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| « I SETTE VIZI CAPITALI | G R A Z I E » |
I N V I D I A
L'invidia è il desiderio smodato di possedere ciò che gli altri possiedono... è sofferenza per il bene degli altri. Invidioso è colui che “invidet” (guarda di traverso) un altro uomo, perché non riesce a sopportare che costui goda di un qualche bene che lui non possiede. E’, come la superbia, quello più insito nell’essere umano... (chi di noi non è stato almeno una volta in vita sua invidioso...) e più attuale. Ancora una volta il primo a macchiarsi di tale vizio fu Lucifero, il quale non sopportava che l’uomo godesse di una vicinanza a Dio a lui negata. Poi fu la volta di Caino che non sopportava che suo fratello Abele fosse più amato da Dio; e così via... L'invidia dunque contravviene al precetto evangelico dell'amore verso il prossimo e distrugge la fraternità che Dio ha voluto ci fosse tra gli uomini. Esiodo, nelle “Due Contese” (Le opere e i giorni, 11-26), individua due tipi di invidia, una buona, che è posta alle radici della terra e che genera negli uomini orgoglio e competizione... ma per migliorare se stessi, che spinge il contadino ozioso ad arare bene, a seminare in maniera eccellente il proprio campo ed a costruirsi una bella casa, per raggiungere lo stesso benessere del proprio vicino... ed un’invidia cattiva, sciagurata, che fa prosperare la guerra e la lotta... “Di Contese non c'è un solo genere, ma sulla terra due ce ne sono: l'una chi la capisce la loda, ma l'altra è degna di biasimo, perché hanno un'indole diversa ed opposta: l'una infatti favorisce guerra cattiva e discordia, crudele, nessun mortale l'ama, ma costretti, per volontà degli dèi, rispettan la triste Contesa”. Ritengo che l’invidia sia anche il più pericoloso dei peccati... di solito non resta mai senza conseguenze: non solo semina sospetto e diffidenza, ma molto spesso si trasforma in conflittualità, violenza... e morte.
L’invidia per la chiesa cattolica è uno dei sette vizi capitali. Dal punto di vista di una persona dotata di senno è comprensibile l’invidia per la ricchezza, il potere, la bellezza o, in ambiti più limitati, la gelosia che può cogliere per il vicino più fortunato. Sono piccole meschinità intimamente connesse con la natura umana.
Nella società dove solo la ricchezza è un valore riconosciuto e misurabile, nessuno può più emergere per il semplice (semplice?) coraggio e impegno civile. Se ci si rimette la vita (ricordate Enzo Baldoni?) si viene derisi. Se si emerge si trova qualcuno disposto ad insinuare che vi è dell’altro, interesse, vizio, corruzione. Nell’Italia dell’apparire è tutto e l’apparire televisivo è la sublimazione di questo tutto. Non dico nulla di nuovo a ricordare che la tivù è passata dal rappresentare casi cospicui (chi sa cantare, recitare, far ridere, o chi ha responsabilità pubbliche) al rappresentare la mediocrità e ad offrire la sorte del palcoscenico casualmente. Perfino ministro si diventa oramai casualmente, e basta guardare a Mariastella Gelmini. Mi dicono che perfino i famosi dell’Isola che va in onda sul servizio pubblico siano in realtà personaggi che vent’anni fa potevano aspirare al massimo alla Corrida di Corrado, che aveva come sottotitolo “dilettanti allo sbaraglio”. Che ci voleva a scrivere Gomorra? Tra il costo di vivere sotto scorta e rischiare di essere ammazzato e il beneficio dell’apparire e fare soldi Saviano comunque ci guadagna. E’ evidente che in queste condizioni è più immediato invidiare chi guadagna centinaia di migliaia di Euro indovinando in tivù il nome della capitale della Francia piuttosto che invidiare chi vince il premio Nobel per la medicina. Ma poi… ma poi qualcosa si rompe. Perché se si invidia il premio Nobel per la medicina (ammesso e non concesso che questo possa uscire dal cono d’ombra) la cultura offre un percorso lineare per sanare l’invidia: studiare medicina, fare ricerca o fare in modo di favorire un proprio discendente in tale aspirazione. E’ un’invidia costosa che per l’accidioso o semplicemente stanco signor nessuno che fa zapping passa presto. Chi ha vinto il premio Nobel? Di che si occupava? Se perfino per il papa si fa ricerca solo per i soldi (non certo in Italia), e per vincere al Superenalotto di fortuna ce ne vuole proprio tanta, resta solo trovare il modo di andare in tivù. E infatti l’invidia per un signor nessuno dall’altra parte del nostro telecomando è invidia allo stato puro: lui/lei è lì, ma potrei esserci tranquillamente io. Del resto non sa far nulla come nulla saprei fare io. Lui è solo fortunato a star lì al posto mio o ha commesso qualcosa che io avrei potuto commettere se solo me ne fosse stata offerta l’opportunità, ma che ovviamente, siccome questa possibilità non mi è stata offerta, sono prontissimo a disdegnare e condannare. Soprattutto per le donne l’insinuazione è sempre a carattere sessuale. Dicono con qualche ragione che uno dei problemi del socialismo sia l’appiattimento delle prospettive di realizzazione della persona. Il sogno americano promette l’opposto, la realizzazione individuale come diritto e l’ostentazione come stile. Ma se ciò può essere vero in una società in crescita, dove il lavoro può effettivamente pagare, nella nostra società, anche per meccanismi di controllo sociale, come la deculturizzazione di massa che viviamo dall’avvento della tivù commerciale, la meritocrazia pretesa ed invocata è negata dai fatti e dall’appiattimento di vite che hanno oramai il solo potere dello zapping. La società dei mediocri alla slot machine della vita, la società dell’invidia. E allora per qualcuno, indotto ad escludere il coraggio della battaglia civile dal proprio orizzonte, perfino Beppino Englaro è fortunato a star lì. Chissà cosa penserebbe il nostro zapper, faccio un esempio tra mille possibili, di Roberto Cicciomessere che andò in galera per rivendicare il diritto all’obiezione di coscienza. Penserà che sia un povero stupido. |



Inviato da: felisdgl0
il 17/01/2014 alle 19:08
Inviato da: gaia_dg10
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il 26/02/2012 alle 18:15