di chiamare anche il vincitore e in tre ebbero una notte che la signora non dimenticò mai.

Tornò in Italia e per un bel pezzo non ebbe più desideri. Poi, certo...

 

 
 
 

corto 100 - auguri a tutte

Post n°435 pubblicato il 09 Marzo 2015 da estremalatitudine

Sposati da anni. Felici? Per quanto felicità possa essere un concetto che abbia senso, sì, felici, sì. Tranquilli. Ecco tranquilli. Quello sicuramente sì. Soldi in banca a sufficienza. Buon lavoro tutti e due. solite tensioni della vita normale, la città, il lavoro, la coppia, ma niente di che. Tutto tranquillo. Anche troppo.

Mentre facevano l'amore, quando capitava, sempre meno spesso, ma capitava, importante, che capitasse, e godevano entrambi, ancora, importante anche quello, quando facevano l'amore lui la sfrucugliava con strani discorsi che la eccitavano, altri uomini, sconosciuti, ma anche gente che avevano conosciuto, non amici, quelli no, ma altri, attori a volte, mezzi nudi intravisti, e lei, lei faceva lo stesso, attrici, showgirl, vicine di casa e più si dicevano più si eccitavano, tutti e due, fino allo scoppio finale, quando chi prima, chi dopo, ma di poco, pochissimo a volte, venivano entrambi, tra le mani, nella bocca, tra le cosce l'uno dell'altra.

Non erano gelosi, non più, non tanto, più per le regole sociali, più per la paura dell'abbandono, che in sé, per la cosa in sé, come se importasse qualcosa, che lui, che lei, in fondo, l'importante è che la loro unione non fosse messa in discussione, era forte la loro unione, il loro matrimonio, proprio per quello potevano dirsi quel che si dicevano quando facevano l'amore, quando scopavano, a lungo, senza fretta, fino a venire entrambi, insieme, uno un po' prima, l'altra un po' dopo, ma poco, poco, praticamente insieme.

Finché un giorno, un pomeriggio, una volta che avrebbe dovuto rimanere in ufficio fino a tardi, quel pomeriggio lui, lui rientrò presto, con un collega peraltro, cercando delle carte che aveva a casa, stupidamente, lui rientrò insieme a quello, uno giovane, un bel ragazzo, uno pulito, sposato di fresco, dopo un lungo periodo di scapolaggio, senza mai nessuna di fissa, nonostante fosse proprio un bel tipo, che tutti in ufficio si chiedevano, e lui niente, mai neanche una parola, salvo lasciare intendere a lui, lui che era il suo capo, che sì, insomma aveva corso la cavallina e sì, insomma, a letto se ne era portate parecchie.

Rientrarono e la casa era silenziosa. Nessun rumore. Lui che chiama. Nessuno risponde. Entrano insieme. Lui dice che la moglie evidentemente era uscita. Evidentemente. Poi un bisbiglio. Lui chiama, ancora, di nuovo. Niente. Porta che si apre e dietro, dietro la porta, in favore di luce, lei, lei, sola, con lo schermo tv davanti su cui scorrono immagini porno e lei, lei è mezza nuda e si tiene un seno e l'altra mano, ecco, l'altra mano non si vede, si intuisce, l'altra mano, dai sospiri trattenuti. 

Sullo schermo un cazzo nero di dimensioni notevoli spompinato da una bionda di mezza età, col seno abbondante, pesante, come il suo, come quello di sua moglie, che lo palpa, lo accarezza, lo stringe, mentre con l'altra mano stringe, come può, quel che può quel cazzo nero brillante, che le scorre tra le labbra, rosa su rosa, rosso su rosso.

Lei non sente neanche. Troppo presa a guardare, a toccare, troppo in orbita, troppo partita e lui, lui imbarazzato, si gira dal collega, anche lui sulla soglia, anche lui che vede, che osserva. Imbarazzo. Si rigira. Guarda la moglie. La conosce. Sa che quella è una sua fantasia. Quante volte.... Banale, ma funziona, efficace, si dice, funziona, funziona sempre, "pensa ad un grosso cazzo nero da spompinare..." e lei, lei nel giusto momento, avendo tempo e modo, tranquilla, serena, ecco sempre si eccita, "pensa ad un cazzo grosso nero da spompinare.." e lei prendeva il suo e iniziava, sempre, quasi sempre, mentre lui, lui la toccava, la carezzava, sentendola pronta, come doveva essere adesso. adesso.

Imbarazzo. Erezione improvvisa. Imbarazzo doppio. Pantaloni che si gonfiano. Il collega che mormora: "vuoi che vi lasci soli?", lei che sente, si ricopre, ride, solo l'immagine del cazzo nero e di quella bocca, di quella bionda continuano, continuano, e lui che balbetta che no, non è il caso, noi andiamo di là, cara.

Quando lei entra e li trova seduti in salotto l'imbarazzo si tocca. Scusate, dice. Non so cosa mi è preso, dice. Li guarda. Seduti uno di fronte all'altro. Gambe larghe. Entrambi. Gonfiore, entrambi. Volete che vi porti qualcosa?

Non riescono neanche a rispondere. poi lui, il marito, ce la fa e mormora un niente, grazie, adesso, fra poco, ecco noi andiamo. Non volevamo disturbare. cercavamo questi. Li avevo a casa. che stupido.

Lei si sente male per lui, per lei, per la situazione e di slancio gli si siede di fianco e gli prende la mano e gli dice che le spiace, davvero, e quasi le viene da piangere e lui la accarezza, le accarezza i capelli e poi, poi, dopo averle detto che non importa, si allunga per darle un bacio sulla testa, sulla tempia, ma lei, lei si gira e quasi senza volere si baciano, a lungo, sempre più con trasporto, davanti a quell'altro, e il bacio fa rinascere il cazzo e quel gonfiore, quel calore del bacio fa nascere anche il cazzo del collega e mentre si baciano, lui, il marito, fa segno all'altro di avvicinarsi, di sedersi, e lui, l'altro non vuole, ma il bacio prosegue, non finisce e lei, lei ha gli occhi chiusi e una mano di lui le carezza un seno, potente, pesante, quasi fuori dalla camicia, e quello, il marito, continua a fargli segno e lui, lui si siede di fianco a lei, pesante, uomo di ottanta chili abbondanti e lei, lei si gira e di getto lo bacia e lui, imbarazzato si abbandona e lei, lei lo prende, mentre il marito continua a toccarla.

Il fatto che il collega fosse di colore e avesse un cazzo di tutto rispetto fu, come dire, la ciliegia sulla torta, su una buona torta, abbondante, piena, ricca.

Lei la sera, la notte non dormì. Continuava a dire e a dirsi: è stato bellissimo. Non mi sentita mai tanto donna.

 

 
 
 

corto 99

Post n°434 pubblicato il 03 Marzo 2015 da estremalatitudine

Aveva sempre diffidato dei luoghi comuni, come delle barzellette che fanno sempre ridere o dei proverbi che hanno sempre un fondo di verità.

Si era nutrita con Dizionario di Flaubert o con il suo Sciocchezzaio. Troppo stupida la gente. Quasi tutta.

Solo suo marito la capiva. Troppo intelligente. Troppo anche per non capire che erano entrambi giunti a quella svolta dove la libertà si impone anche nella coppia più legata e fedele.

Così avevano inziato ad avere serate da single, lei con le sue amiche, lui chissà.

Ma anche quelle la stancavano. Inquieta, dopo aver accompagnato a casa l'ultima delle sue amiche cinguettanti, tutte figli, fantasie e sarcasmo, spesso finiva in locali a bere ancora un bicchiere prima di rientrare a casa. Un po' da ubriaca il sesso con suo marito veniva meglio. Specie se lo era anche lui.

Ma quello no. Quello non era ubriaco per niente e sapeva cosa voleva e sapeva anche cosa lei voleva.

Poche parole. Intelligenti. Meno si parla a volte e più si capisce.

A casa di lui, in quell'appartamento all'ultimo piano, dove lei entrò un po' brilla (in fondo ci sono andata solo perché ero brilla), guardandosi intorno, curiosa e vagamente preoccupata, tutto sapeva di maschio. L'odore forte. Non la puzza. Non sgradevole. Anzi. Forte, pungente, acre, maschio, quell'odore sembrava venire da tutte le cose, dalle poltrone, dal divano, dalla boiserie, dal bicchiere che lui le porse e che lei, sì, lei bevve ancora.

Senza parlare lui la spogliò in un attimo. Luogo comune? Gli uomini veri, i maschi, sanno spogliare le donne senza toccarle? Eppure fu così.

Freddo, quasi. Bere ancora qualcosa.

Poi iniziò a spogliarsi lui. Lentamente, come uno strip, senza gesti plateali, solo lentamente, molto lentamente, avendo cura di tenere la cosa importante alla fine, nascosta quasi, che alla fine si mostrò, mostruoso, che a lei scappò da ridere da nervosismo, e quello si alzò come se le sue risate fossero sexi, mostruoso, mostruosamente grosso e lungo con la cappella piatta, completamente scoperto, lentamente flottante nel vuoto davanti al suo corpo, al corpo di lui, che quasi fermo, fermo, sembrava, in realtà avanzava pianissimo verso di lei, ondeggiando, con quella punta grossa che lentamente si spostava, poco, pesante, da destra a sinistra, da sinistra a destra e che lei, lei non riusciva a non guardare.

mio dio, si disse.

lui la baciò, lentissimamente lento e il piacere, quel piacere che la vista di quel coso mostruoso aveva bloccato, iniziò ad arrivare insieme ai sussurri di lui che piano, quasi in maniera inudibile, le parlavano.

quando fu pronta, lui le si offrì e lei, un po' imbarazzata, lo baciò. Il suo odore era ancora più forte del resto, ma dello stesso tono, con le stesse punte di asprezza, di secco, duro, irresistibile e lei, lei a baciarlo si sciolse definitivamente.

Le voci erano vere. Nulla di meglio di essere cavalcata con forza da un cazzo enorme adoperato con cura.

Lui la girò e la rigirò. La fece salire e scendere. La fece girare, allargare, stringere, guardare ed essere guardata e lei, lei si fece fare tutto quello che lui volle, perché, perché glielo chiedeva con gli occhi, con le mani, col cazzo e lei a quei contatti, a quegli sguardi a quelle parole non sapeva resistere.

Tornò a casa quasi al mattino, sobria, completamente sobria. Fece una doccia lunga e calda, lavandosi con cura e delicatezza. In borsa tenne un fazzoletto che alla fine aveva sfregato sul suo cazzo. L'odore la faceva ancora impazzire.

 

 
 
 
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QUEL CHE C' E QUEL CHE NON C'

Qui ci sono storie di sesso. Non necessariamente tutte eccitanti, ma a volte s. Non necessariamente tutte esplicite, ma a volte s.

Qui non c' vita vera, ma solo letteratura, ovvero vita attraverso la tastiera.

Se non vi va di leggere di questi argomenti, lasciate stare.

Se vi interessano, spero di riuscire ad essere all'altezza delle vostre attese.

 

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