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Alla conquista degli ottomila

Post n°535 pubblicato il 14 Dicembre 2012 da latuaossessione7

Questa volta i satelliti avevano visto giusto. Prevista neve, e neve fu.
Che ieri sera il mio rito dell'aperitivo è stato bruscamente interrotto dalla constatazione che il tetto di fronte si stava imbiancando. E vai velocemente di forchetta per giustiziare in un baleno l'insalata di pollo, la pasta fredda con olive e pomodorini, la frittatina e le bruschette che poi viene giù e vediamo di arrivare a casa il prima possibile. Così esci pieno come un otre, con il salatino al wurstel piantato sul piloro, e ti accorgi che ha smesso di nevicare e pioviggina, ti senti un perfetto idiota ma mantieni un signorile aplomb e rientri a casa come se avessi un impegno improrogabile sulla sigla di Striscia.
Passi la serata a scrutare fuori, dormi un sonno irrequieto, prima delle sei senza nemmeno aspettare la sveglia spalanchi le persiane ed è come temevi: tutto bianco, silenzioso, irreale.


Messaggi il tuo collega e scrocchi un passaggio al lavoro, che tu e la strada imbiancata, si sa, siete un tantinello incompatibili, e non vuoi mica arrivare con le gambe che tremano, la faccia sudata e il battito cardiaco di un colibrì e intanto stramaledici il giorno in cui non ti sei candidata per l'incarico a due-passi-due da casa.
Il collega ha appena montato le gomme termiche e invece che a benzina viaggia a orgoglio per il suo acquisto temporalmente così azzeccato. Peccato che venga dal sud, da una parte del sud dove trovare neve in inverno è facile come trovare un osso toccando me, ma suvvia, niente pregiudizi e approfittiamo alla grande.
La strada è all'inizio pulita, e già pregusto i vantaggi dell'appoggiare il mio ingombrante lato b sul sedile del passeggero. Dopo un paio di curve non solo diventa più sporca, ma il collega diventa anche più loquace, si infervora nella discussione, molla il volante per gesticolare, gira la faccia per creare un contatto visivo con me che proprio in questa situazione non lo voglio, si distrae, a ogni dannata rotonda arriva ad accarezzare con il paraurti l'auto che lo precede e ad ogni tratto di strada costeggiato da un fosso mostra un'insospettata inclinazione per la guida sullo sterrato.
E io tranquilla non lo sono più tanto, mi avvinghio alla maniglia del passeggero, lo invito alla calma, a rallentare e a tenere i suoi begli occhi scuri come il carbone sulla carreggiata.
Mezz'ora abbondante di supplizio che sembra mezza vita, siamo quasi arrivati e con un tocco da maestro mi fa una derapata che se avessi avuto anche solo una parvenza di problema cardiaco mi avrebbero ritrovata stecchita lì, sul sedile del passeggero, con le dita ancora incollate a quella cazzo di maniglia. 
Non so come arriviamo al lavoro, lui sembra Messner sull'Annapurna, mentre per me gli ottomila sono ormai i battiti del mio cuore, gli manca solo la bandiera da piantare al suolo.
Sorridente e gonfio d'orgoglio di uomo del sud perfettamente integrato nel freddo nord mi guarda: allora rientriamo insieme?
- Ma no, vai pure, questo venerdì non ho fretta e credo che mi fermerò a fare un po' di straordinario.

 
 
 
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