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Creato da estremalatitudine il 19/06/2008

estremalatitudine

racconti di vita, di sesso

 

 

Masturbarsi

Post n°244 pubblicato il 05 Maggio 2011 da estremalatitudine

Avevano preso a masturbarsi quasi subito. Naturale. Toccarsi, toccarsi sotto, lì sotto, liberarsi e toccarsi. Lui a lei e lei a lui. Sentirsi. Lui duro e lei bagnata. Lei più bagnata e lui ancora più duro. Con pazienza si erano insegnati l'un l'altra come fare, cosa fare, ritmo, movimento, calore, forza, leggerezza e adesso spesso intervallavano l'amore con lunghe carezze, anche di nascosto alle volte, nei cinema, nei ristoranti, in biblioteca, o, semplicemente, alle volte, sui lettoni degli alberghi dove passavano i week end.

Poi un giorno, lui prese a fare strani discorsi, lei, lui, un altro, un altro uomo, solo così, per gioco. Lei gelosa quasi usciva di testa. Non accettava. Discorsi del cazzo, diceva, e se anche si accorgeva che nel farli, quei discorsi, lui, chissà come e chissà perché, si eccitava, lei, lei no, si rifiutava, si incazzava e lo lasciava lì, col cazzo duro, dentro o fuori, a farselo tornare normale.

E non andava neanche bene, quando lui iniziò a parlare di un'altra ragazza, peggio, come se lei non bastasse, cosa non bastava? cosa?

Comunque, dopo, dopo un po', ore, mezze giornate, quando lui non faceva lo scemo, quando era normale e si comportava normalmente, tutto tornava normale, e anzi era lei a cercarlo, a stringerlo, ad abbracciarlo, a baciarlo, e, sotto, sotto, a iniziare a carezzarlo, lì, proprio lì, a farglielo diventare duro, grosso, e baciarlo, e menarlo, e accettare di essere baciata e carezzata e presa e poi ancora carezzata, mentre lei, lei con la mano lo stringeva e lentamente lo scopriva e ricopriva.

in quei momenti, dopo, spesso lei lamentosa gli sussurrava all'orecchio di non farlo più, di non parlarle più di altri, solo loro, loro, nessun altro e se lui, a quel punto, portandole la bocca all'orecchio le soffiava provatorio qualcosa come un "neanche una volta?" oppure "neanche per un cazzo bello grosso?", lei fingendo di mettersi a piangere lo pregava di smetterla di parlare, ma solo di fare, fare, fare.

finché un giorno lui le combinò uno scherzo e proprio mentre la baciava, la baciava e la toccava e lei toccava lui, lo stringeva, e lui con le dita saliva e scendeva di poco, pochissimo, quasi di niente, dalla sua montagnola e lei aveva chiuso gli occhi e rantolava, stringendolo e ricevendone i baci, continui, incessanti, ecco, proprio a quel punto, lui di sopra fece un cenno ad un tizio che si avvicinò e prese lui a toccarla, ad aprirla e infilare, piano, un dito e poi due, così come gli aveva spiegato lui, lentamente, lentissimamente, dentro di lei, lei che gorgogliava e sussurrava ad occhi chiusi, in estasi, stringendogli forte il cazzo e poi venne, venne, affannosamente, strabuzzando gli occhi, improvvisamente spalancati, mentre lui col corpo le nascondeva alla vista quell'altro che rapidamente si defilò.

non glielo disse mai. e non lo rifece. era completamente smarrito. lo sapeva. lo sospettava. sospettava che la forza dell'erotismo sarebbe stata così forte da non permettere riconoscimenti, da non far cogliere diversità di carezze, e tocchi e penetrazioni, ma vederlo, sentirlo, toccarlo, lo sconvolse.

fu lei, molti anni dopo, che un giorno in vacanza, quando la stagione della passione era finita da un pezzo, che osservando dalla terrazza due ragazzi che si baciavano sulla spiaggia, con lui che le aveva slacciato il reggiseno e aveva preso a baciarle il costato, ecco, fu lei, lì, che gli disse che era stata una fortuna che dopo quella volta, quell'unica volta, lui non avesse più riproposto quella cosa del cazzo.

"te ne eri accorta?"

"e che sono scema?"

"ma allora..."

lei si avvicinò, gli strinse le spalle con un abbraccio fraterno, poi lo girò e gli si schiacciò contro e lo baciò, tenera.

Rimasero abbracciati così un bel pezzo, in silenzio, così, abbracciati, mentre il rumore del mare ne cullava le orecchie. poi lei alzandosi un poco sulle punte dei piedi e parlandogli all'orecchio gli disse: "mentre tu mi baciavi e quell'altro mi toccava ed io toccavo te, con l'altra mano, io...."

"glielo hai toccato?"

"bè toccato proprio no.... diciamo stretto ..... stretto, stretto... come il tuo... ricordi?"

da sotto un immediato irrigidimento. lei rise. "vieni in camera, dai..."

in camera lo fece spogliare completamente,. Poi gli chiese di sdraiarsi sul letto a pancia in su. lui allargò le gambe per bene e lei ancora vestita, prese a baciarglielo con passione e, mentre lo mangiava, gli carezzava i testicoli.

"era grosso?" chiese lui in un rantolo

"sìììììì" rispose lei, lasciandolo per un attimo. poi ridescese e iniziò a leccargli lentamente il buco del culo, mentre con le dita gli disegnava dei ghirigori tutto intorno.

"amore mio, sono io la tua puttanella" le disse lui " ti prego..."

lei riprendendo il pompino, gli infilò di botto il medio nel culo. e quando poi a quello si unì anche l'indice, lui chiese: "sei tutta dentro di me?" lei rispose sì e lui venne con uno scroscio.

 
 
 

ristorante

Post n°243 pubblicato il 05 Maggio 2011 da estremalatitudine

Stavano insieme. Da un po'. Mesi. Quasi un anno. Giovani, belli. E spesso venivano in quel ristorante, sgrauso, poco più che una trattoria, col padrone che li conosceva e li salutava con calore, quasi fossero a casa, a casa loro, la loro casa, quella che non c'era, che non c'era ancora, ma che ci sarebbe stata, un giorno, certo, sì, casa loro, la loro casa, il loro letto, caldo, morbido, grande, loro.

 

 
 
 

ecco

Post n°242 pubblicato il 29 Aprile 2011 da estremalatitudine

Lei aprì un poco le cosce. La luce brillò sulla sua pelle ancora scurita dal sole. Lui la guardò. Aveva cosce sode e corte, seguite da un polpaccio sottile, al termine del quale il piede, ora, lì, sul letto, si allungava poco, piccolo e flessuoso. Al centro, appena scoperto dal lenzuolo, il bottone ingrossato del clitoride spuntava dalle labbra, decisamente arrossato da ciò che avevano appena smesso di fare.

lei sospirò qualcosa. un complimento rivolto alla sue arti amatorie. lui ridendo citò Woody Allen e la sua capacità di allenarsi molto da solo. lei rise e nel farlo la coscia scoperta ondeggiò verso destra e verso sinistra. Il contrasto del sole sulla pelle abbronzata era irresistibile. Lui si chinò rapidamente di nuovo con la testa sul grembro di lei, riprendendo a leccarla con voracità.

Lei sorpresa lanciò un piccolo grido e istintivamente con le mani gli afferrò i capelli come a volerlo scuotere e togliere di lì. Poi smise e prese a rilassarsi, inarcando la schiena e aprendo definitivamente le gambe.

Uscita di lì, ore dopo, sgambettò sui suoi tacchi dodici per la strada ormai quasi deserta in direzione della sua automobile.

Dopo poco, avvertì i passi di un uomo dietro di lei. Continuò a camminare, cercando di limitare gli ondeggiamenti. Lui, l'uomo che la seguiva, affrettò il passo e la superò girandosi per un attimo ad osservarla. Era un signore belloccio, di mezza età, che dopo poco si fermò e le chiese qualcosa in maniera buffa e divertente. Lei sorridendo rispose. Quello riprese e commentò con grande spirito. Sembrava veramente un uomo di grande classe. Lei riprendendo il cammino si disse dispiaciuta di non poter proseguire nella conversazione, ma era attesa. Quello le propose di accompagnarla alla macchina e lei accettò.

Si lasciarono dopo essersi scambiati un indirizzo mail, che nel caso di lei era assolutamente anonimo, per quanto vero.

Lui le scrisse. Lei rispose. Di lì a qualche mese erano amanti. La prima volta, dopo, nello sdraiarsi sul letto, sfranto dalle fatiche amorose, lui ripensò a quando l'aveva incontrata e a come fosse rimasto ammaliato dalla sontuosità del culo di lei, su quei tacchi dodici, e dallo splendore dei suoi occhi.

Glielo disse. Lei ridendo gli rispose che ricordava bene anche lei, ovviamente, quell'incontro.

"Pensa che avevo appena finito di scopare quella sera"

"Con chi? Tuo marito?"

"Ma noooo, che sciocco!"

Sarà il ricordo dell'incontro, sarà la volgarità gratuita della sua espressione, sarà l'ardire di quella confessione, ma lui, come dire, fu immediata pronto di nuovo.

Lei sorridendo compiaciuta commentò solo: "notevole"

 
 
 

Da dietro

Post n°241 pubblicato il 29 Aprile 2011 da estremalatitudine

Era arrivato ad una età tale per cui osservare una donna da dietro, in piedi, ferma, o per strada mentre camminava, lo induceva più alla prudenza che all'euforia.

Aveva imparato con gli anni che più le donne hanno nasi orribili, lineamenti volgari e violenti, o sono sgraziate nelle varie proporziani del corpo, o completamente piatte e senza seno, o, semplicemente, sono troppo ageé, proprio allora indossano abiti che fanno risaltare la curva abbondante dei fianchi o scarpe e gonne ridotte che slanciano e valorizzano gambe e polpacci torniti.

bisognava stare attenti. Mai farsi prendere dall'entusiasmo.

In quei casi, quando una signora o signorina gli sbambettava di fronte sculettando con maestria, allora lui ricordava le massime di Ovidio, quando si invita a diffidare degli amori notturni o delle conquiste favorite dal vino. Le donne ingannano, diceva il poeta latino, e questo si ripeteva tra sé, intanto che affrettando il passo superava la sua preda per assicurarsi che ad un degno di dietro si confacesse un altrettanto superbo davanti.

non era quasi mai così. Ma quando capitava, quando il sedere maestoso osservato con cura muoversi solenne di fronte a sé si accompagnava ad un degno profilo, a begli occhi, ad un seno prosperoso e ad una età non da ricovero senile, ecco, allora il cuore gli batteva forte intanto che spasmodicamente immaginava una scusa per affrontare e conoscere quella dea.

Le volte che poi, approcciata la signora, ottenutone la simpatia, coltivatane l'amicizia, riusciva ad accorciare la distanza, come si direbbe nel pugilato, avvicinarsi, lasciare percepire ed accettare la propria presenza fisica ed infine, con infinita leggerezza ed eleganza, rapirne i baci, le carezze e coglierne i sospiri amorosi, ecco allora, finito l'amplesso ricordava sempre quel primo giorno, quando aveva colto quel gran culo imperiale e ne aveva scoperto l'intima coerenza con ogni altra parte del tutto.

 

 
 
 

tre amiche

Post n°240 pubblicato il 19 Aprile 2011 da estremalatitudine

in vacanza tre amiche conobbero tre amici. simpatici. soli. senza impegni, mogli, figli, niente, come loro.

presero ad uscire insieme, sempre, di giorno e di notte, dalla mattina, in spiaggia, alla sera a cena e alla notte in discoteca. si lasciavano solo per andare a letto, ognuno a casa propria, loro tre nella grande villa solitaria che avevano affittato per tempo spuntando un prezzo davvero interessante. Loro, i tre amici, oguno in camera propria nella piccola locanda a conduzione familiare dove erano finiti la prima notte, dopo un lungo girovagare di albergo in albergo, di residence in residence, di ostello in ostello.

Poi una notte, giorgia, che dormiva in mezzo alle due, allungò le braccia a destra e sinistra cercando le mani delle amiche e trovandole e afferrandole e stringendole, forte, e girandosi guardare prima l'una e poi l'altra, mentre entrambe a gambe aperte ricevevano soffiando i teneri colpi dei loro amanti. I due amici. Sorrise. poi guardò davanti a sé per osservare bene lui, il terzo, che, sollevando il bacino, scoprì da dentro di lei il cazzo potente (vuoto, insopportabile vuoto, mancanza) rosso fuoco, luccicante, per poi riprecipitarle dentro, in fondo, in fondo a lei, dentro, di colpo, in fondo, con una spinta bestiale a toglierle il fiato e la vista, tanto che le mani le si aprirono e le dita, libere, sfiorarono quelle delle amiche, mente i palmi, i palmi delle mani, caldi, restavano attaccati come saponi seccati.

dopo, finita la sequenza, strinse forte le mani delle amiche e anche lei sospirò mentre gli affanni delle altre si tramutavano in urla.

al mattino nessuna delle tre avrebbe saputo dire se l'originale schieramente fosse stato mantenuto per tutta la notte, ma tutte e tre sapevano, sorridendo, che di quella notte di cui nessuno avrebbe più riparlato, ecco, di lei, avrebbero mantenuto il ricordo.

 
 
 

irreprensibile

Post n°239 pubblicato il 19 Aprile 2011 da estremalatitudine

Tutti pensavano che fosse irreprensibile e, in effetti, lo era. Madre di famiglia, quarantanni, bionda, col seno abbondante sempre fasciato e stretto in reggiseni furiosi e nascosto da magliette mai, neppure lontamente, scollate, quache volta con un accenno di tacco, ecco sì, certe volte con le gonne troppo strette, tanto da lasciar ammirare un fondo schiena giunonico, ecco sì, era e si sentiva irreprensibile.

credeva in Gesù e tanto le bastava per portare con rassegnazione cristiana la croce di un marito distratto, di una figlia ormai grande e profondamente egoista, come solo i ragazzi e i gatti sanno essere, di una madre eccessivamente arzilla e rompi coglioni.

Irreprensibile.

Nessuno sapeva cosa ogni tanto pensasse quando d'estate, finito finalmente il lavoro, sdraiata al sole, annoiata osservava la gioventù scorazzare sulla spiaggia e lui, il bagnino, il galante, le passava di fianco e le sussurrava, di nascosto a tutti, sconcezze che lei allontanava infastidita con un gesto della mano, il polso che flette e le dita compatte che smuovono l'aria dicendo: che barba!

poi, nel meriggio pieno, lui tornava e tornava a sussurrarle all'orecchio e lì, dopo pranzo, col marito in città, sola, con la figlia lontana, lei, ecco lei, certe volte non alzava la mano e lo lasciava raccontare.

che fantasia!

le faceva girare la testa, descrivendole cose che non aveva neppure lontanamente immaginato, cose che lei e suo marito, figurati!

e certe sere, tornata a casa, scanalando distratta, si chiedeva se lui, lì, in quel momento, ecco fosse eccitato, che lei, irreprensibile, non l'aveva mai neppure spiato un secondo e l'idea di lui, del membro di lui eretto, del membro di un uomo eretto, come le era capitato di vedere, raramente, in qualche film schifoso in tv, a notte fonda, ecco, quello, duro, pronto e, soprattutto, non del suo signor marito, ecco, le toglieva d'improvviso la saliva e le dava un senso d'ansia, che calmava bevendo un goccetto.

Poi andava a letto e chiusi gli occhi, certe notti, era un delirio di scopate indiavolate.

irreprensibile.

 

 
 
 

bella, no

Post n°237 pubblicato il 14 Aprile 2011 da estremalatitudine

No, bella non era. certamente no. non orribile. non un mostro (anche se così si sentiva qualche mattina), ma bella, ecco proprio bella no.

ma, ma aveva un fisico importante. alta, belle spalle, belle tette, lunghe gambe sode. certo le mani erano un po' troppo grandi, così come la bocca, larga, tagliata all'ingiù, con le labbra troppo sottili, tanto che più che una bocca spesso sembrava un taglio, largo, o, meglio, lungo, lungo, a tracciarle tutto il viso.

eppure, a dispetto di tutto, anche se non era bella, certo, però il suo effetto sugli uomini lei lo faceva, lo sapeva, ne era consapevole, specie quando si fasciava, di nero, certo, per sminuire un po' la massa di quelle spalle larghe da nuotatricee far risaltare i lunghi capelli castani, che a volte, quando voleva, con gesto studiato, scioglieva e scompigliava dietro alle spalle, scuotendo leggermente la testa reclinata indietro e aprendo la bocca, leggermente, nello scoprire un abbozzo di sorriso, timido, quasi assente, intrigante.

lui la guardò ancora una volta.

bella, no, non era.

eppure ci avrebbe fatto qualcosa. cosa non lo sapeva neanche lui. forse solo mangiare un gelato in quell'inizio di primavera così calda da scimmiottare l'estate piena.

 
 
 

La festa

Post n°236 pubblicato il 13 Settembre 2010 da estremalatitudine

Se una amica ti invita ad una festa non ci vai? specie se l'amica è simpatica e le serate con lei e suo marito sono sempre state divertenti?

E poi me l'aveva detto con così tanto anticipo che, anche volendo, trovare una scusa sarebbe stato difficile, imbarazzante.

Quando poi alla fine della telefonata aveva aggiunto che la festa era senza mariti o fidanzati la cosa era risultata ancora più strana, divertente, eccitante.

Alla fine il giorno, quel giorno arrivò in un attimo. Un venerdì sera. Suo marito a casa con i ragazzi e lei, vestita di tutto punto, dritta alla festa.

L'appuntamento era alle dieci e mezza. Si ballerà, aveva detto l'amica. Senza fidanzati e mariti? E con chi, si era chiesta.

Il marito, quando glielo aveva detto, era stato sarcastico. Poi aveva finto buonismo e aveva lanciato là un "sì, va bene, vai pure a divertirti con le tue amiche, per una volta"

In effetti non capitava spesso. Anzi mai. Specie da quando erano nati i ragazzi. Serate con amici. Pizze. Ristoranti. Cinema. Qualche festa, certo, ma tutto rigorosamente in coppia o adirittura con tutta la famiglia.

Prima qualche volta, ma anche lì, non spesso. Non era una grande amante delle uscite per sole donne, ma quella volta, non avrebbe saputo dire, perché, forse solo per la simpatia verso l'organizzatrice, quella volta era stato diverso.

Forse aveva ragione quel suo collega, un maiale, quando diceva che le donne tornano a voler vivere arrivate ai quaranta, quando i ragazzini sono ormai grandicelli e il loro compito di mamme è ormai diventata routine. Per la verità, quello si esprimeva in tutt'altra maniera. Diventano zoccole, diceva. Ma non era certo il suo caso. Mai tradito il marito, neanche col pensiero, anche se doveva ammettere con se stessa che ultimamente qualche ideuzza in più le era venuta di tanto in tanto, specie al mare, sdraiata al sole, quando passava qualche ragazzotto senza pancia e con dei bei pettorali, ma niente di che, momenti, come un piccolo batticuore, una leggera eccitazione, poi niente.

Insomma quella sera era pronta. Stava per uscire. Aveva driblato gli sguardi curiosi di suo marito che l'aveva osservata lavarsi, vestirsi e truccarsi con cura. D'altronde si sa, gli disse, che non c'è critica più feroce di quella delle amiche.

Aveva messo in borsetta, di nascosto, delle calze autoreggenti. Era stata una richiesta esplicita della sua amica. La festa delle autoreggenti, le aveva detto, ma lei non se l'era sentita di mettersele lì in casa con marito davanti. Le metteva pochissimo e di solito era sempre finita che avevano fatto all'amore.

Arrivata alla festa, prima di entrare, chiese dove era una toilette e lì si tolse i collant e indossò le autoreggenti. Meno male, perché la prima cosa che fece la sua amica con una bella risata grassa quando la vide, fu di alzarle la gonna e controllare che il suo ordine fosse stato rispettato.

Poi la fece entrare nel salone pieno di amiche arrivate prima. Bevevano. Ridevano. Si guardavano in giro. Di uomini neanche l'ombra. Era sempre più curiosa. Andò incontro ad una sua carissima amica che baciò e prese sotto braccio. "E' tanto che sei qui?" "Dieci minuti" "Ma come funziona?" "Non ne ho la più pallida idea. forse è solo una maniera per farci metterci in lungo e farci spendere un po' di soldi in vestiti, scarpe e autoreggenti." "Non ci sono abituata" "Ma se hai delle gambe stupende! Starai benissimo"

Il salone era grande, arredato con poltrone soffici, lettini, e grandi tende rosso cremisi. Dietro il bancone del bar solo belle ragazze giovani, con le camicette bianche e le tette discretamente di fuori. Si rimproverò di non aver messo quell'altro vestito più scollato. Non sapeva se aveva davvero gambe stupende, ma non era certa di avere un bel decoltè.

il seno era sempre stato il suo pezzo forte e nonostante gli anni resisteva egregiamente, come suo marito non mancava di farle notare. Non era il solo.

Anche il DJ era una donna, con una minigonna ridicola, tacchi altissimi con zeppa e camicetta aperta sul petto. Si agitava al ritmo della musica.

Preso un bicchiere di prosecco si mise a passeggiare per l'enorme sala. Qualcuna si era seduta con qualche amica sui divanetti senza spalliere. Comodi, pensò, comodissimi.

Quache altra si era allungata sulle poltrone profondissime e aveva cercato si accavallare le gambe scoprendo abbondantemente le cosce.

Che fosse una festa per lesbiche, si chiese. Impossibile. La sua amica, l'organizzatrice, era per certo non di quella sponda, anzi. Aveva marito e ridendo ogni tanto diceva "amanti".

Ad un certo punto le luci si spensero completamente e una voce roca annunciò che stava per arrivare una gioia per gli occhi e non solo.

La voce proseguì: "Signore, state ferme, immobili, aspirate, sentite il profumo che vi arriva e cercate di riconoscerlo."

Era un profumo forte. Non avrebbe saputo dire di che cosa o a cosa assimigliasse. Non era certo uno di quelli in commercio. L'avrebbe saputo, avendo una profumeria.

Aveva resine, ordore di bruciato, era secco, aspro, anche se aveva un fondo di dolce. Ne uscivano delle quantità enormi che in breve invasero tutta la grande sala. Incominciarono a sentirsi i sussurri delle altre e le voci che si chiedevano cosa fosse. Su una cosa erano tutte concordi. Era un profumo maschile, anzi per la verità l'unica cosa certa era che ricordava immediatamente l'odore di un uomo, di un maschio.

La voce riprese: "Ed ora sentite!"

Battiti di mano, forti, ritmiche e tacchi, tacchi spessi su un pavimento di legno, come musica zigana, come musica per un flamenco o per l'introduzione di un tango.

Le voci delle altre invitate si era zittite. Solo quanche risatina. Di quelle stupide, da ragazzina imbarazzata.

La voce: "Ed ecco!"

Un faro la acceccò. Si chiese perché proprio lei. Poi la luce si spense e se ne accesero altre, altrettanto forti, bianche, accecanti, lungo una pedana di legno rosso.

Intanto la musica continuava e il profumo, se possibile, aumentava ancora di intensità. Sentiva quasi venirle il mal di testa, che le passò immediatamente quando al centro della sala, apparso dal nulla come un miracolo, si materializzò un uomo giovane, muscoloso, con un sorriso abbagliante, quasi quanto la luce che lo carezzava, dalla pelle leggermente scura. Completamente nudo.

Due passi. Un tuono. E nello stesso punto di prima un altro. Più alto, altrettanto giovane, nudo anche lui. E poi un altro, e un altro e un altro e un altro ancora. In breve tutta la sala nella sua lunghezza fu separata in due da questa pedana sulla quale stavano questi uomini, giovani, muscolosi, sorridenti, stroffottenti (qualcuno) e completamentente nudi.

Protetta dall'oscurità se li guardò ben bene. Inevitabile la discesa al pene e alle sue varie grandezze. In generale sembravano tutti ben dotati, salvo un asiatico che nonostante di altezza fosse simile agli altri sembrava leggermente meno dotato. Al contrario al centro della pedana, e quindi della sala, si era piazzati tre negroni enormi, un bel dieci o venti centimetri più alti degli altri che, a vederli da lontano, possedevano tre attrezzi di dimensioni considerevoli.

La musica cambio in un valzer lento e gli uomini iniziarono a camminare scambiandosi il posto. Era tutta una delizia di spalle, di culi e di cazzi che ciondolavano lasciandosi ammirare in tutta la loro naturale possanza.

Quel valzer durò un bel pezzo, tanto che dopo poco, qualcuno le avvicinò una poltroncina, sulla quale lei si sedette comoda a godersi lo spettacolo.

Ovviamente non aveva mai visto nulla di simile. Un tale portento di eleganza dei corpi. Istitivamente nel perdersi ad osservare uno che non aveva notato prima, poi, dopo poco, tornava a cercare con lo sguardo quello dei negri che l'aveva colpita di più e ne osservava ancora una volta il pene, nero e spaventoso, con la cappella scoperta rosso intenso, quasi che il fissarglielo la tranquillizzasse.

Dopo una buona mezz'ora di quel movimento, la luce accecante che avvolgeva il palco un poco si spense e in compenso si accesa una luce bianco latte, soffusa e diffusa che rischiarò un minimo la sala.

Vide che anche le altre si erano sedute su quelle poltroncine miracolosamente apparse. Si alzò. Una ragazza le si avvicinò e ritirò prontamente la poltroncina.

Gli uomini avevano smesso di stare in quella lunga fila ed ora si aggiravano tra di loro, sempre completamente nudi.

Uno le si parò anche davanti, ma lei abilmente lo scivò e si mise a camminare. Poco più in là un cappannello chiaccherava. Di già. Si disse. Erano due signore elegantemente vestite e uno dei tre negri che conversavano della stranezza di quella festa. Buon gustaie, pensò. E si fermò dietro di loro. Gentilemente il cerchio ci aprì e l'ammisero alla conversazione. Lui parlava un eccellente italiano e dopo aver detto che non aveva la più pallida idea di come la festa si sarebbe svillupata in seguito proseguì con osservazione divertenti sulle sorprese come sale della vita.

Si allontanò dopo aver salutato.

Quel genere di cappannelli si erano formati ovunque. Nonostante l'apparente normalità (a parte la nudità maschile) avvertiva una sensibile eccitazione da parte delle signore. Si ricordò sempre quel suo collega, quello che era un maiale, che diceva che le donne eccitate emettono un odore che eccita ul maschio.

Se era vero, i signori ignudi avevano un ottimo self control, perché camminando su e giù non aveva notato nessuna turbolenza in atto. Aveva notato, invece, qualche unghia laccata di rosso un pochino troppo vicina a qualche oggetto del desiderio, un polpastrello lasciato carezzare una coscia, una palmo di una mano ingioiellata, che tra una risata e l'altra con eleganza si era poggiata sui pettorali del cavaliere presente.

Sempre camminando avvertì anche come i discorsi dalla festa in generale avessero pian piano virato su argomenti più scabrosi, ovviamente sempre grazie a qualche battuta femminile, buttata là con un sorriso smagliante.

Nel suo camminare incocciò l'organizzatrice, che prendendola per le spalle e avvicinandole il viso all'orecchio le sussurrò "stasera mi tolgo proprio l'appetito"

Ovviamente non poteva essere stato quello il segnale, ma fatto sta, che al gruppetto successivo notò che il signore, un bel ragazzo biondo che dal fisico asciutto e longilineo poteva essere qualcuno che correva in atletica, bé sì insomma lui, si era rizzato e la sua vicina di destra glielo teneva saldamente tra le dita.

Di lì a poco i baci, anche appassionati, si sprecarono. Gli uomini baciavano tutte quelle che glielo chiedevano o facevano capire loro di volerlo. Molti si erano già alzati. Qualche mano femmminile si allungò sulle chiappe di qualcuno.

Dopo dieci minuti, la voce annunciò "la festa si trasferisce nel salone accanto. Per le signore che lo desiderino a sinistra dell'uscita, vicino alla toilette, c'è uno spogliatoio dove a richiesta verrà data la chiave di un armadio.  In esso, troverete, se lo desiderate, un accapatoio di seta"

Gli uomini sparirono più veloci della luce seguiti da uno sciame di signore sui loro tacchi alti.

Lei era indecisa. Aveva visto abbastanza, anche se una occhiatina più da vicino al signore di colore che l'aveva così colpita l'avrebbe data volentieri.

Decise di trasferirsi anche lei di là, ma senza svestirsi.

Di là era orgia. I lettini aveva lasciato il posto a veri e propri letti e per terra c'erano cuscini di seta daperttutto.

Molte stavano assaggiando il frutto della passione. Qualcuna era già passata ad argomenti più forti.

Lei si aggirò alla ricerca dell'oggetto del suo desiderio.

Immaginava di non essere la sola e affrettò il passo. In effetti, lui stava già subendo le avances di una bionda di mezza età piuttosto abbondante di peso. Una roba inguardabile. Li lascò tranquilli un pochino (notando con un sentimento tra il raccapriccio e l'eccitazione che quella mentro lo baciava glielo menava lentamente), poi si avvicinò e carezzò la spalla di lui che si girò lasciando l'altra a fare quello che voleva. La guardò e lei allungando una mano gli carezzò una spalla scendendo poi al torace. Era così alto che per farlo aveva dovuto alzare tutto il braccio, nonostante i suoi bei tacchi dodici.

Lui si girò completamente verso di lei, che notò che quell'altra a quel punto si era dovuta staccare. Ne fu intimamente contenta. Lui si abbassò e la baciò profondo. Aveva una lingua grossa e calda e ruvida, con la quale dopo il bacio prese a leccarle le labbra. Rabbrividì all'idea. Lo lasciò fare un poco. Non sapeva come fare. Voleva guardarglielo, guardarglielo per bene, senza fretta, ma senza fargli un pompino, forse, solo guardarlo. Dopo un poco lo interruppe e lo prese per mano. Quello si fece guidare come un bambino. In un agono si fermarono e lei glielo prese in mano osservando le sue reazioni. Il suo viso era immobile. Maledisse l'idea di non togliersi il vestito, ma sarebbe stato troppo. Certo. Troppo. Però adesso non ce la faceva a chinarsi, neanche quel poco che serviva, tenuto conto dell'altezza di lui. Il cazzo infatti le stava appena sotto le tette. Lo guardò dall'altro. Era quello che si aspettava. Là in fila sembrava un re ed era un re. Moriva dalla voglia di menarlo. Non osava. Era come bloccata. Lui lo capì e prese a muoversi lui, come una danza, così che lei tenendolo solo in mano ne sentì e apprezzò la consistenza e le nervature.

"va a fa in culo" si disse, abbassandosi e prendendo a leccarglielo con passione. Era un lago. Temeva di macchiarsi. Si tirò su il vestito fino a dove poteva. Sui fianchi. Sì la passera era libera. Riprese a succhiarglielo. Era al settimo cielo. Non aveva mai succhiato altri cazzi. Una benedizione. Finalmente. Si disse.

Quando lui venne lei riuscì a scostarsi per non farsi macchiare e subito dopo stringendo le cosce venne cercando di contenere i mugolii. Poi riabassando l'abito, gli passò un dito sulla cappella ancora gocciolante e con un sorriso se lo portò alle labbra, senza leccarlo, ma solo passandoselo sopra, come un rossetto. Ripetè la cosa ancora una volta, gli diede un bacino (lui si abbassò per riceverlo) e se ne andò felice.

Quella notte dormì i sonni del giusto, con tremendi sensi di colpa il mattino dopo.

L'amica la tranquillizzò. Non c'era da vergognarsi per niente. Mica erano dei prostituti. "No?" "ma no, assolutamente. Anzi adesso che me ne parli, ma sai che uno di quelli di colore mi ha chiesto di una come te? Potresti essere tu, no?"

Lei si sentì svenire.

 

 

 

 
 
 

Dal liceo

Post n°235 pubblicato il 08 Settembre 2010 da estremalatitudine
 

Era dai tempi del liceo che non le capitava più. Uno così brutale, diretto, volgare anche. Glielo aveva messo in mano. Direttamente. Senza preamboli, così dopo un bacio.

Lei era tutta vestita da sera. Un abito lungo, lungo fino ai piedi, stretto sui fianchi e con uno spacco sulla parte destra per permetterle di camminare.

Era elegante, bella. Si era preparata a lungo per quella festa. E dopo aver ballato e flirtato con questo o con quello, riso, bevuto, adesso era lì, in un angolo buio del salone, lei ancora completamente vestita e lui anche, in fin dei conti, se non fosse per quello, per il suo coso che si era tirato fuori con abilità e adesso era lì tra di loro, stretto tra le dita sottili di lei.

Eppure quel gesto così repentino, quella sorpresa, quel urlo soffocato, quando lui, dopo averla baciata a lungo s'era scostato e con la mano sinistra, mentre con la destra le carezzava ancora la nuca, si era aperto la zip e l'aveva tirato fuori, duro, già pronto, ecco quel gesto l'aveva allo stesso tempo sorpresa e eccitata, tanto che adesso lo stringeva, forte, appena sotto la cappella, che rosseggiava, anche al buio, lì, in quell'angolo della sala, col rumore della musica lontana, ma forte, lei tutta vestita, in lungo, con le gambe appena divaricate, per stare in piedi meglio, dritta, e quel braccio, quel braccio teso e la mano bianca con le unghie rosse fuoco strette su di lui.

"Ah sì?" gli aveva soffiato in faccia e l'aveva spinto contro la parete di fronte lasciandolo per un momento.

Poi l'aveva seguito e non occupandosi più del coso, gli aveva aperto la camicia sul petto e aveva preso a leccargli i pettorali, sodi, duri, con lui che allargava le braccia appoggiandosi completamente al muro, e lei che leccava in punta di lingua, poggiando le mani con le dita ingioiellate e i polsi con i braccialetti su quei muscoli, e i suoi movimenti, i movimenti di lei, lenti, tintinnavano, piano, mentre gli massaggiava il torace e scendeva lentamente verso la cinta.

Lui in un attimo, le sollevò la gonna, scoprendo la coscia inguantata nelle autoreggenti nere. Lei la piegò in avanti, verso di lui, puntando il ginocchio alla sua destra. La mano di lui le carezzo la pelle, cercando la strada per le mutandine.

Lei lo fermò, abbassando nuovamente la gamba e tornando stabile, sui sui tacchi alti con le gambe leggermente divaricate.

Il coso sobbalzava lucido di liquido.

Lei lo guardò e prese ad abbassarsi nella sua direzione. Si avvicinò con la bocca, leggermente socchiusa. Quello sobbalzò ancora, come volesse saltare nella sua bocca. Lei si ritrasse e sollevandolo con due dita prese a leccargli lo scroto.

Poi facendolo ricadere e tornando a sollevarsi in piedi, gli si avvicinò all'orecchio e gli disse: "chiedimelo"

Lui dopo un po' si riprese e le disse "fammi un pompino"

"Pregami"

"Ti prego fammi un pompino"

"Davvero lo vuoi?" "Sì" fu la sua ovvia risposta. "Se te lo faccio..." e intanto era tornata a toccarglielo con la punta delle dita "se te lo faccio, e sono brava, poi però non faremo più niente..."

"Non importa" rispose lui ancora una volta dando prova di inventiva e fantasia.

Lei si abbassò pian piano, fino a trovarselo davanti. Era un bel cazzo, non poteva dire di no. Poi si alzò di scatto, lo guardò e gli disse: "mi è passata la voglia. magari più tardi. ciao"

e se ne andò, così come era, fasciata nel suo lungo vestito, sui suoi tacchi alti, girandosi solo a sorridergli, quando stava per uscire da quell'angolo buio e rientrare, di lì a poco, nella grande sala piena di musica.

 
 
 

Sogni e realtà

Post n°234 pubblicato il 07 Settembre 2010 da estremalatitudine

Non cè dubbio che i sogni abbiano una importanza notevolissima nella eccitazione sessuale. si potrebbe persino dire che quando noi ci eccitiamo, non ci eccitiamo per colei o colui che abbiamo di fronte, ma per ciò che ci ricorda, per ciò che richiama, altre esperienze, speranze di appagamento, odori, profumi, colori.

e non c'è dubbio che i due principali fattori di eccitazione, l'uno per l'uomo e l'altro per la donna, siano quelli di avere di fronte una donna senza inibizioni e, dall'altra parte, un uomo vero.

Cosa significhi poi una donna senza inibizioni è tutto da vedere e dimostrare. Una che si fa fare? Una che fa e prende l'iniziativa? Probabilmente più la prima che la seconda.

Alla stessa maniera sta cosa sia un uomo vero: uno che se ne frega delle donne e cerca solo il proprio piacere? Uno forte che sappia possedere? Uno che sappia come si fa? Forse tutto questo.

Se poi dai profili psicologici così ambigui si scende ai particolari fisici, ognuno e ognuna ha i propri gusti, ma, ho l'impressione, che in questa arena gli uomini siano più colorati e variegati delle donne.

Agli uomini piacciono le donne magre, quelle con le grosse tette, quelle piatte e un po' androgine, quelle con i sederoni, quelle con le gambe lunghe, quelle con le mani affusolate, quelle con i capelli fluenti, quelle con dei begl'occhi, quelle che osano nel vestire e quelle morigerate e, come si suol dire, di classe.

Alle donne, per quel che ne so (e ammetto di saperne poco) piacciono certi tipi di lineamenti (non troppo effeminati, ma neanche da scimmione), piacciono un certo culo degli uomini, piacciono le braccia forti e le spalle larghe, piacciono le gambe ben tornite e, sempre nell'immaginario, piace che l'uomo sia ben dotato. niente di straordinario, ma con un bel signor cazzo.

è così? ho questa impressione. forse sbagliata.

fatto sta che quel che le donne sono abilissime nel nascondere, nel celare, anche alle loro amiche più intime, spesso, sono le loro reazioni sul campo, cosa provano a scoprire che quel bel maschio era poco dotato, anche se passabilmente capace, cosa hanno pensato quando dalle mutande è uscito king kong (anche se questa forse è l'unica cosa certa: imbarazzo e timore, il più delle volte), quando uno non si è dimostrato all'altezza oppure era tanto bravo da far ritenere che facesse esercizio anche troppo spesso anche e soprattutto con altre.

le donne sopportano. perché? mistero

 
 
 
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QUEL CHE C'è E QUEL CHE NON C'è

Qui ci sono storie di sesso. Non necessariamente tutte eccitanti, ma a volte sì. Non necessariamente tutte esplicite, ma a volte sì.

Qui non c'è vita vera, ma solo letteratura, ovvero vita attraverso la tastiera.

Se non vi va di leggere di questi argomenti, lasciate stare.

Se vi interessano, spero di riuscire ad essere all'altezza delle vostre attese.

 

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