Creato da Coralie.fr il 19/11/2009

sous le ciel de ...

... Paris (Cronache Francesi e altro)

 

2:0

Post n°149 pubblicato il 29 Agosto 2018 da Coralie.fr
 

 

- Greta, se stai ancora a letto ti faccio nera.

Perché?

- Perché non può esse’, Greta.

Non è Silvia e non sono le otto, quindi Rossella potrebbe lasciare che Greta resti a letto. Dopotutto è ancora in vacanza e sono solamente le dodici e otto.

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Alle otto il cortile era deserto, il cancello spalancato e l’atrio ancora vuoto. Irreale l’immagine e difficile da crederla possibile se non fossimo alla fine di agosto e le prove di rattrapage inizieranno da lì a qualche decina di minuti. Timbretti che disegnano cerchi e sigle con la biro nera, a marchiare fogli protocollo da distribuire. E l’aula diventa una sorta di campetto sul quale giocano, schierati l'uno contro l'altro, il debito e la promozione all'anno successivo. L’insegnante “eterno ripetente”, come un arbitro prepara lo schema dell’incontro e prima del fischio di inizio, mi accorgo che ne mancano due …

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…erano ancora a letto, come Greta. Ma a differenza della figlia della vicina di 8 anni che gode ancora dei suoi meritati giorni di vacanza, alla fine di agosto, i due mancanti all’appello, questa mattina, avrebbero dovuto trovarsi sul banco, alle otto. Ma siamo in equilibrio precario e tutto è sempre più relativo come la prova di matematica. Due diviso zero non è impossibile, “è indeterminato”.

E gli elefanti possono sostare sulla tela dell’ombrello aperto sospesi nell’etere come il Brucaliffo sul grosso fungo.

Solo che oggi il cielo è asciutto e la scuola, come lo specchio da attraversare, assomiglia sempre più al regno di OZ.

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Ho sbagliato romanzo.

 

 
 
 

Crocevia

Post n°145 pubblicato il 24 Agosto 2018 da Coralie.fr
 


La Duchessa del Devonshire, Deborah Vivien Freeman Mitford, in un sontuoso abito da sera con manto in taffetà, dà da mangiare alle sue galline. (Foto Bruce Weber, Chatsworth House, 1995)


L’aria è fresca e viola quando arrivo. Sull’uscio Paulette mi aspetta per consegnarmi le chiavi. Non ha età questa signorina dai capelli grigi raccolti con le forcine a comporre uno chignon talmente immobile e uguale a tutte le estati trascorse qui, che potrebbe indurre a credere che sia un posticcio, cristallizzato sulla sua nuca. Un tuppo fossile. E invece, a dispetto della sua misteriosa età anagrafica, - lei non la dice, àncora i suoi momenti di vita ad avvenimenti storico-socio-culturali e politici precisi del passato, senza indicarne l’anno,- Paulette è ben sveglia, l’intelligenza vivace e la battuta sempre pronta. Le sue osservazioni sono argute e le sentenze, premonizioni. Non ha inquietudini economiche: “ce li ha i soldi”, potrebbe acquistarsi dei vestiti nuovi, potrebbe andare dal parrucchiere tutte le settimane, comprare delle scarpe nuove e una borsetta nuova. E invece, forse per un antichissimo retaggio dei bambini nati tra le due guerre e che hanno vissuto proprio le conseguenze della Seconda, Paulette indossa abiti, calzature, collant (sic), forcine, foulard e ogni tipo di accessorio, nella borsetta ha persino dei guanti in organza ricamati, sicuramente bianchi come lo zucchero una volta, di quelli da passeggio che si soleva indossare per riparare le mani dal sole e da ogni altra amenità esterna, tutto di almeno sei decine di anni fa. Paulette non è consumata, non lo sono i suoi abiti, di ottima qualità indubbiamente se hanno resistito a più di mezzo secolo e certamente conservati con cura, non è liso alcun accessorio né prodotto che la copre e che l’accompagna. Tutto è solamente vecchio, nel senso di antico e di usato, datato come Paulette e la sua acqua di colonia alle violette. Se fosse indossato con vanità e non quotidianamente, si potrebbe etichettare vintage e invece è solamente demodé.

Non solamente i vestiti, l’acconciatura e gli accessori raccontano altri tempi, Paulette impiega anche un registro di lingua anacronistico per narrare comportamenti e avvenimenti quotidiani lontanissimi. Come la vita che si svolgeva nella grande épicerie di proprietà familiare, gestita dai genitori, il solo e unico esercizio commerciale con bar annesso, del paese. Ora non esiste più ovviamente, e da decenni, non molto distante dalla Chiesa di San Michele Arcangelo, sorge un Carrefour. Fornitissimo e sempre aperto, come era una volta, la drogheria di Paulette.

Vado a fare la spesa.

 
 
 

Ch'Nord

Post n°144 pubblicato il 22 Agosto 2018 da Coralie.fr
 

 

Il Nord è terril, cumuli di carbone vecchio accatastati da decenni, tanti, che disegnano colline. E che tracciano solchi nel cielo di memoria non troppo lontana.

Il Nord è la frontiera belga a poche centinaia di metri, che si confonde con la vegetazione e con le case basse dai mattoni rossi.

Il Nord è la “o” aperta e accentata dove si trova la “a” finale: “là” diventa “Lɔ e francescAsi trasforma in francescò”.

Il Nord è l’orto nei giardini con i fiori gialli di zucchina, che si aprono al mattino e si chiudono al pomeriggio.

Il Nord è la Deûle e i suoi battelli che risalgono il fiume fino alla Manica.

Il Nord è la pista ciclabile e i cavalli di Zoè, gli asini e le capre marroni.

Il Nord è Dunquerke e il suo porto di meduse.

Il Nord è maroilles e birra, frites e fricadelle.

Il Nord è la mia amica Cathy.

 
 
 

Incontri

Post n°143 pubblicato il 16 Agosto 2018 da Coralie.fr
 

È vero che altri avvenimenti accadutimi nel passato recente e più remoto, avrebbero meritato uguale attenzione da parte mia, quindi probabilmente questa decisione è supportata dal mio attuale stato emotivo e anche dalla forza fisica di “perdere” qualche decina di minuti a raccontare un pomeriggio recente. O forse, in fondo, è questa “cosa” ripetuta, che ora andrò a narrare, che probabilmente domanda di essere detta. Non per un motivo particolare o nascosto o trascendentale, penso sia solo per rendere testimonianza, forse pure banale. Sicuramente. Ma mi chiama a scrivere. E cosi è.

Gli avvenimenti risalgono a qualche giorno fa.

Sistemo il sacchetto ambrato, e già un po’ unto, delle chocolatine per ultimo, sopra il cruscotto, e parto. Destinazione le Ch’Nord.

“Périphérique ou Paris?”

L’esitazione è breve perché per pigrizia, non ho pianificato nulla e non ho voglia ora di pensare, mi accodo alle auto in fila per la ville lumière.

“Bon, ça commence bien!” penso mentre passo sotto alla scritta panne à 4000 mètres.

Il display a mo’ di ghigliottina, lampeggia come un presagio, cattivo. Ovviamente.

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I galli dicono che la vita non è un lento fiume tranquillo, più o meno così, credo, ma dicono tante cose i francesi, sarà per questo motivo che il flusso del traffico, appena dopo Porte d’Italie (e lo so: potrebbe sembrare un espediente narrativo ma non lo è), riprende la sua corsa.

In piena carreggiata, transennata da barriere di metallo, è ferma un’ambulanza. Ai suoi lati sfrecciano incuranti gli automobilisti, felici forse, della riconquistata velocità.

“E certo: un 15 mi manca” dico a voce alta mentre guadagno la corsia di sinistra.

Dall’autoradio, le note di À nos actes manqués assumumono la forma sonora di un preludio sinistro che dopo ogni couplé, si espande nell’abitacolo.

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Non scriverò della spia rossa luminosa, del tintinnio del campanello metallico, della vettura in sosta di emergenza, non scriverò neppure del carroattrezzi e neanche della rozzezza del custode del capannone, e mi accorgo pure che io, a rozzo, attribuisco una connotazione positiva, mentre il padrone della rimessa è proprio un bougre, un cafone insomma e non assolutamente alla siloniana accezione. No, non scriverò di quanto accadutomi nei pressi di Roissy Charles de Gaulle perché non ha alcuna rilevanza.

Invece merita di essere affidato allo scritto (scripta manent verba volant) il racconto dell’incontro con due persone che a loro modo, hanno spolverato il grigio del metallo e spazzato via l’acqua caduta, ma non solo, due belle persone che hanno dato mani di colore ad un pomeriggio faticoso e inzuppato la mia aria di calore.

Dentro la cabina dello sgraziato carroattrezzi, un giovane, o piuttosto un ragazzo, incapace di parlare, articolava solo dei gutturali, competente però a rispondere al telefono e a guidare contemporaneamente. La suoneria ad altissimo volume, un’accozzaglia di rumori da far tremare l’abitacolo, eppure non è audioleso ma sicuramente “altroleso”, penso. Mi scarica letteralmente davanti ad una stazione di rifornimento sul ciglio dell’autostrada perché l’entrata di “BONJOUR” è sbarrata dal nastro a strisce rosso e bianco legato intorno ad un birillo arancione: a qualche metro, infatti, un omino in grigio e giallo con un grosso tubo in mano, alimenta le due postazioni di rifornimento.

Trascino trolley, giacchetta, busta libri, borsa computer e chocolatine all’ingresso del punto di ristoro e lasciato tutto in prossimità della porta, entro. Non c’è tavolino, non ci sono sedie. Solo il bancone. Chiedo al lavorante, che ho capito dopo essere di sicuro un parente del carroattrezzi, se, mentre aspetto il taxi, potrebbe darmi una sedia. Ovviamente nulla. Ed è a questo punto che mi sento chiamare. Madame …

Un uomo, o piuttosto un ragazzo, ambrato, ma non unto come il mio sacchetto di chocolatine, sorridente e con una reverenza che viene dal rispetto per l’età, per il sesso, per la condizione di difficoltà, indubbiamente un accanito fumatore, mi dice che se voglio posso sedermi nella sua automobile, che intanto apre, e aspettare comodamente il taxi. Lui, mi spiega, attende la moglie che fa les courses in un centro commerciale non molto lontano da lì. “Le ci vorrà almeno un’ora” mi dice. Siamo rimasti a chiacchierare per più di un quarto d’ora prima che giungesse finalmente il mio taxi, che intanto si era perduto fra le diverse stazioni di servizio disseminate lungo tutto il tratto di autostrada. “Sylvain” mi risponde mentre gli tendo la mano per salutarlo chiedendo quale fosse il suo nome e poi aggiungo: “Moi, c’est Francesca”. Sylvain ha trentasette anni, è di origine algerina, viene da Ascain un paesino basco a sud di Bordeaux, la targa della macchina riportava infatti le cifre 33, ma lavora a nord di Paris. Lavora tanto e duramente a contatto con le persone di ogni estrazione, provenienza, condizione e soprattutto con gli anziani.

Merci Sylvain. Grazie per la tua generosità e per la tua gentilezza. Perché mi ha sorpreso ritrovarmi nel tuo agire e nel tuo sentire.

“Che strada vuole fare?” mi chiede l’autista mentre lascia la stazione di servizio. Io non so rispondere a queste domande. Ma non glielo dico e replico: cosa le propone il navigatore?

Che poi, che razza di domanda è: il tassista chiede al passeggero quale tragitto percorrere? Prendiamo la 104. Quindi fuori da Paris. Non attraversiamo la metropoli ma la costeggiamo. Non c’è molto traffico. È un tardo pomeriggio di lunedì. L’automobile è grande. Dentro ha 6 sedili comodi. Riconosco la pedana per l’handicappato motorio. Guardo il dispositivo, mentre mi dico: dopotutto percorriamo lacentoquattro, e assorta nelle mie riflessioni esistenziali, odo solamente l’ultima sequenza dell’enunciato proferito dallo chauffeur. …

Stiamo insieme per 75 km per un totale di 185 euro.

Parliamo di tante cose. Il suo taxi è quasi nuovo, paga una ecotassa di 8500 euro. Prima lavorava anche con la SECU ora non più: troppi documenti, troppe attese, troppa burocrazia. E il cliente, il paziente, le persone a volte sono insopportabili. Lo so, gli dico. Capisco, aggiungo. Conosco, gli spiego. E parliamo molto di cose note ad entrambi e che comprendiamo. Lui però mi dice che è stanco di capire. E io lo capisco.

Poi, ad un certo punto, mi pone una domanda a cui sono abituata: Madame, mi dice, vous avez un petit accent, vous venez d’où? Sono italiana, rispondo. E così mi racconta che sua moglie è Polacca e che lui è un Kabyle, che hanno due figli: un bambino e una bambina. Il figlio ha un nome algerino, scelto dalla madre di lui, invece la figlia ha un nome inventato dalla moglie: Zorinne, come Corinne, ma con una Z, mi spiega, al posto della C.

Mi racconta che il loro è stato un coup de foudre, che si sono incontrati a Roissy Charles de Gaulles perché lei, accompagnava degli handicappati motori a rue du Bac, mentre lui, prestava servizio con il taxi dotato appunto di pedana.

Polacca? Chiedo

Sì.

Di religione cristiana cattolica?

Sì.

E lei è musulmano? domando, sebbene la Cabilia fosse una regione algerina inizialmente cristiana, poi divenuta musulmana in seguito all’invasione e alla dominazione ottomana.

Sì.

E come fate? Chiedo

Nessun problema, risponde. All’inizio è stato complicato perché mia moglie non conosceva una parola di francese. Altrimenti io sono musulmano e je bois de l’alcol et je mange du porc (bevo alcolici e mangio maiale).

Dopotutto, penso, i Polacchi hanno Cracovia, Santa Faustina e la misericordia. La Misericordia.

Grazie anche a questo tassista di origini algerine perché mi ha regalato una storia vera, una vita d’integrazione e di speranza.

 

 

…continua. Forse

Merci Alexandre.

 
 
 

Misericordes sicut Pater

Post n°142 pubblicato il 07 Marzo 2016 da Coralie.fr
 

 
 
 

A PERPETUITÀ

Post n°141 pubblicato il 09 Luglio 2015 da Coralie.fr
 

 
 
 

...E FRANTI RISE...

Post n°140 pubblicato il 22 Maggio 2015 da Coralie.fr
 

 

Nel corridoio, in un cambio d’ora, subito dopo la Festa della Liberazione incontro Valentina. «Hai visto la trasmissione di Fazio sul 25 aprile?» Lo sguardo brilla, è il desiderio di trasmettere e condividere, il piacere di aver visto, sentito, vissuto qualcosa di importante. Le pupille hanno la luce di chi, all’inizio di carriera e pieno di energie, vuole fare, insegnare, dare.  Decido di dar retta al guizzo di quegli occhi, alla contenuta eccitazione, a quella fugace vitalità, perché è lì che si nasconde ancora un po’ di intelligenza e di senso e chiedo quindi alla giovane collega di creare un’occasione didattica per vedere con una classe quinta, tutti insieme, parti scelte dello spettacolo che tanto l’ha colpita. L’intento immutabile e secolare è di porgere, mostrare, condurre, indicare, raccontare delle storie per riflettere, emozionare, crescere e imparare a vivere. Anche la bontà degli insegnanti è sempre la stessa. L’attenzione per gli studenti, l’amore che mettono in ciò che fanno, la stanchezza davanti agli insuccessi, la testardaggine con cui insistono su tutto, l’accoglienza delle fragilità e delle arroganze dei tanti. Tutto è come deve essere, da sempre. Ebbene, siamo lì, seduti in biblioteca assorti nell’ascolto di quella storia che tutti pensano di conoscere, ma che in realtà ci riserva continuamente sorprese e scoperte impensabili. Si parla della vita eroica e mirabolante del generale polacco Ander, del popolo polacco sempre così sfortunato, martoriato, eppure sempre così generoso e leale, una vera e propria leggenda che veniva nel racconto paragonata all’esodo di Mosè. Sullo sfondo della scena l’imponente cimitero militare di Montecassino che occupa la mente e blocca il cuore. Poi la storia di un ragazzo di 17 anni uno dei tanti, una vita semplice a Correggio. Il paese di Ligabue. Ed è lo stesso Ligabue che con dolcezza, nostalgia e affetto racconta la vicenda del suo conterraneo e si prepara ad eseguire la canzone che ha scritto in sua memoria. E’ compito, assorto. E’ vero, è un rocker, ma in quel momento è un italiano, ha un compito e se lo sente tutto addosso. Deve impedire che ci si dimentichi di Luciano Tondelli. Parte la musica. Sono le note della canzone intitolata I campi d’aprile. Mi commuovo così come credo accada anche a Valentina. Non lo so, non ci guardiamo. Per pudore, in quella silenziosa vicinanza delle persone per bene che si trovano di fronte alle cose per bene. Per discrezione, in un mondo che non ha più vergogna, per non mostrare a tutti quanto quelle parole ci abbiano emozionato. Lontane eppure vicinissime in quel sodalizio di lacrime trattenute a fatica. Piango senza singulti, in silenzio, liberata. Ed è a questo punto che ti alzi per chiedermi il permesso di andare in bagno. Tu. Uno dei tanti miei studenti. Uno studente tipo, direi. Con solo un anno in più di Luciano Tondelli. Che tempismo queste impellenti esigenze fisiologiche. Vorrei spiegarti l’inopportunità di quella richiesta così fuori luogo, irrispettosa, insensibile, banale, povera, e andando in fondo, a mio giudizio, anche offensiva. Ma il terrore che mi possa rispondere che è urgente e che non puoi procrastinare oltre, mi fa desistere. Ti lascio andare in bagno. Pur di non perdere la magia di quel momento. Tutto, pur di lasciare agli altri la possibilità di provare emozioni belle, forti, di senso e di valore, emozioni che spero inducano alla riflessione. A qualsiasi tipo di riflessione. Purché ce ne sia una. La musica è finita e la tensione emotiva si è allentata. Grande commozione nella stanza. Esco anch’io per bere un bicchiere d’acqua. Ed ecco che con meraviglia ti vedo, mio studente tipo, sulla porta di un’altra classe, ridanciano, allegro, tronfio, parlare amabilmente con alcune belle ragazzotte di un’altra quinta. Il viso disteso, sereno, soddisfatto di te e della tua misera furbizia: essere riuscito e passare un bel po’ di tempo fuori dall’aula, occupandoti delle tue relazioni sentimentali affettive nella speranza, forse, di rimediare qualcosa. Lascio correre. Voglio bere subito. Ne ho bisogno. Lungo il corridoio incontro il collaboratore scolastico che mi dice: «Ha visto che bella trasmissione professoressa?» io annuisco ed egli aggiunge: «Eppure, professoressa, è uscito quel suo alunno, come si chiama? Non mi ricordo, comunque, quello lì, che con gesti di insofferenza ha detto: “Ma mi posso sentire pure Ligabue? A me Ligabue non piace!”» Mi sento scoppiare. Tanto coraggio, tanto valore, tanta dedizione, tanta vita e tanta morte. Perduto, annullato, inutile? Lo so che non è così, ma non so resistere all’amarezza e alla delusione. Qualche volta anche noi cediamo. C’è ancora sangue nelle nostre vene! Accettiamo e combattiamo ogni giorno la loro strutturale indifferenza, la loro apatia, il loro esserci sempre a metà e sempre per pochissimo tempo. Ti ho rimproverato, mio caro studente tipo, ti ho redarguito a dovere e non mi  pento. Ci voleva. Non tutto può essere ridotto a “quieto vivere”. E la forza e il vigore con cui l’ho fatto sono proporzionali all’affronto che sono convinta sia stato da te riservato a quei ragazzi, a quegli uomini e a quelle donne che sono morti, a quelle sofferenze indicibili che hanno dovuto subire, alle umiliazioni con cui hanno dovuto convivere. Ti ricorderai di me caro studente tipo, ne sono sicura. Ma sono sicura che ti ricorderai anche di un Luciano Tondelli. Eccome se te ne ricorderai! Poi, per riconciliarmi con il mio lavoro, un lavoro che faccio da anni, ripenso alle parole d’esordio della trasmissione, pronunciate dal conduttore, di quelle che ti fanno fare un passo avanti. «Buonasera signori e signore e buon 25 aprile a tutti. Ben trovati dalla piazza del Quirinale. Dobbiamo essere felici perché oggi è una festa di compleanno, è la festa di compleanno della libertà, compresa, ovviamente, la libertà di non festeggiare.» Liberi tutti, dunque, di esserci o non  esserci, di crederci o non crederci. Ma è grazie al 25 aprile che questa libertà ce la siamo conquistata, anche per conto di chi non la voleva.

 
 
 

DE L'AFFECTION

Post n°138 pubblicato il 16 Agosto 2014 da Coralie.fr
 

Vignoble de Bordeaux

Imponente si accosta. È di un giallo canarino tendente al tuorlo più comune. Il rosso d’uovo italiano cambia in giallo francese, cosí come il canto che da “chi” diventa “co” e il gallo francese fa cocoricò. Non è un pollo e non vola il trapezoide erto davanti a noi, ma un grosso pulman occupato da festanti turisti in giro per la città. Possente si rivela ai pedoni come agli automobilisti e agli spettatori sfreccianti in tram e a quelli seduti comodi nel trenino solcante le rues di Bordeaux. Non è più una ville ma una métropole. Non c’è più solo un centro storico caratteristico e da visitare ma tutto un sito patrimonio dell’Unesco da esplorare e ammirare. Alex dice che il cambiamento ha avuto inizio quattro o cinque anni fa, quando i viticoltori e i produttori di vino hanno deciso di aprire le porte dei loro châteaux al mondo intero desideroso di conoscere i segreti del Bordeaux, non tanto per amore della cultura o per trasmettere saperi antichi e neppure per benevolenza, quanto per interessi economici e fini puramente commerciali. Per la crisi insomma. E che sarebbe accaduto anche senza l’intervento massiccio del sindaco Juppé succeduto a Chaban. Degli anni alla mairie (al comune) del primo restano tracce tangibili in tutta Bordeaux, del secondo dimora una statua grigia postuma a misura di gigante avvolta in un cappottone non molto distante dall’entrata principale della cathédrale Saint-André. Annie dice che l’intervento sulla città ha sortito un effetto devastante nel senso che ha completamente stravolto l’âme (anima) di Bordeaux che lei non riconosce più. Eppure io, non ho faticato a riconoscere Madame Tarbes seduta proprio accanto alla riproduzione in pietra del vecchio sindaco di Bordeaux, intenta a discorrere con il probabile nipotino. E decisamente neppure lei visto che non ha esitato un attimo, quando la mia figura le si è parata davanti, a chiamarmi come faceva 16 anni fa quando mi scorgeva passare davanti alla guardiola del marito custode del liceo Mauriac. Lei, nei suoi 150 cm di altezza, piena di premura, mi chiamava: "ma petite" (piccola mia). Trascorrere qualche ora del pomeriggio con un amico prezioso distante nello spazio e incontrare per caso una concièrge (portinaia) lontana nel tempo, fanno sí che Bordeaux resti la mia ville du cœur.

Quando è stata l‘ultima volta che avete trascorso del tempo con una persona cara?

 
 
 

DES QUESTIONS

Post n°137 pubblicato il 05 Agosto 2014 da Coralie.fr
 

"Se pensate che abbia dato delle risposte stupide, rifatemi la domanda!"

 

Madame, c’est où la caméra ? (Signora dov’è la videocamera?) Intenta a spostare vasi e sacchi di terra, mi accorgo solo quando la voce ripete la domanda della presenza sinistra di un bambino. Mi volto e due occhi enormi resi più bianchi dall’oscurità tutta intorno, mi fissano in attesa di risposta. Quoi ? (cosa?) chiedo. Y a pas la caméra ? Insiste avanzando verso di me. Et pourquoi ? (perché?) Domando portandomi le mani sui fianchi a mo’ di gallina che si prepara all’attacco. Prima che allunghi il collo per sferzare la mia beccata, l’intraprendente senegalese con indosso solo un pantaloncino giallo con stampe di fiori azzurri, proferisce una frase che non è una vera domanda quanto piuttosto una richiesta di conferma: On peut voler les vélos alors ? (si possono rubare le biciclette, allora) e indica i tre velocipedi appoggiati in un angolo della rimessa. Non manco da molto eppure stento a riconoscere la residenza. Le abitazioni hanno mutato volto conseguenza della provenienza degli occupanti. Di francese c’è una lingua impiegata come strumento veicolare di messaggi essenziali non sempre comprensibili e non solamente a causa dell’accento.

A quale domanda non siete riusciti a rispondere? E, se volete, perché?

 
 
 

BONJOUR TOUT LE MONDE !

Post n°136 pubblicato il 02 Agosto 2014 da Coralie.fr
 


La cabina pullula di coccinelle e lupetti. Come uno stormo di cavallette in assedio hanno occupto l’intero abitacolo centrale lasciando le tre file a poppa e a prua libere. Io sono a prua. Lato corridoio, ma non mi servirà in caso di attacco per scappare. Alla mia sinistra due giovani uomini. Uno impegnato con il suo notebook a trascrivere una conversazione parlante direttmente nelle orecchie e l’altro accanto all’oblò segue divertito tutti i movimenti dei giovani passeggeri in blu davanti a lui. Molti di essi calcano un copricapo dalle falde larghe, scuro, dalla calotta a punta molto simile a quello in dotazione alla polizia a cavallo canadese. Tutti indossano scarponcini da montagna. Ma dove andate? Chiedo a colei che sembra essere la capa seduta dall’altra parte del corridoio. In Normandia, risponde sorridendo, mentre dà le raccomandzioni di rito prima del decollo alla truppa. Allaccio la cintura e riposta la borsa di fronte ai piedi sotto al sedile davanti, apro Amélie di ritorno dal Giappone. Siamo salvi! Esclama una vocina scout alla quale segue un sonoro applauso che invade tutto lo spazio a bordo. Abbiamo toccato il suolo e una coccinella sollevata evidentemente una volta atterrati si è sentita di esultare. Sauvés de quoi ? (Salvi da cosa) chiedo al mio vicino manager intento a riporre le cuffiette nell’astuccio prima di chiudere il suo apparecchio. Nessuna risposta, forse lui non si sente in pericolo penso mentre recupero l’uscita. In sala nastri per il bagaglio, scorrono, accanto al monitor indicante il numero del volo e il probabile tempo di consegna, Les Infos (notizie) francesi. Toumi il chihuahua, Clara la labrador e il suo accolito Dumbledor, i cani di Carla e Nicolas, hanno rosicchiato piedi e braccioli delle famose poltrone en bec-de-cygne (a becco di cigno) del "salon d’argent" la stanza dell’Eliseo dove Napoléon firmò la sua abdicazione e nella quale morì, tra le braccia della sua maîtresse colpito da infarto fulminante, il presidente Elie Faure. I tre moschettieri non si sono limitati alla parte dura del fauteil (poltrona), hanno « imbibé d'urine et couvert de poils » (inzuppato di pipì e coperto di peli) anche il canapé del Ministero degli Interni. « Ils sont gentils. Vraiment, c’est un bonheur » (sono gentili, veramente una fortuna) conclude Sarkozy alla fine del servizio. Afferro il mio trolley rosso smaltato un po’ usurato da anni di voli e mi affaccio finalmente alla Ville lumière.

Avete avuto un/a amico/a di infanzia? Chi è stato il vostro fedele compagno?

 
 
 

L'AQUILA 5 ANNI DOPO

Post n°135 pubblicato il 04 Aprile 2014 da Coralie.fr
 

Nulla è mutato dalla mattina del 6 aprile 2009, quando ogni organo di informazione e di stampa nazionale e internazionale trasmetteva l'orrore dell'appena trascorsa alba aquilana, quando alle 3 e 32 una scossa di terremoto fortissima rase al suolo la sesta città storica italiana e frantumò 309 vite, se non la polvere sulle macerie impregnate di sofferenza lamenti terrore smarrimento pazzia dolore. Io ero a Paris e non vissi quei minuti interminabili che stravolsero volto al paesaggio e all'architettura e fisico e testa agli aquilani e a chi a L'Aquila è in qualche modo legato. Da quei crolli è cambiato il sentire di chi da abitante, è sfollato, e al terrore, succede la rabbia, all'impotenza, la frustrazione, al vuoto, la voglia di ricostruirsi. Ad un nuovo anniversario, il quarto, ho deciso di postare delle immagini inconsuete. Sono fotografie di Paolo Porto, aquilano, e la raccolta, non ancora termina, si intitola: [L’Aquila] Pressocché IGNUDA.

"L'autore, attraverso il corpo e il movimento, porta un nuovo vivere all'interno dei luoghi e degli spazi, in cui sono annullate le abitudini e le azioni. Tramite il coinvolgimento di danzatrici e performer, fornisce una nuova interpretazione degli edifici presenti nel centro storico dell'Aquila, danneggiati e interdetti allo sguardo del visitatore. Paolo Porto, ha provato a mostrare com’è la sua città con scelte creative e di reportage insieme, associando modelle e ambienti devastati, appuntellati, trascurati, tuttora terremotati. Per cercare come sostiene lui, di attirare l’attenzione sull’Aquila, dove l’attenzione arriva ritualmente a ogni anniversario e sparisce poco dopo: mostrando i luoghi intorno ai soggetti e introducendo, letteralmente, i soggetti nei luoghi e porta un nuovo vivere all’interno dei luoghi e degli spazi."

Nell'ordine dalla prima all'ultima: Chiesa San Domenico; Palazzo Dragonetti de Torres; Cappella privata de Nardis; Piazza San Pietro; Casa Privata (zona San Pietro); Convitto Nazionale (cucina); Piazza San Pietro; Palazzo Cappa-San Nicandro; Biblioteca Provinciale; Casa De Marinis; Chiesa San Domenico (esterno); Biblioteca Provinciale; Cappella privata Palazzo Cappa; Palazzo Nardis (Oliva Vetusti); Palazzo del Governo; Palazzo Cappa - San Nicandro; Convitto Nazionale (bagni); Piazza della Repubblica; Palazzo Cappa - San Nicandro; Convitto Nazionale (cucina); Palazzo Nardis.

 
 
 

ΠΑΡΑΛΕΙΠΩ (PRETERIZIONE)

Fer d'esclave, Antoine Taveneaux

 

Non inizierò scrivendo della mia giornata a scuola quando all’ingresso un foglio A3 imbustato e scocciato sulla grata del cancello scorrevole chiuso a doppia mandata vietava in lingua italiana in corsivo rosso il posteggio dell’autovettura nel cortile interno del complesso. Non racconterò di come ho acceduto allo stabile facendo il giro dell’edificio per introdurmi nell’atrio della scuola attraverso l’uscita di emergenza perché tutto il primo piano fuori e dentro era occupato dalla troupe cinematografica. Non dettaglierò della pioggia che si è abbattuta su di me proprio lungo tutto il tratto costretta a percorrere a causa dell’interdizione di parcheggiare sotto la finestra della mia classe. Tacerò sulle riprese di Cloro che hanno reso quasi inagibile tutto il piano terra della scuola e pure sui cineoperatori, sulle comparse e sui cavi elettrici sparsi sul pavimento come cappi, sui macchinari per l’audio e il filmato. Potrei raccontare del restauro operato sulla propria persona delle bidelle e di quei colleghi della prima ora tanto di sesso femminile che maschile, un’impresa così accurata da renderli quasi irriconoscibili, ma invece, mi limiterò a ricordare il 25 marzo, come la giornata internazionale in memoria delle vittime della schiavitù. E a proposito della tratta dei neri dall’Africa alle Americhe, non scriverò dell’indimenticabile giornata trascorsa qualche mese fa a Bordeaux in compagnia di una persona a me tanto cara e nemmeno della stessa città tappa fondamentale di questo antico e attuale mercato umano. Non descriverò il garbo, la timidezza e la generosità dell’amico premuroso che ha voluto dedicarmi molto del suo tempo regalandomi mille attenzioni. Non dirò infine della tipografia Mill’Anges in rue Saint-James sede della prima edizione degli Essais del filosofo illuminista di Bordeaux e di come ora della stamperia non resti che un’insegna su un’anonima saracinesca vicina alla fotografata Porte Cailhau; baderò quindi alla Medicamina faciei femineae impiegata dal personale ATA e docenti della mia scuola, rifletterò sul significato di Mignonne e dunque al concetto di caducità, in vista dell’escursione con Caroline. Non dirò infatti dell'intenzione della “mia” lettrice di francese di visitare prima di lasciare la cittadina italiana che la ospita da 6 mesi, gli scavi del poeta e l’eremo del papa del gran rifiuto. Il tempo muta.

Non porrò alcuna domanda per sapere di chi o piuttosto di cosa vi sentite di essere schiavi.

 
 
 

VERDE

Post n°133 pubblicato il 18 Marzo 2014 da Coralie.fr
 

Il Barone di Münchhausen si tira fuori da un pantano tirandosi per i capelli (illustrazione da Oskar Herrfurth)

 

L'ambiente come noi lo percepiamo è una nostra invenzione. (Heinz von Foerster, La realtà inventata, 1988)

Genio, in verità, è poco più che la facoltà di percepire in un modo inconsueto. (William James, Principi di psicologia, 1890)

L'istinto è qualcosa che trascende la conoscenza. Abbiamo, indubbiamente, certe fibre più fini che ci permettono di percepire la verità quando la deduzione logica o qualsiasi altro sforzo intenzionale del cervello, risulta futile. (Nikola Tesla, Le mie invenzioni, 1919)

 

I disegnini, tenui e delicati, un po' "sbiaditi" e monocolore, li ho presi da Patrizia e li trovo trop craquants (troppo irresistibili).

Quale peso date ai sensi nella percezione della realtà e quanto essi vi ingannano nell'interpretazione del mondo?

 
 
 

IL TEMPO DELLA STORIA E IL TEMPO DEL RACCONTO

Post n°131 pubblicato il 12 Marzo 2014 da Coralie.fr
 

Place du Parlement à Bordeaux (il mio sogno: un monolocale là in alto)

Quando arrivo la luce è accecante. Poche le zone in ombra e solo in quegli spazi, il riverbero del sole disegna i contorni delle tegole in ardesia. Rue Sainte-Catherine si muove e parla, anche forte, e gli idiomi si incontrano e impattano. Trafelata, sono in ritardo, ascoltatrice involontaria occupata a raggiungere l’amico, non perduto, non immaginario, ma che pazientemente aspetta da almeno venti minuti, attraverso les chiens (i cani) legati ai loro clochards ammassati sulle vetrine delle Nouvelles Galleries, saltello tra musicanti distesi sulle custodie dei loro strumenti, concentrata nello slalom per evitare i soliti escrementi tipici e caratteristici della città, mi sposto ora a destra ora a sinistra con un movimento di piedi vagamente simile a quello ben celebre e reso unico dall’artista afro-americano deceduto qualche anno fa, in maniera meno scattante ma certamente veloce, per schivare gli arrivi tanto improvvisi quanto pericolosi di trotinettes (monopattini) sbucate da non si sa dove e di vélos (biciclette) materializzatisi dietro sagome di passanti pigri e indolenti, frenetici e distratti. Enfin (finalmente) accaldata e un po’ transpirante (sudata) o forse ancora bagnata dalla doccia interrotta, giungo au rendez-vous.

Come sono le strade del luogo nel quale vivete (quartiere, città)?

 
 
 

L'ANTEFATTO (ou : Enfin de retour)

Post n°130 pubblicato il 08 Marzo 2014 da Coralie.fr
 

(La mia residenza estiva)*

La chaleur est étouffante (il caldo è soffocante). Le volets (imposte) sono chiuse ermeticamente per sbarrare l'entrata aux moustiques (alle zanzare). Sono le quattro del pomeriggio di un giorno estivo di qualche mese fa e al di là del velux della salle à manger (sala da pranzo) si aprono a ventaglio i tetti della città. Inconfondibili, cosi familiari e tanto amati. Entro nell’abitacolo dalle piastrelle ambrate, la lingua del rubinetto è conficcata nella parete. Ruoto verso destra il mitigeur (miscelatore monocomando) come a segnare un semicerchio e sollevo la punta del “compasso” in ottone verso di me. Una cascata di acqua fredda si rovescia sulla schiena e mi fa trasalire. La sensazione è troppo bella. L’acqua gelata soffoca il grido, sospeso, trattengo il respiro. Pochi attimi per familiarizzare con la temperatura e il liquido scivola prepotentemente sulla vita, attraversa il polpaccio per dissolversi tra le caviglie. Un brivido di autentico piacere. Afferro il rubinetto per aumentare la pressione e dalla camera attigua giuge un suono antico e anch’esso familiare. Arresto il flusso dell’acqua e immobile tendo l’orecchio. “È solo un [telefono] che [squilla] dentro ad una stanza” penso decisa a non uscire dalla doccia anche quando il trillo si fa insistente. Un intervallo di qualche secondo e di nuovo l’apparecchio torna a vibrare sulle “due casse [della] libreria”.

Mentre si esaurisce la settima serie, spingo contro la parete la lingua di metallo opaco e grondante esco dalla cabina. Batto il fiato come un cavallo e mi avvolgo nella serviette (nell’asciugamano), i piedi nudi sul parquet lasciano tracce d'eau (acqua) e poi, sempre ben bagnata, guardo il display illuminato dell’apparecchio dal suono inarrestabile. Un seize (sedici, quindi quattro) udito in un centro commerciale tra gli expositoires (scaffali) dei CD e compreso sei (quindi 18), ha fatto sì che mi recassi al rendez-vous (appuntamento) in Place du Parlement con venti minuti di ritardo. [...]

Cosa ho combinato dopo, ve lo racconto un’altra volta, promesso. Ma ora ditemi: êtes-vous plutôt douche ou baignoire ? Voi siete più doccia o più vasca?

 

*Foto presa qui: http://bukuraleigh.com/buku/september-friday-night-flights-bordeaux-france/

 
 
 

SOUVENIRS D'ÉTÉ

Post n°127 pubblicato il 24 Agosto 2013 da Coralie.fr
 

Citron Yusu

Chocolat Pistache

Feuille de menthe

Tout Chocolat

Réglisse

Vanille - Feve de Tonka

Pistache

Passion

Mûre - Violette

Amande

Arabica

Caramel fleur de sel

Pur Noisette

Framboise

Fleur d'oranger

Chocolat Coco

Sono tutti di Gérard Cabiron uno dei Meilleur Ouvrier de France (migliore artigiano culinario francese). Il macaron alla réglisse (liquirizia) è, come dicono i francesi, "spécial": ha un gusto un po' particolare. Il mio preferito è quello alla framboise (lampone). Il nome è un faux-ami (falso amico): non è un "maccherone" (tipo di pasta), i macarons sono dei biscottini molto delicati, croccanti fuori e morbidi dentro, ripieni di una crema fresca e untuosa, il tutto, solido e liquido, si scioglie nelle mie fauci in un solo boccone.

(per Alex: Rives d'Arcins)

 
 
 

BONJOUR PARIS !

Post n°126 pubblicato il 30 Maggio 2013 da Coralie.fr
 

Sorrido. E' che non ho parole, nel senso che non le trovo. Le idee, gli argomenti, i frammenti di vita, ci sono da raccontare, ma non vogliono uscire, preferiscono non ancora esprimersi per iscritto e neanche oralmente. Pazienza, intanto posto ciò che vedo, così vedete i panneaux (cartelloni) pubblicitari che vedo io ora. Il mio sentire lo scrivo un'altra volta, se e quando i pensieri avranno il piacere (?) di tradursi in segni scritti.

Il treno che attraversa la Manica si chiama ... Eurostar*, il Thalys solca altre terre. Le pensiline delle arrêts de bus (fermate degli autobus) della capitale, sono tappezzate da queste immagini, che trovo molto carine e originali. Giudicate voi.

*grazie Alex

Colonia, Düsseldorf, Amsterdam e Paris non sono mai state così vicine.

 
 
 

CINEMA

Post n°125 pubblicato il 01 Aprile 2013 da m.a.r.y.s.e

...da MARYSE (cliccate sull'immagine)

 
 
 

CONVENZIONI

Post n°124 pubblicato il 25 Marzo 2013 da Coralie.fr
 

1= 1 bacio; 2= 2 baci; 3= 3 baci ecc.


www.madmoizelle.com/se-faire-la-bise-13536

(La regione a sinistra staccata dall'esagono, è l'Île de France)

 

On se fait la bise ? (ci salutiamo) chiede madame Cudraz all’ingresso del cortile. La residenza è silenziosa in maniera sinistra. La temperatura glaciale ovatta l’aria. Con un gesto meccanico accosto il viso a quello della mia vicina e senza toccarlo scambio il saluto sulle gote arrossate dal freddo. Dopo un cenno della mano mi ha raggiunta davanti alla boîte aux lettres (cassetta della posta). Chantal, que vous avez maigri ! (quanto è dimagrita) ho esclamato prima di iniziare il mio racconto sulle ultime novità italiane. È allora che la mia dirimpettaia, dopo aver sorriso e risposto dix kilos, sorpresa mi domanda della bise (bacio). Ho perduto l’abitudine de faire la bise (di salutare con due baci sulle guance), o forse semplicemente il gesto non mi viene cosi naturale e spontaneo come ai francesi. Fa parte di una convenzione sociale, anzi socio-culturale, come le vouvoiement (il dare del lei) anche tra persone che lavorano insieme da decenni e gomito a gomito, anche fra amici, e anche tra vicine di pianerottolo che nonostante il vous (Lei) quando si incontrano si scambiano tre baci sulle guance. Il numero non è casuale, dipende dalla posizione geografica. Nella Île de France (regione parigina) se ne danno due.

Come siete soliti salutare?

 
 
 

ABITAZIONI

La Seine, in fondo: Notre Dame di spalle, a destra: facciate sull'isola Saint Louis

 

Il bateau-bus Isabelle Adjani solca la Seine all’altezza dell’Île Saint Louis. Le facciate alte e bianche immacolate strizzano l’occhio al passante ammirativo come a ricordargli che il suolo sul quale cammina è fra i più cari della ville lumière. Je me promène (cammino) sul bordo del fiume, a sinistra le sculture in ferro di Tino Rossi, dall’altra parte del boulevard Saint Bernard, l’enorme cancello segna l’entrata al jardin de plantes, davanti, sul trottoir, le casse metalliche dei bouquinistes, si aprono ai turisti, agli intenditori, ai ricercatori, ai collezionisti, ai curiosi. Il parapetto verde segna il tragitto che conduce a Notre-Dame. Costeggio le barche attrezzate ad abitazioni. Lo scorso anno, il sindaco di Paris ha arrestato la concessione sulle péniches perché sono troppe e non c’è più spazio. Da qualche tempo les parisiens preferiscono vivere sulla Senna in un appartamento galleggiante che puo' arrivare a misurare anche duecento metri quadrati. Non ci sono tasse di abitazione, si paga solamente il posto per ancorarsi all’acqua. Il vento ha cessato di soffiare, raggiungo la cattedrale alle spalle e mentre il sole disegna i contorni dei gargouilles, penso alla superficie abitata da Quasimodo.

Quanto tempo trascorrete a casa e in quale stanza stazionate di più?

 
 
 
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