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massimo.c58
   
 

La riscossa del Sud

Sono trascorsi 152 anni dal quel fatidico 1861, quando dopo un plebiscita falso e corrotto l'antico Regno delle Due Sicilie fu annesso alla nuova Italiella. Ferro e fuoco fu portato dagli invasori in tutto il nostro territorio, e la nostra gente depredata, spogliata, uccisa. Fummo pivati non solo della libertà, ma insieme della dignità, dell'onore e del benessere. Da quell'ora fatale la nostra terra e la nostra gente è diventata preda degli avvoltoi del potere politico, del potere massonico, del potere mafioso. Dopo 152 anni nulla è cambiato, anzi le cose peggiorano, e continuiamo ad essere la terra dei rapaci. Ancora oggi gli eredi di quei "piemontesi" e "garibaldeschi" che ci conquistarono, insieme agli eredi di quei traditori del Sud, i nuovi ascari del nord, continuano a toglierci dignità, onore, benessere e libertà. Donna e Uomo del Sud... Giovane e Ragazzo del Sud... Anziano del Sud... non abbatterti e non perdere il tuo coraggio, questo è il tempo della RISCOSSA. Non scegliere più il potere del nord, è tempo di scegliere la tua TERRA.

 

GARIBALDI UN MITO CHE CROLLA

           

Per conoscere la verità potete andare anche a leggere il saggio storico scritto dal prof. Gennaro  De Crescenzo, proprio sul crollo del mito di Garibaldi

 Gennaro De Crescenzo,

Contro Garibaldi. Il mito in frantumi

- Casa editrice Il Giglio

               

Sulla figura di Garibaldi e del suo ruolo nella vicenda risorgimentale sono state date interpretazioni non sempre omogenee che, pur riconoscendolo sempre come eroe dell’unificazione italiana, hanno proposto sfumature diverse del personaggio, illuminandone alcuni tratti piuttosto che altri. Chi fu, dunque Garibaldi? L’eroe che dedicò la vita a combattere per ideali di libertà e di giustizia? Oppure lo strumento inconsapevole di una trama di potere ordita da massoni e liberali per impossessarsi dell’intera Penisola? O ancora, il rivoluzionario che collaborò attivamente alla conquista del Regno delle Due Sicilie, condividendo pienamente gli scopi e i mezzi delle forze unitariste? La risposta a queste domande sarà la chiave per rileggere l’impresa risorgimentale e le sue conseguenze che giungono fino ai nostri giorni.

  

 

LA FAVOLA DELL'UNITÀ

ECCO COME CI LIBERARONO

TG DOSSIER VERITA'

SU RAI 2

Se hai voglia di conoscere la verità sulla spedizione dei mille e sull'occupazione del Regno delle Due Sicilie puoi andare a leggere i seguenti testi:

Il Regno delle Due Sicilie

Tutta la verità

Gustavo Rinaldi     Editore: ControCorrente

Il libro racconta la storia del Regno delle Due Sicilie stroncando tutti i luoghi comuni e le menzogne che si ripetono da duecento anni. È un viaggio della memoria con testimonianze al di sopra delle parti per le nuove generazioni di meridionali alla conquista del presente: il futuro del Sud ha un cuore antico.

Garibaldi, Fauchè e i predatori del Regno del Sud

La vera storia dei piroscafi "Piemonte" e "Lombardo" nella spedizione dei Mille

Luciano Salera           Editore: ControCorrente

La Storia Proibita.

Quando i piemontesi invasero il Sud.

Autori Vari   

 Editore: ControCorrente

 

INNO DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

Alla Reale Casa dei  Borbone

del Regno delle Due Sicilie

onore nei secoli

 

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Borbone - Regno delle due Sicilie

com'era e come finì

Lotta per la Libertà

per tenere sempre nel cuore la nostra Patria, e rispolverare dalla polvere e dal fango, con il quale i vincitori hanno coperto la nostra antica gloria, la verità nascosta

 

 

QUESTA VOLTA SCEGLIAMO LA NOSTRA TERRA

Post n°72 pubblicato il 21 Febbraio 2013 da massimo.c58

 

Eccoci ancora una volta alle nuove elezioni, per decidere non solo quelli da mandare a prendere il sole al parlamento, e ai quali passiamo una lauta ricompensa per il solo piacere di non far nulla, ma anche per scegliere il nuovo governo di questa Italiella.

Chissà quando i meridionali prenderanno coscienza che il loro voto non è solamente importante, ma essenziale, per il mantenimento di questo potere politico, che da ben 152 anni continua a sfruttare il Sud e a calpestare la dignità dei meridionali.

Ci hanno fatto sempre credere che noi abbiamo bisogno di loro, dopo che ci hanno depredati e sfruttati, nonchè venduti a mafia e camorra, e oggi continuano a chiederci il voto promettendoci paradisi che non vorranno mai darci.

Ci hanno fatto credere che l'assistenzialismo e il clientelismo, fosse una nostra identità... nulla di più falso. L'uomo e la donna del Sud si è fatto sempre valere, ovunque e dovunque, portando sempre alto il suo onore, la sua dignità, la sua forza, il suo coraggio, la sua determinatezza. Lo hanno fatto per calpestarci di più e pretendere il nostro voto, la nostra libertà, la nostra stessa vita. Ci hanno fatti schiavi e costretti a portare sulle nostre spalle "la carrozza" che toglieva a noi e arricchiva loro.

Ci hanno fatti credere che la delinquenza, il brigantaggio, la camorra e la mafia, fossero una nostra identità atavica, e che, purtroppo, ci portiamo dietro volente o dolente. Nulla di più falso. Noi abbiamo fatto la storia, e la nostra cultura, come il nostro vivere, è stato sempre contraddistinto dall'onestà, dalla generosità, dalla disponibilità, dalla giustizia. La mafia e la camorra, furono complici della loro conquista, e mentre prima erano semplicemente delle realtà delinquenziali molto represse, dopo l'unità sono diventate dei veri poteri di controllo, di comando e di ricchezza.

Ci hanno fatto credere che ignoranza e malessere fossero di casa nella nostra terra. Anche questa una bugia. Sin dall'antichità nel nostro territorio esistevano scuole e università. Arte, poesia, canto, musica, danza, erano una caratteristica di ogni meridionale. Mentre nel Piemonte savoiardo, i piccoli vivevano nella strada, scalzi e succubi della delinquenza, i nostri bambini vivevano felici nel grembo della loro famiglia, e, seppure con sacrificio, non mancava il pane quotidiano. Il lavoro c'era, così come l'istruzione, e c'era un dono ancora più straordinario, quella della propria indipendenza. Allora non eravamo colonia di nessuno.

Per quanto ancora vorranno raccontarci bugie?

E per quanto ancora noi siamo disposti ad ascoltarli e credergli?

Questa volta diciamo di NO... non sprechiamo il nostro voto.

QUESTA VOLTA SCEGLIAMO LA NOSTRA TERRA!

 
 
 

QUANTI PINOCCHI NELLA POLITICA

Post n°71 pubblicato il 26 Gennaio 2013 da massimo.c58

 

Questa Italietta, come veniva già cantata nei primi anni dopo l'unità, è nata dalla bugia e si mantiene sulla falsità.... quanti pinocchi nella nostra storia. Sono 152 anni di bugie, e non è ancora finita. La storia continua, e ne siamo testimoni giorno per giorno, mentre assistiamo a questa corsa alla poltrona. 

Ma forse solo la poltrona interessa a questi uomini di potere????

Non solo! Essi mirano ai propri personali interessi, e per raggiungerli calpestano e umiliano la dignità di ciascun cittadino.

E' stato fatto all'inizio, con quel falso plebiscita che, arbitrariamente, ha annesso al Piemonte tutti i territori conquistati con la violenza e una guerra ingiusta e non dichiarata. Con quella votazione fatta di brogli e minaccie, il reuccio piemontese e i suoi vassalli si spartirono la pagnotta italiana.

E' successo negli anni a venire... in 85 anni di regno sabaudo la nostra gente ha conosciuto la fame, la disoccupazione, l'emigrazione, la guerra, la dittatura e tanti altri mali... mentre chi governava e comandava aveva benessere, ricchezza, potere, divertimento e vigliaccheria.

Nulla è cambiato nella prima repubblica, dove i partiti e i loro uomini altro non hanno badato che ai propri interessi... e neppure tangentopoli è riuscito a dominare e distruggere questa piaga sociale.

La seconda  repubblica, poi, con tutti i nuovi e vecchi "pagliacci" della politica, ha continuato a manterere alta la corruzione, l'ingiustizia e l'interesse privati.

E non contenti di sbranare da soli questo popolo indifeso, si sono alleati alla massoneria, alle mafie e al potere delle banche... così il potere aveva più forza.

Questa loro avidità ci ha portati ad una povertà sempre più alta, dove disoccupazione e ingiustizia trovano ancora più posto... e tante ancora le vittime di un potere che non ha coscienza.

Fino a quanto vogliamo sopportare tutto questo????  E' tempo di dire basta!!!

    

 
 
 

Da 152 anni... Viva l'Italia che non c'è!

Post n°70 pubblicato il 26 Gennaio 2013 da massimo.c58

 
 
 

A Gaeta!

   

Quest'anno l'appuntamento a Gaeta è stato spostato ai prossimi 9, 10 e 11 marzo a causa del mal tempo. Quindi, seppure con un mese di ritardo, anche quest'anno ci ritroveremo nella città della nostra identità, nella fedelissima e bellissima Gaeta, simbolo indelebile della resistenza ai soprusi ed alle nefandezze, luogo di orgoglio, riscatto e speranza, città martire e rigorosa custode di un messaggio profondo affidatole dai nostri eroi. In particolare ricordiamo quei giovanissimi soldati della Nunziatella, che vollero morire per la Patria piuttosto che tradire.

Onore ai Martiri delle Due Sicilie, che ancora ci invitano di recarci a Gaeta!

  

 

        A GAETA!

A Gaeta, il grido unanime
di quel manipolo di giovani,
appena ragazzi, animati
dall'amore alla loro terra,
al loro Re.

A Gaeta, forte nel cuore
l'antico ideale appreso,
più che nell'intelletto
è nel cuore impresso
il motto degli avi:
un solo Dio, uno è il Re!

A Gaeta, e non persero la via
che li portò al porto sicuro,
all'asilo felice dei loro sogni
di bravi soldati.

A Gaeta, dove un Re, Francesco,
lottava per la sua gente ferita,
umiliata e oppressa
dal giogo di uno straniero.

A Gaeta, sogno di una libertà,
dove valeva la pena
anche morire, certi che
oltre l'oblio del tempo,
la loro vita donata sarebbe stata
fiaccola ardente di verità.

A Gaeta, ancora oggi è il grido,
appena un manipolo anche noi,
ma forti e vivi nello stesso Ideale.

A Gaeta, perché quella fiaccola
non si spenga mai, e
possa accendere nell'animo
del nostro popolo, un desiderio forte,
un sogno da tempo represso,
l'ideale che da cuore a cuore
si tramanda e si attua:
il sogno della Libertà!  (M.C.)
        

 
 
 

SUD SVEGLIATI E INSORGI COMPATTO CONTRO L'USURPAZIONE!

Post n°68 pubblicato il 27 Febbraio 2012 da massimo.c58
 

           

 

Un miracolo davvero è successo lo scorso 4 febbraio a Napoli, dove più di dieci gruppi e movimenti identitari meridionalisti si sono ritrovati uniti, una sola voce, per difendere la nostra gente, questa nostra terra martoriata del Sud, il nostro futuro.

Non sembrava possibile, eppure il miracolo c'è stato, e ora bisogna continuare, ancora più decisi, chiamando a raccolta altri gruppi, perchè l'ora della riscossa è iniziata.

 

             

 

C'era il meridionalismo storico e quello nuovo... una sola voce contro i soprusi di una politica nemica del SUD.

 

 

         

 

Anche tu, fratello e sorella del SUD, sei invitato a venire con noi, per difendere la tua città, la tua terra, la tua dignità, il tuo FUTURO e quello dei nostri giovani.

                UNITI SI VINCE!

 

         

 

 

 
 
 

SUD DIFENDI IL TUO FUTURO

 

 

Uomo e Donna del SUD,

se sei stanco dei soprusi ai danni del tuo popolo,

se capisci che è tempo di fare qualcosa per il nostro Sud,

Il 4 febbraio 2012 a Napoli

scendi in piazza a difendere il tuo futuro,

raduno a piazza Matteotti (piazza della Posta Centrale) alle ore 10,30

e corteo fino a piazza Municipio

DIFENDI IL SUD, DIFENDI NAPOLI, DIFENDI IL TUO FUTURO

NON MANCARE!

 

 
 
 

Napoli 23 gennaio 2012 * LA RIVOLTA DEI TERRONI

Post n°66 pubblicato il 27 Gennaio 2012 da massimo.c58
 
Foto di massimo.c58

 

 

 

 

 

 

L’appuntamento preso per Napoli il giorno 23 gennaio è passato attraverso facebook, come un “tam tam”, ma consapevoli che non molti avrebbero risposto positivamente all’intesa  di ritrovarsi in questo momento particolare, che vede dappertutto segni di rivolte e resistenza a questo governo dei banchieri e ad una politica nazionale, che diventa sempre più qualunquista e lontana dal popolo.

Seppure ormai in molti siamo consapevoli della situazione nazionale, specialmente per il nostro Sud, che si ritroverà sempre più nella miseria, ancora non molti hanno preso consapevolezza  chiara del perché il sud è perdente di fronte al nord, e di chi sia la colpa del disfacimento della nostra economia meridionale.

Mentre ben presto all’alba, sono partito per recarmi a Napoli, guardandomi attorno sul treno, riflettevo proprio su questa inconsapevolezza generale, dovuta a svariati motivi, e pensavo che la nostra gente del sud, nonostante continui a subire umiliazioni e situazioni difficili, resta passiva di fronte ad ogni possibilità di reazione. A lamentarsi si va bene, ma poi a dover prendere la decisione di reagire si resta immobili, in quell’immobilismo che non mancò neppure in quegli anni neri della conquista del sud, dove tanti lottavano e morivano per la Patria delle Due Sicilie, ma tanti altri subivano silenziosamente. Tanto più  oggi, dopo 150 anni di colonialismo, sento a pelle che la nostra gente si è “italianizzata”, nel senso peggiorativo della parola, continuando passivamente a vivere la grigia giornata dello “schiavo”, costretto a fare gli interessi di uno stato-padrone.

Si è ormai convinti che così deve andare, e che nulla mai cambierà. Come cantava anche il maestro Battiato in una sua canzone. “Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere di gente infame, che non sa cos'è il pudore, si credono potenti e gli va bene quello che fanno; e tutto gli appartiene.

Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni! Non cambierà, non cambierà…. eppure alla fine, come una spinta positiva alla speranza, concludeva: sì che cambierà, vedrai che cambierà.

Uno slogan dice, se tu credi che mai nulla cambierà, allora realmente nulla cambierà. Penso quindi che bisogna mettere a fondamento dei nostri propositi questa certezza del cambiamento, seppure la “Primavera del Sud tarda ad arrivare”.

Riflettevo anche alla liberazione da parte dell’India del colonialismo inglese. Non sono serviti i terroristi e le guerre a produrre quella vittoria. Anzi terrorismo e guerra portarono solamente maggiori dispiaceri e povertà al popolo indiano, sconvolto e abbattuto dallo strapotere della forte Inghilterra. (La nostra terra e la nostra gente ha già fatto i conti con il potere di uno stato straniero, che volendo ad ogni costo mantenere la sua potestà sul popolo vinto, ha usato ogni mezzo per reprimere e distruggere l’ansia di libertà e indipendenza, e per spogliarci ancora maggiormente di ogni ricchezza, della dignità e persino della memoria) Solamente  la saggezza e la perseveranza di un solo uomo, che divenne l’anima dell’intera India, realizzò quella liberazione. La sua idea era semplice e potente allo stesso tempo. Probabilmente è di quella idea che dobbiamo impadronirci se vogliamo liberare il sud dalle sue catene e ridare dignità e benessere alla nostra gente, lavoro e futuro ai nostri giovani, serenità ai nostri bambini.

Ultimamente a più riprese anche tra i nostri movimenti meridionalisti sta venendo fuori questa idea, che sarà forse la sola carte vincente: collaborazione comune, maggiore unità, anche conservando e sviluppando le personali diversità, rispetto di ciascuno, eliminando il ciarlare e il pettegolare, che sono l’arma della disgregazione.

 

 

Con queste idee sono giunto a Napoli. La prima impressione, una piazza semideserta. C’erano già gli amici di Insorgenza Civile e di Rinascita per il Sud. Poi sono arrivati altri dei Comitati Due Sicilie e gli amici di Napoletania, e altri ancora  dell’aria borbonica. Piano piano si sono aggiunti singoli e gruppi, specialmente molti giovani.

Un giornale locale, volendo fare dell’ironia, ormai di casa per i giornalisti prezzolati del sistema, che devono difendere questa “fatale” unità d’Italia, si è soffermato ironizzando la presenza di bandiere gigliate, senza neppure sapere, nella totale ignoranza della verità, che quella bandiera racchiude 800 anni di storia del Sud, e non appartiene  a nessuna dinastia o blasone araldico, ma è stata e resta la bandiera dell’identità e del popolo meridionale, ne più  e ne meno che come la bandiera della serenissima repubblica di Venezia del leone di San Marco. Eppure quella bandiera sventola su Venezia e in tanti comuni del Veneto, e nessuno se ne risente che è sta la bandiera dei dogi. Quello stesso giornale, volendo ancor più ridicolizzare la manifestazione, ha ridotto la presenza a circa 100 persone, e ha parlato anche di arrendevole retromarcia dinanzi alle minacce di una eventuale carica da parte della polizia. Le opinioni restano tali, i fatti sono altri. Certo non si era in molti, ma credo che il numero fosse più considerevole di quello espresso dal giornalista in questione. Sostanzialmente questo  momento è stato importante, seppure è necessario che non resti isolato. Certo dinanzi alla possibilità di un intervento violento della polizia non valeva la pena insistere più della semplice manifestazione. Sappiamo bene che le forze dell’ordine sono costrette a fare la volontà di uno stato  tiranno, retto da quei politici, che mai saranno così coraggiosi da venire essi stessi a dialogare con il popolo, ma lo fanno attraverso la forza e il potere, obbligando polizia e carabinieri,  o militari, essi stessi a loro volta sfruttati e mortificati dallo stato-padrone, a osteggiare e opprimere la volontà del popolo. Chi “regna” dall’alto, il potere politico, i massoni padroni, usano da sempre la tattica degli imperatori romani, “divida et impera”. E mentre essi regnano indisturbati e si appropriano di tutto ciò che vogliono, camminando a braccetto con le mafie e i poteri oscuri per conservare il loro trono, obbligano i “poveri” a farsi la guerra tra loro. Un giorno, forse, questi uomini della forza pubblica, si renderanno conto che essi appartengono al popolo, che essi stessi sono il popolo… e tanti di loro sono meridionali, e quindi, chissà, come già per alcuni è successo, apriranno le loro menti alla verità della storia, e si renderanno conto che stanno servendo la parte sbagliata, e aiuteranno la nostra vera Patria a ritrovare la sua libertà.

Intanto credo che questa giornata sia stata positiva, aldilà del numero e del risultato. Bisogna continuare, sapendo anche che Napoli è una piazza difficile. Bisogna lavorare molto nei paesi limitrofi, nelle scuole, tra la gente del popolo. Scendere spesso sulle piazze, cose che da tempo si sta facendo, incontrando la gente, parlando loro, distribuendo volantini e libri. Bisogna rispondere a tono a certi politici e a certi giornalisti che ridicolizzano il revisionismo storico, invitandoli a consultare i documenti. Ma bisogna che anche noi facciamo realmente storia e cultura, e non le barzellette, andando sempre a verificare  e studiare i documenti ufficiali nella loro integrità. Bisogna alimentare lo spirito di dialogo e collaborazione tra tutti, sapendo mettere da parte rancori e livori personali, sapendo guardare in alto, all’ideale e all’identità comune, che è quello di riprenderci la patria, la dignità e la libertà.

Mi auguro che al più presto,  ancora,  sappiamo scendere “insieme” sulle nostre piazze, alzando le nostre bandiere, gridando la nostra verità, consapevoli che solamente così possiamo abbattere il sistema che da 150 anni ci umilia e ci opprime. Il simbolo del forcone è stato ideale, quella stessa arma, così fragile, alzarono i nostri contadini contro l’usurpazione piemontese. Oggi il forcone che dobbiamo rialzare con forza è la nostra intelligenza, la nostra capacità di perseverare nella lotta e nella verità, la nostra ricerca del bene comune e collettivo, il nostro desiderio di riscatto e di unità, la nostra voglia di non arrenderci, il coraggio di sopportare e andare avanti… la vittoria non è una corona che si conquista con una semplice battaglia, ma è la meta di tante battaglie, alcune vinte, altre perse, alla fine la meglio non l’avrà il “più forte”, ma il perseverante. Allora avanti, in salita, e non perdiamoci d’animo. La Verità ci renderà liberi!

 

         

 
 
 

23 GENNAIO TUTTI A NAPOLI

Post n°65 pubblicato il 22 Gennaio 2012 da massimo.c58
Foto di massimo.c58

 

è un dovere di tutti difendere la nostra terra, la nostra dignità, la giustizia per il nostro popolo, per i nostri anziani, per i bambini che crescono e che hanno bisogno di ritrovare la loro Patria

 

 

Non mancare a questo importante appuntamento... prima che distruggano completamente la nostra terra.

 

 
 
 

PETIZIONE per SALVARE la REGGIA di CARDITELLO

Post n°64 pubblicato il 10 Gennaio 2012 da massimo.c58
Foto di massimo.c58

 

 

Ti invito a sottoscrivere la petizione e a farla conoscere in giro.

E' stata lanciata dagli amici del Real Circolo Francesco II ma pochi l'hanno finora sottoscritta.

Grazie per l'impegno.

Salviamo la Reggia di Carditello, che tra saccheggi degrado e rifiuti, versa in condizioni disperate, nella totale assenza di tutela da parte della sopraintendenza senza fondi.
Inutili le numerose iniziative adottate dalle associazioni locali e la proposta di legge per l' acquisto della reggia da parte della Regione nel 2007 che non è stata mai approvata in giunta, il tribunale di Capua ha ufficialmente messo all' asta l' intero sito e si temono future speculazioni, il rischio che il Reggia di Carditello possa finire nelle mani di privati o della malavita organizzata è sempre più elevato.
Pertanto chiediamo l'iscrizione dell'intero Sito nella Lista dei patrimoni dell'umanità dell'Unesco, insieme al Palazzo Reale del XVIII secolo di Caserta, con il Parco, l'Acquedotto Carolino e il complesso di San Leucio.


La Reale tenuta di Carditello, sita in San Tammaro, provincia di Caserta, detta anche Real sito di Carditello oppure, con riferimento alla palazzina ivi presente, Reggia di Carditello, faceva parte di un gruppo di 22 siti della dinastia reale dei Borbone di Napoli posti nella Terra di Lavoro: Palazzo Reale di Napoli, Reggia di Capodimonte, Tenuta degli Astroni, Villa d'Elboeuf, Reggia di Portici, Villa Favorita, Palazzo d'Avalos nell'isola di Procida, lago di Agnano, Licola, Capriati a Volturno, Cardito, Reale tenuta di Carditello, Reale tenuta di Persano, Fasano di Maddaloni, Selva di Caiazzo, Sant'Arcangelo, Reggia di Caserta, San Leucio, Casino del Fusaro, Casino di Quisisana, Mondragone e Demanio di Calvi.


Questi siti non erano solo semplici luoghi per lo svago (soprattutto per la caccia) della famiglia reale borbonica e della sua corte, poiché, è importante sottolineare, che in alcuni casi costituivano vere e proprie aziende, espressione di imprenditoria ispirata dalle idee illuministiche in voga in quei tempi. Si citano per esempio gli allevamenti della Fagianeria di Caiazzo, la produzione della seta a San Leucio, la pesca al Fusaro, gli allevamenti della Tenuta di Persano e del Demanio di Calvi.

                                                                         fonte: Wikipedia

hhttp://www.petizionionline.it/petizione/salviamo-la-real-tenuta-di-carditello/

 

 
 
 

LA VERITÀ SUL TRICOLORE

Foto di massimo.c58

 

 

 

Pubblico sul mio blog  un articolo di Pino Tosca scomparso nel 2001, fondatore del movimento politico cattolico Azione e Tradizione, e che dell'intransigenza dei principì fece la sua bandiera. E questa bandiera non poteva coesistere con l'altra: il tricolore massonico. In questo articolo, Pino Tosca, ripercorre le tappe "iniziatiche" del percorso che fece il tricolore. Come dalla Francia si arrivò anche in Italia ad adottare una bandiera estranea alle tradizioni ed alla cultura dei suoi popoli. In questa giornata del 7 gennaio, che si vogliono commemorare i 215 anni dell'invenzione di questa bandiera, che nella conquista e nel saccheggio del Regno delle Due Sicilie rappresentò per la maggioranza del popolo meridionale distruzione e morte, al suo apparire infatti venivano distrutti paesi, stuprate donne, uccisi a migliaia uomini e donne, giovani, bambini e vecchi, da quei presunti eroi che l'innalzavano, sono certo di fare cosa gradita inviando il  seguente articolo ricordando allo stesso tempo le vittime innocenti del saccheggio del Sud. 

 

                                         

Il Tricolore, bandiera massonica.    

Il 1 settembre 1904 alla Camera francese si verificò un acceso dibattito tra i deputati. Gli incidenti verbali furono provocati da un'affermazione pubblica del marchese di Rosando, il quale, rivolto verso i colleghi della sinistra, aveva esclamato: "La Framassoneria ha lavorato in sordina, ma in modo costante, a preparare la Rivoluzione!". Il deputato Jumel aveva immediatamente replicato: "E' un effetto di cui ci vantiamo!". Lo seguirono a ruota, in un crescendo di attacchi enfatici, Alessandro Zevaes ("E' il più grande elogio che potreste farci!") ed Enrico Michel ("È la ragione per la quale voi ed i vostri amici la detestate!"). Rosando rispose subito: "Siamo quindi perfettamente d'accordo su questo punto, cioè che la Massoneria è stata la sola autrice della Rivoluzione, e gli applausi che io raccolgo da sinistra, ed ai quali sono poco abituato, provano, signori, che voi riconoscete con me che essa ha fatto la Rivoluzione francese". E Jumel, di rimando: "Facciamo più che riconoscerlo, lo proclamiamo!". E così, con questa fiera proclamazione si chiariva definitivamente un evento storico: e cioè che era stata la Massoneria a volere, finanziare e preparare la Rivoluzione francese. Rivoluzione che oltre a portarci le delizie delle teste mozzate dallo strumento del dottor Guillotin, escogitò e ci impose lo stesso vessillo dietro cui si nascondeva la rabbia sanculotta: la bandiera dei tre colori. Come ben si sa, le armate rivoluzionarie, grazie poi al confratello Napoleone Bonaparte (iniziato ai «misteri» massonici sin da quando era semplice tenente) portarono il proprio emblema multicolore in ogni parte della vecchia Europa, sotto il comando di generali come Ney, Cambronne, Lefebvre Bernadotte, tutti affiliati alle logge massoniche. Sul sangue dei Lazzari napoletani, dei montanari di Andreas Hofer, dei guerrilleros spagnoli si piantava l'albero della Libertè con in cima la coccarda tricolore. 

In Italia fu lo stesso Bonaparte a consegnare il primo stendardo tricolorato (al blu fu sostituito il verde, colore classico delle logge massoniche) ad un corpo di volontari della Legione Lombarda, i «Cacciatori a cavallo» che, si badi bene, alla faccia dell'indipendenza italica, erano inquadrati nell'Armata francese. Tanto è vero che al centro di questa bandiera campeggiava il simbolo stesso dei giacobini francesi: il berretto frigio. Inoltre, per mantenere questo suo Corpo di italiani «infrancesati», Napoleone non seppe far di meglio che saccheggiare e profanare tutte le chiese della penisola che si trovavano sfortunatamente sul suo cammino.

 

II tricolore venne comunque adottato ufficialmente come bandiera di Stato dalla Repubblica Cispadana (altra invenzione napoleonica), riunita a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797. Ma la Repubblica Cispadana (così come quella Cisalpina) tutto poteva essere tranne che una difesa di «italianità». Era una repubblica massonica a perfetta imitazione di quella francese, da cui dipendeva in tutto e per tutto.

 

Marziano Brignoli, direttore delle Raccolte Storiche del Comune di Milano (Museo del Risorgimento e Museo di Storia Contemporanea), non sospetto di simpatie «reazionarie», ha affermato che "è chiaro che la nostra bandiera è nata ad imitazione di quella francese". Per Brignoli "i nostri tre colori provengono dall'insegna di una setta massonica". Sarà forse un caso, ma è certo che il bianco, il rosso e il verde erano anche i colori della setta di affiliazione massonica del romagnolo Giuseppe Compagnoni, il segretario della Repubblica Cispadana che a Reggio Emilia propose di adottare il tricolore come bandiera del nuovo Stato.

 

Dalla Repubblica Cispadana, seguendo la dominazione francese, il tricolore passò poi a quella Cisalpina (12 maggio 1797). Alla caduta della dittatura bonapartista, nel 1814, il tricolore non solo scomparve ovunque, ma fu generalmente considerato come emblema dei collaborazionisti con gli invasori francesi. Si arriverà poi al 1848 ed ai «moti risorgimentali» per vedere suscitare il vessillo pluricolorato, grazie alla complicità delle stesse dinastie anti-bonapartiste (come quella dei Savoia) che si «adeguavano» ai tempi, e con il Re Travicello (Carlo Alberto), grande protettore di sette e di logge, rivestendosi coi colori cispadani. Come si sa, giunse poi l'ora dei «fratelli d'Italia». «Fratello» massone era infatti Goffredo Mameli (al quale fu addirittura intitolata una Loggia), e come lui massoni di rango furono tutti i vari «artefici» del «risorgimento» (voluto da un Piemonte in cui si parlava più francese che italiano): da Garibaldi (nominato nel 1862 Gran Maestro e Primo Massone d'ltalia), a Bixio, a Cavour, a Costantino Nigra, a Bettino Ricasoli, a Ludovico Frapolli, e via dicendo. Ora, tutti questi fatti non potevano essere certo sconosciuti a due appassionati risorgimentalisti come Spadolini e Craxi. Perche, allora, i due governanti "filocisalpini" progettarono di istituire per il 12 maggio la «Festa del Tricolore» invece che per il 7 gennaio, come giustamente rivendicato dalla "cispadana" Reggio Emilia ? Possibile che i due politici in questione erano tanto malaccorti da incorrere in un «infortunio culturale» di tale calibro? Certo che no. La verità è che Craxi e Spadolini tentarono di giocare la carta del 12 maggio, per un fatto culturalmente (e laicisticamente) molto più rilevante. Il 12 maggio è infatti la grande data del laicismo trionfante: quella per cui nel 1974 le forze radical-massoniche sconfissero quelle cattoliche nel referendum sul divorzio. Questo è infatti il vero motivo per cui l'accoppiata Craxi-Spadolini era più filo-cisalpina che filo-cispadana. Dietro la maschera della Repubblica tricolorita, le lobby laiciste nascondevano il volto della repubblica divorzista. A questo occulto progetto, i cattolici (o almeno, alcuni cattolici) non solo non seppero opporsi, ma addirittura accondiscesero con entusiasmo. A costoro ricordiamo che nel 1871 il Conte di Chambord rifiutò di sedere sul trono di Francia, non accettando l'adozione del tricolore come bandiera dello Stato francese. «Se il vostro tricolore e un simbolo e voi ci tenete tanto come simbolo, allora non si tratta più di riforma, ma di abiura» disse il buon Henry di Chambord ai politici del compromesso. Ha proprio ragione Ploncard d'Assac quando scrive che "una delle più grandi abilità della Rivoluzione sta nel trasformare i conflitti d'idee in scontri simbolici"). Ed è proprio su questo che devono riflettere i vari portabandiere delle cosiddette “meditazioni culturali”.   

                                                                                    di Pino Tosca

 
 
 

GENNAIO 1862: La Strage di Castellammare del Golfo (Trapani)

Passato il 2011, sono finite anche le sciocche e insulse autocelebrazioni del 150° anniversario dell'unità d'Italia. Quante blasfemie abbiamo dovuto sentire in quest'anno celebrativo, dove si è persa l'occasione di fare giustizia alla verità storica e a un popolo umiliato e massacrato.

Ma la verità va oltre le false celebrazioni e l'esaltazione di quei miti del risorgimento, che non solo calpestano la dignità del popolo meridionale, ma offendono la giustizia.

Finiti i trionfalismi è tempo di raccontare ancora la verità, perchè finalmente si possa costruire per il Sud un'occasione di riscossa e di liberazione

Ormai è risaputo che la liberazione del sud, così come la storiografia ufficiale ha voluto esaltare la conquista  del Regno delle Due Sicilie, altro non è stato che un saccheggio, motivato dalla volontà del Piemonte e dei Savoia di allargare il loro staterello e derubarci dei tesori che si conservavano nel Banco di Napoli e di Sicilia.

Per fare questo sono stati distrutti interi paesi, uccise migliaia e migliaia di liberi cittadini, stuprate donne e persino bambine, massacrati finanche vecchi e bambini.

Ma la cosa peggiore è stata quella di calpestare la dignità del nostro popolo, defraudarci della memoria storica e della libertà, di toglierci la nostra indipendenza e fare delle Due Sicilie la colonia del nord.

Per questo noi non potevamo celebrare l'usurpazione, ma solamente ricordare le vittime, nella segreta speranza di ritrovare una idendità calpestata e la volontà di riprendere in mano la nostra storia e la nostra indipendenza.

 

Tra le tante stragi in questo mese di gennaio si ricorda quella di Castellammare del Golfo in Sicilia, una strage dimenticata volutamente, scatenata dalla volontà di un potere straniero, quello piemontese, di imporre ad un popolo, fino  a pochi anni prima indipendente, la propria volontà e le proprie leggi, che cozzavano discriminatamente con le idee e le leggi di quella gente.

Difronte all'imposizione quel popolo seppe ribellarsi per difendere la propria libertà. Ma gli costò terribilmente, perchè il conquistatore non mancò di reprimere la sete di libertà con il sangue e la violenza. E ci sono ancora quelli che negano che tale azione del potere piemontese fu vero e proprio genocidio di un popolo, della sua libertà, delle sue idee.

Ma farò raccontare i fatti di quel gennaio 1862 da uno scrittore, storico e giornalista del tempo, testimone di quegli avvenimenti, e che narra in un suo libro questo terribile avvenimento. È Francesco Durelli che in questo suo libro narra gli avvenimenti del 1862, libro ridato alle stampe e che possiamo trovare presso

                        http://stores.ebay.it//EmporioDueSicilie

 

                

Turbolenze gravissime segnano il 1. giorno di gennajo in Castellammare del golfo (Sicilia) a causa del nuovo peso della coscrizione militare. Il popolo in armi insorge, gira il paese a colpi di fucile, gridando ABBASSO LA LEVA, morte a ...piemontesi, viva la repubblica, afferra, e minaccia di massacrare il Delegato dì Pubblica Sicurezza, il costui figlio, e il Sindaco: i carabinieri sardi, e il giudice mandamentale nella fuga ricevono dietro una scarica dì fucilate. è aggredito, ed ucciso, con la figlia, il Borusco comandante della guardia nazionale: è incendiata la casa, e gli abitanti della famiglia Asaro; quella del medico Calandra, ed ucciso un Antonino di tal cognome: bruciate tutte le officine delle pubbliche amministrazioni. Accorso da Alcamo (capo distretto) il comandante Varvaro de' militi a cavallo, è ucciso con sette de' suoi. Di quest'agitazione cominciano a risentire gli altri paesi convicini. I piemontesi si risolvono ad un colpo disperato: da Palermo, e da tutti i punti di Sicilia concentrano per mare e per terra le loro forze contro il paese insorto, il quale si difende con ardore, ed uccide nell'assalto il capitano Mazzetti, piemontese, un sergente de' bersaglieri, - e varii altri militari restano feriti. - Accorrono nuove truppe, e fanno uno sbarco numerosissimo. Ecco come si esprime il Diritto a Torino de' 5 gennaio: «oltre di tante troppe accorse in Castellammare di Sicilia, vi sono spedite nella notte stessa de’ 2. sul Monzambano due compagnie di bersaglieri; e questa fregata non può accostarsi alla spiaggia, ove son collocati due obici degl'insorti, che per due ore la fanno stare lontana: bisogna far venire da Trapani la bombardiera l'Ardita, ohe fa tacere i due obici della spiaggja, e cosi si accinge allo sbarco; ma appena approda il primo battello, una scarica degl'insorti fa cadere il capitano della compagnia, e vari soldati: allora la fregata comincia a lanciare granate a giusto tiro, e costringe gl'insorti a cambiare posizione: la truppa riesce a sbarcare; esegue vari arresti, fucila sette individui sul momento (di tre de' quali non si cura né anche, di liquidare nome e cognome); ne manda 27 legati, a Palermo: il nucleo degl'insorti si getta su' monti... Da ciò si vede, che la massa dei popolo in Sicilia è malcontenta; sia per non aver guadagnato nulla dopo la rivoluzione, sia per odio verso la leva; sia por timore di nuovi dazii».

La semiofficiale Opinione di Torino (n.13) riporta una sua corrispondenza da Palermo, nella quale è affermato: che «tale sommossa merita tutta l'attenzione del governo e del paese; perché le file erano distese in parecchi altri luoghi lungo il littorale dell’isola, le quali noti ebbero tempo di manifestarsi».

Cade qui in acconcio di notare che sul modo di procedere de’ piemontesi nel rincontro il deputato Crispi, nella tornata del parlamento di Torino dei di 11 del detto mese di gennajo, muovendo interpellanze, dice, tra le altre cose: - «i fatti tragici di Castellammare sono d'importanza maggiore di quel che possano farli credere le reticenze della gazzetta ufficiale, essendone state le Autorità locali informate 20 giorni prima.... Il malcontento in Sicilia è gravissimo, sopratutto contro la leva».

E nella susseguente tornata de’ 15 l'altro deputato D'Ondes; censura gravemente «il subitaneo massacro degl'individui fucilati nel rincontro senza nessuna forma di giudizio, o di legalità e grida contro questo atto di barbarie su le persone de’ cittadini che potevano anche essere innocenti». (Francesco Durelli in Le Condizioni del Reame delle Due sicilie 1862)

In quella terribile strage le sette vittime  sono state:

Mariana Crociata cieca, analfabeta, di anni 30;

Marco Randisi di anni 45, storpio, bracciante agricolo, analfabeta;

Benedetto Palermo di anni 46, sacerdote;

Angela Catalano contadina, zoppa, analfabeta, di anni 50;

Angela Calamia di anni 70, diversamente abile, analfabeta;

Antonino Corona, diversamente abile di anni 70;

e la piccola Angelina Romano, che sembra non abbia neppure ancora compiuti i   nove anni.

Questa è stata la giustizia del conquistatore del nord.

 
 
 

Il massacro dimenticato di Pontelandolfo Quando i bersaglieri fucilarono gli innocenti

Foto di massimo.c58

Il 14 agosto 1861 per vendicare i loro quaranta soldati uccisi dai briganti e dal popolo, che si erano ribellati ai soprusi dei piemontesi occupanti, l'esercito piemontese massacrò migliaia di  inermi e rase al suolo due paesi del beneventano: Pontelandolfo e Casalbuni.  Un eccidio peggiore di quello delle Fosse Ardeatine. A 150 anni da quel massacro, in quest'anno che vergognosamente si continuano a celebrare i  miti del risorgimento e un'unità d'Italia che fu solamente il saccheggio e la conquista del sud, dobbiamo fare memoria dei nostri martiri e riconquistare la nostra identità, memoria e dignità.

   

Così racconta in un suo scritto un bersagliero che partecipò all'eccidio di Pontelandolfo, un certo Margolfo Carlo: "Al mattino del giorno 14 ricevemmo l'ordine di entrare nel paese, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne e gli infermi, e incendiarlo. Subito abbiamo cominciato a fucilare... quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l'incendio al paese, di circa 4.500 abitanti. Quale desolazione... non si poteva stare d'intorno per il gran calore; e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l'incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava".


        
  

Questo terribile olocausto è tutto italiano. Il villaggio distrutto non sta in Etiopia ma nel Beneventano. Il suo nome è Pontelandolfo. Massacro a opera dei bersaglieri, data 14 agosto 1861, meno di un anno dopo l'ingresso trionfale di Garibaldi a Napoli. Pontelandolfo, nome cancellato dai libri perché ricorda che al Sud ci fu guerra, sporca e terribile, e un'annessione forzata e violenta a quel nuovo regno che nasceva sul sangue innocente.

     

Migliaia di morti per quaranta. centinaia di  uccisi per ogni soldato, peggio che le Fosse Ardeatine o le altre vendette delle SS tedesche. I soldati sabaudi hanno anticipato le barbarie tedesche.  Oggi a Pontelandolfo c'è solo un monumentino con tredici nomi e una lapide in memoria di Concetta Biondi, una fanciullina sedicenne brutalmente violentata dalla soldataglia piemontese davanti agli occhi di suo padre, mentre quei vili ridevano a squarciagola, e poi uccisa barbaramente con un colpo di bajonetta.

Così racconta la storia: Nicola Biondi, contadino di sessant’anni, è legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri. Costoro ne denudano la figlia Concettina di sedici anni, e la violentano a turno. Dopo un’ora la ragazza, sanguinante, sviene per la vergogna e per il dolore. 11 soldato piemontese che la stava violentando, indispettito nel vedere quel corpo esanime, si alza e la uccide. Il padre della ragazza, che cerca di liberarsi dalla fune che lo tiene legato al palo, è ucciso anche lui dai bersaglieri. Le pallottole spezzano anche la fune e Nicola Biondi cade carponi accanto alla figlia. Nella casa accanto, un certo Santopietro con il figlio in braccio mentre scappa, è bloccato dalle canaglie savoiarde, che gli strappano il bambino dalle mani e lo uccidono. Anche la madre del piccolo è violentata davanti ai suoi occhi e poi uccisa. Quel bambino non dimenticò mai e sopravvissuto volontariamente si arruolò nell’esercito austriaco contro i piemontesi.

                    


Mancano centinaia di nomi, scritti solo nei registri parrocchiali. Un  "luogo della memoria" che deve rimanere incancellabile nelle menti del popolo meridionale. la"città martire",  emblema e ricordo del massacro del sud, che ancora continua  con quesat politica antimeridionalista e che ci sta rendendo sempre più poveri.

É  tempo che si riconosca la ferocia di quella occupazione ingiusta, che mascherata dalla facciata della liberazione, fu guerra di conquista. Oggi a 150 anni da questi eccidi, si continuano a celebrare le evrgogne del risorgimento, si tengono ancora bene in alto i monumenti ai criminali piemontesi occupanti e al re macellaio, ma sono dimenticati e calpestati gli innocenti massacrati.

  

« Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra. ». Così il vile e criminale generale Cialdini, di cui si onora l'Italia con strade e monumenti, diede ordine ai suoi subalterni. Il colonnello Pier Eleonoro Negri e il maggiore Melegari, che comandavano due reparti diretti rispettivamente a Pontelandolfo e a Casalduni, non mancarono di rendere efficiente quest'ordine, e lo fecero con grande diligenza e piacere.

«All’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora». Il Negri così telegrafò il giorno dopo l'eccidio al governatore di Benevento, orgoglioso del massacro avvenuto.

 

Una vera bestia immonda chi ha compiuto questo gesto e se simili personaggi hanno fatto l’Italia una, oggi non dobbiamo piangere sulle due Italie: una ricca e prospera e l’altra povera. Questi personaggi hanno distrutto le ricchezze del Sud, hanno massacrato e fucilato gli uomini migliori, mentre hanno costretto una grande moltitudine di Meridionali o a farsi briganti oppure emigranti.

E noi continuiamo a cantare "fratelli d'Italia", osannando quei fratelli che furono i nostri assassini, e continuiamo ad innalzare una bandiera, che segnò la nostra condanna.

 


       

 

PONTELANDOLFO città martire

 

Piange ancora la tua terra, o piccolo paesello sannita,

per il sangue innocente della tua gente massacrata,

per quei corpi denudati lasciati nella polvere,

e che l’oblio dei vincitori voleva cancellare

per sempre da ogni memoria.

Il sangue delle vergini stuprate

dalla boria dei barbari assassini,

è seme a questa terra, anch’essa violentata

da un nemico insano.

E quelle mani di madri,

alzate in alto verso la croce della piazza,

indice di pietà.

Sono monito a chi ancora oltraggia

la memoria dei vinti.

Si  odono ancora nelle tue strade

Il pianto dei fanciulli,

il correre di piedi innocenti

alla ricerca di un rifugio

in quell’inferno di fuoco, si odono le grida di pietà

di giovani innocenti, che subiscono

l’onda della violenza, ma non c’è pietà nel cuore

di quella soldataglia al soldo di un re crudele,

E bruciano le tue case, crollando

sulle innocenti famiglie in esse imprigionate,

finanche la Chiesa, spogliata dei suoi arredi,

è bruciata, e il pietoso Dio Sacramentato, dinanzi

al quale quel popolo pregava, anch’Egli brucia,

abbracciando a sé i suoi figli massacrati.

Viva è la memoria di quegli orrori, ma

Vivo è il desiderio di pietà,

di riconciliare il tempo e la storia

nella Verità, unico strumento di pace,

unico anelito di giustizia.

E le voci stonate di

chi ancora vuol calpestare la memoria,

non avranno più ora

nel tempo della verità che avanza,

e solo si udranno i canti

di un popolo redento, che inneggia

ai suoi uccisi innocenti,

alla tua gloria, città martire.

 
 
 

GUARDATE, MEDITATE E REAGITE: CON QUEST'ITALIA NON SE NE PUÒ PIÙ!

 

Non bastavano le barzellette del 150° anniversario dell'unità d'Italia, queste ipocrite e false celebrazioni di una Patria che non c'è, con tutte le svariate invenzioni di questi politicozzi italioti (e tanto idioti), così talmente assurdi, che difronte ad una popolazione allo sbando, a questa nave in naufragio che è la nazione italiana, alle non poche  e difficili situazioni sociali, morali ed economiche che attraversiamo, invece di mettersi seriamente a  lavoro e trovare soluzioni giuste e precisi, si mettono a giocare la festa dell'unità d'Italia (ma quale unità se siamo sempre più divisi?).

Poi la infelice idea della festa nazionale del 17 marzo, giornata infausta e triste per il sud, giornata nella quale un parlamento straniero (quello piemontese), con arbitrio e falso ideologico, dopo i falsificati e vergognosi plebisciti, instaurano ufficialmente il Regno d'Italia (o tirannia come la chiama Gramsci), regno dei corrotti e dei ladri, dei massoni e dei mafiosi, che non è altro che il riconoscimento pubblico del potere del nord sul sud, il colonialismo della gente meridionale.

E tra tutte le programmazioni, poi, tra cui l'infelice apparizione del clown Benigni a Sanremo, con quel monologo assurdo e falso, dove riferendosi al Savoia e ai suoi successori (chissà se pensava  anche  a questi di oggi), e a tutti i mercenari eroi del risorgimento, li ha definiti sensazionali e memorabili, e dove ha cantato la canzonetta del Mameli, dopo averne fatto una esegesi vergognosa, eccoci di nuovo a ritrovarci in TV l'inaccettabile pagliaccio savoiardo Emanuele Filiberto e il suo amico Pupazzaro, che addirittura presentano un programma, che ammorberà l'Italia intera per chissà quanto tempo.

Nella prima puntata si è iniziata alla grande, con palcoscenico tricolorato (e persino quelli che hanno venerazione per il Tricolore dovrebbero vergognarsi di come è stato trattato) e scenette di cattivo gusto.

Vedere la scenetta volgare e stupida che il Principino Cetriolino  e il suo Servitor Pupetto hanno fatto in televisione è stata una vergogna... la barzelletta di Teano continua, e mentre il sud viene affogato dall'immondizia organica, politica, morale e culturale, l'erede del re usurpatore, grazie proprio ai politici e ai massoni che continuano a spalleggiarlo, se ne viene in TV a fare il varietà sull'unità d'Italia, calpestando ancora il nostro sud che dai suoi antenati è stato vilipeso, spogliato, stuprato, saccheggiato... inoltre dal punto di vista artistico, ha beffeggiato e storpiato la bellissima e artistica canzone napoletana del grande Nino Taranto.

Ma la cosa importante è, che queste parodie stupide, non sono altro che l'immagine dell'immondizia che sono stati e saranno i Savoia eredi del re macellaio Vittorio Emanuele II, quindi a loro discretito e loro vergogna.... quindi ben vengano le stupidità asinine del gioiello di casa savoia.

Vergognoso vedere quei poveri italioti battere le mani a questa parodia dell'imbecillità, purtroppo manca sempre più il buon gusto in questa nazione senza spina dorsale e senza identità.

Ma quale la reazione dei patrioti italiani? Così legati alla storia risorgimentale e ai miti dell'unità, forti del loro patriottismo liberal-repubblicano, come fanno ad accettare le stupidità, di chi ancora poco tempo fa ha detto d'esser pronto a fare il re d'Italia?... ma forse voleva dirsi pronto  a continuare ad essere re di questo circo che si chiama Italia?

Non se ne più proprio più... SUD SVEGLIATI!!!

        

 
 
 

1861-2011 A centocinquant’anni dell’unità d’Italia: Quale Identità?

La scorsa settimana ho partecipato al bellissimo convegno organizzato a Roma da Alleanza Cattolica. Avrei voluto subito esprimere le mie considerazioni, fare la mia personale riflessione su questa giornata memorabile, che coincideva anche con una data importante, la conquista della città di Gaeta da parte dei piemontesi in quel triste 13 febbraio 1861, conquista cruenta e violenta, avvenuta dopo un’eroica resistenza, e che segnò la fine e l’indipendenza del Regno delle Due Sicilie, la forzata annessione al Piemonte, facendo del sud una colonia del nord. Di quest’evento disastroso ancora tutt’oggi nel Sud si risentono le terribili conseguenze.

Purtroppo non mi è stato facile poter subito condividere questa esperienza, ma lo faccio oggi, consapevole che bisogna sempre far conoscere la verità.

Il convegno rientrava in queste celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia, celebrazioni che, dolente o volente, questo “stato” sta portando avanti, a volte con enfasi e paroloni che vanno al di là del credibile.

Sono stati relatori di questo convegno, cattolici di grande spessore e uomini di cultura eccezionale, da Attilio Tamburrini a Francesco Pappalardo, Marco Invernizzi, Mauro Ronco, Marina Valensise, Giovanni Formicola, S.E. Mons. Luigi Negri, gli onorevoli Mantovano, Pagano e Polledri, il dott. Massimo Introvigne, Giovanni Cantoni, che ci hanno fatto ben riflettere, attraverso le interessanti e molteplici tematiche, sulla necessità, sempre più imbellente, di fare verità storica su quel periodo oscuro ed effimero, che arbitrariamente ha preso un nome che di per sé ha un significato molto grande: il risorgimento!

Risorgimento ha un significato molto ampio, aldilà di questo riduttivo e semplicistico che si è voluto dare. Esso significa risorgere, cioè ritornare in vita, sorgere di nuovo, riprendersi e rifiorire dopo una decadenza o malattia. Ma, considerando bene certi avvenimenti di quel periodo, certe scelte tutt’altro che buone, il comportamento politico e  militare discutibile di certi personaggi, é realmente possibile chiamare risorgimento quella rivoluzione liberista e massonica, che prese il suo avvio già da maldestri moti e piccole rivoluzioni, che dal 1848 in poi andarono minando l’ordine nei diversi territori della penisola italica?  Oggi ormai è risaputo che queste sommosse strumentali, erano intenzionalmente manovrate dalla massoneria e dalla politica cavourriana, con lo scopo di abbattere le altre istituzioni, ma in particolare l’antica e sacra istituzione del Papato.

Allora ha chiaramente ragione Angela Pellicciari, e altri autori, quando esplicitamente ritengono il risorgimento italiano come una guerra alla religione e alla libertà identitaria delle altre popolazioni italiche. In questa rivoluzione risorgimentalista, che ha avuto seguito a quella della rivoluzione francese e delle piccole rivoluzioni giacobine locali, andavano sempre più a delinearsi due visioni opposte del mondo e della vita, due visioni in perpetuo contrasto e separazione tra loro, due civiltà antagoniste.

Il mondo rivoluzionario, in se astratto e vuoto, che mentre andava blaterando l’emancipazione dell’uomo e una libertà, che sarà poi solamente apparenza, abbattendo quindi ogni idea dei valori passati, particolarmente il  valore della fede cristiana, della tradizione e dell’autorità, andava creando un nuovo assolutismo, nuovi idoli, nuovi padroni.

Il mondo concreto del popolo, della nostra gente, legato a quei valori eterni e indissolubili, la fede, la famiglia, la tradizione, l’autorità reale, la propria identità sociale, la propria terra e il proprio lavoro, la propria patria, che non era una patria astratta, ma quella terra sulla quale posava i propri piedi, quella terra per la quale sudava e soffriva, piangeva ed amava.

In questa dura e opposta battaglia di idee si andava costruendo quell’ideale, di per sé giusto, dell’unità del popolo italiano, che in comune aveva la stessa lingua, l’identica fede, e certamente le stesse antiche tradizioni. Una unità che trovava larghi consensi, nel mondo cattolico e laico, seppure con visioni diverse, ma che meritava di essere costruita con ben altri mezzi e migliori ideali. Una unità, che doveva tener conto della diversità e dell’identità di ciascun popolo e persona, e che poteva costruirsi sulla concretezza del dialogo e del federalismo, senza macchiare questa terra di sangue innocente, e senza neppure capovolgere l’ordine costituito. A questa unità concreta non mancarono di volgere la propria attenzione anche il Pontefice Pio IX e lo stesso Re di Napoli, Ferdinando II, ma che da subito compresero che l’idea del governo piemontese e dei Savoia, ormai anche invisi di massoneria, non era tanto quella di unificare idealmente il popolo italico sui valori e sulle tradizioni comuni, ma sostanzialmente di allargare i propri confini, e annettere al proprio potere e ai propri interessi le terre e le casse delle altre nazioni italiche.

In questa visione di conquista, si doveva dunque abbattere ogni verità che contrastava con il progetto liberista-massone del Piemonte, e lo si doveva fare con ogni mezzo possibile, attraverso la calunnia e la violenza, lo stupro e l’assassinio, la falsità e la corruzione. La rivoluzione non può avere scrupoli, perché, così come viene identificato nel Nuovo Vocabolario Filosofico-Democratico, il patriota rivoluzionario deve essere l’uomo che non ha alcun ribrezzo per l’iniquità. Non si può essere quindi un buon patriota senza essere ateo, un traditore del proprio legittimo Sovrano, della sua vera Patria, del proprio Padre, dei concittadini, di Dio, religione, costumi, sane massime, e che solamente chi ha questa capacità di porsi fuori dagli ideali antichi può avere cariche nella patria repubblicana.

Questo nuovo patriottismo andava dunque a sostituirsi a quello antico e realista del passato. Una minoranza massone, la nuova borghesia, che credeva di essere illuminata, voleva sostituire con le sue nuove filosofie e il suo credo ideologico,  il realismo, l’identità e la fede della maggioranza, che vedeva con un colpo di mano cambiare il corso della propria storia.

In particolare il Regno delle Due Sicilie, considerato il Regno per antonomasia, antico da secoli, e che si estendeva in oltre la metà della penisola, divenne l’obiettivo di questa rivoluzione, perché abbattere il Regno significava abbattere quell’ideale che da sempre era stato la sua prerogativa: trono ed altare!

Si iniziò ben presto, con una propaganda empia e continua, a minare le basi di questo Regno. Forse non mancarono incapacità da parte del regnante e del governo napoletano di comprendere il difficile momento che si attraversava, quindi la necessità di creare alleanze e di inserirsi nei dibattiti di quel tempo, per salvaguardare l’indipendenza e la libertà del Regno. Il restare estranei e perfettamente neutrali a tutto quello che stava accadendo, facendo come propria la  massima "amici di tutti, nemici con nessuno", ci si è poi ritrovati ad avere "tanti amici, nessun amico", rimanendo isolati e indifesi di fronte ad una potenza agguerrita che ormai governava il mondo, appunto la massoneria, e indeboliti di fronte alle armi della mistificazione, che andavano ormai sostituendo la galanteria e l’onestà politica.

 

Il primo atto per minare l’antico Regno fu quello della calunnia, che Rossini canta nel suo barbiere di Siviglia, come il lieve venticello che pian piano e sottovoce va sibilando, portando nelle orecchie, nella testa e nel cervello della gente la sua arietta, all’inizio lieve e gentile, ma poi diventa tempestosa ed esplosiva, fino a portare il meschino calunniato a crollare sotto il peso della maldicenza e della bugia.

La calunnia, quest’antichissima arte della mistificazione, usata persino da quei giudei che fecero crocifiggere il Cristo, che diventa la nuova arma di questi illuminati maestri del nuovo tempo, che partendo da un detto ormai famoso: “calomniez, calomniez, il en restera toujours quelque chose”, “calunniate, calunniate che ne resterà senz’altro qualcosa”, citazione che molti vogliono attribuire a Voltaire, oppure a Jean-Jacques Rousseau, o ancora a Beaumarchais, chi addirittura ai gesuiti, e che trova invece la sua paternità nel filosofo inglese Francesco Bacone (1561-1626), diventa realmente la vergognosa scintilla, che permetterà quella congiura che portò al crollo del Regno delle Due Sicilie, e che tutt’ora continua ad essere ispiratrice ai mistificatori attuali, che ancora vogliono degradare e depredare la dignità del Sud.

E questa calunnia, caso strano, partì da un’altro inglese, lord Gladstone, che senza aver mai conosciuto da vicino la situazione del Regno Napoletano, ma per puro spirito di rivalsa, influenzato solamente da una propaganda pregiudiziale e falsa antiborbonica, facendo sue le falsità di quei pochi intellettuali napoletani, da sempre lontani dal regno, dalla propria gente, e senza alcuna conoscenza reale della loro terra, indicò ingiustamente la monarchia napoletana come “negazione di Dio”, un luogo comune che ancora oggi “fa ingrassare” i detrattori del popolo meridionale e dei Borbone. Tutt’altra invece la verità, che noi meridionali dobbiamo ricercare e fare nostra, una verità ancora nascosta negli archivi e nella memoria storica, che i vincitori ci hanno voluto nascondere e far disconoscere. La monarchia napoletana non fu quella negazione che si vuol far credere, e tanto meno il Regno delle Due Sicilie quella Nazione arretrata e retrograde di cui falsamente si parla, ma una identità e realtà storica, culturale, sociale, ideale, economica ben definita e concreta, come tanti autori antichi e presenti notano, e tanto meno fu un territorio sempre succube di dominazioni straniere, ma una vera e indipendente Nazione sin dal 1130, quando, come lo stesso Benedetto Croce scrive nell’introduzione al suo libro “storia del Regno di Napoli”, divenne monarchia civile, fondata da Ruggiero II, conservata e rassodata dai successori, innalzata al sommo fastigio della gloria da Federico svevo: uno stato moderno, in cui il baronaggio era contenuto in istretti confini, ai popoli si garantiva libertà e giustizia, la mente del sovrano, rischiarata da nobili concetti morali e politici, regolava il tutto, avvalendosi degli uomini capaci dovunque li trovasse e promovendo benessere e cultura; uno stato, che affermava tutt'intorno la sua potenza[….].

Come altra è la verità su quella guerra assurda e senza dichiarazione, che fu quella contro il Regno delle Due Sicilie da parte del Piemonte, guerra che fu preludio di altre guerre ingiuste e sanguinose, fatte nel tempo e volute  solamente per l’ambizione e l’avidità di politici corrotti e dei Savoia.

Altra  ancora è la verità sulla questione meridionale, nata subito dopo l’unità, conseguenza del divario economico e sociale creato tra nord e sud, creato per il saccheggio continuo delle casse meridionali: il banco di Sicilia e il banco di Napoli; per la disindustrializzazione del sud e l’aumento della disoccupazione, per le continue e aumentate tasse imposte ai popoli del sud a favore del Piemonte.

Come diversa è la verità sull’insorgenza del popolo meridionale, che tenne testa per oltre dieci anni al conquistatore piemontese, e che fu bollato del nome di brigantaggio, perché sarebbe stata una verità scomoda ammettere che quella fosse la legittima ribellione di un popolo oppresso, che lottava per la propria Patria, il proprio Re, la propria Fede; insorgenza che fu vinta solamente con un intervento di forza, circa 122.000 soldati  venuti dal nord, e con il massacro di migliaia di uomini e donne, giovani e vecchi, persino bambini, lo stupro di donne e ragazze appena adolescenti da parte delle truppe occupanti e la distruzione totale di decine e decine di paesi, cosicché lo stesso Antonio Gramsci nel 1920 su Ordine Nuovo, rammentando questi eventi vergognosi, aveva scritto: "Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l´Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti".

Come la deportazione in massa di ex-soldati napoletani, che non vollero giurare fedeltà ad un re straniero, e furono portati a morire di freddo e di stento nei lager piemontesi di Fenestrelle o di San Maurizio, dove per nasconderne le tracce i corpi venivano  bruciati nella calce viva, migliaia di soldati ai quali è stata negata finanche la sepoltura e un monumento. Ha avuto ragione il grande scrittore  Carlo Alianello quando ha scritto, che qui, in Italia, si è saputo fare ben peggio di ciò che si è poi fatto altrove, ma la cosa più vergognosa e che lo si è nascosto allora e lo si vuole ancora tenere nascosto dopo 150 anni di bugie.

Come diversa è la verità sull’emigrazione, fenomeno che il sud ha conosciuto solamente dopo l’unità; e la verità su quelle due potenze ormai parastatali, che sono mafia e camorra, e che non sono, come ci hanno voluto far credere e si vuole ancora far credere, un male endemico del sud, ma  che esse hanno avuto maggior consistenza e forza proprio da questo nuovo stato che nasceva, e che già portava in sé la cultura della morte di ogni coscienza, della dignità e della giustizia.

Ecco la verità che noi dobbiamo sforzarci sempre più di riscoprire, una verità che ogni uomo o donna  o giovane o ragazzo del Sud deve ritrovare, una verità che  se ancora ci è negata e nascosta, tanto più in questa circostanza, che avrebbe potuto permettere una vera riconciliazione tra presente e passato, noi dobbiamo pretendere, tanto più se i politici, gli intellettuali e gli artisti prezzolati continuano a raccontare noiosamente le solite retoriche sul risorgimento, coscienti che la verità della nostra storia ci farà liberi, e che se ritroveremo questa verità, nessuna forza negativa o violenza potrà mai sostituire la nostra identità, onestà e libertà, nessuna forza oscura potrà manovrare il nostro futuro, il nostro impegno di riappropriazione della memoria, della dignità e dei nostri valori… Abbiamo il dovere di farlo, come lo stesso Papa Benedetto XVI ci insegna attraverso un discorso fatto al popolo portoghese, perché “un popolo, che smette di sapere quale sia la propria verità, finisce perduto nei labirinti del tempo e della storia, privo di valori chiaramente definiti e senza grandi scopi chiaramente enunciati”.

        

Non permettiamo più che calpestino la nostra memoria e la nostra storia. Noi non neghiamo “l’Unità”, tanto più in un mondo che va sempre più verso la globalizzazione e l’unità dei popoli, ma questa unità non può continuare a mantenersi sulla bugia e l’ingiustizia, sui miti e le mistificazioni del passato, e ancor più non si può conservare una unità costruita non sulla cultura della vita, cioè nel rispetto della concretezza e dell’identità morale, spirituale e culturale di ciascun individuo o popolo. Non si può mantenere questa malaunità, impedendoci di conoscere la verità.

La vera unità va costruita facendo giustizia alla verità.

Non si può quindi celebrare come festa il 150° dell’unità d’Italia se non c’è questa necessaria e concreta revisione della storia risorgimentale, se non saranno abbattuti i miti che falsamente mantengono questa casa costruita sulla sabbia, se non sarà fatta giustizia al popolo delle Due Sicilie, se non sarà data una concreta e reale identità a questo popolo che vaga nelle tenebre.

                                                          Massimo  Cuofano

                

 
 
 

Questa è Gaeta!

Post n°58 pubblicato il 14 Febbraio 2011 da massimo.c58
 
Tag: gaeta
Foto di massimo.c58

Il 13 febbraio si è commemorato il ricordo della tragica presa di Gaeta da parte del criminale Cialdini e dell'esercito piemontese, un pensiero a quella gloriosa città, sacrario della nostra memoria, agli eroici sovrani Francesco II e Maria Sofia, ai giovani cadetti della Nunziatella, ai soldati e al popolo che con grande amore difesero la nostra patria napoletana e lo'indipendenza delle Due Sicilie.... certi che la memoria farà rinascere la dignità e che la verità ci renderà pienamente liberi!

 

 

 
 
 
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Un blog di: massimo.c58
Data di creazione: 09/12/2007
 

UN AVVISO PER I VISITATORI DEL BLOG

Per avere un quadro più completo delle tematiche affrontate in questo blog vi consiglio di leggere i diversi post, i vari box  e di vedere i video inseriti, dove tratto sulla storia e le vicende del Regno delle Due Sicilie, della sua arbitraria occupazione e sulle vicende nere del risorgimento italiano.

Inoltre chi desidera saperne di più può visitare i seguenti siti web

Reale Casa dei Borbone delle Due Sicilie

 Associazione dei neoborbonici

Casa editrice Il Giglio

o ad  altri link che ho inserito nella lista apposita

e raccomando l'iscrizione alla Rete di Informazione delle Due Sicilie, diretta da Alessandro Romano, per farlo basta inviare una mail a 

 alessandro.romano19@tin.it  

 

UNA PROPOSTA PER TE

Se ami questa nostra terra e ti senti figlio di questa Nazione e vuoi veramente riprendere la tua identità storica, allora è necessario che tu ti informa.... vengo a proporti, oltre i libri che di tanto in tanto inserisco, di abbonarti alle seguenti riviste:

L'Alfiere, Pubblicazione Napoletana Tradizionalista, fondata nel 1960 da Silvio Vitale. Esce ogni quattro mesi, 24 pagine. Per sottoscrivere l'abbonamento o per richiedere gli arretrati disponibili, scrivete ad Edoardo Vitale: edoardo.vitale@tele2.it

visitate il sito:   http://www.lalfiere.it/ 

Per sottoscrivere un abbonamento annuo alla rivista Nazione Napoletana, tiratura quadrimestrale, basta versare 10 € sul CCP N° 31972805, intestato a Gabriele Marzocco, corso Chiaiano 28 - 80145 Napoli - Na.

  http://www.nazionenapulitana.org

        

Due Sicilie, periodico per l'indipendenza dei Popoli delle Due Sicilie, diretto da Antonio Pagano.

Si pubblica ogni due mesi, quaranta pagine a colori. 

Per informazioni: anpagano@alice.it oppure due.sicilie@alice.it

    

Riscossa Meridionale, organo del Movimento Politico "Terra e Libertà"

www.terraelibertasud.it

  

 mensile “Il Nuovo Sud” periodico  di opinione  ilnuovosud@libero.it

 

ANDIAMO A LEGGERE CHI SONO I SAVOIA

 

Lo stato italiano (leggasi piemontese) è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'italia meridionale e le isole uccidendo, crocifiggendo, squartando vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti (Antonio Gramsci)

Antonio Ciano: 

I SAVOIA E IL MASSACRO DEL SUD Editore Grandmelò( Prefazione di Lucio Barone )

Davanti alla perseverante politica antimeridionale  l'autore, senza peli sulla lingua, stila un atto d'accusa forte e determinato nei confronti delle classi dirigenti passate e presenti.

Il fraseggio è volutamente pesante  come a significare che la pazienza è finita e che non è più tempo di plagi, di arrotondamenti, di bugie artatamente costruite ai fini della mistificazione più becera della verità che è e resta sacra in quanto tale.

Il lettore potrà in un primo momento risentirsi per gli epiteti indirizzati alla volta degli "assassini" del Sud, ma proseguendo nella lettura si accorgerà che essi sono utili ad esternare lo stato d'animo dell'autore che desidera sopra ogni cosa risvegliare l'orgoglio dei meridionali per  troppo tempo oppressi da una montagna di falsità.  

Non ci sono dubbi. L'inizio dei guai economici del meridione è da ricondurre al momento della cruenta conquista da parte del Piemonte, così come la condizione di continuo sbando delle popolazioni del Sud è frutto di una gestione discriminante dei governi unitari che si sono succeduti dal 1861 al giorno d'oggi.

Antonio Ciano racconta gli eventi della barbara conquista savoiarda rimarcando più e più volte le figure dei cosiddetti "eroi nazionali", cui sono state dedicate strade e piazze in tutt' Italia, evidenziandone la crudeltà e la ferocia con la quale essi  hanno spento nel sangue tutti i tentativi di insorgenza che vanno dal 1861 al 1870.

Per l'autore il tempo della menzogna è finito, la coscienza del Sud riemerge giorno dopo giorno e per i criminali di guerra piemontesi sta giungendo il giorno del giudizio.

La convinzione più che la speranza è che, in concomitanza con il recupero della verità storica, le popolazioni del Sud potranno finalmente riscattare l'autonomia, l'autodeterminazione, la libertà.      

 

Le Loro Altezze Reali

i Principi Carlo e Camilla di Borbone delle Due Sicilie,

Duca e Duchessa di Castro

 

 

 

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OMAGGIO AI RE DELLE DUE SICILIE

                         

 

 ONORE AI NOSTRI

AUGUSTI SOVRANI

ONORE AI RE E ALLE REGINE

 DI BORBONE

 DELLE DUE SICILIE

 

    sempre nei nostri cuori

 

AI DIFENSORI DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

Ormai tutti sanno che l'occupazione del Regno di Napoli fu un sorpruso da parte del Piemonte, che attraverso intrighi politici e la complicità della massoneria, corrompendo ufficiali e ministri e provocando scontri interni attraverso la collaborazione di mafiosi e camorristi, con lo sbarco dei mille iniziò l'usurpazione della nostra terra. Ma contro quest'usurpazione lottarono fino alla fine gli eroici soldati del Regno, il popolo duosiciliano,  uomini e donne che furono poi chiamati briganti, ma che si opposero a quest'ingiustizia. Con questi,  quegli eroici soldati del Volturno, e quelli che insieme ai  cittadini di Gaeta, di Civitella del Tronto e di Messina,  co il loro  Re Francesco II e la Regina Maria Sofia, continuarono a lottare per il Regno e la libertà.

         Onore  agli eroici

        difensori del Regno

         delle Due Sicilie

        

I libri che parlano dei nostri eroi:

       

AA. VV.  La difesa del Regno

Gaeta  Messina  Civitella del TrontoEd. Il Giglio

         

Non mi arrendo. Romanzo storico.

Da Gaeta a Civitella, l'eroica difesa del Regno delle Due Sicilie.

Gianandrea De Antonellis  Editore Contro Corrente