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NO NO E POI NO (VAT)

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In che senso le "radici cristiane" d'Europa sono razziste

Post n°21 pubblicato il 22 Marzo 2010 da icszeta
 
Foto di icszeta

In questo articolo del 2 novembre 1940, apparso su La Civiltà Cattolica, veniva articolato il "pensiero" della chiesa cattolica rispetto al razzismo, un "razzismo integrale" abbracciato e adeguato all'interesse vaticano. 

Allora era "la nazione", oggi è "l'Europa".

"A quale concetto si ispira, dunque, la politica della razza del fascismo? A un concetto integrale, il quale, tenendo pur conto del dato bio-antropologico, non come cardine della sua concezione ma come elemento coordinato ad altri di maggiore importanza considera in modo prevalente i valori culturali e spirituali della nazione e questi si prefigge di preservare e di potenziare."

La Civiltà Cattolica, dell'ordine dei Gesuiti, tra le molte riviste cattoliche, è l'unica ad essere esaminata in fase di bozza dalla Segreteria di Stato vaticana e ad averne l'approvazione definitiva.

I FONDAMENTI DELLA DOTTRINA FASCISTA DELLA RAZZA

(La Civiltà Cattolica , Roma, 2 novembre 1940, a. 91, vol. IV, quad. 2169)

La questione della razza, pur tra l'incalzare di avvenimenti di grande importanza storica, forma l'oggetto di studi seri, diretti a chiarire i concetti e ad illuminare i fondamenti ideologici, ai quali si ispira la politica del Regime. Fra questi studi riveste un'importanza particolare il libro scritto da S. E. Giacomo Acerbo e pubblicato sotto gli auspici del Ministero della Cultura Popolare, con presentazione di S. E. Pavolini (1). L'autore, la presentazione e il fatto che il libro è il primo di una collana di volumi, iniziata dall'ufficio Studi e Propaganda sulla Razza, legittimano la persuasione che le idee in esso espresse rivestono il carattere di una interpretazione molto autorevole del difficilissimo problema.
L'iniziativa merita l'adesione incondizionata degli studiosi, in quanto, dando da una parte il bando alle elucubrazioni di gente improvvisata e incompetente, causa del diffuso disorientamento prodottosi nella questione della razza, tende a contenerla entro i limiti scientifici e a risolverla secondo le più oggettive indagini antropologiche, biologiche e storiche. In questo modo molte prevenzioni possono sparire, molti dissensi appianarsi molte ansie essere assopite per il raggiungimento di una maggiore unità anche in questo campo particolare.
Al conseguimento di questo scopo, crediamo concorra molto la pubblicazione, di cui trattiamo. La questione preliminare da risolvere come non abbiamo mancato di rilevare altre volte, consiste nella determinazione del concetto di razza, e più specificamente in qual senso debba intendersi il termine, quando si riferisce alla politica inaugurata dal Regime. Notavamo, infatti, che se al termine si conserva il senso naturalistico, bio-antropologico, la dottrina costruirebbe sopra un dato infido, scientificamente non fissato, e arriverebbe, per necessaria conseguenza, alla piena svalutazione dei valori veramente umani, con un pericoloso scivolamento verso il materialismo. Ora su tale questione l'Acerbo porta dei chiarimenti, che noi riteniamo di particolare importanza.
Egli avverte, in primo luogo, come il concetto di razza, dopo tante indagini, sia rimasto oscuro e diventi ancora più vago a mano a mano che progrediscono le nostre cognizioni. Un contributo ad una maggiore concretezza hanno apportato le dichiarazioni dei giuristi italiani al Convegno di Vienna, dove venne affermata l'essenza spirituale dell'idea di razza, che non poteva essere confinata, secondo la concezione del Fascismo, unicamente alla bio-antropologia. Tuttavia, aggiunge l'Acerbo, «siamo ancora lontani dalla meta, anzi forse ce ne allontaniamo sempre più sia perché si vede tutt'altro che probabile l'accordo tra gli scienziati sui caratteri somatici, fisiologici, psichici che dovrebbero assumersi a criterio di distinzione dei gruppi umani; sia perché dal rivendicare che i sociologi e i politici fanno, com'è giusto, l'efficacia formativa e selettiva degli elementi spirituali sui detti gruppi, segue che il concetto di razza, trasferito in quest'altro campo, dà luogo a confusioni e a interferenze con una quantità di concetti più o meno affini» (p. 15).

Né il concetto comune di razza, egli afferma ulteriormente, né quello storico e naturalistico possono servire come fondamento a una dottrina, che si proponga di mettere nella loro giusta luce i provvedimenti razziali del fascismo. Il concetto comune è troppo comprensivo e quindi equivoco per se stesso, pigliando esso come criterio di distinzione sia le proprietà somatiche, sia quelle linguistiche e culturali e dando il primato ora all'una ora all'altra, in maniera tale che spesso la razza viene a confondersi con la nazionalità o ad estendersi tanto da abbracciare vasti complessi etnici.

In quanto al concetto storico, fondato prevalentemente sulla comunità di lingua, la scienza si trova di fronte a dati contrastanti. Mentre le razze storiche, secondo il Le Bon, non sono altro se non formazioni artificiali, causate dalle conquiste e dalle immigrazioni e composte da un miscuglio di stirpi fusesi insieme, alle quali la lingua ha imposto il sigillo dell'unità raggiunta, dall'altra l'osservazione dimostra l'esistenza di popoli aventi la stessa civiltà e che parlano lingue diverse. Così «nel Caucaso, che ospita più di cento gruppi etnici, si parlano oltre sessanta lingue e dialetti, benché i popoli che abitano quel territorio appartengano in genere alla stessa forma di civiltà». Pertanto, ovviamente conclude l'A., «le frontiere antropologiche mesologiche linguistiche costituiscono altrettante linee che raramente coincidono» (p. 18).

Né fondato su più solide basi è il concetto naturalistico, non essendo ancora stabilito quale sia il criterio antropologico, che deve servire per la classificazione dei gruppi umani. Indice nasale, morfologia del cranio, colore della pelle e dei capelli, statura somatica sono altrettanti criteri, di cui gli studiosi si giovano, secondo le loro preferenze; che se poi a questi si aggiungono i caratteri psichici e si lascia a ciascuno di scegliere quale di essi debba guidarlo nella divisione degli uomini in razze, l'effetto sarà una estrema varietà di sentenze, quale è dato, in realtà, di riscontrare confrontando i risultati finora raggiunti dalla così detta scienza. Questo confronto dimostrerà non troppo esagerata l'affermazione di un illustre etnologo, secondo il quale un tipo razziale non sussiste se non nella nostra mente» (p. 21).

Da quanto è detto segue che né il concetto comune, né quello storico e naturalistico possono fornire un saldo fondamento a una dottrina della razza, che risponda alle esigenze più elementari della scienza. A quale concetto si ispira, dunque, la politica della razza del fascismo? A un concetto integrale, il quale, tenendo pur conto del dato bio-antropologico, non come cardine della sua concezione ma come elemento coordinato ad altri di maggiore importanza considera in modo prevalente i valori culturali e spirituali della nazione e questi si prefigge di preservare e di potenziare.

Una diversa concezione non concorderebbe con lo scopo, che la politica razziale del regime prosegue e che consiste nella preservazione della «sostanza ideale e spirituale della nostra stirpe» (p. 23). Questo scopo manifesta che il concetto di razza non può essere inteso se non in senso integrale, nel quale « il dato puramente fisico o somatico, il quale preso da sé solo umilierebbe la nobiltà delle stirpi umane confinandola nel regno della zoologia e farebbe della politica della razza un capitolo della zootecnica », si coordina di necessità «col dato etnico e con quello culturale» (p. 26).

Siamo così di fronte a un concetto di razza che anche il più meticoloso assertore dei valori spirituali e trascendenti potrà accettare senza riserve: l'unica difficoltà che può sorgere contro di esso consiste nella somiglianza e quasi identità che un siffatto concetto ha con quello di nazione, poiché tutti gli elementi oggettivi compresi in quest'ultimo si troverebbero presenti nel primo. La difficoltà, tuttavia, potrebbe suggerire di lasciar cadere il termine improprio di razza, per adottarne uno più appropriato, se non addirittura quello di nazione; ma nulla toglie alla nobiltà, spiritualità e elevatezza della concezione, come essa viene interpretata dall'Acerbo.

Dopo queste delucidazioni sul concetto di razza, l'A. dimostra come in Italia fin dai primordi si sia costituito un gruppo etnico con una sua spiccata individualità e cultura, rimasto fondamentalmente omogeneo col sopravvenire delle migrazioni di altri popoli, i quali, invece di assorbirlo, furono da esso assorbiti e amalgamati entro quella compagine, dal cui seno sbocciò e fiorì la mirabile civiltà romana. Le sue deduzioni sono fondate su recenti studi, che, se non hanno del tutto dissipate le tenebre sulle origini delle genti italiche, hanno tuttavia chiarito di molto la preistoria della nostra penisola.

Qui si innesta naturalmente la questione degli arii, e in qual senso debba intendersi l'appellativo di ariano attribuito recentemente anche al popolo italiano. A tale proposito, attenendosi ai risultati sicuri dell'indagine scientifica e rigettando le fantasie costruite da alcuni pensatori di oltre Alpe, l'A. scrive testualmente: «Tutte le scuole italiane e straniere sono oggi concordi nel riconoscere che quei popoli preistorici che si designano sotto il nome di ariani, oppure Indoeuropei, e che i dotti tedeschi ci compiacquero chiamare Indogermanici, sono ben lungi dal costituire un'unità bio-antropologica, cioè una razza nel senso naturalistico, ma rappresentano invece un miscuglio di varie provenienze genetiche collegate fra loro dalla sola parentela linguistica. E l'opinione diffusa e accettata nel secolo scorso, che tale affinità linguistica presupponesse e dimostrasse l'unità della razza, è oggi totalmente abbandonata» (p. 53).

Rammentate le teorie di Gobineau e dei suoi seguaci, contro le quali non tardò a sollevarsi l'opposizione degli studiosi seri, e come la civiltà aria sia la risultanza della mistione delle tre grandi razze venute a popolare l'Europa, egli conchiude: «Non si può dunque quanto all'Italia parlare di razza aria, bensì di accessioni più o meno copiose di gruppi delle genti nordiche e palafitticole, la cui congiunzione con le stirpi indigene avrebbe dato inizio nel nostro suolo alla cosiddetta cultura aria» (p. 55).

Conseguentemente il termine ariano nella letteratura fascista della razza non può avere se non «un significato convenzionale e un uso provvisorio, giustificabili l'uno e l'altro per la duplice necessità di impostare in un primo momento la politica della razza in ragione e in funzione del prestigio che la Madre Patria deve assumere di fronte alle popolazioni del nuovo impero, e di separare dalle attività direttive e formative dell'organismo nazionale la minoranza giudaica» (p. 56).

Conveniamo pienamente con l'A., poiché tutte le ragioni storiche e scientifiche convergono in favore della sua tesi, e terminiamo questa nostra rassegna, esprimendo l'augurio che altri lavori simili al presente, ispirati ad un grande rispetto per la vera scienza e contenuti entro i limiti consentiti dal progresso della ricerca oggettiva, vengano ulteriormente a chiarire una questione, che ha bisogno di essere liberata da sovrastrutture fantastiche e risolta in modo conforme alle gloriose tradizioni della gens italica , propagatrice nel mondo intero delle più alte conquiste dello spirito umano.

A. Messineo S. I.

NOTE (l) Giacomo Acerbo, I fondamenti della dottrina fascista della razza, Roma, Ministero della Cultura popolare, 1940-XVIII, pp. 95. L. 10.

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