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un paese ci vuole per non essere soli (Cesare Pavese)

 

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Ricordando che il 22 settembre è il compleanno di Roberto Saviano

Post n°1313 pubblicato il 21 Settembre 2009 da snoopy68
Foto di snoopy68

 

...ho voluto pubblicare questa intervista con Saviano pubblicata sul sito di MicroMega

 

La rabbia e l’ambizione. Intervista a Roberto Saviano

Sono i sentimenti che attraversano la quotidianità blindata dello scrittore napoletano. E sono le leve di un agire e di un impegno civile che si scontrano con il potere della camorra. In filigrana, nelle sue parole, le Afriche che vivono nel sud d'Italia, le mafie, l'indifferenza di troppi. Anche della chiesa.

di Gianni Ballarini, da nigrizia.com

È lui a spezzare l'imbarazzo per un'intervista che poteva trasformarsi nell'ennesimo traffico di parole da catena di montaggio. «Pensa un po', conosco Nigrizia da quando sono in fasce. Mio nonno Carlo, quasi un padre per me, ne era un affezionato lettore».

Incontriamo a Roma Roberto Saviano, diventato l'architrave della ribellione civile in Italia dopo l'uscita di Gomorra, libro che ha finito per odiare. L'occasione è un anniversario. È trascorso un anno, infatti, dal 19 settembre 2008, quando gli italiani, sempre pronti a slegare i loro istinti xenofobi, hanno scoperto dagli schermi Tv la rivolta africana antimafia a Castel Volturno, nel Casertano. Gli immigrati neri in strada, per dire che loro non avrebbero abbassato la testa davanti alla violenza della camorra, che il giorno prima aveva ucciso sei africani. Una metafora potente - in quella terra che ha un rapporto ingordo con l'indifferenza - del contrasto tra l'ideologia della rassegnazione e il rifiuto del fatalismo. Saviano ne ha scritto a lungo. Anche della rivolta africana di Rosarno, in Calabria, contro la 'ndrangheta. Due episodi fotocopia: la rabbia nera contrapposta al silenzio, spesso, dei bianchi.

Ma l'incontro con lo scrittore dalla vita blindata si è trasformato, inevitabilmente, anche in altro. In una riflessione, ad esempio, sul ruolo della chiesa in quelle terre del sud, schiacciate tra l'arroganza dei forti e la codardia dei deboli; sul rapporto di Saviano con Dio e con la fede; sulla sua sfrenata ambizione, un peccato mortale che gli consente, però, di resistere. Riflessioni prive di embargo ai pensieri più scomodi.

Saviano, non le sembra, ancora oggi, un paradosso che nelle rivolte di Castel Volturno e Rosarno sia stato proprio chi è senza diritti e identità a difendere la nostra cittadinanza?
È la grande magia che gli immigrati hanno portato in Italia negli ultimi anni. Arrivano disperati, accettano assurde condizioni di lavoro, spesso innescando la rabbia negli italiani, che si vedono spodestati da persone che accettano salari molto più bassi dei loro. Poi accade che le organizzazioni criminali tolgano loro ciò per cui hanno lottato fino in fondo: cioè la vita, il lavoro, il respiro, la possibilità di avere una famiglia. Quando questo accade, l'intera comunità africana si ribella. Senza avere remore, o paura - come capita spesso nelle manifestazioni che si fanno in questi paesi da parte della comunità bianca - delle famiglie, che quando torni a casa ti chiedono perché l'hai fatto. Lì, tutti per strada a dire: non osate. La riflessione è semplice.

Qual è?
I migranti vengono in Italia anche per difendere i diritti che noi non vogliamo più difendere. Per questo l'ho chiamata "magia", la strana magia che si è innescata. A un certo punto, in Italia il cinismo e un certo modo di galleggiare hanno fatto sì che il diritto alla vita e a un lavoro dignitoso fossero considerati, ormai, solo un gioco per vecchi annoiati moralisti. Nelle mie terre, ci si dice che in fondo queste cose ci sono sempre state; che dire di sì non costa poi così tanto; che la camorra, come la 'ndrangheta, come gli affaristi, ci sono sempre stati; che chi ci va contro, lo fa solo perché ha un suo interesse privato. Campiamo e basta. Ecco, questo l'africano non lo permette, perché gli impedisce ciò per cui lui ha combattuto: il poter dare ai figli una casa, il sogno di un lavoro regolare e, soprattutto, la vita. «Sono venuto qui pagando col sangue. Nessuno deve osare togliermela», il suo pensiero. Gli africani immettono questa difesa del diritto nel tessuto italiano.

Lei si è spesso rivolto alla sua terra, nella speranza di un gesto di ribellione. È cambiato qualcosa in questi anni? La scomparsa di Castel Volturno o della camorra dalle prime pagine dei giornali è figlia del successo della militarizzazione del territorio? O è il silenzio di sempre che accompagna le vite di scarto, che si possono dimenticare, dopo le emergenze contingenti?
La militarizzazione del territorio è stata la risposta immediata dello stato, forse inevitabile. Ha abbassato, in alcuni casi, la conflittualità tra clan; in altri momenti, ha aiutato qualche inchiesta. Ma siamo ancora lontani dallo sconfiggere la camorra. Purtroppo, la ciclicità mediatica impone sempre, dopo una fase di attenzione, un lunghissimo momento di disattenzione. Cosa che mi dispiace, perché queste storie hanno appassionato e appassionano i lettori. È evidente che non si può chiedere al giornale di dare una notizia solo per impegno morale o di orientare una linea editoriale solo in nome dei principi di giustizia. Ma queste notizie, in realtà, facevano vendere il giornale. Perché le persone vogliono sapere. So benissimo che io riesco a parlare, ad avere spazi importanti perché vendo tante copie. Non sono folle nel pensare che ho questo spazio per chissà quale altra alchimia. Se il lettore si allontanerà da me, tornerò a pagina 80 del giornale. E gli argomenti di cui mi occupo ritorneranno nella colonna di cronaca.

Anche di recente, lei ha difeso la memoria di don Peppe Diana, il parroco di Casal di Principe, ucciso per mano camorristica nel 1994. Al di là di alcune figure di martiri, quale è il ruolo della chiesa locale nel combattere la camorra o la mafia in genere? I vescovi, i parroci, i preti del suo territorio sono in prima linea? O c'è indifferenza, se non connivenza?
Non ci si può rapportare alla chiesa come a un monolite. D'istinto, mi verrebbe da dire che se c'è stata resistenza nella mia terra e se io, nel corso degli anni, sono riuscito ad avere una qualche coscienza antimafia, lo devo ad alcune figure di chiesa. L'ex vescovo di Caserta, Raffaele Nogaro, è stato per decenni l'unico riferimento in Campania, non solo nella lotta alla camorra, ma nel prendere le distanze dalla borghesia imprenditrice camorristica. Ha cercato di mediare con la comunità dei migranti, tra migranti sani e la parte criminale di questa comunità. A Napoli, poi, c'è il cardinale Sepe, figura di peso in un momento difficilissimo per la città, con la politica che ha perso autorevolezza, con la camorra che è tornata a sparare in modo indiscriminato, con gli arresti di importanti imprenditori. Devo dire che questa è la chiesa in prima linea.
Poi, purtroppo, c'è anche tutto il resto. La chiesa, cioè, che preferisce girarsi dall'altra parte, che ogni volta che si parla di camorra pensa che sia un modo per spaventare i fedeli. Quando Nogaro arrivò nel casertano da Udine e nelle sue omelie citava la camorra, alcuni preti locali gli chiedevano espressamente di non pronunciare quella parola. Perché così s'infangava la povera gente. Non solo. Ma perfino un istituto religioso a San Cipriano d'Aversa è stato intitolato a Dante Passerelli, l'imprenditore riciclatore del clan Schiavone, attualmente morto. La parte combattente, sul piano morale, della chiesa affronta così una doppia lotta: una esterna contro i clan e l'altra interna con una prassi pastorale che vuole, ancora una volta, portare avanti una posizione morbida nei confronti dei camorristi.

E le ragioni di questa "posizione morbida"?
Sono tante. Un prete che decide d'intraprendere una lotta del genere deve, ad esempio, essere disposto a subire anche l'oltraggio della diffamazione. Don Peppe Diana, ancora prima di essere ucciso, per il solo fatto che s'impegnava, che girava nelle scuole e scriveva documenti, veniva sistematicamente diffamato. Perché un prete che non sta nella sua stanzetta a confessare le vecchiette o a dare le caramelle ai bambini, è un sacerdote che viene visto con sospetto. Se indirizza la sua autorevolezza e la sua parola verso altro, mette paura. Soprattutto se quell'altro detiene il potere. Mi ricordo che don Peppe cominciò a denunciare il voto di scambio. Padre Puglisi, ucciso a Palermo, lo stesso. Non è un caso che, dal giorno dopo l'assassinio di questi due preti del sud d'Italia, iniziò una campagna di diffamazione. Molto forte nei confronti di don Peppe; un po' meno contro don Pugliesi. Ma solo perché l'antimafia siciliana è molto più sviluppata di quella della mia terra. Impegnarsi vuol dire soprattutto rischiare. Non solo la vita, ma la propria serenità. Spesso è questa la ragione che spinge un sacerdote a non agire in questi territori. Perché è molto difficile - e questo posso immaginarlo e persino capirlo - vedere d'improvviso la propria vita in bocca a moltissime persone e la propria credibilità e onestà insultate da gomiti e venticelli della camorra. Per chi decide di combattere, il primo scoglio è questo. Poi, sul campo, si riesce a ottenere anche autorevolezza. Ma è un lavoro molto lungo. Spesso quelli che meno combattono si buttano sulla spiritualità. Sono quelli che parlano molto di più alle anime e meno al corpo. E, soprattutto al sud, chi fa questo lo fa per tenersi al riparo.

Il fatto che la sua sia una terra di missione pastorale, come una qualsiasi parrocchia africana, che riflessione le suscita?
Castel Volturno, dove c'è la missione dei padri comboniani, è davvero una città africana. Della diaspora africana, come ebbi modo di ricordare in occasione della morte dell'artista sudafricana Mirian Makeba, venuta a cantare e a morire a Castel Volturno in un concerto in onore dei ragazzi africani ammazzati e anche per me.
Quello che fanno i comboniani in quella realtà - uso una parola che potrebbe apparire altisonante, ma non lo è - ha del miracoloso. Consentono alla comunità africana, dominata dalla mafia nigeriana, di avere un'alternativa. Di poter scegliere di non stare con i criminali. Danno la possibilità ad alcune persone di uscire da quelle organizzazioni. Permettono ai bimbi che nascono lì - e sono ormai centinaia i bambini africani castellani - di poter sperare di non far parte un giorno dell'esercito dei rapaci, così come vengono chiamati i criminali nigeriani. Questa cosa non la consente lo stato, non la consentono neanche le associazioni. Lo permette la missione comboniana. Castel Volturno potrebbe rappresentare, poi, il futuro dell'Italia.

Il futuro?
Se gli occhi dell'Italia dovessero aprirsi una volta e per sempre, quella realtà dovrebbe rappresentare un laboratorio unico: per la prima volta, una comunità africana potrebbe gestire una città. Perché qui non siamo di fronte a un quartiere di una metropoli italiana. Qui è un'intera città, costruita abusivamente, abitata da africani. Questo vuol dire che Castel Volturno non è il degrado d'Italia, come facilmente si potrebbe dire, ma il suo futuro. Se si desse la possibilità a questa comunità di vaccinarsi contro la mafia nigeriana, d'interrompere il rapporto criminale con la camorra, Castel Volturno potrebbe essere una risorsa anche per l'Europa. Perché non esiste una città completamente africana neppure nel continente. Un laboratorio da sogno per i sociologi.

Continua a sottolineare il potere, la forza della parola. Per lei, ad esempio, è l'unica forma di resistenza a una vita blindata. Non pensa che sia proprio un uso spregiudicato della parola ad aver contribuito ad abbattere un tabù come quello del razzismo? L'imbarbarimento linguistico ci sta abituando alla normalità del male?
L'uso spregiudicato di certe terminologie è molto rischioso. Così come è stato molto rischioso, dall'altra parte, la difesa di tutta la comunità immigrata, anche nelle sue fette criminali. Lo scontro, infatti, è tra un razzismo becero di chi vorrebbe gli stranieri o tutti morti o tutti arrestati e una loro difesa a oltranza, un po' buonista. Questo è un errore che ha fatto la sinistra, perché, se qualcosa insegnano le inchieste sulle comunità rom, slava e africana, è che chi ferma il crimine di quei gruppi non è affatto il poliziotto o il giudice, che arrivano solo dopo. È, invece, il "no" dell'africano, dello slavo, del rom. In queste comunità è la parte sana che interrompe il crimine. L'errore è generalizzare. Mi sono sentito molto ferito, tuttavia, quando si è detto che sui gommoni viaggiano criminali. I criminali arrivano a centinaia in Italia. Ma nessuno è arrivato mai su un gommone. Mai. Arrivano sempre con l'aereo, sempre con dei permessi precisi, con documenti... Quello che può succedere è che qualcuno che arriva sui gommoni, per disperazione, si trovi a fare il piccolo spacciatore o il rapinatore. È gravissimo dire, però, che dall'Africa partono apposta dei criminali per compiere reati in Italia. Non è così. Qualunque inchiesta condotta dall'antimafia lo dimostra. Non solo. È proprio la malavita etnica a volere che ci sia il razzismo verso la propria comunità, perché così quest'ultima s'identifica nei criminali e loro diventano gli unici riferimenti. Le mafie etniche ti forniscono documenti, permessi, lavoro, un altro nome, droga, finti matrimoni... Ti trovano una sistemazione. Se il migrante ha la possibilità d'intraprendere un'altra strada, loro perdono; se non ce l'ha, loro vincono. Lo diceva anche il vescovo Nogaro: ogni volta che c'è un giro di vite verso il migrante, si allarga la vite della malavita.

Ma, secondo lei, l'Italia è un paese razzista?
Me lo sono chiesto tante volte. Forse lo sta diventando nel suo modo di pensare, un po' meno nel suo modo di agire. Lampedusa è la dimostrazione, tutto sommato, che una parte consistente degli italiani non ce la fa ad avere un comportamento distante e disumano di fronte all'emergenza. Di sicuro, tuttavia, il modo di pensare sta diventando fortemente razzista. Ed è anche dovuto al fatto che, sul piano culturale, a sempre meno migranti è permesso di emergere. Tu distruggi ogni pregiudizio razzista, se il tuo medico è africano, il tuo professore è slavo, il tuo musicista preferito è americano. Quando, insomma, la molteplicità la incontri quotidianamente. Quando, invece, ti capita di avere solo un operaio edile che è romeno, inizia a innescarsi un pregiudizio che è poi molto difficile da eliminare nella mente delle persone, più che nella prassi. A vederci oggi, stando solo alle dichiarazioni dei politici, siamo il paese più razzista d'Europa. Non c'è mai cautela nelle parole. Bisognerebbe, invece, aiutare gli immigrati "sani" ad avere sempre più potere, sempre più strumenti per denunciare, per vivere bene, per arricchirsi in modo onesto. Solo così permetteremo alle comunità immigrate di salvarsi.

Lei ha scritto che il colore dell'Africa è il bianco della cocaina. Un continente diventato centrale nelle strategie dei trafficanti. Ma, a suo avviso, a gestire il business, almeno in Africa, sono solo le mafie locali? O iniziano a radicarsi nel continente anche le nostre mafie?
Gli interessi delle organizzazioni italiane sono fortissimi nel traffico di droga. La coca che i nigeriani esportano in Europa fa tappa soprattutto in Italia. O in Spagna. Ma gestita da italiani. L'Africa, soprattutto quella occidentale, è diventata uno snodo centrale per tutto il traffico di stupefacenti, anche per quello smerciato nell'Europa dell'est. La coca che arriva in Russia passa anch'essa dalla Nigeria. È diventato così importante avere un piede in Africa, che perfino i trafficanti di eroina che arrivano dall'altra parte, dall'Afghanistan in particolare, passano per l'Iran e fanno arrivare la droga in Nigeria. È il posto più sicuro dove stoccare grandi partite. Le organizzazioni italiane non sono direttamente sul territorio africano, almeno da quanto risulta dalle inchieste della magistratura. Sì, c'è qualche individuo che tratta, qualche businessman. Oppure è noto che il Sudafrica è un partner privilegiato per le mafie. O che Zanzibar è un posto per il riciclaggio delle mafie italiane. Ma, per ora, non ci sono basi o famiglie che lavorano direttamente a Lagos, a Benin City o a Monrovia.
Tuttavia, colpisce vedere che non c'è vera coscienza di questo ruolo dell'Africa, se non tra gli addetti ai lavori. Il recente golpe in Guinea-Bissau è stato gestito dai narcotrafficanti. Che gestiscono gli aeroporti africani. I "muli", cioè quelli che portano in corpo gli ovuli di cocaina, partono dall'Africa e arrivano in Italia. L'Europa in questo si trova in grave difficoltà. Perché oggi è più facile, rispetto al passato, far entrare la coca nel continente. Uno dei motivi per cui è crollato il prezzo della polvere bianca è proprio perché ora la coca è africana. Anche se ci sono dei sequestri, questi non incidono sui costi, perché in Nigeria si porta talmente tanta droga che si ammortizza il prezzo.

Il continente resta un luogo ideale anche per lo smaltimento di rifiuti.
Per il riciclatore di rifiuti lo spazio, il vuoto sono elementi di ricchezza. E l'Africa è piena di vuoti. In Gomorra racconto di quando vidi molti imprenditori delle mie parti inquietarsi per lo tsunami. Mi chiesi: cavolo, questa gente ha allora davvero un cuore, visto che si preoccupa dei morti innocenti. Invece no: sapevano benissimo che l'onda aveva abbassato le spiagge africane e lì c'erano tutti i loro rifiuti. Significava per loro l'arresto? No! Solo che non avrebbero più potuto utilizzare quelle spiagge per i loro traffici.

Lei ha detto: chi vive male diventa un uomo peggiore. Lei cova odio e grande voglia di vendetta verso chi la costringe a vivere nella sua gabbia. Non trova un po' paradossale diventare una persona cattiva per il suo senso etico e di giustizia? Ha la percezione di quale potrebbe essere l'approdo di questo percorso?
No. La mia è una vita abbastanza schizofrenica. Sul piano pubblico, riesco a essere sempre molto controllato; sul piano privato, sono spezzato. Ecco perché dico che chi vive male diventa male. Sei ossessionato da te stesso. L'opinione pubblica commenta ogni cosa che fai e la commenta con superficialità. Questo succede a tutti, lo so. Ma almeno gli altri possono passeggiare, avere una vita normale con cui ammortizzare il peso delle difficoltà. Invece, non solo la mia condizione mi pesa molto, ma mi pesa doverla farla condividere a chi mi sta vicino, il quale deve cambiare sempre casa e subire la scorta, una pressione forte, l'attenzione dell'opinione pubblica. E questo è molto difficile. Mi ha dato molto dolore, anche se adesso l'ho elaborato, vedere il deserto attorno a me nella mia terra d'origine. Sentire le parole più feroci partire da lì. L'indifferenza più forte, la rabbia, l'invidia. Mi sono spesso chiesto: ma davvero posso essere invidiato da qualcuno? E la risposta è sì: chiunque ha la possibilità di emergere crea un senso di rancore, perché, se tu parli, mi ricordi che io non ho parlato. Vedere l'atteggiamento che hanno avuto i miei amici è stata una delle cose più dolorose della mia vita. Quando ho ricevuto la scorta, nessuno è andato da mia madre a chiedere se aveva bisogno di qualcosa. Delle due l'una: o ho meritato di ricevere questo comportamento, o queste persone hanno talmente fatto il callo sul cuore, sull'anima circa queste vicende, che ormai non si accorgono più di niente. E la mia storia è una delle tante che vedono passare davanti a loro.

Le sue parole la legano a un pubblico che le è talmente affezionato che rischia di non voler mai che lei esca da questa gabbia. Come si fa a spezzare questo corto circuito?
Salman Rushdie mi avvertì: «Stai attento! Una parte della gente che ti ama ti vuole morto. Vuole il sacrificio. Vuole che tu arrivi al massimo. E, se non accade, sembra quasi che tu sia uno che ha tradito le proprie idee». Io ci provo in tutti i modi a uscire da questo alone di martire, che non ho mai voluto avere. La scorta mi è stata data dallo stato italiano per difendere il diritto alla parola nel mio paese. Se non avessi la scorta, sarei rinchiuso in un paesino. Ora che ho la scorta, posso girare, fare interviste come questa, continuare a incontrare le persone. Ma m'interrogo ogni giorno su come potrò tornare a essere quello che voglio essere: uno scrittore normale.

Quale è il suo rapporto con Dio? Problematico, inesistente, accantonato?
Ho un rapporto costante con le letture religiose. Il mio rapporto con Dio passa attraverso i testi sacri. Soprattutto la Torah e i Vangeli. Mi è sempre piaciuta l'idea che ha Hans Jonas, filosofo di origine ebraica, di un Dio da aiutare. Di un Dio non onnipotente e che, quindi, si trova lui, come l'uomo, a doversi scontrare con un male. Un Dio non onnipotente è un Dio che mi è molto simpatico. Negli ultimi anni, è aumentata esponenzialmente la riflessione religiosa. Che in gran parte della mia vita non ho avuto. E le persone che hanno creduto nel mio dolore e non hanno risposto con cinismo, con la solita tiritera che la mia era tutta una grande operazione di marketing, sono state le persone religiose, con fede. Nel tempo, ho iniziato a percepire che la fede, spesso, è stato il vero motore mobile delle persone di buona volontà che nelle zone più difficili del sud d'Italia hanno cercato di trasformare le cose.

Ha detto in più di un'occasione che per lei libertà coincide col fare una passeggiata. Dove immagina la prima passeggiata da cittadino uscito dalla sua libertà vigilata o forzata?
Ci penso quasi tutti i giorni. E mi viene l'idea, senza davvero ragionarci, di farmi una passeggiata sul lungomare di Napoli. Potrà essere banale. Ma io ho vissuto gli ultimi anni della mia vita nel quartiere spagnolo. E in 3 minuti ero sul lungomare. Per una passeggiata che mi facevo quasi tutti i giorni. Mi piacerebbe ritornare a farla. Non so se sarà ancora possibile. La cosa più difficile oggi è vivere schiacciato tra una protezione molto alta, che mi costringe a una vita blindata, e una parte dell'opinione pubblica che dice che questa condizione è assolutamente inutile, che è solo un'operazione mediatica. Schiacciato tra queste due situazioni, a volte mi sembra di impazzire e mi chiedo ancora dove ho trovato la forza di resistere.

Dove la trova?
Userò una parola antipatica: nell'ambizione. Cioè credere di poter arrivare a molte persone. Credere che le mie parole possano cambiare davvero le cose. Non ho mai voluto fare lo scrittore per vendere qualche libro e finire nelle classifiche. Volevo vendere moltissimi libri così da cambiare la realtà. E l'ambizione in questo senso mi sta salvando, per ora, perché mi permette di controbilanciare la mia sofferenza con la possibilità di parlare a milioni di persone nel mondo. Questa è una fortuna.

(19 settembre 2009)

 

 
 
 

E noi continuiamo a tollerare...l'intolleranza senza muovere un dito!

Post n°1312 pubblicato il 19 Settembre 2009 da snoopy68

  Ancora un episodio di violenza contro la comunità omosessuale a Roma. Un attacco incendiario è avvenuto poco prima delle sette di questa mattina contro la discoteca Qube, nella zona di Portonaccio, noto locale gay della Capitale. Nessuno è rimasto ferito. Non si è trattato del lancio di una molotov, come era parso in un primo momento: i carabinieri hanno accertato che la benzina data alle fiamme è stata versata da una bottiglia da un litro e mezzo e non lanciata.

In base ai rilievi e alle indicazioni di un testimone che ha avvertito il 112 sarebbero state due le persone che, con il volto coperto dai caschi, hanno dato fuoco al liquido infiammabile versato davanti al locale. I carabinieri accanto alla bottiglia vuota rimasta per terra hanno trovato un sasso piuttosto grande. Il portone del Qube è stato annerito dalle fiamme e il vetro all'ingresso si è crepato. E' quindi molto probabile che i due abbiano inizialmente tentato di sfondare il vetro per versare il liquido infiammabile all'interno del locale.

"Probabilmente c'è la stessa mano degli attentati precedenti" ha commentato il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, esprimendo la sua "totale condanna per il nuovo attentato contro un locale frequentato da persone omosessuali". "Mentre attendiamo l'esito delle indagini - ha aggiunto - è assolutamente necessario un forte coinvolgimento di tutte le istituzioni contro qualsiasi forma di discriminazione razzista e omofoba. Per questo dobbiamo impegnarci affinché la fiaccolata in programma a Roma per il 24 settembre trovi una larghissima partecipazione di tutte le forze politiche e sociali della nostra città".

"
Se c'è un attacco e un aumento della violenza contro la comunità omosessuale credo che tutti, la società civile e la politica, debbano fare muro perché è intollerabile qualunque forma di discriminazione - ha detto il ministro delle Politiche giovanili, Giorgia Meloni - Sono disponibile a fare la mia parte".

Secondo il circolo di cultura omosessuale Mario Mieli "mancherebbero i presupposti perché si possa parlare di attacco omofobo, diretto contro la comunità glbt e uno dei suoi locali simbolo". "Pur non sottovalutando il preoccupante gesto - si legge in una nota - si invita quindi alla massima prudenza anche i media, per evitare allarmismi all'interno di una comunità già sotto pressione per gli eventi che si sono ripetuti a Roma e in altre città italiane negli ultimi mesi".

"Se gli inquirenti confermeranno la matrice omofoba" dichiara, in una nota, il presidente di Arcigay Roma, Fabrizio Marrazzo, "si tratterebbe dell'ennesimo tentativo di intimidazione verso le persone lesbiche, gay e trans. Colpire i luoghi di ritrovo a cui la nostra comunità fa riferimento vuol dire lanciare un messaggio di intolleranza e violenza ben preciso. Questa strategia della tensione non ci fa paura: rispondiamo con la forza della nostra presenza in città, con la grande fiaccolata cittadina del 24 settembre e con la manifestazione unitaria 'Uguali' che si terrà nella C
apitale il 10 ottobre".

La discoteca Qube era già stata obbiettivo di un'altra intimidazione nel corso dell'estate, da quando è iniziata una escalation di violenze
e aggressioni che hanno colpito la comunità omosessuale in Italia e nella Capitale. Solo a Roma dal 19 agosto scorso sono stati numerosi episodi di intolleranza omofoba, espressa con aggressioni a ragazzi gay o atti intimidatori verso luoghi e locali frequentati dalle comunità omosessuali. Come appunto il Qube - sede storica della serata Muccassassina, la più importante festa gay, lesbica e transessuale della Capitale che riprenderà dal 9 ottobre prossimo - che a fine agosto è stata presa di mira da ignoti che hanno rotto i vetri dell'entrata e hanno appiccato il fuoco all
'interno del locale.
da Repubblica.it

 
 
 

Tutti a casa!

Post n°1311 pubblicato il 17 Settembre 2009 da snoopy68

Altri morti che potevano essere evitati, altre condoglianze alle famiglie, altra retorica assurda...

Riportiamo a casa, anche unilateralmente, il contingente italiano dall'Afghanistan.

 
 
 

Questa straparla!

Post n°1310 pubblicato il 14 Settembre 2009 da snoopy68

Il ministro dell'Istruzione attacca la sinistra "Ha terrorizzato per mesi le famiglie"
e annuncia un limite massimo del 30% per classe di ragazzi non italiani

Gelmini, niente politica a scuola
Subito un tetto per alunni stranieri

 

ROMA - E' tesa l'atmosfera per l'apertura dell'anno scolastico. Tra proteste e contestazioni, il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini risponde duramente alle polemiche. E inizia con un attacco ai professori troppo politicizzati, prima sui giornali, in un'intervista al Corriere della Sera, e poi anche in conferenza stampa dal carcere minorile napoletano di Nisida: ''Chi fa politica deve farlo fuori dagli edifici scolatici. Si tratta di una miniranza che piega la scuola ai suoi interessi di parte". ''Alcuni dirigenti scolastici e insegnanti, una minoranza, disattendono l'attuazione delle riforme'' accusa la Gelmini "tentando di mantenere il modulo anche se il modulo è stato abolito con il passaggio al maestro unico prevalente''.

Riportando i dati sul tempo pieno, poi, non esita ad attaccare la sinistra che, a suo parere "ha terrorizzato le famiglie per mesi, ma ora la disponibilità del tempo pieno per 50mila studenti in più dimostra che il governo aveva ragione". Il ministro interviene anche sulla questione immigrati. "Dall'anno prossimo ci sarà un tetto del 30% di studenti stranieri per classe" spiega a Mattino 5. "In alcuni casi la presenza è del 100%, e questo certo non favorisce l'integrazione. Stiamo studiando gli aspetti tecnici di un provvedimento per introdurre questo tetto, e ci sarà anche una nuova materia, l'educazione alla cittadinanza e alla Costituzione".

Religione. "Sugli insegnanti di religione sono assolutamente d'accordo con il Vaticano" ha poi aggiunto il ministro. "A loro vanno grantite le stesse condizioni degli altri insegnanti, e credo che l'ora di religione debba avere pari dignità rispetto alle altre materie. L'Italia non può non riconoscere l'importanza della religione cattolica nella nostra storia e nella nostra tradizione".


Mobilità.
Tra gli obiettivi del ministro Gelmini, anche una riduzione della mobilità degli insegnanti: "Va a danno degli studenti e della qualità della scuola. Per questo stiamo lavorando per fare in modo che i dirigenti scolastici abbiano la facoltà di mantenere gli insegnanti nello stesso istituto e nella stessa classe per almeno un biennio". Secondo le stime del notiziario specializzato Tuttoscuola, quest'anno saranno oltre 180mila gli insegnanti che cambieranno sede. Di questi, solo 70mila lo faranno per scelta, mentre gli altri vi saranno costretti perché, come precari, vengono nominati di anno in anno su sedi diverse.

(da Repubblica.it)

 

La ministra straparla e la scuola pubblica sta andando in rovina!


 
 
 

SI RICOMINCIA

Post n°1309 pubblicato il 13 Settembre 2009 da snoopy68

Domattina  in quasi tutta Italia si riapre il grande Barnum della scuola, ragazzi e insegnanti riprenderanno il filo di un discorso che hanno interrotto a giugno o ne cominceranno  uno nuovo (si fa per dire) con i nuovi arrivati.
Si comincia con molto poco entusiasmo e, anzi, con un senso di impotenza molto forte. Questa nostra scuola pubblica la stanno lentamente distruggendo, anno dopo anno, e sembra che con il duo Gelmini - Tremonti si stia andando letteralmente a picco.
Dopo la raffica di licenziamenti di docenti precari e il taglio drastico delle classi (il mio istituto è "finito sul giornale" e forse anche a Ballarò per una prima IPSIA di 35 ragazzi voluta fermamente da quello che una volta era il Provveditorato agli Studi), si guarda con molta perplessità ad una riforma che appare confusa e contadditoria sia dal punto di vista organizzativo che da quello educativo e intanto occorre non perdere di vista il motivo per cui domani entreremo in classe, quello di stabilire un rapporto di fiducia con quegli studenti che spesso le famiglie ci affidano come un'auto al parcheggiatore.
Difficile avviare un dialogo che sia soprattutto formativo in questo clima, difficile ma assolutamente necessario, altrimenti che razza di lavoro sarebbe il nostro?
Entrati in classe, dovremo, per l'ennesima volta, lasciare nel corridoio le frustrazioni di una categoria di lavoratori soggette alle chiacchiere di bottega, alle generalizzazioni più idiote, alle provocazioni del ministro di turno, perchè non dobbiamo mai scordare che prima di tutto il resto ci sono i ragazzi che, pur nella loro ignoranza abissale, con i loro condizionamenti, col loro, spesso inconscio razzismo (e non mi riferisco solo al discorso relativo all'immigrazione ma a tutto ciò che è diverso), spesso vedono in ognuno di noi un punto di riferimento per cercare delle risposte che non trovano  in giro e, anche se a questo punto mi viene in mente il montaliano "Non chiederci la parola", non possiamo tradire la fiducia che molti di loro hanno nei nostri confronti.

 
 
 

Tanto per cominciare...

Post n°1308 pubblicato il 12 Settembre 2009 da snoopy68

E riprendo subito con una notizia che si commenta da sè e che riguarda uno dei ministri che disprezzo di più...

VENEZIA CINEMA: MICHELE PLACIDO DENUNCIA BRUNETTA

Michele Placido ha deciso di denunciare alla Giustizia italiana il ministro Brunetta che ieri, a Gubbio, ha attaccato il mondo del cinema italiano, in parte rappresentato alla Mostra del cinema di Venezia dove, ha detto, "va chi riceve 40 milioni di euro di contributi pubblici per produrre un film che incassa poche migliaia di euro. Questi non hanno mai la-vo-ra-to!". Dopo una notte di silenzio, Michele Placido ha deciso di passare al contrattacco, colpito soprattutto da una frase di Brunetta: "un pezzo d'Italia molto rappresentata, molto 'placida' e quest'Italia e' leggermente schifosa". Quel termine, "placida", associato al piu' forte "leggermente schifosa", non e' andata giu' al regista pugliese che stasera sara' al cinema Adriano di Roma insieme a Luca Argentero per promuovere il suo film, in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, "Il grande sogno". Placido, che inizialmente non aveva intenzione di replicare al ministro, ha deciso di informare la stampa della sua intenzione di denunciarlo per aver offeso il suo nome, la sua dignita' "e non distingue - ha detto - come non ha distinto 40 anni di lavoro, per questo ci vedremo in tribunale. In Francia sarei un pezzo della cultura francese, qui invece sono un pezzo come ha detto lei leggermente schifoso - ha spiegato ancora il regista rivolgendosi a Brunetta -. La denuncio per questo, ma forse vengo ingiuriato da lei, perche' ho dichiarato che non ho mai votato per il presidente Berlusconi?".

 
 
 

RIECCOMI

Post n°1307 pubblicato il 12 Settembre 2009 da snoopy68

Dopo un bel po' di tempo sono tornato a fare un giro sul mio blog...

C'è stato un periodo che non perdevo un giorno senza aggiornarlo, senza contattare questa o quello, ho anche postato tutto un lavoro di "ricostruzione" dei 55 giorni del rapimento Moro, "celebrato" date, ricorrenze che per me hanno un profondo significato morale, civile, politico, ideologico...poi il giochino, anche se non si è rotto, ha perso interesse, ho cominciato a "frequentare" facebook trovandovi amici che avevo perso di vista da anni ed anni, studenti, amici nuovi e anche quelli "ripescati" da questo blog.

Oggi pomeriggio ci sono tornato e mi sono ripromesso di riprendere a frequentarlo, magari non con l'assidiuità di un tempo, ma con una certa continuità...manterrò la promessa? e chi lo sa?

Un abbraccio a chi mi sta leggendo

 
 
 

Una canzone contro il razzismo

Post n°1306 pubblicato il 07 Luglio 2009 da snoopy68

Una bella canzone di Ivano Fossati, mi pare molto adatta a questi tempi...

 
 
 

Contro una legge vergognosa e razzista

Post n°1305 pubblicato il 04 Luglio 2009 da snoopy68

 
 
 

INVERNO

Post n°1304 pubblicato il 24 Giugno 2009 da snoopy68

Una canzone di Fabrizio che sembra un dipinto della Langa di Fenoglio sotto la neve

 
 
 
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Data di creazione: 29/10/2005