Creato da messaggeria.normale il 05/08/2008

ancora pezzettini

Quasi una pizza margherita... ma senza pomodoro

 

 

Mi Manco

Post n°543 pubblicato il 05 Settembre 2012 da messaggeria.normale
 

"Mi manchi" mi ha scritto il caro Belfone.
L'ha scritto proprio qui, in questo posto dove ho le mani piene di pioggia, dove le mie guance sono ciliegie e tu te ne vai sempre con un pezzettino nella bocca.
"Mi manchi", mi ha scritto il caro amico.
E l'ha scritto proprio qui, dove divento esperta tessitrice e mi tramo ragnatele di parole per perdermi dentro.
E ah! che bello.
Com'è facile qui fermare il tempo e guardare tutto con gli occhi appena nati. Ah com'è bello qui, dove le onomatopee bastano per dire esattamente quello che voglio dire.
"Mi manchi", mi ha scritto il generoso Belfone e l'ha scritto proprio qui, dove respiro eccome! quando l'aria sembra poca oppure esagerata.
Qui, dove spesso sono io ma non tanto a volte sono io pure troppo e quasi sempre sono io ebbene sì.
"Mi manchi" mi scrive con dolcezza perché so che c'è dolcezza in quel suo lento schiacciare di tastiera.
Sappi che pure io mi manco, caro Belf. Mi manca questa che sono in questo posto.
Ma prima o poi doveva succedere di dover guardare in faccia la realtà e diventare un po' adulta (solo un po', del tutto non ci riesco).
Questo posto è stato a lungo la mia Torre d'avorio ma non posso più sfuggire a certi fatti.
Nulla di straordinario, nulla che non succeda a tutti.
Solo e soltanto la vita.
Ma cavolo, non è per niente facile imparare che non possiamo cambiar posto con chi amiamo o che non sappiamo come cavolo far meno doloroso il suo dolore.
E già, son troppi cavoli ma il vegetarianismo va di moda e chissà se non sono anche un tanto snob.
E no. Non è per niente facile e a volte non so più come si fa.
A volte non ho più voglia e a volte mi sembra che solo faccio finta di aver voglia.
Ma poi mi passa. Mi passa presto.
Sono stanca, vero.
Il corpo pure, ma è sopprattuto la testolina ad essere molto molto stanca.
Purtroppo il cervello non ha l'interruttore e se c'è l'ha, mi sa che non funziona a volontà.
Peccato, perché di quando in quando sono davvero stufa di tutte queste zanzare feroci che zac zac e le farfalle che sip sip e la continua accetta che gnac gnac.
Ma un po' si silenzio, no? Ebbene no, almeno in questo periodo no.
Sintetizzando, ho un po' di cose da sistemare. Anche in me stessa (dentro e fuori).
Ho un po' di cose da imparare e un po' di cose da accettare.
...
Qui mi sono fermata (non ancora per controllare la ortografia ma solo per rileggere).
Uff... e sì lo so, una vera e propria noia, scusatemi. Anzi, scusami belfone. Avrei voluto far di meglio, ma...
E sì...una lunga lunga lamentela...
...
Ri rileggo
Devo dire che anche se sembra un lamento non lo è pero'.
Vabbe' lo so, ho uno strano modo di "non lamentarmi" io. Abbiate pazienza, sono straniera, anzi, magari lo sono sempre stata.
Pure a casa mia e forse anche dentro di me. Sempre straniera.
Ormai non più. È tempo di rimboccarmi le maniche.
Hasta la vista, baby!
(che sia magari una minaccia di ritorno? Non lo so, ho cose da sistemare, cose da accettare...)

Grazie Belfone, ti voglio molto bene.

 
 
 

Certi click

Post n°542 pubblicato il 24 Aprile 2012 da messaggeria.normale
 


Amanda, gli occhi socchiusi annusava il blu del mare.

A spettinarle i capelli c'era un venticello perfetto. Tanto perfetto che si sarebbe detto uscito da un romanzo dell'ottocento.

Amanda, gli occhi socchiusi, si guardava il piede destro.

Lo guardava come se non fosse suo. Un piede di chissà chi incollato alla sua caviglia.

Disegnava un circolo. Oppure una ellisse. Non era mai stata brava in geometria.

Il piede girava sulla sabbia nel senso contrario alle lancette dell'orologio ma il tempo non tornava indietro.

Amanda, gli occhi socchiusi, allargò il suo sguardo cagnolino e lo sciolse dalla catena.

Lo lasciò girovagare.

Lo sguardo si fermò a caso su un pezzettino di spiaggia e Amanda fece zoom per veder meglio.

Amanda, gli occhi sempre socchiusi, sbirciava quel pezzettino di realtà che aveva inquadrato. Come una fotografia battente.


Il venticello perfetto le spettinava ancora i capelli e lei annusava ancora l'odore blu del mare.

Dopo un po' dentro gli occhi trovò senza cercarla, un'altra foto.

Un po' simile ma tanto diversa e tanto lontana di quella scena che osservava.

...una bimba in bianco e nero che sogna chissà quali colori.

...un babbo giovane e sicuro.

...il mare, sempre lo stesso e sempre altro. come il vento.

...uno sguardo amorevole dietro il mirino che fa click per fermare il tempo e con quel click il tempo lo ha fermato.


Lenta, Amanda intasca il suo sguardo, raduna il suo pensiero e fissa quel piede destro che gira sulla sabbia nel senso contrario alle lancette dell'orologio.

Il tempo, per un attimo, è tornato indietro.


Grazie alla ellina e la sua foto, che mi ha fatto non solo tornare indietro nel tempo, ma anche venir la voglia di scribacchiare un po'.

 
 
 

Grazie

Post n°541 pubblicato il 06 Aprile 2012 da messaggeria.normale

 

(Doveroso) Riassunto puntate precedenti.

(Qualche parola, solo perché anche se spesso sento di essere invisibile me ne accorgo di non esserlo.

Qualche parola perché so di essere ingiusta con chi aldilà di quanto possa stupidamente fare io per non essere benvoluta, ha deciso di volermi ancora un po' bene).

E allora provo a dire.

Da un po' non mi dimentico quasi mai di innaffiare le piante. Le piante ricambiano questo piccolo gesto donandomi verde in quantità e pezzettini di rosso e rossa e bianco e viola.

Gli occhi ogni tanto mi danno fastidio, è inevitabile. Ma non come prima, non come tempo fa quando erano diventati ferocemente ribelli e un po' nemici. Adesso sembra che abbiamo fatto pace.

E poi ci sono i miei. Anzi, prima di tutto ci sono i miei.

Sento che mi si scappano tra le dita.

Li sento fragili. Ogni giorno diventano più fragili, e io con loro.

Mia mamma è stanca e spesso non ha voglia. Lo so, lo sento. E ho paura.

E mio padre... che dire, mi manca l'uomo sicuro e sveglio che è sempre stato. Spesso guarda il mondo con gli occhi grandi, come se fosse lontano. Ed è lontano.  Non mi abituo ancora a questo uomo che si dimentica le cose, a volte anche quelle più minime e scontate e che ha paura.

Ho paura anch'io, tanta paura.

Il mio pensiero si trova quasi tutto il tempo  rivolto su di loro. Come se il mio pensiero potessi cullarli e proteggerli. Come se pensarli con forza fosse un modo per tenerli stretti stretti.

Rileggo un po' a rallento le frasi che ho scribacchiato.

Ho  scritto un paio di volte la parola "tempo", ma tutto somato sono un orologio fermo. Ho poca voglia di darmi la corda oppure solo me ne dimentico, come di altre tante cose, ultimamente.

I giorni a volte mi trovano un po' male.

Ogni tanto quasi quasi bene.

Spesso però,  i giorni decisamente non mi trovano.

Spesso non so dove sono e non so dove appartengo.

Solo esisto e se devo proprio dirlo, mi  sento persa e spopolata.

Una belva respirando dentro un labirinto.

Il labirinto come immagine letteraria mi è sempre sembrato molto pregno. Ma ora no. Perché in questo labirinto del filo d'Ariadna non spunta neanche una minuscola a.

In questo labirinto manca l'aria e i muri sono deserti. Nessun sogno disegnato a matita, nessuna voglia appesa. 

So che questo silenzio che dura ormai da mesi, non è molto giusto con le persone che, chissà per quale strano motivo (e me lo domando veramente), mi vogliono bene, ma ad altro non ci riesco. Il silenzio mi protegge. Me ne nascondo dentro come in una fortezza. A volte funziona. Altre volte invece no.

Non so, è come se avessi il cuore spento spento spento che più spento non si può.

Leggo il dolore e la gioia di qualche amico e questo dolore e questa gioia la sento e la capisco, ma non riesco a fronteggiare la tastiera. Non so cosa dire. Neanche un piccolo "ciao" per far capire che il dolore e la gioia la sento e la capisco. Mi odio davvero per questo egoismo. Non è di certo indifferenza, anche se a volte può sembrare. È solo che non so fare altro in questo tempo.

A volte, come una favilla, appare  un qualcosa come una voglia di scrivere, di dire, di giocar con le parole, ma passa troppo presto. Non dura neanche il brevissimo attimo di prendere la penna o aprire un nuovo file word.

Tutto mi sembra assai inutile, vano, inadeguato.

Che dire, per molto tempo non ho potuto nemmeno scrivere queste righe sfilacciate, perché quel che abbiamo dentro, nel bene e nel male, diventa tondo e palpabile e reale e toccabile quando viene detto e io, come mi capita spesso, non ho la forza di guardare in faccia la realtà. Preferisco ammutolirla, come tutto fosse un incubo che svanisce appena il sole ti bacia gli occhi e tu ti svegli.

Solo che il sole mi bacia gli occhi e non mi sveglio.

Oppure il sole mi bacia gli occhi e mi sveglio essendo sempre e comunque questa persona che sono e che non mi piace.

Tutte le persone hanno il loro dolore e le loro paure e io sto solo guardandomi l'ombelico. È troppo egoista questo attegiamento, lo so. Ma qui e adesso, altro non posso.

Un tempo canticchiavo "il meglio deve ancora venire" ma adesso non più.

In questi giorni Liga mi lecca le ferite col suo "ci pensa la vita va bene così".

Ma, a dire il vero, non so se così va veramente bene.

Anzi, credo che così non va per niente bene.

Intanto, magari la Pasqua sia un buon tempo per ricominciare a sentire, come sentivo prima, che il meglio deve ancora venire.

Serena Pasqua e di cuore, grazie (anche se un cuore spento ringrazia in modo poco adatto).

 
 
 

semper

Post n°540 pubblicato il 29 Agosto 2011 da messaggeria.normale
 

 

Ah quella parola tonda che non sapeva mai come tutte le altre...

Per lei,

"sempre"

era una parola che aveva una concretezza unica, un suono rassicurante.

Era una parola famigliare, casereccia. Odorava di pane o di caffè.


"Sempre"

Ah quella parola breve e facile che lei comunque non diceva quasi mai.

Non che gli si scompigliassero le labbra nel voler dirla, no.

"Sempre" era una parola comoda, dicibile.

Ma lei ogni volta che aveva la tentazione di pronunciarla, la nascondeva invece nella bocca anzi, nella voce.

E così risparmiava tutti i suoi "sempre" ma non per tirchieria.

Quando lui aveva bisogno di concretezza e di pane e di caffè,

quando lui era un cavaliere stanco e disilluso, un sofferente paladino tradito dal suo re,

quando si sentiva piccolo piccolo, piccolo boscaiolo di latta,

allora lei spendeva volentieri tutti i "sempre" che aveva risparmiato.

Sempre sempre sempre sempre lo diceva in un bacio assoluto che anche se finiva sempre sempre sempre sempre troppo presto, durava comunque per sempre sempre sempre sempre.

 

 
 
 

G

Post n°539 pubblicato il 23 Agosto 2011 da messaggeria.normale
 

Qualche parola,

tentando la sveglia...

Anche se io la sveglia la spegno sempre...

 
 
 

Ogni tanto

Post n°538 pubblicato il 03 Agosto 2011 da messaggeria.normale
 


Ogni tanto faccio questo sogno strano:

sono in cucina che impasto un bacio alla cannella.

È notte fonda ed io impasto.

Impasto un bacio talmente malfatto che non sembra quasi un bacio.

Sembra altro, non so cosa.

Sarà forse che non lo impasto per te, che odi la cannella e quindi non mi impegno.

Sarà forse che lo impasto per te, che ami la cannella e quindi mi impegno troppo e non mi riesce.

È un bacio tutto storto. Non ha la forma adatta, non ha il profumo giusto.

Un po' delusa me lo metto in tasca e mi faccio un caffé.
(Il caffé, per fortuna, sa di vero caffé anche se ha un sapore un po' troppo smisurato).
Mi affaccio alla finestra e guardo il cielo.
Stelle: zero.
Buio: ovunque.
Ho il bacio malfatto in tasca e senza manco rifflettere, lo lancio nell'aria come un palloncino viola che comunque non vola, ma si scioglie in una pioggia di lucciole.

Io sorrido e me ne vado a letto ma non dormo, perché chi dorme mai doppo un caffé?

Sì, è strano questo sogno che ogni tanto faccio.

Ma il mattino mi alzo,

stranamente,

quasi viva.


Valentina Einaudi "Chi nun sugna stranu nun sa sugnare",

Feltrinelli, 3333,P.0


Lo so che il mio blog sembra un po' morto, ultimamente.

Mi piace pero' pensare che dentro, qualcosa batte ancora.

A volte, io e questo mio blog assurdo e abbastanza noioso, ci assomigliamo parecchio...


La musica (Montagne verdi - Chitarra)

 
 
 

La lingua del buon Dante


Erano poche le persone a frequentare quel corso d'italiano per stranieri nelle vicinanze di piazza Solferino.

Un paio d'anime affamate di parole benedette tra cui la signora Ippolitakis era senza dubbio la più famelica.

Era arrivata in Italia non si sapeva da dove e non si sapeva da quanto.

Anzi, nessuno sapeva perché la chiamavano "signora".

Nel dito non c'era la fede e nessuno avrebbe mai potuto confermare esattamente la sua età.

Anche se tra gli altri studenti ogni tanto se ne discuteva,

(Trenta? Cinquanta? Dodici? Centomila?),

neanche uno aveva mai osato domandarne.

Perché certe domande, si sa, non devono mai essere fate. E va bene così.

La signora Ippolitakis arrivava col quaderno e la matita e si sedeva silente nel primo banco. Per assorbire tutte le parole e non smarrire nessuna, che tutte erano pecore bianche per lei, anche le più nere parole della lingua.

Ah la signora Ippolitakis, la studente più accanita della città.

Era successo che una volta,

molto o poco tempo fa ( questo dettaglio non si sa),

l'avevano raccontato di una città triste.

E forse per quel motivo l'aveva scelta. La tristezza non le era un peccato sconosciuto.

Oppure solo aveva scelto di non scegliere e dopo un paio di voli di finta farfalla, il suo dito insicuro si era posato in un punto preciso su un vecchio mappamondo.

Torino.

Un paio di centimetri più all'ovest e adesso la signora Ippolitakis si scioglierebbe in un appiccicoso "oui" francese.

Un paio di centimetri in giù e la signora Ippolitakis cercherebbe di ripetere il succoso suono di un "shucron".

Ma Torino fu.

Una città malinconia e un po' grigia che senza dubbio le donava e dove ogni giorno si innamorava della lingua musicale del buon Dante.

Il professore scriveva con lentezza a stampatello ed in maiuscolo sulla lavagnetta verde.

ASSAGGIARE

E pronunciava la parola con cura, come se lo facesse per la prima volta, assaporando ogni sillaba. Sorprendendosi ancora, malgrado l'abitudine.

ASSAGGIARE

"Cosa vi viene in mente"?

"Cioccolato", disse subito la signora Ippolitakis.

E gli occhi le brillavano, scuri come il cacao.

"Parola" sussultò,  ma un po' si vergognò del suo intervento.

"Assssssaggggggiare", si sforzava, anzi, si deliziava la signora Ippolitakis chiudendo gli occhi.

"Mandarino"

"Labbra"

"Lo sguardo di un marinaio che torna a casa dopo secoli di non esserci"

"Amore e Psiche di Canova"

"Taormina"

"Tuffo nelle tue braccia",

esplodeva la signora Ippolitakis dimenticando che intorno gli altri studenti la guardavano, un po' beffardi.

"Ciliegie"

"Le rovine di Volubilis"

 "Vento colmo di profumo di lavanda",

non si fermava la signora Ippolitakis,

come se non sapesse cosa fosse un ancora,

come se non sapesse che di mongolfiere.


(Certi giorni, la signora Ippolitakis vorrebbe che la sua classe d'italiano non finisse mai.)


Valentina Einaudi,"La signora Ippolitakis impara ad assaggiare", Feltrinelli, 503 ac p.45.


La musica (Variazioni Goldberg - Glenn Gould)

La voglia di scrivere non è quella di altri tempi.

Anzi, spesso la voglia in generale non è che un ricordo sgualcito.

Il vuoto per adesso resta solo vuoto, perché nemmeno le parole...

Passerà, si spera...

 
 
 

stand by me

Post n°536 pubblicato il 28 Giugno 2011 da messaggeria.normale
 


Spesso,

anche se non tanto ultimamente,

si perdeva in labirinti senza muri.

Strani labirinti, penserà qualcuno.

Ma lei spesso,

anche se non tanto ultimamente,

si perdeva nel nulla delle troppe cose inutili.

Pacatamente si annientava.

A volte gli occhi vuoti, a volte gli occhi ciechi.

Spesso,

anche se non tanto ultimamente,

gli occhi decisamente morti.

Peccato, penserà qualcuno.

Ma lei spesso,

anche se un po' meno spesso ultimamente,

non voleva neanche annusare il vento e respirare.

E se per caso nel grigiore del silenzio si affacciava sperduta una parola, la spegneva con una mossa lieve.

Senza nemmeno una onomatopea, senza un minimo click,

la cancellava.

Un po' la allontanava come chi allontana una farfalla perché non può gestire il suo colore.

Un po' la allontanava come chi è solo stanco e non ha voglia.

Passerà, penserà qualcuno saggiamente.

Passerà, pensa anche lei e fa il gesto di offrir briciole ad un lontano passerotto. Vuole semplicemente tenersi stretto il ritornello che ha trovato oggi, per non smarrirsi.


Valentina Einaudi, "Certi giorni un ritornello non è solo un ritornello", Feltrinelli, 2011.


La musica (Tracy Chapman - Stand by me)

 
 
 

alibi a scala

Post n°535 pubblicato il 18 Giugno 2011 da messaggeria.normale
 


E allora saliva sulle scale o si sdraiava su finti cespugli di plastica.

Alibi, scuse.

Fogli ovunque. Come d'autunno.

La scelta di dire e dirsi in una lingua non sua.

Un po' (solo un po' ma è giusto dirlo), aveva l'arte di scarabocchiare parole senza senso.

Evasione, solo evasione che comunque non sempre funzionava.

Sogni a mezzo sognare, pezzi disordinati di film, scatti.

Qualche viaggio. Molti silenzi.

Attenuanti.

Saliva su scale malamente merlettate o si coricava sul morbido pavimento blu di un divano quasi grigio.

Lenti d'ingrandimento e cannocchiali ma anche microscopi.

Guardare il mondo apertamente negli occhi non era un compito facile e quindi alibi cioè scuse. Inventi. Anzi, un po' bugie.

Quando le scale non erano a portata di mano e tutti i materassi diventavano posti troppo lontani,

allora chiudeva gli occhi per non guardare in faccia il tempo e la sua vita.

Chiudeva gli occhi come adesso,

che ha gli occhi spenti da un bel po'.


Valentina Einaudi, "La donna che amava le scale ma non disprezzava il pavimento", Feltrinelli 2098 p.1 in alto a sinistra.

La musica (Stairway to Heaven on Harp)

 
 
 

Szock

Post n°534 pubblicato il 23 Maggio 2011 da messaggeria.normale
 


La prima coltellata mi arrivò da un 18enne dei capelli col gel e gli occhi ben Hard Rock.

Prevedibile.

Sentì l'acciaio stracciare la mia pelle mentre lui sorrideva sereno come chi ha fatto la cosa più normale, anzi, la cosa più corretta.

Feci finta di niente e anche se zoppicante e imbambolata, andai avanti.

Perché col tempo a certe lame ci si abitua.


La seconda coltellata invece, fu una bastonata inattesa.

Mi raggiunse veloce ed efficace da un uomo nel mezzo del cammin della sua vita.

A tratti un po' calvo a tratti no, portava il malandrino gli occhi alla Pink Floyd ma non cantava.

La pugnalata mi lacerò la carne con la feroce precisione di chi sa.

Intravidi in lui un briciolo di nefanda cattiveria. Oppur la immaginai, non sono certa.

Il dolore fu veramente devastante.

Disgraziato!

Annebbiata più di Londra in un giorno di bruma fitta e folta, dondolavo don don, ma mi muovevo. Son tosta a volte.


Per ultimo, un anziano.

E allora sì, sono alla frutta, mi dissi con tristezza a bassa voce. Se pure gli anziani addirittura...

Era un bel 90enne, la lingua identica alla testa.

Voglio dire senza pelli entrambe, testa e lingua. Lo sguardo alla Gardel, che è sempre moda.

Ah! dannato vecchietto, ah! maledetto.

Szock szock szock!

Fu la peggiore. Questa fu davvero la più dura. Assolutamente imprevista, fulminea, inopinata.

Ed io...

Ed io che mi sentivo fuori dal tempo in questo tempo!

Una sensuale tartaruga,

un ippopotamo di miele,

un aquilone!

Ed io che mi sentivo aria,

una bimba,

quasi una farfalla...

Ma mo vi dico,

se in questa benedetta città dove a tutti dan del tu,

non smettono di chiamarmi "Signora" a destra e manca,

se gli ingrati non desistono, oh vigliacchi!,

uno di questi giorni,

ve lo assicuro,

mando tutti fantubo e me ne vado in beata depressione!

Ah questa Buenos Aires dell'aria poco buona mi diventa ultimamente

una selva nettamente oscura.

Ma anche no,

perché ogni tanto,

tutto decisamente me ne frega!

la musichetta (The Sting)

 
 
 

Ha un modo semplice d'amare, la signora Ippolitakis

Post n°533 pubblicato il 11 Maggio 2011 da messaggeria.normale
 


E la signora Ippolitakis disegna sulla fronte del suo amore una luna oppure un sole ma anche una stella (sapete che la signora Ippolitakis non è mai stata brava a disegnare).

Disegna giusto in mezzo alle sopracciglia, sopra il naso. Nel punto dove l'hanno sempre detto che lo spirito diventa carne e viceversa.

A certe cose la signora Ippolitakis ci crede fermamente e non si lamenta di essere spesso troppo sempliciona. E sorride, sciocca, sciocca, scioccamente.

Allora sulla luna (perché mettiamo che alla fine sia una luna il maldestro disegnino che ha maldestramente fatto col suo dito indice la signora Ippolitakis), posa un bacio cercando di non oltrepassare i limiti del suo arabesco ed impegnandosi.

La signora Ippolitakis ha un modo assurdo di essere meticolosa.

Lo è soprattuto con le cose che non si meriterebbero alcun scrupoloso atteggiamento.

I ricordi, ad esempio.

Ad esempio i mandarini, il vento, le civette.

I silenzi, anche.

È un suo modo. Io non giudico, io solo racconto quel che di lei e del suo amore mi è concesso raccontare.

La signora Ippolitakis sospira e guarda il sogno del uomo che adesso si sogna scoperchiando il nuovo, bel mondo che bolle dentro il mondo.

Dopo il sospiro, come di manuale, le labbra della signora Ippolitakis giocano un po' il gioco sottil della farfalla e transitano come formiche di zucchero il corpo stanco del suo amore.

I baci si snodano pian piano ed il rito si fa altro, lentamente.

Non scriverò i particolari, dirò solo che lei sente sempre di raggiungere ancora ancora ancora l'anima del suo amor amore.

Ne è convinta.

Che sia vero o meno, che questo toccarsi delle anime esista, io non lo so, io solo racconto quel che mi è concesso raccontare.

"Ti amo" mormora la signora.

E lei, che ama le parole e si fida di libri e dizionari, sa che il senso del suo amore non si trova in tesori e calepini.

"Ti amo per ogni tua sofferenza e per il tuo dolore", sparpaglia sull'orecchio del suo uomo.

"Per la forma turbolenta e arruffata dei tuoi dubbi. Per il tuo disperato modo di anelare, di fidarti.

Ti amo perché potrei elencare aspetti ed attributi, ma il mio amore non è la somma dei dettagli.

Ti amo perché sì e perché no".

"Ti amo e sono..."

"Sono..."

E la signora Ippolitakis vuole aggiungere una parola che chiuda la proposizione.

Vuole far compiuto il senso. Vuole dire tutto quel che è.

"Sono..."

Potrei magari allacciare un "felice", pensa la signora Ippolitakis.

Sì, "sono felice", avrebbe voluto annunciare chissà, la signora.

Ma tace, perché lei, che ama le parole e che controlla spesso il dizionario e la grammatica, in certi momenti profondamente diffida del significato.

E quindi dopo il "sono", la signora Ippolitakis tace.

"Sono", dice.

E la frase diventa salda e tonda e forte e anche leggera e pure eterna.

"Sono" e disegna un punto (solo uno, non tre né due. Uno.), sulla guancia del suo amore.

Il perfetto finale, direte voi.

Un perfetto inizio, sentirà forse la signora Ippolitakis.

Ma io mi fermo qui, ho raccontato tutto quanto mi era concesso raccontare.


Valentina Einaudi, "L'amore non è un presente greco", Feltrinelli, 2098, p.44-41

 

 
 
 

un giardino un po' così...

Post n°532 pubblicato il 05 Maggio 2011 da messaggeria.normale
 


Dentro, ho una folla di rose sgualcite.

Una folla segreta, come un giardino che nessuno sa.

Ogni tanto capita che qualche anima si affaccia e annusa.

"Infatti, un giardino di rose sgualcite, conferma".

E se ne va.

O ci rimane.

Non si sa mai.

Dentro,

ho una folla sgualcita di rose segrete che nessuno sa.

Eppure qualcuno,

ogni tanto e perché si,

azzarda il sospetto.

Insospettirsi a volte è una allettante tentazione.

A volte è un irrefrenabile bisogno.

E a volte, come oggi, persino una fatalità.

Oggi un naso piuttosto sottile e sporgente è venuto ad annusare la mia follia di rose sgualcite.

Che imbarazzo!

Perché dovete sapere che il mio giardino, consapevole che io preferisco il profumo lilla della lavanda a quello leggermente signorile delle rose, mi fa sempre il favore di spargere una fragranza delicatamente viola.

Anche a rischio di diventar una ridondanza di sgualcita inadeguatezza, il mio giardino mi accontenta.

"Infatti, un giardino di rose sgualcite che odora di lavanda",

disse il naso come chi dice "Piove ed io ti amo".

Non se ne andò.

Anche se non si sa mai, non se ne andò.


Chiedo scusa perché ultimamente non rispondo ai commenti anche se li leggo tutti e li assaporo.

Succede che in questi tempi non riesco a mettere due pensieri insieme in spagnolo, figuratevi in italiano...

(Ah! La bellissima foto e la idea delle rose sgualcite, è della Ellina bellina)
Grazie, Gabri


 
 
 

Non so se mi capisci

Post n°531 pubblicato il 19 Aprile 2011 da messaggeria.normale
 

Mordicchio una emozione, la trattengo, la succhio.

È quella sì.

Non è manco una idea.

È una sensazione tonda ed è quella, proprio quella che voglio condividere.

Ma come si fa a farla diventar parola?

Come si fa a tradurre senza tradire?

Il foglio bianco sul tavolo. Minaccioso, promettente. Succoso.

Un passo dopo l’altro. Ci provo.

Respiro. Sospiro. E anche viceversa, come aspettabile.

Il foglio sul tavolo, bianco.

La penna si nasconde un po’. Non vuole essere complice.

Respiro. Sospiro. Sospiro. Respiro.

Un foglio concreto sul tavolo.

Un silenzio, anzi tutti.

Eccola, la emozione. La stringo. Forte, la stringo.

Non è manco una idea. È una sensazione ma è solida ed è quella, proprio quella che voglio condividere.

Ma come si fa a farla diventar parola? Come si fa?

Come si fa senza tradirla?

Non lo so. Comunque ci provo e dico

 

In quei tempi, la vita era tutta un’altra cosa. 
Era facile sai. Come mangiarsi una mela o come soffiare un dente di leone che il ciuffo bianco di petali si scompiglia e intorno nevica. 
Era facile e a volte era pure una delizia. 
Come quando mamma ti portava a letto e ti raccontava una storia o niente storia che domani si va a scuola ed è tardi e devi dormire e quindi addormentati subito e semplicemente ti rimboccava le coperte e ti lasciava un bacio sulla guancia ed un profumo unico nell’aria. 
In quei tempi il mondo era sicuro che nulla nulletta ti poteva mai ferire e la morte era una parola piana che dicevano ogni tanto gli anziani bisbetici ma chisenefregava se tu eri sotto le coperte che ti aveva rimboccato la mamma, mi capisci? 
In quei tempi, e si, la vita era tutta un’altra cosa. 
Una avventura, capisci? Una impresa tutta da imprendere. Come lo sguardo blu della Giuseppa che spesso era un po’ verde. Quasi sempre era blu ma ogni tanto no. Quando perdeva gli occhi nell’acqua, allora erano verdi gli occhi suoi. Verde scuro erano quando li faceva nuotare dentro la laguna che poi laguna non era ma una pozzanghera generosa che si travestiva di oceano perché noi fossimo Ulisse o Marco Polo. 
In quei tempi la Cina era a portata di mano. Bastava collocare gli occhi a mandorla ed il mondo parlava il mandarino. Era facile. 
A volte era una sfida, la vita. Ad esempio quando si cercava di sbucciare una arancia senza ferirle la pelle gialla. Ma chissà se mi capisci. 
La vita, come dico, era tutta un’altra cosa. Anzi no. 
Io gioco ancora campana in qualche marciapiede e spesso il mondo parla il mandarino e quando tutto diventa insicuro io mi rannicchio in certi ricordi ma anche in certe voci e non mi lascio trascinare dalla paura che c’è intorno e che mi cerca. 
Ci sono ancora sguardi blu che ogni tanto sono pero’ verde scuro o convinto, dolcissimo marrone. E io mi ci perdo, ancora oggi. 
Sai, a volte quando mi mangio una mela, la vita è un sereno pomeriggio di agosto e per un po’ non si divide in vita che era e vita che è, ma è solo vita, capisci?

 

(La ellina ha fatto toc toc ed il mio cuore ha risposto.Col battito scompigliato ha risposto, ma chisenefrega se mia mamma mi rimbocca ogni tanto le coperte e mi è concesso rannichiarmi in una certa voce che mi dice ogni volta meravigliose meraviglie. E anche voi, sempre generosi, mi dite meraviglie, sempre. E quindi grazie.)

 
 
 

*

Post n°530 pubblicato il 09 Marzo 2011 da messaggeria.normale
 


Questo corpo deserto.

Questo posto ormai dimenticato.

Invento un rumore assordante

perché non riesco più a parlarmi.

Non trovo il modo di sognare.

Magari passerà,  provo a convincermi.

Eppure è più facile così.

Sognare è roba da coraggiosi e intenditori.

 
 
 

Il resto del Calvino

Post n°529 pubblicato il 25 Febbraio 2011 da messaggeria.normale
 


Non voglio staccare gli occhi.

Non voglio, no.

Voglio restare incollata.

Mi piace questo mondo non mondo che respiro.

L'altro no, l'altro fa un rumore ostico.

Invece mi delizia questo bianco navigare. Voglio restarci aggrappata.

Voglio con le unghie, voglio con i denti.

Voglio, ma.

Malapena chiudo il libro e lo infilo con cura nel sacchetto.

Con delicata tenerezza, come fosse un bimbo nel lettino.

Sì. Proprio così.

Faccio fatica a togliere la mano dalla borsa. La copertina è una sottile calamita.

"Torno dopo, aspettami".

Salgo le scale, gli occhi colmi di Calvino.

Salgo le scale, lo sguardo argentato. La pelle pure.

Salgo le scale.

Anche se porto gli occhiali cosmocosmici, il bagliore mi ferisce un po' gli occhi.

Salgo le scale, esco dalla metropolitana.

Salgo le scale, felice prigioniera ancora. Come ubriaca, come innamorata.

Respiro un mondo non mondo. L'altro no, l'altro sa di lama e di pugnale. Puzza di fuoco fatuo.

Salgo le scale avvolta di conchiglie e di miele capovolta.

Accerchiata di meduse fru fru, di polline d'arancia. Di cavallucci marini a pois.

Salgo le scale, abbondante di porte segrete prive di lucchetti.

Salgo le scale argentea e arpacea e assai gelosa della luna.

Salgo le scale.

Nessuno se ne accorge. 


La musica (Concerto for Flute and Harp - W.A. Mozart - Part 2)

 
 
 

emisferi

Post n°528 pubblicato il 23 Febbraio 2011 da messaggeria.normale
 

Per un attimo il tuo inverno che finisce sfiora il mio autunno in agguato.
Lievemente,
come bimbi che giocano all'amore.
E plop per un attimo le distanze si sciolgono in un attimo.
Per un attimo la tua primavera che comincia e la mia estate tarda che appassisce,
si toccano le dita appena appena.
E derogano ogni lontananza.
Per un attimo la mia estate indebolita lecca la pelle di pesca della tua novella primavera,
e zip,
per un attimo lo spazio non è che un bacio breve echeggiando all'infinito.
Concretezza, per un attimo.
Per un attimo un attimo corporeo che si palpa.

Gli attimi sono animaletti troppo effimeri,
mi lamento per un attimo.
In un attimo pero',
me ne accorgo che gli attimi sono besticciole assai prolifiche e ogni attimo nasce un nuovo attimo.
E sorrido,
sciocca e serena,
almeno per un attimo.


La musica (Obertura de Nausicaa - en guitarra)

 

 
 
 

e intanto e quindi e magari e poi e sempre e solo blableblu

Post n°527 pubblicato il 22 Febbraio 2011 da messaggeria.normale
 

Sono ancorata in questo porto.

Le barche vanno e vengono.

Lasciano le loro tracce d'acqua nell'acqua nell'acqua nell'acqua.

Vanno e vengono e vengono e vengono e se ne vanno.

Resta il cuore sbriciolato,

voci che salutano nella riva,

fette di "a presto" vacillando nelle mani.

C'è tristezza nell'aria.

Ma poi le barche tornano ed è festa.

La vita è movimento.

Intanto io resto ancorata in un porto che non mi conosce e non conosco.

Intanto io non parto e quindi io non torno.

Non c'è tristezza e quindi non c'è festa.

E intanto le barche vanno e vengono e vengono e se ne vanno.

Non mi lamento.

Ho il bacio breve di un mare di onde che non mi appartengono ma mi baciano ugualmente, generose.

Qualche volta uno strano si avvicina.

Legge il nome scritto sullo scafo, guarda le vele.

Vuole capire perché non si aprono alla brezza.

Vuole capire e magari capisce per un po'.

Poi parte. La vita è movimento.

E io intanto prego per una tempesta e intanto so che devo cambiare la preghiera.

So bene che non voglio un temporale che mi faccia levar ferocemente le ancore.

Voglio fare di me stessa un uragano e senza più pensieri e dubbi e blableblu,

disancorarmi.

Una barca come tutte le barche, facendo il fondamentale mestiere delle barche. Non voglio altro.

Magari poi si parte e magari un po' si sanguina,

sangue nel sangue nel sangue nel sangue.

Magari poi si parte e poi si torna e magari sarà festa.


La musica (Cavatina Stanley Myers - Classical Guitar)

e invece non fu la cavatina, ma raddiofreccia ancora. Mi graffia l'anima.

 
 
 

Jones, il suonatore

Post n°526 pubblicato il 18 Febbraio 2011 da messaggeria.normale
 


Lo chiamano il suonatore Jones. Un nomignolo assai scontato.

Il suonatore suona perché altro non può.

Suona perché le note sono lamette e lui ha bisogno di sentire che muore e che rinasce. In faticosa altalena.

Tra canzone e canzone resta gravido di alcool, svuotato d'infinito.

Un chiasmo respirante.

Provare qualche sentimento per il suonatore Jones è alquanto complicato. Qualcuno direbbe che è dannoso.

È uno troppo libero, uno troppo schiavo, il suonatore.

Spesso odora di fumo e quasi sempre sa di violenta nostalgia.

Ciclicamente ha un grappolo di donne intorno.

Farfalle affascinate da un uomo che non sono, da un fenomeno, da una stranezza.

Invece tu.

E il suonatore le guarda con gli occhi vuoti.

Anche a me, ogni tanto mi guarda come se dentro gli occhi lui non ci fosse.

Ma io ricamo un filo con le ciglia e lo salvo. E quindi invece io.

Naufragavo finché tu.

Ero perso ma poi tu.

E torna.

A volte torna a me. Altre volte torna ad un mondo che non sono io e che mi sfugge.

Torna la pelle umiliata, tutta escoriata la sua anima randagia.

Torna con la voce rotta ed il silenzio innaffiandogli le labbra.

Torna la bocca sua anelando il mio scandire perché invece io.

E io vorrei. Ma no.

Tranquillo, non dirò la parola che non posso, suonatore.

Me l'hai strappata sempre coi tuoi denti e l'hai buttata lontano da noi, per non ferirmi.

Ah suonatore.

Ma perché, dimmi perché noi non ci diciamo mai quella parola, suonatore?

Perché quel verbo che svolazza ovunque non è mai uscito dalle nostre bocche, suonatore?

E lui mi stringe sul suo petto e si riempe le mani coi miei capelli.

Vedi? Le mie mani vuote non saranno giammai vuote.

E mi fissa, lo sguardo traboccante di quella anima sua che ogni tanto si perde chissà dove.

E cammina le sue dita sulla mia pelle di cotone come se io fosse l'unica, perfetta chitarra che desidera.

Vedi? Quel verbo ci sta troppo stretto, noi siamo qualcosa in più.

Noi siamo qualcosa in più.

Amen, suonatore, amen.


La musica (Radiofreccia - Soundtrack)

*

*

*

È stato il mio contributo

*

San Valentine's Bubbles

Un gioco per parlar d'amore senza dire amore

per baciare senza scrivere alcun bacio

e per battere senza pronunciare cuore

*

i miei ringraziamenti ai votanti

i miei complimenti ai vincitori

ah!

ma ho detto "vincitori"

ah!

ma non ho scritto i nomi

ah!

allora

siete curiosissimi?

eccoquaillinkylinky

per sbirciare

 
 
 

di occhiali e altre solitudini

- Buongiorno...

(la voce pronuncia lentamente, mentre scande un sorriso a metà)

- Buongiorno.

(la voce distratta non si decide a ricambiar il sorriso)

- Desidera?

(domanda tra gentile e indifferente)

- Sto cercando un paio di occhiali da soli.

(la voce è piccola e cammina dondolante come un bimbo.

Ma è comunque decisa e ripete la richiesta)

- Vorrei un paio di occhiali da soli.

(la voce che un attimo prima non ha sorriso, ripensa adesso il primo "buongiorno".

Ripensa le sillabe, il posto del respiro. Ricalcola.

Cataloga il "buongiorno" come "forse straniero ma non tanto e quindi chissà".

Il timbro diventa garbato e il tono delicato)

- Occhiali da sole, ma certo! Ne abbiamo in tanti e molto belli.

- No, no. Occhiali da sole no. Occhiali da soli sto cercando.

(la voce si fa un po'fragile, come un passerotto)

- Occhiali da soli?

(la voce è sconcertata)

- Sì, occhiali da soli.

- Mi scusi, non capisco.

(a questo punto la voce non è solo sconcertata, ma accanitamente frastornata) 

- Gli occhiali da soli sono per le persone sole.

(la voce si fa piccina, come se si vergognasse)

- Per le persone sole?

(la voce, con lo sguardo smisurato guarda la voce)

- Sì. Capisce?    

(è incantevole il modo in cui la voce mordicchia quel "capisce" come fosse una caramella)

- Non molto, mi spieghi meglio per favore.

- Con gli occhiali da soli, le persone sole vediamo cose che non ci sono.

Oppure cose che ci sono ma nessuno vede, nemmeno le persone sole quando non portiamo gli occhiali da soli, mi capisce?

- Poco.

- Cose che... come dire? Come quegli esseri che vivono nella polvere e che solo si scoprono davanti a certe finestre e in certi giorni.

Capisce?

- Non molto. Mi dica meglio cosa si vede con gli occhiali da soli.

(la voce non vuole che la voce vada via.

Vuole trattenerla ancora per un po'e allora...)

- Mi dica meglio cosa si vede con gli occhiali da soli, per favore.

- Facile.

Si vede la farfalla dentro il bruco. Ma non solo.

- Ma non solo?

(la voce è veramente incuriosita)

- Appunto, ma non solo.

Ad esempio, io cucino per me. Solo per me. Ma vedo invece un tavolo apparecchiato per due. E quindi il cibo non avanza mai. È magia.

- Il cibo non avanza mai?

(ah la voce è bellamente pazza. Come un fiore)

- Mai. Ma non solo.

Con gli occhiali da soli le cose non solo si vedono.

- No?

- No.

(la voce scintilla. Che delizia! E la voce non riesce a smettere di fissare gli occhi scuri della voce)

- Uno si mette gli occhiali e sente un tocco nell'orecchio

"Ti sta bene quella stanchezza micidiale. Le occhiaie ti donano"

"Tieni. Un tè per il raffredore e un osculo per il tuo cuore. Ma no, dai non l'ho letto in un Bacio Perugina!"

"Oggi sai di orizzonte. Ma non ti preoccupare, io non mollo, io ti raggiungo"

- È poi? Che altro si sente portando gli occhiali da soli? Me lo dica per favore...

(sì, la voce è come una droga.

Un veleno. Ma la voce non vuole l'antidoto!

Era da tanto che...)

- E poi, che altro?

- Una si mette gli occhiali e sente subito un paio di braccia che la abbracciano.

Sono braccia come filo d'aquilone.

E una galleggia sicura perché in terra ci sono un paio di braccia come filo d'aquilone pronte a riportarla a casa e stringerla forte quando non verrà più volare. E mai mai mai sono gabbia, le braccia come filo d'aquilone.

(e la voce modula un coniglio verde che suona un violino di miele, mentre parla)

- E con gli occhiali da soli si impara a nuotare nei Suoi occhi?

(la voce spara la domanda senza pensare. Si sorprende delle proprie parole, quasi si spaventa. Ma non smette)

- Con gli occhiali da soli si può tutto.

Ma io comunque ho gli occhi di humus. Non rischia d'affondare, stia tranquillo.

(e la cadenza della voce è colma di marrone tenerezza)

- Ha ragione.

(ma la voce ha ormai cominciato a camminare quel sentiero di terra della voce e non sa più come tornare indietro.

Meglio così. Non più sassolini per ritrovar la strada di una casa piena solo e soltanto di occhiali da soli!)

(e la voce offre nitida, un caffè)

(e la voce accetta allegra, ma solo se un cappuccino)


Valentina Einaudi,

"Storie ridicole di occhiali inesistenti",

Feltrinelli, 2013. p.937.

La musica (Moon River-piano)

 
 
 

Votazione Gratis fino a mercoledì

Solo per oggi 15 febbraio 2011,

anzi,

solo per oggi ma anche solo per domani

* * * V O T A    G R A T I S* * *

la   tua   bubble   preferita

È facile, è semplice, è comodo, è gratis

Le mani in tasca,

l'aria distratta e facendo finta di niente,

ci vai QUI.

Gli occhiali sul naso,

il respiro attento e facendo finta di far finta,

ti leggi QUI

le bollicine che parlano d'amore senza nominarlo,

le bolli bollicine che sfacciatamente baciano senza dir bacio

e che battono e battono senza pero' alcun cuore che batta e batta.

E allora tu,

una volta arrivato ,

provi ad essere un puntino di bella sospensione e leggi 

assaporando  l'attimo che per un po' non sfugge ma lentamente dondola.

Sii giocoliere,

le bolle di parole son sospese ...

Scegli tra tutte la tua preferita,

e votala QUI.

Magari dicendo il tuo perché se hai voglia.

Magari solo puntando il dito

se non ti va altro che la poltronite o hai da fare.


San valentine's bubbles

Un gioco letterario poco letterale

tra amici non tanto letterati

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La musica (Fausto Cigliano - Chella llá)

 
 
 
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Impastare un sogno

come chi impasta il pane


Una

scuola

a

Temeke

Sbricia il nostro sogno

Poi magari ti va

di impastare con noi

 


 

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Con la vecchia voglia sempre intatta
con proposte sempre nuove

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più reale di tutto il virtuale


Da settembre

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