Creato da fattodiniente il 01/06/2007

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Strawbs, 'Benedictus'

Post n°16 pubblicato il 07 Settembre 2007 da fattodiniente

(gli Strawbs) 

Che cosa si sente propriamente ascoltando una canzone? Voglio dire, ci sono chitarre, batteria e tutto il resto, ma è chiaro che la cosa non si riduce a questo, oppure dovremmo ammettere che guardando un quadro non vediamo niente altro che tot centimetri di cornice, una certa quantità di colori spalmati secondo un certo criterio, e via discorrendo.
Insomma, quel che si sente in una canzone è in qualche modo qualcosa che sta al di fuori della canzone stessa. Cosa sia questo qualcosa, nove volte su dieci, lo sappiamo solo noi, ed è per questo che una certa canzone ci piace.
Una volta, un tizio che aveva un negozio di dischi commentò in questo modo un disco di Vangelis: ‘si sentono gli uccellini che volano’ (essendo veneto, la frase esatta fu ‘te senti i oselletti che svola’). Interessante notazione estetica. Già uno si chiede perché mai ascoltare della musica per sentire quel che si può sentire aprendo la finestra, ma magari la stagione non è propizia, oppure gli uccellini sono impegnati in altre faccende, o non lo so, e allora ecco che Vangelis torna utile. Poi casomai è una questione di attitudini e inclinazioni personali, e se uno ama gli uccelli (in senso letterale; in senso metaforico meglio altre musiche che quella di Vangelis) quel disco aveva senz’altro un fascino particolare. E sentire gli oselletti che svola in ogni caso è sempre un bel sentire, su questo non si discute. Che poi il suono degli uccellini svolazzanti fosse fisicamente presente nel disco, come effetto ambientale, o fosse un immagine evocata, non saprei dire. Essendo che il soprannome del tizio era ‘Squallido’ (di nome faceva Ivano), sono portato a pensare che la risposta giusta sia la due, ma non si può mai sapere.
La questione è dunque capire come una canzone evoca qualche altro significato. Un’altra volta mi trovavo in un negozio della pedemontana, e un metallaro in divisa d’ordinanza e dal pesante accento montanaro teneva lezione a due suoi compari, di grado evidentemente inferiore; questo tizio magnificava un disco dicendo ‘senti il metallo che urla’. Mi son girato per non ridere, ma ripensandoci vorrei sapere che disco fosse, perché una esperienza estetica così sinceramente mi manca. Che cosa sia il metallo urlante lo sanno tutti (beh, quasi tutti… e se qualcuno non lo sa, meglio per lui), ma sentito al suo meglio, voglio dire… Quei tre magari erano dei sempliciotti (anche senza magari, ok), ma proprio per questo il collegamento diretto tra musica e significati doveva essere piuttosto evidente. E bastava guardarli per intuire in che modo la loro estetica afferisse alla loro etica. Ma non sempre le cose sono così evidenti come nel caso dell’heavy metal.
Molto spesso, la relazione tra suoni (melodie, arrangiamenti, timbriche e tutto il resto) e significati evocati è oggettivamente molto labile; talvolta procede per analogia, che a sua volta è una variabile di ricordi, quindi associazioni, molto personali; altre volte nasce per metafora: e questo dipende dal fatto che procediamo alla razionalizzazione, cioè alla possibilità di comprensione, attraverso una costruzione linguistica. Per cui usiamo lo stesso lessico per la descrizione tanto dei moti dell’animo, quanto per la musica. Il che non vuol dire che percepiamo e apprezziamo la musica e i suoi effetti attraverso le parole, ma che musica e sentimenti hanno la stessa origine, e sono nella loro essenza la stessa cosa. Che si coniuga nel quotidiano, nell’esperienza, negli accidenti, che chiamiamo vita. E ciascuno ha la sua, con quel che ne consegue.
Così, la musica ti carezza l’anima, o le fa il contropelo. E poco altro, anche se coniugato in una quantità di maniere da non riuscire a definirne in modo esatto nemmeno una. Tutto sommato i sentimenti non sono una infinità, pure se assumono una infinità di sfumature e tonalità, anche combinandosi tra loro, allo stesso modo con il quale tre primari, il bianco e il nero, formano una gamma virtualmente infinita di colori diversi, eppur simili tra loro. Sto diventando poetico, cazzo…
Benedictus degli Strawbs è uno degli esempi più tipici tra quelli che mi riguardano. Essendo una delle prime canzoni che ho amato, nel tempo ha assunto un significato direi paradigmatico di uno dei miei stati d’animo preferiti, la contemplazione; e in effetti è una canzone profondamente religiosa. Solo che il mio modo di contemplare è, diciamo, alquanto personale. Per cui a me ricorda il medioevo, o se preferiamo, la campagna francese d’estate, con il vento tra gli alberi e il cielo blu terso. Perfetta epifania della pace interiore. Gli oselletti che svolano però non li sento: non ci sono; devono essere svolati via prima che la canzone iniziasse.

 
 
 
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