
Capitolo I: L'Isola della Tramontana e il Debito di Fuoco
Lontano, tanto lontano da qui, nello spazio e nel tempo, ci sono isole incantate incastonate nell'oceano della Pace, quella più a nord dell'arcipelago, per questo chiamata Isola della Tramontana,
era un gioiello verde smeraldo che prorompeva dall'immensità dell'oceano blu cobalto. Essendo la prima a ricevere le grandi nuvole cariche di pioggia era la più rigogliosa per l'acqua dolce che permetteva alle piante di vivere.
Solo qui viveva il Cocco di Mare l'unica pianta di cocco che non galleggia e per questo non può viaggiare per mare: era però una pianta magica che regalava forza, sostentamento e salute. Per generazioni, il popolo aveva vissuto in un equilibrio perfetto con gli spiriti dell’acqua, della terra e dell’aria. I tramonti erano scanditi dal suono dolce degli strumenti a corda, le cui vibrazioni sembravano fondersi con la brezza serale, mentre le voci delle famiglie e degli amici si levavano in canti di gratitudine e in danze soavi.
Ma la terra nascondeva un cuore inquieto. Il dio padrone dell'isola aveva conosciuto una divinità malvagia, uno spirito vorace e capriccioso che dimorava nelle profondità vulcaniche dell'isola. Questo gli aveva fatto assaggiare un liquore inebriante, fatto proprio con il cocco di mare, distillato con il grande fuoco che la divinità curava sottoterra. Dopo un primo assaggio il padrone ne era diventato schiavo ed aveva speso tutte le proprie fortune per comprarne sempre di più. Alla fine era talmente indebitato con il dio padre del vulcano che questi pretese in pagamento tutta l'isola.
Avrebbe così coronato il suo desiderio di prosciugare ogni linfa vitale della terra, trasformando l'acqua delle sorgenti in vapore per il suo diletto e strappando per sé tutti i minerali preziosi che sostenevano le radici delle grandi foreste per poi alla fine farla inabissare e cancellarla per sempre.
Il momento della riscossione arrivò in modo subdolo. Prima le sorgenti calde iniziarono a ribollire, emettendo vapori sulfurei che seccavano le foglie di taro. Poi, i tremori. Inizialmente leggeri come il battito d'ali di un uccello, divennero presto sussulti violenti che scuotevano le fondamenta delle capanne di foglie di pandano. Fu il Vulcano in persona a reclamare ciò che era suo, aprendo squarci nel terreno da cui iniziò a sgorgare un fiume di fuoco liquido, denso e inarrestabile.
Lani, un uomo dal portamento fiero e dalla mente acuta, fu il primo a comprendere la gravità della situazione. Lani non era un guerriero, ma uno stratega, un osservatore dei flussi e dei riflussi della vita, si circondava di gatti per avere da loro l'affetto e la saggezza dei felini. Durante un consiglio d'emergenza tenutosi sotto il grande albero di Banyan, ormai circondato da un'aria satura di cenere, prese la parola. "L'isola con tutte le nostre case è condannata perché è stata venduta al fuoco," dichiarò Lani con voce ferma, sovrastando il rombo sordo del vulcano. "La roccia si scioglie, la terra sprofonda nell'acqua. Non possiamo combattere la montagna. L'unica salvezza è il mare. Dobbiamo prendere le grandi canoe e cercare un altro posto."
Il mormorio di terrore che attraversò la folla fu subito placato da Kanu, una giovane mamma dal sorriso dolce, ma dallo sguardo che non conosceva l'esitazione, Kanu era l'incarnazione del coraggio intraprendente. Prese la parola Kaseti, era un saggio che da molti anni viveva nel villaggio dispensando la musica più bella degli antichi, aveva concepito un piano, e raccontò a tutto il villaggio che lontano, oltre la linea del mare esistevano altre isole, scoperte dall'antica gente dei navigatori che avevano sparso il popolo per tutto il mare. "Le antiche leggende" disse " parlano di una terra rigogliosa, è la nostra unica speranza. Dobbiamo navigare ben oltre una notte e superare il grande mare restando assieme. Abbiamo bisogno di tutti, timonieri, navigatori, maestri d'ascia per costruire le barche, mani esperte per intessere le vele. Ancora provviste e acqua da bere. Dovrà venire ciascuno di voi, soprattutto Honia che conosce le leggi dei popoli ed i simboli delle vecchie lingue, semmai nelle isole che troveremo dovessimo incontrare persone che non conosco il nostro modo di comunicare.
Senza aspettare consenso, Kanu iniziò a impartire direttive chiare e precise. "Svuotate i magazzini!" ordinò, la sua voce squillante come un corno di conchiglia. Mea Hana provvedi alle bevande, raccogli il Poi essiccato e i pesci salati! Lasciate indietro tutto ciò che non serve a sopravvivere. Le canoe devono essere pronte prima che il sole cali." La sua energia era contagiosa; la disperazione si trasformò in azione frenetica, organizzata e vitale.
Capitolo II: I Preparativi e l'Arte del Marinaio
Mentre il villaggio si mobilitava, l'attenzione si concentrò sulle grandi canoe a bilanciere, i vascelli ancestrali costruiti per solcare l'oceano aperto. A supervisionare la loro preparazione c'era Makau.
Makau era un uomo scolpito dal mare. Le sue mani erano callose, spesse come cuoio, segnate dalle cicatrici lasciate dalle lenze e dalle reti. Era un marinaio ed esperto pescatore, per questo indossava l'amo di Maui, era rude nei modi ma di una precisione assoluta. Per lui, la canoa non era un semplice pezzo di legno, ma un essere vivente che necessitava di cure e rispetto. Con gesti rapidi e sicuri, Makau controllava ogni singola legatura in fibra di cocco intrecciata. Non usavano chiodi di metallo; l'intera struttura, flessibile e robusta, era tenuta insieme da un intricato sistema di nodi che permetteva agli scafi di assorbire l'impatto delle onde gigantesche senza spezzarsi. "Tirate queste cime!" ringhiava Makau ai giovani aiutanti. "Se il vento soffia e il nodo cede, l'oceano ci inghiottirà prima di domani." Per le vele si affidarono a Huao che conosceva l'arte della tessitura, realizzò vele che non si erano mai viste tanto grandi, ma eleganti e robuste. Aveva inserito nel tessuto delle fibre di ʻAhuʻawa che agivano dove le tensioni erano più forti per non rompersi nemmeno durante le tempeste. Erano bellissime, modellate come immense chele di granchio, capaci di prendere il vento che spinge ed il vento che tira; vennero ripiegate correttamente, pronte a gonfiarsi non appena si fossero allontanati dal ridosso dell'isola per superare le onde del Rif che rendevano sempre difficile prendere il largo.
Accanto aiutava in silenzio l'instancabile Kepania, abituata a vegliare anche di notte. La sua anima era diametralmente opposta a quella pragmatica di Palu. Kepania era la memoria visiva della tribù. Era un'amica fidata di Makau, sensibile e introspettiva, si lamentava della sua assenza perché era spesso in mare a pescare e stava via per giorni attorno all'arcipelago, cercando i branchi di pesci più deliziosi. Mentre gli altri caricavano provviste, lei usava pigmenti estratti dalle bacche e carbone di legna per tracciare rapidi schizzi colorati su pezzi di corteccia pestata. Disegnava il vulcano in fiamme, i volti spaventati dei bambini, l'imponenza della canoa. Per Kepania, l'arte non era un passatempo, ma una necessità viscerale; credeva che se un evento non veniva disegnato, il tempo lo avrebbe cancellato per sempre. Voleva che i loro discendenti vedessero il colore del fuoco che li aveva cacciati dalla loro casa. Avrebbe con i suoi colori raccontato tutto il viaggio per averne futura memoria.
Mea Hana, sempre curiosa e piena di domande chiese "ma come si fa a trovare un'isola tanto lontana?" le rispose allora con un sogghigno Makau "Per un viaggio così distante ci vuole un navigatore che abbia avuto la benedizione alla scuola di Pwo e ne porti il sigillo al collo. Su quest'isola ne conosco uno solo: Palu!" allora Hoaaloha commentò "Chi quel pazzo solitario?
Quello che parla spesso da solo senza mai fermarsi, non frequenta il villaggio ed esce in mare sempre da solo? Quello se ne frega di noi, partirà senza aspettare nessuno e ci abbandonerà qui!" fu Hau a risponderle, anche lei poco presente nella vita del villaggio "Lo conosco io, siamo amici da lungo tempo, forse se glie lo vado a chiedere di persona si convincerà ad aiutarci, basta solo che non ci siano troppe donne a girargli intorno perché sono gelosa" rise scherzando, così Hau si recò a trovare Palu e dopo lunghe discussioni animate tornò al villaggio con la buona notizia. "Dice che ha bisogno di un paio di giorni per studiare le rotte e consultare i venti e le stelle, se tra due giorni tutto sarà pronto ci guiderà".
Passati i due giorni, con il cielo tinto di un rosso malato per la cenere e l'aria irrespirabile per il fumo, la tribù salì finalmente a bordo delle grandi canoe, ogni cosa trasportabile era stata stipata a bordo delle canoe: il cocco di mare, la pianta del Thè ed ancora aggiunse Hoaaloha facendo sorridere tutti, la Pace del Cuore. Presero il mare a colpi di pagaia, ed avvicinandosi al Rif aprirono le grandi "Chele di Granchio" e le barche scattarono veloci come delfini saltando sopra i frangenti e guadagnando l'acqua profonda.
Immediatamente dopo, tutti assistettero a una scena che avrebbe tormentato i loro sogni per anni: la loro isola, la loro casa di generazioni, cedeva sotto il peso della lava incendiata e iniziava a scivolare lentamente nelle profondità buie e ribollenti dell'oceano, inghiottendo i loro ricordi.
Capitolo III: La Tempesta e i Protettori degli Abissi
Appena persero il riparo di ciò che restava dell'isola, l'Oceano mostrò il suo volto più feroce. Il calore del vulcano aveva alterato i venti, generando una tempesta spaventosa. Il cielo nero si squarciò di lampi, il tuono rombava coprendo le voci umane, e una pioggia violenta prese a sferzare i ponti di legno. Makau con l'aiuto di Palu teneva il timone orientando la prua verso il largo, ma sotto la superficie scura, attratti dal trambusto e dal cambiamento delle correnti, emersero i predatori. Grandi squali grigi iniziarono a circolare intorno alla carovana di canoe. Le loro pinne dorsali tagliavano la schiuma bianca delle onde come lame, tracciando cerchi sempre più stretti attorno agli scafi vulnerabili. Il terrore serpeggiò tra le famiglie rannicchiate. Allora Palu prese il talismano che portava al collo, lo immerse nell'acqua e iniziò una strana nenia antica battendo l'altra mano sullo scafo e invitando tutti a fare lo stesso.
Fu in quel momento che un guizzo argentato squarciò l'acqua. Un branco di delfini, eleganti e fulminei, emerse dalle profondità. Si misero a nuotare ai fianchi delle canoe, creando una barriera viva. Altri della famiglia delle orche colpivano con il muso la pancia degli squali ferendoli mortalmente per poi farne banchetto. Così i delfini ingaggiarono una danza difensiva, respingendo gli squali verso gli abissi.
Mea Hana, i cui grandi occhi riflettevano l'innocenza e una curiosità inesauribile, si aggrappò al bordo dello scafo. Nonostante la tempesta, non aveva paura, solo mille domande. "Perché l'oceano ci vuole fare del male? E perché i delfini ci aiutano?" chiese a gran voce, tirando la veste dell'uomo seduto accanto a lei.
Quell'uomo era Lani. Lani era un individuo riflessivo, spesso perso nei suoi pensieri. Mentre gli altri cercavano soluzioni pratiche ai problemi di ogni giorno, Lani si interrogava sui grandi misteri: il senso della vita, il motivo della sofferenza, la natura degli dei. "L'oceano non ha sentimenti umani, Mea Hana," rispose Lani, accarezzandole dolcemente i capelli bagnati di pioggia. "Non è arrabbiato con noi. Noi siamo solo foglie trasportate dalla sua grande corrente. Gli squali fanno ciò che è nella loro natura, cercano il caos. E i delfini... forse i delfini sono il promemoria che anche nell'oscurità più profonda, nell'universo esiste un equilibrio, una forza protettiva che non ci abbandona. Noi siamo parte di questo equilibrio."
Capitolo IV: Il Maestro dei Venti e l'Arte della Navigazione
Con il passare delle ore, la tempesta si placò, lasciando il posto a una vasta e opprimente oscurità oceanica. Nessuna terra in vista. Nessun punto di riferimento. Per qualsiasi popolo terrestre, questa sarebbe stata una condanna a morte. Nemmeno la luna piena e tonda come non mai mostrava altro che acqua all'infinito tutto intorno, solo acqua e onde. Ma loro avevano Palu.
Palu era uno Sciamano Navigatore, aveva preparato con cura quella traversata. Non possedeva mappe di carta né bussole magnetiche. La sua mente, il suo corpo e il suo spirito erano gli strumenti di navigazione più avanzati del Pacifico. Palu stava al centro, ritto come un albero maestro al quale si appoggiava, lo sguardo perso oltre l'orizzonte.
Per le popolazioni isolane, la navigazione, il wayfinding, non era solo una tecnica, ma una disciplina spirituale. Palu aveva imparato l'arte fin da bambino, memorizzando la "bussola stellare". Nella sua mente, l'orizzonte era diviso in 32 "case" principali in cui le stelle nascevano a est e morivano a ovest.
"Vieni qui, Mea Hana," la chiamò Palu, vedendo la donna ancora sveglia. "Vuoi sapere come troviamo la via dei domani?" Mea Hana annuì, spalancando gli occhi. Palu indicò il cielo notturno che si stava schiarendo dalle nubi. "Vedi quella stella luminosa e rossastra? È Hokule'a, la Stella della Gioia. Quando sorge, ci indica un percorso preciso. Ma le stelle girano, quindi dobbiamo usare le loro costellazioni come sentieri luminosi." Nei miei calcoli, che qui vedi scritti in una lingua a forma di serpente che non puoi comprendere, c'è scritto che dobbiamo seguire Iwakeliʻi (Il grande fulmine) quelle stelle che sembrano le ali piegate di una enorme sula, sono molto luminose si distinguono anche dietro il velo delle nuvole, ci guideranno di notte.
Ma Palu non guardava solo il cielo. Al giungere della mattina abbassò la mano fino a immergerla nell'acqua fredda in movimento. "Senti l'oceano," disse. "L'oceano ci parla attraverso il moto ondoso, lo swell. Ci sono le onde create dal vento di oggi, e ci sono le grandi onde lunghe, antiche, generate da tempeste lontane. Un vero navigatore sa distinguere fino a cinque o sei moti ondosi diversi che si incrociano contemporaneamente. Se un'onda lunga incontra un'isola invisibile oltre l'orizzonte, rimbalza, si piega, e torna indietro cambiata. Dalle vibrazioni dello scafo, so che c'è terra laggiù... anche se i miei occhi ancora non la vedono.
Palu spiegò a Mea Hana che di giorno avrebbero cercato i Manu-o-Kū, le sterne bianche, e i Noio, le sterne stolide. Questi uccelli volavano in mare aperto all'alba per pescare, ma tornavano sempre a terra al tramonto. Seguire il loro volo serale significava seguire la via per un'isola. Palu leggeva il colore delle nuvole, quelle che stazionavano sopra le isole riflettevano il verde delle lagune o assorbivano il calore della terraferma, assumendo forme diverse dalle normali nuvole oceaniche. Conosceva persino la fosforescenza del plancton notturno, che lampeggiava diversamente quando colpiva l'onda di ritorno di una barriera corallina.
Palu, parlava di una "dea fedele", la dea dei venti favorevoli, che continuò a soffiare costante direttamente sulle vele. Makau, comprendendo i segnali del navigatore, diede l'ordine di tesare le manovre. Le grandi vele a forma di chela di granchio, un miracolo dell'ingegneria antica capace di catturare il vento e spingere la canoa anche in andature difficili, si gonfiarono maestosamente. La barca prese velocità, amando l'Oceano, tagliando l'acqua nera come un coltello di ossidiana.
Capitolo V: Stelle Antiche e Calore Umano
La notte in mare aperto è un abisso che minaccia di inghiottire non solo il corpo, ma anche la mente. La paura, dopo l'adrenalina della fuga, iniziò a insinuarsi tra i membri della tribù. Il freddo pungente umiliava le carni, e la vastità dell'oceano faceva sentire ogni individuo infinitamente piccolo. Il conforto di tutti era quello di sapere che erano assieme e che portavano con loro i gioielli più preziosi dell'isola madre. Per i giorni a venire Mea Hana aveva stipato la canoa con ogni tipo di vettovaglie, bevande per vincere la sete in mare e naturalmente il cocco magico che viveva solo nella loro isola e che adesso attraversava il mare assieme alla Pace del cuore.
In quel momento di fragilità collettiva, si alzò Hoaaloha. Egli possedeva un dono prezioso e intangibile: il senso profondo e sacro dell'amicizia, sempre. Hoaaloha non aveva la forza fisica di Kanu o la conoscenza di Palu, ma aveva il potere dell'empatia. Si mosse per tutta la lunghezza della canoa, portando coperte di corteccia e parole di conforto. Si sedeva accanto a chi tremava, stringeva le mani dei più anziani, abbracciava i bambini. "Il buio è vasto," sussurrava Hoaaloha a un giovane pescatore terrorizzato, "ma guarda quante spalle hai accanto a te. Finché saremo una famiglia, l'oceano non potrà inghiottirci. Il nostro legame è più forte delle onde."
La sua dolcezza trovò eco in Hauo. Hauo era l'anima poetica del gruppo. Dove gli altri vedevano disperazione, morte e un mare implacabile, Hauo vedeva bellezza malinconica e metafore di rinascita.
Guardando la schiuma bianca creata dalla prua della canoa sotto la luce stroboscopica delle stelle antiche, Hau iniziò a cantare e Hoaaloha a recitare ad alta voce. "La rabbia della nostra terra si è spenta nell'acqua," dissero, le loro voci melodiose si accordavano al ritmo del mare. "Ora la paura scivola sotto le stelle silenziose. Il buio cerca di nasconderci, ma la luna allarga le sue braccia dal cielo per abbracciarci. Questa barca non è una prigione di legno, è una foglia di speranza trasportata dal respiro degli dei." Queste parole, simili a nenie amichevoli, agirono come un balsamo sulle menti stanche dei viaggiatori, cullandoli verso una strana, surreale tranquillità.
A spezzare definitivamente la tensione residua ci pensò Kolohe. Kolohe era un individuo straordinario. Aveva perso la sua capanna e i suoi averi come tutti gli altri, ma non aveva perso il suo sorriso sghembo. Era il giullare, colui che usava l'umorismo come scudo contro la disperazione. Mentre l'acqua gelida schizzava a bordo bagnando tutti, Kolohe si alzò, inciampando esageratamente per far ridere i bambini. "Beh, guardate il lato positivo!" esclamò Kolohe, strizzando l'acqua dalla sua veste di lino. "Sull'Isola della Tramontana mia moglie mi costringeva ogni mattina a spazzare il cortile. Qui, l'oceano lava il pavimento da solo! E volete mettere la vista? Ho sempre detto a Kaseti che ci serviva una vacanza, ma lui doveva per forza esagerare con l'organizzazione!" Una risata genuina esplose tra la gente. Fu una risata breve, rauca, ma immensamente potente. Kolohe aveva compreso che la speranza a volte non nasce dalla preghiera, ma da una battuta ironica che ricorda agli uomini di essere ancora vivi.
[A causa delle limitazioni di spazio imposte da Libero per i propri post, la storia prosegue nella seconda pagina]
Inviato da: Zero.elevato.a.Zero
il 21/05/2026 alle 14:54
Inviato da: Zero.elevato.a.Zero
il 21/05/2026 alle 14:48
Inviato da: elyrav
il 21/05/2026 alle 12:50
Inviato da: elyrav
il 21/05/2026 alle 12:50
Inviato da: Zero.elevato.a.Zero
il 21/05/2026 alle 11:07