Creato da roby.floyd il 31/01/2014
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Il ribelle

Post n°484 pubblicato il 30 Settembre 2017 da roby.floyd

Non c'è solo Lou Reed ad aver camminato sul lato selvaggio, anzi, non è stato nemmeno il primo... il primo, forse, più selvaggio di tutti, più ancora di Marlon Brando è stato James Dean che è andato a camminare sul lato ancora più selvaggio, quello che c'è dall'altra parte del mondo il 30 settembre 1955: incidente stradale.
Sulla macchina che lui aveva chiamato 'Little Bastard' , piccola bastarda, una Porsche 550 Spider, una macchina maledetta che continuerà misteriosamente per anni a seminare morte e disgrazie anche dopo l'incidente come se nessuno, dopo Dean, avesse il diritto di possedere la carcassa o almeno un pezzo di essa...
Sulla US Route 466, che più tardi sarà ribattezzata State Route 46, Statale in quella California che ne aveva decretato il mito Dean ed il suo meccanico andavano a Salinas a partecipare a una gara di auto sportive veloci e l'impatto frontale con la Ford Coupè guidata da un ventitreenne è terribile; verso le H 18,00 viene dichiarato morto.
Le sue ultime parole sono quelle che pronuncia un attimo prima dello schianto:"Quello lì si fermerà, ci vedrà arrivare".
Era bellissimo, maledetto, ribelle senza una causa, quindi perfetto per rappresentare l'insoddisfazione e il malessere generazionale che non ha bisogno di una ragione precisa per esprimersi.
Giovanissimo, muore a 24 anni, insomma, James Dean aveva tutte le carte in regola per diventare un  mito mentre era in vita e per rimanerlo anche dopo la morte.
E' incredibile che siano bastati 3 soli films: "La Valle dell'Eden", "Gioventù Bruciata" e "Il Ribelle" per assumerlo a icona che, pensate, ci sopravvive sulle magliette dei ragazzi di tutto il mondo, accanto a quelle di Che Guevara, Jim Morrison e, recentemente, anche di Kurt Cobain.
Sono infinite le canzoni che parlano di lui o viene semplicemente citato; qui di seguito ne elenco alcune:
- James Dean - Eagles;
- A Young Man Is Gone - Beach Boys;
- Electrolite -  R.E.M.:
- We Didn't Start The Fire - Billy Joel;
- Daddy's Speeding - Suede;
- Rock On - David Essex.

 

 
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Settembre

Post n°483 pubblicato il 29 Settembre 2017 da roby.floyd

Dolente
poesia di settembre,
nostalgia, rimpianto,
amarezza infinita.
E' trascorsa già
tanta parte
della mia vita
senza che io
l'abbia vissuta...
Eppure,
gli occhi sono aperti
sul mio passato,
sul mio presente
e, non può essere
già tutto finito!
Ho amato
e amo
la vita
ed il mio amore
per lei
mi ha tradito.
Ma
si può, forse morire
se non si è vissuti?

 
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Summer of 69

Post n°482 pubblicato il 03 Settembre 2017 da roby.floyd

E dopo 'Summer '68' dei Pink Floyd, pubblicata nel post precedente, non poteva mancare 'Summer of 69' di Bryan Adams.
Nell'estate del 1984 Bryan Adams fu assalito dalla nostalgia...capita, soprattutto se sei un artista.
Gli venne voglia così di raccontare l'estate più importante della sua adolescenza, quella dell'innocenza e del sesso.
Solo che...solo che Bryan Adams è nato il 5 novembre 1959 e nell'estate del 1969, a conti fatti, aveva solo 9 anni.
Difficile pensare che quello che racconta la canzone sia accaduto a lui: "Ho comprato la mia 1^ chitarra ad un Five and Dime (erano quei negozi che oggi non esistono più, dove tutto veniva venduto a 5 o 10 centesimi) e mi sono fatto sanguinare le dita per imparare a suonarla. Con alcuni compagni di scuola avevo una band, poi Jimmy ha smesso e Jody si è sposato...".
No, aspetta un attimo, c'è qualcosa che non va; eppure Bryan ha sempre detto che questa canzone era totalmente autobiografica.
La canzone continua: "Passavo le mie serate al drive-in ed è li che ti ho conosciuta".
Come è possibile a 9 anni?
Andiamo avanti: "Sotto il porticato di tua mamma mi dicevi che mi avresti aspettato per sempre...".
Non torna, e allora?
E allora la soluzione è semplice: Bryan Adams racconta la sua estate del 69, ma non inteso come anno, inteso come posizione sessuale.
Quella, per lui, è stata la grande estate della sua vita.

 

 
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Il mare e l'attesa

Post n°481 pubblicato il 02 Settembre 2017 da roby.floyd

E il mare continua
ad infuriare, a spumeggiare,
a mormorare...
Forse,
ci vuole insegnare
che
se andiamo
presso le onde
ad oziare,
apprendiamo che
non lo si può fare
perchè,
è contro natura
starsene inerti,
ad aspettare.

 

 
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Etichette

Post n°480 pubblicato il 01 Settembre 2017 da roby.floyd

Pochi ci facevano caso, alcuni le collezionavano, altri ricercavano quelle originali.
Di che cosa sto parlando?
Delle etichette dei dischi, naturalmente, quei piccoli cerchi di carta che erano posti al centro del tanto caro disco vinilitico e che erano gioie e dolori di tanti collezionisti.
Alcune etichette (o labels)  hanno accompagnato visualmente epoche e generi musicali, altre addirittura  gruppi o artisti; è il caso ad esempio della 'Manticore' legata indissolubilmente  ad Emerson Lake & Palmer, ma anche alle edizioni americane  di dischi di gruppi italiani quali PFM e Banco.
Il leone stilizzato del logo infatti porta, per associazioni di idee, a pensare immediatamente al rock progressivo degli anni settanta.
Un'altra label tipicamente seventies era la 'Chrisma' che, negli anni del rock romantico, annoverava fra le sue file gruppi come Genesis, i Van Der Graaf Generator e i Lindisrfarne.
L'etichetta del cappellaio matto di Carrolliana memoria era affiancata dalla 'Chrisalis' e dalla mitica e ricercatissima 'Vertigo' due fra le labels più collezionate nella loro grafica originale.
La Chrisalis era inizialmente distribuita dalla 'Island' (di cui parlerò più avanti) di cui aveva assorbito anche il logo (la famosa farfallina era infatti relegata in un angolo dell'etichetta): questo fino verso il 1973, ove diventa indipendente.
La grafica era naturalmente diversa: fino a fine anni '70 era tutta verde con la classica scritta posta  nella parte inferiore della label, poi metà bianca e metà blu ed infine, dal 1987, tutta bianca e con la farfalla più grande ed allungata (effetto specchio deformante) e posta al centro del cerchio.
Fra i suoi artisti, la Chrysalis ha annoverato i Jethro Tull e  i Blodwin Pig.
Per quanto riguarda la Vertigo il discorso è più ampio: nei primi anni settanta, infatti, l'etichetta della spirale era una propria "cult label"; tutti gli artisti sotto contratto erano molto particolari, e impegno e sperimentazione sembravano essere le parole d'ordine.
Patto, Dr. Strangely Strange, Gentle Giant e Nucleus costituiavano solo la punta  di un iceberg fatto di rock progressivo e rock blues ipertecnico; la label originale raffigurava da una parte la spirale a tutta etichetta, e dall'altra il logo con la scritta e i brani di entrambi i lati.
Tutti i dischi con questa etichetta (un pò per feticismo e un pò perchè sinonimo di qualità) erano molto ricercati dai collezionisti di tutto il mondo.
Nella seconda metà degli anni settanta l'etichetta cambiò grafica ed anche direzione musicale, al posto della spirale venne messo un disegno spaziale e, al posto di gruppi super impegnati, i Dire Straits ed una miriade di piccole formazioni dalla vita breve.
La Island invece, ricoprì un ruolo di primo piano nella musica rock: Traffic, Free, King Krimson  e Cat Stevens negli anni settanta; U2, Tom Waits negli ottanta.
Inizialmente la label era tutta rosa con la "I" iniziale in bella vista, poi divenne più elaborata: infatti la scritta a forma di isola con relativa palma aveva come background un orizzonte nuvoloso con dei grossi raggi di sole a squarciare il panorama.
Nella seconda metà dei seventies la Island divenne tutta blu con una piccola isoletta al tramonto nella parte bassa della label ed  infine tutta bianca con una palma posta sulla sinistra; la grafica originale rosa era, comunque, la più ricercata.
Un'altra etichetta molto importante era la 'Virgin'; negli anni '70  vi facevano parte gruppi come gli Henry Cow e i Comus che proponevano un rock d'avanguardia, mentre negli anni '80 ha offerto tutto il meglio del pop elettronico grazie ai contratti con Ultravox e Human League senza dimenticare poi che nel 1977 la Virgin pubblicò i dischi dei Sex Pistols e, primo fra tutti, "God Save The Queen".
La grafica cambiò tre volte: inizialmente la label raffigurava un bel disegno, poi venne stilizzata fino all'osso diventando una parte tutta rossa e dalla altra tutta verde con la scritta messa in piccolo sulla destra; la 3^, la grafica era meno efficace, da una parte era quasi tutta beige con la scritta in verdino in basso a destra, mentre dall'altra, sullo sfondo beige campeggiava la scritta a tutta etichetta.
Fra le etichette americane, quelle di musica nera, sono quelle più legate a periodi e musicisti particolari, è il caso della 'Tamla Motown' (poi passata alla MCA)  che negli anni '60  (ma anche nei '70 e negli '80)  ha caratterizzato il suo stile musicale una precisa scuola di black music.
Le grafiche hanno convissuto diverse per tanti anni, ma le più famose sono quella blu  con nella parte superiore  la cartina di Detroit (la motor city americana in cui l'etichetta è sorta), quella gialla e granata con il simbolo Tamla e quella azzurra e verdina di cui spicca la "M"  famosissima del logo Motown.
Da ricordare anche la 'Stax' e la 'Atlantic' che, soprattutto negli anni '60,  incarnavano la risposta "dura" del soul alle melodie di casa Motown.
La grafica della Stax è mitica: la label tutta gialla con sulla destra il logo, un rettangolo con disegnata una mano che schiocca le dita.
La Atlantic negli anni cambiò solo una volta, rossa e nera fino ai primi anni '70 e poi rossa e verde.
Da annoverare, tra etichette di musica nera, anche la 'Paisley Park' che faceva capo a Prince e la 'Def Jam', un'etichetta specializzata in rap.
Negli anni '70 in America ci fu un grande movimento di gruppi e artisti di country-rock-blues: James Taylor, Joni Mitchell, Little Feat, Doobie Brothers e molti altri sotto contratto per una delle 4 labels del gruppo 'WEA'.
La 'Warner Bros'  cambiò grafica 3 volte: inizialmente era verde con il logo piccolo in alto, poi con il disegno di una strada alberata e con sempre il logo piccolo in alto, ed infine bianca con il simbolo più grande.
La 'Elektra', inizialmente, era grigia con il logo sulla sinistra con una farfalla, poi rossa con il logo in alto, e poi rossa e nera con un logo nuovo dall'aria futurista.
La 'Asylum' è cambiata, invece, solo una volta, da azzurra con il logo messo in alto (un palazzo)  acquisì il logo dell'ultima Elektra cambiando solo il colore: non più rossa e nera, ma gialla e nera.
Fra le labels meno conosciute c'erano la 'Vanguard' e la 'Capricorn', etichette che proponevano artisti non facili come Joan Baez e i Dixie Dregs; da ricordare anche la MCA , che, nel tempo, cambiò il colore base dal nero al celeste, la 'Polydor' è rimasta sempre inalterata e la 'Full Moon' dalla bella grafica, ma dai successi quasi nulli.
Per quanto riguarda la 'CBS' il discorso è complicato; in America era denominata 'Columbia' e seguì nel tempo un processo grafico del tutto autonomo rispetto all'Europa; nel vecchio continente inizialmente la label era arancione con il logo posto al centro, poi alla fine degli anni '70 divenne sfumata dal rosso all'arancione con il logo(diverso) in alto, poi tutta rossa con il logo scritto in grande e posto in alto.
Negli Stati Uniti, invece, la sorellastra Columbia era inizialmente tutta rossa con due logo: uno a destra e uno a sinistra e con una scritta grossa in alto; successivamente cambiò la grafica ma non il colore di base che rimaneva il rosso, la scritta e il logo si rifacevano infatti in sei ponendosi tutti intorno all'etichetta.
Nel jazz c'erano tre etichette graficamente splendide che hanno accompagnato tutti i più grandi musicisti di questo genere: 'Blue note',  'Impulse' e 'Prestige'; la prima aveva inizialmente la grafica bianca e blu con la scritta posta per metà a sinistra e per metà in basso, poi negli anni '70 cambiò improvvisamente adottando una label tutta blu, poi l'etichetta fallì e venne rimessa in piedi negli anni '80 riadottando la mitica grafica originale.
La Impulse, con la sua grafica arancione e nera, e la Prestige, con il suo particolarissimo marchio stilizzato, non ebbero invece cambiamenti radicali negli anni, se si eccettua il periodo in cui la Prestige era tutta verde con il logo in alto.

Infine una postilla: spesso il collezionismo dei vinili diventava (e, ancor oggi, ma molto meno)  morboso e faceva passare la musica in secondo piano.
Alcuni "malati"  possedevano, infatti, lo stesso disco in 10 (dieci) versioni solo perchè, magari, cambiava l'etichetta, e, devo dire, che questa mania per un periodo mi sfiorò soltanto, fortunatamente e di certo non voglio incitare nessuno alla follia!

 

 
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