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Deep Purple, 'Burn'

Post n°19 pubblicato il 18 Settembre 2007 da fattodiniente

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È facilissimo ed impossibile sapere cosa fosse “essere della Riviera”, alla metà degli anni settanta.
Un mondo disincantato, duro, piuttosto grezzo che gretto, tendenzialmente violento. Un mondo di ragazzi apparentemente “difficili”, o almeno prossimi ad esserlo, dove c’era sempre il caso di buscarle; anche se in vita mia avrò visto sì e no un paio di scazzottate, e nemmeno troppo cattive, giusto una manifestazione di folklore locale. Però la mala della Riviera del Brenta, Felice Maniero e tutto il resto, esistevano eccome, talvolta assurti a eroi maledetti (il mitico Kociss!…), così che c’era sempre da stare attento con chi avevi a che fare.
Ma era un mondo anche ilare, ridanciano, con quel sansofiumor ad alzo zero, sempre prossimo al dileggio, e comunque disposto a prender davvero sul serio solo le faccende davvero importanti: il calcio, la figa, e la musica. Una provincia dell’anima, per dirla con Canetti.
Bene, tralasciando le prime due cose, non è che dicendo “la musica” si intenda poi chissà poi quale cultura. I ragazzi della Riviera ascoltavano i Deep Purple. E basta. (I ragazzi. Le ragazze non si sa: non si sapeva un cazzo delle ragazze della Riviera. Che è un modo gentile per dire che non si sapeva un cazzo delle ragazze. Molto probabilmente, le ragazze semplicemente non ascoltavano musica, ed in ogni caso non era una faccenda rilevante; era un mondo troppo misogino da questo punto di vista).
Ora, non è che si ascoltassero solo i Deep Purple. Volendo, c’erano gli Uriah Heep, o i Black Sabbath o gli Zep. Ma quella era la pietra di paragone. Non si scappava.
In realtà, se aveste chiesto chi fossero i Deep Purple, forse molti non avrebbero saputo dirvelo. Essendo un mondo rigorosamente in dialetto – variante brentana, che non ha niente a che fare né col nobile veneziano (quella sì, una lingua), né col posticcio mestrino, e men che meno col supponente ma pesantissimo padovano, Dio ci scampi –, ebbene, tutto passava attraverso il filtro della interpretazione linguistica, che è assai più che un trasferir concetti da un idioma all’altro. Esprimere un concetto, nomare una cosa, significava ridurla a piani di significati “altri” rispetto all’originale: nessuno ha mai espresso una dichiarazione d’amore in Riviera. Come cazzo si fa infatti a dire “ti amo” in rivierasco? Roba da rovesciarsi sulle sedie dal ridere. Ed era ridicola tanto la locuzione (“so inamorà de ti”? Ma per favore), quanto dunque il concetto espresso. L’educazione sentimentale delle giovani generazioni rivierasche ha seguito vie impervie e improbabili, ma di fatto quella gente si è sposata tutta, ed è indubbio che in qualche modo avrà fatto. Cosa ci si dicesse, allora, è lungo da dire: dev’essere lì che ho sviluppato il mio gusto, e le mie capacità, di usare le perifrasi.
Così, in effetti i ragazzi ascoltavano semmai “Idipàrple”, mentre i più versati nella lingua, o coloro che semplicemente cercavano di dare un senso ad ore e ore di altrimenti inutili lezioni di inglese, ascoltavano “Idipàppol”. Così come del resto ascoltavano “Iuraiaìp”, “Iblesàba” e “Ilesèpeli” (E in ciò, non facevano che tramandare tradizioni di famiglia, per cui le nonne sognavano con i film di Elisa Beteo - Elizabeth Taylor -, Caga Blè - Clark Gable, e lasciamo perdere l’osceno gioco di parole - o Tiròn Paue - Tyrone Power, dove ‘tiròn’ sta per ‘strappo violento’, un termine di assoluto uso comune. Ma non divaghiamo).
In realtà, tra i ragazzi della Riviera esisteva una élite intellettuale che ascoltava il progressive, e i cui eroi massimi, i Campioni dei Campioni erano invariabilmente “Ipifloi” (i Pink Floyd), che peraltro raccoglievano taciti consensi anche presso l’altra schiera, quella del popolo crasso, per via di
Dark Side of the Moon
.
Ma i “Ipifloi” erano amati dai proggers per le cose più cerebrali, psichedeliche e tutte quelle menate esoteriche lì, che certo non potevano incontrare il gusto rude dei più, per i quali nelle loro cose sperimentali “i me pare che i zé drio dare i ultimi” (“mi sembra che stiano tirando le cuoia”), secondo l’icastica recensione che ancora ricordo a distanza di tanti anni.
Perché poi
Idipàppol
godessero di tanta venerazione, non è nemmeno difficile da immaginare. Le schitarrate assassine di “Rìci Blècmor” (Ritchie Blackmore), il drumming pesante ma puntuale di “Ianpès” (Ian Paice), e soprattutto gli estremismi vocali di “Ianghìlan” (Ian Gillan), eccitavano quei cuori semplici cantando e mettendo in sentimento i loro valori veri. Fatti di sguardi sbiechi, frasi smozzicate e pesanti, rudezza di modi, e poco altro. Ah, che uomini!
E non sono poi mica cambiati, a trent’anni di distanza, per quanto alla fine si siano rivelati per quel che erano: paste d’uomini, sempre disponibilissimi a dar una mano quando serve, dalla socialità spiccata, lavoratori, e ancorché non particolarmente portati per l’eloquio, in grado di capire anche ragionamenti mediamente complessi. A patto di spiegare le cose una alla volta, e lentamente. E col dovuto modo. 
E sono anche sentimentali. Il mio vicino era quasi commosso al racconto del concerto dei suoi (nostri) eroi, che aveva appena visto a Udine, la passata estate. Al racconto dei venti minuti di assolo di batteria (!) di Ianpès quasi godeva ancora nelle mutande (“el se gà sborà dosso” per esser precisi).
Ma su una cosa avevano ragione: i Deep Purple erano davvero divertenti: con tutta la mia supponenza, ci ho messo degli anni ad ammettere che mi piacevano davvero. Perché sono vivi, con le loro baracconate, e le canzoni erano buone: del buon rock blues tirato al massimo, ma onesto, dichiarato, e discretamente suonato pure, eccessi e pacchianerie comprese. Anche se da buon snobbone, ho sempre amato (chiamiamo le cose col loro nome) i dischi più burini: mica “Fairebal”, o “Mascinèd”, macché.
Burn, e Stormbringer
.
Ed eccomi, trent’anni dopo, a godere come un maiale nel trogolo, mentre ascolto in auto
Burn
a pieno volume, appena comperato (beh… per la quinta volta: eh, ciò, ognuno ha i problemi suoi, ah?), accompagnando a squarciagola David Coverdale, il più tamarro dei cantanti tamarri, perciò il più adatto. Del resto, girando per i miei paesi, che altro cazzo di colonna sonora vuoi mettere? Una volta John Entwistle, il bassista degli Who, dichiarò che a ciascuno piace solo l’hard rock che suona, così come ciascuno ama solo l’odore delle proprie scorregge. Per la verità, in seguito tentò di smentire l’affermazione, ma non fu molto creduto. Ecco, a me piace solo l’hard rock con cui sono (mio malgrado?) cresciuto.
Perché io gioco a fare il filosofo, il poeta, e salcazzo che altro. Ma quando tiro fuori la riastarda, e tutto il resto, è solo il vecchio modo d’essere del ragazzino rivierasco di trent’anni fa a venir fuori: quello pronto a mandare fanculo chiunque e buttar giù tutto per qualunque ragione nel giro di un amen, anche solo per vedere l’effetto che fa. O a tirar fuori il medio all’autista del pullman che si permette di strombazzargli, e pronto ad aggredire il vecchiaccio col macchinone che fa il gradasso all’entrata dell’autostrada.
C’è da stare attenti, a salire in auto con un ragazzino cresciuto in Riviera. Perché David Coverdale è dalla sua parte.

 
 
 
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