Creato da fattodiniente il 01/06/2007

Gloriosa spazzatura

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Amazing Blondel, 'Swifts, Swains and Leafy Lanes'

Post n°32 pubblicato il 15 Febbraio 2008 da fattodiniente

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Gli Amazing Blondel sono, per quanto sta a me, Il Più Conosciuto Gruppo Misconosciuto della storia del rock (e non facevano nemmeno rock, come si può ben sentire). Dove con questo si dimostra una bella sfilza di bizzarrie, a partire dal concetto stesso di rock, che comprende praticamente qualunque cosa sia stata messa su disco (ma anche no) negli ultimi quarant’anni – musica classica e lirica a parte. Per stare al gruppo, non lo conosce praticamente nessuno (una volta chiesi ad una conoscente se ne avesse sentito parlare, mostrandole una loro foto, e la risposta fu “e chi sono? Due rabbini e un gesùcristo?”; risposta che denota al tempo stesso il sansofiumor della conoscente medesima, e la sua notevole attitudine al sincretismo religioso).
Eppure, nei gloriosi anni settanta, in Italia li conoscevano in parecchi, e i loro dischi – non molti a dir la verità, ogni tanto occhieggiano ancor oggi negli scaffali dei cd di alcuni negozi. E chi si interessava di musica in quel tempo quantomeno di nome li conosce di sicuro. Da qui, il titolo onorifico di cui li ho testé gratificati. Musica elisabettiana, interpretata con strumenti dell’epoca e una sensibilità tutta contemporanea e una venatura religiosa molto spiccata, del tutto prossima al folk rock tanto di moda trenta e passa anni fa. Una cosa molto particolare (ok, stucchevole alle orecchie dei più, non discuto), assai caratterizzata e quantomeno singolare.
Neanche a dire che personalmente li ho sempre amati, come tutte le bizzarrie che mi capita d’aver conosciuto, ma anche per ragioni diciamo così affettive, visto che England, uno dei loro due dischi più famosi, è stato uno dei primi dischi che mi son acquistato da ragazzetto. La loro carriera si concluse abbastanza rapidamente, dopo di che nulla si seppe di loro per oltre un ventennio. A quanto sapevo, il loro leader, John David Gladwin, intendeva dedicarsi alla religione, forse facendosi canonico nella cattedrale di Lincoln, la sua città natale, ma poteva anche essere una bufala, o che ne so. Di fatto, abbandonò la musica. L’umanità è andata avanti lo stesso, questo è un fatto, e non si può dire che abbia risentito della loro dipartenza, ma almeno un fesso che li ha serbati in un angolo del suo cuore (in un recesso piuttosto remoto comunque, va detto) c’è stato. E quello sono io (l’avevate indovinato, suppongo).
Una decina d’anni dopo, era il 1987, mi capitò una esperienza un po’ singolare che li riguardava, e di cui fui del tutto l’artefice. A zonzo per l’Inghilterra, capitai per l’appunto a Lincoln. Visitando la meravigliosa cattedrale, non resistetti, e abbordai un religioso, chiedendo con il mio accento oxfordiano se potevo porgli una strana domanda. La risposta cortese e divertita fu “certo, le darò una strana risposta” – dove si vede che lo humor inglese esiste, e che un rock fan arriva a fare le cose più strambe. O forse era soltanto l’esempio di mia nonna e poi di mia madre, due note sfrontate attaccabottoni. Com’è e come non è, gli chiesi se conoscesse Gladwin: doveva conoscerlo, per la mia mentalità provincialotta: dopotutto non solo era una gloria locale (!), ma a quanto sapevo doveva aver fatto parte del corpo religioso del luogo; ed in ogni caso, era un fatto che nella cattedrale gli Amazing Blondel ci avevano suonato e ci avevano fatto le copertine dei loro dischi, con tanto di ringraziamenti al Capitolo. E invece non l’aveva neanche mai sentito nominare. Con una solerzia degna di miglior causa, cercò anche il Maestro del Coro, che nel caso qualche informazione in più doveva averla, ma fu un altro buco nell’acqua. E gli Amazing Blondel finirono anche per me definitivamente nell’ombra.
Una decina d’anni ancora, e i Blondel tornarono inaspettatamente alla luce della memoria: si riformarono, pubblicando un disco che, diffidente, non mi son preso neanche la briga di comperare: sic transit gloria mundi. Ma per l’occasione, venne pubblicata anche una raccolta di incisioni dal vivo d’antan (’72 e dintorni), e quella sì me l’acquistai. E giuro, alla prima strofa della prima canzone, all’attacco del cantato insomma, mi commossi: la voce così familiare del solista, John David Gladwin, riemergeva dalle nebbie del tempo, come avesse atteso due decenni per farsi riascoltare, e cancellando in un attimo tutti gli anni, e tutto quanto successo nel frattempo. Allora erano esistiti davvero, si erano davvero esibiti davanti ad un pubblico… E fu persino una sorpresa, perché dal vivo risultarono essere trascinanti, appassionanti e incredibilmente divertenti, tra gag e battute degne del miglior Ian Anderson degli anni d’oro.
Ed ora, c’è YouTube. Ed eccoli qui, a suonare – guarda un po’ – nella Cattedrale di Lincoln: mi verrebbe voglia di cercare quel canonico e mostrargli il video, se non altro per togliermi l’etichetta di pazzo visionario che da allora, non c’è dubbio, mi porto appresso nella sua considerazione. Ci ho perso il sonno tante notti per questo, in questi vent’anni e passa. Strambo io, strambi loro, strambo il mondo. Ma per favore, suonate anche qualcosa di loro al mio funerale.

 
 
 
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