
Gola
Il peccato di gola non è la mera ingordigia o la smodata consumazione di cibo, ma il lusso alimentare, la predilezione per la cucina raffinata, la propensione a cibarsi esclusivamente di pietanze pregiate e costose.
Gola e lussuria, come dire Bacco e Venere, e non di meno tabacco e cenere. E ovvia l’allusione al proverbio “Bacco tabacco e Venere riducon l’uomo in cenere”. Gola e lussuria abbinate? Intanto, perché — è un altro proverbio, questa volta latino — “se Cerere manca”, ossia pane e companatico, “anche Venere è fredda”. Dunque, sopravvivenza dell’individuo e sopravvivenza della specie, di cui è spia una duplice fame, innanzi tutto quella di cibo, e poi, a pancia abbastanza piena, quella, non meno allupata, di sesso, tutte e due nell’ambito del desiderio, in particolare della concupiscenza della carne, secondo la tripartizione della Prima lettera di s. Giovanni (2,16). Certo, “concupiscenza”, secondo la definizione scolastica di “amore disordinato delle cose sensibili”, si cobra di negatività, di tendenziale peccaminosità: è un qualcosa che «deriva dal peccato» almeno quello originale, «e rende inclini al peccato» (concilio di Trento). Eppure, è difficile pensare che alla madre Eva, al vedere così appetitosa quella benedetta mela o che diamine era, non fosse venuta l’acquolina in bocca. Con tutto il rispetto per i fiumi d’inchiostro, tra il teologico e il faceto, versati su quella mela, in caso contrario si dovrebbe ammettere un’umanità biologicamente diversa da quella che è. In effetti, la concupiscenza più che un male, è “una sfida” per una vita umana, per la vita morale (ancora il concilio di Trento). Del resto, istinti e impulsi di per sé sono un bene.
Quindi: buon appetito, direi con la sensibilità fenomenologica dell’antico Aristotele, ma anche con la signorilità del Padreterno che, quando si tratta di banchetto da lui imbandito, non fa a miccino: «vini eccellenti, cibi succulenti» (Is 25,6), proprio quelle cose che un’antica eresia, l’encratismo, condannava senza appello: tutti assolutamente astemi e vegetariani! E un’eresia fondata sull’idea che la materia, nata da uno sbaglio di Dio o fatta da un dio inferiore, è male, che il corpo anche, che le sue pulsioni pure. Figuriamoci, le sostanze inebrianti. Tant’è che c’era chi diceva messa con l’acqua! i cosiddetti aquarii. La Chiesa se ne accorse e condannò. Ma, come succede, l’eresia, fatta uscire dalla porta, rientrò, come mentalità, sempre ricorrente come tendenza, dalla finestra. Sicché, per non poca ascesi, lo stomaco ci sarebbe per digiunare e per fare a gara a chi mangia di meno, alla ricerca di una “santa” anoressia. Ma oggi, sulla gola, che si può dire di ragionevole ed utile, di umano e di cristiano? Che — forse con l’antico Socrate — si mangia per vivere e non si vive per mangiare. Parole sante, da sottolineare. Sennò madre natura — notavano ancora gli antichi — avrebbe dovuto farci, per un maggior godìo, una gola lunga come quella delle gru con tanto di papille gustative. Il che non è di poco conto per una morale della temperanza, nell’ambito d’una retta ragione che a una riflessione attenta non manca di dire qualcosa di sensato, che il lettore coscienzioso saprà applicare col suo cervello alle situazioni della vita: anche a proposito di compensazioni, autoconsolazioni, autocommiserazioni, per cui ecco il cioccolatino e il pasticcino, il fiasco del vino e il bicchierino e il grondino. E, come si sa, non c’è due senza tre, e magari si restasse a tre! E con Bacco il tabacco, e d’erba in erba, e “in compagnia prese moglie un frate”. Ma non voglio togliere il da fare ai figli d’Ippocrate e di Freud. E non è detto tutto: perché mangiare non è un puro e semplice atto biologico di sopravvivenza. E la gioia di condividere un pezzo di pane, è la tristezza del caviale da soli. Mangiare è comunione, tant’è che la Comunione, con la ci maiuscola, è mangiare, uno dei verbi più ricorrenti nella sacra Scrittura. A proposito, perché la manna, da raccogliersi per la porzione di un giorno, se prelevata di più, bacava (Es 16,4-5.16- 29)? Perché chi ne prendeva di più, è segno che non si fidava di quel Dio che insegnerà a chiedere «il pane quotidiano» (Mt 6,11), e ne pigliava al prossimo che rimaneva senza. Sicché quel ben di Dio andava a male, come “il lavoro per l’Ascensione”, che “va tutto in perdizione”, a quanto dicevano i nostri vecchi. Invece, lo stomaco, che, gorgogliando, reclama, ci fa capire quanto siamo fragili e deboli, dipendenti e bisognosi di Dio, e insegna a dirgli grazie. E poi, se “chi è a pancia piena, non pensa a chi l’ha vuota” — proverbio già in Giovanni Crisostomo (350 circa — 407) — forse solo una pancia vuota fa capire, con Giobbe, la stoltezza umana di chi «mangia da solo il suo pane senza che ne mangi l’orfano» (Gb 31,17).
E' il più ignobile dei peccati, e accompagna quelle anime che si ritengono sazie di ciò che sono, tanto da sacrificare alla propria sazietà ciò di cui avrebbero così profondamente bisogno. La gola non coincide con il peso: non sempre chi mangia più del dovuto è colpevole e non sempre chi mangia meno del dovuto è innocente. Colpevoli di questo peccato sono invece quei sazi che si stupiscono di aver ancora fame. La loro colpa è aver rifiutato il cibo più indispensabile quando fu loro offerto; la loro pena è implorare quel cibo quando non c'è più nessuno che gliene può dare.
Come dice il proverbio: ne uccide più la gola che la spada e penso che questo detto non sbagli di molto.
Il peccato di gola si potrebbe dire che è il piacere di appagare il corpo con qualche cosa di materiale, una incapacità di moderarsi nel mangiare, fumare, nella droga, bere, anche se il bere non viene pubblicizzato, o mangiare dolci o quanto altro ci possa soddisfare momentaneamente, senza tener conto delle logiche conseguenze.Il bere porta alla cirrosi, il fumare rovina i polmoni e bronchi, i dolci il diabete, la droga una serie di malattie fino alla morte.
Il nocciolo di tutta la questione e però che noi facciamo tutta una serie di cose non seguendo un ragionamento logico ma lasciandoci comandare sia dal corpo ma soprattutto da quello che ci è imposto in modi furbeschi da una società orientata solo verso il consumo..
E qui si potrebbe parlare del voler tutto e subito perché se no, non sei al passo con i tempi. Una sorta di nostra vigliaccheria ……… il non essere capaci di dire no a certe mode.Il saper scegliere l’essenziale, non il superfluo.Si parla sempre della fame del mondo, si fanno tavole rotonde, manifestazioni in piazza ….ma tutto rimane come prima, …
……...anzi le cose peggiorano di anno in anno.Ogni quattro o cinque anni si dichiara che entro il tal anno la fame nel mondo sarà sconfitta, per poi rinnovare quella promessa per i prossimi anni.
È il vizio che si vede, perché inscritto nella carne, oltre che nell'anima: cosa si può dire che non sia già stato detto sulla gola, sul vizio che con la sua diffusione planetaria è alla base del fenomeno dell'obesità globale o "globesity", come viene chiamata l'epidemia mondiale del sovrappeso? Si possono illustrare, accanto ai caratteri tradizionalmente attribuiti a questo peccato, tutti gli aspetti moderni che l'hanno modificato, attraverso gli eccessi del fast food e della McDonaldizzazione da un lato, e la ricerca dello slow food, del cibo genuino, biologico dall'altro. Il libro ripercorre le vicende dell'ingordigia, dagli smisurati e tragici banchetti del mondo antico ai menu del commissario Montalbano, dagli abusi gastronomici delle tavole imperiali all'insaziabile ingurgitare di Pantagruele. Se il rapporto col cibo è sempre stato difficile, ancor più difficile è trovare una misura tra concessione e proibizione. Ma poi peccato o malattia? Vizio volontario o predisposizione genetica
Inviato da: felisdgl0
il 17/01/2014 alle 19:08
Inviato da: gaia_dg10
il 02/03/2012 alle 00:12
Inviato da: COW_GIRL_2012
il 27/02/2012 alle 00:02
Inviato da: COW_GIRL_2012
il 26/02/2012 alle 23:56
Inviato da: tiziana_8866
il 26/02/2012 alle 18:15